Rapporto sull’impatto della decomposizione sulla vita politica della borghesia

Nel quadro dell’impatto della decomposizione sulla vita della borghesia, questo rapporto si centra in particolare sulle difficoltà che la borghesia incontra con la crescita delle correnti populiste e sulla maniera con cui essa tenta di reagire. Non tratterà quindi in maniera diretta e centrale la storia del populismo o questioni più generali come il rapporto fra populismo e violenza.

Decomposizione e populismo

Dopo il 2007 la CCI non ha più discusso un rapporto sulla vita politica della borghesia. Tuttavia il «rapporto sulla decomposizione» del 22° Congresso internazionale della CCI – discusso debolmente al congresso -, che attualizza e completa gli assi principali delle tesi sulla decomposizione e situa il fenomeno del populismo in questo contesto, fornisce il quadro di riferimento per analizzare ed interpretare le convulsioni che caratterizzano la vita della borghesia oggi. Le principali idee sono le seguenti:

- Il capitalismo decadente è entrato «in una fase specifica – la fase ultima – della sua storia, quella in cui la decomposizione diventa un fattore, se non IL fattore, decisivo per l’evoluzione della società» (Rapporto sulla decomposizione). Insieme alla crisi dei rifugiati e lo sviluppo del terrorismo il populismo è una delle sue caratteristiche più importanti. Il processo di decomposizione è irreversibile.

- La crescita del populismo «non è il risultato di una volontà politica deliberata dei settori dominanti della borghesia». Al contrario, essa è una conferma della tendenza a «una crescente perdita di controllo del suo apparato politico da parte della classe dominante» (Ibidem)

- La sua causa determinante è «l’incapacità del proletariato a mettere avanti la sua propria risposta, la sua propria alternativa alla crisi del capitalismo. In questa situazione di vuoto, in qualche maniera di perdita di fiducia verso le istituzioni ufficiali della società che non sono più capaci di proteggere, di perdita di fiducia nel futuro, la tendenza a voltarsi verso il passato, a cercare dei capri espiatori responsabili della catastrofe diventa sempre più forte.» (Ibidem)

- La decomposizione comporta «un elemento comune che è presente nella maggior parte dei paesi avanzati: la perdita di fiducia verso le ‘élite’ (…)  a causa della loro incapacità a ristabilire la salute dell’economia, di arrestare la crescita continua della disoccupazione o della miseria. » Questa rivolta contro i dirigenti politici «(…) non può assolutamente sfociare in una prospettiva alternativa al capitalismo». (Ibidem)

- «La reazione populista vuole sostituire la pseudo-uguaglianza ipocrita esistente con un sistema ‘onesto’ e aperto di discriminazione legale. (…) in assenza di una prospettiva di crescita a più lungo termine per l’economia nazionale, le condizioni di vita degli autoctoni non possono essere più o meno stabilizzate se non attraverso una discriminazione e contro tutti gli altri». (Risoluzione sulla situazione internazionale del 22° Congresso della CCI)

La crescente perdita di controllo della borghesia sul suo apparato politico

Dopo il 2017 e un 22° congresso internazionale che si è confrontato con il voto a favore della Brexit e l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, l’impatto del populismo su tutti gli aspetti della situazione internazionale è diventato sempre più netto: esso è largamente messo in evidenza nel caso delle tensioni imperialiste e della lotta del proletariato. E diventa anche sempre più evidente a livello dell’economia. E si rivela in maniera ancora più spettacolare sul piano della politica della borghesia: gli avvenimenti degli ultimi due anni confermano in maniera spettacolare «questo aspetto che noi abbiamo identificato 25 anni fa: la tendenza a una crescente perdita di controllo da parte della classe dominante sul suo apparato politico». (Rapporto sulla decomposizione del 22° congresso)

In questi ultimi anni questa perdita di controllo si è manifestata con una estensione spettacolare del fenomeno, con l’accentuazione di un vero affondo populista: secondo uno studio del quotidiano «The Guardian» relativo agli ultimi 25 anni, i partiti populisti hanno visto triplicare i loro voti in Europa (dal 7% al 25%). In una decina di paesi questi partiti partecipano al governo o alla maggioranza parlamentare: Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia, Bulgaria, Austria, Danimarca, Norvegia, Svizzera e Italia. Lo studio segnala due momenti in cui questa espansione si è intensificata: la crisi finanziaria del 2008 e l’ondata di rifugiati nel 2015. L’acuirsi degli altri fenomeni che caratterizzano la decomposizione, come il terrorismo, il ciascuno per sè, attizzano le fiamme e favoriscono l’estensione populista a tutti gli aspetti della società capitalista. Infine, l’arrivo al potere nella principale potenza imperialista di un presidente populista ha ulteriormente intensificata l’avanzata della marea, come illustrano i dati più recenti : la costituzione di un governo costituito unicamente da formazioni populiste in Italia, l’apparato politico che sprofonda nella confusione in Gran Bretagna, la forte pressione delle forze populiste sulla politica della Merkel in Germania, la vittoria del populista Bolsonaro in Brasile, il movimento dei « Gilet gialli » in Francia, la nascita di un partito populista nazionalista (Vox) in Spagna, ecc.

Le espressioni del populismo provocano dei soprassalti sempre più incontrollabili in seno all’apparato politico delle diverse borghesie. Le prossime sezioni del rapporto mostreranno che esse costituiscono un fattore di prima importanza nell’insieme dei paesi industrializzati e che esse hanno anche, in forme simili, un impatto non trascurabile in un certo numero di paesi ‘emergenti’.

La presidenza di Trump e l’acuirsi dei contrasti in seno alla borghesia americana

La crisi della borghesia americana non è cominciata con l’elezione di Trump. Nel 2007 il nostro rapporto rilevava già questa crisi, spiegando: « E’ innanzitutto e soprattutto questa situazione oggettiva – una situazione che impedisce ogni strategia a lungo termine da parte della potenza dominante restante – che ha reso possibile l’elezione e la rielezione di un regime così corrotto, con al potere un presidente tanto pio quanto stupido [Bush junior]. (…) l’amministrazione Bush non è nient’altro che il riflesso della situazione senza uscita dell’imperialismo USA» (Rapporto sulla decomposizione del 17° Congresso). Tuttavia, la vittoria di un presidente populista dalle decisioni imprevedibili ha non solo fatto uscire in piena luce la crisi della borghesia USA, ma ha soprattutto messo in luce l’instabilità crescente dell’apparato politico della borghesia USA e l’acuirsi delle tensioni interne.

Incapaci di impedire la sua elezione, le frazioni più responsabili della borghesia americana hanno fatto di tutto per cercare di limitare i danni a) manovrando per destituirlo (ma le procedure per l’impeachment sembrano lunghe) ; b) piazzando nello staff presidenziale degli uomini di fiducia (da Mc Master a Kelly passando per Tillerson) che però sono stati progressivamente eliminati (l’ultimo, « cane matto » Mattis, ha appena dimissionato) ; c) cercando di imporre un controllo politico tramite i deputati repubblicani, ma in fin dei conti è Trump che ha vampirizzato il Partito repubblicano ; d) cercando di trovare all’interno del Partito Democratico un’alternativa da contrapporre a Trump (ma finora questo tentativo non ha dato risultati). Alla fine dei conti, la rielezione di Trump in un secondo mandato sembra sempre più inevitabile.

D’altra parte la politica tortuosa e capricciosa di Trump mette in luce i dubbi e le divisioni in seno alla borghesia americana a proposito delle politiche economica ed imperialista da mettere in atto per mantenere la sua supremazia sull’insieme del pianeta. Al di là dell’approccio versatile e da mercante di Trump, l’abbandono del multilateralismo a profitto del bilateralismo rivela una tensione reale in seno alla borghesia: la dominazione dell’imperialismo USA si è sempre presentata dietro un paravento morale: la difesa della democrazia e del mondo libero, la difesa dei diritti umani (Clinton e Obama), la lotta contro il male (Bush), in questo caso alla testa di una larga coalizione di Stati. Di fronte alle difficoltà a mantenere questo ruolo di gendarme del mondo, Trump rompe apertamente con l’ipocrisia del multilateralismo per imporre la realtà cinica del rapporto di forza bilaterale, anche con i suoi amici (Gran Bretagna) e i suoi alleati (Germania). Nella loro logica, gli USA non possono mantenere la loro supremazia mondiale se non migliorando la loro situazione economica e questo si può fare facendo pressione sui loro concorrenti grazie alla loro schiacciante supremazia militare. Il vecchio consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Mc Master, lo spiega bene nel Wall Street Jordan: egli ha «la visione lungimirante che il mondo non è una ‘comunità globale’, ma un’arena in cui le nazioni, gli attori non governativi e gli attori economici si impegnano e combattono per il loro vantaggio. (…). Piuttosto che negare questa natura elementare delle relazioni internazionali, noi ci adeguiamo» (30-05-2017). In questo senso l’irrazionalità di Trump non risiede nell’assenza di un orientamento nella sua politica ma proprio nell’orientamento stesso, che pone il leader dell’imperialismo mondiale all’avanguardia del ciascuno per sé e del caos.   

L’imprevedibilità di Trump verso la Russia rivela bene come queste tensioni si cristallizzano intorno all’atteggiamento da avere verso il vecchio capo del blocco avversario, il nemico del «mondo libero» secondo larghe frazioni della borghesia americana, ma che può essere un potenziale alleato contro la Cina (e contro la Germania). Se la maggioranza delle frazioni borghesi sembrano essere contrarie ad un avvicinamento con Putin, Trump continua ad oscillare fra comportamenti diversi : incontri amichevoli con Putin ad Helsinki lo scorso luglio con l’aperta rottura del blocco NATO nei confronti della Russia seguito all’aggressione contro l’Ucraina, con la dichiarazione di voler fare assieme « grandi cose nel mondo » e poi la decisione di Trump ad Ottobre di uscire dall’accordo di non proliferazione nucleare a causa del mancato rispetto di  questo da parte della Russia.

Risultati e conseguenze delle diverse strategie delle borghesie europee

Il contributo sul populismo pubblicato nel 2016[1] prospettava come ipotesi tre tipi di strategie che la borghesia avrebbe potuto mettere in atto di fronte all’ondata populista: in primo luogo lo scontro frontale giocando la carta dell’antipopulismo; poi far riprendere dai partiti tradizionali degli elementi della politica populista e, infine, rinvigorire, rianimare l’opposizione destra/sinistra. In che misura queste strategie sono state messe in pratica, e quali sono le conseguenze che ne derivano?

1. Lo scontro attraverso una politica antipopulista: gli esempi francesi e tedesco

In Francia la politica antipopulista della borghesia è riuscita in un primo tempo a fermare la Le Pen tirando fuori dal cilindro l’uomo «nuovo» Macron e il suo movimento «La Francia in marcia», che, secondo la campagna mediatica, non erano legati ai partiti tradizionali. Tuttavia Macron si è rapidamente dovuto confrontare col problema di dover mettere in atto una politica orientata verso la globalizzazione, dato che il protezionismo di Trump cambiava le carte in tavola, e, soprattutto, per farlo ha dovuto lanciare degli attacchi massicci contro la classe operaia.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: Macron è confrontato oggi ad una caduta vertiginosa della popolarità e alle proteste dei gilet gialli, di cui beneficeranno sicuramente le correnti populiste, soprattutto visto che Macron non dispone di una struttura politica solida e affidabile (un partito ben strutturato) e che la borghesia ha emarginato, alle elezioni politiche del 2017, i suoi partiti tradizionali – e che da allora si sono indeboliti e sprofondati in liti interne – ; cionostante il movimento di Macron resta la principale forza politica in Francia capace di contrastare il peso del populista Rassemblement National della Le Pen.

In Germania la Merkel si è subito proposta come il campione dell’antipopulismo (vedi il suo «Wir schaffen das» Si può fare) ma questo ha rafforzato l’ondata populista al punto che oggi la borghesia tedesca deve fare i conti con una AFD diventata la terza formazione politica del paese. Dopo le ultime elezioni ha dovuto rimettere in piedi quella «grande coalizione» (con il partito socialdemocratico) che era stata largamente sfiduciata al momento delle elezioni generali, e i risultati delle lezioni nei Lander della Baviera e della Sassonia confermano la bancarotta elettorale della CDU/CSU e il crollo dell’SPD. La situazione è complessa e l’abbandono da parte della Merkel della presidenza della CDU (e quindi in futuro dal posto di cancelliere) annuncia una fase di incertezza e di instabilità della borghesia dominante in Europa.

L’apparato politico della borghesia tedesca conosce quindi dei soprassalti nello stesso momento in cui la Germania è messa sotto pressione nella UE, da una parte dai paesi dell’Europa centrale che rigettano la sua politica verso i rifugiati ed anche il ruolo di economie subordinate alle decisioni che la Germania impone loro, e dall’altra parte dai paesi del sud Europa (Grecia, Italia) che criticano la sua politica economica, nel mentre che essa è anche nel mirino dell’amministrazione Trump che vuole imporle dei dazi sull’importazione delle sue automobili e dei suoi macchinari.

2. La ripresa delle idee populiste da parte dei partiti tradizionali: l’esempio inglese

La borghesia britannica ha cercato di canalizzare le disastrose conseguenze del referendum sull’uscita dall’Unione Europea affidando a uno dei suoi partiti tradizionali, il partito Conservatore il compito di portare a termine la Brexit. Lungi dallo stabilizzare la situazione, le convulsioni in seno all’apparato politico britannico non si sono fermate e accentuano l’instabilità al suo interno e l’imprevedibilità delle opzioni scelte:

- le esitazioni e le continue tergiversazioni del governo May per a) mettere in piedi una politica coerente per portare a termine la Brexit e b) per concludere un accordo chiaro con l’UE, spingono quest’ultima a prendere delle misure di salvaguardia di fronte a quello che i funzionari europei chiamano già un «fallimento»;

- le contraddizioni in seno al governo britannico invece di attenuarsi si acuiscono (con dimissioni regolari di ministri in disaccordo con la politica seguita) ma aumentano soprattutto all’interno del partito conservatore che rischia di scoppiare, cosi che anche l’accordo approssimativo e generale che la May ha concluso con la UE ha poche possibilità di essere approvato dal parlamento britannico. Le divisioni sono d’altra parte altrettanto reali in seno al Labour Party tra un Corbyn portato alla Brexit e un numero importante di deputati pro-UE;

- L’instabilità è più che mai profonda, i politici britannici somigliano a dei «talebani politici» secondo la formulazione coniata da un diplomatico europeo. In questi ultimi mesi si è visto anche un ritorno sulla scena importante delle opzioni populiste più radicali, che sognano la «rinascita di Albione», non solo al di fuori dei partiti tradizionali (Nigel Farrage), ma soprattutto all’interno del partito conservatore (con i pesi massimi Boris Johnson, Michael Gove, Jacob Rees-Mog, Steven Baker).

3. La formazione di un governo populista: l’esempio italiano

Un caso importante non previsto nel contributo sul populismo del 2016 è la costituzione di un governo costituito esclusivamente da partiti populisti. Da diversi anni alcuni partiti populisti fanno parte delle coalizioni di governo in diversi paesi e in parecchi paesi dell’ex blocco dell’est, come l’Ungheria e la Polonia, i partiti populisti sono arrivati al vertice dello Stato. Tuttavia oggi è la quarta potenza economica della UE, l’Italia, che, sullo sfondo di una situazione economica e sociale molto difficile (discesa del PIL del 10 %, a prezzi costanti, tra il 2008 e il 2017), vede l’emergere di un governo costituito esclusivamente di partiti populisti (Lega e M5S). Questo governo affianca una politica identitaria e xenofoba a una politica di difesa sociale degli Italiani:

  • Reddito di cittadinanza, dal costo di 6,1 miliardi di euro
  • Pensionamenti con «quota 100», dal costo di 5,6 miliardi
  • Adozione di un «decreto dignità» che riduce da 3 a 2 anni il periodo di rinnovo dei contratti a tempo determinato
  • Riduzione della tassazione per lavoratori autonomi e Piccole e Medie Imprese
  • Obbligo per le imprese che hanno beneficiato di aiuti pubblici di rimborsarli se nei cinque anni successivi al contributo trasferiscono le loro attività in un altro paese.

L’impatto di questa politica populista italiana sulla stabilità della UE è imprevedibile a breve termine: sul piano della politica verso i rifugiati, la sua linea dura (in particolare verso le ONG) si scontra con altri paesi europei, in particolare la Francia e la Spagna. Sul piano del bilancio statale, il governo italiano rifiuta gli obblighi imposti dalla commissione europea (deficit statale al 2,4% del PIL invece dello 0,8% previsti dal governo precedente, in totale contraddizione con le regole di bilancio stabilite dalla UE), e vuole al contrario mettere in opera una politica di difesa sociale del «popolo italiano», che si oppone frontalmente alla politica di rigore difesa dalla Germania. Ora, una nuova crisi monetaria a causa dell’Italia rimetterebbe in discussione l’esistenza dell’unione monetaria e dell’eurozona. L’Italia lo sa, e questo le permette di esercitare un ricatto. In più il deficit di bilancio fa aumentare il debito italiano, cose che svalorizza la sua affidabilità presso le agenzie di rating e spingerà gli investitori istituzionali ad abbandonare i titoli italiani.

L’impatto sociale della politica della coalizione populista va analizzato con attenzione. Le misure sociali annunciate restano in effetti molto al di sotto delle promesse dei populisti, in particolare del M5S (6,1 miliardi per il reddito di cittadinanza al posto dei 17 previsti) e, in più il governo italiano ha accettato, sotto la pressione della UE, di posticipare una serie di misure per limitarne l’impatto sul bilancio. Inoltre il governo non ha abolito il Job Act voluto dal governo Renzi, che liberalizzava e precarizzava il mercato del lavoro in Italia. Di conseguenza, molte delle misure prese avranno un effetto contrario a quello annunciato. Così, il «decreto dignità» riduce teoricamente le possibilità di ripetizione dei contratti a tempo determinato ma la tendenza sarà al non rinnovo di questi contratti e quindi ad una crescita della precarietà. Inoltre il reddito di cittadinanza permetterà anche di aumentare la pressione sui disoccupati (perdono il reddito se rifiutano tre offerte di lavoro) e il controllo sulle spese (il reddito sarà accreditato su una carta dall’uso limitato). Infine il pensionamento a 62 anni sarà possibile solo per quelli che hanno almeno 38 anni di contributi.

4. La rifondazione dell’opposizione destra/sinistra

La terza strategia analizzata, la rifondazione dell’opposizione destra/sinistra per tagliare l’erba sotto ai piedi del populismo, non sembra essere stata effettivamente utilizzata dalla borghesia. Al contrario, gli ultimi anni sono stati piuttosto caratterizzati da una tendenza irreversibile al declino dei partiti socialisti.

La questione della crisi dei partiti socialdemocratici rimanda alla questione del ruolo dei partiti di sinistra, già abbordato nel rapporto sulla vita della borghesia del 17° Congresso (2007). Dopo aver giocato un ruolo essenziale per arginare l’ondata di lotte operaie degli anni ’70 e ’80 (sinistra al governo, sinistra all’opposizione), questi partiti sono stati disponibili per altri compiti, visto che, come sottolinea quel rapporto, dall’inizio degli anni ’90, la questione sociale non è più  il fattore decisivo per la formazione dei governi: “(…) c’è un altro fattore che diventa sempre più importante, che diventa un fattore veramente decisivo nella vita politica della borghesia in generale e in particolare nel reclutamento delle formazioni governative: la decomposizione della società borghese che in questi ultimi anni è avanzata in maniera indiscutibile”. Nei fatti, alla fine del 20° secolo e all’inizio del 21° i partiti socialisti o socialdemocratici sono stati impegnati in prima linea per contrastare i primi effetti della decomposizione sull’apparato politico della borghesia (vedi Blair, Schroder, Zapatero, Hollande).

Di conseguenza, essi subiscono non solo l’erosione dei grandi partiti della democrazia dei “30 gloriosi” (i decenni del secondo dopoguerra), come la Democrazia Cristiana (in Italia, Olanda, Belgio e anche in Germania), ma vengono inoltre particolarmente identificati con il fallimento del sistema politico. Da allora la tendenza verso il loro declino sembra irreversibile: il partito socialista è praticamente sparito in Italia, è minacciato di sparizione in Francia, in Olanda o in Grecia, è in crisi profonda in Germania, in Spagna o in Belgio. Solo il Labour Party sembra sfuggire per il momento a questa tendenza in Gran Bretagna, ma non tanto per una rivitalizzazione da parte della borghesia dell’opposizione destra/sinistra. E’ possibile che il Labour profitti del fatto che, di fronte alla lacerazione del partito conservatore a causa della spina populista intorno alla Brexit, la borghesia conti di puntare su di esso in caso di esplosione dei Tories. 

In alcuni paesi sono apparse nuove formazioni di sinistra popolare radicali di diverso tipo: Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, “La France insoumise” in Francia, la corrente dei democratici socialisti all’interno del Partito Democratico negli USA, che ha raccolto sulla scia della candidatura di Sanders alle primarie un numero considerevole di giovani, ecc. Queste diverse alternative al fallimento della socialdemocrazia che la borghesia mette in campo, forniscono degli indizi dell’impatto della decomposizione e del populismo sulla classe operaia, del peso delle sconfitte subite e del livello di coscienza nei diversi paesi industrializzati oggi. In Italia, uno dei paesi in cui la classe operaia era all’avanguardia nelle lotte degli anni ’70 e ’80, la “alternativa di sinistra” proposta è il M5S, un movimento populista che d’altra parte si dichiara “né di destra, né di sinistra”, e questo sottolinea l’importanza della sconfitta ideologica subita dal proletariato italiano. In Germania l’alternativa non è veramente costituita dagli ex stalinisti di “Die Linke”, ma piuttosto dai verdi, cosa che riflette ancora lo stato di spirito della classe operaia e l’indebolimento del sentimento di identità di classe. In Francia e in Spagna le alternative messe in campo si situano esplicitamente a sinistra, sviluppano un discorso più “operaio” e pretendono di situarsi su un terreno proletario, anche se esse si presentano, se necessario, disponibili al buon funzionamento dell’apparato politico borghese (Syriza in Grecia per implementare la feroce austerità imposta dalla UE; Podemos in Spagna per fornire l’appoggio necessario ad assicurare una stabilità al governo centrale). In questo senso non possiamo considerarli come dei partiti populisti di sinistra.

5. L’emergere di “leader forti” nei paesi dell’Europa dell’Est e della periferia

L’ondata populista non si limita ai paesi industrializzati d’occidente, ma tocca anche una serie di paesi dell’Europa dell’Est e di paesi “emergenti”, dove si manifesta con fenomeni specifici, come l’avvento di “leader forti”. La destabilizzazione economica causata dalla crisi del 2008 da una parte e gli enormi scandali per corruzione che toccano le formazioni politiche dall’altra, provocano, in una serie di paesi, come Polonia, Ungheria, Turchia…, un risentimento e un’esasperazione nella popolazione. Questi sentimenti sono recuperati da delle forze populiste attraverso dei movimenti reazionari che portano all’avvento di “uomini forti”, di leader carismatici come Orban, Kaczynski, Erdogan o Bolsonaro e, già da un certo tempo, Putin.

Mentre gli anni ‘90 e anche l’inizio del 21° secolo erano stati caratterizzati da una “apertura democratica” in un buon numero di paesi (come anche in Russia o in Cina), questi dirigenti “forti” esternano il loro disprezzo delle élite “liberali”, del gioco politico “democratico” tradizionale e di una stampa “indipendente”, a favore di un regime autoritario, nazionalista e sovranista, che rigetta immigrati e minoranze che potrebbero alterare la coesione nazionale.  “Il 26 luglio 2014, in Romania, Orban manifesta chiaramente il suo pensiero in un roboante discorso: ‘(…) Noi pensiamo che una democrazia non deve essere necessariamente liberale e che non è perché uno Stato cessa di essere liberale che esso cessa di essere democratico (…) Le società che hanno un assetto di democrazia liberale saranno probabilmente incapaci di mantenere la loro competitività nei prossimi anni (…)’ Annuncia anche un progetto economico, quello di ‘costruire una nazione concorrenziale nella grande competizione mondiale dei decenni a venire’” (Le Monde diplomatique, settembre 2018). E’ l’idea che esistono diversi modelli di democrazia, un’idea che si ritrova in una certa maniera anche nel modello della Russia di Putin o nell’applicazione del modello Singaporiano da parte della Cina.

La caccia alle élite corrotte (dai giudici polacchi agli oligarchi russi, passando per i burocrati europei, i partigiani del movimento Gulen turco o quelli del PT brasiliano) va di pari con un nazionalismo xenofobo che si focalizza sul rigetto dello straniero (i rifugiati del Medio oriente o d’Africa, i Venezuelani) o delle minoranze (con Erdogan che accentua il suo linguaggio anticurdo, Orban che prende di mira i Rom e Putin i ceceni).

Apparentemente la Cina presenta una certa serenità, ma le tensioni politiche non mancano, nonostante il notevole sviluppo economico e militare. Dalla fine degli anni ’70, la Cina ha abbandonato la sua economia essenzialmente autarchica per sviluppare, sul modello giapponese o singaporiano, un’economia gradualmente integrata ai mercati regionali e poi a quelli globali. Questa linea politica, voluta da Deng Xioping non è stata mantenuta senza scosse e lotte politiche, come illustrato dagli avvenimenti di Tienanmen e ancora verso il 2003, ma essa è stata accentuata tra il 2003 e il 2013 dal presidente Hu Jintao. Questo orientamento necessitava dello stabilirsi di relazioni pacifiche con gli Stati Uniti: nel 1992 veniva firmato un protocollo d’intesa che accoglieva le richieste americane in tema di tariffe doganali e di proprietà dei diritti di proprietà intellettuale. Era anche accompagnata da un’ondata di democratizzazione negli anni ’80 e ’90, con tuttavia delle limitazioni dopo Tienanmen.

L’arrivo al potere di Xi Jinping mostra un certo riorientamento della politica cinese che sul piano politico si esprime, come in altri paesi, con uno scivolamento verso il potere nelle mani di un leader forte. Xi è presentato come uguale a Mao. Questo riorientamento è il frutto di un certo numero di fattori:

- Il vigoroso sviluppo economico della Cina, che va di pari passo con una affermazione più spinta di espansione internazionale (la nuova “via della seta”);

- Esso si accompagna con delle manifestazioni più esplicite di nazionalismo e con uno sviluppo impressionante della sua forza militare, mentre gli Stati Uniti sviluppano un atteggiamento sempre più aggressivo verso la Cina;

- La mutazione supersonica dell’economia cinese che, tra l’altro, “ha generato profonde fratture spaziali e sociali e importanti danni ambientali.(…) Il coefficiente di Gini, che misura la diversificazione dei redditi e quindi del grado di disuguaglianza delle società, è passato da 0,16 all’inizio della transizione postmaoista a una media di 0,4 dalla fine degli anni 90 (l’indice è di 0,27 in Svezia, 0,32 in Francia, 0,34 in Gran Bretagna e 0,4 negli Stati Uniti)” (Le Monde Diplomatique, dicembre 2017).

In questo contesto, in seno al partito sembrano esistere oggi due tendenze: una tendenza economista e una tendenza nazionalista. Con Xi quest’ultima sembra predominante (“Nessuno si aspetti che la Cina ingoi bocconi amari a scapito dei suoi interessi) (19° Congresso del PCC, 18.10.2017) ma sembra che ci siano discussioni nel partito tra una frazione che tende a voler fare delle concessioni agli Stati Uniti (secondo la concezione di Deng Xiaoping “nascondere le proprie qualità e aspettare la propria ora”) e una per la linea dura di confronto con gli Stati Uniti. Xi sembra appartenere a quest’ultima: “affermarsi sulla scena internazionale come numero uno di un ‘grande paese’ – secondo la sua espressione – trattando da pari a pari con gli Stati Uniti” (Le Monde Diplomatique, ottobre 2018).

Il populismo, un fattore inevitabile nella vita politica della borghesia oggi

Come il Rapporto sulla decomposizione del 22° Congresso della CCI ricordava, la decomposizione, di cui il populismo è una delle espressioni più significative, è un fattore decisivo nell’evoluzione della società ed è un processo irreversibile. Anche se il populismo non è il risultato di una volontà politica deliberata dei settori dominanti della borghesia, questi non hanno potuto evitare che il suo impatto sul loro apparato politico prendesse una tale ampiezza da comportare una perdita di controllo su questo apparato e degli scossoni che caratterizzeranno più che mai la vita politica della borghesia nei prossimi periodi.

1. Queste convulsioni dell’apparato politico della borghesia sono chiaramente diverse dalle varie crisi politiche che la borghesia ha potuto conoscere negli anni ’60, ’70 e ’80. Il loro contesto è radicalmente differente: prima degli anni novanta, le crisi politiche della borghesia erano legate o all’incapacità a fare fronte alla classe operaia o alle conseguenze di confronti imperialisti (crisi di Suez in Gran Bretagna e in Francia, crisi algerina in Francia, trattato di Maastricht in Francia e in Olanda, ecc.) ed erano gestiti in seno all’apparato politico.

La crisi attuale riguarda invece proprio la perdita di controllo sull’apparato politico da parte della borghesia. L’avevamo già messo in evidenza nell’ultimo rapporto sulla vita della borghesia (17° congresso della CCI, 2007): “La borghesia dei paesi più sviluppati d’Europa, del Giappone e degli Stati Uniti, una volta maestra nell’arte sottile della manipolazione elettorale, incontra oggi delle crescenti difficoltà nell’ottenere il minimo risultato auspicato”. Le inverosimili convulsioni politiche che toccano le borghesie inglesi, americana e tedesca, le tre borghesie più esperte nel passato a giostrare con maestria il gioco politico, illustrano perfettamente la gravità del problema.

I movimenti populisti si formano intorno a tematiche ricorrenti come quelle dei rifugiati, della sicurezza, del risentimento delle persone più colpite dalla crisi economica, ma si alimentano anche con delle tensioni specifiche delle proprie borghesie nazionali: disorientamento della borghesia americana di fonte all’indebolimento della loro leadership mondiale, ambiguità della borghesia britannica di fronte all’Europa, divisioni tra frazioni regionaliste e nazionaliste in seno alla borghesia spagnola o belga, e così via.

2. Allo stesso tempo che l’accentuazione della pressione del populismo getta l’apparato politico tradizionale della borghesia nel caos, questi movimenti tendono a beneficiare oggi in diversi paesi – e non solo i paesi dell’Europa dell’est ma anche, per esempio, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – del sostegno di frazioni della grande borghesia. Così, negli Stati Uniti, non solo i settori della siderurgia o dell’automobile possono sostenere la politica protezionista di Trump, ma anche il settore High Tech contro la crescita della potenza di compagnie cinesi, come Hawei o Alibaba, che minacciano il loro dominio nel mondo. Altri settori della Silicon Valley possono essere favorevoli ad un riavvicinamento con la Russia.

3. Il populismo è la politica della strada. Nei fatti, se i partiti e i movimenti populisti generano una evidente energia militante, a differenza dei partiti tradizionali, è perché essi non rispettano più i tabù e permettono quindi l’espressione di ogni pregiudizio.

Le campagne populiste, marcate dalla collera e dal risentimento, denigrano il mondo politico tradizionale e le élite e individuano dei colpevoli per le cose che non vanno. Esse spingono a stigmatizzare gruppi ed individui, a sviluppare una tendenza verso la loro demonizzazione, cosa che già si manifesta e che si manifesterà sempre più frequentemente ed esplicitamente in diverse forme: attacchi contro dei centri di accoglienza per rifugiati in Germania; lettere con una polvere sospetta indirizzate a Trump e ad altri membri della sua amministrazione durante la campagna per le elezioni di medio termine, mentre dei pacchetti trappola venivano inviati a dei parlamentari democratici, ai mezzi di informazione (CNN) o ancora ad esponenti delle elite (Soros); attentato antisemita perpetratoda un suprematista bianco a Pittsburgh; tentativo di uccisione del candidato alla presidenza Bolsonaro in Brasile e, di ritorno, le minacce dello stesso Bolsonaro contro il PT e altri movimenti di sinistra; polarizzazione dei “gilet gialli” sulla figura di Macron, e così via.

4. Contrariamente alle prime espressioni del populismo (Haider, Berlusconi…) che difendevano una politica economica ultraliberale, i partiti populisti attuali portano avanti piuttosto una politica volta a proteggere la popolazione autoctona (“prima gli italiani”, i “veri finlandesi”, il “Eigen volk eerst” (innanzitutto il proprio popolo) dei populisti fiamminghi, ecc.) discriminando apertamente gli altri. Questo può implicare un protezionismo economico o la promozione di una forma di politica neokeynesiana patriottica: Trump ha la pretesa di difendere i lavoratori americani e il loro lavoro contro “l’invasione” di immigrati messicani e centroamericani ma anche dei prodotti stranieri; i governi polacco o ungherese prendono misure di protezione per i loro salariati e pensionati mentre si oppongono ad ogni quota di rifugiati in nome della difesa dell’integrità culturale della nazione; il governo Lega-M5S in Italia mette in piedi una politica intransigente e dura contro l’accoglienza di rifugiati mentre pianifica un reddito di cittadinanza per i cittadini italiani e l’anticipo dell’età di pensionamento da 67 a 62 anni. Questo tipo di politica appare come più “realista” rispetto a quella della sinistra, nella misura in cui la salvaguardia dei vantaggi degli oppressi autoctoni si fa a detrimento di quelli di altri oppressi.

Recenti avvenimenti in Russia ed in Ungheria mettono in evidenza che non bisogna sottostimare l’importanza di una tale politica “sociale” patriottica per la credibilità dei movimenti populisti e dei “leader forti”. In Russia, per esempio, la riforma delle pensioni, che Putin e il suo governo hanno fatto passare profittando della campagna mediatica sulla Coppa del Mondo di calcio, che prevede il passaggio dell’età pensionabile da 55 a 63 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, ha provocato forti proteste e una diminuzione del tasso di popolarità di Putin dall’80 al 63%. Quindi questi ha dovuto immediatamente addolcire le misure e annunciare una forte rivalutazione delle pensioni, senza riuscire tuttavia a convincere completamente, visto che la sua popolarità è proprio basata sul fatto che, restaurando il controllo dello Stato sugli oligarchi, era riuscito a garantire un pagamento regolare dei salari e della pensioni.

In Ungheria ci sono state importanti manifestazioni contro la legge “schiavista” del governo Orban, che abolisce quasi totalmente la retribuzione delle ore di straordinario.

5. In risposta all’avanzare del populismo, la borghesia ha messo in piedi delle campagne antipopuliste, per esempio in Francia durante la campagna elettorale del 2017 negli USA dove l’opposizione populismo/antipopulismo è al centro della vita politica dopo l’elezione, come si è visto anche con le elezioni di medio termine. Spesso, pur opponendosi al populismo, queste campagne di ispirano e riprendono largamente le idee populiste:

- In Francia, la campagna per l’elezione di Macron ha utilizzato le stesse strategie del populismo: rigetto dei partiti tradizionali, uomo “nuovo” (Macron) e “movimento” politico (LREM) presentati come una rottura con il passato, …;

- Avanzando come priorità la necessità di eliminare il terrorismo ed assicurare la sicurezza pubblica del cittadino (controlli rafforzati, moltiplicazione di telecamere…), si istilla anche l’idea che è inevitabile accettare di sacrificare un po’ di libertà per avere più sicurezza;

- Lafontaine in Germania e Podemos in Spagna combattono il populismo traducendo il suo discorso in una versione di “sinistra”: creando un’opposizione fra una sinistra che preconizza “frontiere aperte” e un’altra sinistra che sostiene invece “frontiere chiuse ed aiuti a casa loro”, essi integrano gli argomenti populisti nel seno stesso del discorso antipopulista.

CCI, gennaio 2019

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Testi del 23° Congresso della CCI