La scorsa primavera, la CCI ha tenuto il suo 23° Congresso Internazionale. Questo articolo intende rendere conto dei suoi lavori.
Il punto 4 del Rapporto sulla Struttura e sul Funzionamento dell'organizzazione rivoluzionaria definisce “il Congresso Internazionale come il momento privilegiato in cui si esprime in tutta la sua ampiezza l’unità dell’organizzazione. E’ al Congresso Internazionale che viene definito, arricchito, rettificato il programma della CCI, che sono stabilite, modificate o precisate le sue modalità di organizzazione e di funzionamento, che vengono adottate le sue analisi e gli orientamenti generali, che viene fatto un bilancio delle sue attività passate ed elaborate le sue prospettive di lavoro per il futuro.”[1]
Il congresso si è concentrato sulla nostra filiazione con l'Internazionale Comunista, il cui centenario è stato celebrato l'anno scorso. Una preoccupazione fondamentale dell'organizzazione rivoluzionaria è la continuità storica e la sua trasmissione. È con tale approccio che la risoluzione d’attività adottata dal Congresso ricorda che "L'Internazionale Comunista è stata fondata nel marzo del 1919, con l'obiettivo di essere il ‘partito dell'insurrezione rivoluzionaria del proletariato mondiale’. Oggi, in circostanze diverse ma in condizioni ancora determinate dall'epoca storica della decadenza del capitalismo, l'obiettivo posto dall'Internazionale Comunista, la creazione del partito politico mondiale della classe operaia, rimane l'obiettivo finale del lavoro di Frazione della CCI". La risoluzione insiste sul fatto che "l'Internazionale Comunista non è nata dal nulla; la sua fondazione è dipesa dai decenni precedenti di lavoro della Frazione della Sinistra marxista nella 2a Internazionale, in particolare del Partito bolscevico"[2]. Per i rivoluzionari di oggi ciò significa che "proprio come il Comintern non avrebbe potuto essere creato senza il lavoro preparatorio della Sinistra marxista, così il futuro partito internazionale non potrà sorgere senza un'attività internazionale centralizzata e di Frazione degli eredi organizzativi della sinistra comunista".
Ricordando che "L'Internazionale Comunista è stata fondata nelle circostanze più difficili da immaginare: dopo quattro anni di massacri di massa e d'impoverimento del proletariato mondiale; il bastione rivoluzionario in Russia è stato sottoposto a un blocco totale e ad un intervento militare delle potenze imperialiste; la rivolta spartachista in Germania è stata annegata nel sangue e le due delle figure chiave della nuova Internazionale, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, sono state trucidate", la risoluzione sottolinea che, nonostante le differenze con il periodo della risposta rivoluzionaria alla prima guerra mondiale e con quella della controrivoluzione che ne è seguita, anche la CCI "si trova di fronte a condizioni sempre più difficili dal momento che il capitalismo decadente sta sprofondando sempre più in una nuova barbara spirale di crisi economica e conflitti imperialisti nella sua fase di decomposizione. Per compiere i suoi compiti storici, la CCI deve attingere la sua forza e il suo spirito combattivo dalle crisi a cui sarà confrontata, così come ha fatto la Sinistra marxista nel 1919".
Per iscriversi nella continuità del lavoro e degli sforzi dell'Internazionale Comunista, il Congresso ha progettato i suoi compiti con l'obiettivo di sviluppare e concretizzare il nostro lavoro come quello di una Frazione. La nozione di Frazione è sempre stata cruciale nella storia del movimento operaio. Come la classe operaia nel suo insieme, le sue organizzazioni politiche sono sottoposte alla pressione delle ideologie estranee - borghesi e piccolo borghesi. Ciò provoca, in particolare, la malattia dell'opportunismo[3]. Per combattere questa malattia, il proletariato secerne frazioni di Sinistra all'interno delle sue organizzazioni. "Nelle tre principali organizzazioni politiche internazionali del proletariato, è la Sinistra che ha sempre assunto questa continuità. È stata essa a garantire la continuità tra la Prima Internazionale e la Seconda attraverso la corrente marxista, in opposizione alle correnti proudhoniane e bakuniniste, blanquista, ecc. Tra la Seconda Internazionale e la Terza, è ancora la Sinistra a guidare la lotta, prima contro le tendenze riformiste, poi contro i ‘social-patrioti’ assicurando continuità durante la prima guerra mondiale formando l'Internazionale comunista. Nella III Internazionale, è ancora la Sinistra, la ‘Sinistra comunista’, e in particolare le sinistre italiane e tedesche, che riprendono e sviluppano le acquisizioni rivoluzionarie calpestate dalla controrivoluzione socialdemocratica e stalinista"[4]. Il proletariato ha bisogno, per il trionfo della sua lotta, della continuità storica della sua coscienza di classe. Altrimenti, potrebbe essere condannato a diventare un mezzo degli scopi del suo nemico borghese. Le frazioni di Sinistra sono sempre state le più impegnate e determinate nel difendere questa continuità della coscienza di classe, del suo sviluppo e del suo arricchimento.
Gruppi come la Tendenza Comunista Internazionalista (TCI) fanno la seguente obiezione: Frazione di cosa? I partiti comunisti legati al proletariato non esistono più da molto tempo[5]. È vero che, negli anni '30, i partiti comunisti finirono definitivamente nel campo borghese. Noi non siamo frazioni, ma ciò non significa che non dovremmo fare un lavoro simile a quello di una Frazione[6]. Lavoro che unifica in un insieme coerente:
Il Congresso ha approfondito la comprensione del nostro compito come Frazione a livello della stampa, dell'intervento, dell'elaborazione teorica, della difesa del metodo marxista e dell'organizzazione. Si tratta di tutto un lavoro per costruire il ponte con il futuro partito che avrà bisogno di basi molto solide a livello teorico, organizzativo, programmatico e del metodo di analisi. E ciò non succede dall'oggi al domani, richiede un lavoro paziente, concepito a lungo termine. E' di questo che il proletariato ha bisogno per orientarsi nelle terribili convulsioni del capitalismo e per poter sviluppare un'offensiva rivoluzionaria con l'obiettivo di rovesciare questo sistema.
Nell'ambito del lavoro come Frazione, è stato presentato al Congresso un Rapporto sulla Trasmissione che, per mancanza di tempo, non è stato possibile discutere. Tuttavia, data l'importanza della questione, la sua discussione sarà affrontata prossimamente. La trasmissione è vitale per il proletariato. Più di qualsiasi altra classe rivoluzionaria nella storia, il proletariato ha bisogno delle lezioni delle lotte delle generazioni precedenti per issarsi sulle loro acquisizioni e quindi poter avanzare nella sua lotta e raggiungere il suo obiettivo rivoluzionario. La trasmissione è particolarmente necessaria per la continuità delle organizzazioni rivoluzionarie poiché esiste un'intera serie di approcci, pratiche, tradizioni, esperienze, specifiche del proletariato, che costituiscono il terreno fertile in cui si elabora il funzionamento dell'organizzazione politica proletaria e si sviluppa la sua vitalità. Come afferma la risoluzione d'attività adottata dal congresso: "la CCI deve essere in grado di trasmettere ai nuovi compagni la necessità di studiare in profondità la storia del movimento rivoluzionario e di sviluppare una crescente conoscenza dei differenti elementi dell'esperienza della Sinistra comunista nel periodo della controrivoluzione". Il Rapporto sulla Trasmissione dedica un capitolo centrale alla comprensione delle condizioni del militantismo e delle acquisizioni storiche che devono guidarlo. Formare militanti coscienti e determinati, in grado di resistere alle prove più dure, costituisce un compito molto difficile e tuttavia essenziale per la formazione del futuro partito mondiale della rivoluzione proletaria.
Durante gli anni '80, la CCI iniziò a cogliere lo stallo storico in cui la società mondiale stava precipitando. Da un lato, il capitalismo, data la resistenza del proletariato dei paesi centrali a lasciarsi imbrigliare in una mobilitazione militare, non ha avuto la mano libera per raggiungere l'esito organico della sua crisi storica, l'estensione della guerra imperialista. D'altro canto, il proletariato, nonostante l'avanzamento delle sue lotte tra il 1983 e il 1987, non è stato in grado di aprire la propria prospettiva verso la rivoluzione proletaria. In assenza di qualsiasi prospettiva, che solo le due classi fondamentali della società possono fornire, quest'ultima è soggetta a una dinamica di imputridimento dei rapporti sociali, di caos crescente, di proliferazione di tendenze centrifughe, del ciascuno per sé. Una manifestazione spettacolare di questa dinamica è stato il crollo del blocco dell'ex Unione Sovietica.
La CCI ha dovuto affrontare questa sfida per la teoria marxista. Da un lato, a partire dal settembre 1989, furono prodotte le Tesi sulla crisi economica e politica dei paesi dell'Est che, due mesi prima della caduta del muro di Berlino, annunciarono il brutale crollo del blocco russo e della stessa URSS[7]. D'altro, ci siamo sforzati di comprendere a fondo la nuova situazione elaborando nel 1990 le Tesi sulla Decomposizione[8], la cui idea fondamentale è che "la decomposizione generalizzata in cui sta attualmente sprofondando questo sistema (...) non potrà che aggravarsi (...) al di là dell'aspetto strettamente quantitativo, il fenomeno della decomposizione sociale oggi raggiunge una tale profondità e una tale estensione da acquisire una qualità nuova e singolare che mostra l'ingresso del capitalismo decadente in una fase specifica - la fase finale - della sua storia, quella in cui la decomposizione diventa un fattore, se non il fattore, decisivo dell'evoluzione della società".
Il 23° Congresso ha esaminato molto attentamente la realtà di un considerevole peggioramento del processo di decomposizione sociale che colpisce in particolare i paesi centrali, le cui illustrazioni spettacolari sono state - tra altre - la Brexit inglese, il trionfo di Trump o il governo Salvini in Italia.
Tutti questi punti sono stati ampiamente supportati nelle risoluzioni e nelle relazioni del congresso che abbiamo pubblicato[9] e invitiamo i nostri lettori a leggere attentamente e criticamente questi documenti. Con questi, cerchiamo di dare risposte alle tendenze che caratterizzano l'attuale situazione.
La Decomposizione, come la vediamo su scala mondiale e che domina sempre più tutte le sfere della vita sociale, costituisce un fenomeno senza precedenti nella storia umana. Il Manifesto Comunista considera una tale possibilità: "Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, hanno condotto in opposizione costante una guerra ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta"[10].
Tuttavia, i fenomeni storici del crollo di un'intera civiltà a causa della "distruzione delle due classi in lotta" furono molto localizzati e facilmente superabili dalla successiva imposizione di nuovi conquistatori. Nella misura in cui la decadenza dei modi di produzione che precedono il capitalismo (schiavismo, feudalesimo) ha visto l'emergere economico molto potente della nuova classe dominante, che era anche una classe sfruttatrice, i nuovi rapporti di produzione, sviluppandosi, hanno potuto limitare i fenomeni di decomposizione del vecchio ordine e persino sfruttarli a proprio vantaggio. Di contro, questo è impossibile nel capitalismo poiché "la società comunista, l'unica in grado di succedere al capitalismo, non può in alcun modo svilupparsi al suo interno; non vi è quindi alcuna possibilità di una qualsivoglia rigenerazione della società in assenza del violento rovesciamento del potere della classe borghese e dell'estirpazione dei rapporti di produzione capitalistici" (tesi).
Ora, il proletariato deve affrontare le condizioni e le implicazioni imposte da questa nuova era storica, traendo tutte le lezioni che ne derivano per la sua lotta, in particolare quella di difendere, ancor più energicamente che in passato, la sua autonomia politica di classe perché la decomposizione la mette in grave pericolo. La decomposizione favorisce le lotte "parcellari" (femminismo, ecologia, antirazzismo, pacifismo, ecc.), lotte che non vanno alla radice dei problemi ma che si confondono con gli effetti e, peggio ancora, si concentrano su aspetti particolari del capitalismo preservando il sistema nel suo insieme. Queste mobilitazioni diluiscono il proletariato in una massa interclassista, lo disperdono e lo frammentano in una vasta gamma di false "comunità" di genere, razza, religione, affinità, ecc. L'unica soluzione è la lotta del proletariato contro lo sfruttamento capitalista poiché "la lotta contro le fondamenta economiche del sistema contiene la lotta contro gli aspetti sovrastrutturali della società capitalista, il contrario è falso ". (punto 12 della piattaforma CCI)
L'organizzazione rivoluzionaria ha un impegno militante nei confronti della classe. Ciò si concretizza nell'adozione delle Risoluzioni in cui viene analizzata la situazione attuale inserendola in un quadro storico per consentire di identificare le prospettive al fine di orientare la lotta del proletariato. In questo senso, il Congresso ha adottato una risoluzione specifica sulla lotta di classe e un'altra, più generale, sulla situazione mondiale.
La decomposizione ha colpito duramente la lotta del proletariato. Insieme agli effetti eclatanti della caduta del "socialismo" nel 1989 e all'enorme campagna anticomunista lanciata dalla borghesia, la classe operaia ha subito un profondo riflusso della sua coscienza e della sua combattività, i cui effetti persistono - e si sono persino aggravati - 30 anni dopo[11].
Il congresso ha approfondito il quadro storico per la comprensione della lotta di classe effettuando un esame approfondito dell'evoluzione del rapporto di forze tra le classi dal 1968[12]. La risoluzione sottolinea:
le acquisizioni delle lotte del periodo 1968-1989 non sono perse, anche se sembra che molti operai (e certi rivoluzionari) possano averle dimenticate: lotta per l'auto-organizzazione e l'estensione delle lotte; inizio della comprensione del ruolo anti-operaio dei sindacati e dei partiti capitalisti di sinistra; resistenza all’arruolamento nelle guerre; sfiducia nei confronti del gioco elettorale e parlamentare, ecc. Le lotte future dovranno fare affidamento sull'assimilazione critica di questi risultati andando molto oltre e certamente non sulla loro negazione o sulla loro dimenticanza;
il grande pericolo che rappresentano per il proletariato la democrazia, il democratismo e gli strumenti dello Stato democratico, in particolare i sindacati, i partiti di sinistra e di estrema sinistra, ma anche le sue campagne ideologiche e le sue manovre politiche;
l'attuale debolezza del proletariato, nonostante lo sforzo iniziato nelle lotte del 2006-2011 in cui, oltre alla ricomparsa delle assemblee, sono state poste molte domande sul futuro della società[13];
l'effetto positivo che a lungo termine possono avere determinati elementi della situazione attuale: una maggiore concentrazione di lavoratori nelle grandi città, il lavoro associato a livello globale, i crescenti legami tra giovani lavoratori su scala internazionale, l'incorporazione di nuovi battaglioni del proletariato in paesi come Cina, Bangla Desh, Sudafrica, Messico[14] ...
Durante il congresso, sono apparse divergenze sull'apprezzamento della situazione della lotta di classe e delle sue dinamiche. Il proletariato ha subito sconfitte ideologiche che hanno gravemente indebolito le sue capacità? C'è una maturazione sotterranea della coscienza o, al contrario, stiamo assistendo ad un approfondimento del riflusso dell'identità e della coscienza di classe?
Tali questioni sono parte di un dibattito in corso, con degli emendamenti presentati alla risoluzione del Congresso[15].
In linea con le sue responsabilità, il congresso ha esaminato altri aspetti che determinano l'evoluzione della società mondiale, in particolare:
la tendenza dell'apparato politico della borghesia a perdere il controllo del suo gioco elettorale e della formazione dei governi, un fenomeno di cui la Brexit inglese è una testimonianza eloquente: vedi il Rapporto sull'Impatto della decomposizione sulla vita politica della borghesia (2019);
il considerevole peggioramento delle tensioni imperialiste (in particolare tra gli Stati Uniti e la Cina e nel Golfo Persico) nonché l'intensificazione della corsa agli armamenti; la guerra commerciale, che è la conseguenza del peggioramento della crisi, è anche usata dalla potenza americana come mezzo di pressione imperialista sui suoi rivali;
la prospettiva, che tende sempre più ad avvicinarsi, di nuove convulsioni dell'economia mondiale: caduta della crescita, rallentamento del commercio mondiale, debito esorbitante, l'incredibile fenomeno dei tassi di interesse negativi, ecc.
Il marxismo è una teoria vivente. Ciò significa che deve essere in grado di riconoscere che alcuni strumenti d'analisi della situazione storica non sono oramai più validi. E’ questo il caso della nozione di corso storico, un concetto pienamente applicabile al periodo 1914-1989 ma che ha perso la sua validità per comprendere la dinamica e l'orientamento dell'equilibrio delle forze tra le classi nell'attuale periodo storico. Ciò ha portato il Congresso ad adottare un rapporto su questo tema[16].
Difesa dell'organizzazione
L'organizzazione rivoluzionaria costituisce un corpo estraneo alla società borghese. Il proletariato è allo stesso tempo una classe "della società civile che non è una classe della società civile, è un ordine che è la dissoluzione di tutti gli ordini" (Marx). Gli operai non possono mai davvero trovare il loro posto nella società poiché economicamente, essendo sfruttati e privati di qualsiasi mezzo di produzione, si trovano sempre in una situazione precaria, in balia della disoccupazione e perché, politicamente, sono degli "emarginati" che possono trovare salvezza ed emancipazione solo al di fuori del capitalismo, in una società comunista che non può sorgere prima che lo Stato borghese venga rovesciato in tutto il mondo. La borghesia, i suoi politici, i suoi ideologi, possono accettare con disprezzo "gli operai-cittadini", vale a dire concepiti come una somma di individui alienati, ma essi aborriscono e rigettano furiosamente il proletariato come classe.
Come la loro classe, le organizzazioni rivoluzionarie, pur facendo parte del mondo capitalista, sono allo stesso tempo un corpo estraneo a quest'ultimo poiché basano la loro ragione d'essere e il loro programma su un obiettivo in totale rottura con il funzionamento, i ragionamenti ed i valori della società attuale.
In questo senso, l'organizzazione rivoluzionaria costituisce un'entità che la società borghese rigetta con tutte le sue forze. Non solo a causa della minaccia storica che rappresenta come avanguardia del proletariato, ma perché la sua stessa esistenza è un ricordo ossessivo della sua condanna storica, un ricordo dell'urgente bisogno davanti al quale si trova l'umanità di sostituire la concorrenza mortale di tutti contro tutti con l'associazione di individui liberi ed uguali. È questa nuova forma di radicalismo che la borghesia non riesce a capire e che la preoccupa e la mobilita costantemente contro le organizzazioni e i militanti del proletariato. Come sottolinea il Manifesto comunista, "La rivoluzione comunista è la rottura più radicale con i rapporti di proprietà tradizionali; non sorprende che, nel corso del suo sviluppo, essa rompa nel modo più radicale con le vecchie idee tradizionali".
Questa natura di corpo estraneo significa che l'organizzazione rivoluzionaria è permanentemente minacciata, non solo dalla repressione e dai tentativi di infiltrazioni e di distruzione dall'interno attraverso organi specializzati dello Stato borghese, o dalle azioni dei gruppi parassitari (come vedremo più avanti), ma anche dal pericolo permanente di essere distolto dai suoi compiti e dalla sua funzione dalla penetrazione di ideologie estranee al proletariato.
L'organizzazione può esistere solo attraverso una lotta permanente. Lo spirito di lotta è una caratteristica essenziale dell'organizzazione rivoluzionaria e dei suoi militanti. Le lotte, le crisi, le difficoltà sono i tratti distintivi delle organizzazioni rivoluzionarie. “Le crisi non sono necessariamente il segno di un crollo, di un fallimento imminente o irreparabile. Al contrario, l’esistenza delle crisi può essere l’espressione di una sana resistenza a un processo soggiacente che si era tranquillamente e insidiosamente sviluppato fino a quel momento e che, lasciato al suo libero corso, avrebbe potuto portarci al naufragio. Le crisi possono essere un segno di una reazione al pericolo e della lotta contro gravi debolezze che portano al collasso. Una crisi può finanche essere salutare. Essa può costituire un momento cruciale, l’opportunità di andare alla radice di gravi difficoltà, di individuarne le cause profonde per poterle superare. Il che può permettere, alla fine, all’organizzazione di rafforzarsi e di temprare i suoi militanti per le battaglie future.
Nella Seconda Internazionale (1889-1914), il Partito operaio socialdemocratico di Russia (POSDR) era noto per aver attraversato una serie di crisi e scissioni e, per questo, era considerato con disprezzo dai principali partiti dell’Internazionale, come dal Partito socialdemocratico Tedesco (SPD), che sembrava volare di successo in successo e il cui numero di membri e di risultati elettorali crescevano con regolarità.
Tuttavia, le crisi del partito russo e la lotta dell’ala bolscevica per superare queste crisi e trarne gli insegnamenti, hanno rafforzato la minoranza rivoluzionaria, l’hanno preparata a contrapporsi alla guerra imperialista del 1914 e a porsi all’avanguardia della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917. Al contrario, l’unità di facciata e la “calma” all’interno dell’SPD (messa in discussione solo dai “facinorosi” come Rosa Luxemburg) ha portato questo partito al collasso completo e irrevocabile nel 1914, con il totale tradimento dei suoi principi internazionalisti di fronte alla Prima Guerra mondiale."[17]
La difesa dell'organizzazione costituisce un elemento permanente dell'attività dell'organizzazione e quindi un punto importante del bilancio e delle prospettive di attività del Congresso. Essa si effettua su più fronti. Il più importante e specifico è la lotta contro i tentativi di distruzione (attraverso calunnia, denigrazioni, sospetto e diffidenza). Ciò detto, "la CCI non è immune alle pressioni opportunistiche sulle posizioni programmatiche, alleate alla sclerosi, che, su altri livelli, hanno già indebolito gli altri gruppi della sinistra comunista" (Risoluzione sulle attività). Questo è il motivo per cui c'è unità e coerenza tra questo aspetto vitale della lotta contro la minaccia di distruzione e la necessità non meno vitale di combattere contro qualsiasi manifestazione di opportunismo che può sorgere nei nostri ranghi. "Senza questa lotta storica permanente a lungo termine contro l'opportunismo politico e la vigilanza contro di esso, la difesa dell'organizzazione, la sua centralizzazione e i suoi principi operativi in quanto tali non sarebbero di alcuna utilità. Se è vero che, senza un'organizzazione politica proletaria, il miglior programma è un'idea senza forza sociale, è anche vero che, senza una fedeltà totale al programma storico del proletariato, l'organizzazione diventa un guscio vuoto. C'è unità e nessuna opposizione o separazione tra i principi dell'organizzazione politica e i principi programmatici del proletariato"(idem.). Detto questo, dobbiamo rispondere rapidamente ed energicamente a qualsiasi tentativo di distruzione dell'organizzazione, poiché "la lotta per la difesa della teoria e la lotta per la difesa dell'organizzazione sono inseparabili e altrettanto essenziali, l'abbandono del primo è una minaccia, sicuramente fatale, ma a medio termine, mentre l'abbandono del secondo è una minaccia a breve termine. Finché esiste, l'organizzazione può riprendersi, anche teoricamente, ma se essa non esiste più, nessuna teoria la farà rivivere "(idem.)
La lotta contro il parassitismo
La storia del movimento operaio ha messo in evidenza un pericolo che oggi ha assunto notevole importanza, il parassitismo. La Prima Internazionale aveva già dovuto difendersi da questo pericolo identificato da Marx ed Engels: "È giunto il momento, una volta per tutte, di porre fine alle lotte interne provocate quotidianamente nella nostra Associazione dalla presenza di questo organo parassitario. Questi litigi non fanno che sprecare l'energia che dovrebbe essere usata per combattere il regime della borghesia. Paralizzando l'attività dell'Internazionale contro i nemici della classe operaia, l'Alleanza serve mirabilmente la borghesia e i governi" (Engels, "Il Consiglio Generale a tutti i membri dell'Internazionale", 1872, avvertimento contro l'Alleanza di Bakunin). L'Internazionale ha dovuto affrontare i complotti di Bakunin, un avventuriero che aveva usato un radicalismo di facciata come una foglia di fico per compiere un'opera di intrighi, di calunnia contro militanti come Marx ed Engels, di attacchi contro l'organo centrale dell'Internazionale (il Consiglio Generale), di destabilizzazione e disorganizzazione delle sezioni, di creazione di strutture segrete per cospirare contro l'attività e il funzionamento dell'organizzazione proletaria[18].
Ovviamente, le condizioni storiche in cui la lotta proletaria si evolve oggi sono molto diverse da quelle esistenti al tempo della Prima Internazionale. Questa era un'organizzazione di massa, che riuniva tutte le forze viventi del proletariato, una "potenza" che preoccupava i governi borghesi. Oggi il campo proletario è estremamente debole, ridotto a un insieme di piccoli gruppi che non rappresentano una minaccia immediata per la borghesia. Detto questo, il tipo di difficoltà e minacce che questo ambiente deve affrontare presenta somiglianze con quelli affrontati dalla Prima Internazionale. In particolare, l'esistenza di "corpi parassitari", la cui ragione d'essere non contribuisce in alcun modo alla lotta della classe operaia contro la borghesia, ma al contrario essa va a sabotare l'attività delle organizzazioni che svolgono questo combattimento. Al tempo della Prima Internazionale, l'Alleanza guidata da Bakunin aveva svolto il suo lavoro di sabotaggio (prima di essere esclusa al Congresso dell'Aia nel settembre 1872) all'interno della stessa Internazionale. Oggi, in particolare a causa della dispersione dell'ambiente proletario in diversi piccoli gruppi, i "corpi parassitari " non operano all'interno di un determinato gruppo ma ai margini di questi gruppi cercando di reclutare elementi sinceri ma inesperti o influenzati dalle ideologie piccolo-borghesi (come aveva fatto l'Alleanza in Spagna, Italia, Svizzera e Belgio), o facendo tutto il possibile per screditare i gruppi autenticamente proletari e sabotare la loro attività (come fece l'Alleanza quando capì che non poteva prendere il controllo dell'AIT).
Sfortunatamente, questa lezione della storia è stata dimenticata dalla maggior parte dei gruppi della Sinistra comunista. Poiché il parassitismo ha come priorità l'attacco della principale organizzazione di quest'ultima, la CCI, questi gruppi hanno ritenuto che "questo fosse un problema della sola CCI", arrivando fino al punto di mantenere, in certi momenti, relazioni cordiali con gruppi parassiti. Tuttavia, i comportamenti di questi ultimi (dal Communist Bulletin Group quasi quarant'anni fa al più recente Groupe International de la Gauche Communiste, compresi numerosi piccoli gruppi, blog o individui) parlano da soli:
Il Consiglio Generale dell'AIT ritenne che "l'Alleanza serve mirabilmente la borghesia e i governi". Allo stesso modo, la risoluzione sulle attività adottate dal 23° Congresso della CCI stima che: "Nell'attuale epoca storica, il parassitismo lavora oggettivamente al servizio della borghesia per distruggere la CCI" e che "l'esperienza degli ultimi 30 anni [mostra che] il parassitismo politico è uno dei pericoli più gravi che dovremo affrontare. (...) Negli ultimi anni, il parassitismo politico non solo è persistito, ma ha anche sviluppato il suo arsenale anti CCI e ampliato il suo repertorio".
È così che, recentemente, abbiamo assistito a un atto più sofisticato ma anche più pericoloso: la falsificazione della tradizione della Sinistra Comunista mediante la promozione di una falsa "Sinistra comunista" basata sul trotskismo. Al di là delle sue intenzioni, una tale impresa mira a integrare il Fronte della Calunnia e della Delazione con una tattica "consistente a creare un cordone sanitario che isola la CCI dagli altri gruppi della sinistra comunista (...) e dagli elementi in ricerca ... "(Ibid.)[19].
Questo è il motivo per cui il congresso ha coinvolto l'intera organizzazione in una lotta risoluta e incessante contro il parassitismo, considerando che "un asse essenziale e a lungo termine dell'intervento della CCI deve essere una lotta politica e organizzativa aperta e continua contro il parassitismo al fine di eliminarlo dal campo politico proletario ed educare gli elementi in ricerca sul suo pericolo. (...) La costituzione del futuro partito ha quindi bisogno di una dura e perseverante lotta contro il parassitismo per la sua eliminazione dai ranghi della sinistra comunista". (Ibid.)
La lotta per il futuro Partito
Il compito di Frazione ha quindi diverse sfaccettature che formano un'unità: difesa dell'organizzazione, lotta contro il parassitismo, sviluppo del marxismo, capacità di analisi e intervento di fronte all'evoluzione della situazione mondiale. Questa unità è stata al centro del congresso e guiderà l'attività della CCI. Come abbiamo detto all'inizio di questo articolo, il 23° Congresso della CCI ha avuto come asse il ricordo combattente dell'esperienza della Terza Internazionale cercando di trarre da quest'ultima tutte le lezioni. Questo è il motivo per cui la risoluzione sulle attività si conclude con questo impegno: "Per adempiere ai suoi compiti storici, la CCI deve trarre la sua forza e il suo spirito combattivo dalle crisi che dovrà affrontare, così come ha fatto la sinistra marxista nel 1919. Se è in grado di svolgere un lavoro di Frazione, avrà i mezzi per raggruppare le attuali e nuove energie rivoluzionarie della Sinistra comunista su chiare basi programmatiche, e quindi di svolgere pienamente il suo ruolo nella fondazione del futuro partito".
CCI (dicembre 2019)
[1] Rapporto sulla struttura e sul funzionamento delle organizzazioni rivoluzionarie - conferenza internazionale (gennaio 82): https://it.internationalism.org/content/rapporto-sulla-struttura-e-sul-funzionamento-delle-organizzazioni-rivoluzionarie-conferenza [1]
[2] All'interno della Seconda Internazionale, solo i bolscevichi hanno svolto un lavoro sostanziale di frazione, mentre altre correnti hanno combattuto contro l'opportunismo dilagante senza intraprendere una lotta coerente e globale su tutti i piani (Rosa Luxemburg, Pannekoek, Bordiga ecc.). Questa distinzione è importante: si veda a questo proposito la serie di polemiche con il BIPR (oggi TCI): Il rapporto Frazione - Partito nella tradizione marxista, in particolare le parti 3.1 e 3.2, il rapporto frazione-partito nella tradizione marxista (3a parte - I. Da Marx alla 2a Internazionale) e il rapporto partito-frazione nella tradizione marxista (parte 3 - II. Lenin e i bolscevichi).
https://fr.internationalism.org/rinte64/bc.htm [2], https://fr.internationalism.org/rinte65/bc.htm [3]
[3] Vedi la Risoluzione sul Centrismo e l'opportunismo nel periodo di decadenza, testo del nostro sesto congresso.
[4] Comprendere la decadenza del capitalismo (III parte): la natura della Socialdemocrazia
https://fr.internationalism.org/french/rinte50/decadence.htm [4]
[5] Vedi Frazione e Partito nel dibattito della Sinistra Comunista, su Rivista Internazionale n.3 https://it.internationalism.org/rint/3_dibattito [5]
[6] Vedi il rapporto sul ruolo della CCI come "frazione" adottata dal nostro 21° Congresso: https://it.internationalism.org/cci/201603/1359/rapporto-sul-ruolo-della-cci-in-quanto-frazione [6]
[7] Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell'est: https://it.internationalism.org/rivistainternazionale/200803/578/tesi-sulla-crisi-economica-e-politica-in-urss-e-nei-paesi-dellest [7]
[8] In Rivista Internazionale n. 14, https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [8]
[9] Vedi: Rapporto sull’impatto della decomposizione sulla vita politica della borghesia (2019), https://it.internationalism.org/content/1518/rapporto-sullimpatto-della-decomposizione-sulla-vita-politica-della-borghesia [9] , e Rapporto sulla Decomposizione oggi (maggio 2017), https://it.internationalism.org/content/1504/rapporto-sulla-decomposizione-oggi-22deg-congresso-della-cci-maggio-2017 [10]
[10] Marx-Engels: Manifesto dei Comunisti, capitolo Borghesi e proletari
[11] Vedi: Crollo del blocco dell'Est: delle difficoltà accresciute per il proletariato, su Rivista Internazionale n.13 https://it.internationalism.org/rivistainternazionale/200803/579/delle-difficolta-accresciute-per-il-proletariato [11]
[12] Vedi: Risoluzione sul rapporto di forze tra le classi (2019), https://it.internationalism.org/content/1502/risoluzione-sul-rapporto-di-forza-tra-le-classi-2019 [12]
[13] Vedere: Tesi sul movimento studentesco della primavera 2006 in Francia, https://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti [13] , e Movimento degli indignati in Spagna, Grecia e Israele: dall’indignazione alla preparazione delle battaglie di classe, https://it.internationalism.org/content/movimento-degli-indignati-spagna-grecia-e-israele-dallindignazione-alla-preparazione-delle [14]
[14] Questi fattori piuttosto positivi sono vanificati dalle tendenze all'isolamento e alla frammentazione dei lavoratori, la cui forma estrema è l'uberizzazione del lavoro, in cui i lavoratori sono definiti come "imprenditori in proprio". Il proletariato dovrà affrontare questo problema e trovare i mezzi per affrontarlo.
[15] La CCI ha sempre avuto come orientamento centrale l'espressione dei suoi dibattiti davanti a tutta la classe e al suo ambiente politicizzato. Ciò è stato fatto seguendo un metodo preciso: "Nella misura in cui i dibattiti che attraversano l'organizzazione riguardano generalmente l'intero proletariato, sarebbe conveniente portarli all'esterno, rispettando le seguenti condizioni :
- questi dibattiti riguardano questioni politiche generali e hanno raggiunto una maturità sufficiente perché la loro pubblicazione costituisca un reale contributo alla presa di coscienza della classe operaia;
- il posto assegnato a questi dibattiti non deve rimettere in discussione l'equilibrio generale delle pubblicazioni;
- è l'organizzazione nel suo insieme che decide e si fa carico di questa pubblicazione secondo i criteri validi per la pubblicazione di qualsiasi articolo sulla stampa: qualità di chiarezza e di forma redazionale, interesse che essi presentano per la classe operaia. Sono dunque da proscrivere le pubblicazioni di testi al di fuori degli organismi previsti a tale scopo sull'iniziativa "privata" di un certo numero di membri dell'organizzazione. Allo stesso modo, non esiste alcun "diritto" formale per chiunque nell'organizzazione (individuo o tendenza) di pubblicare un testo se gli organi responsabili delle pubblicazioni non ne vedono l’utilità o l'opportunità" (Rapporto su la struttura e il funzionamento dell'organizzazione rivoluzionaria, https://it.internationalism.org/content/rapporto-sulla-struttura-e-sul-funzionamento-delle-organizzazioni-rivoluzionarie-conferenza [1] )
[16] Vedi il Rapporto sulla questione del corso storico.
[17] Conferenza straordinaria internazionale della CCI: la "notizia" della nostra scomparsa è enormemente esagerata! [15].
[18] Vedere: Le pretese scissioni dell'Internazionale, rapporto adottato dal Congresso de L' Aia (1872). Vedi anche il nostro articolo: Questioni di organizzazione. La Prima Internazionale e la lotta contro il settarismo, https://it.internationalism.org/rint/20_settarismo [16]
[19] Vedi: Nuevo Curso e una “Sinistra Comunista Spagnola”. Da dove viene la Sinistra Comunista?, https://it.internationalism.org/content/1490/nuevo-curso-e-una-sinistra-comunista-spagnola-da-dove-viene-la-sinistra-comunista [17] , e Chi c’è in Nuevo Curso?, https://it.internationalism.org/content/1521/chi-ce-nuevo-curso [18]
Nel quadro dell’impatto della decomposizione sulla vita della borghesia, questo rapporto si centra in particolare sulle difficoltà che la borghesia incontra con la crescita delle correnti populiste e sulla maniera con cui essa tenta di reagire. Non tratterà quindi in maniera diretta e centrale la storia del populismo o questioni più generali come il rapporto fra populismo e violenza.
Dopo il 2007 la CCI non ha più discusso un rapporto sulla vita politica della borghesia. Tuttavia il «rapporto sulla decomposizione» del 22° Congresso internazionale della CCI – discusso debolmente al congresso -, che attualizza e completa gli assi principali delle tesi sulla decomposizione e situa il fenomeno del populismo in questo contesto, fornisce il quadro di riferimento per analizzare ed interpretare le convulsioni che caratterizzano la vita della borghesia oggi. Le principali idee sono le seguenti:
- Il capitalismo decadente è entrato «in una fase specifica – la fase ultima – della sua storia, quella in cui la decomposizione diventa un fattore, se non IL fattore, decisivo per l’evoluzione della società» (Rapporto sulla decomposizione). Insieme alla crisi dei rifugiati e lo sviluppo del terrorismo il populismo è una delle sue caratteristiche più importanti. Il processo di decomposizione è irreversibile.
- La crescita del populismo «non è il risultato di una volontà politica deliberata dei settori dominanti della borghesia». Al contrario, essa è una conferma della tendenza a «una crescente perdita di controllo del suo apparato politico da parte della classe dominante» (Ibidem)
- La sua causa determinante è «l’incapacità del proletariato a mettere avanti la sua propria risposta, la sua propria alternativa alla crisi del capitalismo. In questa situazione di vuoto, in qualche maniera di perdita di fiducia verso le istituzioni ufficiali della società che non sono più capaci di proteggere, di perdita di fiducia nel futuro, la tendenza a voltarsi verso il passato, a cercare dei capri espiatori responsabili della catastrofe diventa sempre più forte.» (Ibidem)
- La decomposizione comporta «un elemento comune che è presente nella maggior parte dei paesi avanzati: la perdita di fiducia verso le ‘élite’ (…) a causa della loro incapacità a ristabilire la salute dell’economia, di arrestare la crescita continua della disoccupazione o della miseria. » Questa rivolta contro i dirigenti politici «(…) non può assolutamente sfociare in una prospettiva alternativa al capitalismo». (Ibidem)
- «La reazione populista vuole sostituire la pseudo-uguaglianza ipocrita esistente con un sistema ‘onesto’ e aperto di discriminazione legale. (…) in assenza di una prospettiva di crescita a più lungo termine per l’economia nazionale, le condizioni di vita degli autoctoni non possono essere più o meno stabilizzate se non attraverso una discriminazione e contro tutti gli altri». (Risoluzione sulla situazione internazionale del 22° Congresso della CCI)
Dopo il 2017 e un 22° congresso internazionale che si è confrontato con il voto a favore della Brexit e l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, l’impatto del populismo su tutti gli aspetti della situazione internazionale è diventato sempre più netto: esso è largamente messo in evidenza nel caso delle tensioni imperialiste e della lotta del proletariato. E diventa anche sempre più evidente a livello dell’economia. E si rivela in maniera ancora più spettacolare sul piano della politica della borghesia: gli avvenimenti degli ultimi due anni confermano in maniera spettacolare «questo aspetto che noi abbiamo identificato 25 anni fa: la tendenza a una crescente perdita di controllo da parte della classe dominante sul suo apparato politico». (Rapporto sulla decomposizione del 22° congresso)
In questi ultimi anni questa perdita di controllo si è manifestata con una estensione spettacolare del fenomeno, con l’accentuazione di un vero affondo populista: secondo uno studio del quotidiano «The Guardian» relativo agli ultimi 25 anni, i partiti populisti hanno visto triplicare i loro voti in Europa (dal 7% al 25%). In una decina di paesi questi partiti partecipano al governo o alla maggioranza parlamentare: Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia, Bulgaria, Austria, Danimarca, Norvegia, Svizzera e Italia. Lo studio segnala due momenti in cui questa espansione si è intensificata: la crisi finanziaria del 2008 e l’ondata di rifugiati nel 2015. L’acuirsi degli altri fenomeni che caratterizzano la decomposizione, come il terrorismo, il ciascuno per sè, attizzano le fiamme e favoriscono l’estensione populista a tutti gli aspetti della società capitalista. Infine, l’arrivo al potere nella principale potenza imperialista di un presidente populista ha ulteriormente intensificata l’avanzata della marea, come illustrano i dati più recenti : la costituzione di un governo costituito unicamente da formazioni populiste in Italia, l’apparato politico che sprofonda nella confusione in Gran Bretagna, la forte pressione delle forze populiste sulla politica della Merkel in Germania, la vittoria del populista Bolsonaro in Brasile, il movimento dei « Gilet gialli » in Francia, la nascita di un partito populista nazionalista (Vox) in Spagna, ecc.
Le espressioni del populismo provocano dei soprassalti sempre più incontrollabili in seno all’apparato politico delle diverse borghesie. Le prossime sezioni del rapporto mostreranno che esse costituiscono un fattore di prima importanza nell’insieme dei paesi industrializzati e che esse hanno anche, in forme simili, un impatto non trascurabile in un certo numero di paesi ‘emergenti’.
La crisi della borghesia americana non è cominciata con l’elezione di Trump. Nel 2007 il nostro rapporto rilevava già questa crisi, spiegando: « E’ innanzitutto e soprattutto questa situazione oggettiva – una situazione che impedisce ogni strategia a lungo termine da parte della potenza dominante restante – che ha reso possibile l’elezione e la rielezione di un regime così corrotto, con al potere un presidente tanto pio quanto stupido [Bush junior]. (…) l’amministrazione Bush non è nient’altro che il riflesso della situazione senza uscita dell’imperialismo USA» (Rapporto sulla decomposizione del 17° Congresso). Tuttavia, la vittoria di un presidente populista dalle decisioni imprevedibili ha non solo fatto uscire in piena luce la crisi della borghesia USA, ma ha soprattutto messo in luce l’instabilità crescente dell’apparato politico della borghesia USA e l’acuirsi delle tensioni interne.
Incapaci di impedire la sua elezione, le frazioni più responsabili della borghesia americana hanno fatto di tutto per cercare di limitare i danni a) manovrando per destituirlo (ma le procedure per l’impeachment sembrano lunghe) ; b) piazzando nello staff presidenziale degli uomini di fiducia (da Mc Master a Kelly passando per Tillerson) che però sono stati progressivamente eliminati (l’ultimo, « cane matto » Mattis, ha appena dimissionato) ; c) cercando di imporre un controllo politico tramite i deputati repubblicani, ma in fin dei conti è Trump che ha vampirizzato il Partito repubblicano ; d) cercando di trovare all’interno del Partito Democratico un’alternativa da contrapporre a Trump (ma finora questo tentativo non ha dato risultati). Alla fine dei conti, la rielezione di Trump in un secondo mandato sembra sempre più inevitabile.
D’altra parte la politica tortuosa e capricciosa di Trump mette in luce i dubbi e le divisioni in seno alla borghesia americana a proposito delle politiche economica ed imperialista da mettere in atto per mantenere la sua supremazia sull’insieme del pianeta. Al di là dell’approccio versatile e da mercante di Trump, l’abbandono del multilateralismo a profitto del bilateralismo rivela una tensione reale in seno alla borghesia: la dominazione dell’imperialismo USA si è sempre presentata dietro un paravento morale: la difesa della democrazia e del mondo libero, la difesa dei diritti umani (Clinton e Obama), la lotta contro il male (Bush), in questo caso alla testa di una larga coalizione di Stati. Di fronte alle difficoltà a mantenere questo ruolo di gendarme del mondo, Trump rompe apertamente con l’ipocrisia del multilateralismo per imporre la realtà cinica del rapporto di forza bilaterale, anche con i suoi amici (Gran Bretagna) e i suoi alleati (Germania). Nella loro logica, gli USA non possono mantenere la loro supremazia mondiale se non migliorando la loro situazione economica e questo si può fare facendo pressione sui loro concorrenti grazie alla loro schiacciante supremazia militare. Il vecchio consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Mc Master, lo spiega bene nel Wall Street Jordan: egli ha «la visione lungimirante che il mondo non è una ‘comunità globale’, ma un’arena in cui le nazioni, gli attori non governativi e gli attori economici si impegnano e combattono per il loro vantaggio. (…). Piuttosto che negare questa natura elementare delle relazioni internazionali, noi ci adeguiamo» (30-05-2017). In questo senso l’irrazionalità di Trump non risiede nell’assenza di un orientamento nella sua politica ma proprio nell’orientamento stesso, che pone il leader dell’imperialismo mondiale all’avanguardia del ciascuno per sé e del caos.
L’imprevedibilità di Trump verso la Russia rivela bene come queste tensioni si cristallizzano intorno all’atteggiamento da avere verso il vecchio capo del blocco avversario, il nemico del «mondo libero» secondo larghe frazioni della borghesia americana, ma che può essere un potenziale alleato contro la Cina (e contro la Germania). Se la maggioranza delle frazioni borghesi sembrano essere contrarie ad un avvicinamento con Putin, Trump continua ad oscillare fra comportamenti diversi : incontri amichevoli con Putin ad Helsinki lo scorso luglio con l’aperta rottura del blocco NATO nei confronti della Russia seguito all’aggressione contro l’Ucraina, con la dichiarazione di voler fare assieme « grandi cose nel mondo » e poi la decisione di Trump ad Ottobre di uscire dall’accordo di non proliferazione nucleare a causa del mancato rispetto di questo da parte della Russia.
Il contributo sul populismo pubblicato nel 2016[1] prospettava come ipotesi tre tipi di strategie che la borghesia avrebbe potuto mettere in atto di fronte all’ondata populista: in primo luogo lo scontro frontale giocando la carta dell’antipopulismo; poi far riprendere dai partiti tradizionali degli elementi della politica populista e, infine, rinvigorire, rianimare l’opposizione destra/sinistra. In che misura queste strategie sono state messe in pratica, e quali sono le conseguenze che ne derivano?
1. Lo scontro attraverso una politica antipopulista: gli esempi francesi e tedesco
In Francia la politica antipopulista della borghesia è riuscita in un primo tempo a fermare la Le Pen tirando fuori dal cilindro l’uomo «nuovo» Macron e il suo movimento «La Francia in marcia», che, secondo la campagna mediatica, non erano legati ai partiti tradizionali. Tuttavia Macron si è rapidamente dovuto confrontare col problema di dover mettere in atto una politica orientata verso la globalizzazione, dato che il protezionismo di Trump cambiava le carte in tavola, e, soprattutto, per farlo ha dovuto lanciare degli attacchi massicci contro la classe operaia.
Le conseguenze non si sono fatte attendere: Macron è confrontato oggi ad una caduta vertiginosa della popolarità e alle proteste dei gilet gialli, di cui beneficeranno sicuramente le correnti populiste, soprattutto visto che Macron non dispone di una struttura politica solida e affidabile (un partito ben strutturato) e che la borghesia ha emarginato, alle elezioni politiche del 2017, i suoi partiti tradizionali – e che da allora si sono indeboliti e sprofondati in liti interne – ; cionostante il movimento di Macron resta la principale forza politica in Francia capace di contrastare il peso del populista Rassemblement National della Le Pen.
In Germania la Merkel si è subito proposta come il campione dell’antipopulismo (vedi il suo «Wir schaffen das» Si può fare) ma questo ha rafforzato l’ondata populista al punto che oggi la borghesia tedesca deve fare i conti con una AFD diventata la terza formazione politica del paese. Dopo le ultime elezioni ha dovuto rimettere in piedi quella «grande coalizione» (con il partito socialdemocratico) che era stata largamente sfiduciata al momento delle elezioni generali, e i risultati delle lezioni nei Lander della Baviera e della Sassonia confermano la bancarotta elettorale della CDU/CSU e il crollo dell’SPD. La situazione è complessa e l’abbandono da parte della Merkel della presidenza della CDU (e quindi in futuro dal posto di cancelliere) annuncia una fase di incertezza e di instabilità della borghesia dominante in Europa.
L’apparato politico della borghesia tedesca conosce quindi dei soprassalti nello stesso momento in cui la Germania è messa sotto pressione nella UE, da una parte dai paesi dell’Europa centrale che rigettano la sua politica verso i rifugiati ed anche il ruolo di economie subordinate alle decisioni che la Germania impone loro, e dall’altra parte dai paesi del sud Europa (Grecia, Italia) che criticano la sua politica economica, nel mentre che essa è anche nel mirino dell’amministrazione Trump che vuole imporle dei dazi sull’importazione delle sue automobili e dei suoi macchinari.
2. La ripresa delle idee populiste da parte dei partiti tradizionali: l’esempio inglese
La borghesia britannica ha cercato di canalizzare le disastrose conseguenze del referendum sull’uscita dall’Unione Europea affidando a uno dei suoi partiti tradizionali, il partito Conservatore il compito di portare a termine la Brexit. Lungi dallo stabilizzare la situazione, le convulsioni in seno all’apparato politico britannico non si sono fermate e accentuano l’instabilità al suo interno e l’imprevedibilità delle opzioni scelte:
- le esitazioni e le continue tergiversazioni del governo May per a) mettere in piedi una politica coerente per portare a termine la Brexit e b) per concludere un accordo chiaro con l’UE, spingono quest’ultima a prendere delle misure di salvaguardia di fronte a quello che i funzionari europei chiamano già un «fallimento»;
- le contraddizioni in seno al governo britannico invece di attenuarsi si acuiscono (con dimissioni regolari di ministri in disaccordo con la politica seguita) ma aumentano soprattutto all’interno del partito conservatore che rischia di scoppiare, cosi che anche l’accordo approssimativo e generale che la May ha concluso con la UE ha poche possibilità di essere approvato dal parlamento britannico. Le divisioni sono d’altra parte altrettanto reali in seno al Labour Party tra un Corbyn portato alla Brexit e un numero importante di deputati pro-UE;
- L’instabilità è più che mai profonda, i politici britannici somigliano a dei «talebani politici» secondo la formulazione coniata da un diplomatico europeo. In questi ultimi mesi si è visto anche un ritorno sulla scena importante delle opzioni populiste più radicali, che sognano la «rinascita di Albione», non solo al di fuori dei partiti tradizionali (Nigel Farrage), ma soprattutto all’interno del partito conservatore (con i pesi massimi Boris Johnson, Michael Gove, Jacob Rees-Mog, Steven Baker).
3. La formazione di un governo populista: l’esempio italiano
Un caso importante non previsto nel contributo sul populismo del 2016 è la costituzione di un governo costituito esclusivamente da partiti populisti. Da diversi anni alcuni partiti populisti fanno parte delle coalizioni di governo in diversi paesi e in parecchi paesi dell’ex blocco dell’est, come l’Ungheria e la Polonia, i partiti populisti sono arrivati al vertice dello Stato. Tuttavia oggi è la quarta potenza economica della UE, l’Italia, che, sullo sfondo di una situazione economica e sociale molto difficile (discesa del PIL del 10 %, a prezzi costanti, tra il 2008 e il 2017), vede l’emergere di un governo costituito esclusivamente di partiti populisti (Lega e M5S). Questo governo affianca una politica identitaria e xenofoba a una politica di difesa sociale degli Italiani:
L’impatto di questa politica populista italiana sulla stabilità della UE è imprevedibile a breve termine: sul piano della politica verso i rifugiati, la sua linea dura (in particolare verso le ONG) si scontra con altri paesi europei, in particolare la Francia e la Spagna. Sul piano del bilancio statale, il governo italiano rifiuta gli obblighi imposti dalla commissione europea (deficit statale al 2,4% del PIL invece dello 0,8% previsti dal governo precedente, in totale contraddizione con le regole di bilancio stabilite dalla UE), e vuole al contrario mettere in opera una politica di difesa sociale del «popolo italiano», che si oppone frontalmente alla politica di rigore difesa dalla Germania. Ora, una nuova crisi monetaria a causa dell’Italia rimetterebbe in discussione l’esistenza dell’unione monetaria e dell’eurozona. L’Italia lo sa, e questo le permette di esercitare un ricatto. In più il deficit di bilancio fa aumentare il debito italiano, cose che svalorizza la sua affidabilità presso le agenzie di rating e spingerà gli investitori istituzionali ad abbandonare i titoli italiani.
L’impatto sociale della politica della coalizione populista va analizzato con attenzione. Le misure sociali annunciate restano in effetti molto al di sotto delle promesse dei populisti, in particolare del M5S (6,1 miliardi per il reddito di cittadinanza al posto dei 17 previsti) e, in più il governo italiano ha accettato, sotto la pressione della UE, di posticipare una serie di misure per limitarne l’impatto sul bilancio. Inoltre il governo non ha abolito il Job Act voluto dal governo Renzi, che liberalizzava e precarizzava il mercato del lavoro in Italia. Di conseguenza, molte delle misure prese avranno un effetto contrario a quello annunciato. Così, il «decreto dignità» riduce teoricamente le possibilità di ripetizione dei contratti a tempo determinato ma la tendenza sarà al non rinnovo di questi contratti e quindi ad una crescita della precarietà. Inoltre il reddito di cittadinanza permetterà anche di aumentare la pressione sui disoccupati (perdono il reddito se rifiutano tre offerte di lavoro) e il controllo sulle spese (il reddito sarà accreditato su una carta dall’uso limitato). Infine il pensionamento a 62 anni sarà possibile solo per quelli che hanno almeno 38 anni di contributi.
4. La rifondazione dell’opposizione destra/sinistra
La terza strategia analizzata, la rifondazione dell’opposizione destra/sinistra per tagliare l’erba sotto ai piedi del populismo, non sembra essere stata effettivamente utilizzata dalla borghesia. Al contrario, gli ultimi anni sono stati piuttosto caratterizzati da una tendenza irreversibile al declino dei partiti socialisti.
La questione della crisi dei partiti socialdemocratici rimanda alla questione del ruolo dei partiti di sinistra, già abbordato nel rapporto sulla vita della borghesia del 17° Congresso (2007). Dopo aver giocato un ruolo essenziale per arginare l’ondata di lotte operaie degli anni ’70 e ’80 (sinistra al governo, sinistra all’opposizione), questi partiti sono stati disponibili per altri compiti, visto che, come sottolinea quel rapporto, dall’inizio degli anni ’90, la questione sociale non è più il fattore decisivo per la formazione dei governi: “(…) c’è un altro fattore che diventa sempre più importante, che diventa un fattore veramente decisivo nella vita politica della borghesia in generale e in particolare nel reclutamento delle formazioni governative: la decomposizione della società borghese che in questi ultimi anni è avanzata in maniera indiscutibile”. Nei fatti, alla fine del 20° secolo e all’inizio del 21° i partiti socialisti o socialdemocratici sono stati impegnati in prima linea per contrastare i primi effetti della decomposizione sull’apparato politico della borghesia (vedi Blair, Schroder, Zapatero, Hollande).
Di conseguenza, essi subiscono non solo l’erosione dei grandi partiti della democrazia dei “30 gloriosi” (i decenni del secondo dopoguerra), come la Democrazia Cristiana (in Italia, Olanda, Belgio e anche in Germania), ma vengono inoltre particolarmente identificati con il fallimento del sistema politico. Da allora la tendenza verso il loro declino sembra irreversibile: il partito socialista è praticamente sparito in Italia, è minacciato di sparizione in Francia, in Olanda o in Grecia, è in crisi profonda in Germania, in Spagna o in Belgio. Solo il Labour Party sembra sfuggire per il momento a questa tendenza in Gran Bretagna, ma non tanto per una rivitalizzazione da parte della borghesia dell’opposizione destra/sinistra. E’ possibile che il Labour profitti del fatto che, di fronte alla lacerazione del partito conservatore a causa della spina populista intorno alla Brexit, la borghesia conti di puntare su di esso in caso di esplosione dei Tories.
In alcuni paesi sono apparse nuove formazioni di sinistra popolare radicali di diverso tipo: Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, “La France insoumise” in Francia, la corrente dei democratici socialisti all’interno del Partito Democratico negli USA, che ha raccolto sulla scia della candidatura di Sanders alle primarie un numero considerevole di giovani, ecc. Queste diverse alternative al fallimento della socialdemocrazia che la borghesia mette in campo, forniscono degli indizi dell’impatto della decomposizione e del populismo sulla classe operaia, del peso delle sconfitte subite e del livello di coscienza nei diversi paesi industrializzati oggi. In Italia, uno dei paesi in cui la classe operaia era all’avanguardia nelle lotte degli anni ’70 e ’80, la “alternativa di sinistra” proposta è il M5S, un movimento populista che d’altra parte si dichiara “né di destra, né di sinistra”, e questo sottolinea l’importanza della sconfitta ideologica subita dal proletariato italiano. In Germania l’alternativa non è veramente costituita dagli ex stalinisti di “Die Linke”, ma piuttosto dai verdi, cosa che riflette ancora lo stato di spirito della classe operaia e l’indebolimento del sentimento di identità di classe. In Francia e in Spagna le alternative messe in campo si situano esplicitamente a sinistra, sviluppano un discorso più “operaio” e pretendono di situarsi su un terreno proletario, anche se esse si presentano, se necessario, disponibili al buon funzionamento dell’apparato politico borghese (Syriza in Grecia per implementare la feroce austerità imposta dalla UE; Podemos in Spagna per fornire l’appoggio necessario ad assicurare una stabilità al governo centrale). In questo senso non possiamo considerarli come dei partiti populisti di sinistra.
5. L’emergere di “leader forti” nei paesi dell’Europa dell’Est e della periferia
L’ondata populista non si limita ai paesi industrializzati d’occidente, ma tocca anche una serie di paesi dell’Europa dell’Est e di paesi “emergenti”, dove si manifesta con fenomeni specifici, come l’avvento di “leader forti”. La destabilizzazione economica causata dalla crisi del 2008 da una parte e gli enormi scandali per corruzione che toccano le formazioni politiche dall’altra, provocano, in una serie di paesi, come Polonia, Ungheria, Turchia…, un risentimento e un’esasperazione nella popolazione. Questi sentimenti sono recuperati da delle forze populiste attraverso dei movimenti reazionari che portano all’avvento di “uomini forti”, di leader carismatici come Orban, Kaczynski, Erdogan o Bolsonaro e, già da un certo tempo, Putin.
Mentre gli anni ‘90 e anche l’inizio del 21° secolo erano stati caratterizzati da una “apertura democratica” in un buon numero di paesi (come anche in Russia o in Cina), questi dirigenti “forti” esternano il loro disprezzo delle élite “liberali”, del gioco politico “democratico” tradizionale e di una stampa “indipendente”, a favore di un regime autoritario, nazionalista e sovranista, che rigetta immigrati e minoranze che potrebbero alterare la coesione nazionale. “Il 26 luglio 2014, in Romania, Orban manifesta chiaramente il suo pensiero in un roboante discorso: ‘(…) Noi pensiamo che una democrazia non deve essere necessariamente liberale e che non è perché uno Stato cessa di essere liberale che esso cessa di essere democratico (…) Le società che hanno un assetto di democrazia liberale saranno probabilmente incapaci di mantenere la loro competitività nei prossimi anni (…)’ Annuncia anche un progetto economico, quello di ‘costruire una nazione concorrenziale nella grande competizione mondiale dei decenni a venire’” (Le Monde diplomatique, settembre 2018). E’ l’idea che esistono diversi modelli di democrazia, un’idea che si ritrova in una certa maniera anche nel modello della Russia di Putin o nell’applicazione del modello Singaporiano da parte della Cina.
La caccia alle élite corrotte (dai giudici polacchi agli oligarchi russi, passando per i burocrati europei, i partigiani del movimento Gulen turco o quelli del PT brasiliano) va di pari con un nazionalismo xenofobo che si focalizza sul rigetto dello straniero (i rifugiati del Medio oriente o d’Africa, i Venezuelani) o delle minoranze (con Erdogan che accentua il suo linguaggio anticurdo, Orban che prende di mira i Rom e Putin i ceceni).
Apparentemente la Cina presenta una certa serenità, ma le tensioni politiche non mancano, nonostante il notevole sviluppo economico e militare. Dalla fine degli anni ’70, la Cina ha abbandonato la sua economia essenzialmente autarchica per sviluppare, sul modello giapponese o singaporiano, un’economia gradualmente integrata ai mercati regionali e poi a quelli globali. Questa linea politica, voluta da Deng Xioping non è stata mantenuta senza scosse e lotte politiche, come illustrato dagli avvenimenti di Tienanmen e ancora verso il 2003, ma essa è stata accentuata tra il 2003 e il 2013 dal presidente Hu Jintao. Questo orientamento necessitava dello stabilirsi di relazioni pacifiche con gli Stati Uniti: nel 1992 veniva firmato un protocollo d’intesa che accoglieva le richieste americane in tema di tariffe doganali e di proprietà dei diritti di proprietà intellettuale. Era anche accompagnata da un’ondata di democratizzazione negli anni ’80 e ’90, con tuttavia delle limitazioni dopo Tienanmen.
L’arrivo al potere di Xi Jinping mostra un certo riorientamento della politica cinese che sul piano politico si esprime, come in altri paesi, con uno scivolamento verso il potere nelle mani di un leader forte. Xi è presentato come uguale a Mao. Questo riorientamento è il frutto di un certo numero di fattori:
- Il vigoroso sviluppo economico della Cina, che va di pari passo con una affermazione più spinta di espansione internazionale (la nuova “via della seta”);
- Esso si accompagna con delle manifestazioni più esplicite di nazionalismo e con uno sviluppo impressionante della sua forza militare, mentre gli Stati Uniti sviluppano un atteggiamento sempre più aggressivo verso la Cina;
- La mutazione supersonica dell’economia cinese che, tra l’altro, “ha generato profonde fratture spaziali e sociali e importanti danni ambientali.(…) Il coefficiente di Gini, che misura la diversificazione dei redditi e quindi del grado di disuguaglianza delle società, è passato da 0,16 all’inizio della transizione postmaoista a una media di 0,4 dalla fine degli anni 90 (l’indice è di 0,27 in Svezia, 0,32 in Francia, 0,34 in Gran Bretagna e 0,4 negli Stati Uniti)” (Le Monde Diplomatique, dicembre 2017).
In questo contesto, in seno al partito sembrano esistere oggi due tendenze: una tendenza economista e una tendenza nazionalista. Con Xi quest’ultima sembra predominante (“Nessuno si aspetti che la Cina ingoi bocconi amari a scapito dei suoi interessi) (19° Congresso del PCC, 18.10.2017) ma sembra che ci siano discussioni nel partito tra una frazione che tende a voler fare delle concessioni agli Stati Uniti (secondo la concezione di Deng Xiaoping “nascondere le proprie qualità e aspettare la propria ora”) e una per la linea dura di confronto con gli Stati Uniti. Xi sembra appartenere a quest’ultima: “affermarsi sulla scena internazionale come numero uno di un ‘grande paese’ – secondo la sua espressione – trattando da pari a pari con gli Stati Uniti” (Le Monde Diplomatique, ottobre 2018).
Come il Rapporto sulla decomposizione del 22° Congresso della CCI ricordava, la decomposizione, di cui il populismo è una delle espressioni più significative, è un fattore decisivo nell’evoluzione della società ed è un processo irreversibile. Anche se il populismo non è il risultato di una volontà politica deliberata dei settori dominanti della borghesia, questi non hanno potuto evitare che il suo impatto sul loro apparato politico prendesse una tale ampiezza da comportare una perdita di controllo su questo apparato e degli scossoni che caratterizzeranno più che mai la vita politica della borghesia nei prossimi periodi.
1. Queste convulsioni dell’apparato politico della borghesia sono chiaramente diverse dalle varie crisi politiche che la borghesia ha potuto conoscere negli anni ’60, ’70 e ’80. Il loro contesto è radicalmente differente: prima degli anni novanta, le crisi politiche della borghesia erano legate o all’incapacità a fare fronte alla classe operaia o alle conseguenze di confronti imperialisti (crisi di Suez in Gran Bretagna e in Francia, crisi algerina in Francia, trattato di Maastricht in Francia e in Olanda, ecc.) ed erano gestiti in seno all’apparato politico.
La crisi attuale riguarda invece proprio la perdita di controllo sull’apparato politico da parte della borghesia. L’avevamo già messo in evidenza nell’ultimo rapporto sulla vita della borghesia (17° congresso della CCI, 2007): “La borghesia dei paesi più sviluppati d’Europa, del Giappone e degli Stati Uniti, una volta maestra nell’arte sottile della manipolazione elettorale, incontra oggi delle crescenti difficoltà nell’ottenere il minimo risultato auspicato”. Le inverosimili convulsioni politiche che toccano le borghesie inglesi, americana e tedesca, le tre borghesie più esperte nel passato a giostrare con maestria il gioco politico, illustrano perfettamente la gravità del problema.
I movimenti populisti si formano intorno a tematiche ricorrenti come quelle dei rifugiati, della sicurezza, del risentimento delle persone più colpite dalla crisi economica, ma si alimentano anche con delle tensioni specifiche delle proprie borghesie nazionali: disorientamento della borghesia americana di fonte all’indebolimento della loro leadership mondiale, ambiguità della borghesia britannica di fronte all’Europa, divisioni tra frazioni regionaliste e nazionaliste in seno alla borghesia spagnola o belga, e così via.
2. Allo stesso tempo che l’accentuazione della pressione del populismo getta l’apparato politico tradizionale della borghesia nel caos, questi movimenti tendono a beneficiare oggi in diversi paesi – e non solo i paesi dell’Europa dell’est ma anche, per esempio, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – del sostegno di frazioni della grande borghesia. Così, negli Stati Uniti, non solo i settori della siderurgia o dell’automobile possono sostenere la politica protezionista di Trump, ma anche il settore High Tech contro la crescita della potenza di compagnie cinesi, come Hawei o Alibaba, che minacciano il loro dominio nel mondo. Altri settori della Silicon Valley possono essere favorevoli ad un riavvicinamento con la Russia.
3. Il populismo è la politica della strada. Nei fatti, se i partiti e i movimenti populisti generano una evidente energia militante, a differenza dei partiti tradizionali, è perché essi non rispettano più i tabù e permettono quindi l’espressione di ogni pregiudizio.
Le campagne populiste, marcate dalla collera e dal risentimento, denigrano il mondo politico tradizionale e le élite e individuano dei colpevoli per le cose che non vanno. Esse spingono a stigmatizzare gruppi ed individui, a sviluppare una tendenza verso la loro demonizzazione, cosa che già si manifesta e che si manifesterà sempre più frequentemente ed esplicitamente in diverse forme: attacchi contro dei centri di accoglienza per rifugiati in Germania; lettere con una polvere sospetta indirizzate a Trump e ad altri membri della sua amministrazione durante la campagna per le elezioni di medio termine, mentre dei pacchetti trappola venivano inviati a dei parlamentari democratici, ai mezzi di informazione (CNN) o ancora ad esponenti delle elite (Soros); attentato antisemita perpetratoda un suprematista bianco a Pittsburgh; tentativo di uccisione del candidato alla presidenza Bolsonaro in Brasile e, di ritorno, le minacce dello stesso Bolsonaro contro il PT e altri movimenti di sinistra; polarizzazione dei “gilet gialli” sulla figura di Macron, e così via.
4. Contrariamente alle prime espressioni del populismo (Haider, Berlusconi…) che difendevano una politica economica ultraliberale, i partiti populisti attuali portano avanti piuttosto una politica volta a proteggere la popolazione autoctona (“prima gli italiani”, i “veri finlandesi”, il “Eigen volk eerst” (innanzitutto il proprio popolo) dei populisti fiamminghi, ecc.) discriminando apertamente gli altri. Questo può implicare un protezionismo economico o la promozione di una forma di politica neokeynesiana patriottica: Trump ha la pretesa di difendere i lavoratori americani e il loro lavoro contro “l’invasione” di immigrati messicani e centroamericani ma anche dei prodotti stranieri; i governi polacco o ungherese prendono misure di protezione per i loro salariati e pensionati mentre si oppongono ad ogni quota di rifugiati in nome della difesa dell’integrità culturale della nazione; il governo Lega-M5S in Italia mette in piedi una politica intransigente e dura contro l’accoglienza di rifugiati mentre pianifica un reddito di cittadinanza per i cittadini italiani e l’anticipo dell’età di pensionamento da 67 a 62 anni. Questo tipo di politica appare come più “realista” rispetto a quella della sinistra, nella misura in cui la salvaguardia dei vantaggi degli oppressi autoctoni si fa a detrimento di quelli di altri oppressi.
Recenti avvenimenti in Russia ed in Ungheria mettono in evidenza che non bisogna sottostimare l’importanza di una tale politica “sociale” patriottica per la credibilità dei movimenti populisti e dei “leader forti”. In Russia, per esempio, la riforma delle pensioni, che Putin e il suo governo hanno fatto passare profittando della campagna mediatica sulla Coppa del Mondo di calcio, che prevede il passaggio dell’età pensionabile da 55 a 63 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, ha provocato forti proteste e una diminuzione del tasso di popolarità di Putin dall’80 al 63%. Quindi questi ha dovuto immediatamente addolcire le misure e annunciare una forte rivalutazione delle pensioni, senza riuscire tuttavia a convincere completamente, visto che la sua popolarità è proprio basata sul fatto che, restaurando il controllo dello Stato sugli oligarchi, era riuscito a garantire un pagamento regolare dei salari e della pensioni.
In Ungheria ci sono state importanti manifestazioni contro la legge “schiavista” del governo Orban, che abolisce quasi totalmente la retribuzione delle ore di straordinario.
5. In risposta all’avanzare del populismo, la borghesia ha messo in piedi delle campagne antipopuliste, per esempio in Francia durante la campagna elettorale del 2017 negli USA dove l’opposizione populismo/antipopulismo è al centro della vita politica dopo l’elezione, come si è visto anche con le elezioni di medio termine. Spesso, pur opponendosi al populismo, queste campagne di ispirano e riprendono largamente le idee populiste:
- In Francia, la campagna per l’elezione di Macron ha utilizzato le stesse strategie del populismo: rigetto dei partiti tradizionali, uomo “nuovo” (Macron) e “movimento” politico (LREM) presentati come una rottura con il passato, …;
- Avanzando come priorità la necessità di eliminare il terrorismo ed assicurare la sicurezza pubblica del cittadino (controlli rafforzati, moltiplicazione di telecamere…), si istilla anche l’idea che è inevitabile accettare di sacrificare un po’ di libertà per avere più sicurezza;
- Lafontaine in Germania e Podemos in Spagna combattono il populismo traducendo il suo discorso in una versione di “sinistra”: creando un’opposizione fra una sinistra che preconizza “frontiere aperte” e un’altra sinistra che sostiene invece “frontiere chiuse ed aiuti a casa loro”, essi integrano gli argomenti populisti nel seno stesso del discorso antipopulista.
CCI, gennaio 2019
[1] Vedi CCI on line: https://it.internationalism.org/cci/201612/1372/sul-problema-del-populismo [19]
La CCI ha adottato le Tesi sulla decomposizione[1] più di 25 anni fa. Da quel momento, quest'analisi dell'attuale fase della vita della società è diventata un elemento centrale nella comprensione da parte della nostra organizzazione di come il mondo stia evolvendo. Il seguente documento è un aggiornamento delle tesi sulla decomposizione alla luce dell'evoluzione della situazione mondiale nell'ultimo quarto di secolo, e in particolare di quest'ultimo periodo.
In termini concreti, dobbiamo confrontare i punti essenziali delle tesi con la situazione attuale: fino a che punto gli aspetti proposti si sono verificati, o anche amplificati, o sono stati negati o devono essere completati. Un approccio così sistematico è tanto più necessario perché tra gli effetti del periodo di decomposizione, a causa della stessa natura di quest'ultima, i rivoluzionari sono costretti a confrontarsi costantemente con un fenomeno che pesa sull'intera società, "il rifiuto di un pensiero razionale, coerente e costruttivo, che non esclude anche alcuni campi "scientifici" (Tesi 8), ciò che spiega in parte il motivo per cui questa questione non sia compresa dalla maggior parte dei gruppi che si rivendicano alla Sinistra comunista. In particolare, l'attuale situazione globale ci impone di ritornare su tre questioni di primaria importanza:
- terrorismo
- rifugiati
- l'ascesa del populismo come manifestazione della perdita di controllo da parte della borghesia del suo gioco politico.
“ (…) è ugualmente indispensabile mettere in evidenza la differenza fondamentale che esiste tra gli elementi di decomposizione che hanno intaccato il capitalismo dall’inizio del secolo e la decomposizione generalizzata nella quale sprofonda attualmente questo sistema e che non potrà che aggravarsi ulteriormente. Anche qui, al di là dell’aspetto strettamente quantitativo, il fenomeno della decomposizione sociale raggiunge oggi una tale profondità e una tale estensione da acquistare una qualità nuova e singolare manifestando l’entrata del capitalismo decadente in una fase specifica, la fase ultima della sua storia, quella in cui la decomposizione diviene un fattore, se non il fattore decisivo dell’evoluzione della società." (Punto 2)"
“Concretamente, non solo nella fase di decomposizione restano la natura imperialista di tutti gli Stati, la minaccia di guerra mondiale, l’assorbimento della società civile da parte del Moloch statale, la crisi permanente dell’economia capitalista, ma addirittura questa fase rappresenta la conseguenza ultima, la sintesi completa di tutti questi elementi. " (Punto 3).
"In una tale situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza riuscire ad imporre la loro propria risposta decisiva, la storia non può attendere fermandosi. Ancor meno che per gli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, non è possibile per il capitalismo congelare la situazione, la vita sociale. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che aggravarsi, l’incapacità della borghesia di offrire la minima prospettiva per l’insieme della società così come l’incapacità del proletariato di affermare apertamente la propria prospettiva nell’immediato non possono che sfociare in un fenomeno di decomposizione generalizzata, di incancrenimento generale della società.” (Punto 4).
"In effetti nessun modo di produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso dominata. E ciò è particolarmente valido per il capitalismo in quanto rappresenta il modo di produzione più dinamico della storia." (Punto 5).
"... in una situazione storica in cui la classe operaia non è ancora capace di ingaggiare immediatamente la lotta per la propria prospettiva, la sola che sia veramente realista, la rivoluzione comunista, e mentre la borghesia a sua volta risulta incapace di proporre una qualsivoglia prospettiva, anche a breve termine, la capacità che quest’ultima ha testimoniato in passato, nel corso stesso del periodo di decadenza, di limitare e controllare il fenomeno della decomposizione, non può che ridursi drasticamente con l’avanzare della crisi ". (Punto 5)
Per cominciare, dobbiamo insistere su di un aspetto essenziale della nostra analisi: il termine "decomposizione" viene utilizzato in due modi diversi. Da un lato, si applica a un fenomeno che colpisce la società, in particolare nel periodo di decadenza del capitalismo e, dall'altro, designa una particolare fase storica di quest'ultima, la sua fase finale:
"(...) il fenomeno della decomposizione sociale raggiunge oggi una tale profondità ed una tale estensione da acquisire una nuova e singolare qualità che manifesta l'ingresso del capitalismo decadente in una fase specifica - la fase finale - della sua storia, quella in cui la decomposizione diventa un fattore, se non quello decisivo, dell'evoluzione della società".
Alla base della nostra analisi della decomposizione c'è la costatazione di questa situazione inedita in cui nessuna delle due classi principali della società, la borghesia e il proletariato, è in grado di dare la propria risposta alla crisi dell'economia capitalista, guerra mondiale o rivoluzione comunista. Anche se ci fosse un cambiamento nell'equilibrio delle forze tra le classi, se per esempio la borghesia si stesse muovendo verso una nuova guerra generalizzata o se il proletariato si ingaggiasse in lotte tali da aprire una prospettiva rivoluzionaria, ciò non significherebbe che questo periodo di decomposizione della società sia stato superato (come afferma stupidamente il GIGC per esempio). Il processo di decomposizione della società è irreversibile perché corrisponde alla fase agonizzante della società capitalista. Nel caso di un cambio in questo equilibrio, l'unica cosa che potrebbe succedere, sarebbe un rallentamento di questo processo, ma non certamente un suo "ritorno indietro". Ad ogni modo, un tale cambio di equilibrio non è avvenuto. Durante l'ultimo quarto di secolo, il proletariato mondiale nel suo insieme è stato assolutamente incapace di darsi anche approssimativamente una prospettiva per rovesciare l'ordine esistente. Al contrario, abbiamo piuttosto assistito a una regressione della sua combattività e della sua capacità di schierare l'arma fondamentale della sua lotta, la solidarietà.
Allo stesso modo, la borghesia non è riuscita a darsi una prospettiva reale tranne quella di "salvare il salvabile" della sua economia procedendo alla giornata (Tesi, punto 9). A seguito del crollo del blocco dell'Est, l'economia mondiale ha sembrato conoscere, dopo un periodo di instabilità in quest'area, una significativa attenuazione della sua crisi. In particolare, abbiamo visto l'emergere dei BRICS (Brasile - Russia - India - Cina - Sudafrica) con tassi di crescita impressionanti. Tuttavia, la bella euforia della borghesia mondiale, che credeva che la sua economia stesse ripartendo come durante i "30 gloriosi" [gli anni del secondo dopoguerra, ndr], è stata crudelmente raffreddata dagli sconvolgimenti del 2007-2008 che hanno messo in luce la fragilità del settore finanziario e fatto aleggiare la minaccia di una depressione simile a quella degli anni ‘30. La borghesia mondiale è riuscita a limitare il danno, in particolare con la massiccia immissione di fondi pubblici nell'economia, ciò che ha portato a un'esplosione dei debiti sovrani e causato in particolare la crisi dell'Euro nel periodo 2010-2013. Allo stesso tempo, il tasso di crescita della prima economia mondiale è rimasto a un livello inferiore rispetto a quello di prima del 2007, nonostante i tassi di interesse fossero praticamente pari a zero. Per quanto riguarda i BRICS così tanto elogiati, ora si sono ridotti a ICS poiché il Brasile e la Russia stanno affrontando un drammatico rallentamento di crescita, se non addirittura di recessione. Ciò che prevale oggi nella classe dominante non è l'euforia, la convinzione in un "domani radioso", ma l'oscurità e l'inquietudine, e ciò certamente non dà all'insieme della società la sensazione di un "possibile futuro migliore", specialmente agli sfruttati le cui condizioni di vita non cessano di degradare.
Pertanto, le condizioni storiche che sono state all'origine di questa fase di decomposizione non solo sono state mantenute, ma sono peggiorate, il che ha comportato un peggioramento della maggior parte delle manifestazioni di decomposizione.
Per comprendere meglio un tale aggravamento, è importante ricordare - come sottolinea il punto 2 delle Tesi - che noi stiamo parlando dell'epoca o della fase di decomposizione e non semplicemente di "manifestazioni di decomposizione".
Il punto 1 delle tesi insiste sul fatto che esiste una differenza cruciale tra la decadenza del capitalismo e la decadenza di altri modi di produzione che lo hanno preceduto. Sottolineare questa differenza è importante in relazione alla questione che costituisce la chiave della decomposizione: la prospettiva. Per limitarsi alla decadenza del feudalesimo, quest'ultima fu limitata dall'emergere "in parallelo" dei rapporti capitalisti e dall'ascesa graduale e parziale della classe borghese. La decomposizione di una serie di forme economiche, sociali, ideologiche e politiche della società feudale è stata in qualche modo mitigata dalla strumentalizzazione da parte di quest'ultima (non necessariamente con una reale coscienza) del nuovo modo di produzione emergente. Possiamo dare due esempi: la monarchia assoluta è servita in alcuni paesi per lo sviluppo economico del capitale, contribuendo alla formazione di un mercato nazionale; la visione religiosa della "purificazione del corpo" – supposto essere il covo del diavolo - aveva un'utilità nell'accumulazione primitiva del capitale per la crescita del tasso di natalità e per imporre la disciplina ai futuri proletari.
Ecco perché, nella decadenza del feudalesimo, potevano esserci manifestazioni di decomposizione sociale più o meno avanzate, ma non sarebbe potuta esistere un'epoca specifica di decomposizione. Nella storia umana alcune civiltà molto isolate sono finite in una completa decomposizione che ha portato alla loro scomparsa. Tuttavia, solo il capitalismo può avere nella sua decadenza un'epoca globale di decomposizione, come fenomeno storico e mondiale.
Le tesi del 1990 indicavano le principali manifestazioni sociali di decomposizione:
"- la moltiplicazione di carestie che avvengono nei paesi del ‘terzo mondo’(...)
Le cifre ufficiali della FAO mostrano un abbassamento dei tassi di denutrizione dagli anni 1990. Tuttavia, ci sono ancora quasi un miliardo di persone che sono vittime della denutrizione. Questa tragedia colpisce principalmente l'Asia del Sud e soprattutto l'Africa sub-sahariana dove, in alcune regioni, quasi la metà della popolazione soffre la fame, in particolare i bambini, con conseguenze drammatiche per la loro crescita e il loro sviluppo. Mentre la tecnologia ha portato a fenomenali aumenti della produttività, anche nel settore agricolo, mentre gli agricoltori in molti paesi non riescono a vendere i loro prodotti, la fame per centinaia di milioni di persone continua a costituire quel flagello proveniente dai peggiori periodi della storia umana. E se non colpisce i paesi ricchi, è perché lo Stato è ancora in grado di nutrire i suoi poveri. Infatti, 50 milioni di persone negli Stati Uniti ricevono buoni alimentari.
Oggi più di un miliardo di esseri umani vivono in bidonville e la cifra non ha fatto che crescere dal 1990. In pratica la “trasformazione del Terzo Mondo in una immensa bidonville si è pienamente verificata, al punto che il rapporto Global Risks presentato al forum di Davos nel 2015 considera per la prima volta “l’urbanizzazione rapida e incontrollata” tra i rischi maggiori che minacciano il pianeta, constatando in particolare che a scala mondiale “il 40% della crescita urbana si fa nelle bidonville”, il che significa che questa proporzione è molto più elevata nei paesi sottosvilupppati.
E questo fenomeno di sviluppo delle baraccopoli tende a diffondersi nei paesi più ricchi, in varie forme: dai milioni di americani che hanno perso la casa durante la crisi dei "subprime" vanno a gonfiare le schiere di persone senza fissa dimora già esistenti, ai campi Rom o di rifugiati nelle periferie di molte città in europee, e persino nel loro centro ... E anche tra coloro che hanno un alloggio permanente, decine di milioni di essi vivono in veri e proprio tuguri. Nel 2015 il 17,4% della popolazione dell'Unione Europea viveva in abitazioni sovraffollate, il 15,7% delle case aveva infiltrazioni o si deteriorava e il 10,8% soffriva il freddo nella propria casa. E questo non solo nei paesi europei poveri, ma anche in Germania, dove queste cifre raggiungevano rispettivamente il 6,7%, 13,1% e 5,3% e, nel Regno Unito, dell'8%, 15,9% e 10,6%.
Per quanto riguarda i disastri "accidentali", potremmo citare numerosi esempi negli ultimi 25 anni. Basti ricordarne due tra i più spettacolari e drammatici che hanno colpito non i paesi del Terzo mondo, ma le due potenze economiche più sviluppate: le alluvioni di New Orleans nell'agosto 2005 (quasi 2000 morti, una città svuotata dei suoi abitanti) e il disastro di Fukushima nel marzo 2011 (che è dello stesso livello di quello di Chernobyl nel 1986).
Per quanto riguarda "il degrado dell'ambiente che raggiunge proporzioni sconcertanti", eravamo ancora lontani, quando è stata scritta questa frase, dai risultati e previsioni che ora sono unanimi nella comunità scientifica e che la maggior parte dei settori borghesi di tutti i paesi hanno preso a loro conto (anche se la classe dirigente non è in grado di attuare le misure necessarie a causa delle leggi stesse del capitalismo). L'elenco delle catastrofi è lungo non solo per quelle che cadranno sull'umanità a causa della distruzione dell'ambiente, ma anche per quelle che in questo momento ci stanno colpendo: inquinamento atmosferico delle città e delle acque oceaniche, cambiamento climatico con fenomeni meteorologici sempre più violenti, desertificazione avanzata, accelerazione della scomparsa di specie animali e vegetali che minaccia sempre più l'equilibrio biologico del nostro pianeta (per esempio la scomparsa delle api è una minaccia per le nostre risorse alimentari).
" l'incredibile corruzione che cresce e prospera nell'apparato politico (...)
Tutti questi aspetti sono stati confermati e si sono persino aggravati. Tralasciando temporaneamente quelli relativi ai punti che tratteremo in particolare dopo (terrorismo, questione dei rifugiati e aumento del populismo), si può notare, ad esempio, che la violenza e la criminalità urbana hanno conosciuto un'esplosione in molti paesi dell'America Latina e anche nei sobborghi di alcune città europee, in parte in relazione al traffico di droga, ma non solo. Per quanto riguarda questo traffico e l'enorme peso che ha assunto nella società, anche a livello economico, possiamo dire che corrisponde all'esistenza di un "mercato" in continua espansione a causa del crescente malessere e della disperazione che colpisce tutti i segmenti della popolazione. Per quanto riguarda la corruzione e tutte le manipolazioni costituenti la "delinquenza dei colletti bianchi", questi ultimi anni non sono stati avari di scoperte (come quelle dei "Panama Papers" che sono solo una piccola punta dell'iceberg del gangsterismo che finanzia sempre più la finanza). Per quanto riguarda la venalità delle creazioni artistiche, possiamo citare la recente attribuzione del Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, simbolo artistico della rivolta degli anni '60, ma se ne potrebbero trovare molte altre. Infine, la distruzione delle relazioni umane, dei legami familiari e delle affettività non ha fatto che aggravarsi come evidenziato dal consumo di antidepressivi, dall'esplosione della sofferenza psichica sul lavoro, l'apparizione di nuovi mestieri destinati ad "istruire" le persone, così come vere e proprie ecatombi come quello dell'estate 2003 in Francia, dove 15.000 anziani morirono durante l'ondata di caldo.
Ovviamente, questa non è una nuova questione, né nella storia, né nelle analisi della CCI (vedi ad esempio i testi "Terrore, terrorismo e violenza di classe" pubblicati nei numeri 14 e 15 della Révue Internationale).
Detto ciò, è importante ricordare che è a partire dagli attentati di Parigi nel 1985 che il nostro compagno MC aveva avviato la riflessione sulla decomposizione. Le tesi analizzano, come particolarmente significativo dell'ingresso del capitalismo nella fase di decomposizione: " lo sviluppo del terrorismo, delle prese di ostaggi, come mezzo di guerra tra Stati, a dispetto delle ‘leggi’ che il capitalismo si era dotato per ‘regolamentare’ i conflitti tra le frazioni della classe dominante ".
È necessario rilevare quanto sia diventata importante questa questione nella vita del capitalismo. Oggi, il terrorismo come strumento di guerra tra Stati ha acquisito una posizione centrale nella vita sociale. Abbiamo persino visto la costituzione di un nuovo stato, Daesh, con il suo esercito, la sua polizia, la sua amministrazione, le sue scuole, di cui il terrorismo è l'arma prediletta.
La crescita quantitativa e qualitativa dello scenario terroristico ha compiuto un passo decisivo 15 anni fa con l'attacco alle Torri Gemelle, ed è stata la prima potenza mondiale ad aprirgli deliberatamente le porte per giustificare il suo intervento in Afghanistan e in Iraq. Essa ha avuto successivamente conferma con gli attacchi a Madrid nel 2004 e a Londra nel 2005. La costituzione di Daesh nel 2013-14 e gli attacchi in Francia nel 2015-16, in Belgio e Germania nel 2016 rappresentano un’altra tappa di primo piano di questo processo.
Inoltre, le tesi ci forniscono elementi di spiegazione del crescente fascino dello jihadismo e degli atti suicidi da parte di giovani dei paesi sviluppati:
" lo sviluppo del nichilismo, del suicidio di giovani, della disperazione, dell'odio e della xenofobia (...)
la proliferazione di sette, il rifiorire dello spirito religioso, anche in alcuni paesi avanzati, il rigetto di un pensiero razionale, coerente, logico (...)
il dilagare in questi stessi mezzi di comunicazione di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di massacri (...)"
Tutti questi aspetti non hanno fatto che rafforzarsi negli ultimi decenni. Colpiscono tutti i settori della società. Così, nel paese più avanzato del mondo, abbiamo assistito, all'interno di uno dei due partiti politici incaricati della gestione degli interessi del capitale nazionale, allo sviluppo di una "destra religiosa" (il "Tea Party"), un movimento che tocca i settori più avvantaggiati della società. Allo stesso modo, in un paese come la Francia, l'adozione del matrimonio omosessuale (che di per sé è stato solo una manovra della sinistra per far dimenticare il tradimento delle sue promesse elettorali e gli attacchi che essa ha portato contro gli sfruttati) ha visto la mobilitazione di milioni di persone, di ogni origine sociale, ma soprattutto borghese e piccolo borghese, che consideravano che tale misura fosse un insulto fatto a Dio. Allo stesso tempo, l'oscurantismo e il fanatismo religioso continuano a crescere tra le fasce più svantaggiate della popolazione, in particolare tra i giovani proletari provenienti dall'immigrazione musulmana, coinvolgendo un numero significativo di giovani "cittadini di seconda generazione". Mai, nelle città europee, sono state visti così tanti veli e persino "burqa" sulla testa di donne musulmane. E che dire dell'atteggiamento di quelle decine di migliaia di giovani che, dopo l'assassinio dei fumettisti del giornale Charlie Hebdo, hanno detto che quest’ultimi se la erano cercata disegnando il "Profeta"?
Questo problema non è affrontato nelle Tesi del 1990. Bisogna aggiungere ad esse un complemento che affronti questa questione.
Negli ultimi anni, le questioni relative ai rifugiati sono diventate centrali nella vita sociale. Nel 2015, oltre 6 milioni di persone sono state costrette a lasciare il loro paese, portando il numero di rifugiati nel mondo a oltre 65 milioni (più della popolazione della Gran Bretagna). A questo numero dobbiamo aggiungere i 40 milioni di persone che sono sfollate all'interno del proprio paese. Si tratta di un fenomeno senza precedenti dopo la seconda guerra mondiale.
Gli spostamenti di popolazioni fanno parte della storia della specie umana, una specie apparsa in una piccola area dell'Africa orientale 200.000 anni fa e che si è diffusa in tutto il mondo, ovunque ci fossero risorse sfruttabili per nutrirsi e far fronte ad altri bisogni fondamentali della vita. Uno dei grandi momenti di questi spostamenti della popolazione è quello della colonizzazione della maggior parte del pianeta da parte delle potenze europee, un fenomeno apparso 500 anni fa e che coincide con l'ascesa del capitalismo (al riguardo vedi le pagine del Manifesto comunista). In generale, i flussi migratori (se in essi possiamo includere mercanti, avventurieri o militari animati dalla conquista) si compongono principalmente di popolazioni che fuggono dal loro paese a causa delle persecuzioni ("i protestanti inglesi "Mayflower", gli ebrei d'Europa dell'Est) o dalla miseria (irlandesi, siciliani). È solo con l'ingresso del capitalismo nel suo periodo di decadenza che si invertono i flussi migratori dominanti. Sempre più spesso sono gli abitanti delle colonie che, scacciati dalla povertà, vengono in cerca di lavoro (generalmente scarsamente qualificato e scarsamente retribuito) nelle metropoli. Un fenomeno che è proseguito dopo le ondate di decolonizzazione che si sono succedute dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni '60. E' stato alla fine degli anni '60 che la crisi aperta dell'economia capitalista, che vede un aumento della disoccupazione nei paesi sviluppati contemporaneamente all'accentuazione della miseria nelle ex colonie, a provocare una crescita significativa dell'immigrazione clandestina. Da allora, la situazione non ha fatto che peggiorare nonostante l'ipocrita retorica della classe dirigente, che trova in questi "migranti privi di documenti" una mano d'opera persino più economica di quella che dispone di documenti.
Pertanto, per diversi decenni, i flussi migratori hanno riguardato principalmente l'emigrazione economica. Ma ciò che è nuovo negli ultimi anni è che la percentuale di immigrati fuggiti dal proprio paese per motivi di guerra o repressione è esplosa, creando una situazione come quella che abbiamo vissuto alla fine della guerra di Spagna o alla fine della seconda guerra mondiale. Anno dopo anno, il numero di rifugiati, che, con ogni mezzo, incluso i più pericolosi, bussa alla porta d'Europa sta aumentando, il che mette alla prova le capacità d'accoglienza dei paesi europei e rende la questione dei rifugiati uno delle maggiori sfide politiche in questi paesi (vedi in seguito la questione sul populismo).
Gli enormi spostamenti di popolazioni non sono fenomeni peculiari della fase di decomposizione. Ma oggi acquisiscono una dimensione che ne fa un elemento singolare di questa decomposizione e possiamo applicare a questo fenomeno ciò che abbiamo detto nel 1990 sulla disoccupazione:
"Di fatto la disoccupazione, che deriva direttamente dalla crisi economica, se non è di per sé una manifestazione di decomposizione, finisce per comportare, in questa particolare fase della decadenza, delle conseguenze che fanno di essa un elemento singolare di questa decomposizione" (Punto 14).
L'anno 2016, con in particolare la "Brexit" a giugno e l'elezione di Donald Trump a capo della principale potenza mondiale a novembre, ma anche una certa affermazione del partito di estrema destra AFD alle elezioni regionali in Germania a settembre, segna un passo di grande importanza nello sviluppo di un fenomeno che fino ad ora non era stato significativo in paesi come la Francia, l'Austria o, in misura minore, l'Italia: l'ascesa dell'estrema destra populista alle elezioni. Un fenomeno che, ovviamente, non è il risultato di una volontà politica voluta dai settori dominanti della borghesia anche se, ovviamente, questi settori sanno come utilizzarlo contro la coscienza del proletariato.
Le tesi del 1990 dicevano:
"Tra le principali caratteristiche della decomposizione della società capitalistica è necessario sottolineare la crescente difficoltà della borghesia a controllare l'evoluzione della situazione a livello politico" (Punto 9).
"Questa tendenza generale per la borghesia alla perdita di controllo della gestione della sua politica, se costituisce uno dei fattori di primo piano del crollo del blocco dell’Est, non potrà che accentuarsi con tale sprofondamento, e ciò a causa:
La prima conseguenza, l'aggravamento della crisi economica derivante dal crollo del blocco orientale, se pur inizialmente verificatosi, non è continuata. Tuttavia, gli altri aspetti sono rimasti validi. Ciò che deve essere sottolineato nella situazione attuale è la piena conferma di quell’aspetto che abbiamo identificato 25 anni fa: la tendenza verso una crescente perdita di controllo da parte della classe dominante del suo apparato politico.
Ovviamente, questi eventi sono usati da diversi settori della borghesia (in particolare quelli di sinistra) per ravvivare la fiamma dell'antifascismo (principalmente in Germania) per ovvie ragioni storiche. Allo stesso modo in Francia, durante le ultime elezioni regionali del dicembre 2015, abbiamo assistito ad un "Fronte repubblicano" che ha visto il Partito socialista ritirare i suoi candidati e chiedere un voto per la destra per bloccare la strada al Fronte Nazionale. Detto questo, è chiaro che il principale obiettivo delle campagne antifasciste, come la storia ci ha insegnato, la classe operaia, non è attualmente una minaccia o una grande preoccupazione per la borghesia.
In realtà, l'opinione quasi unanime che abbiamo visto nei settori più responsabili della borghesia e dei loro media contro la Brexit, contro l'elezione di Trump, contro l'estrema destra in Germania o contro il Fronte Nazionale in Francia non può non essere considerata come una manovra: le opzioni economiche e politiche sostenute dal populismo non sono affatto un'opzione realistica per la gestione del capitale nazionale (a differenza delle opzioni della sinistra del capitale che propongono un ritorno a soluzioni keynesiane di fronte agli eccessi della globalizzazione ordo-liberale). Se ci si limita al caso europeo, se i governi guidati dai populisti applicassero il loro programma produrrebbero solo una sorta di vandalismo che aggraverebbe ulteriormente l'instabilità che minaccia le istituzioni di questo continente. E tanto più che lo staff politico dei movimenti populisti, se ha acquisito una seria esperienza nel campo della demagogia, non è in alcun modo preparato a farsi carico degli affari di Stato.
Quando abbiamo sviluppato la nostra analisi della decomposizione, abbiamo considerato che questo fenomeno avrebbe influenzato la forma dei conflitti imperialisti (vedi "Militarismo e decomposizione", Rivista Internationale n°17[2]) e anche la presa di coscienza del proletariato. Di contro, abbiamo considerato che non avrebbe avuto un impatto reale sull'evoluzione della crisi del capitalismo. Se l'attuale ascesa del populismo dovesse portare al potere questa corrente in alcuni dei principali paesi d'Europa, potremmo assistere allo sviluppo di un tale impatto della decomposizione.
In effetti, l'ascesa del populismo, se può avere cause specifiche in questo o quel paese (contraccolpo della caduta dello stalinismo in alcuni paesi dell'Europa centrale, effetti della crisi finanziaria del 2007-2008 che ha rovinato e privato della loro casa milioni di americani, ecc.) comporta un elemento comune che è presente nella maggior parte dei paesi avanzati: la profonda perdita di fiducia nelle "élite", cioè i classici partiti al potere (conservatori o progressisti di tipo socialdemocratici) a causa della loro incapacità a ripristinare la salute dell'economia, di arginare l’aumento costante della disoccupazione e della miseria. In questo senso, l'avanzamento del populismo è una sorta di rivolta contro gli attuali dirigenti politici. Una rivolta però che non può sfociare su una prospettiva alternativa al capitalismo. La sola classe che può dare una simile alternativa è il proletariato quando si mobilita sul suo terreno di classe e riesce a prendere coscienza della necessità e possibilità della rivoluzione comunista. Vale per il populismo lo stesso che vale per il fenomeno generale della decomposizione della società che segna l'attuale fase della vita del capitalismo: la loro causa determinante è l'incapacità del proletariato a proporre la sua risposta, la sua alternativa alla crisi del capitalismo. In questa situazione di vuoto, in qualche modo, di perdita di fiducia verso le istituzioni ufficiali della società che non sono più in grado di proteggerla, di perdita di fiducia nel futuro, la tendenza a guardare al passato, a cercare dei capri espiatori responsabili del disastro stanno diventando sempre più forti. In questo senso, l'ascesa del populismo è un fenomeno totalmente tipico del periodo di decomposizione. E ciò, specialmente se trova alleati preziosi nell'ascesa del terrorismo che crea un crescente senso di paura e impotenza e nell'afflusso di rifugiati, col timore che questi ultimi vengano a rubare lavoro agli autoctoni o a nascondere tra loro nuovi terroristi.
Quando abbiamo identificato l'entrata del capitalismo mondiale nella fase acuta della sua crisi economica abbiamo notato che questo sistema inizialmente era riuscito a respingere i suoi più catastrofici effetti sulla periferia, ma abbiamo anche detto che questi effetti sarebbero inevitabilmente tornati al centro come un boomerang. Lo stesso schema si applica alle tre questioni che abbiamo esaminato in modo più dettagliato dato che:
Il terrorismo esiste già su una scala molto più drammatica in alcuni paesi periferici
- questi stessi paesi stanno affrontando la questione dei rifugiati in un modo molto più massiccio che nei paesi centrali
- questi paesi si caratterizzano anche per le convulsioni del loro apparato politico.
Se oggi, nei paesi centrali, assistiamo a questo ritorno di boomerang è perché la società umana ha fatto un ulteriore passo avanti di sprofondamento nella sua decomposizione.
Una delle ragioni della difficoltà che incontra il proletariato, e soprattutto la sua avanguardia, a definire e comprendere questa epoca di decomposizione e armarsi contro di essa, è proprio la stessa natura della decomposizione come fase storica.
Il processo di decomposizione che imprime il suo marchio nel presente periodo storico è un fenomeno che avanza in modo molto subdolo. Nella misura in cui colpisce le basi più profonde della vita sociale e si manifesta attraverso una putrefazione delle più radicate relazioni sociali, non ha necessariamente un'espressione unica e indiscutibile come lo sono stati, per esempio, lo scoppio della guerra mondiale o i tentativi rivoluzionari. Esso è espresso piuttosto da una proliferazione di fenomeni senza apparente relazione tra di loro.
Di per sé, alcuni dei fenomeni che possono identificare la decomposizione non sono nuovi, ognuno è legato alle fasi precedenti della decadenza capitalista. Ad esempio, stiamo assistendo a una continuazione delle guerre imperialiste. Tuttavia, all'interno di questa continuità troviamo il ciascuno per sé e in particolare "lo sviluppo del terrorismo, la presa di ostaggi, come mezzo di guerra tra Stati, a scapito delle "leggi" che il capitalismo si era dato in passato per "regolare" i conflitti tra le frazioni della classe dominante "(Tesi 8). Questi elementi appaiono "confusi" nel campo delle caratteristiche classiche e generali della guerra imperialista, rendendoli difficili da identificare. Uno sguardo superficiale non li percepisce. È la stessa cosa a livello dell'apparato politico della borghesia (per esempio, l'emergere del populismo può essere collegato, erroneamente, ad un ritorno del fenomeno del fascismo tra le due guerre).
Il fatto che le due classi fondamentali della società (il proletariato e la borghesia) non siano in grado di dare una loro prospettiva favorisce la mancanza di una visione globale, un adattamento passivo all’esistente. Ciò favorisce le grette visioni piccolo-borghesi, cieche, disorientate e senza avvenire. Possiamo dire che la decomposizione costituisce di per sé un potente fattore di annientamento della coscienza della sua realtà. Ciò è molto pericoloso per il proletariato. Ma essa produce anche una cecità della borghesia, in maniera tale che la decomposizione, a causa della difficoltà ad essere riconosciuta, produce un fenomeno cumulativo che si sviluppa a spirale a livello dei suoi effetti.
Infine, due tendenze peculiari del capitalismo aggravano ulteriormente questa difficoltà nel riconoscere la decomposizione e le sue conseguenze:
il capitalismo è il modo di produzione più dinamico della storia (Tesi 5) e "la borghesia non può esistere senza rivoluzionare costantemente i mezzi di produzione, ovvero i rapporti di produzione, vale a dire l'insieme dei rapporti sociali" (Manifesto comunista). Ciò dà l'impressione di una "modernità" permanente, di una società che, nonostante tutto, "progredisce" e si sviluppa. Una delle conseguenze di ciò è che la decomposizione non si manifesta uniformemente in tutti i paesi. È più attenuata in Cina o in altri paesi asiatici. D'altra parte, assume una forma molto più estrema in altre parti del mondo, ad esempio in Africa o in alcuni paesi dell'America Latina. Tutto ciò tende a "mascherare" la decomposizione. Si potrebbe dire che l'odore nauseabondo che essa produce è attenuato dal profumo seducente della "modernità".
Nei paesi più sviluppati, la borghesia, con lo sviluppo del capitalismo di Stato, è ancora in grado di produrre alcune controtendenze per limitare gli effetti della decomposizione. Abbiamo visto un esempio nel caso della Brexit in cui la borghesia britannica si è rapidamente organizzata per limitare i danni.
Al loro punto 13, le Tesi affrontano questa questione nei seguenti termini:
"I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica:
Le esperienze di lotta degli ultimi 25 anni hanno ampiamente confermato queste analisi. In particolare, quando esaminiamo i due più avanzati movimenti di lotta dell'intero periodo: il movimento anti-CPE nel 2006 in Francia e il movimento degli Indignados in Spagna nel 2011. È vero che la solidarietà è stata al centro di questi due movimenti, come lo è stata al centro di esperienze più limitate - ad esempio, la mobilitazione contro la riforma delle pensioni in Francia nel 2003 o lo sciopero della metropolitana a New York nel 2005. Tuttavia, questi eventi sono rimasti isolati e, al di là di una simpatia piuttosto passiva, non hanno suscitato una mobilitazione generale della classe.
L'azione collettiva e di solidarietà, una delle caratteristiche fondamentali della lotta proletaria, ha avuto molte più difficoltà che in passato ad esprimersi, nonostante la gravità degli attacchi alla classe operaia, come per esempio i licenziamenti. È anche vero che l'intimidazione esercitata dalla crisi provoca un temporaneo riflusso della combattività; tuttavia, il fatto che un tale riflusso sia stato quasi permanente ci obbliga a capire che questo fattore, pur giocando un certo ruolo, non è l'unico, e a considerare l'importanza di ciò che dice la Tesi 13, l'"ognuno per sé", l'atomizzazione, il cavarsela da soli.
La questione organizzativa è al centro della lotta del proletariato. Tralasciando le enormi difficoltà che hanno le minoranze rivoluzionarie a prendere sul serio la questione organizzativa (cosa che merita un altro testo), le difficoltà della classe ad organizzarsi si sono aggravate, nonostante la spettacolare irruzione delle Assemblee Generali nel movimento degli Indignados o nel movimento anti-CPE. Oltre a questi esempi più avanzati, che rimangono una pietra miliare per il futuro, molte altre lotte simili hanno avuto parecchie difficoltà a organizzarsi. Per esempio, in particolare, il movimento "Occupy Wall Street" nel 2011 o i movimenti in Brasile e Turchia nel 2013.
La fiducia nella propria forza come classe, elemento chiave della lotta del proletariato, è stata gravemente carente. Nei due importanti movimenti appena menzionati, la stragrande maggioranza dei partecipanti non si riconosceva come classe operaia. Si considerava piuttosto come "semplici cittadini", il che è molto pericoloso dal punto di vista dell'impatto delle illusioni democratiche ma anche di fronte all'attuale ondata populista.
La fiducia nel futuro, e in particolare nella possibilità di una nuova società, è stata anche assente al di là di alcune intuizioni generali o della capacità a porsi in maniera molto embrionale questioni come quelle dello Stato, della moralità, della cultura, ecc. Questi tentativi sono certamente molto interessanti per il futuro, tuttavia sono rimasti molto limitati, e da un punto di vista generale molto al di sotto del livello di riflessione esistente nei movimenti più avanzati del 1968.
La coscienza e il pensiero logico costituiscono uno degli elementi, come nota il punto 13 delle Tesi, che trova un enorme muro davanti a se per svilupparsi. Se il ‘68 è stato preparato da una grande effervescenza sociale a livello di minoranze e ha dato luogo, in seguito e per un certo tempo, a una proliferazione di elementi in ricerca di posizioni rivoluzionarie, è necessario notare la scarsa maturazione sociale che ha preparato e che ha seguito i movimenti del 2006 e del 2011. Nonostante la gravità della situazione storica - incomparabilmente più grave del ‘68 - non s'è avuta una nuova generazione di minoranze rivoluzionarie. Ciò dimostra che il tradizionale divario nel proletariato - come sottolineato da Rosa Luxemburg - tra evoluzione oggettiva e la comprensione soggettiva si è acuito in modo molto importante con la decomposizione, un fenomeno da non sottovalutare.
[1] “La decomposizione fase ultima della decadenza del capitalismo”, su Rivista Internazionale n. 14 https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [8]
1. Alla fine degli anni ’60, con l’esaurirsi del boom economico del dopoguerra, la classe operaia era ritornata sulla scena sociale in risposta alla degradazione delle sue condizioni di vita. Le lotte operaie sviluppatesi su scala internazionale avevano così messo fine al periodo più lungo di controrivoluzione della storia. Esse avevano aperto un nuovo corso storico verso scontri di classe, impedendo così alla classe dominante di rispondere alla sua maniera alla crisi acuta del capitalismo: una 3a guerra mondiale. Questo nuovo corso storico era stato segnato dallo svilupparsi di lotte di massa, in particolare nei paesi centrali dell’Europa occidentale con il movimento del Maggio 68 in Francia, seguito da quello dell’“autunno caldo” in Italia nel 1969 e molte altre ancora, come in Argentina nel 1969 e in Polonia nell’inverno 1970-71. In questi movimenti di massa, vasti settori della nuova generazione che non aveva conosciuto la guerra avevano posto di nuovo la questione della prospettiva del comunismo come possibilità.
In rapporto con questo movimento generale della classe operaia alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70, si deve segnalare anche il risveglio internazionale, su scala molto piccola ma comunque significativa, della Sinistra Comunista organizzata: la tradizione che era rimasta fedele alla bandiera della rivoluzione proletaria mondiale durante la lunga notte della controrivoluzione. In questo risveglio la costituzione della CCI ha significato un rinnovamento ed un impulso importante per la Sinistra Comunista nel suo insieme.
Di fronte a una dinamica che tende alla politicizzazione delle lotte operaie, la borghesia (che si era lasciata sorprendere dal movimento del maggio 68) ha immediatamente sviluppato una controffensiva di grande ampiezza e di lungo termine, al fine di impedire alla classe operaia di rispondere alla crisi storica dell’economia capitalista con la rivoluzione proletaria.
2. A causa della rottura della continuità politica con il movimento operaio del passato, la tendenza alla politicizzazione del proletariato degli anni ’60 si era manifestata con l’emergere di quella che Lenin chiamava una “palude politica”: un insieme di gruppi e di elementi confusi, e allo stesso tempo una zona di passaggio, situata fra la borghesia e il proletariato. Nel momento della sua più grande estensione, questa area di politicizzazione era composta, a livello mondiale, essenzialmente da giovani elementi inesperti, tra cui molti studenti. Già nella prima metà degli anni ’70, il risultato della decantazione in questa “palude” si era manifestato col fatto che:
• la sinistra e l’estrema sinistra del capitale sono riuscite a recuperare gran parte di questi giovani elementi in via di politicizzazione;
• la frustrazione e la disillusione di fronte al riflusso delle lotte di massa della fine degli anni ’70 hanno orientato un buon numero di essi, fortemente segnati dalla impazienza e dal “radicalismo” della piccola borghesia, verso le lotte settoriali o le azioni violente e minoritarie del terrorismo (la banda Baader in Germania, le Brigate Rosse in Italia, poi Azione Diretta in Francia…);
• la componente di questa palude alla ricerca delle posizioni proletarie si è tendenzialmente diretta verso i vicoli ciechi autonomisti, operaisti, “libertari” o verso la difesa del mito della “autogestione”.
L’adesione “critica” dei principali gruppi di estrema sinistra (trotzkisti e maoisti) alla controrivoluzione e le loro pratiche di organizzazione e di intervento proprie delle organizzazioni o sette cripto staliniste, insieme all’attivismo cieco degli ambienti autonomisti e il culto della violenza minoritaria dei gruppuscoli terroristi, hanno distrutto gran parte della nuova generazione in via di politicizzazione. Questo lavoro distruttivo ha contribuito a deformare e screditare il vero movimento rivoluzionario del proletariato.
Parallelamente al ruolo estremamente negativo giocato da questa componente pseudo “radicale” della palude e dei gruppi di estrema sinistra, la borghesia ha sviluppato una controffensiva politica contro la ripresa storica della lotta di classe. Questa controffensiva è consistita, in un primo tempo, all’inizio degli anni ’70, a mettere in atto “la alternativa della sinistra al governo” nei principali paesi occidentali allo scopo di condurre la classe operaia sul terreno delle elezioni, seminando l’illusione che il programma dei partiti di sinistra avrebbe permesso di migliorare le condizioni di vita delle masse sfruttate. Questa prima ondata di lotte, che si era sviluppata dalla fine degli anni sessanta, si è quindi esaurita nel corso di questi “anni di illusioni”
3. Ma con l’aggravarsi della crisi economica, nella seconda metà degli anni ’70, nacque una nuova ondata di lotte operaie, coinvolgendo anche il proletariato di alcuni paesi dell’Europa dell’Est (in particolare in Polonia nell’estate del 1980).
Di fronte a questa ripresa della lotta di classe dopo un breve periodo di riflusso, la borghesia ha dovuto modificare la sua strategia per ostacolare ogni politicizzazione del proletariato nelle sue lotte economiche. Grazie a una ben concepita divisione dei compiti tra le differenti frazioni borghesi, toccò ai partiti di destra al governo portare gli attacchi economici contro le condizioni di vita del proletariato, mentre i partiti di sinistra, stando all’opposizione (e spalleggiati dai gruppi di estrema sinistra e dai sindacati), avevano la responsabilità di sabotare le lotte operaie dall’interno e di deviarle sul terreno della mistificazione elettorale.
Lo sciopero di massa in Polonia nell’agosto 1980 dimostrò che il proletariato, malgrado la cappa di piombo dei regimi stalinisti, era capace di risollevare la testa e ritrovare spontaneamente i suoi metodi di lotta, in particolare le assemblee generali sovrane, l’elezione di comitati di sciopero responsabili di fronte a queste assemblee, la necessaria estensione geografica delle lotte e la loro unificazione al di là delle divisioni corporative.
- Questa gigantesca lotta della classe operaia in Polonia rivelò che è nella lotta di massa contro gli attacchi economici che il proletariato può prendere coscienza della propria forza, affermare la sua identità di classe antagonista al Capitale e sviluppare la fiducia in se stesso.
- Ma la sconfitta degli operai in Polonia, con la fondazione del sindacato “libero” Solidarnosc (che si giovò dell’appoggio dei sindacati occidentali) dimostrò anche il peso molto forte delle illusioni democratiche in un paese in cui il proletariato non aveva nessuna esperienza della democrazia borghese. La sconfitta e la repressione che si abbatterono sugli operai in Polonia aprirono un nuovo periodo di riflusso della lotta di classe su scala internazionale all’inizio degli anni ’80.
4. Nondimeno, malgrado la sua profondità, questo riflusso ebbe una corta durata. Nella prima metà degli anni ’80, di fronte all’aggravarsi della crisi economica, all’esplosione della disoccupazione e ai nuovi attacchi alle condizioni di vita del proletariato nei paesi centrali, emerse una nuova ondata di lotte. Nonostante la sconfitta del lungo sciopero dei minatori in Gran Bretagna nel 1985, questa ondata di lotta si è manifestata con il logoramento della sinistra all’opposizione, il crescente discredito dei sindacati (come testimoniato in numerosi paesi, compresi i paesi scandinavi, dagli scioperi spontanei sporadici che scoppiarono al di fuori e contro le ripetute manovre di sabotaggio dei sindacati). Questa 3a ondata di lotte operaie fu accompagnata da un aumento del tasso di astensione alle elezioni.
Per non farsi sorprendere come nel maggio 68 e paralizzare ogni dinamica di confronto con il sindacalismo, la borghesia sviluppò una terza strategia: il rafforzamento del suo apparato di inquadramento della classe operaia finalizzato ad impedire ogni estensione delle lotte al di là della corporazione o del settore, a sabotare l’identità di classe del proletariato attraverso la divisione tra “colletti bianchi” e “tute blu” e ad impedire ogni tentativo di autorganizzazione del proletariato.
5. È stata la borghesia inglese (la più intelligente al mondo), con la politica della “Dama di ferro” (Margaret Thatcher) che aveva dato il “la” alla strategia della classe dominante degli altri paesi centrali per fermare la dinamica della lotta di classe:
- Grazie al lavoro di sabotaggio del sindacato dei minatori la classe dominante ha intrappolato gli operai in uno sciopero corporativo, lungo, estenuante e totalmente isolato dagli altri settori di produzione. Il cocente fallimento dello sciopero dei minatori ha portato un duro colpo a tutta la classe operaia del paese. Il successo della classe dominante in Gran Bretagna è servito da modello per la borghesia degli altri paesi, e in particolare in Francia, il paese europeo dove il proletariato è tradizionalmente molto combattivo. La borghesia francese si è ispirata alla politica della “Dama di ferro” volta a interrompere la dinamica della lotta di classe, intrappolando gli operai nel corporativismo, e soprattutto favorendo la tendenza al “ciascuno per sé” (che ha rappresentato una delle prime manifestazioni della decomposizione del capitalismo).
- Nel 1986, giacché i settori tradizionalmente più combattivi e sperimentati del proletariato francese avevano combattuto più volte dal maggio 68 il sabotaggio sindacale (nelle miniere, nell’industria siderurgica, nei trasporti, nell’industria automobilistica…), la borghesia non ha potuto usare tale strategia se non istituendo dei “coordinamenti”, destinati a prendere il posto dei grandi sindacati centrali discreditati.
- In Italia, dove il proletariato aveva anche portato avanti lotte di massa molto importanti (in particolare quelle dell’“autunno caldo” nel 1969), la borghesia aveva usato la stessa politica di blocco nel corporativismo, riconquistando, dopo il 1987, il coordinamento dei lavoratori della Scuola.
- In Francia, malgrado il fallimento dello sciopero dei ferrovieri nel 1986 (per il sabotaggio dei “coordinamenti” nella SNCF), due anni più tardi, nel 1988, è esplosa di nuovo la combattività in un altro settore della funzione pubblica, quello ospedaliero. Di fronte al profondo dissenso generale nei confronti dei sindacati e di fronte al pericolo potenziale di estensione della lotta di massa a tutta la funzione pubblica, la classe dominante aveva ulteriormente rafforzato la sua strategia di confinamento corporativo e di divisione della classe operaia. La borghesia francese è riuscita a usare una corporazione ospedaliera ancora inesperta e politicamente “arretrata”, quella degli infermieri, per impedire ogni tentativo di unificazione del movimento negli ospedali, sabotando anche ogni possibilità di estensione della lotta agli altri settori della funzione pubblica.
- Per spaccare il movimento negli ospedali, la manovra della borghesia è stata quella di offrire solo agli infermieri una “mazzetta” (un aumento di 350 franchi al mese, sbloccando un miliardo di franchi già previsti in precedenza), mentre le altre categorie del personale ospedaliero mobilitate nel movimento non hanno ottenuto nulla! Questa sconfitta della classe operaia, nel contesto della tendenza storica al “ciascuno per sé”, ha potuto essere inflitta al proletariato solo grazie al lavoro del “coordinamento degli infermieri”, autoproclamato e creato immediatamente con l’aiuto della CFDT (Confederazione francese democratica del lavoro). Questo organo parasindacale era riuscito a deviare la rabbia degli infermieri sul terreno della difesa della loro “qualifica” di “Bac +3” (diploma di istruzione superiore di 3 anni successivo al baccalauréat) per giustificare una rivalutazione del loro salario mentre il movimento era iniziato contro la mancanza di personale e il degrado delle condizioni di lavoro che toccavano anche tutte le categorie del personale degli ospedali (“colletti bianchi” e “colletti blu”). (Vedi il nostro opuscolo “Bilancio della lotta degli infermieri: i coordinamenti, la nuova arma della borghesia”.)
Negli altri paesi europei, compresa la Germania (in particolare nel settore dell’industria automobilistica), questa manovra della borghesia di accordare aumenti salariali a una sola categoria di proletari della stessa azienda era destinata a dividere gli operai, ad aumentare la concorrenza tra loro, a indebolire la loro solidarietà di classe con lo scopo di metterli gli uni contro gli altri.
Ma ancor più, con questa strategia di divisione del proletariato che predica il “ciascuno per sé”, la borghesia e i sindacati ai suoi ordini hanno cercato costantemente di far passare le sconfitte della classe operaia per delle vittorie!
I rivoluzionari non devono sottovalutare il machiavellismo della borghesia nell’evoluzione del rapporto di forza tra le classi. Tale machiavellismo non può che continuare a svilupparsi con il peggiorare degli attacchi contro tutta la classe sfruttata. La stagnazione della lotta di classe, poi il suo riflusso, alla fine degli anni ’80 è stata il risultato della capacità della classe dominante di ritorcere contro la classe operaia alcune manifestazioni della decomposizione della società borghese, in particolare la tendenza al “ciascuno per sé”.
6. Dopo il riflusso della prima ondata di lotte, sono state essenzialmente le illusioni democratiche (alimentate dalla controffensiva della borghesia e dal sabotaggio dei sindacati) che hanno costituito il freno principale alla politicizzazione delle lotte della classe operaia. Come evidenzia l’articolo della Revue Internationale n°23 “La lotta del proletariato nella decadenza del capitalismo”, la classe operaia deve far fronte a molteplici difficoltà per la politicizzazione delle sue lotte. La vera natura del proletariato in quanto classe allo stesso tempo sfruttata, spogliata di ogni proprietà, e rivoluzionaria, ha comportato necessariamente che la coscienza di classe non può avanzare di vittoria in vittoria, ma può unicamente svilupparsi in modo ineguale verso la vittoria attraverso una serie di sconfitte, come affermava Rosa Luxemburg.
Nel periodo di decadenza:
• la classe operaia non può più dotarsi di organizzazioni di massa permanenti, partiti politici e sindacati operai, per difendere i suoi interessi;
• non c’è più un programma politico “minimo” come nel periodo ascendente, ma unicamente un programma “massimo”. La democrazia borghese e il suo quadro nazionale non sono più un terreno per l’azione politica del proletariato;
• Lo Stato borghese ha imparato a usare in modo intelligente i vecchi partiti politici del proletariato, che lo hanno tradito, contro la politicizzazione della classe operaia.
Inoltre, nel periodo attuale:
• lo Stato borghese ha imparato a rallentare il ritmo della crisi economica e a pianificare i suoi attacchi di concerto con i sindacati impiegando ogni mezzo per evitare una risposta unitaria della classe operaia e la riappropriazione degli obiettivi politici finali della sua lotta contro il capitalismo.
• l’insieme delle forze del capitalismo si sono impegnate a ostacolare la politicizzazione della classe operaia impedendo di collegare le lotte economiche di resistenza allo sfruttamento al rifiuto degli operai dei paesi centrali di lasciarsi trascinare nella politica di guerra della borghesia, una manovra particolarmente significativa, agli inizi degli anni ’80, con le campagne pacifiste contro la politica di “guerre stellari” di Reagan.
7. Quando la terza ondata di lotte cominciò ad esaurirsi verso la fine degli anni ’80, un evento fondamentale nella situazione internazionale, il crollo spettacolare del blocco dell’Est e dei regimi stalinisti nel 1989, ha portato un duro colpo alla dinamica della lotta di classe, modificando così in modo rilevante il rapporto di forza tra proletariato e borghesia a favore di quest’ultima. Questo avvenimento ha segnato con forza l’entrata del capitalismo nella fase ultima della sua decadenza: quella di decomposizione. Crollando, lo stalinismo ha reso un ultimo servizio alla borghesia. Ha consentito alla classe dominante di porre un freno alla dinamica della lotta di classe che, con progressi e battute di arresto, si era sviluppata per due decenni.
In effetti, dal momento che non è stata la lotta del proletariato ma la decomposizione in atto del capitalismo che aveva messo fine allo stalinismo, la borghesia ha potuto sfruttare questo avvenimento per scatenare una gigantesca campagna ideologica tesa a perpetuare la più grande menzogna della Storia: l’identificazione del comunismo con lo stalinismo. Così, la classe dominante ha sferrato un colpo estremamente violento alla coscienza del proletariato. Le campagne assordanti della borghesia sul preteso “fallimento del comunismo” hanno provocato una regressione del proletariato nel suo cammino verso la prospettiva storica di abbattimento del capitalismo. Hanno sferrato un colpo alla sua identità di classe.
Questo profondo riflusso della coscienza e della lotta di classe si è manifestato con una minore combattività operaia in tutti i paesi, un rafforzamento delle illusioni democratiche, un aumento del potere dei sindacati e una grande difficoltà del proletariato a riprendere il cammino delle sue lotte di massa malgrado l’aggravarsi della crisi economica, l’aumento della disoccupazione, della precarietà, e il degrado generale delle condizioni di vita in ogni settore e in ogni paese.
Inoltre, con l’entrata del capitalismo nella ultima fase della sua decadenza, il proletariato doveva ormai fare i conti con i miasmi della decomposizione della società borghese che compromettono la sua capacità di ritrovare il cammino della sua prospettiva rivoluzionaria. Sul piano ideologico, “i diversi elementi che rappresentano la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica:
- l’azione collettiva, la solidarietà si trovano di fronte all’atomizzazione, al “ciascuno per sé”, alla “soluzione individuale”;
- la necessità di organizzazione deve far fronte alla decomposizione sociale, alla destrutturazione dei rapporti che no alla base di tutta la vita sociale;
- la fiducia nell’avvenire e nelle proprie forze è continuamente minata dallo sconforto generale che pervade la società, dal nichilismo, dal “no future”;
- la coscienza, la lucidità, la coerenza e l’unità di pensiero, il gusto per la teoria, devono farsi strada con difficoltà attraverso la fuga nelle chimere, la droga, le sette, il misticismo, il rifiuto della riflessione, la distruzione del pensiero che caratterizzano la nostra epoca”. (Tesi sulla decomposizione Rivista Internazionale n.14)
Con l’affievolirsi della sua prospettiva rivoluzionaria e della sua identità di classe, il proletariato ha anche perso la fiducia in se stesso e nelle sue capacità di contrastare in modo efficace il capitalismo per difendere le sue condizioni di esistenza.
8. Un fattore obiettivo che ha aggravato la perdita di identità di classe del proletariato sono state le politiche di delocalizzazione e di ristrutturazione dell’apparato produttivo nei principali paesi dell’Europa occidentale e negli Stati Uniti. Le grandi concentrazioni operaie sono state smantellate con la chiusura dei bacini minerari, delle acciaierie, delle fabbriche automobilistiche, ecc., settori in cui la classe operaia aveva tradizionalmente portato avanti le sue lotte di massa e molto agguerrite. Questa desertificazione industriale è stata accompagnata dall’intensificazione delle campagne ideologiche sulla fine della lotta di classe, e quindi di ogni prospettiva rivoluzionaria. Queste campagne della borghesia si sono potute sviluppare grazie ai partiti stalinisti o socialdemocratici che, per decenni, hanno identificato la classe operaia con i soli “colletti blu”, nascondendo così che è il lavoro salariato e lo sfruttamento della forza lavoro che definisce la classe operaia. Inoltre, con lo sviluppo delle nuove tecnologie, il proletariato dei “colletti bianchi” è ancora più disperso in piccole unità produttive, rendendo più difficile la nascita di lotte di massa.
In tale situazione di riflusso della coscienza di classe del proletariato e di allontanamento dalla sua prospettiva rivoluzionaria, il “ciascuno per sé” e la concorrenza per sopravvivere nel marasma economico crescente tendono a dominare.
L’aggravarsi della disoccupazione e della precarietà ha anche fatto sorgere il fenomeno dell’“uberizzazione” del lavoro. Passando attraverso l’intermediazione di una piattaforma Internet per trovare un impiego, l’uberizazione camuffa la vendita della forza lavoro a un padrone con una forma di “lavoro autonomo”, aumentando nel contempo l’impoverimento e la precarietà dei “lavoratori autonomi”. L’uberizzazione del lavoro individuale rafforza l’atomizzazione, la difficoltà di fare sciopero, dovuta al fatto che l’auto-sfruttamento di questi lavoratori limita notevolmente la loro capacità di lottare in modo collettivo e di sviluppare la solidarietà di fronte allo sfruttamento capitalistico.
9. Con il fallimento della banca Lehman Brothers e la crisi del 2008, la borghesia ha potuto ancora affondare un colpo alla coscienza del proletariato sviluppando una nuova campagna ideologica su scala mondiale destinata a instillare l’idea (portata avanti dai partiti di sinistra) che i “banchieri corrotti e disonesti” siano i responsabili di questa crisi, facendo credere che il capitalismo è personificato dai broker e dal potere monetario.
La classe dominante ha anche potuto mascherare le origini del fallimento del suo sistema. Ha cercato, da una parte, di portare la classe operaia sul terreno della difesa dello Stato “protettore”, poiché le misure di salvataggio delle banche erano destinate a proteggere i piccoli risparmiatori. Dall’altra parte, questa politica di salvataggio delle banche è stata anche usata, soprattutto dalla sinistra, per mettere sotto accusa i governi che cercano di difendere i banchieri e il mondo della finanza.
Ma al di là di questa mistificazione, l’impatto di questa campagna sulla classe operaia è servito ad aumentare la sua impotenza di fronte a un sistema economico impersonale le cui leggi generali sono assimilabili alle leggi naturali che non possono essere controllate o modificate.
10. Lo scatenarsi dei conflitti imperialisti, nel vicino e nel Medio Oriente, così come la miseria assoluta delle masse impoverite del continente africano, hanno fatto piombare sui paesi dell’Europa occidentale un flusso crescente di rifugiati. Dall’altro lato dell’Atlantico, lo sprofondare del capitalismo nella decomposizione si è manifestato allo stesso modo con l’esodo di ondate di migranti dai paesi dell’America latina verso gli Stati Uniti.
Di fronte a queste manifestazioni di decomposizione della società capitalistica, un nuovo pericolo è comparso per il proletariato: l’ideologia populista basata su una politica “identitaria” che attacca la solidarietà del proletariato veicolando l’illusione che, di fronte all’aggravarsi della crisi e alla “riduzione delle risorse”, le popolazioni autoctone non possono evitare il peggio che a scapito degli altri strati non sfruttati della popolazione. Questa politica si manifesta con il protezionismo, la stigmatizzazione degli immigrati come “parassiti dello Stato assistenziale” e la chiusura delle frontiere alle ondate di migranti.
Il rifiuto sempre più aperto dei partiti borghesi tradizionali e delle “caste”, non ha portato a una politicizzazione del proletariato sul suo terreno di classe ma a una tendenza a cercare degli uomini “nuovi” sul terreno elettorale della democrazia borghese. Questi “uomini nuovi” sono in gran parte demagoghi populisti e avventurieri (come Donald Trump). L’ascesa dei partiti di estrema destra in molti paesi d’Europa, insieme all’avvento al potere di Tramp negli Stati Uniti, eletto con molti voti degli operai della “cintura della ruggine”, rivela che alcune frange del proletariato (particolarmente colpite dalla disoccupazione) possono essere intossicate dal veleno del populismo, della xenofobia, del nazionalismo e di tutte le ideologie reazionarie e oscurantiste che si originano dal letamaio nauseabondo della decomposizione.
La tendenza al ciascuno per sé e allo sgretolamento della società si è anche manifestata con il pericolo di reclutamento di alcuni settori del proletariato dietro le bandiere nazionali o regionali (come nel caso della crisi indipendentista in Catalogna nel 2018).
11. A causa della grande difficoltà attuale della classe operaia a sviluppare le sue lotte, della incapacità al momento di ritrovare la sua identità di classe e ad aprire una prospettiva per l’intera società, il terreno sociale è stato occupato da lotte interclassiste particolarmente influenzate dalla piccola borghesia. Questo strato sociale, senza futuro storico, non può che veicolare l’illusione di una possibilità di riformare il capitalismo rivendicando un capitalismo “dal volto umano”, più democratico, più giusto, più pulito, più attento ai poveri e alla salvaguardia del pianeta.
Questi movimenti interclassisti sono il prodotto dell’assenza di ogni prospettiva che riguardi oggi la società nel suo insieme, compresa una parte importante della stessa classe dirigente. La rivolta popolare dei “Gilet gialli” in Francia contro il carovita, così come il movimento dei “giovani per il clima” (Youth for climate) rappresentano una dimostrazione del pericolo dell’interclassismo per il proletariato.
La rivolta popolare dei “Gilet gialli” (sostenuta e incoraggiata, all’inizio, da tutti i partiti della destra e dell’estrema destra) ha rivelato la capacità della borghesia di usare i movimenti sociali interclassisti contro la coscienza del proletariato.
Sbloccando un finanziamento di 10 miliardi di euro di fronte ai disordini che accompagnano le manifestazioni dei Gilet gialli, la borghesia francese e i suoi media hanno potuto instillare, in modo insidioso, l’idea che solo i movimenti popolari, interclassisti, e i metodi di lotta propri della piccola borghesia possono far recedere il governo.
Di fronte all’accelerazione degli attacchi economici contro la classe sfruttata, e al pericolo della rinascita delle lotte operaie, la borghesia oggi cerca di appianare gli antagonismi di classe. Nel tentativo di annegare e diluire il proletariato nel “popolo dei cittadini”, la classe dominante tenta di impedirgli di ritrovare la sua identità di classe. La copertura mediatica internazionale del movimento dei Gilet gialli dimostra che rappresentano una preoccupazione per la borghesia di tutti i paesi.
Il movimento dei giovani per il clima, pur esprimendo una preoccupazione generale e un’inquietudine di fronte alla minaccia della distruzione dell’umanità, è del tutto deviato sul terreno delle lotte settoriali, facilmente cavalcate dalla borghesia e fortemente influenzate dalla piccola borghesia.
“Solo il proletariato porta con sé una prospettiva per l’umanità e, di conseguenza, nelle sue fila c’è la maggiore capacità di resistenza a questa decomposizione. Esso stesso non è stato risparmiato, soprattutto per il fatto che la piccola borghesia con cui è a contatto ne è proprio il veicolo principale. In questo periodo, il suo obiettivo sarà di resistere agli effetti nocivi della decomposizione al suo interno contando solo sulle proprie forze, sulla sua capacità di battersi in maniera unitaria e solidale in difesa dei suoi interessi in quanto classe sfruttata”. (Tesi sulla decomposizione)
In questa situazione imposta dall’aggravarsi della decomposizione del capitalismo la lotta per l’autonomia di classe del proletariato è cruciale:
• contro le lotte interclassiste;
• contro le lotte settoriali portate avanti da ogni categoria sociale che danno una falsa illusione di “comunità protettiva”
• contro le mobilitazioni sul terreno viziato dal nazionalismo, dal pacifismo, dalla riforma ecologica”, ecc.
Nei rapporti di forza tra la borghesia e il proletariato è sempre la classe dominante che sferra l’attacco, salvo nel caso di una situazione rivoluzionaria. Malgrado le difficoltà interne e la crescente tendenza a perdere il controllo del suo apparato politico, la borghesia è stata capace di ritorcere contro la coscienza e l’identità di classe del proletariato le manifestazioni della decomposizione del suo sistema. La classe operaia non ha ancora superato il profondo arretramento che ha subito fin dal crollo del blocco dell’Est e dei regimi stalinisti. E soprattutto in quanto le campagne democratiche e anticomuniste, portate avanti a lungo, sono state regolarmente rimesse all’ordine del giorno (ad esempio in occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre 1917).
12. Nondimeno, nonostante tre decenni di riflusso della lotta di classe, la borghesia non è riuscita a infliggere fino a oggi una sconfitta decisiva alla classe operaia, come negli anni 1920-30. Malgrado la gravità delle sfide dell’attuale periodo storico, la situazione non è identica a quella del periodo di controrivoluzione. Il proletariato dei paesi centrali non ha subito sconfitte fisiche (come avvenne nella repressione sanguinosa della rivoluzione tedesca nel corso della prima ondata rivoluzionaria del 1917-23). Esso non è stato arruolato in massa dietro le bandiere nazionaliste. La maggior parte dei proletari non è pronta a sacrificare la propria vita sull’altare della difesa del capitale nazionale. Nei grandi paesi industriali, negli Stati Uniti come in Europa, le masse proletarie non hanno più aderito alle crociate imperialiste (e sedicenti “umanitarie”) della “loro” borghesia nazionale.
La lotta di classe del proletariato è fatta di avanzamenti e di arretramenti nel corso dei quali la classe operaia tenta di superare le sue sconfitte, da cui trarre insegnamento per ricominciare la lotta. Come affermava Marx nel 18 Brumaio, “Le rivoluzioni borghesi, come quelle del XVIII secolo, passano tempestosamente di successo in successo, (…)Le rivoluzioni proletarie, al contrario, come quelle del XIX secolo, criticano continuamente se stesse, interrompono a ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte a esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’immensità infinita dei loro scopi sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta! Qui è Rodi, salta qui!"
Queste “circostanze” che devono creare “la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro”, saranno determinate, in primo luogo, dall’esaurimento dei palliativi che hanno consentito finora alla borghesia di far fronte al crollo dell’economia globale. In effetti, perché ci siano le condizioni di ripresa di un periodo di lotte rivoluzionarie, è necessario “che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come altre volte”. Solo quando “quelli che stanno in basso non vogliono più e quelli che stanno in alto non possono più continuare a vivere alla vecchia maniera, solo allora la rivoluzione potrà trionfare.” (Lenin, L’estremismo, malattia infantile del comunismo)
L’aggravamento inesorabile della miseria, del precariato, della disoccupazione, gli attacchi alla dignità degli sfruttati negli anni a venire costituiscono la base materiale che potrà spingere le nuove generazioni di proletari a ritrovare la strada delle lotte portate avanti dalle generazioni precedenti per la difesa delle proprie condizioni di esistenza. Malgrado tutti i pericoli che minacciano il proletariato, il periodo di decomposizione del capitalismo non ha posto termine alle “circostanze” obiettive che hanno costituito lo stimolo delle lotte rivoluzionarie del proletariato dall’inizio del movimento operaio.
13. L’aggravarsi della crisi economica ha già fatto apparire sulla scena sociale una nuova generazione, anche se ancora in modo embrionale e limitato: nel 2006, il movimento degli studenti in Francia contro il CPE, seguito cinque anni dopo dal movimento degli “Indignati” in Spagna. Questi due movimenti di massa della gioventù proletaria hanno spontaneamente ritrovato i metodi di lotta della classe operaia, in particolare la cultura del dibattito nelle assemblee generali di massa aperte a tutti.
Questi movimenti sono stati anche caratterizzati dalla solidarietà tra generazioni (mentre il movimento degli studenti della fine degli anni ’60, fortemente segnato dal peso della piccola borghesia, si era sviluppato contro la generazione che era stata trascinata in guerra).
Se, nel movimento contro il CPE, la grande maggioranza degli studenti in lotta contro la prospettiva della disoccupazione e della precarietà si è riconosciuta come parte della classe operaia, gli Indignati in Spagna (sebbene il loro movimento si sia esteso su scala internazionale grazie ai social media) non avevano una chiara coscienza di appartenere alla classe sfruttata.
Mentre il movimento di massa contro il CPE era una risposta proletaria a un attacco economico (che ha costretto la borghesia a fare un passo indietro ritirando il CPE), quello degli Indignati era segnato essenzialmente da una riflessione generale sul fallimento del capitalismo e sulla necessità di un’altra società.
All’interno di questa nuova generazione, l’identità di classe del proletariato non è stata ancora ritrovata a causa della mancanza di esperienza di questa giovane generazione, della sua vulnerabilità alle mistificazioni dell’ideologia “antiglobalizzazione” e della sua difficoltà di riappropriarsi della storia e dell’esperienza del movimento operaio.
Tuttavia questi movimenti hanno iniziato a porre le prime basi di una lenta maturazione della consapevolezza all’interno della classe operaia (in particolare delle giovani generazioni altamente qualificate) delle sfide poste dalla attuale situazione storica.
14. Una caratteristica essenziale dello sviluppo della coscienza di classe del proletariato è sempre stata la sua capacità di maturazione sotterranea, cioè l’attitudine a svilupparsi a prescindere dai periodi di lotta aperta e anche nei periodi di maggiori sconfitte. La coscienza di classe può svilupparsi in profondità, in piccole minoranze, senza che si estenda ampiamente in tutto il proletariato. Lo sviluppo della coscienza di classe non può dunque essere misurato unicamente dalla sua estensione immediata nella classe in un certo periodo, bensì anche attraverso la sua continuità storica. Come noi abbiamo affermato nell’articolo della Revue Internationale n°42 “Dibattito interno: Gli scivolamenti centristi verso il consiliarismo”: “È necessario distinguere ciò che dipende dalla continuità nel movimento storico del proletariato - l’elaborazione progressiva delle sue posizioni politiche e del suo programma – da ciò che è legato a fattori contingenti - l’estensione della loro assimilazione e del loro impatto in tutta la classe”.
L’esistenza e la salvaguardia determinata delle organizzazioni della Sinistra comunista fino ad oggi, nelle difficili condizioni della decomposizione del capitalismo, esprimono questa capacità sotterranea della coscienza di classe di sviluppare il suo movimento storico in un periodo di profondo disorientamento del proletariato come quello che viviamo oggi.
Questa maturazione sotterranea della coscienza di classe del proletariato si manifesta anche oggi con la comparsa di piccole minoranze e di giovani elementi alla ricerca di una prospettiva di classe e delle posizioni della Sinistra comunista.
Le organizzazioni della Sinistra comunista non devono lasciarsi sfuggire queste piccole minoranze anche se sembrano apparentemente di poco conto. Il processo di decantazione nel periodo di decomposizione del capitalismo è molto lento e aspro rispetto a quanto non fosse alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70.
Malgrado gli effetti deleteri della decomposizione e i pericoli che minacciano il proletariato, “Oggi la prospettiva storica resta totalmente aperta. Malgrado il colpo inferto dal crollo del blocco dell’Est alla presa di coscienza del proletariato, questo non ha subito nessuna sconfitta importante sul terreno della sua lotta. (…) Ma, in aggiunta, ed è là il fattore che determina in ultima analisi l’evoluzione della situazione mondiale, lo stesso fattore che è all’origine dello sviluppo della decomposizione, l’aggravarsi inesorabile della crisi del capitalismo, costituisce lo stimolo fondamentale della lotta e della presa di coscienza della classe, la condizione stessa della sua capacità di resistere al veleno ideologico della putrefazione della società. In effetti, come il proletariato non può trovare un campo di aggregazione di classe nelle lotte settoriali contro gli effetti della decomposizione, così la sua lotta contro gli effetti diretti della crisi stessa costituisce la base dello sviluppo della sua forza e della sua unità di classe”. (Tesi sulla decomposizione)
15. Nelle lotte economiche e difensive del proletariato “Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più. Essa è favorita dall'aumento dei mezzi di comunicazione, prodotti dalla grande industria, che mettono in collegamento gli operai delle diverse località. E basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto uguale carattere. Ma ogni lotta di classe è una lotta politica. E quella unione per la quale i cittadini del medioevo con le loro strade vicinali ebbero bisogno di secoli, i proletari moderni con le ferrovie la attuano in pochi anni. L’organizzazione del proletariato in classe e quindi in partito politico, torna ad essere spezzata ogni momento dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro. Ma essa rinasce sempre, e sempre più forte, più salda, più potente”. (Manifesto comunista). “L'incremento dei mezzi di comunicazione “che permettono agli operai di “entrare in contatto” per “centralizzare le lotte locali” non sono più le ferrovie, come ai tempi di Marx, ma le nuove tecnologie digitali.
Infatti, se gli effetti della “globalizzazione”, le delocalizzazioni, la scomparsa di interi settori dell’industria, la dispersione in tante piccole unità produttive, la moltiplicazione dei mini-jobs nei servizi, la precarietà e l’uberizzazione del lavoro, hanno contribuito a sferrare un colpo all’identità di classe del proletariato delle vecchie metropoli industriali, le nuove condizioni economiche, tecnologiche e sociali nelle quali oggi esso si trova contengono elementi favorevoli a una riconquista di questa identità di classe su scala molto più ampia che nel passato. La “globalizzazione” e soprattutto lo sviluppo di Internet, la creazione di una sorta di “rete mondiale” delle conoscenze, delle competenze, delle collaborazioni nel lavoro, così come i viaggi di massa creano le basi oggettive per lo sviluppo di una identità di classe su scala mondiale, in particolare per le nuove generazioni proletarie.
16. Uno dei principali motivi per cui il proletariato non è stato in grado di sviluppare le sue lotte e la sua coscienza al livello adeguato alla gravità della situazione storica, è la rottura della continuità politica con il movimento operaio del passato (in particolare della prima ondata rivoluzionaria del 1917-23). Questa rottura è stata evidenziata dalla debolezza delle organizzazioni rivoluzionarie della corrente della Sinistra comunista che aveva combattuto lo stalinismo negli anni 1920-30.
Questo dimostra la responsabilità enorme che grava sulla Sinistra comunista come ponte tra il vecchio partito scomparso (la III Internazionale) e il futuro partito del proletariato. Senza la costituzione del futuro partito mondiale la rivoluzione proletaria sarà impossibile e l’umanità finirà per essere sopraffatta dalla barbarie della guerra e/o dalla decomposizione della società borghese.
“Quanto alla teoria i comunisti hanno sulla restante massa del proletariato il vantaggio di una chiara comprensione delle condizioni, del cammino e degli obiettivi generali del movimento del proletariato nel suo complesso” (Manifesto comunista)
Maggio 2019
Nella sua fase di declino finale, la società capitalista ha dato vita a diversi tipi di “crisi di identità”. L'atomizzazione di questo sistema di produzione generalizzata di merci ha raggiunto nuovi livelli, tanto per la vita sociale nel suo insieme, quanto per le reazioni contro la miseria dilagante e l'oppressione generata da questo sistema. Da un lato, gruppi o individui che patiscono particolari oppressioni sono portati a mobilitarsi in quanto gruppi specifici per contrastarle – in quanto donne, omosessuali, transessuali, minoranze etniche e altro - e talvolta competono tra loro, come si può osservare dall’attuale scontro tra attivisti transessuali e alcuni rami del femminismo. Contemporaneamente, queste manifestazioni di “politica identitaria” vengono fatte proprie dall'ala sinistra della borghesia, almeno dai suoi settori politici più distinti accademicamente e più potenti (come il Partito Democratico negli Stati Uniti).
Allo stesso tempo, l'ala destra della borghesia, mentre si lamenta dell'emergere di queste politiche identitarie difende le sue proprie forme di ricerca dell’identità: la ricerca del Vero Uomo minacciata dallo spettro del femminismo, la nostalgia per l'Uomo Bianco che sarebbe sostituito dalle orde straniere.
La ricerca di queste identità e comunità, quantomeno parziali e spesso del tutto fittizie, è solo un’espressione del carattere di estraneità dell'umanità verso se stessa in un momento in cui una vera comunità umana universale è allo stesso tempo possibile e indispensabile per la sopravvivenza della specie.
E soprattutto, come altre manifestazioni di decomposizione sociale, è il prodotto della perdita dell'unica identità la cui affermazione può portare alla creazione di una tale comunità, che si chiama comunismo: l’identità di classe del proletariato. Il recente movimento dei Gilets gialli in Francia ci fa capire quali pericoli potrebbero derivare da una tale perdita di identità: un gran numero di lavoratori, giustamente infuriati dai continui attacchi contro le loro condizioni di vita, mobilitati non per i propri interessi, ma dietro le rivendicazioni e le azioni di altre classi sociali - in questo caso la piccola borghesia e parte della stessa borghesia[1]
Lo sfruttamento della classe operaia è la pietra angolare dell'intero edificio capitalista. Non è, come i sostenitori della politica identitaria apertamente o ipocritamente difendono, una semplice oppressione degli uni verso gli altri. Perché, nonostante tutti i cambiamenti in atto da due secoli, il capitalismo continua a dominare il mondo e ciò che Karl Marx scrisse nel 1844 sulla natura rivoluzionaria del proletariato rimane più attuale che mai. È una classe la cui lotta contro il capitalismo contiene la soluzione a tutti i “problemi particolari” causati da questa società:
Dobbiamo formare una classe con cambiamenti radicali, una classe della società borghese che non sia una classe della società borghese, una classe che sia lo scioglimento di tutte le classi, una sfera che abbia un carattere universale per le sue sofferenze universali e che non rivendichi alcun diritto particolare, perché non le è stato fatto un particolare torto, ma un torto in sé, una sfera che non può più riguardare un titolo storico, ma semplicemente un titolo umano, una sfera che non sia in una particolare opposizione con le conseguenze, ma in una generale opposizione con tutte le ipotesi del sistema politico tedesco, una sfera che alla fine non può emanciparsi senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società e senza di conseguenza, emanciparle tutte, che è, in una parola, la perdita completa dell'uomo, e che può quindi conquistare se stessa solo con il completo rinnovamento dell'uomo. La decomposizione della società come classe speciale è il proletariato[2]
Ne La sacra famiglia, scritta nello stesso periodo, Marx ha spiegato che la classe operaia è per sua natura una classe rivoluzionaria, anche se non ne è consapevole:
Se gli autori socialisti attribuiscono al proletariato questo ruolo storico, ciò non è sufficiente, come la critica cerca di farci credere, perché considerano i proletari come dei. Piuttosto è l’inverso. Nel proletariato pienamente sviluppato si ritrova praticamente l'astrazione di tutta l'umanità, persino l'apparenza dell'umanità, nelle condizioni di vita del proletariato sono condensate tutte le condizioni di vita della società attuale in ciò che possono avere di più inumano. Nel proletariato infatti, l'uomo ha perso se stesso, ma allo stesso tempo ha acquisito la consapevolezza teorica di questa perdita e la miseria che non può più evitare o ritardare, la miseria che inevitabilmente si impone - espressione pratica della necessità - lo costringe direttamente a ribellarsi contro tale disumanità, motivo per cui il proletariato può, e deve necessariamente, liberarsi. E non può liberare se stesso senza abolire le proprie condizioni di vita.
Non può abolire le sue condizioni di vita senza abolire tutte le condizioni di vita disumane della società di oggi, che riassume la sua situazione. Non è inutile che attraversi la dura ma fortificante scuola del lavoro. Non si tratta di sapere quale obiettivo uno o altro proletario, o persino l'intero proletariato, persegua momentaneamente. Si tratta di sapere cos'è il proletariato e cosa sarà storicamente obbligato a fare, in conformità con questo essere[3].
L'identità di classe è quindi una base oggettiva che rimane inalterabile finché esiste il capitalismo, ma la coscienza soggettiva di “ciò che è il proletariato” è stata a lungo tenuta in secondo piano dal lato negativo della condizione proletaria: il fatto che “nel proletariato, l'uomo si è perso”, che è una classe che sopporta tutto il peso dell'alienazione umana. Nelle opere successive, Marx spiegherà che le particolari forme assunte dall'alienazione nella società capitalista - il processo chiamato “reificazione”, il velo di mistificazione inerente allo scambio universale di merci - rende particolarmente difficile per gli sfruttati comprendere la vera natura del loro sfruttamento e la vera identità dei loro sfruttatori. Ed è per questo che deve esserci una “coscienza teorica di questa perdita” e il socialismo deve diventare scientifico nei suoi metodi. Ma questa coscienza teorica non è in alcun modo separata dalle reali condizioni del lavoro e dalla sua rivolta contro la disumanità dello sfruttamento capitalistico.
Quando Marx scrive che la classe operaia “non può emanciparsi senza abolire le condizioni della propria esistenza”, coloro che sostengono quella che viene chiamata corrente “comunizzatrice”, ne approfittano per affermare che qualsiasi affermazione dell'identità di classe può essere solo reazionaria, poiché si tratta di un'esaltazione di ciò che il proletariato è nella società capitalista, mentre la rivoluzione comunista richiede l'immediata negazione di sé della classe operaia. Ma così si perde di vista la realtà dialettica della classe operaia come una classe che è sia nella società capitalista che fuori, una classe sfruttata e rivoluzionaria allo stesso tempo. Come Marx, dobbiamo insistere sul fatto che il proletariato, affermando se stesso sia a livello di lotte economiche e politiche sia come candidato alla direzione politica della società, potrà aprire la via per la vera dissoluzione di tutte le classi e per la “completa riconquista” dell'umanità. Questo è il motivo per cui questo rapporto si concentrerà in particolare sul problema dell'identità di classe: dal suo sviluppo iniziale nella fase ascendente del capitalismo alla sua successiva perdita e alla riappropriazione futura.
Per definizione, il proletariato è la classe dell'espropriazione. Inizialmente si formò attraverso l'espropriazione della piccola proprietà contadina, degli strumenti di produzione dell'artigiano e fu raggruppata in baraccopoli infestate da malattie della nascente società industriale. In La situazione della classe operaia in Inghilterra, Engels descrisse ampiamente gli effetti demoralizzanti di questo processo, che portava molti proletari all'ubriachezza e al crimine, sottoponendoli alla competizione più brutale tra loro. Ma Engels respinse qualsiasi condanna morale delle reazioni puramente individuali alla loro condizione e avanzò l'alternativa che poi prese forma: la lotta collettiva dei lavoratori per il miglioramento della loro condizione attraverso la formazione di sindacati, associazioni culturali e educative e partiti politici come i Cartisti - tutto ciò in definitiva ispirato dalla visione di una forma superiore di società. La concentrazione di lavoratori nelle città e nelle fabbriche era la premessa oggettiva di questa lotta. È una delle dimensioni del lavoro associato che supera il relativo isolamento dell'artigiano e dell'agricoltore; ma aldilà di costituire un processo puramente “sociologico”, il meccanismo dell'inizio dell'industrializzazione era così brutale e traumatico da portare alla produzione di una massa di poveri indifferenti e persino all'estinzione del proletariato a causa di carestia e malattie. È il riconoscimento di un interesse comune di classe, opposto a quello della borghesia, che è stata la vera base dell'identità di classe iniziale del proletariato. La “costituzione del proletariato in classe”, come afferma il Manifesto comunista, era quindi inseparabile dallo sviluppo della coscienza di classe e dell'organizzazione e “di conseguenza in partito politico”, come si legge successivamente. La classe lavoratrice non è solo una classe associata in sé, non lo è solo obiettivamente: l'associazione come premessa di una nuova forma superiore di organizzazione sociale può solo prendere forma dal momento in cui la dimensione soggettiva, l'autoorganizzazione e l'unificazione della lotta di classe contro lo sfruttamento sono riusciti a concretizzarsi all'interno della relazione sociale capitalista.
Ma il proletariato rimane la classe dell'espropriazione e ciò si applica alla fine agli stessi strumenti che ha creato per la propria difesa. I primi sindacati e partiti politici motivati dalla comprensione che il proletariato non era ancora una classe della società civile, rispetto al suo progetto di dissoluzione dell'ordine esistente, erano quindi vincolati anche dalla necessità della classe di migliorare le proprie condizioni all'interno del sistema.
E contrariamente alle aspettative iniziali dei fondatori del marxismo, questo sistema era ancora lontano da qualsiasi “crisi finale” o dal suo periodo di declino e più il proletariato ha forgiato le sue organizzazioni in modo esteso e per periodi sempre più lunghi più il pericolo era che queste diventassero “parte della società civile”, istituzionalizzandosi. Come notò Engels nel 1892: a un certo livello, “i sindacati, finora considerati come un'invenzione del diavolo, sono ora apprezzati e considerati istituzioni perfettamente legittime e come mezzi utili per diffondere buone dottrine economiche tra i lavoratori”[4].
Analizzando un’amara esperienza politica, sappiamo che il percorso verso la rivoluzione non passa attraverso la graduale costruzione di organizzazioni di massa proletarie all'interno del sistema. Al contrario, quando la vera prova ebbe luogo con l'inizio della decadenza, queste organizzazioni, che lentamente ma sicuramente erano state corrotte dalla società dominante e dalla sua ideologia, furono definitivamente recuperate dalla classe dominante per aiutarla a scatenare una guerra imperialista e combattere la minaccia della rivoluzione.
Non è stato un processo lineare. Al proletariato è stato costantemente ricordato che si tratta essenzialmente di una classe illegale, una forza per la rivoluzione. I suoi primi sforzi per costruire le più semplici associazioni per l'autodifesa furono brutalmente spazzati via dalla borghesia, che impiegò molto tempo a capire che avrebbe potuto utilizzare le organizzazioni dei lavoratori contro loro stessi. Inoltre, le condizioni politiche della metà del XIX secolo in Europa portarono il proletariato a lotte apertamente insurrezionali contro la classe dominante in Europa, almeno in due momenti chiave: il 1848 e il 1871. In Francia, già la patria della rivoluzione dopo l'esperienza del 1789/93, la classe operaia prese le armi contro lo Stato e, in particolare nel 1871, si pose concretamente il problema della sua distruzione sostituendolo con la dittatura del proletariato. Ma questi movimenti di classe che aprirono la strada per un futuro rivoluzionario non si limitarono alla Francia: in Inghilterra, paese di “riforme graduali”, il movimento di sciopero del 1842 aveva già mostrato le caratteristiche di uno sciopero di massa che sarà la modalità di lotta tipica del periodo successivo[5].
Lo stesso movimento cartista aveva ritenuto che la rivendicazione di suffragio universale fosse utile alla classe operaia per impadronirsi del potere politico e non si limitò a petizioni verso la borghesia: creò un settore per lo “scontro fisico” che, durante l'insurrezione di Newport nel 1839, non esitò a scontrarsi contro il regime[6].
La formazione della Prima Internazionale nel 1864, anche se nacque dalla necessità di coordinare a livello internazionale per lotte difensive, fu un ulteriore indicatore del fatto che per la classe operaia, che si opponeva frontalmente alla società borghese, la vera identità cosciente di classe non avrebbe potuto inserirsi nel quadro dello Stato-nazione.
La paura che l'Internazionale e la Comune di Parigi hanno ispirato all’interno della borghesia, nonché le condizioni oggettive dell'espansione capitalista globale nell'ultima parte del XIX secolo, hanno fornito le basi per una possibile integrazione delle organizzazioni operaie di massa nella società borghese e infine all'interno dello stesso apparato statale. A questi fattori si possono aggiungere le confusioni e le concessioni opportunistiche emerse all'interno del movimento proletario, in particolare l'identificazione del proletariato con l'interesse nazionale che la Seconda Internazionale, con la sua struttura federale e le sue difficoltà per capire l'evoluzione della questione nazionale, non è mai stato in grado di superare.
Ma il senso di identità di classe emerso durante questo lungo periodo di socialdemocrazia, un periodo in cui il movimento operaio organizzato offriva a un’intera generazione di lavoratori, non solo organi di difesa economica e di attività politica, ma un'intera vita sociale e culturale, non è affatto scomparso con l'apertura del periodo di decadenza del capitalismo. Al contrario, si è trasformato in una mistificazione ostile al proletariato, cominciando a “pesare come un incubo sul cervello dei vivi”, la socialdemocrazia e lo stalinismo l'avevano particolarmente utilizzato per perpetuare il loro controllo sulla classe operaia: L'identità di classe è il riconoscimento da parte del proletariato che esso costituisce una classe diversa e contraria alla borghesia e che ha un ruolo attivo nella società, ma ciò non significa meccanicamente che si riconosca come la classe rivoluzionaria. Per molti anni, l'identità di classe ruotava attorno al concetto di una classe della società capitalista che aspirava a un tenore di vita dignitoso e godeva di riconoscimento e potere sociale. Tale identità è stata costruita dalla controrivoluzione e soprattutto dai sindacati e dallo stalinismo, basandosi su alcune debolezze risalenti al periodo della Seconda Internazionale: un operaio, combattivo, interessato ai suoi diritti nella società, riconosciuto da essa, legato a grandi aziende e quartieri della classe operaia, orgoglioso del suo status di “cittadino lavoratore della società” e chiuso nel mondo di una “grande famiglia della classe operaia”.
Tale identità era legata a un periodo molto preciso dell'apogeo del Capitalismo (1870-1914), ma il suo mantenimento nel periodo di decadenza, in cui si conferma la profonda esclusione del proletariato dalla società borghese annunciato da Marx, è diventato una grande mistificazione perché rappresenta una falsa identità, molto pericolosa, piena di illusioni di integrazione nella società capitalista, di accomodamento e distruzione della vera identità e coscienza di classe. L'unica possibile identità per il proletariato è quella di una classe esclusa da questa società e che porta al suo interno la prospettiva comunista[7].
Il testo sul rapporto di forza tra le classi adottato dal nostro organo centrale internazionale nell'aprile 2018, che fa riferimento al nostro Testo di orientamento (TO) sulla fiducia e la solidarietà[8], evidenzia due fasi nella storia del movimento operaio dopo il 1848. Si concentra sullo sviluppo e sulla perdita di fiducia in se stessi da parte della classe lavoratrice, ma questa questione è strettamente legata al problema dell'identità di classe: la classe lavoratrice può fidarsi solo se è consapevole della propria esistenza e dei propri interessi:
“Durante la prima fase, dall'inizio della sua autoaffermazione come classe autonoma sino all'ondata rivoluzionaria del 1917-23, la classe operaia fu in grado, nonostante una serie di sconfitte spesso sanguinose, di sviluppare in modo più o meno continuo la fiducia in se stessa e la sua unità politica e sociale.
Le manifestazioni più importanti di questa capacità sono state, oltre alle lotte dei lavoratori stessi, lo sviluppo di una visione socialista, di una capacità teorica, di una organizzazione politica rivoluzionaria.
Questo processo di accumulazione, opera di decenni di generazioni, è stato interrotto e persino invertito dalla controrivoluzione. Solo piccole minoranze rivoluzionarie sono state in grado di mantenere la loro fiducia nel proletariato nel corso dei decenni. La rinascita storica della classe operaia nel 1968, che pose fine alla controrivoluzione, ha iniziato a rovesciare questa tendenza. Tuttavia, le nuove espressioni di autostima e solidarietà di classe mostrate da questa nuova generazione proletaria non sconfitta, sono rimaste per lo più radicate nelle lotte immediate. Non si sono fondate, come nel periodo precedente alla controrivoluzione, su una visione socialista e una formazione politica, su una teoria di classe e sulla trasmissione di esperienze accumulate e sulla comprensione da un generazione all'altra.
In altre parole, la fiducia in se stessi storica del proletariato e la sua tradizione di unità attiva e di lotta collettiva appartengono agli aspetti della sua lotta che hanno risentito maggiormente della rottura della continuità organica. Allo stesso modo, sono tra gli aspetti più difficili da ripristinare, poiché dipendono più di altri da una continuità politica e sociale vivente. Ciò a sua volta provoca una particolare vulnerabilità delle nuove generazioni della classe e delle sue minoranze rivoluzionarie.”
Possiamo aggiungere che anche prima del colpo di grazia della sconfitta della prima ondata rivoluzionaria, il grande tradimento del 1914/18 aveva significato per la classe la perdita di decenni di lavoro paziente nella costruzione dei suoi sindacati e partiti politici, una perdita che era particolarmente complicato accettare e comprendere per la classe operaia: anche tra i rivoluzionari che si opponevano a questo tradimento, solo una minoranza fu in grado di capire che queste organizzazioni erano state irrimediabilmente perse per la classe. Successivamente, con l'emergere dello Stalinismo, non ci fu solo una difficoltà di comprensione, ma la base per la costruzione della falsa identità menzionata nel “rapporto sulle prospettive” (vedi nota 7).
Ma mentre questo terribile fardello ereditato dal passato non poteva che avere un impatto disastroso sul progresso dell'ondata rivoluzionaria - che è stato espresso in particolare attraverso la teoria e la pratica del Fronte unico - questo periodo in particolare ha messo in luce la nuova forma di identità di classe rappresentata dallo sciopero di massa, dalla formazione dei consigli e dalla fondazione della Terza Internazionale.
Come aveva già detto Marx, il proletariato o è rivoluzionario o non è: questa riscoperta dell'identità di classe non era davvero “nuova”, ma ha semplicemente espresso “ciò che è il proletariato” nell’epoca di guerre e rivoluzioni; la classe può recuperare la sua identità solo organizzandosi al di fuori di qualsiasi istituzione esistente e in diretta antitesi con la società capitalista.
I decenni di controrivoluzione che seguirono approfondirono questo processo di espropriazione. Negli anni ‘30 il proletariato si trovò di fronte alla più importante crisi economica nella storia del capitalismo, la prima vera crisi economica della decadenza. Ma i partiti comunisti creati per opporsi al tradimento del 1914 abbandonarono l'internazionalismo a favore della famigerata teoria del socialismo in un solo paese e, attraverso i Fronti popolari, cercarono di dissolvere politicamente la classe operaia nel concetto di nazione e quindi prepararla per la guerra. Perfino i sindacati anarchici, che avevano conservato un certo carattere operaio in Spagna, cedettero a questo nuovo tradimento. Lo scoppio della guerra nel 1939 non significò, contrariamente a quanto sostenuto da Vercesi, la “scomparsa sociale del proletariato” e quindi l'inutilità di qualsiasi attività politica organizzata per i rivoluzionari. Finché sopravvive il capitalismo, la scomparsa sociale del proletariato è impossibile e la formazione di minoranze rivoluzionarie obbedisce a un bisogno permanente all'interno della classe. Ma questo certamente significava un ulteriore passo avanti nella sua confusione politica, non solo a causa del terrore fascista e stalinista, ma, più insidiosamente, a causa della sua integrazione nel progetto di difesa della democrazia. E questo include anche la rapida integrazione dell'opposizione trotzkista nello sforzo bellico e la dispersione delle sue fazioni di sinistra. Il proletariato si manifestò alla fine della guerra in alcuni paesi, in particolare in Italia nel 1943, ma contrariamente alle aspettative di gran parte della Sinistra comunista italiana (incluso Vercesi), ciò non significò un'inversione della controrivoluzione.
La controrivoluzione, che prese forme sempre più totalitarie, continuò durante il periodo della prosperità post-bellica, perché il Capitale scoprì nuovi modi per sabotare la coscienza che il proletariato ha di se stesso. Fu durante questo periodo “che i sociologi potettero teorizzare "l'imborghesimento" della classe operaia, conseguenza dell'espansione del consumismo e dello sviluppo dello Stato assistenziale. Del resto, dal 1945, questi due aspetti del capitalismo avrebbero costituito un importante peso in più nell’ostacolare maggiormente la classe operaia a ricostituirsi in forza rivoluzionaria: il consumismo atomizzava la classe operaia, e diffondeva l'illusione che ciascuno poteva raggiungere il paradiso della proprietà individuale; l'assistenzialismo statale - che spesso veniva introdotto dai partiti di sinistra e presentato come una conquista della classe operaia, rappresentava uno strumento ancora più significativo del controllo capitalista. Esso sabotava la fiducia della classe operaia in se stessa e la rendeva dipendente della benevolenza dello Stato; in seguito, in una fase di massiccia immigrazione, la sua organizzazione in Stato nazionale significò che la questione dell'accesso alle cure, all'alloggio, e ad altre prestazioni sarebbe diventata un potente fattore di isolamento degli immigrati e di divisioni nella classe operaia.”[9].
Il ritorno della lotta di classe dopo il 1968, che raggiunse il punto più alto durante lo sciopero di massa polacco nel 1980, confutò l'idea che la classe operaia fosse stata integrata nel capitalismo e ci diede una nuova visione della sua identità, una forza cioè che si esprime solo rompendo le proprie catene istituzionali. Gli scioperi selvaggi al di fuori dei sindacati, le assemblee generali e i comitati di sciopero revocabili, la forte tendenza all’estensione della lotta - embrioni o manifestazioni correnti dello sciopero di massa – tornarono con la prospettiva dei consigli operai. Allo stesso tempo, ciò fornì il terreno fertile per un rilancio ancora piccolo ma importante del movimento comunista che stava per scomparire negli anni '50 - prerequisito fondamentale per la formazione di un nuovo partito mondiale.
E oggi il passaggio sopra citato del TO sulla fiducia e la solidarietà, mostra come il maggio 68 e i movimenti che ne seguirono, portarono la questione di una nuova società a un livello teorico, anche se la lotta di classe è rimasta su un terreno economico e non è stata in grado di crescere fino a un confronto politico con il capitalismo. I limiti del rinnovamento proletario sono legati alla nuova fase di decomposizione, che ha visto il proletariato molto vicino a perdere completamente la sua identità di classe.
Per capire come, dalla fine degli anni '80, la consapevolezza che il proletariato ha di se stesso come forza sociale stia diminuendo, è necessario esaminare le sue diverse dimensioni separatamente, al fine di capire come operano insieme.
Tanto per cominciare, una società capitalista le cui premesse tendono a sgretolarsi, una società in aperta disintegrazione, che ha decenni di declino ed è bloccata nella sua evoluzione, tende più o meno automaticamente ad aggravare l'atomizzazione sociale che è stata una delle caratteristiche di questa società sin dalle sue origini, come già notato da Engels in La condizione della classe operaia in Inghilterra:
E anche se sappiamo che questo isolamento dell'individuo, questo egoismo limitato è ovunque il principio fondamentale della società attuale, essi non appaiono da nessuna parte con una chiarezza così grande che, precisamente, nella moltitudine della grande città. La disintegrazione dell'umanità in monadi, ognuna delle quali ha un particolare principio di vita e un fine particolare, questa atomizzazione del mondo è spinta qui all'estremo[10]. Nella fase finale di questa società, la guerra di tutti contro tutti si intensifica a tutti i livelli: aumentano le distanze tra gli individui, la violenta competizione tra bande di strada, del quartiere o del vicinato, la frenetica lotta tra imprese per l'accesso a un mercato limitato, dal crescente caos della concorrenza militare tra Stati e proto-Stati a livello internazionale. Questa tendenza è quindi alla base della ricerca di una comunità basata sulla ridotta identità a cui prima ci riferivamo - una reazione contro l'atomizzazione che serve solo a rafforzarla ad un altro livello. Questa disgregazione del tessuto sociale opera continuamente e in modo insidioso all'esatto opposto del potenziale di unificazione del proletariato intorno ai propri interessi comuni - in altre parole, alla ricostruzione dell'identità di classe proletaria.
Certo, anche la borghesia è direttamente interessata dallo stesso processo - come abbiamo notato in relazione alla sua diminuita capacità di controllare il suo apparato politico e alle sue crescenti difficoltà nel mantenere alleanze nelle relazioni statali. Ma a differenza della classe operaia, la borghesia può in qualche modo utilizzare gli effetti della decomposizione a proprio vantaggio e persino rafforzarli.
Il crollo del blocco dell’Est, ad esempio, è stato il primo esempio del processo “oggettivo” di decomposizione, creato dalla natura più profonda e irrisolvibile della crisi economica. Ma a causa delle particolari circostanze storiche implicate nella formazione di questo blocco - il risultato della sconfitta di una rivoluzione proletaria che ha permesso l'emergere di un sistema apparentemente diverso dal capitalismo occidentale - la borghesia è riuscita da questi eventi a sferrare un attacco ideologico al proletariato, alla sua coscienza di classe, che ha avuto un ruolo significativo nel riflusso delle lotte negli anni 1990. Di fronte a una classe operaia che, già durante le ondate di lotte post-68 ha affrontato notevoli difficoltà nello sviluppare una prospettiva per la sua resistenza, la campagna sulla “morte del comunismo” ha attaccato un aspetto essenziale della coscienza di classe: la sua capacità di guardare avanti e trovare un orientamento per il futuro. Ma queste campagne non si sono fermate a questo punto: hanno portato avanti l’idea non solo della fine di qualsiasi alternativa al capitalismo, ma anche quella della lotta di classe e della stessa classe operaia. In tal modo, la stessa borghesia ha mostrato la sua capacità a sabotare l’identità di classe, strumento per combattere la minaccia di una rivoluzione proletaria.
Un terzo aspetto dell'indebolimento dell'identità di classe nel periodo di decomposizione è collegato a questo. In effetti, l'insistenza sul fatto che la classe operaia sia in pericolo o una specie estinta è profondamente legata ai cambiamenti strutturali che la classe dominante è stata costretta a introdurre in risposta alla crisi economica del suo sistema, afferenti tutti al neoliberismo e globalizzazione fuorvianti, ma soprattutto il processo di “deindustrializzazione” dei più antichi centri capitalisti. Questo processo è stato ovviamente determinato dalla necessità di abbandonare le industrie non redditizie e di spostare il capitale in aree del globo dove gli stessi beni possono essere prodotti in modo molto più economico. Ma c'è sempre stato un elemento di classe direttamente antioperaio in questo processo: la borghesia era perfettamente consapevole, ad esempio, che occupandosi dei minatori chiudendo le miniere non solo l’avrebbe liberata da un settore non redditizio economicamente, ma le avrebbe permesso di dare un duro colpo in un settore molto combattivo della classe avversa. Naturalmente, delocalizzando intere industrie in Estremo Oriente e altrove, la borghesia ha creato nuove schiere di operai ingaggiati nella lotta di classe, ma resta il fatto che la classe lavoratrice industriale dei principali centri capitalisti rappresentava un pericolo particolare. La classe operaia non si limita al proletariato industriale, anche se questo settore è sempre stato al centro del movimento operaio e in particolare delle grandi lotte rivoluzionarie del passato, come dimostrato ad esempio dalla fabbrica Putilov durante la Rivoluzione russa, dagli operai della Ruhr durante la Rivoluzione tedesca, dagli operai della Renault durante lo sciopero di massa del maggio 1968 o quelli dei cantieri navali in Polonia nel 1980.
Con la chiusura di molte di queste vecchie industrie, il capitalismo ha tentato di creare un nuovo modello di classe operaia, in particolare nei settori dei servizi che, nei vecchi paesi capitalisti come la Gran Bretagna, si sono allontanati dai centri della vita economica. Questo modello si chiama “gig economy” e i suoi dipendenti sono spinti a non considerarsi lavoratori, ma come singoli imprenditori che, se lavorano duramente, possono diventare abbastanza grandi da negoziare i loro salari e le loro condizioni di lavoro con le aziende che li impiegano. Ancora una volta, questi cambiamenti sono stati alla fine dettati dalla ricerca del profitto, ma sono stati anche messi in atto dalla borghesia per impedire ai lavoratori di concepirsi come tali e come una parte di classe sfruttata.
Dal nostro ultimo Congresso nell'aprile 2017, la spinta populista è continuata, nonostante gli sforzi delle frazioni più centrali della borghesia per arginare questo fenomeno, come abbiamo visto con l'elezione di Macron in Francia e la “resistenza” organizzata dal Partito Democratico e parte dei servizi di sicurezza contro Trump negli Stati Uniti. La credibilità della Germania come barriera contro la diffusione del populismo è stata gravemente indebolita dall’incremento elettorale dell'AfD e da quello dei movimenti pogromisti come abbiamo visto a Chemnitz. Le divisioni e la quasi paralisi della borghesia inglese sulla Brexit si sono intensificate. L’instaurazione in Italia di un governo populista, in connessione con la crescente opposizione dei governi populisti nell'Europa orientale, pone seri problemi per il futuro dell'UE. La minaccia del separatismo catalano e di altri nazionalismi sull'unità dello Stato spagnolo non è stata superata.
In Brasile, la vittoria di Bolsonaro è un altro passo avanti nell'emergere di “leader forti” che difendono apertamente il terrore di Stato contro qualsiasi opposizione al loro potere. Infine, il fenomeno dei “Gilets gialli” in Francia e altrove mostra la capacità dei populisti, non solo di affermarsi in campo elettorale, ma anche in strada, nel corso di manifestazioni di grande ampiezza che potrebbero sembrare riprendere alcune delle preoccupazioni e persino metodi della classe operaia, pur avendo l'effetto di rendere ancora più confuso il significato dell'identità di classe.
Il populismo, con il suo linguaggio aggressivamente nazionalista e xenofobo, il suo disprezzo per l'evidenza e la ricerca scientifica, le sue manipolazioni cospirative e la relazione a malapena nascosta con la cruda violenza delle bande fasciste, è senza dubbio un puro prodotto di decomposizione, il segno che la classe capitalista, anche con le sue stesse parole, sta facendo marcia indietro di fronte al blocco storico tra le classi. Ma poiché emerge come un prodotto della decadenza sociale e tende a minare il controllo della borghesia su tutto il suo apparato economico e politico, la classe dominante può di nuovo usare i problemi generati dal populismo nella sua lotta permanente contro la coscienza di classe.
Ciò è evidente nel caso di quelle frazioni del proletariato che, a causa della mancanza di qualsiasi prospettiva di resistenza di classe contro il capitalismo e degli effetti della sua crisi, si sono rivolte direttamente al populismo e sono cadute in una nuova versione del “socialismo degli imbecilli”; l'idea che la loro miseria sia causata dalla crescente ondata di migranti e rifugiati, che sono a loro volta le truppe d'assalto delle sinistre élite che cercano di minare la cultura cristiana, bianca o nazionale. Queste illusioni si combinano con il loro sostegno incondizionato ai partiti populisti e ai demagoghi che si presentano come forze “anticasta”, come portavoce di “persone reali”. La presa di queste idee, che può anche condurre una minoranza significativa a compiere pogrom e azioni terroristiche, lavora chiaramente contro quei settori che trovano la loro vera identità come parte di una classe sfruttata, come sezioni della classe che è stata “abbandonata” non dalle trame di menti antinazionali, bensì dal peso spietato della crisi capitalista mondiale.
Ma, nel ricordare il famoso detto di Bordiga secondo cui “l'antifascismo è il peggior prodotto del fascismo”, dobbiamo sottolineare che l'opposizione borghese al populismo svolge un ruolo altrettanto importante nella truffa ideologica volta a impedire al proletariato di riconoscere che i suoi interessi di classe sono indipendenti da tutte le fazioni borghesi e antagonisti ai propri. Descrivendo all'inizio della sua Brochure di Junius l'atmosfera di pogrom che aveva invaso la Germania all'inizio della prima guerra mondiale, Rosa Luxemburg notò questo “clima di criminalità rituale, un'atmosfera di pogrom, dove l'unico rappresentante della dignità umana era l'agente di polizia dietro l'angolo”. Negli Stati Uniti, la stessa situazione è creata dalle dichiarazioni e dalle pratiche flagranti di un Trump, che si traduce nel fatto che sono i democratici, i repubblicani liberali, i giudici della Corte suprema e persino l'FBI e la CIA che sembrano essere i “buoni”. In Gran Bretagna, l'apparente dominio della vita politica da parte di una piccola banda di “Brextremists”, a sua volta legata a denaro sporco e persino manipolazioni dell'imperialismo russo, stimola lo sviluppo di una massiccia opposizione alla Brexit, che, sotto l'incoraggiamento pubblico di una parte dei media, può mobilitare fino a 750.000 persone per le strade di Londra per chiedere un secondo referendum. Sebbene spesso derisi come un movimento della classe media, tali mobilitazioni attraggono senza dubbio un gran numero di proletari urbani istruiti che sono infastiditi dalle bugie populiste, ma che non sono ancora in grado di staccarsi dalle fazioni di sinistra e liberali della borghesia.
In breve: l'intero dibattito politico tende a essere monopolizzato da questioni pro e anti-Trump, pro e anti-Brexit, ecc., un dibattito interamente circoscritto all'ideologia patriottica e democratica. L'opposizione borghese a Trump si presenta anch’essa come la Vera America di Trump e dei suoi sostenitori e condanna l'attuale amministrazione principalmente per le sue violazioni delle regole democratiche; allo stesso modo in Inghilterra, il dibattito ruota sempre intorno ai veri interessi del “nostro paese” e entrambe le parti si presentano essenzialmente come preoccupate della democrazia e della volontà popolare. Possiamo osservare la stessa polarizzazione nella “guerra culturale” che ha alimentato lo sviluppo del populismo: come abbiamo già sottolineato, il populismo è una forma di identità politica, che si presenta come il difensore esclusivo degli interessi di questa o quella nazione o gruppo etnico e intensifica così il reciproco scontro con tutte le altre forme di identità politica, siano le bande islamiste che servono a deviare l'ira di una classe di proletari particolarmente emarginati presenti nel ghetti urbani o campagne della sinistra relative a questioni di razza o di genere. Questa polarizzazione è la vera espressione di una società in disgregazione e sempre più divisa ma, di fronte al proletariato, il capitalismo decadente mostra il suo carattere totalitario, nella misura in cui questa vera polarizzazione occupa il terreno politico e sociale e tende a bloccare la nascita di un dibattito o di un'azione sul terreno del proletariato.
Il mondo capitalista in decomposizione genera necessariamente un clima di apocalisse. Non ha un futuro da offrire all'umanità e il suo potenziale di distruzione è sempre più evidente per gran parte della popolazione mondiale. Le manifestazioni più estreme di questa sensazione che il mondo in cui viviamo è senza futuro si esprimono nelle contorte mitologie del jihadismo islamista o dell'estremo survivalismo cristiano di destra, ma anche in un clima molto più generale. I rapporti sempre più allarmanti di gruppi scientifici sul cambiamento climatico, la distruzione di specie e l'inquinamento tossico di ogni tipo si aggiungono a questa percezione di apocalisse: se gli scienziati ci dicessero che abbiamo 12 anni per prevenire un disastro ambientale è già chiaro a tutti che i governi e le aziende di tutto il mondo faranno poco o nulla per prendere le misure adatte, per paura di indebolire i vantaggi competitivi delle loro economie nazionali. Inoltre, con l'avvento dei governi populisti, la negazione del cambiamento climatico è diventata sempre più isterica di fronte ai pericoli reali che affliggono il mondo e si trasforma in puro vandalismo, il ritiro degli accordi internazionali e l’abolizione di qualsiasi limite allo sfruttamento della natura, come nel caso di Trump negli Stati Uniti o di Bolsonaro in Brasile.
Aggiunto al fatto che la guerra imperialista è diventata più caotica e imprevedibile perché un numero crescente di Stati ha ora accesso alle armi nucleari - e quindi non sorprende che il nichilismo e la disperazione siano molto più diffusi oggi di quanto non fossero nella seconda guerra mondiale – malgrado la prossimità dell’ombra d’Auschwitz e di Hiroshima e la minaccia di una guerra nucleare tra i due blocchi imperialisti.
Il nichilismo e la disperazione derivano da un sentimento di impotenza, una perdita di convinzione che esista un'alternativa all'incubo che prepara il capitalismo. Tendono a paralizzare il pensiero e la volontà di agire. E se l'unica forza sociale in grado di porre questa alternativa è praticamente inconsapevole della propria esistenza, ciò significa che i giochi sono fatti, che il punto di non ritorno è già stato superato? Siamo consapevoli che più il capitalismo si decompone, più mina le basi di una società più umana. Ciò è ancora più chiaramente illustrato dalla distruzione dell'ambiente, che sta accelerando la tendenza verso un collasso completo della società, condizione che non favorisce in alcun modo l'auto-organizzazione e la fiducia nel futuro, necessari per guidare una rivoluzione; e anche se il proletariato arrivasse al potere su scala mondiale, dovrebbe affrontare un lavoro gigantesco, non solo per ripulire il mercato che avrebbe lasciato l’accumulazione capitalista, ma anche per invertire la spirale di distruzione che ha già messo in moto.
Ma sappiamo anche che la disperazione distorce la realtà, genera il panico da un lato, la negazione dall'altro e non ci consente di pensare chiaramente alle possibilità che ci rimangono aperte. In una serie di documenti recenti presentati ai congressi e alle riunioni del suo organo centrale, la CCI ha esaminato tutta una serie di sviluppi oggettivi che si sono verificati (e continuano ad esistere) negli ultimi decenni e che potrebbero agire a favore del proletariato. I più importanti di questi sviluppi sono:
- Lo sviluppo del proletariato su scala globale, che non c’era in passato, guidato dallo straordinario sviluppo industriale della Cina e di altri paesi del sud-est asiatico e del Pacifico. L'idea avanzata da alcuni sociologi secondo cui vivremmo in una società “postindustriale” è completamente confutata quando vediamo che oggi più che mai la società capitalista si presenta come “un immenso accumulo di beni”; e che il cuore di tutto ciò, costruzioni, produzione e distribuzioni frenetiche, sono sempre un prodotto degli esseri umani, nonostante la rapida estensione della robotizzazione. Il capitalismo senza proletariato è pura finzione. Allo stesso tempo, abbiamo assistito alla crescente proletarizzazione di innumerevoli lavori “professionali” e non industriali.
- Questa crescita economica, per quanto fragile, proprio a causa delle sue connessioni con le moderne tecnologie di comunicazione, è diventata enormemente globalizzata, è diventata una catena internazionale che corteggia costantemente con i limiti dei confini nazionali e costringe il capitalismo a organizzarsi su scala internazionale. L'attuale tendenza verso il protezionismo nazionalista cerca di aggirare questa linea di fondo, ma è significativo che la maggior parte dei suoi avversari non sia effettivamente in grado di tagliare il filo con il Capitale globale “mondializzato”. In Gran Bretagna, ad esempio, i finanzieri che hanno condotto alla Brexit (come Aaron Banks, i cui fondi offshore sono ora oggetto di un'indagine giudiziaria) sono tutti speculatori internazionali, e lo stesso vale per Trump e la maggior parte dei membri del suo comitato di supporto. E queste tendenze hanno creato una classe lavoratrice sempre più internazionale nella sua forma e nelle attività quotidiane: l'uso di Internet per coordinare i canali di produzione globali, la “mobilità del lavoro” attraverso i confini che accompagna necessariamente i movimenti di capitali, e così via. Vi è una frazione della classe altamente qualificata, spesso approdata all'università, che rappresenta quindi la migliore protezione “naturale” contro il populismo e il razzismo.
- Questi sviluppi nella forma assunta dal proletariato includono anche una maggiore integrazione delle donne nel lavoro associato, nel settore sanitario in Occidente, nelle comunicazioni in India ad esempio o nella produzione industriale in Bangladesh e in Cina. Ciò fornisce la base oggettiva per superare la divisione di genere nella classe e per capire che l'oppressione sessuale delle donne e altre forme di oppressione sessuale sono alla radice di un problema di classe, un ostacolo pernicioso alla sua unificazione. Allo stesso tempo, la partecipazione delle donne proletarie alla lotta di classe è sempre stata un elemento potente nello sviluppo della sua dimensione morale.
- Gli sviluppi tecnologici - in termini marxisti, lo sviluppo delle forze produttive - sono anche potenzialmente un fattore nel riconoscere l'obsolescenza del modo di produzione capitalistico. Nel processo di produzione, il crescente posto di computer e robot nel capitalismo genera da un lato la disoccupazione, dall'altro il superlavoro, ma il loro uso potenziale per alleviare l'umanità dal duro lavoro è sempre più ovvio. Allo stesso tempo, l'uso delle tecnologie digitali nelle aree di distribuzione, pagamento e finanza suggerisce la possibilità che la forma delle merci sia essa stessa in dissesto, che la tecnologia possa essere utilizzata semplicemente per misurare la distribuzione sul mercato sulla base dei bisogni. Tutto ciò ha dato origine a varie teorie utopiche “post-capitaliste” che si illudono nel pensare che tali sviluppi possano automaticamente derivare dall'uso di queste tecnologie in sé[11], che tuttavia esprime solo una realtà sempre più evidente prevista da Marx: “Il capitale sopravvive a se stesso”.
- L'obsolescenza della forma mercato, della produzione di valore, si esprime soprattutto in quello che è forse il “fattore obiettivo” più cruciale di tutti: la crisi economica. È l'incapacità del Capitale di andare più lontano di se stesso, che è il fattore alla base dell'attuale crisi di civiltà; e quando le contraddizioni derivanti da questo fatto storico diventano più aperte, tendono a rivelare alla classe sfruttata la necessità di un nuovo modo di produzione. La crisi del 2008, anche se la forma che ha assunto (un crollo del credito che ha colpito i proletari più come risparmiatori individuali che come classe collettiva) e i mezzi utilizzati per combatterla (in primo luogo un'iniezione ad alte dosi dello stesso veleno che lo ha provocato) non ha favorito uno sviluppo massiccio e generale della coscienza di classe, rimane una prova della vulnerabilità e dell'invecchiamento di questo sistema, che ci porta direttamente a convulsioni ancora maggiori per il futuro. Le nuvole che si addensano sull'economia mondiale saranno esaminate in un altro rapporto, ma non vi è dubbio che la crescente incapacità della classe dominante di controllare le contraddizioni economiche del suo sistema, e quindi la necessità sempre più grande di attaccare frontalmente le condizioni di vita e di lavoro, rimane un potenziale fattore chiave per il riavvio della lotta di classe e di una autocoscienza proletaria più ampia.
- La necessità di uno sviluppo a livello soggettivo. Dobbiamo tenere presente che questi fattori oggettivi, poiché sono necessari per il recupero dell'identità e della coscienza di classe, non sono di per sé sufficienti e che vi sono altri fattori che si contrappongono al realizzare il potenziale che posseggono. Pertanto, le nuove generazioni di lavoratori industriali in Asia mostrano spesso un alto livello militante (ad esempio gli scioperi massicci nell'industria tessile del Bangladesh), ma mancano della tradizione politica di lunga data del proletariato occidentale, anche se quest’ultimo è stato ampiamente oscurato. L'integrazione delle donne nel lavoro, quando la coscienza di classe è debole, è stata spesso accompagnata da un aumento delle molestie. E abbiamo già visto (certamente negli anni '30, ma in una certa misura dopo il 2008) che la crisi economica in determinate circostanze diventa un fattore di demoralizzazione e atomizzazione individuale piuttosto che di mobilitazione collettiva.
La classe operaia è la classe della coscienza. A differenza delle rivoluzioni borghesi, la sua rivoluzione non si basa su un accumulo regolare di ricchezza e potere economico. Può solo accumulare esperienza, tradizione di lotta, metodi di organizzazione e così via. In effetti, l'elemento soggettivo è cruciale perché si conquisti e realizzi un obiettivo potenziale.
Questo potenziale soggettivo non può essere misurato in termini immediati. La lotta per il potere delle classi esiste storicamente e possiamo dire che, anche se il tempo non è dalla nostra parte, anche se la decomposizione sta diventando una minaccia crescente e la classe operaia si confronta con notevoli differenze al suo interno per emergere dal suo attuale declino, a livello globale la classe non è stata sconfitta dal 1968 e ciò rappresenta quindi un ostacolo alla caduta completa nella barbarie; ha ancora il potenziale per superare questo sistema. Ma possiamo continuare ad affermarlo solo esaminando attentamente le espressioni più immediate di ribellione contro l'ordine sociale, che non mancano.
Per quanto riguarda le lotte aperte della classe, esamineremo due esempi recenti:
1. In Gran Bretagna negli ultimi due anni, abbiamo visto piccoli ma significativi scioperi dei lavoratori della gig economy[12], come riportato in questo articolo di World Revolution:
“Una delle paure per i lavoratori che hanno un lavoro occasionale molto precario, con una grande percentuale di immigrati tra loro, è che non sono in grado di combattere, e che c'è solo tra loro una pressione competitiva per abbassare i salari. Ad aziende come Uber e Deliveroo piace dire che i loro dipendenti sono lavoratori autonomi (e quindi non possono ottenere il salario minimo, ferie retribuite o malattia). Il recente sciopero a Deliveroo, che si è esteso ai fattorini di UberEats, ha risposto ad entrambe le questioni, essi fanno sicuramente parte della classe operaia e sono in grado di combattere per difendersi. Minacciati con un nuovo contratto che al salario orario più un bonus per ogni consegna (£ 7 e £ 1) avrebbe sostituito una retribuzione solo per ogni consegna, nonostante il loro apparente isolamento reciproco e le loro condizioni precarie, i dipendenti Deliveroo hanno organizzato un’assemblea generale (AG) per lanciare la lotta, una manifestazione con ciclomotori e biciclette per le strade di Londra e uno sciopero di 6 giorni. Hanno chiesto una contrattazione collettiva contro l‘“offerta” della dirigenza per discutere con loro individualmente. Alla fine, la minaccia di licenziarli se non avessero firmato il nuovo contratto è stata rimossa, ma quest’ultimo è stata messo alla prova per coloro che lo hanno scelto. Una vittoria parziale. Un certo numero di fattorini ha partecipato alle AG di Deliveroo. Si sono confrontati con le stesse condizioni, che danno loro uno status ipocrita di imprenditori autonomi; lo stipendio è crollato, tant’è che ora si ritrovano a reddito minimo, senza alcuna garanzia sulla paga, ricevendo solo £ 3,30 per consegna. In seguito ad uno sciopero selvaggio, un dipendente è stato licenziato (o “disabilitato” dal momento che non è protetto da alcuna legislazione sul lavoro), e qui si vuole sottolineare il coraggio di questi lavoratori nel lottare in tali precarie attività ...”[13].
Più di recente, a ottobre, i lavoratori di una serie di fast-food in diverse città del Regno Unito (McDonalds, TGI Fridays e JD Witherspoon) hanno scioperato contemporaneamente ai fattorini di UberEats e si sono uniti ai loro picchetti e manifestazioni. Come scrive l'articolo di WR, queste azioni si basavano sulla consapevolezza dei lavoratori di queste società di far parte dello stesso corpo sociale collettivo e non di essere individui isolati. È stato significativo che questi scioperi abbiano coinvolto molti lavoratori immigrati insieme a quelli nati in Gran Bretagna, mentre molte di queste azioni sono state coordinate con i lavoratori delle stesse aziende in Europa. Allo stesso tempo, secondo la BBC, gli scioperi coincidono con le azioni dei lavoratori dei fast-food in Cile, Colombia, Stati Uniti, Belgio, Italia, Germania, Filippine e Giappone…[14]
La nozione di “precariato” applicata a questi impiegati avrebbe potuto significare che fanno parte di un’altra classe, ma l'occupazione precaria ha sempre fatto parte delle condizioni della classe lavoratrice. In un certo senso, i metodi dell’”economia dei gig”, con sempre più lavoratori impiegati nel breve periodo e su una base precaria, ci riportano al periodo in cui gli operai edili o dei porti facevano la coda per farsi assumere giornalmente.
I tentativi da parte di lavoratori di diverse aziende e paesi di agire di concerto sono un'affermazione di un'identità di classe contro il “nuovo modello” accennato prima, e mostrano che nessuna parte della classe, anche se dispersa e oppressa, è incapace di combattere per i propri interessi. Allo stesso tempo, il fatto che questi lavoratori siano in gran parte ignorati dai sindacati tradizionali ha aperto le porte a forme più radicali di sindacalismo: in Gran Bretagna, organizzazioni semi-sindacali come l'IWW, la Independent Workers Union of Great Britain, o la United Voices of the World ne hanno approfittato rapidamente diventando la principale forza che “organizza” i lavoratori. Ciò è probabilmente inevitabile in una situazione in cui non esiste un movimento di classe generale, ma l'influenza di questi sindacati radicali testimonia la necessità di controllare una vera radicalizzazione all'interno di una minoranza di lavoratori.
2. Lotta contro l'economia di guerra in Medio Oriente
Gli scioperi e le manifestazioni scoppiate a luglio in diversi luoghi in Giordania, Iraq e Iran, descritti in diversi articoli del nostro sito[15], sono stati una risposta diretta dei proletari di queste regioni alla miseria inflitta alla popolazione dall'economia di guerra. Le richieste erano molto focalizzate sui problemi economici di base: riduzione dell'approvvigionamento idrico e accesso alle medicine, salari di miseria e conti non pagati, disoccupazione, testimonianza che questi movimenti sono iniziati su un terreno di classe. Ci sono stati anche molti slogan politici tendenti ad affermare gli interessi proletari contro quelli della classe dominante e della guerra: in Iran, ad esempio, le fazioni “fondamentaliste” e quelle dei “riformatori” della teocrazia sono state messe insieme e le rivendicazioni imperialiste del regime iraniano sono state spesso ridicolizzate; in Iraq, i manifestanti hanno proclamato a gran voce che non erano né sunniti né sciiti; e non solo il governo e gli edifici municipali sono stati attaccati dai manifestanti, ma anche le istituzioni sciite hanno proclamato ipocritamente il loro “sostegno” alle ondate di protesta. La delegazione del populista “radicale” Al-Sadr per incontrare i manifestanti è stata attaccata ed è fuggita, il tutto trasmesso in un video sui social network[16].
Ancora più importante, nell'autunno del 2018, ci sono stati numerosi scioperi da parte dei lavoratori molto combattivi nell'industria iraniana, con alcune evidenti dimostrazioni di solidarietà tra le diverse società, come nel caso dei lavoratori siderurgici di Foolad e dello zucchero a Haft Tappeh. Quest'ultima lotta è diventata famosa anche a livello internazionale grazie ad assemblee generali e le dichiarazioni di Ismail Bakhshi, un leader chiave dello sciopero, sul loro comitato di sciopero come embrione del sovietismo.
Ciò è stato ripreso da vari elementi del milieu lasciando capire che i consigli dei lavoratori erano all'ordine del giorno in Iran, quando per noi non era lontanamente il caso. Le altre dichiarazioni di Bakhshi mostrano che esiste una grave confusione sull'autogestione anche tra i lavoratori più avanzati[17]. È anche vero che alcuni degli slogan delle prime manifestazioni di strada avevano un carattere nazionalista e persino monarchico. Nonostante queste profonde debolezze, riteniamo ancora che questa ondata di lotta in Iran sia un’espressione importante del potenziale intatto della lotta di classe. Mentre la guerra diventa una realtà permanente per frazioni sempre più numerose della classe operaia, questi movimenti ci ricordano non solo il completo antagonismo tra proletariato e qualsiasi conflitto imperialista, ma anche la presa di coscienza di questo antagonismo, che si esprime sia attraverso gli slogan proposti sia attraverso la simultaneità internazionale delle rivolte in Iran, Iraq e Giordania.
Non presentiamo questi esempi come prove di una ripresa mondiale della lotta di classe o addirittura della fine del riflusso, che richiederebbe l'emergere di importanti movimenti di classe nei paesi centrali del capitalismo. In questi paesi, la situazione sociale è sempre caratterizzata da un'assenza di grandi lotte sul terreno proletario. D'altra parte, abbiamo visto una serie di movimenti che mostrano una crescente indignazione contro la brutalità e il carattere distruttore della società capitalista. Negli Stati Uniti in particolare, abbiamo assistito ad azioni dirette negli aeroporti contro la detenzione e l'espulsione di viaggiatori dei paesi musulmani, dimostrazioni gigantesche contro l'uccisione di giovani neri in diverse città: Charlotte, Saint Louis, New York, Sacramento… e la massiccia mobilitazione giovanile che ha seguito la sparatoria della High School Marjory Stoneman Douglas a Parkland, in Florida. I cambiamenti climatici e la distruzione ambientale sono anche fattori scatenanti di movimenti di protesta, tra cui gli scioperi scolastici in molti paesi sotto l'egida di “Venerdì per il futuro” o le proteste di “Extinction Rebellion” a Londra. Nella stessa direzione, l’indignazione per i comportamenti condiscendenti e violenti nei confronti delle donne, non solo nei paesi “meno sviluppati” come l'India, ma anche nelle cosiddette “democrazie liberali” si esprimeva per strada senza limitarsi ai forum su Internet.
Tuttavia, data la perdita generale dell'identità di classe, è molto difficile impedire che tali proteste cadano nelle trappole della borghesia, nelle mistificazioni che circondano la “politica identitaria” e il riformismo, nonché a dirigere manipolazioni da parte della sinistra e di varie fazioni democratiche borghesi. Il fenomeno dei “Gilet gialli” mostra il pericolo che la classe continui a perdersi nei movimenti interclassisti dominati da un'ideologia populista e nazionalista.
È solo riacquistando la consapevolezza di se stessa come classe, con lo sviluppo della lotta sul proprio terreno, che tutta questa energia e questa rabbia legittima che oggi vengono dirottate in direzioni sterili e impotenti, domani potranno essere “recuperate” dal proletariato. La dinamica del movimento degli Indignados nel 2011 mostra che questo è più che un vago desiderio. Motivato dai problemi “classici” della classe lavoratrice, ovvero disoccupazione, insicurezza del lavoro, impatto della crisi del 2008 sulle condizioni di vita, questo movimento ha messo in luce delle questioni sul futuro dell'umanità in un sistema che molti partecipanti consideravano “obsoleto”. Ha organizzato ogni tipo di discussione sulla moralità, la scienza, l'ambiente, le questioni relative al sesso e al genere, ecc., e in questo senso ha chiaramente ravvivato lo spirito del Maggio ’68, ponendo la richiesta di alternativa alla società capitalista. È stato l’espressione di un movimento proletario che aveva iniziato a capire che stava rispondendo ad “attacchi sia particolari che generali”. Ha dimostrato che la lotta di classe deve estendersi non solo ai settori più ampi dell'economia capitalista, ma anche ai campi della politica e della cultura.
Tuttavia, rimane il problema che, anche se gli Indignados erano essenzialmente un movimento del proletariato, in gran parte composto da impiegati, semi-disoccupati e disoccupati, studenti delle scuole superiori e dell'università, la maggior parte dei suoi partecipanti si vedevano soprattutto come cittadini, e quindi erano molto vulnerabili all'intera ideologia di “Democracy Now” (Democrazia Adesso) e ad altri gruppi di sinistra che cercavano di portare il movimento delle assemblee al corporativismo per riformare il sistema parlamentare. Naturalmente nel movimento esisteva una sostanziale ala proletaria (in senso politico piuttosto che sociologico) che vedeva le cose in modo diverso ma rimaneva una minoranza e sembra aver dato alla luce una minoranza ancora molto più piccola di elementi che si sono evoluti verso posizioni rivoluzionarie. Il “problema identitario” del movimento degli Indignados è stato messo in evidenza anche nel 2017, quando molti che erano stati davvero indignati dal futuro offerto dal capitalismo caddero nella trappola del nazionalismo, in particolare nella sua versione catalana.
Una delle debolezze fondamentali del movimento è stata la mancanza di connessione tra movimento di strada, piazze e lotte sul posto di lavoro, e questo divario dovrà essere colmato da future lotte. Ne abbiamo avuto un esempio nei recenti movimenti in Medio Oriente, e forse più esplicitamente con gli scioperi dei metallurgici di Vigo nel 2006. Poiché per essere presenti in strada è essenziale stare insieme, lavoratori di diversi settori e disoccupati, il movimento sul posto di lavoro è la chiave per ricordare a tutti quelli che sono nella strada che fanno parte di una classe costretta a vendere la propria forza lavoro al Capitale.
Questa unione è anche importante per risolvere il problema dell'organizzazione unitaria dei futuri movimenti di massa, è il problema dei consigli operai. Nei movimenti rivoluzionari del passato, i consigli operai tendevano a emergere dalla centralizzazione delle Assemblee Generali di grandi unità industriali. Questo è senza dubbio un fattore importante nelle aree in cui tali unità esistono ancora (Germania, per esempio) o si sono recentemente sviluppate (Cina, subcontinente indiano, ecc.). Ma visto che i vecchi centri di lotta di classe, specialmente in Europa, hanno attraversato un lungo processo di deindustrializzazione, è possibile che i consigli emergano da una serie di assemblee tenute in luoghi di lavoro centrali come ospedali, università, magazzini, ecc. e che assemblee di massa si svolgano nelle strade e nelle piazze dove lavoratori provenienti da posti dispersi, i disoccupati e i lavoratori precari possano unire le loro lotte.
Il fatto che la maggior parte della popolazione sia stata proletarizzata dall'impatto combinato della crisi e dai cambiamenti nella “pelle” della classe operaia, implica che le assemblee create su base territoriale piuttosto che sulla base di unità di produzione avranno un carattere di classe proletaria, anche se esiste in tali forme di organizzazione un evidente pericolo di influenza della piccola borghesia e di altri strati. Tali dilemmi ci portano alla questione dell'autonomia di classe e della sua relazione con lo Stato di transizione in una rivoluzione futura, poiché la classe operaia, dopo aver riguadagnato la sua identità di forza sociale rivoluzionaria, dovrà mantenere la sua autonomia, politicamente e organizzativamente durante il periodo di transizione, fino a quando tutti sono diventati proletari e non ci siano altri che non lo siano.
È anche probabile che questa nuova identità rivoluzionaria assumerà una forma più direttamente politica in futuro: in altre parole, che la classe sarà definita attraverso una crescente aderenza alla prospettiva comunista, anche perché la profondità della crisi sociale e la volontà economica distrugge ogni illusione su un possibile “ritorno alla normalità” nel capitalismo in decomposizione. Ne abbiamo avuto un'indicazione con l'apparizione di un'ala rivoluzionaria nel movimento degli Indignados: il suo carattere proletario non si basava tanto sulla sua composizione sociologica quanto sulla sua lotta per difendere l'autonomia delle assemblee e una prospettiva globale di trasformazione sociale contro i diversi recuperatori di estrema sinistra (gauchisti). Il Partito del futuro potrebbe emergere da un'interazione tra tali grandi minoranze proletarie e organizzazioni politiche comuniste. Naturalmente la fragilità dell'attuale contesto politico della Sinistra comunista significa che non vi è alcuna garanzia che questo incontro abbia luogo. Ma possiamo dire che l'apparizione di nuovi elementi che ora ruotano attorno alla Sinistra comunista, alcuni dei quali molto giovani, è un segno che il processo di maturazione sotterranea è una realtà e che continua nonostante le ovvie difficoltà della lotta di classe. Anche se comprendiamo che il Partito del futuro non sarà un'organizzazione di massa che cercherà di abbracciare l'intera classe, questa dimensione della politicizzazione della lotta ci mostra quanto rimane profondamente vera la frase classica del marxismo: “la costituzione del proletariato in classe, e di conseguenza in partito politico”.
28 dicembre 2018
[3] La critica critica [25]come serenità della coscienza, ovvero la Critica critica come signor Edgardo (…IV: Proudhon) di Karl Marx.
[4] Introduzione all’edizione inglese di La condizione della classe operaia in Inghilterra.
[5] Leggi il nostro articolo in inglese Storia del movimento operaio in Gran Bretagna [26]
[6] Questo movimento fu preceduto nel 1831 dalla rivolta di Merthyr, che, si può dire, era meglio organizzato e di maggior successo, anche se gli operai potevano solo prendere il potere in una città e per un breve momento. È tuttavia il primo episodio noto in cui i lavoratori hanno camminato dietro la bandiera rossa.
[7] Estratto da un rapporto sulle prospettive della lotta di classe, dicembre 2015.
[8] Rivista Internazionale n. 33. Testo di orientamento, 2001: la fiducia e la solidarietà nella lotta del proletariato 1a parte [27]
[9] Risoluzione sulla lotta di classe [28], 22 ° Congresso della CCI
[10] La situazione della classe operaia in Inghilterra [29] capitolo Le Grandi città.
[11] Ad esempio, si può leggere il libro Post Capitalism di Paul Mason, una guida al nostro futuro e le sue critiche in inglese da parte della CWO [30]
[12] Caratterizzato dalla predominanza di contratti a breve termine o di lavoro autonomo rispetto ai lavori a tempo indeterminato.
[13] Leggi il nostro articolo in inglese: Deliveroo, UberEats: lotte di precari e lavoratori immigrati [31]
[14] Leggi il nostro articolo in inglese I lavoratori di McDonald's, UberEats e Wetherspoon sono in sciopero [32]
[15] Leggi i nostri articoli in inglese Iraq: marcia contro la macchina da guerra [33] ; Voce e proteste internazionaliste in Medio Oriente [34] ;
[16] Leggi il nostro articolo in inglese Iraq: marcia contro la macchina da guerra [33]
[17] Leggi il nostro articolo in inglese: Risposta a Internationalist Voice sugli scioperi in Iran [35]
Il Rapporto sulla questione del “Corso Storico” del 23° Congresso della CCI, che pubblichiamo di seguito, conferma un cambiamento significativo di analisi rispetto a quello elaborato in un testo fondamentale del 1978 dal titolo “Il corso storico”[1].
In breve, questo cambio di analisi deriva direttamente dal cambiamento del contesto mondiale, seguito alla caduta del blocco imperialista dell’Est avvenuto nel 1989, che a sua volta ha portato alla disgregazione del blocco occidentale. Ciò che cambia infatti nella nuova situazione, con l’entrata in pieno del mondo nel periodo di decomposizione del capitalismo, è la necessità di analizzare i cambiamenti significativi nell'evoluzione dei rapporti di forza tra le classi; in particolare il fatto che l’alternativa rivoluzione o distruzione dell'umanità attraverso la guerra mondiale non si pone più negli stessi termini poiché, con la scomparsa dei blocchi imperialisti, la guerra mondiale non è più all’ordine del giorno. Effettuando il necessario cambiamento nella nostra analisi, abbiamo ripreso il metodo di Marx e del movimento marxista, sin dalla sua creazione, consistente nel cambiare posizione, analisi e persino programma completo, non appena questi non corrispondono al cammino della storia e questo per essere fedeli allo scopo stesso del marxismo come teoria rivoluzionaria. Un famoso esempio è quello delle importanti modifiche che Marx ed Engels apportarono successivamente allo stesso Manifesto comunista, riassunte nelle successive prefazioni che aggiunsero a questo lavoro fondamentale, alla luce dei mutamenti storici avvenuti. Le generazioni successive di marxisti rivoluzionari adottarono lo stesso metodo critico:
L’insistenza di Rosa in quest’epoca sulla necessità di riconsiderare analisi precedenti per essere fedeli alla natura e al metodo del marxismo, come teoria rivoluzionaria, era direttamente collegata al significato mutevole della prima guerra mondiale. La guerra del 1914-1918 segnò il punto di svolta per il capitalismo come modo di produzione, dal suo periodo di ascesa o progresso a un periodo di decadenza e collasso, che cambiò radicalmente le condizioni e il programma del movimento operaio. Ma solo la sinistra della II Internazionale cominciò a riconoscere che il periodo precedente era definitivamente terminato e che il proletariato stava entrando “nell'epoca delle guerre e delle rivoluzioni", come la chiamerà in seguito la III Internazionale.
La destra opportunista della socialdemocrazia ha falsamente affermato che la prima guerra interimperialista era una guerra di difesa nazionale - come le guerre limitate e minori del XIX secolo - e ha unito le sue forze con la borghesia imperialista, mentre l'ala centrista ha affermato che la guerra era solo un'aberrazione temporanea e che le cose sarebbero “tornate alla normalità” dopo la fine delle ostilità. I rappresentanti di queste due correnti finirono per combattere l'ondata proletaria rivoluzionaria che pose fine alla prima guerra mondiale, mentre i dirigenti delle insurrezioni proletarie come Rosa, Lenin e Trotskij, nei partiti comunisti di recente formazione, conservarono l’“onore del socialismo internazionale” mettendo da parte le formule antiquate della Socialdemocrazia che ora venivano usate per giustificare la controrivoluzione.
I cambiamenti senza precedenti segnati dalla fine della Guerra Fredda nel 1989 non furono della stessa portata di quelli del 1914. Ma hanno segnato una nuova tappa significativa nello sviluppo della decadenza capitalista, in coincidenza con l'emergere della sua fase finale, quella della decomposizione sociale. Se la svolta del 1989 non ha cambiato il programma della classe operaia che ha mantenuto la sua validità per tutta la decadenza del capitalismo, ha segnato un cambiamento importante rispetto alle condizioni in cui la lotta di classe si era evoluta fino ad allora nei sette decenni tra il 1914 e il 1989. Il Rapporto che pubblichiamo contribuisce allo sforzo critico di aggiornare l'analisi marxista su questo importante punto di svolta nella storia mondiale.
Nel 1989, proprio nel momento degli eventi che hanno scosso il mondo, la CCI aveva già analizzato, in vari testi, i cambiamenti molto importanti in atto. Nelle sue Tesi sulla decomposizione (Rivista Internazionale n°14, 1990) e nel testo su Militarismo e decomposizione (Rivista Internazionale n°15, 1991), la CCI aveva previsto che il periodo successivo sarebbe stato dominato dalla putrefazione accelerata e dal caos di un modo di produzione nella sua agonia, attraversato da contraddizioni violente e distruttive della decadenza capitalista, ma in una nuova forma e in un nuovo contesto. La ripresa della lotta di classe proletaria, iniziata nel 1968 e che aveva impedito lo scoppio di una terza guerra mondiale, incontrava ora nuove difficoltà e un lungo periodo di ritiro e disorientamento, ma l'aggravarsi della crisi economica mondiale spingerà il proletariato a riprendere la sua lotta.
Inoltre, il crollo del blocco dell’Est pose fine, forse definitivamente, alla divisione del mondo in due parti armate, che era stata la forma principale in cui l'imperialismo mondiale aveva operato a pieno titolo nella sua fase decadente. La prima e la seconda guerra mondiale, così come gli eventi che le hanno precedute e seguite, hanno dimostrato che il capitalismo non poteva più evolversi grazie all'espansione coloniale come nel XIX secolo e che a ciascuno degli Stati imperialisti rivali non restava che tentare di operare una nuova divisione del mercato mondiale a proprio vantaggio, attraverso guerre massacranti. E questo tentativo si è articolato attraverso la tendenza a raggruppare i diversi paesi dietro ciascuno dei due gangster più potenti, un processo pienamente confermato dopo il 1945. Dopo il periodo 1914-1989, dominato dalla divisione del mondo in due blocchi imperialisti rivali, la tendenza alla formazione dei blocchi cessa di essere dominante nei rapporti imperialistici e ogni potenza segue ormai il suo sanguinoso cammino, guidata da “l’ognuno per sé”.
Il rapporto esamina e riafferma questa analisi modificata dal 1989, ma ne amplia ulteriormente la portata. Nel 2015, il 21° Congresso della CCI ha lanciato un importante progetto a lungo termine che rivede 40 anni della sua esistenza per “identificare, nella maniera più lucida possibile, le nostre forze e le nostre debolezze, ciò che era valido nelle nostre analisi e gli errori che abbiamo fatto, al fine di armarci per superarli” (A 40 anni dalla fondazione della CCI, quale bilancio e quali prospettive per la nostra attività? [37]) Il Rapporto sulla questione del corso storico del 23° Congresso è una conseguenza di questo specifico sforzo e spinge oltre l'analisi già contenuta nei testi prodotti trent'anni fa riesaminando punto per punto il testo originale sul corso storico del 1978.
Così facendo conclude che il termine stesso “corso storico” non può più essere considerato adeguato per coprire tutti i periodi della lotta di classe. Si applica al periodo da Sarajevo 1914 al crollo dell'URSS nel 1989, ma non al periodo precedente o al periodo successivo. Nel trarre questa conclusione, il rapporto sottolinea una distinzione molto importante da fare tra due diversi concetti:
Questi due concetti - corso storico e rapporto di forza tra le classi - non sono quindi identici o sinonimi, ma il testo del 1978 non stabilisce chiaramente questa distinzione. Siamo lieti di notare che prima della sua pubblicazione, il Rapporto ha già acceso un vivace dibattito pubblico (diverse dozzine di contributi da luglio fino ad oggi sul nostro forum online sull'argomento(3)) poiché le sue principali conclusioni erano già incluse nella Risoluzione sulla situazione internazionale del 23° Congresso che è già stata proposta ai nostri lettori. Non è ancora il momento di fare il punto su questo dibattito, che è ancora agli inizi. Ma deve svilupparsi. Il dibattito critico è una parte essenziale dello sforzo marxista per sviluppare una nuova comprensione mentre continuiamo a discutere le “tempeste della storia”.
Secondo la concezione materialista della storia sviluppata da Marx, le contraddizioni del sistema capitalista portano ad un'alternativa storica, il socialismo o la barbarie: o una lotta che porta al rovesciamento della borghesia da parte del proletariato, o la mutua rovina di queste classi e della società stessa.
Comprendere lo sviluppo della lotta di classe all'interno del capitalismo - le sue diverse fasi storiche, i suoi progressi e battute d'arresto, le mutevoli forze relative degli avversari - è stato quindi di importanza decisiva per le analisi dell'avanguardia comunista del proletariato e un aspetto intrinseco dell'applicazione del metodo marxista.
I grandi cambiamenti dei parametri della situazione mondiale nel 1989, causati dal crollo del blocco dell’Est e dall'ingresso del capitalismo decadente nella sua fase finale di decomposizione sociale, hanno portato l'organizzazione a tener conto delle crescenti difficoltà per il proletariato in questa nuova situazione e a modificare la sua analisi delle dinamiche della società in funzione dei rapporti di forza tra le classi. In effetti, questa analisi, come è stata esposta nel testo sul Corso Storico (CS78) del 3° Congresso della CCI nel 1978[2], non era più appropriata nel mondo post 1989, dove le rivalità imperialiste non sono più impostate nel confronto di due blocchi imperialisti rivali, ma in un mondo in cui la risposta capitalista con una nuova guerra imperialista mondiale non è più una possibilità storica nel prossimo futuro. I testi prodotti dalla CCI subito dopo il crollo del blocco dell’Est come le “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [8]” (Rivista Internazionale n°14, 1990), “Militarismo e decomposizione [21]” (Rivista Internazionale n°15, 1991), l'articolo “Dopo il crollo del blocco dell’est, destabilizzazione e caos”[3], definiscono già chiaramente la questione del rapporto mondiale delle forze tra le classi basato su un paradigma diverso da quello del testo CS78.
Durante i due decenni dal 1990, la CCI ha elaborato, in numerosi testi e articoli, questo cambio di analisi riguardante i rapporti di forza tra le classi e la posta in gioco a livello delle dinamiche sociali, in particolare nei rapporti e nelle risoluzioni sulla lotta di classe per i suoi Congressi internazionali e pubblicati sulla nostra stampa. Questi confermano in particolare le crescenti difficoltà e minacce per il proletariato, create dal periodo di decomposizione sociale del capitalismo.
A tal proposito si può citare ad esempio il Rapporto sulla lotta di classe per il 13° Congresso della CCI nel 1999 (Rivista Internazionale n°23) o il rapporto sulla lotta di classe per il 14° Congresso del 2001 (International Review n.107) che era intitolato “Il concetto di corso storico nel movimento rivoluzionario”. Dovrebbero essere presi in considerazione anche altri articoli che trattano del problema del rapporto di forza tra le classi nel periodo di decomposizione, come “Perché il proletariato non ha ancora rovesciato il capitalismo” (International Review n.103 e 104) e gli articoli “Capire la decomposizione del capitalismo”, in particolare quello della International Review n.117[4].
Tuttavia, sebbene abbia sviluppato i principali elementi teorici per capire cosa cambia neri rapporti di forza tra le classi, l'organizzazione non ha finora effettuato una revisione specifica del testo CS78. È ovvio che una rettifica di questa anomalia - per quanto tardiva - è necessaria se vogliamo essere scrupolosamente fedeli al nostro metodo storico di modificare o cambiare non solo la nostra analisi e le nostre argomentazioni alla luce dei grandi eventi, ma anche giustificare questa modifica facendo riferimento specificamente all'analisi originale. Il nostro metodo politico non è mai stato quello di abbandonare posizioni o analisi precedenti senza tenerne conto e giustificarle pubblicamente, perché un’invarianza o un monolitismo anacronistico sono impossibili e possono solo costituire un ostacolo alla chiarificazione della coscienza di classe. Ciò che rimane valido nel testo CS78, ciò che è stato superato dal cambiamento del contesto storico nel capitalismo decadente e come quest'ultimo ha rivelato i limiti del testo CS78, tutto questo deve essere compreso e spiegato più chiaramente, in modo che gli anacronismi rimanenti possano essere rivelati e chiariti.
Punto 1) I rivoluzionari devono fare previsioni. Si tratta, infatti, di una capacità e di una necessità specifica della coscienza umana di predire (cfr. il paragone fatto da Marx tra l'ape istintiva e l'architetto umano cosciente). Il marxismo, come metodo scientifico, come la scienza nel suo insieme, trasforma: “ipotesi basate su una prima serie di esperienze in previsioni, e confrontando queste previsioni con nuove esperienze, il ricercatore può verificare (o invalidare) queste ipotesi e progredire nella sua comprensione”[5].
Il marxismo basa la sua prospettiva della rivoluzione comunista su un'analisi scientifica e materialista del crollo del capitalismo e degli interessi di classe del proletariato rivoluzionario.
Questa prospettiva generale e a lungo termine è relativamente semplice per i marxisti. La difficoltà per i rivoluzionari è prevedere a medio termine se la lotta di classe avanza o indietreggia. In primo luogo, ovviamente il marxismo non può fare affidamento su esperimenti controllati come può fare la scienza di laboratorio.
Punto 2) Inoltre, la lotta di classe proletaria è caratterizzata da periodi di sviluppo molto diversi, con picchi e depressioni estremi, dovuti al fatto che la classe operaia è una classe sfruttata senza alcun potere nella vecchia società e quindi destinata a lunghi periodi di sottomissione. Gli scatti relativamente brevi della sua lotta sono determinati dai periodi di crisi del capitalismo (crisi economica e guerra). Il proletariato non può progredire di vittoria in vittoria, come nel caso delle nuove classi sfruttatrici del passato. La vittoria finale del proletariato, infatti, è condizionata da una lunga serie di dolorose sconfitte. Da qui la dichiarazione di Marx in Le 18 Brumaire de Louis Napoléon del 1852 sull'andamento estremamente diseguale dello sviluppo della lotta delle classi[6]. La realtà di uno sviluppo così frastagliato della lotta di classe era evidente in passato, ma la lunghezza e la profondità della controrivoluzione tra il 1923 e il 1968 hanno avuto l’effetto di oscurarla.
Punto 3) Tuttavia, sono essenziali precise previsioni di medio termine dei rivoluzionari sull'evoluzione degli rapporti di forza tra le classi. Le conseguenze di errori a questo riguardo sono eloquenti: l'avventurismo di Willich-Schapper dopo le sconfitte delle rivoluzioni del 1848; la “teoria dell'offensiva” del KAPD quando l'ondata rivoluzionaria rifluì negli anni '20; la fondazione da parte di Trotzki della Quarta Internazionale nel 1938 nel profondo della controrivoluzione. Contrariamente a questi esempi, alcune previsioni si sono rivelate perfettamente corrette: Marx ed Engels riconobbero che dopo le sconfitte del 1848 e del 1871 era inevitabile un periodo di riflusso della classe operaia; la previsione di Lenin nelle Tesi di aprile 1917 della marea crescente della rivoluzione mondiale; l'identificazione da parte della sinistra italiana degli anni Trenta come corrispondenti ad un periodo di sconfitta decisiva.
Punti 4/5/11) Prevedere la direzione della lotta di classe indica se i rivoluzionari stanno andando con o contro corrente. Gli errori o l’ignoranza della tendenza corrente, possono essere catastrofici. Ciò è stato particolarmente vero nella decadenza capitalista in cui la posta in gioco, guerra imperialista o rivoluzione proletaria, era molto più alta che ai tempi dell'ascendenza capitalista.
Punto 6) L'opposizione e l'esclusione reciproca dei due termini dell'alternativa storica, guerra o rivoluzione. Mentre la crisi del capitalismo decadente può portare all'uno o all'altro dei due termini dell'alternativa, questi ultimi non si sviluppano all’unisono ma in modo antagonista. Questo punto è particolarmente rivolto a Battaglia Comunista e alla CWO che hanno visto e vedono ancora, la guerra mondiale e la rivoluzione come ugualmente possibili.
Punti 7/8) Questi punti hanno lo scopo di mostrare che le guerre mondiali imperialiste del XX secolo e in particolare quella del 1939-1945 potevano aver luogo solo una volta che il proletariato fosse stato sconfitto, che i suoi tentativi rivoluzionari fossero stati schiacciati e che venisse mobilitato dietro le ideologie di guerra dei suoi rispettivi padroni imperialisti con l’aiuto dei partiti operai traditori che avevano varcato la frontiera di classe.
Punto 9) La situazione del proletariato dal 1968 non è più la stessa di prima delle due precedenti guerre mondiali. È imbattuto e combattivo, resiste alle ideologie mobilitanti dei blocchi imperialisti e costituisce quindi una barriera allo scoppio di una terza guerra mondiale
Punto 10) Tutte le condizioni militari ed economiche per una nuova guerra mondiale esistono già, manca solo l’adesione del proletariato, punto rivolto anche a Battaglia che possiede altri argomenti per spiegare perché la guerra mondiale non è ancora scoppiata.
Ciò che rimane vero nel testo
I primi cinque punti del testo CS78 mantengono tutta la loro rilevanza in relazione all'importanza e alla necessità per i rivoluzionari di prevedere l'evoluzione futura della lotta di classe. Vale a dire: la giustificazione della necessità di tali previsioni dal punto di vista del metodo marxista; la rilevanza degli esempi storici che mostrano il carattere critico delle previsioni dei rivoluzionari sulla lotta di classe e le gravi conseguenze degli errori al riguardo; gli argomenti contro l'indifferenza o l'agnosticismo di Battaglia e del CWO su questo tema.
L'argomento centrale del testo conserva tutta la sua validità anche per il periodo 1914-1989. Con l'inizio del periodo di decadenza del capitalismo, le condizioni per l'evoluzione dei rapporti di forza tra le classi sono cambiate radicalmente rispetto a quelle del periodo di ascesa. La tendenza dell'imperialismo del periodo di decadenza a portare a conflitti mondiali tra blocchi rivali che richiedevano la massiccia mobilitazione della classe operaia come carne da cannone, esplose in pieno durante la prima guerra mondiale. Lo scoppio delle ostilità è dipeso da una sconfitta politica dei principali settori del proletariato mondiale. I partiti e i sindacati socialdemocratici, putrefatti da un lungo processo di degenerazione opportunista e revisionista, fallirono nel momento critico del 1914 e, con poche eccezioni, abbandonarono l'internazionalismo per unirsi allo sforzo bellico dei propri imperialismi nazionali, trascinandosi dietro la classe operaia disorientata. L'esperienza del massacro senza precedenti di operai in divisa nelle trincee e la miseria sul “fronte interno” portarono però, dopo alcuni anni, al recupero da parte del proletariato di un’importanza nei rapporti tra le classi; hanno permesso l'apertura dell'ondata rivoluzionaria mondiale del 1917-1923, che ha costretto la borghesia a porre fine alla guerra per evitare l’estensione della rivoluzione proletaria.
A partire dalla prima guerra mondiale, l'idea di un percorso storico, dal quale la lotta di classe si sarebbe orientata alla guerra o alla rivoluzione, acquistava quindi una profonda veridicità. Per imporre la sua risposta militare alle crisi della decadenza capitalista, l'imperialismo richiedeva la sconfitta delle aspirazioni rivoluzionarie del proletariato e, una volta schiacciate, la sua mobilitazione dietro gli interessi della borghesia. Al contrario, la rinascita del proletariato costituì un grosso ostacolo a questa impresa e aprì la strada alla soluzione del proletariato: la rivoluzione comunista.
La sconfitta della rivoluzione in Russia, Germania e altrove negli anni ‘20 ha aperto la strada verso una seconda guerra mondiale. Contrariamente a quanto accaduto nel periodo che precede la Prima guerra mondiale, quello precedente alla Seconda non ha portato a un'inversione di rotta, il proletariato è stato sconfitto non solo politicamente ma anche fisicamente dalla brutalità e dal terrore senza precedenti dello stalinismo e del fascismo, da una parte, e dall’antifascismo democratico, dall'altra, prima e subito dopo le stragi. A differenza della prima guerra mondiale, nessuna ondata rivoluzionaria è emersa dalle rovine della seconda guerra mondiale. Questa situazione di continua sconfitta proletaria non portò però a una terza guerra mondiale dopo il 1945, come credevano i rivoluzionari dell'epoca. Gli anni '50 e '60 videro un lungo periodo di ripresa economica e di guerra fredda, con guerre per procura locali. Durante questo periodo, il proletariato riacquistò gradualmente la sua forza man mano che diminuiva il peso delle ideologie belliche degli anni 1930. L'apertura di una nuova crisi economica mondiale avrebbe determinato una nuova ripresa della lotta di classe iniziata nel 1968, impedendo la “soluzione” imperialista alla crisi, quella di una terza guerra mondiale. Ma la classe operaia non è riuscita ad andare oltre le sue lotte difensive sviluppando un'offensiva rivoluzionaria. Il crollo di uno dei due blocchi imperialisti opposti, il blocco dell’Est, nel 1989, pose fine alla possibilità di una guerra mondiale, sebbene la stessa guerra imperialista continuasse a crescere in una forma caotica sotto l'impulso della crescente crisi economica globale.
Casi in cui il testo di CS78 non è più applicabile
Per comprendere questo problema, citeremo prima un lungo estratto da un rapporto di una riunione plenaria del nostro organo centrale internazionale nel gennaio 1990: “Nel periodo di decadenza del capitalismo, TUTTI gli stati sono imperialisti e stanno prendendo misure per acquisire questa realtà: economia di guerra, armamenti, ecc. Ecco perché l'aggravarsi delle convulsioni dell'economia mondiale non può che alimentare le spaccature tra questi diversi Stati, tra cui, e sempre di più, quelle sul piano militare. La differenza con il periodo appena trascorso è che queste fratture e antagonismi che prima erano contenuti e usati dai due grandi blocchi imperialisti, ora diverranno preminenti. La scomparsa del gendarme imperialista russo, e quello che seguirà per il gendarme americano nei confronti dei suoi principali “partner” di ieri, apre la porta allo scatenarsi di tutta una serie di rivalità più locali. Queste rivalità e scontri non possono, attualmente, degenerare in un conflitto mondiale (anche supponendo che il proletariato non sia più in grado di opporvisi). D'altra parte, a causa della scomparsa della disciplina imposta dalla presenza dei blocchi, questi conflitti rischiano di essere più violenti e più numerosi, in particolare, ovviamente, nelle aree dove il proletariato è più debole.
Finora, nel periodo della decadenza, una tale situazione di dispersione degli antagonismi imperialisti, di assenza di una divisione del mondo (o delle sue zone decisive) tra due blocchi, non si è mai prolungata. La scomparsa delle due costellazioni imperialiste emerse dalla seconda guerra mondiale porta con sé la tendenza a ricomporre due nuovi blocchi. Tuttavia, una situazione del genere non è ancora all'ordine del giorno (...) la tendenza verso una nuova divisione del mondo tra due blocchi militari è contrastata, e potrebbe forse anche essere definitivamente compromessa, dal fenomeno sempre più profondo e generalizzato della decomposizione della società capitalista come abbiamo già messo in evidenza (vedi International Review n.57).
In un tale contesto di perdita di controllo della situazione da parte della borghesia mondiale, non è detto che i settori dominanti di quest'ultima siano oggi in grado di attuare l'organizzazione e la disciplina necessarie alla ricostituzione di blocchi militari. (...) Per questo è fondamentale sottolineare che, se la soluzione del proletariato - la rivoluzione comunista - è l'unica che può opporsi alla distruzione dell'umanità (che costituisce l'unica “risposta” che la borghesia può portare alla sua crisi), questa distruzione non sarebbe necessariamente il risultato di una terza guerra mondiale. Potrebbe anche derivare dalla continuazione, fino alle sue estreme conseguenze (catastrofi ecologiche, epidemie, carestie, scatenamento di guerre locali, ecc.) di questa decomposizione.
L'alternativa storica “Socialismo o barbarie”, come evidenziato dal marxismo, dopo essersi materializzata sotto forma di “Socialismo o Guerra imperialista mondiale” durante la maggior parte del XX secolo, si era concretizzata nella forma terrificante di “Socialismo o Distruzione dell'umanità” negli ultimi decenni a causa dello sviluppo delle armi atomiche. Oggi, dopo il crollo del blocco dell’Est, questa prospettiva resta molto valida. Ma va sottolineato che tale distruzione può venire dalla guerra imperialista generalizzata O dalla decomposizione della società. (…)
Anche se la guerra mondiale non può, attualmente, e forse in modo definitivo, costituire una minaccia per l’umanità, questa minaccia può benissimo sorgere, come abbiamo visto, della decomposizione della società. Tanto più che se lo svolgersi della guerra mondiale richiede l'adesione del proletariato agli ideali della borghesia, fenomeno che non è affatto all'ordine del giorno per i suoi settori decisivi, la decomposizione non ha bisogno di tale adesione per distruggere l'umanità. In effetti, la decomposizione della società non costituisce, in senso stretto, una “risposta” della borghesia alla crisi aperta dell'economia mondiale. In realtà, questo fenomeno può svilupparsi proprio perché la classe dominante non è in grado, a causa della mancata sconfitta del proletariato, di fornire la SUA risposta specifica a questa crisi, alla guerra mondiale e alla mobilitazione per essa. La classe operaia, sviluppando le sue lotte (come ha fatto dalla fine degli anni '60), non lasciandosi reclutare dietro le bandiere borghesi, può impedire alla borghesia di scatenare la guerra mondiale. D'altra parte, solo il rovesciamento del capitalismo è in grado di porre fine alla decomposizione della società. Così come non possono in alcun modo opporsi al collasso economico del capitalismo, le lotte del proletariato in questo sistema non possono costituire un freno alla sua decomposizione”.
Così, il 1989 segna un cambiamento fondamentale nelle dinamiche generali della società capitalista decadente. Prima di quella data, il rapporto di forza tra le classi era il fattore determinante di questa dinamica: è da questo che dipendeva il risultato dell'esacerbazione delle contraddizioni del capitalismo: lo scoppio della guerra mondiale o lo sviluppo della lotta di classe con, in prospettiva, il rovesciamento del capitalismo. Dopo questa data, la dinamica generale della decadenza capitalista non lo è più determinata direttamente. Qualunque sia il rapporto di forze, finché nessuna classe sarà in grado di imporre la sua soluzione (guerra mondiale o rivoluzione mondiale), il capitalismo continuerà a sprofondare nella decadenza, perché la decomposizione sociale tende a sfuggire al controllo delle classi in conflitto.
Nel paradigma che ha dominato la maggior parte del XX secolo, la nozione di “corso storico” ha definito i due possibili esiti di una tendenza storica: la guerra mondiale o i conflitti di classe. Una volta che il proletariato subì una sconfitta decisiva (come alla vigilia del 1914 o in seguito allo schiacciamento dell'ondata rivoluzionaria del 1917-23), la guerra mondiale divenne inevitabile. Nel paradigma che definisce la situazione attuale (fino a quando non saranno ricostituiti due nuovi blocchi imperialisti, cosa che potrebbe non accadere mai), è del tutto possibile che il proletariato subisca una sconfitta profonda senza necessariamente avere una conseguenza determinante sull'evoluzione generale della società. Ci si può chiedere, naturalmente, se una tale sconfitta possa avere la conseguenza di impedire permanentemente al proletariato di alzare la testa. Sarebbe quindi necessario parlare di una sconfitta definitiva che porterebbe alla fine dell'umanità. Tale possibilità non può essere esclusa, soprattutto in considerazione del crescente peso della decomposizione. Questa minaccia è chiaramente indicata dal Manifesto del 9° Congresso della CCI: “Rivoluzione comunista o distruzione dell'umanità” (https://it.internationalism.org/manifesto-91 [38]). Ma non possiamo fare una previsione in questa direzione, né in relazione all'attuale situazione di debolezza della classe operaia, né se questa situazione dovesse peggiorare. Ecco perché il concetto di “corso storico” non è più in grado di definire le dinamiche della situazione mondiale, né i rapporti di forza tra borghesia e proletariato nel periodo di decomposizione. Diventando ormai un concetto inadatto a questo nuovo periodo, deve essere abbandonato.
In conclusione: il testo CS78, pur conservando tutta la sua validità dal punto di vista del metodo e dell'analisi del periodo 1914-1989, è oggi limitato, da un lato, dal fatto di essere stato superato da eventi storici importanti e inediti, dall'altro dalla sua tendenza a identificare la nozione di corso storico e quella di evoluzione dei rapporti di forza tra le classi, come se fosse la stessa cosa, mentre non lo è. In particolare, il testo CS78 parla del corso storico per descrivere i diversi momenti della lotta di classe nel XIX secolo quando in realtà:
In un certo senso, questa tendenza a identificare erroneamente il corso della storia con il rapporto di forza tra le classi in generale è simile al modo impreciso in cui è stato utilizzato il concetto di opportunismo. Per un po’ c’è stata un'identificazione all'interno della CCI tra opportunismo e riformismo e più in generale nella politica. Alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento, anche se tale identificazione era già un errore, si basava su una realtà: infatti, a quel tempo, una delle maggiori manifestazioni di opportunismo era costituita dal riformismo. Ma con l'ingresso del capitalismo nel suo periodo di decadenza, il riformismo non ha più il suo posto nel movimento operaio: organizzazioni dove le correnti che sostengono la sostituzione del capitalismo con il socialismo con riforme progressive del sistema attuale appartengono necessariamente al campo della borghesia mentre l'opportunismo continua a costituire una malattia che può colpire e distruggere le organizzazioni proletarie.
Abbiamo la tendenza, sulla base di ciò che la classe operaia ha conosciuto durante il XX secolo, di identificare la nozione di rapporti di forza tra la borghesia e il proletariato con la nozione di “corso storico”, mentre quest'ultimo indica un risultato alternativo fondamentale, guerra o rivoluzione mondiale, una sanzione dei rapporti di forza tra le classi. In un certo senso, la situazione storica attuale è simile a quella del XIX secolo: il rapporto tra le classi può evolvere in una direzione o nell'altra senza influenzare in modo decisivo la vita della società.
Allo stesso modo, questo rapporto di forza tra le classi o la sua evoluzione non può più essere descritto come un “percorso”. In questo senso, il termine “sconfitta del proletariato”, se conserva tutto il suo valore operativo nel periodo attuale, non può più avere lo stesso significato del periodo precedente al 1989. L'importante è tenere conto e studiare costantemente l'evoluzione dei rapporti di forza tra la borghesia e il proletariato: possiamo considerare che questo sviluppo è a favore del proletariato (il che non significa ancora che non si possa tornare indietro) o che siamo in una dinamica di indebolimento della classe (sapendo che questa dinamica può anche essere invertita).
In un senso più generale e a lungo termine, l’abbandono del concetto di “corso storico” evidenzia la necessità per i marxisti rivoluzionari di fare uno studio storico più approfondito dell'intera evoluzione della lotta di classe proletaria per meglio comprendere i criteri per valutare l’evoluzione dei rapporti di forza tra le classi durante il periodo della decomposizione capitalista.
[1] The Historic Course [39] International Review n.18, disponibile anche in spagnolo e francese alle pagine web corrispondenti
[2] Vedi nota 1
[3] After the collapse of the Eastern Bloc, destabilization and chaos [40], International Review n.61, 1990disponibile anche in spagnolo e francese alle pagine web corrispondenti
[4] Questo articolo rileva l'indifferenza di altri gruppi della Sinistra comunista di fronte a questo argomento e il loro perentorio rifiuto delle analisi della CCI come “non marxista”, il che indica che non possono, finora, dare alcun contributo teorico alla questione vitale dell'evoluzione dei rapporti di forza tra le classi ... soprattutto perché hanno dimenticato la famosa prima riga del manifesto comunista e quindi un precetto essenziale del materialismo storico. Per quanto riguarda i parassiti l'articolo ricorda l'attacco della Frazione Interna della CCI (ora GIGC) al rapporto della CCI sulla lotta di classe del 14° Congresso della CCI e la sua analisi dell'effetto della decomposizione capitalista sulla lotta di classe, come “opportunista” e “revisionista”, “la liquidazione della lotta di classe”, anche se i compari di questo gruppo erano d'accordo prima di questa analisi, quando erano membri della CCI qualche tempo prima. Il tradimento organizzativo va di pari passo con l'idiozia politica nell'ambiente parassitario.
[5] Vedi nota 1
[6] Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro, gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala, l’estasi è lo stato d’animo d’ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo, si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta!
Links
[1] https://it.internationalism.org/content/rapporto-sulla-struttura-e-sul-funzionamento-delle-organizzazioni-rivoluzionarie-conferenza
[2] https://fr.internationalism.org/rinte64/bc.htm
[3] https://fr.internationalism.org/rinte65/bc.htm
[4] https://fr.internationalism.org/french/rinte50/decadence.htm
[5] https://it.internationalism.org/rint/3_dibattito
[6] https://it.internationalism.org/cci/201603/1359/rapporto-sul-ruolo-della-cci-in-quanto-frazione
[7] https://it.internationalism.org/rivistainternazionale/200803/578/tesi-sulla-crisi-economica-e-politica-in-urss-e-nei-paesi-dellest
[8] https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo
[9] https://it.internationalism.org/content/1518/rapporto-sullimpatto-della-decomposizione-sulla-vita-politica-della-borghesia
[10] https://it.internationalism.org/content/1504/rapporto-sulla-decomposizione-oggi-22deg-congresso-della-cci-maggio-2017
[11] https://it.internationalism.org/rivistainternazionale/200803/579/delle-difficolta-accresciute-per-il-proletariato
[12] https://it.internationalism.org/content/1502/risoluzione-sul-rapporto-di-forza-tra-le-classi-2019
[13] https://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti
[14] https://it.internationalism.org/content/movimento-degli-indignati-spagna-grecia-e-israele-dallindignazione-alla-preparazione-delle
[15] https://it.internationalism.org/content/1316/conferenza-internazionale-straordinaria-della-cci-la-notizia-della-nostra-scomparsa-e
[16] https://it.internationalism.org/rint/20_settarismo
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[18] https://it.internationalism.org/content/1521/chi-ce-nuevo-curso
[19] https://it.internationalism.org/cci/201612/1372/sul-problema-del-populismo
[20] https://it.internationalism.org/en/tag/3/46/decomposizione
[21] https://it.internationalism.org/content/militarismo-e-decomposizione
[22] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/risoluzioni-del-congresso
[23] https://fr.internationalism.org/content/9815/mouvement-des-gilets-jaunes-revolte-populaire-sans-perspective
[24] https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/criticahegel.htm
[25] https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/sacra-famiglia/4.htm
[26] https://en.internationalism.org/wr/304/chartism-1848
[27] https://it.internationalism.org/content/testo-di-orientamento-2001-la-fiducia-e-la-solidarieta-nella-lotta-del-proletariato-1a-parte
[28] https://it.internationalism.org/content/1410/risoluzione-sulla-lotta-di-classe-internazionale
[29] https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1845/situazione/3.htm
[30] https://www.leftcom.org/en/articles/2016-02-21/post-capitalism-via-the-internet-according-to-paul-mason-
[31] https://en.internationalism.org/content/14136/deliveroo-ubereats-struggles-precarious-and-immigrant-workers
[32] https://www.bbc.com/news/business-45734662
[33] https://en.internationalism.org/icconline/201808/16494/iraq-marching-against-war-machine
[34] https://en.internationalism.org/content/16599/internationalist-voice-and-protests-middle-east
[35] https://en.internationalism.org/content/16684/response-internationalist-voice-strikes-iran
[36] https://it.internationalism.org/en/tag/2/40/coscienza-di-classe
[37] https://it.internationalism.org/cci/201602/1352/a-40-anni-dalla-fondazione-della-cci-quale-bilancio-e-quali-prospettive-per-la-nostr
[38] https://it.internationalism.org/manifesto-91
[39] https://en.internationalism.org/content/2736/historic-course
[40] https://en.internationalism.org/content/3204/after-collapse-eastern-bloc-destabilization-and-chaos
[41] https://it.internationalism.org/en/tag/3/44/corso-storico