Mantenere viva la scintilla dell'organizzazione rivoluzionaria
Nel gennaio 1945 fu pubblicato il primo numero della rivista Internationalisme, l'organo teorico della Frazione francese della Sinistra Comunista (FFGC), fondata poche settimane prima alla sua prima conferenza nel dicembre 1944.1 Questo gruppo, composto da una manciata di militanti, in seguito assunse il nome di Sinistra Comunista di Francia (GCF) e condusse un'intensa attività politica fino al 1952.2 Iscrivendosi nella continuità politica della Frazione di Sinistra del Partito Comunista d'Italia, diede un contributo politico inestimabile, in particolare sulla questione dell'organizzazione e della concezione della militanza. Nel cuore della notte della controrivoluzione, quando le minoranze rivoluzionarie erano fortemente ridotte e molto isolate dal resto della classe operaia, la GCF fu la scintilla che mantenne viva la fiamma dei rivoluzionari. Dalla sua fondazione nel 1975, la CCI non ha mai smesso di rivendicare il patrimonio lasciato dalla Frazione Italiana (Bilan) e dalla GCF. 80 anni dopo la fondazione di questo gruppo, questo articolo mira a ripercorrere brevemente la traiettoria di questa organizzazione e, soprattutto, a evidenziare i suoi principali contributi sulla base dei quali la CCI è stata fondata 50 anni fa.
La difesa del ruolo di frazione
Dal 1937 in poi, la Frazione di Sinistra del Partito Comunista d'Italia (Frazione Italiana)3 dovette affrontare gravi difficoltà politiche, in particolare in relazione all'analisi del corso storico. La maggior parte del gruppo, così come il suo organo centrale, iniziò a difendere l'analisi secondo cui le guerre di questo periodo erano motivate dal massacro dei proletari e non più da antagonismi interimperialisti. Questa analisi fu particolarmente difesa e sviluppata da Vercesi, uno dei principali animatori della Frazione Italiana, che teorizzò l'idea che il capitalismo potesse evitare guerre generalizzate grazie alla sua capacità di superare le contraddizioni economiche attraverso lo sviluppo dell'economia di guerra. Secondo lui, la situazione delle "guerre localizzate" che prevaleva all'epoca, come in Spagna, Etiopia, Manciuria, ecc., non doveva essere vista come un preludio a una guerra mondiale, ma come una guerra contro la classe operaia pensata per impedirle di seguire la via della rivoluzione comunista. Questi gravi errori di analisi gettarono la Frazione nella totale confusione quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale nel settembre 1939. La maggioranza della Frazione, guidata da Vercesi, teorizzò senza mezzi termini la "scomparsa sociale del proletariato in tempo di guerra" e di conseguenza l'abbandono dell'attività militante organizzata. Solo una piccola minoranza si oppose fortemente a questa visione. Fuggendo dalla zona di occupazione tedesca, questa manciata di militanti si rifugiò a Marsiglia cercando di mantenere i legami con altri militanti a Parigi. Così, incapaci di stabilire una visione chiara del proprio ruolo in relazione a un'analisi coerente della situazione mondiale, la Sinistra Comunista Internazionale e la Sinistra Italiana non furono in grado di affrontare la prova dello scoppio della guerra. Nel settembre 1939, l'Ufficio Internazionale della Sinistra Comunista fu sciolto, la stessa Frazione Italiana si sciolse, i legami tra le sezioni furono quasi spezzati. Fu solo nel giugno 1940 che l'attività politica poté essere ristabilita all'interno del gruppo di Marsiglia e nei mesi successivi la Frazione iniziò a ricostituirsi rinnovando i contatti con militanti sparsi in Francia e Belgio. Fu in queste condizioni che il piccolo nucleo di militanti stabilito a Marsiglia riuscì a portare sulle sue posizioni alcuni elementi provenienti dal trotskismo. Pochi mesi dopo, questo piccolo circolo di circa dieci militanti, sotto l'impulso di Marc Chirik, costituì4 il Nucleo francese della Sinistra Comunista sulla base di una dichiarazione di principi: "Nel 1942, nel mezzo della guerra imperialista, un gruppo di compagni, che si staccò organizzativamente e politicamente dal confusionismo e l'opportunismo delle organizzazioni trotskiste sulla guerra imperialista, si costituirono come nucleo della Sinistra Comunista sulle basi politiche della Sinistra Comunista internazionale."5 Da allora, dal 1943 in poi, la Frazione Italiana e il Nucleo francese intrapresero un lavoro congiunto di intervento per denunciare apertamente la guerra imperialista e difendere l'internazionalismo proletario: "manifesti che denunciavano la guerra imperialista e tutti i campi militari furono attaccati in diverse città francesi. Volantini scritti in tedesco, inglese, italiano e francese venivano lanciati nei treni militari in partenza per il fronte. Dopo gli sbarchi americani del 6 giugno 1944, fu lanciato un appello a tutti i soldati e lavoratori affinché manifestassero la loro solidarietà di classe, oltre i confini; di cessare il fuoco e deporre le armi; unire tutti contro il capitalismo mondiale sul 'fronte internazionale di classe', con l'intento di trasformare la guerra imperialista in una guerra civile, per il trionfo della rivoluzione mondiale."6 Questo intenso lavoro, svolto principalmente dal "nucleo francese", si rifletteva in particolare nello sviluppo numerico del gruppo a Marsiglia e Parigi. Nel dicembre 1944, alla sua prima conferenza, il nucleo fu trasformato nella "Frazione francese della sinistra comunista". La Sinistra Comunista Internazionale aveva ora una nuova frazione, oltre alla Frazione Italiana e alla Frazione Belga, realizzando così il progetto formulato nel 1937 dall'Ufficio Internazionale della Sinistra Comunista. "Le basi programmatiche erano rigorosamente le stesse di quelle delle frazioni italiana e belga: la risoluzione dell'Ufficio Internazionale della Sinistra Comunista del 1938 e tutta la tradizione di Bilan."7 Il Comitato Esecutivo (CE) eletto dalla conferenza includeva un membro del CE della Frazione Italiana (MC) per sottolineare il carattere non autonomo della nuova frazione.8 Ma i legami tra i sopravvissuti della Fazione Italiana e della Frazione Francese si indebolirono molto rapidamente, a causa di una certa diffidenza della prima verso la seconda. Infatti, come fu riconosciuto alla terza conferenza del maggio 1944, la Frazione Italiana non era riuscita a superare completamente la crisi che l'aveva colpita alla fine degli anni Trenta. La fondazione del Partito Comunista Internazionalista (PCInt) nel 1943 in Italia aveva inoltre aggravato il disorientamento e la dispersione che regnavano all'interno della Frazione.9 La conferenza di quest'ultima nel maggio 1945 decise l'autoscioglimento e l'integrazione individuale dei suoi membri nel nuovo "partito" fondato in Italia. Solo Marc Chirik si oppose fermamente a questa decisione finché le posizioni del nuovo partito, poco conosciute, non potessero essere verificate. Di fronte all'impresa suicida della Frazione,10 finì per dimettersi dal suo CE, lasciò la conferenza in segno di protesta e decise di continuare la lotta rivoluzionaria all'interno della Frazione francese. Alla fine del 1945, la FFGC assunse il nome di Sinistra Comunista di Francia (GCF). Era ora l'unico gruppo rivoluzionario determinato a continuare la lotta rivoluzionaria affidandosi saldamente all'eredità e alle posizioni classiche della Frazione Italiana e della Sinistra Comunista Internazionale. Adottando l'approccio critico sviluppato da Bilan nella sua lotta contro l'opportunismo dell'Opposizione di Sinistra guidata da Trotsky, la GCF continuò da allora questa lotta all'interno dell'ambiente rivoluzionario, in particolare contro l'approccio totalmente opportunista su cui il Partito Comunista Internazionalista si era sviluppato in Italia dal 1943 in poi.
La lotta contro l'opportunismo all'interno della sinistra comunista
La Sinistra Comunista di Francia tenne la sua seconda conferenza nel luglio 1945, durante la quale adottò un rapporto sulla situazione internazionale. Pur difendendo le posizioni classiche del marxismo sulla questione dell'imperialismo e della guerra, soprattutto di fronte alle aberrazioni sviluppate da Vercesi, questo documento rappresentò un reale approfondimento nella comprensione dei principali problemi che la classe operaia affrontava nella decadenza del capitalismo. La GCF comprese in particolare che i tentativi del proletariato di reagire dal 1943 al 1944 in poi, come in Italia, non avevano posto fine alla controrivoluzione. Traendo lezioni dall'ondata rivoluzionaria nata alla fine della Prima Guerra Mondiale, la borghesia mondiale aveva impedito qualsiasi forma di reazione e solidarietà proletaria su scala internazionale usando i mezzi più cinici e feroci per farlo.
Inoltre, adottando la posizione stabilita dalla Frazione Italiana sulle condizioni per l'emergere del partito,11 la GCF poté capire che non era assolutamente all'ordine del giorno, il compito del momento era la continuazione del lavoro intrapreso dalla Frazione Italiana dalla fine degli anni Venti. Su queste basi la GCF condusse una polemica fraterna ma intransigente contro l'approccio catastrofico del PCInt: "La rotta verso la terza guerra mondiale imperialista è aperta. Dobbiamo smettere di affondare la testa sotto la sabbia e cercare di consolarci non volendo vedere la gravità di questo pericolo. Nelle condizioni attuali non vediamo la forza in grado di fermare o modificare questa rotta. La cosa peggiore che le deboli forze dei gruppi rivoluzionari possano fare è incamminarsi in una marcia discendente. Inevitabilmente, finiranno per rompersi il collo. [...] Gettandosi nell'avventurismo della costruzione prematura e artificiale del partito, non solo si commette un errore nell'analisi della situazione, ma si volta anche le spalle al compito attuale dei rivoluzionari, si trascura l'elaborazione critica del programma della Rivoluzione, si abbandona il lavoro positivo di formazione dei quadri. Ma c'è ancora di peggio e le prime esperienze del Partito in Italia sono lì a confermarlo. Volendo a tutti i costi giocare come un partito in un periodo reazionario, volendo a tutti i costi fare lavoro di massa, scendiamo al livello delle masse, seguiamo le loro orme, partecipiamo al lavoro sindacale, partecipiamo alle elezioni parlamentari, ci impegniamo nell'opportunismo. Al momento, l'orientamento dell'attività verso la costruzione del Partito può essere solo opportunista."12 E le critiche della GCF non si fermarono lì. L'opportunismo del Partito si manifestò non solo nella prematurità della sua formazione, ma anche nel fatto che era stato costituito senza la minima chiarificazione e delimitazione delle posizioni e dei principi proletari. Per questo motivo, dal 1945 al 1946, il partito accettò di integrare tra le sue fila, senza la minima discussione precedente, sia la tendenza Vercesi, che pochi mesi prima era stata nel Comitato Antifascista di Bruxelles, sia la minoranza della Frazione Italiana che si era unita alle milizie antifasciste durante la Guerra Civile Spagnola, sia i membri dell'ex Unione Comunista, e persino militanti che parteciparono alla "liberazione" di Torino insieme ai "partigiani" nel 1945. Questa era la coerenza di questo conglomerato senza principi che costituiva il PCInt nel dopoguerra. La ricerca del successo immediato e l'attrazione del maggior numero di persone lo portarono a voltare completamente le spalle al metodo ereditato dall'esperienza del movimento rivoluzionario nella costruzione dell'organizzazione, dalla formazione della Lega Comunista nel 1848 a quella del Partito Bolscevico nel 1903. Questo fu il messaggio inviato dalla GCF nel gennaio 1946, per tracciare un parallelo tra la costruzione opportunista della Internazionale Comunista dal 1919-1920 e quella del Partito: "In breve, il metodo che servì alla IC per la 'costruzione' dei Partiti Comunisti sarà ovunque l'opposto del metodo che è stato utilizzato e che ha dato prova della sua efficacia nella costruzione del partito bolscevico. Non è più la lotta ideologica attorno al programma, l'eliminazione progressiva delle posizioni opportuniste che, attraverso il trionfo della conseguente frazione rivoluzionaria, servirà da base per la costruzione del Partito, ma è l'aggiunta di tendenze diverse, la loro fusione attorno a un programma deliberatamente lasciato incompiuto, che servirà da base. La selezione sarà abbandonata a favore dell'aggiunta, i principi sacrificati per la massa numerica."13
La seconda parte di questo articolo affronterà l'ultima fase della vita politica della GCF e mostrerà il contributo di questo gruppo nella comprensione della decadenza del capitalismo e delle sue implicazioni per le posizioni dei rivoluzionari. (Continua)
Vincent, 19 gennaio 2026
1È importante sottolineare che l'attività dei militanti della Sinistra Comunista si svolse per un intero periodo in modo clandestino, con la costante minaccia di repressione non solo da parte delle autorità di occupazione tedesche ma anche dei "liberatori" stalinisti, a causa dell'internazionalismo di questa corrente, della sua opposizione intransigente alla guerra e del suo rifiuto di sostenere qualsiasi campo imperialista.
2Cfr. opuscolo della CCI La Gauche communiste de France.
3La sua lotta contro la degenerazione dei partiti dell'Internazionale Comunista portò all'esclusione della Frazione di Sinistra del Partito Comunista d'Italia (Frazione Italiana), guidata da Bordiga, dal PCI al Congresso di Lione del 1926.
4Marc Chirik era allora membro della Frazione Italiana della Sinistra Comunista. Fu anche uno dei membri fondatori della Corrente Comunista Internazionale. Per saperne di più sulla sua traiettoria politica, consulta la seguente serie di articoli:
5"Statut d'organisation de la Fraction française de la Gauche communiste internationale." Questo nucleo si prefisse la prospettiva della formazione della Frazione francese della Sinistra Comunista ma, rifiutando la politica di "campagne di reclutamento" e "infiltrazione" praticata dai trotzkisti, rifiutò, sotto l'influenza di Marc Chirik, di proclamare in fretta la costituzione immediata di tale frazione.
7) Questo è il nome dato alla rivista teorica della frazione di sinistra del Partito Comunista d'Italia tra il 1933 e il 1938.
8) Ibid.
9) Per uno sviluppo più dettagliato su questo argomento si veda La sinistra comunista d'Italia, Capitolo IX: "Il Partito Comunista Internazionalista d'Italia".
10) Questa dissoluzione fu un colpo di forza e un colpo di teatro. Fu proprio il giorno della Conferenza che i membri della frazione ne vennero a conoscenza leggendo la "dichiarazione politica" redatta solo da una parte della Commissione Esecutiva. Quest'ultima sottolineava che, se questo testo non fosse stato adottato, si sarebbe dimessa per difenderlo come minoranza all'interno della frazione. La dichiarazione fu adottata, ma in assenza di molti militanti che non avevano potuto viaggiare.
11) Attingendo all'esperienza del movimento rivoluzionario fin dalla Lega dei Comunisti, la Frazione Italiana teorizzò l'idea che il partito di classe non potesse sorgere in qualsivoglia situazione, ma solo in un corso di reale sviluppo della lotta di classe. Per questo motivo la Frazione Italiana si oppose alla decisione aberrante di Trotsky e all'Opposizione di formare la Quarta Internazionale nel pieno della controrivoluzione, alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
12 ) "Il compito del momento: costruzione del partito o formazione dei quadri", Internationalisme n° 12 (agosto 1946).
13) "Sul 1º Congresso del Partito Comunista Internazionalista d'Italia", Internationalisme n°6 (gennaio 1946).
II Parte
Nella prima parte di questa serie, abbiamo mostrato che la Sinistra Comunista francese (GCF) si sia costituita in continuità con la Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia e la Sinistra Comunista Internazionale.
Nel mezzo della controrivoluzione, rimase l’unica organizzazione in grado di difendere in modo coerente e intransigente i principi organizzativi della Sinistra comunista.
Ma essa non fu una semplice continuazione della fazione italiana, non si accontentò di preservare le acquisizioni e il contributo politico prodotto da Bilan. Senza trascurare le proprie responsabilità riguardo all’intervento nelle lotte immediate della classe, la GCF dedicò gran parte delle sue energie al lavoro di chiarimento politico e teorico su molte questioni nate dall’esperienza della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria e della degenerazione dell’Internazionale Comunista, fornendo risposte più chiare e profonde ed arricchendo così un quadro teorico e programmatico su cui poi fu fondata la CCI e sul quale essa si basa ancora oggi.
Dopo la guerra, capire il corso storico: difesa del metodo marxista
Le lotte operaie contro la guerra in Italia nel 1943, seguite l’anno successivo da scioperi in Germania, pose la seguente domanda all’avanguardia rivoluzionaria: le reazioni dei lavoratori in questi due paesi contenevano la prospettiva dell’emergere di un processo rivoluzionario simile a quello emerso in Russia dal 1917? Questa infatti era inizialmente l’ipotesi dei vari gruppi e organizzazioni della Sinistra comunista.
Nell’agosto 1943 a Marsiglia, la Frazione Italiana della Sinistra Comunista tenne una conferenza, alla presenza del Nucleo francese della Sinistra Comunista, durante la quale fu difesa l’analisi secondo cui gli eventi in Italia avrebbero aperto una fase prerivoluzionaria.
Tuttavia il corso degli eventi contraddisse questo approccio. Le lotte del 1943 non avevano costretto la borghesia italiana a fermare la guerra come accadde in Russia nel 1917 o in Germania nel 1918. Né costituirono le prime ondate capaci di provocare una nuova ondata rivoluzionaria internazionale. I massacri di massa perpetrati nei vari bastioni operai sia dagli eserciti alleati che da quelli nazisti, così come la potente campagna antifascista e democratica che seguì la «liberazione» dell’Europa, dimostrarono la capacità della borghesia mondiale di trarre le lezioni della precedente ondata rivoluzionaria, annientando qualsiasi tentativo di estendere la lotta e la solidarietà operaia oltre i confini.
Facendo riferimento saldamente ai principi del metodo marxista, alle acquisizioni politiche dell’Internazionale Comunista e della Sinistra Comunista Internazionale, la Frazione francese ebbe la capacità di trarre le conseguenze dell’evoluzione delle condizioni in quella fase. Il rapporto sulla situazione internazionale, adottato alla conferenza del luglio 1945 (solo due mesi dopo la fine della guerra in Europa e quando il conflitto non era ancora terminato su scala mondiale) rivide il punto di vista iniziale dell'organizzazione, dimostrando chiaramente che l’equilibrio delle forze nel dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale non era favorevole al proletariato: «A differenza della prima guerra imperialista, in cui il proletariato, una volta intrapreso il corso della rivoluzione, mantenne l'iniziativa e impose al capitalismo mondiale la cessazione della guerra, in questa guerra, dopo il primo segnale della rivoluzione in Italia, nel luglio 1943, è il capitalismo a prendere l’iniziativa e a perseguire implacabilmente una guerra civile contro il proletariato, impedendo con la forza qualsiasi concentrazione di forze proletarie; non fermerà la guerra anche quando, dopo il crollo e la scomparsa del governo hitleriano, la Germania chiederà insistentemente un armistizio, assicurandosi così, con una carneficina mostruosa e uno spietato massacro preventivo, di impedire qualsiasi accenno di minaccia rivoluzionaria da parte del proletariato tedesco». Rendendosi conto che le reazioni della classe operaia contro la guerra non avevano posto fine al periodo della controrivoluzione, la GCF giunse alla conclusione che il momento non era assolutamente maturo per la costituzione del Partito. Contrariamente a quanto difeso dalla sinistra italiana, raggruppata intorno al Partito Comunista Internazionalista (PCint) che, incapace di comprendere il significato della situazione e ossessionata dalla ricerca di un’influenza immediata all’interno della classe, persisteva nel ripetere i vecchi schemi ereditati dal passato per giustificare meglio il percorso totalmente errato della costituzione del Partito.
Nella serie di articoli intitolata «Problemi attuali del movimento operaio», pubblicata sulla rivista Internationalisme nel 1947, la GCF intraprese una polemica fraterna ma intransigente per criticare l’approccio sterile e deleterio intrapreso dalla sinistra italiana: « L’assenza di un’analisi seria degli eventi degli ultimi anni e delle forze che, con la loro presenza e assenza, hanno determinato l’evoluzione degli eventi in una direzione profondamente reazionaria è attualmente la caratteristica evidente dei militanti e dei gruppi rivoluzionari che si definiscono avanguardia. L’abitudine di applicare schemi tratti dal passato alle nuove situazioni reali che si presentano, ha in qualche modo liberato i militanti dalla preoccupazione di doversi dedicare a studi che a loro sembrano dolorosi e faticosi. A cosa serve, si dicono tra sé, analizzare e studiare la situazione presente, quando, secondo [il loro] schema, sanno quale dovrebbe essere? Tutto ciò che devono fare è sapere come applicare le tattiche giuste... e organizzare bene l’agitazione ».
Lo schematismo e la superficialità dell’analisi del PCint erano in realtà un riflesso della povertà della vita politica e dell’assenza di dibattito e discussione all’interno del «partito» stesso: «Il PCInt. [d’Italia] è attualmente il raggruppamento in cui la discussione teorica e politica è meno presente. La guerra e il dopoguerra hanno sollevato una serie di nuovi problemi. Nessuno di questi è stato e viene affrontato nelle fila del Partito Italiano. Basta leggere gli scritti e i giornali del partito per rendersi conto della loro estrema povertà teorica. Esaminando i verbali della conferenza fondativa del Partito, ci si chiede se questa conferenza si sia svolta nel 1946 o nel 1926».
Eppure, come affermò la GCF, «nessun periodo nella storia del movimento operaio ha così tanto sconvolto i dati acquisiti e posto così tanti nuovi problemi come questo relativamente breve di 20 anni, tra il 1927 e il 1947, nemmeno quello, per quanto movimentato, dal 1905 al 1925. La maggior parte delle tesi fondamentali che erano alla base dell’Internazionale Comunista sono diventate sempre più obsolete ».
In breve, l’approccio politico del «Partito» voltò apertamente le spalle alle responsabilità fondamentali dell’avanguardia dei rivoluzionari definite nel Manifesto Comunista del 1848: «In pratica, quindi, i comunisti sono la fazione più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, la fazione che stimola tutte le altre; teoricamente, hanno il vantaggio sul resto del proletariato di una chiara comprensione delle condizioni, del corso e degli obiettivi generali del movimento proletario».
Per la GCF, se le organizzazioni rivoluzionarie dovevano difendere le acquisizioni politiche ancora valide ereditate da un secolo di esperienza del movimento operaio, ciò non significava recitare le lezioni apprese nei libri di storia pensando che essa dovesse ripetersi sempre allo stesso in modo. Al contrario, adottando il metodo di analisi critica stabilito da Marx ed Engels a metà del XIX secolo, la GCF intendeva affrontare le nuove questioni poste dalla situazione post-bellica con lo stesso punto di vista della Sinistra Comunista Internazionale negli anni Trenta, «Senza tabù o ostracismo»: «Contrariamente all’affermazione che i militanti possano agire solo con certezza, “anche se si basa su posizioni false”, ci opponiamo che non ci sia certezza, ma un continuo superamento delle verità. Solo l’azione basata sui dati più recenti, in arricchimento continuo, è rivoluzionaria. D’altra parte, l’azione intrapresa sulla base di una verità di ieri, ma già superata oggi, è sterile, dannosa e reazionaria. Si vuole nutrire i membri con verità buone, certe e assolute, mentre solo quelle contenenti l’antitesi del dubbio forniscono una sintesi rivoluzionaria. Se il dubbio e la controversia ideologica devono turbare l’azione degli attivisti, non vediamo perché questo sia un fenomeno valido solo oggi. Ad ogni fase della lotta, emerge la necessità di andare oltre le posizioni precedenti. In ogni momento, la verifica delle idee acquisite e delle posizioni assunte viene messa in discussione. Saremo quindi messi in un circolo vizioso: o pensare, ragionare e di conseguenza non poter agire, oppure agire senza sapere se la nostra azione si basa su autentiche riflessioni».
Il contributo della GCF alla comprensione della decadenza del capitalismo
Molti dei temi fondamentali sollevati dalla sconfitta dell’ondata rivoluzionaria e dall’esperienza dell’Internazionale Comunista erano stati solo abbozzati dalla Frazione Italiana. Questa li aveva lasciati più come questioni aperte che come conclusioni tali da poter essere chiaramente integrate nelle acquisizioni programmatiche dei comunisti. Impegnandosi in un vero lavoro collettivo, attraverso dibattiti interni (o con altri gruppi) ed i contributi profondi dei suoi militanti, la GCF raggiunse importanti progressi, soprattutto nell’approfondire la comprensione della decadenza del capitalismo.
Partendo dal quadro analitico stabilito dall’Internazionale Comunista nel 1919 (“l’era delle guerre e delle rivoluzioni”), la GCF riuscì ad ampliare e arricchire la riflessione sviluppata dalla Frazione Italiana negli anni ‘30. Il rapporto sulla situazione internazionale del 1945, a cui abbiamo già fatto riferimento, raggiunse una chiarificazione estremamente profonda su due questioni fondamentali: la natura della guerra imperialista ed il capitalismo di Stato.
Dall’inizio del ventesimo secolo, il movimento rivoluzionario aveva dimostrato che il militarismo e la guerra imperialista costituivano la manifestazione più significativa dell’ingresso del modo di produzione capitalista nella sua fase di declino storico. Questo cambiamento nel periodo storico comportò una modifica fondamentale delle cause della guerra a cui la GCF diede un contributo decisivo: «Nella fase di ascesa del capitalismo, le guerre (nazionali, coloniali e imperialiste) esprimevano lo sviluppo, il rafforzamento e l’ampliamento del sistema economico capitalistico. La produzione capitalista trovò nella guerra la continuazione della sua politica economica con altri mezzi. Ogni guerra si giustificava e pagava i suoi costi, aprendo un nuovo terreno di espansione, con una maggiore produzione capitalista. Nell’epoca del capitalismo decadente, la guerra, come la pace, esprime questa decadenza e contribuisce con forza ad accelerarla. […] La guerra diviene il mezzo indispensabile del capitalismo per aprire possibilità di ulteriore sviluppo, ma solo attraverso la violenza.
Allo stesso modo, con il crollo del mondo capitalista, avendo esso storicamente esaurito tutte le sue possibilità
di sviluppo, la guerra moderna, la guerra imperialista, esprime solo questo crollo che, senza aprire alcuna possibilità di ulteriore sviluppo per la produzione, inghiotte le forze produttive, accumulando rovina su rovina a un ritmo accelerato. […] Se nella prima fase la funzione della guerra è garantire un allargamento del mercato con l’obiettivo di una maggiore produzione di beni di consumo, nella seconda fase la produzione è essenzialmente orientata alla produzione di mezzi di distruzione, con l’obiettivo della guerra. La decadenza della società capitalista trova la sua espressione sorprendente nel fatto che, dalle guerre per lo sviluppo economico (periodo ascendente), ora l’attività economica è essenzialmente limitata in preparazione della guerra (periodo decadente). Questo non significa che la guerra è diventata l’obiettivo della produzione capitalista, questo rimane sempre la produzione di plusvalore, ma implica che la guerra, assumendo un carattere permanente, è diventata lo stile di vita del capitalismo decadente».
Questa analisi si è dimostrata perfettamente valida: da allora, il mondo ha vissuto più di cento conflitti guerrieri che hanno causato almeno altrettanti morti quanti nella Seconda Guerra Mondiale. Questa spirale di guerra è persino aumentata negli ultimi quattro decenni, ad immagine dell’attuale teatro sanguinoso in Ucraina e in tutto il Vicino e Medio Oriente.
Nel marzo 1946, la GCF adottò le «Tesi sulla natura dello Stato e della Rivoluzione Proletaria», documento che costituiva un contributo nuovo e importante, in particolare sul ruolo dello Stato nel periodo di decadenza e sulla posizione del proletariato nei suoi confronti.
L’Internazionale Comunista aveva già valutato la presenza dello Stato in tutti i settori della società, soprattutto a livello economico. Il Manifesto del Primo Congresso dell'Internazionale Comunista del marzo 1919 sosteneva infatti chiaramente che «La statalizzazione della vita economica, contro cui il liberalismo capitalista protestava tanto, è un fatto compiuto. Tornare, non alla libera concorrenza, ma al dominio di trust, sindacati e altre piovre capitaliste, è ora impossibile».
Questa previsione si sarebbe pienamente confermata nei decenni successivi e soprattutto dopo la crisi del 1929, la quale ricordò alla borghesia che la presa di controllo della gestione del capitale nazionale da parte dello Stato era diventata una necessità inevitabile e permanente. I preparativi per la guerra negli anni ‘30 e ancor di più la decadenza di quasi tutti i principali centri industriali mondiali nel 1945, accelerarono ulteriormente questa tendenza generale verso il capitalismo di Stato.
Fu quindi attraverso un esame rigoroso delle dinamiche dalla Prima Guerra Mondiale che la GCF riuscì a dimostrare che «Il Capitalismo di Stato non è un tentativo di risolvere le sue contraddizioni essenziali come sistema di sfruttamento, ma la manifestazione di queste contraddizioni. Ogni settore capitalista cerca di spostare gli effetti della crisi del sistema su un altro vicino e concorrente, appropriandosene come mercato e campo di sfruttamento. Il capitalismo di Stato nasce dalla necessità di questo gruppo [la borghesia nazionale] di concentrarsi e di sottomettere sotto il proprio controllo i mercati esterni. L’economia viene quindi trasformata in economia di guerra».
Anche qui, l’analisi e le previsioni della GCF si riveleranno pienamente confermate, poiché il ruolo sempre crescente del capitalismo di Stato negli ultimi ottant’ anni non ha in alcun modo impedito l’approfondimento della crisi storica del capitalismo. Al contrario, è stato un fattore potente nell’aggravare le contraddizioni del sistema.
Così, con una comprensione molto più chiara e profonda delle caratteristiche generali e permanenti del periodo di declino storico del capitalismo, la GCF fu anche in grado di risolvere le questioni chiave per la lotta rivoluzionaria, le cui principali sono:
– Nel periodo di ascesa del capitalismo, i sindacati erano organizzazioni che permettevano lo sviluppo della lotta a livello economico. Nel periodo di decadenza, divengono organi totalmente integrati nello stato borghese e devono essere combattuti.
– Se nel corso del diciannovesimo secolo le lotte per la liberazione nazionale e l’indipendenza delle colonie potevano far parte delle tattiche del proletariato, nella decadenza capitalista, esse possono solo spingere la classe operaia a difendere gli interessi della borghesia.
– Sulla questione dello Stato nel periodo di transizione, la GCF amplierà la riflessione di Bilan, difendendo l’idea che la dittatura del proletariato debba essere esercitata dai suoi organi specifici (i consigli) distinti da quelli dello Stato. Questa sarà poi una posizione cruciale difesa e sviluppata successivamente dalla CCI.
Fu con lo stesso rigore che la GCF continuò a difendere fino alla fine l’unica alternativa credibile che la classe operaia si trovò ad affrontare dopo la Seconda Guerra Mondiale: «Nelle attuali condizioni del capitale, la guerra generalizzata è inevitabile. Ma questo non significa che la rivoluzione sia inevitabile e ancor meno il suo trionfo. La rivoluzione rappresenta solo uno dei rami dell’alternativa che lo sviluppo storico impone all’umanità oggi. Se il proletariato non raggiungerà una coscienza socialista, si aprirà un percorso di barbarie, di cui possiamo già oggi verificare alcuni degli effetti».
Anche in questo caso, la GCF si è guardata bene dall’essere schematica. A differenza di Bordiga che, nello stesso periodo, dichiarò che «La rivoluzione è certa come se fosse già avvenuta», la GCF al contrario, sostenne che la strada verso il comunismo sarebbe stata ancora molto lunga, lastricata di ostacoli giganteschi e avrebbe richiesto enormi sforzi da parte della classe operaia.
Nella terza parte, affronteremo il contributo della GCF sulla questione del partito e dei suoi rapporti con la classe, nonché le ragioni che portarono alla sua scomparsa nel 1952.
Vincent, 13 aprile 2026
- ^https://it.internationalism.org/content/1915/80-anni-fa-la-fondazione-della-sinistra-comunista-di-francia
- ^ Come abbiamo spiegato nella prima parte di questa serie, questo nucleo prese il nome di Sinistra Comunista di Francia ( GCF) a partire dal 1944.
- ^ Vedi « La lotta di classe contro la guerra imperialista: Le lotte operaie in Italia 1943», Rivista Internazionale n. 17, https://it.internationalism.org/rint/17_1943
- ^https://it.internationalism.org/content/1915/80-anni-fa-la-fondazione-della-sinistra-comunista-di-francia
- ^«La Sinistra Comunista e il processo di elaborazione del programma», Internationalisme n° 18 (1947)
- «Principi di funzionamento dell’organizzazione rivoluzionaria.La concezione del capo geniale», Internationalisme n° 25 (1947).
- ^ Ibidem
- ^ Ibidem
^ Nel quadro di questo articolo, non è possibile sviluppare la questione del capitalismo di Stato in modo più ampio. Per farlo, leggere i seguenti riferimenti:
– La decadenza del Capitalismo, brochure della CCI, https://fr.internationalism.org/brochures/decadence
– «Crisi economica : lo Stato ultimo baluardo del Capitalismo », Révolution internationale n° 339 (2003).
– «Rapporto sulla pandemia e sullo sviluppo della decomposizione», Rivista Internazionale n° 36. https://it.internationalism.org/content/1617/rapporto-su-pandemia-e-sviluppo-della-decomposizione