E in Italia, a che sta la lotta di classe?

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Nell’articolo “Perché tanti attacchi e così poche lotte?”, pubblicato in questo stesso numero del giornale, affermiamo che “la violenza con cui colpisce oggi la crisi economica ha, per il momento, un effetto allarmante e dunque paralizzante” sulla classe operaia. Ma questo non significa che non ci siano lotte. Anzi negli ultimi mesi sembrerebbe di assistere ad una certa ripresa della lotta di classe in Italia. Si sente di manifestazioni, occupazioni e di lotte operaie anche ai telegiornali locali e qualche volta nazionali. Oltre ai precari della scuola, di cui abbiamo parlato in un articolo sul web[1] e alla “lotta simbolo” della INNSE, rispetto alla quale abbiamo messo in evidenza la capacità dei padroni di utilizzare le debolezze dei lavoratori per creare delle false piste su cui lottare[2], nuove lotte (ma a volte portate avanti da mesi) hanno avuto la gloria dei mezzi di comunicazione. Tra queste principalmente tre: Alcoa, ex-Eutelia e Termini Imerese.

Come mai i mass-media si danno tanta pena a parlare delle lotte operaie? Il motivo è fin troppo ovvio: contrariamente alle asinate della borghesia sulla fine della lotta di classe e finanche sulla scomparsa della classe operaia, oggi come oggi la classe operaia, ovvero l’insieme di persone che, al lavoro o disoccupate, vedono la loro sopravvivenza legata al rapporto di vendita delle proprie prestazioni lavorative nei confronti di un datore di lavoro, sta passando dei bruttissimi quarti d’ora e non sa più come sbarcare il lunario. Se dunque la borghesia parla di certe lotte è per metterne avanti gli aspetti di fragilità che, nella propaganda borghese, diventano invece elementi di forza, in modo da trasmettere delle false lezioni a tutta la classe operaia. In questo sporco gioco, come vedremo, un ruolo centrale viene svolto proprio da quelle forze che si presentano come i difensori degli interessi proletari, i sindacati e i “partiti di sinistra”.

Anzitutto non si fa che ripetere dappertutto che la INNSE ha vinto e che perciò bisogna diffondere ovunque il suo metodo. E non è un caso che occupazioni di fabbriche, minacce di suicidio di operai appostati su tetti e torri industriali si ripetano in tutta Italia, favorendo un isolamento delle lotte che certamente non aiuta a risolvere le cose. Ma alla INNSE nuove “lotte simbolo” mediatizzate dalla borghesia si aggiungono a quest’opera di dirottamento della lotta di classe, nonostante ancora una volta il coraggio, la combattività e la determinazione degli operai che si stanno battendo a volte da mesi e mesi senza stipendio.

L’Alcoa di Portovesme

All’Alcoa di Portovesme in Sardegna, fabbrica di alluminio che copre insieme all’altro stabilimento di proprietà di Fusina di Venezia il 18% della produzione nazionale, più di 2000 operai rischiano il posto di lavoro. Il motivo è che “i padroni americani dell’Alcoa Italia di fronte alla decisione dell’UE di fargli pagare una penale per aver usufruito di tariffe agevolate dell’Enel nella fornitura di energia elettrica e quindi di aiuti pubblici indebiti, hanno minacciato semplicemente di chiudere tutti gli stabilimenti[3]. Qual è stata la politica dei sindacati in questa situazione? Prendersela con l’Alcoa e con le forze governative? Certo, ma solo a parole, perché poi, in occasione della manifestazione del 26 novembre a Roma il corteo si apriva con uno striscione su cui era scritto “energia e basta”, cioè risolvere ancora una volta le cose ai padroni sulle spalle della collettività. Quale è stata la conclusione della lotta? Che alla fine la minaccia della cassa integrazione è stata ritirata in cambio di tariffe elettriche agevolate, ma a “norma europea”! Insomma i poveri operai sono stati letteralmente usati in uno sporco gioco delle parti in cui chi ci ha guadagnato è il padrone da una parte e i vari sindacalisti dall’altra. Quest’ultimi in particolare hanno avuto modo di occupare il terreno mostrandosi “radicali”, qualcuno facendosi pure picchiare dalla polizia, mentre finanche un Cappellacci, governatore di centrodestra della Sardegna, assieme ad una sfilza di sindaci multicolori, si è potuto concedere il lusso di fare da sponsor della manifestazione di lotta.

Le lotte degli operai ex Eutelia

Per quanto riguarda le lotte dei dipendenti della ex-Eutelia, sembra esserci sotto qualcosa di addirittura più grosso: “A giugno di quest’anno Eutelia ha ceduto le sue attività industriali in ambito informatico ad Omega Spa che, per la cifra di 96mila euro ha acquisito un volume d’affari di 120 milioni di euro, ordini per 130 milioni e circa 2mila dipendenti, oltre a una rete in fibra ottica di circa 13mila km che naturalmente fa gola a molti, a Berlusconi in primis nell’ottica degli affari collegati al mercato televisivo e delle comunicazioni in generale[4]. Che l’operazione abbia tutto il sapore di una semplice speculazione lo si vede dal fatto che, dopo solo quattro mesi, Omega licenzia 1200 lavoratori. Da qui è partita la protesta che ha portato prima alla occupazione della sede di Roma, il 28 ottobre, e poi tutte le altre “Pregnana Milanese, Ivrea, Bari, con i lavoratori di Napoli che, non avendo fisicamente una sede da occupare, rinforzano i presìdi delle altre città, particolarmente quello di Roma[5].

Ma proprio queste occupazioni hanno creato un casus belli su cui si sta ancora a discutere e che è servito alla borghesia per creare divisioni all’interno della classe operaia. Infatti i locali dell’Omega di Roma che sono stati occupati sono in parte in comune con quelli della Eutelia che mantiene una propria attività, motivo per cui i lavoratori di quest’ultima azienda, pur solidarizzando con i primi, non riescono ad andare a lavorare perché anche la loro sede risulta occupata. L’altro fatto di una certa rilevanza è il tentativo da parte proprio dei vertici Eutelia di sgombrare i locali tramite l’inganno e la forza, ovvero tramite l’uso di una squadra di guardie giurate che si sono però presentate come uomini della polizia. Al di là della beffa subita da questi ultimi, fermati nella loro ribalderia proprio dall’intervento - mai così sollecito - della vera polizia, è sintomatico che i mass media abbiano ancora una volta dato risalto a questo episodio. Infatti l’attenzione si è presto spostata sull’inettitudine degli imprenditori e sulla loro responsabilità personale nello sviluppo della crisi, come testimoniano questi interventi in due diversi blog: Se lo Stato controllasse che le regole vengano rispettate e impedisse le truffe di questi imprenditori spericolati e privi di scrupoli nessun lavoratore si sognerebbe mai di occupare e protestare in questo modo”.[6]Non c'è un modo per togliere questa azienda ai Landi a darla a dei veri imprenditori???[7]

E a Termini Imerese

Per quanto riguarda la Fiat di Termini Imerese, dopo tutti gli incentivi alla rottamazione di vecchie auto e tutte le condizioni di favore estremo concesse alla Fiat per creare lo stesso impianto siciliano, l’a.d. Marchionne ha comunicato che il piano aziendale prevede di fermare dal 2011 la produzione automobilistica nell’impianto siciliano. La Lancia Y, di cui l’impianto siciliano aveva finora sfornato 4 milioni di esemplari, sarà infatti prodotta in una versione aggiornata in Polonia, dove la forza lavoro costa meno della metà. Di fronte a questa posizione aziendale, che resta tuttora irremovibile, il leader dei metalmeccanici della Cgil a Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, propone lo sciopero generale in Sicilia affermando:Non possiamo caricare tutto il peso di questa situazione sulle spalle degli operai. Serve una mobilitazione generale, col coinvolgimento di sindacati, industriali, commercianti, amministrazioni locali, studenti e la Chiesa[8]. Mettendo assieme questa accozzaglia di ceti sociali, il sindacato cerca così di disperdere completamente qualunque velleità della classe di fare riferimento ai suoi fratelli di classe di altri settori. Ma, rimanendo sul piano della difesa dello specifico impianto è chiaro che lo sbocco più probabile è che si arrivi ad una guerra tra poveri: chiudere Pomigliano o Termini Imerese? E’ chiaro ad esempio che la promessa della regione Sicilia di mettere a disposizione della FIAT un finanziamento di 250 milioni di euro costituisce una pressione su Marchionne rispetto alla decisione di quale impianto chiudere, con la conseguente diffusione dell’illusione tra gli operai che basti affidarsi al santo buono per ricevere la grazia di turno. D’altra parte non è difficile capire questo amore per la classe operaia da parte di una serie di personaggi istituzionali di destra, tra cui lo stesso presidente della Regione Sicilia Lombardo: uno stabilimento FIAT con il suo indotto fa un’enorme differenza in territori caratterizzati da una arretratezza economica storica.

Per concludere …

Qual è il minimo comune denominatore della strategia della borghesia nel presentare e nel cercare di orientare queste lotte? Quello di suggerire che, nella misura in cui non è possibile altra soluzione se non nell’ambito di questo sistema, occorre cercare tale soluzione in quello che offre la situazione nell’immediato, senza pensare a costruire per il futuro e fantasticare a vuoto … Questo alimenta naturalmente l’isolamento delle lotte perché si ritiene, a torto, che sia più facile spuntarla in una singola situazione portando avanti una lotta ad oltranza con occupazioni, atti eroici, ecc. piuttosto che raccogliendo un fronte di lotta ampio e unito di fronte al padrone. Ciò giustifica anche il fatto che gli operai in questo momento sembrano dare una certa fiducia ai sindacati e perfino a personaggi istituzionali di destra (Cappellacci, Lombardo, …) oltre che di sinistra, quando si fanno vedere. Ma dagli elementi riportati si vede pure come i capitalisti in questo momento stanno portando avanti una politica che mostra fino in fondo come, in questa fase storica, non ci possa essere alcuna mediazione tra lavoro e capitale. Quando Marchionne decide di traslocare la produzione della lancia Y in Polonia fa un puro calcolo di convenienza economica che è ineccepibile e rispetto al quale nessun governo del mondo gli potrà mai dare torto. Quando l’Alcoa Italia bussa a soldi per le tariffe elettriche o quando l’Eutelia vende i rami secchi per lucrare sulla parte sana dell’azienda e non avere lei il fastidio di licenziare 2000 operai, anche questo rientra nel “normale” comportamento del capitalismo che, di fronte alla necessità di realizzare profitti, non guarda in faccia a nessuno. Allora a che servono tutti questi politici verso cui ci spingono i sindacati se non ad annacquare le lotte?

Ma se tutto questo è vero, questo è solo quello che i media ci vogliono mostrare. Quello che resta coperto è tutto il resto, che è un formicolio di iniziative, di discussioni, di lente ma inesorabili prese di coscienza. Se non ci fosse questa situazione, la borghesia neanche si sognerebbe di alimentare tanta caciara sulle lotte. E invece no. Anche perché le difficoltà economiche ormai coinvolgono oggi anche quelle famiglie di lavoratori che una volta, con un paio di stipendi, vivevano leggermente al di sopra dello strettamente necessario o anche figure qualificate e laureate di lavoratori. Non è un caso che molti lavoratori ex Eutelia siano ingegneri o informatici, che ci sia tra gli altri una ricercatrice chimica che fa anche lei il turno sulla torre del petrolchimico[9], che ci sia una lotta anche dei ricercatori dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale[10] oltre ai precari della scuola di cui abbiamo parlato in un precedente articolo.

Un altro aspetto interessante sta nel fatto che, sebbene oggi venga a mancare il luogo della fabbrica come punto di incontro e di discussione dei lavoratori, questi abbiano trovato nella rete internet una parziale alternativa. E’ veramente sorprendente addentrarsi in uno di questi blog e leggere di prima mano tutte le sofferenze dei lavoratori, tutte le loro paure e debolezze, ma anche tutta la vivacità e la forza del confronto, del dibattito. Tra l’altro, se i lavoratori hanno perso la fabbrica, internet ha dato loro la possibilità di aprirsi a tutti gli altri lavoratori e proletari del mondo. E’ questo lato ancora buio e nascosto della classe operaia che deve emergere allo scoperto e fare esplicitamente i conti con l’incapacità del capitalismo di dare una risposta seria ai problemi non solo della classe operaia ma di tutta l’umanità. E’ di fronte a questa constatazione, per quanto si sia fatto affidamento in passato su Bossi o Berlusconi, su Bersani o su Ferrero, che la coscienza di classe sarà chiamata a fare un salto di qualità e a cercare una prospettiva sociale vera.

Ezechiele 8 dicembre 2009



[2] Di cui pure abbiamo parlato nell’articolo: Solo una lotta unita e solidale consente di resistere agli attacchi in Rivoluzione Internazionale n°162.

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