Dibattito: all'origine della CCI e del BIPR, II parte. La formazione del Partito Comunista Internazionalista

Per i comunisti lo studio della storia del
movimento operaio e delle sue organizzazioni non corrisponde affatto ad una curiosità
di tipo accademico. E' al contrario un mezzo indispensabile per permettere loro
di fondare su solide basi il loro programma, di orientarsi nella situazione
presente e stabilire in modo chiaro le prospettive per l'avvenire. In particolare,
l'esame delle esperienze passate della classe operaia deve permettere di
verificare la validità delle posizioni che sono state allora difese dalle
organizzazioni politiche e tirarne le lezioni. I rivoluzionari di un'epoca non
si pongono come giudici dei loro antenati. Ma devono essere in grado di mettere
in evidenza le posizioni giuste come gli errori delle organizzazioni del
passato, e devono saper riconoscere il momento in cui una posizione corretta in
un certo contesto storico diviene caduca quando le condizioni storiche cambiano.
In mancanza di ciò, incontrano grandi difficoltà ad assumere le loro
responsabilità, condannati a ripetere gli errori del passato oppure a mantenere
una posizione anacronistica.

Un
tale approccio è l'ABC per una organizzazione rivoluzionaria. Se ci rapportiamo
al suo articolo, il BIPR condivide questo approccio e noi consideriamo molto
positivo che questa organizzazione abbia abbordato, insieme ad altri aspetti,
la questione delle proprie origini storiche (o piuttosto le origini del PCInt)
come di quelle della CCI. Ci sembra che la comprensione dei disaccordi tra le
nostre organizzazioni debba partire dall'esame delle nostre rispettive storie.
E' perciò che la nostra risposta alla polemica del BIPR si concentra su questo
aspetto. Abbiamo cominciato a farlo nella prima parte di questo articolo per
ciò che concerne la Frazione italiana e la GCF. Si tratta ora di ritornare
sulla storia del PCInt.

Infatti, uno dei punti importanti che qui si
tratta di stabilire è il seguente: possiamo considerare, come dice il BIPR, che
il «il PCInt era  la creazione della classe operaia  che ha avuto la miglior riuscita dalla
rivoluzione russa»
(1). Se tale è il caso, allora è necessario considerare
l'azione del PCInt come esemplare e fonte d'ispirazione per le organizzazioni
comuniste di oggi e di domani. La domanda che si pone è la seguente: come
possiamo misurare il successo d'una organizzazione rivoluzionaria? La risposta
s'impone da sola: se adempie correttamente ai compiti che sono suoi nel periodo
storico in cui agisce. In questo senso, i criteri di «riuscita» che saranno
scelti sono di per sé significativi del modo in cui si concepisce il ruolo e la
responsabilità dell'organizzazione d'avanguardia del proletariato.

I
criteri di "riuscita" di una organizzazione rivoluzionaria

Una organizzazione rivoluzionaria è
l'espressione, e anche un fattore attivo, del processo di presa di coscienza
che deve condurre il proletariato ad assumere il suo compito storico di
rovesciamento del capitalismo e di instaurazione del comunismo. Una tale
organizzazione è uno strumento indispensabile del proletariato nel momento del
salto storico che rappresenta la sua rivoluzione comunista. Quando una organizzazione
rivoluzionaria è confrontata a questa situazione particolare, come fu il caso
dei partiti comunisti a partire dal 1917 e all'inizio degli anni '20, il
criterio decisivo sul quale deve essere apprezzata la sua azione è la capacità
di richiamare attorno a sé, e al programma comunista che difende, le grandi
masse operaie che costituiscono il soggetto della rivoluzione. In questo senso,
si può considerare che il partito bolscevico ha pienamente compiuto il suo
compito nel 1917 (non solo, d'altronde, di fronte alla rivoluzione in Russia,
ma di fronte alla rivoluzione mondiale poiché è stato ugualmente esso ad essere
il principale ispiratore della costituzione e del programma rivoluzionario
dell'Internazionale Comunista fondata nel 1919). Da febbraio ad ottobre 1917,
la sua capacità di legarsi alle masse in piena effervescenza rivoluzionaria, a
mettere davanti, in ogni momento del processo di maturazione della rivoluzione,
le parole d'ordine le più adatte dando prova della più grande intransigenza di
fronte alle sirene dell'opportunismo, ha costituito un fattore incontestabile
del suo «successo».

Ciò detto, il ruolo delle organizzazioni
comuniste non si limita ai periodi rivoluzionari. Se così fosse, allora tali
organizzazioni non sarebbero esistite che nel periodo che va dal 1917 al 1923 e
ci si potrebbe chiedere quale sia oggi il significato dell'esistenza del BIPR e
della CCI. E' chiaro che, al di fuori di periodi direttamente rivoluzionari, le
organizzazioni comuniste hanno il ruolo di preparare la rivoluzione, cioè
contribuire nel miglior modo possibile allo sviluppo della condizione essenziale
di questa: la presa di coscienza da parte dell'insieme del proletariato dei
suoi fini storici e dei mezzi da usare per arrivarci. Ciò significa, in primo
luogo, che la funzione permanente delle organizzazioni comuniste (che vale dunque
anche nei periodi rivoluzionari) è di definire nel modo più chiaro e coerente
possibile il programma del proletariato. Ciò significa, in secondo luogo e in
diretto legame con la prima funzione, preparare politicamente e organizzativamente
il partito che dovrà trovarsi alla testa del proletariato nel momento della
rivoluzione. Infine, ciò passa soprattutto attraverso un intervento continuo
nella classe, in funzione dei mezzi dell'organizzazione, allo scopo di
guadagnare alle posizioni comuniste gli elementi che tentano di rompere con
l’influenza ideologica della borghesia e dei suoi partiti.

Per ritornare a « la creazione della classe operaia 
che ha avuto la miglior riuscita dopo la rivoluzione russa»
, cioè il
PCInt (secondo l'affermazione del BIPR), ci si deve porre la domanda: di quale «riuscita» si tratta?

Ha forse giocato un ruolo decisivo nell'azione
del proletariato nel corso di un periodo rivoluzionario o di attività intensa
del proletariato?

Ha apportato dei contributi di primo piano
all'elaborazione del programma comunista, seguendo l’esempio, tra l'altro,
della Frazione italiana della Sinistra comunista, organizzazione a cui si
richiama?

Ha gettato delle basi organizzative significative
e solide sulle quali potrà poggiare la fondazione del futuro partito comunista
mondiale, avanguardia della futura rivoluzione mondiale?

Cominceremo col rispondere a quest'ultima
domanda. In una lettera del 9 giugno 1980 indirizzata dalla CCI al PCInt
all’indomani del fallimento della terza conferenza dei gruppi della Sinistra comunista,
scrivevamo:

«Come
spiegate (..) che la vostra organizzazione, che era già sviluppata nel momento
della ripresa di classe nel 1968, non abbia potuto mettere a profitto questa
ripresa per estendersi a livello internazionale mentre la nostra, praticamente
inesistente nel 1968, a partire da questa data ha decuplicato le sue forze e si
è impiantata in dieci paesi?»

La questione che ponevamo allora resta
perfettamente valida ancora oggi. Da quel periodo, il PCint è riuscito ad allargare
la sua estensione internazionale costituendo il BIPR assieme alla CWO (che ha
ripreso, per l'essenziale, le sue posizioni e analisi politiche) (2). Ma
occorre riconoscere che il bilancio del PCint, dopo più di mezzo secolo di
esistenza, è piuttosto modesto. La CCI ha sempre messo in evidenza e deplorato
l'estrema debolezza numerica e l'impatto molto ridotto delle organizzazioni
comuniste, tra cui la nostra, nel periodo presente. Noi non siamo del genere
che pratica i bluff o si attribuisce i galloni per farsi riconoscere come il
«vero stato maggiore del proletariato». Lasciamo ad altri gruppi la mania di
prendersi come il «vero Napoleone» e di proclamarlo. Ciò detto, appoggiandosi
sul criterio di «riuscita» che si esamina qui, quello della «minuscola GCF», benché
essa abbia cessato di esistere dal 1952, è incomparabilmente più soddisfacente
di quello del PCInt. Con sezioni e nuclei in 13 paesi, 11 pubblicazioni
territoriali regolari in 7 lingue diverse (tra cui quelle più diffuse nei paesi
industrializzati: inglese, tedesco, spagnolo e francese), una rivista teorica
trimestrale in tre lingue, la CCI, che si è costituita attorno alle posizioni e
analisi politiche della GCF, è oggi l'organizzazione della Sinistra comunista
non solo la più importante ed estesa, ma anche e soprattutto quella che ha conosciuto
la dinamica di sviluppo più positiva nel corso dell'ultimo quarto di secolo. Il
BIPR può sicuramente considerare che la «riuscita» attuale degli eredi della
GCF, se la si paragona a quella del PCInt, è giustamente la prova della debolezza
della classe operaia. Quando questa avrà sviluppato molto di più le sue lotte e
la sua coscienza, essa riconoscerà la validità delle posizioni e delle parole
d'ordine del BIPR e si raggrupperà più numerosa di oggi attorno ad esso. Ognuno
si consola come può.

Dunque, quando il BIPR evoca con il superlativo
assoluto la «riuscita» del PCInt, non può trattarsi della sua capacità di
gettare le future basi organizzative del partito mondiale, a meno che non si
rifugga in delle speculazioni su ciò che sarà il BIPR nel futuro. Passiamo
allora ad esaminare un altro criterio: il PCInt del 1945-46 (cioè quando adotta
la sua prima piattaforma) ha apportato dei contributi di primo piano
all'elaborazione del programma comunista?

Noi non passeremo in rivista l'insieme delle
posizioni contenute in questa piattaforma che contiene effettivamente delle
cose eccellenti. Ci limiteremo ad evocare soltanto alcuni punti programmatici,
estremamente importanti già in quell’epoca, sui quali non c’è nella piattaforma
una grande chiarezza. Si tratta della natura dell'URSS, della natura delle
lotte dette di «liberazione nazionale e coloniale» e della questione sindacale.

La piattaforma attuale del BIPR è chiara sulla
natura capitalista della società che è esistita in Russia fino al 1990, sul
ruolo dei sindacati come strumento della conservazione dell'ordine borghese che
il proletariato non può in alcun modo «riconquistare» e sulla natura
controrivoluzionaria delle lotte nazionali. Tuttavia, questa chiarezza non
esisteva nella piattaforma del 1945 dove l'URSS era ancora considerata come uno
«Stato proletario», dove la classe operaia era chiamata a sostenere certe lotte
nazionali e coloniali e dove i sindacati erano ancora considerati come delle
organizzazioni che il proletariato poteva «riconquistare», soprattutto grazie
alla creazione, sotto l'egida del PCInt, di minoranze candidate alla loro
direzione (3). Nella stessa epoca, la GCF aveva già rimesso in discussione la
vecchia analisi della Sinistra italiana sulla natura proletaria dei sindacati e
compreso che la classe operaia non poteva più, in alcun modo, riconquistare
questi organi. Anche l'analisi sulla natura capitalista dell'URSS era stata già
elaborata nel corso della guerra dalla Frazione italiana ricostituita attorno
al nucleo di Marsiglia. Infine, la natura controrivoluzionaria delle lotte
nazionali, il fatto che esse costituivano semplici momenti di scontri imperialisti
tra grandi potenze, era stata già stabilita dalla Frazione nel corso degli anni
'30. E' perciò che noi manteniamo oggi ciò che la GCF diceva già del PCInt nel
1946 e che irrita il BIPR quando si lamenta che «la GCF affermava che il PCInt non costituiva un avanzamento rispetto
alla vecchia Frazione della Sinistra comunista che era andata in esilio in Francia
durante la dittatura di Mussolini»
. Sul piano della chiarezza
programmatica, i fatti parlano da soli (4).

Così non si può considerare che le posizioni
programmatiche che erano quelle del PCInt nel 1945 facciano parte della
«riuscita» poiché una buona parte di esse ha dovuto essere rivista in seguito,
soprattutto nel 1952, durante il congresso che ha visto la scissione della
tendenza di Bordiga e ancora dopo. Se il BIPR ci permette di fare un po’
d'ironia, potremo dire che alcune delle attuali posizioni sono più ispirate a
quelle della GCF che a quelle del PCInt del 1945. Allora dove si trova il
«grande successo» di questa organizzazione?

Non resta altro che la forza numerica e l'impatto
che essa ha avuto in un certo momento della storia.

Effettivamente, il PCInt contava, tra il 1945 e
1947, circa 3000 membri e un numero significativo di operai si riconosceva in
esso. Si può dire che questa organizzazione ha potuto giocare un ruolo
significativo nel corso degli avvenimenti storici indirizzandoli nel senso della
rivoluzione proletaria, anche se questa infine non ha avuto luogo? Evidentemente,
sarebbe fuori luogo qualunque rimprovero fatto al PCInt di aver fallito nella
sua responsabilità di fronte ad una situazione rivoluzionaria poiché una tale
situazione non esisteva nel 1945. Ma è giustamente lì che si pone il problema.
Come afferma l'articolo del BIPR, il PCInt puntava «sul fatto che la combattività operaia non restasse limitata al nord dell'Italia
allorché la guerra si avvicinava alla fine»
. Infatti, il PCInt si era
costituito nel 1943 sulla base della ripresa di scontri di classe nel nord
dell'Italia puntando sul fatto che questi scontri fossero i primi di una nuova
ondata rivoluzionaria che sarebbe sorta dalla guerra come avvenne nel corso del
primo conflitto mondiale. La storia si è incaricata di smentire in seguito una
tale prospettiva. Ma nel 1943, era legittimo metterla davanti (5). Dopo tutto,
l'Internazionale Comunista e la maggior parte dei partiti comunisti, tra cui il
partito italiano, si erano formati quando l'ondata rivoluzionaria iniziata nel
1917 era già in declino dopo il tragico massacro del proletariato tedesco del
gennaio 1919. Ma i rivoluzionari dell'epoca non ne erano ancora consapevoli (ed
è giustamente uno dei grandi meriti della Sinistra italiana d'esser stata una
delle prime correnti a costatare questa inversione del rapporto di forza tra
borghesia e proletariato). Tuttavia, quando si è tenuta la conferenza alla fine
del 1945-inizio 1946, la guerra era già finita e le reazioni proletarie che
aveva prodotto a partire dal '43 erano già state soffocate sul nascere grazie a
una sistematica politica preventiva da parte della borghesia (6). Malgrado ciò,
il PCInt non ha rimesso in causa la sua politica precedente (anche se un certo
numero di voci si sono alzate nella conferenza per constatare il rafforzamento
della presa borghese sulla classe operaia). Ciò che era un errore del tutto
normale nel 1943, lo era già molto meno alla fine del 1945. Tuttavia, il PCInt
ha continuato sullo slancio e non rimetterà più in causa la validità della formazione
del partito nel 1943.

Ma la cosa più grave per il PCInt non è l'errore
di valutazione del periodo storico e la difficoltà a riconoscere questo errore.
Ben più catastrofico è stato il modo in cui il PCInt si è sviluppato e le
posizioni che è stato portato a prendere in conseguenza di ciò, soprattutto il
fatto che ha cercato di «adattarsi» alle illusioni crescenti di una classe
operaia in riflusso.

La
costituzione del PCInt

Alla sua nascita nel 1943, il PCInt si richiamava
alle posizioni politiche elaborate dalla Frazione italiana della Sinistra
comunista. D'altronde, se il suo principale animatore, Onorato Damen, uno dei
dirigenti della Sinistra negli anni '20, era rimasto in Italia dal 1924 (la
maggior parte del tempo nelle prigioni mussoliniane da dove i rivolgimenti del
1942-43 lo tirarono fuori) (7), esso contava nei suoi ranghi un certo numero di
militanti della Frazione che erano rientrati in Italia all'inizio della guerra.
Effettivamente, nei primi numeri di Prometeo
clandestino (che riprende il nome tradizionale del giornale della Sinistra,
quello degli anni '20 e quello della Frazione italiana negli anni '30)
pubblicati a partire da novembre '43, si trovano denunce molto chiare della
guerra imperialista, dell'antifascismo e dei movimenti «partigiani» (8).
Tuttavia, a partire dal 1944, il PCInt si orienta verso un lavoro d'agitazione
in direzione dei gruppi di partigiani e diffonde, in giugno, un manifesto che
incita alla «trasformazione delle formazioni
partigiane là dove esse sono composte da elementi proletari di sana coscienza
di classe, in organi d'autodifesa proletaria, pronti a intervenire nella lotta
rivoluzionaria per il potere
". Nell'agosto 1944, Prometeo n° 15 va più lontano nei compromessi: «Gli elementi comunisti credono sinceramente
alla necessità della lotta contro il nazi-fascismo e pensano che, una volta
abbattuto questo ostacolo, potranno marciare verso la conquista del potere,
abbattendo il capitalismo
». E' la rimessa in piedi dell'idea sulla quale si
sono appoggiati tutti quelli che, nel corso della guerra di Spagna, come gli
anarchici e i trotzkisti, avevano chiamato i proletari a «riportare prima una vittoria sul fascismo, poi a fare la rivoluzione».
E' l'argomento di quelli che tradiscono la causa del proletariato per
schierarsi dietro la bandiera d'uno dei campi imperialisti. Questo non era il
caso del PCInt poiché esso restava fortemente impregnato della tradizione della
Sinistra del partito comunista d'Italia che si era distinto, di fronte
all'ascesa del fascismo all'inizio degli anni '20, per la sua intransigenza di
classe. Ciò detto, tali argomenti nella stampa del PCInt permettono di misurare
l'ampiezza delle sbandate. D'altronde, seguendo l'esempio della minoranza della
Frazione che nel 1936 aveva raggiunto le unità antifasciste del POUM in Spagna,
un certo numero di militanti e quadri del PCInt si arruola nei gruppi
partigiani. Ma se la minoranza aveva rotto la disciplina d'organizzazione, non
è lo stesso per questi militanti del PCInt: essi non fanno che applicare le
consegne del Partito (9).

Evidentemente, la volontà di raggruppare il
maggior numero di operai nei suoi ranghi e attorno ad esso, in un momento in
cui questi ultimi soccombono in gran parte alle sirene dei «partigiani»,
conduce il PCInt a prendere le distanze dall'intransigenza che aveva mostrato
all'inizio contro l'antifascismo e le «bande partigiane». Questa non è una
«calunnia» della CCI in continuità con le «calunnie» della GCF. Questa
propensione a reclutare nuovi militanti senza troppo preoccuparsi della
fermezza delle loro convinzioni internazionaliste è stata rilevata dal compagno
Danielis, responsabile della federazione di Torino nel 1945 e anziano membro
della Frazione:

«Una cosa
deve essere chiara per tutti, cioè che il Partito ha subito l'esperienza grave
del facile allargamento della sua influenza politica, non in profondità, perché
questo non è facile, ma in superficie. Debbo citare un'esperienza personale che
servirà da messa in guardia contro il pericolo di una facile influenza del
Partito su certi strati, su certe masse, conseguenza automatica di una
altrettanto facile formazione teorica di quadri… Si doveva dunque pensare che
nessun iscritto avrebbe accettato le direttive del “Comitato di Liberazione
Nazionale”. Ebbene, la mattina del 25 aprile
[data della "liberazione"
di Torino] tutta la tutta la federazione
di Torino era in armi per partecipare al coronamento di quel massacro che durò
sei anni, e alcuni compagni della provincia, inquadrati militarmente e
disciplinati, entrarono in Torino per partecipare alla caccia all'uomo… Il
Partito non esisteva: era sfumato
». (Processo verbale del congresso di
Firenze del PCInt, 6-9 maggio 1948). Evidentemente anche Danielis era un
«calunniatore»!

Seriamente, se le parole hanno un senso, la
politica del PCInt che gli ha permesso i suoi «grandi successi» del 1945, non
era altro che una politica opportunista. Occorrono altri esempi? Si potrebbe
citare questa lettera del 10 febbraio 1945 indirizzata dal «Comitato d'agitazione» del PCInt «ai comitati d'agitazione dei partiti a
direzione proletaria e
dei movimenti sindacali  d'azienda per dare  alla lotta rivoluzionaria del proletariato una unità di direttive
e d'organizzazione… A questo fine, viene proposto un raggruppamento di questi
diversi comitati per mettere a punto un piano unitario
.» (Prometeo,
aprile 1945) (10). I «partiti a direzione proletaria» di cui si tratta sono
soprattutto il partito socialista e il partito stalinista. Per quanto
sorprendente questo possa apparire oggi, è la stretta verità. Quando abbiamo
ricordato questi fatti nella Revue
Internationale
n° 32, il PCInt ci rispose: «Il documento "Appello del Comitato di agitazione del PCInt"
contenuto nel numero di aprile '45 fu un errore? D'accordo. Questo fu l'ultimo
tentativo della Sinistra italiana d'applicare la tattica del "fronte unico
alla base" raccomandata vivamente dal PC d'Italia nella sua polemica con
l'IC negli anni 21-23. In quanto tale, noi lo cataloghiamo tra i "peccati
veniali" perché i nostri compagni hanno saputo eliminarlo tanto sul piano
politico che teorico, con una chiarezza che oggi ci rende sicuri di fronte a
chiunque
.» (Battaglia Comunista
n°3, febbraio 1983) A cui noi replicammo: «Non
si può che restare ammirati davanti la delicatezza e l'abilità con la quale BC
tratta il suo amor proprio. Se una proposta di fronte unico con i macellai
staliniani e socialdemocratici non è che un semplice 'peccato veniale', che
cosa avrebbe dovuto fare il PCInt affinché si potesse parlare d'errore… Entrare
nel governo?» (Revue Internationale
n°34) (11) In ogni caso è chiaro che
nel 1944, la politica del PCInt rappresentava bene un passo indietro in
rapporto a quella della «vecchia frazione». E che passo! La Frazione aveva da
molto tempo fatto una critica profonda della tattica del fronte unico e non si
sarebbe azzardata, a partire dal 1935, a qualificare il partito stalinista di
«partito a direzione proletaria»; senza parlare della socialdemocrazia la cui
natura borghese era riconosciuta dagli anni '20.

Questa politica opportunista del PCInt la
ritroviamo «nell'apertura» e la mancanza di rigore di cui fa prova alla fine della
guerra allo scopo di allargarsi. Le ambiguità del PCInt formato nel Nord del
paese non sono ancora che poca cosa di fronte a quelle dei gruppi del Sud che
vengono ammessi nel Partito alla fine della guerra, come la «Frazione di sinistra
dei comunisti e socialisti» costituita a Napoli, attorno a Bordiga e Pistone
che, fino all'inizio del 1945 pratica l'entrismo nel PCI stalinista nella
speranza di raddrizzarlo e che è particolarmente vago sulla questione
dell'URSS. Il PCInt apre ugualmente le sue porte a degli elementi del POC (Partito
Operaio Comunista) che aveva costituito per un certo tempo la sezione italiana
della 4a internazionale trotzkista.

E' anche necessario ricordare che Vercesi, che
durante la guerra riteneva che non ci fosse niente da fare e che, alla fine di
questa, aveva partecipato alla «Coalizione
Antifascista
» di Bruxelles (12), s'integrò anch’egli nel nuovo partito
senza che questo gli chiedesse di condannare la sua deriva antifascista. Su
questo episodio, O. Damen, per il PCInt, aveva scritto alla CCI nell'autunno
1976: «Il Comitato antifascista di
Bruxelles nella persona di Vercesi, che nel momento della costituzione del
PCInt pensa di dovervi aderire, mantiene le sue posizioni bastarde fino al
momento in cui il partito, rendendo il necessario tributo alla chiarezza, si
separa dai rami morti del bordighismo
». A cui noi rispondevamo: «Che parole galanti per dire queste cose!
Lui, Vercesi, pensa di dover aderire?! E il Partito, che cosa ne pensa? Oppure
il Partito è una società di bridge dove chiunque può aderirvi
?» (Revue Internationale n° 8). Occorre
notare che in questa lettera O. Damen aveva la franchezza di riconoscere che
nel 1945 il partito non aveva ancora «reso
il tributo necessario alla chiarezza
» poiché fu più tardi, (nel 1952) che
lo fece. Si può prendere atto di questa affermazione che contraddice tutte le
favole sulla pretesa «grande chiarezza» che ci sarebbe stata alla fondazione
del PCInt e che avrebbe rappresentato, secondo il BIPR, «un passo avanti»
rispetto a quella della Frazione (13).

Il PCInt non è stato più scrupoloso nei confronti
dei membri della minoranza della Frazione che, nel 1936, si erano arruolati
nelle milizie antifasciste in Spagna e che avevano raggiunto l'Union Communiste
(14). Questi elementi poterono integrarsi nel Partito senza fare la minima
critica dei loro errori passati. Su questa questione, O. Damen ci scriveva
nella stessa lettera: «Per quanto
riguarda i compagni che, durante il periodo della guerra di Spagna, decisero di
abbandonare la Frazione della Sinistra italiana per lanciarsi in una avventura
al di fuori di ogni posizione di classe, ricordiamo che gli avvenimenti di Spagna,
che non facevano che confermare le posizioni della Sinistra, servirono loro da
lezione per farli rientrare di nuovo nel solco della sinistra rivoluzionaria

(Ibid.). A cui noi rispondevamo: «Non si
è mai posto il problema del ritorno di questi militanti alla Sinistra
Comunista, fino al momento della dissoluzione della Frazione e l'integrazione
dei suoi militanti nel PCInt (alla fine del '45). Nei confronti di questi
compagni non è mai stato posto un problema di "lezione", né di
rigetto di posizioni, né di condanna della loro partecipazione alla guerra
antifascista di Spagna
.» Se il BIPR stima che si tratti di una nuova «calunnia»
della CCI, ci indichi i documenti che la provano. E proseguivamo: «E' semplicemente l'euforia e la confusione
della costituzione del Partito "con Bordiga" che hanno spinto questi
compagni … a raggiungerlo.. Il Partito in Italia non ha chiesto loro di rendere
conto del passato, non per ignoranza... ma perché non era il momento delle
"vecchie querelle"; la ricostituzione del Partito cancellava tutto.
Questo partito che non si preoccupava tanto dei maneggi dei partigiani presenti
tra i suoi militanti non poteva mostrarsi rigoroso verso questa minoranza per
la sua attività verso un passato già lontano e gli apriva
"naturalmente" le sue porte
..».

Infatti, la sola organizzazione che il PCInt non
vede di buon occhio e con la quale non vuole aver rapporti è la GCF, giustamente
perché questa continua ad appoggiarsi sullo stesso rigore e la stessa
intransigenza che avevano caratterizzato la Frazione negli anni '30. Ed è vero
che la Frazione di questo periodo non avrebbe potuto che condannare la politica
da rigattieri sulla quale si costituì il PCInt, una politica del tutto simile a
quella praticata allora dal trotzkismo e contro la quale la Frazione non
trovava mai parole abbastanza dure.

Negli anni '20, la Sinistra comunista si era
opposta all'orientazione opportunista assunta dall'Internazionale Comunista a
partire dal suo terzo congresso e consistente soprattutto nel voler «andare
alle masse» in un momento in cui l'ondata rivoluzionaria rifluiva, facendo
entrare nei suoi ranghi le correnti centriste provenienti dai partiti
socialisti (gli Indipendenti in Germania, i «Terzini» in Italia,
Cachin-Frossard in Francia, ecc.) e lanciando la politica del «Fronte unico»
con i PS. Al metodo del «raggruppamento largo» utilizzato dall'IC per
costituire i partiti comunisti, Bordiga e la Sinistra opponevano il metodo
della «selezione» basato sul rigore e l'intransigenza nella difesa dei
principi. Questa politica dell'IC aveva avuto delle conseguenze tragiche con
l'isolamento, e perfino l'esclusione, della Sinistra e l'invasione del partito
da parte di elementi opportunisti che avrebbero costituito i migliori vettori
della degenerazione dell'IC e dei suoi partiti.

All'inizio degli anni 30, la Sinistra italiana,
fedele alla sua politica degli anni '20, aveva lottato all’interno
dell'Opposizione di Sinistra internazionale per imporre  questo stesso rigore di fronte alla politica
opportunista di Trotsky per il quale l'accettazione dei primi quattro congressi
dell'IC - e soprattutto della sua politica manovriera - erano dei criteri ben
più importanti di raggruppamento che le lotte portate avanti nell'IC contro la
sua degenerazione. Con questa politica di Trotsky, gli elementi più sani che
tentavano di costruire una corrente internazionale della Sinistra comunista o
venivano corrotti, o scoraggiati o ancora condannati all'isolamento. Costruita
su fondamenta così fragili, la corrente trotzkista conobbe crisi su crisi prima
di passare armi e bagagli nel campo borghese nel corso della seconda guerra
mondiale. Al contrario la politica intransigente della Frazione le era costata
l’esclusione dall'Opposizione internazionale nel 1933 allorché Trotsky colse il
pretesto di una fantomatica «Nuova Opposizione Italiana» costituita da elementi
che, alla testa del PCI ancora nel 1930, avevano votato a favore
dell’esclusione di Bordiga da questo partito.

Nel 1945, preoccupato di radunare il massimo di
effettivi, il PCInt - che si richiama alla Sinistra - riprende non la politica
di quest'ultima di fronte all'IC e al trotzkismo ma la politica che la Sinistra
aveva giustamente combattuto: adesione «larga» basata sulle ambiguità
programmatiche, raggruppamento - senza chiedere spiegazioni- di militanti e di
«personalità» (15) che avevano combattuto le posizioni della Frazione durante
la guerra di Spagna o nel corso della guerra mondiale, politica opportunista
che favoriva le illusioni degli operai sui partigiani e sui partiti passati al
nemico, ecc. E perché il parallelo sia il più completo possibile c’è
l’esclusione dalla Sinistra comunista internazionale della GCF, la corrente che
rivendicava maggiormente la propria fedeltà alla lotta della Frazione, mentre
si riconosceva come solo gruppo rappresentante la Sinistra comunista in Francia
la FFGC-bis. Occorre ricordare che quest’ultima era costituita da tre giovani
elementi che si erano scissi dalla GCF nel maggio 45, da membri dell'ex
minoranza della Frazione esclusa durante la guerra di Spagna e da membri
dell'ex Union Communiste che si era lasciata andare all'antifascismo nello
stesso periodo (16)? Non c'è una certa similitudine con la politica di Trotsky
verso la Frazione e la Nuova Opposizione Italiana?

Marx ha scritto che «se la storia si ripete, la prima volta è come tragedia e la seconda
volta come farsa
». C'è un po' di ciò nell'episodio poco glorioso della
formazione del PCInt. Sfortunatamente, gli avvenimenti che seguirono mostrarono
che la ripetizione da parte del PCInt nel 1945 della politica contro cui aveva
combattuto la Sinistra negli anni '20 e '30 ha avuto conseguenze molto
drammatiche.

Le
conseguenze dell'approccio opportunista del PCInt

Quando si legge il processo verbale della
conferenza del PCInt di fine '45-inizio '46, si è colpiti dall'eterogeneità che
vi regna.

Sull'analisi del periodo storico, che costituisce
una questione essenziale, i principali dirigenti si oppongono. Damen continua a
difendere la «posizione ufficiale»: «Si
sta per aprire il nuovo corso della storia della lotta del proletariato. Tocca
al nostro partito il compito di indirizzare questa lotta in modo tale che, alla
prossima e inevitabile crisi, la guerra e i suoi artefici siano distrutti in
tempo e definitivamente dalla rivoluzione proletaria.» («Rapporto sulla
situazione generale e le prospettive
», pag. 12).

Ma alcune voci constatano, senza dirlo
apertamente, che le condizioni non sono propizie alla formazione del partito:

«…
quello che domina oggi è l'ideologia guerrafondaia del CNL e del movimento partigiano,
ed è per ciò stesso che non esistono le condizioni per l'affermazione
vittoriosa della classe proletaria. Ne consegue che non si può altrimenti
qualificare il momento attuale che come un momento reazionario.» (
Vercesi,
«Il partito e i problemi internazionali
», pag. 14)

«Concludendo
questo bilancio politico, è necessario chiedersi se si debba continuare in una
politica di allargamento della nostra influenza, o se la situazione ci imponga
anzitutto (in una atmosfera ancora avvelenata) di salvaguardare le basi
fondamentali della nostra differenziazione politica e ideologica, di rafforzare
ideologicamente i quadri, di immunizzarli dai bacilli patogeni che si respirano
nell'ambiente attuale e di prepararli così alle nuove posizioni politiche che
si presenteranno domani. E' in questa direzione, a mio avviso, che l'attività
del Partito deve essere orientata in tutti i campi
.» (Maffi, «Relazione politico-organizzativa per
l'Italia settentrionale
», pag. 7).

In altri termini, Maffi raccomanda vivamente lo sviluppo
d'un lavoro classico di frazione.

Sulla questione parlamentare, si constata la
stessa eterogeneità:

«Perciò noi
utilizzeremo, in regime democratico, tutte le concessioni che ci verranno
fatte, sempre che questa utilizzazione non leda gli interessi della lotta
rivoluzionaria. Noi restiamo irriducibilmente antiparlamentari; ma il senso del
concreto che anima la nostra politica ci farà rifuggire da ogni posizione
astensionista a priori
.» (O. Damen, ibidem pag. 12).

«Maffi,
riprendendo le conclusioni a cui è giunto il Partito, si chiede se il problema
dell'astensionismo elettorale debba essere posto nella sua vecchia forma
(partecipare o no alle elezioni a seconda che la situazione evolva o meno verso
lo sbocco rivoluzionario) o se invece, in un ambiente corrotto dalle illusioni
elettorali, non convenga assumere una posizione nettamente anti-elettorale,
anche a prezzo dell’isolamento. Non
abbarbicarsi alle concessioni che ci fa la borghesia (concessioni che non sono
un atto di debolezza, ma di forza da parte sua), ma al processo reale della
lotta di classe ed alla nostra tradizione di sinistra
». (ibid. pag. 12)

Occorre ricordare qui che la Sinistra di Bordiga
nel partito socialista italiano si era fatta conoscere nel corso della prima
guerra mondiale come «Frazione astensionista»?

Ancora, Luciano Stefanini, relatore sulla
questione sindacale, afferma contro la posizione che sarà poi adottata:

«La linea
politica del partito, nei confronti del problema sindacale, non è ancora
sufficientemente chiara. Da una parte si riconosce la dipendenza dei sindacati
dallo stato capitalista; dall'altra s'invitano gli operai a lottare al loro
interno e a conquistarli dall'interno per riportarli su una posizione di
classe. Ma questa possibilità è esclusa dalla evoluzione del capitalismo che
abbiamo menzionato prima… il sindacato attuale non potrà cambiare la sua
fisionomia di organo dello Stato... La parola d'ordine di nuove organizzazioni
di massa non è attuale, ma il Partito ha il dovere di prevedere quale sarà il
corso degli avvenimenti e di indicare fin da oggi ai lavoratori quali saranno
gli organismi che, scaturendo dall'evoluzione delle situazioni, si imporranno
come la guida unitaria del proletariato sotto la direzione del Partito. La pretesa
di conquistare delle posizioni di comando negli attuali organismi sindacali
allo scopo di trasformarli deve essere definitivamente liquidata
.» (pagg
18-19)

All’indomani di questa conferenza, la GCF poteva
scrivere:

«Il nuovo
partito non è una unità politica ma
un conglomerato, una somma di correnti e di tendenze che non mancheranno di
manifestarsi e di scontrarsi. L'armistizio attuale non può essere che del tutto
provvisorio. L'eliminazione dell'una o dell'altra corrente è inevitabile.
Presto o tardi la definizione politica e organizzativa s'imporrà.»
(Internationalisme
n° 7, febbraio '46).

Dopo un periodo di intenso reclutamento questa
delimitazione comincia a prodursi. Dalla fine del 1946, lo smarrimento che
provoca nel PCInt la sua partecipazione alle elezioni (molti militanti hanno in
testa la tradizione astensionista della Sinistra) conduce la direzione del
Partito a fare nella stampa una messa a punto intitolata «La nostra forza» e che chiama alla disciplina. Dopo l'euforia della
conferenza di Torino, molti militanti scoraggiati lasciano il Partito in punta
di piedi. Un certo numero di elementi rompe per partecipare alla formazione del
POI trotzkista, il che prova che essi non avevano il loro posto in una
organizzazione della Sinistra comunista. Molti militanti sono esclusi senza che
le divergenze appaiano chiaramente, almeno nella stampa pubblica del Partito.
Una delle principali federazioni si scinde per costituire la «Federazione
autonoma di Torino». Nel 1948, durante il Congresso di Firenze, il Partito ha
già perduto la metà dei suoi membri e la sua stampa la metà dei suoi lettori.
Quanto «all'armistizio» del 1946, questo si è trasformato in «pace armata» che
i dirigenti cercano di non turbare evitando le principali divergenze. E' così
che Maffi afferma che si è «astenuto nel
trattare tale problema
» perché «sapevo
che questa discussione avrebbe potuto avvelenare il Partito
». Ciò non
impedisce, tuttavia, al Congresso di mettere radicalmente in causa la posizione
sui sindacati adottata due anni e mezzo prima (la posizione del 1945, che si
supponeva rappresentasse la massima chiarezza!). Questa pace armata sfocia
infine sullo scontro (soprattutto dopo l'entrata di Bordiga nel Partito nel
1949) che condurrà alla scissione del 1952 tra la tendenza animata da Damen e
quella animata da Bordiga e Maffi che darà origine alla corrente «Programma
Comunista».

Quanto alle «organizzazioni sorelle» sulle quali
il PCInt contava per costituire un Bureau internazionale della Sinistra
comunista, la loro sorte è ancora meno invidiabile: la Frazione belga cessa la
pubblicazione de L'Internationaliste
nel 1949 e scompare poco dopo; la Frazione francese-bis conosce nello stesso
periodo un’eclisse di due anni, con l’uscita della maggior parte dei suoi
membri, prima di riapparire come Gruppo francese della Sinistra comunista
internazionale che si riunirà alla corrente «bordighista» (17)

La «migliore
riuscita dopo la rivoluzione russa
» è stata dunque di corta durata. E
quando il BIPR, per appoggiare la sua argomentazione su questa «riuscita», ci
dice che il PCInt «malgrado un mezzo
secolo di dominazione capitalista in seguito, continua ad esistere e crescere
»,
dimentica di precisare che il PCInt attuale, in termini di effettivi e audience
nella classe operaia , non ha niente a che vedere con ciò che era alla fine
dell'ultima guerra. Senza insistere sui paragoni, si può considerare che
l'importanza attuale di questa organizzazione è sensibilmente la stessa
dell'erede diretta della «minuscola GCF», la sezione in Francia della CCI. E
vogliamo ben credere che il PCInt «s'accresce oggi». Anche la CCI ha constatato
nel corso dell'ultimo periodo un maggiore interesse per le posizioni della
Sinistra comunista che si è tradotto in un certo numero di adesioni. Ciò detto,
non crediamo che la crescita attuale delle forze del PCInt gli permetterà di
ritrovare così presto i suoi effettivi del 1945-46.

Così questa grande «riuscita» è finita in modo
assai poco glorioso in una organizzazione che, continuando a denominarsi
«partito», è costretta a giocare il ruolo d'una frazione. Ciò che è più grave,
è che il BIPR oggi non tira gli insegnamenti di questa esperienza e soprattutto
non rimette in causa il metodo opportunista che era una delle ragioni dei «gloriosi
successi» del 1945 e che prefiguravano gli «insuccessi» che sarebbero seguiti
(18).

Questo atteggiamento non critico verso gli
ondeggiamenti opportunisti del PCInt alle sue origini, ci fa temere che il
BIPR, quando il movimento di classe sarà più sviluppato di oggi, sia tentato di
ricorrere agli stessi espedienti opportunisti che abbiamo segnalato. Fin da
ora, il fatto che il BIPR ritenga come principale «criterio di riuscita» di una
organizzazione proletaria il numero dei membri e l'impatto che ha potuto avere
in un certo momento, lasciando da parte il suo rigore programmatico e la sua
capacità di gettare le basi per un lavoro a lungo termine, mette in evidenza
l'approccio immediatista  che gli è
proprio sulla questione dell’organizzazione. E noi sappiamo che l'immediatismo
costituisce l'anticamera dell'opportunismo. Si possono segnalare altre
conseguenze incresciose, più immediate ancora, dell'incapacità del PCInt di
fare la critica delle sue origini.

In primo luogo, il fatto che il PCInt dopo il
1945-46 (quando è evidente che la controrivoluzione continua ad imporre la sua
cappa di piombo) ha mantenuto la tesi della validità della fondazione del
partito, l'ha condotto poi a rivedere radicalmente tutta la concezione della
Frazione italiana sui rapporti tra Partito e Frazione. Per il PCInt, ormai, la
formazione del Partito può avvenire in qualsiasi momento, indipendentemente dal
rapporto di forza tra proletariato e borghesia (19). Questa è la posizione dei
trotzkisti, non della Sinistra italiana che, al contrario, ha sempre
considerato che il Partito può formarsi solo al momento di  una ripresa storica degli scontri di classe.
Ma nello stesso tempo, questa rimessa in causa si accompagna alla rimessa in
causa dell’esistenza di corsi storici determinati e antagonisti: corso verso
scontri di classe decisivi o corso verso la guerra mondiale. Per il BIPR questi
due corsi possono essere paralleli, non escludersi a vicenda e ciò l'ha
condotto ad una incapacità notoria ad analizzare il periodo storico presente,
come abbiamo visto nel nostro articolo «La CWO e il corso storico, un accumulo di
contraddizioni» apparso nella Revue
Internationale
n° 89. Per questo abbiamo scritto nella prima parte di
questo articolo (in questo stesso numero ): « a guardare da vicino, l'incapacità attuale del BIPR a fornire
un’analisi sul corso storico trova una buona parte delle sue origini negli
errori politici che riguardano la questione organizzativa, e in particolare
sulla questione dei rapporti tra frazione e partito

Alla domanda del perché gli eredi della
«minuscola GCF» sono riusciti là dove quelli del glorioso partito del 1943-45
hanno fallito, cioè costituire una vera organizzazione internazionale, noi
proponiamo alla riflessione del BIPR la seguente risposta: perché la GCF, e la
CCI successivamente, sono rimaste fedeli al percorso che aveva permesso alla
frazione di costituire nel momento del crollo dell'IC la principale corrente, e
la più feconda, della Sinistra comunista:

  • il
    rigore programmatico come fondamento della costituzione di
    un’organizzazione che rigetta ogni opportunismo, ogni precipitazione, ogni
    politica di «reclutamento» su deboli basi;
  • una
    chiara visione della nozione di Frazione e dei legami di quest'ultima con
    il Partito;
  • la
    capacità di identificare correttamente la natura del corso storico.

Il successo più grande dopo la morte dell'IC (e
non dopo la rivoluzione russa) non è stato ottenuto dal PCInt, ma dalla
Frazione. Non in termini numerici ma in termini di capacità a preparare, al di
là della propria scomparsa, le basi sulle quali potrà domani costituirsi il
Partito mondiale.

In linea di principio il PCInt (e di conseguenza
il BIPR) si presenta come erede politico della frazione italiana. Abbiamo messo
in evidenza in questo articolo come, durante la sua costituzione, questa
organizzazione si fosse allontanata dalla tradizione e dalle posizioni della
Frazione. Dopo, il PCInt ha chiarificato una serie di questioni programmatiche,
ciò che noi consideriamo estremamente positivo. Tuttavia ci sembra che il PCInt
non potrà apportare il suo pieno contributo alla costituzione del futuro
partito mondiale se non mette in accordo le sue dichiarazioni e i suoi atti,
cioè se non si riappropria veramente della tradizione e del percorso politico
della Frazione italiana. E ciò presuppone in primo luogo che esso sia capace di
fare una seria critica dell'esperienza della costituzione del PCInt nel 1943-45
al posto di farne il panegirico e di prenderla come esempio.

Fabienne

1. Noi supponiamo che l'autore dell'articolo,
trasportato dal suo entusiasmo, sia stato vittima d'un errore di penna e che
volesse dire «dalla fine dell'ondata
rivoluzionaria del primo dopoguerra e dell'Internazionale Comunista
».
Invece, se ciò che è scritto corrisponde al suo pensiero, ci si può porre delle
domande sulla sua conoscenza della storia e sul suo senso di realtà: non ha mai
sentito parlare, tra l'altro, del Partito Comunista d'Italia che, all'inizio
degli anni '20, aveva un impatto ben più importante di quello del PCInt nel
1945 trovandosi tra l’altro all'avanguardia dell'insieme dell'Internazionale su
tutta una serie di questioni politiche? In ogni caso, per il seguito del nostro
articolo, preferiamo basarci sulla prima ipotesi: fare polemica contro le
assurdità non è di alcun  interesse.

2. Facciamo notare che nel corso di questo periodo,
la CCI si è estesa con tre nuove sezioni territoriali: in Svizzera e in due
paesi della periferia del capitalismo, il Messico e l'India, che sono oggetto
di un particolare interesse da parte del BIPR (vedi in particolare l'adozione
da parte del 6° congresso del PCInt, nell'aprile '97, delle «Tesi sulla tattica comunista nei paesi della
periferia capitalista
»).

3. Ecco come era formulata la politica del PCInt
verso i sindacati: «Il contenuto
sostanziale del punto 12 della piattaforma del partito può essere concretizzato
nei seguenti punti:

    1) Il
partito aspira alla ricostruzione della CGL attraverso il metodo della lotta
diretta del proletariato contro il padronato nei movimenti parziali e generali
di classe

    2) La
lotta del partito non può mirare direttamente alla scissione delle masse
organizzate nel sindacato.

    3) Il
processo di ricostruzione del sindacato di classe, se non può che realizzarsi
attraverso la conquista degli organi dirigenti del sindacato, scaturisce
da  un programma di inquadramento delle
lotte di classe sotto la guida del partito.
»

4. Il PCInt di oggi è proprio imbarazzato da
questa piattaforma del 1945. Infatti quando ha ripubblicata, nel 1974, questo
documento assieme allo «Schema di Programma» redatto nel 1944 dal gruppo di
Damen, si è preso la cura di farne una critica a regola d’arte opponendolo allo
«Schema di programma» per il quale non ha parole d'elogio. Nella presentazione
si può leggere: «Nel 1945, il Comitato
Centrale riceve un progetto di Piattaforma politica del compagno Bordiga che,
lo sottolineiamo, non era iscritto al partito. Il documento la cui accettazione
fu richiesta in termini di ultimatum, è riconosciuto come incompatibile con le
ferme prese di posizione adottate ormai dal Partito sui problemi più importanti
e, malgrado le modifiche apportate, il documento è stato sempre considerato
come un contributo al dibattito e non come una piattaforma di fatto (..) Il CC
non poteva, come lo si è visto, accettare il documento che come un contributo
del tutto personale per il dibattito del congresso futuro che, riportato nel
1948, metterà in evidenza posizioni molto differenti
.» Sarebbe stato
necessario precisare DA PARTE DI CHI questo documento fosse considerato «un
contributo al dibattito». Probabilmente dal compagno Damen e qualche altro
militante. Ma essi hanno conservato per sé le loro impressioni poiché la
conferenza del 1945-46 cioè la rappresentazione dell'insieme del Partito, ha
preso tutt'altra posizione. Questo documento è stato adottato all'unanimità
come piattaforma del PCInt, servendo come base di adesione e di costituzione di
un Bureau Internazionale della Sinistra comunista. Invece, è lo «Schema di
Programma» che è stato rinviato alla discussione per il congresso successivo. E
se i compagni del BIPR pensano ancora una volta che noi «mentiamo» e
«calunniamo» che si rapportino allora al processo verbale della Conferenza di
Torino della fine del 1945. Se c'è menzogna questa è nel modo in cui il PCInt
presentò nel 1974 la sua «versione» delle cose. Nei fatti, il PCInt è talmente
poco fiero di certi aspetti della sua storia che prova il bisogno di abbellirla
un po'. Ciò detto, ci si può domandare perché il PCInt ha accettato di
sottomettersi a un «ultimatum» di chicchessia, e particolarmente di qualcuno
che non era neanche membro del Partito.

5. Come si è visto nella prima parte di questo
articolo, la Frazione italiana aveva considerato, nella sua conferenza
dell'agosto '43, che «con il nuovo corso
che si è aperto con gli avvenimenti di agosto in Italia, si è aperto il corso
della trasformazione della Frazione in partito
». La GCF, all’atto della sua
fondazione nel 1944, aveva ripreso la stessa analisi.

6. Noi abbiamo a più riprese messo in evidenza
nella nostra stampa in che cosa consisteva questa politica sistematica della
borghesia, cioè come questa classe, avendo tirato le lezioni della prima guerra
mondiale, aveva imparato a ripartire il lavoro, lasciando ai paesi vinti la
responsabilità di fare il «lavoro sporco» (repressione antioperaia nel Nord
dell'Italia, annientamento dell'insurrezione di Varsavia, ecc.) mentre i
vincitori bombardavano sistematicamente le concentrazioni operaie in Germania,
incaricandosi in seguito di fare da polizia nei paesi vinti occupando tutto il
territorio e trattenendo per più anni i prigionieri di guerra.

7. La GCF e la CCI hanno spesso criticato le
posizioni programmatiche difese da Damen così come il suo percorso politico.
Ciò non cambia nulla alla stima che si può avere per la profondità delle sue
convinzioni comuniste, la sua energia militante e il suo grande coraggio.

8. «Operai! Alla
parola d'ordine della guerra nazionale, che arma i proletari italiani contro i
proletari tedeschi e inglesi, opponete la parola d'ordine della rivoluzione
comunista, che unisce al di là delle frontiere gli operai del mondo intero contro
il loro nemico comune: il capitalismo
.» (Prometeo, n°1, 1°novembre 1943) «All'appello del centrismo [è così che la Sinistra italiana
qualificava lo stalinismo] di raggiungere
le bande partigiane , si deve rispondere con la presenza nelle officine da dove
uscirà la violenza di classe che distruggerà i centri vitali dello Stato
capitalista
» (Prometeo del 4
marzo 1944).

9. Per maggiori elementi sulla questione
dell'atteggiamento del PCInt verso i partigiani vedere «Le ambiguità sui "partigiani" nella costituzione del Partito
Comunista Internazionalista in Italia»
su  Rivoluzione  Internazionale n° 8.

10. Nella Revue
Internationale
  n° 32 abbiamo
pubblicato il testo completo di questo appello con i nostri commenti.

11. Occorre precisare che nella lettera inviata dal
PCInt al PS in risposta a quella di quest'ultimo in seguito all'appello, il
PCInt s'indirizzava alle canaglie socialdemocratiche chiamandole «cari
compagni». Questo non era il modo migliore per smascherare, agli occhi degli
operai, i crimini commessi contro il proletariato da questi partiti a partire
dalla prima guerra mondiale e durante l’ondata rivoluzionaria che la seguì. Era
al contrario un mezzo eccellente per incoraggiare le illusioni degli operai che
li seguivano ancora.

12. Vedere a questo proposito la prima parte di
questo articolo.

13. Su questo argomento vale la pena di fare altre
citazioni del PCInt: «Le posizioni
espresse dal compagno Perrone (Vercesi) alla Conferenza di Torino (1946) (…)
erano delle libere manifestazioni di una esperienza del tutto personale e con
una prospettiva politica fantasiosa alla quale non è lecito riferirsi per
formulare critiche alla formazione del PCInt» (Prometeo n°
18, 1972). La
preoccupazione è che queste posizioni erano espresse nel rapporto su «Il
Partito e i problemi internazionali» presentato alla Conferenza dal Comitato
centrale, di cui Vercesi faceva parte. Il giudizio dei militanti del 1972 è
veramente molto severo nei riguardi del loro Partito del 1945-46, un Partito il
cui Organo centrale presenta un rapporto in cui si può dire qualunque cosa. Noi
supponiamo che dopo questo articolo del 1972 il suo autore sia stato seriamente
rimproverato per aver così «calunniato» il PCInt del 1945 anziché riprendere la
conclusione che O. Damen aveva apportato alla discussione su questo rapporto: «Non vi sono divergenze ma sensibilità
particolari che permettono una chiarificazione organica dei problemi
» (Processo
verbale, pag. 16). E' vero che lo stesso Damen ha scoperto più tardi che le
«sensibilità particolari» erano di fatto delle «posizioni bastarde» e che la
«chiarificazione organica» consisteva nel «separarsi dai rami morti». In ogni caso,
viva la chiarezza del 1945!

14. Sulla minoranza del 1936 nella Frazione, vedere
la prima parte di questo articolo.

15. E' chiaro che se il PCInt del 1945 accetta
l'integrazione di Vercesi senza chiedergli spiegazioni e si fa «forzare la
mano» da Bordiga sulla questione della piattaforma è perché conta sul prestigio
di questi due dirigenti «storici» per attrarre a sé un gran numero di operai e
militanti. L'ostilità di Bordiga avrebbe privato il PCInt dei gruppi ed
elementi del Sud dell'Italia; quella di Vercesi l'avrebbe tagliato dalla Frazione
belga e dalla FFGC-bis.

16. Su questo episodio, vedere la prima parte del
nostro articolo.

17. Si può dunque costatare che la «minuscola GCF»,
che era stata trattata con disprezzo e tenuta con cura in disparte dagli altri
gruppi, è sopravvissuta malgrado tutto più a lungo della Frazione belga e della
FFGC-bis. Fino alla sua scomparsa nel 1952, pubblicherà 46 numeri di Internationalisme che costituiscono un
patrimonio inestimabile sul quale è stata costruita la CCI.

18. E' vero che il metodo opportunista non è l'unico
a spiegare l'impatto che ha potuto avere il PCInt nel 1945. Infatti l'impatto è
determinato da due cause fondamentali:

  • che
    l'Italia è il solo paese dove si è assistito ad un reale e potente
    movimento della classe operaia nel corso della guerra imperialista e
    contro di essa;
  • che
    la Sinistra comunista, per il fatto di avere assunto la direzione del Partito
    fino al 1925 e che Bordiga sia stato il principale fondatore di questo
    partito, godeva presso gli operai italiani di un prestigio
    incomparabilmente più importante che negli altri paesi.

Al contrario, una delle cause della debolezza
numerica della GCF è proprio il fatto che non c'era in Francia la tradizione
della Sinistra comunista nella classe operaia e che quest’ultima era stata
incapace di risorgere nel corso della guerra mondiale. C'è anche il fatto che
la GCF ha evitato ogni atteggiamento opportunista nei confronti delle illusioni
degli operai verso la «Liberazione» e
i «partigiani». Facendo ciò essa ha
seguito l'esempio della Frazione nel 1936 di fronte alla guerra di Spagna, cosa
che ha condotto la Frazione all'isolamento come essa constatava in Bilan n° 36.

19. Su questa questione, vedere in particolare i
nostri articoli «Il rapporto Frazione-Partito nella tradizione marxista», Rivista Internazionale nn. 14 e 15.

Vita della CCI: 

Patrimonio della Sinistra Comunista: 

Correnti politiche e riferimenti: 

Sviluppo della coscienza e dell' organizzazione proletaria: 

Questioni teoriche: