"Stato e rivoluzione" (Lenin). Una verifica eclatante del marxismo

Nella costante lotta che conducono contro il marxismo, i
professori borghesi hanno come argomento favorito l’idea che esso sarebbe una
pseudo-scienza, dello stesso tipo della frenologia o altre ciarlatanerie del
genere. L’esposizione più elaborata di questa tesi si trova nel libro di Karl
Popper, The Open Society and its ennemies (La società liberale e i suoi
nemici), che è una giustificazione classica del liberalismo e... della guerra
fredda. Secondo Popper il marxismo non è una scienza della società dato che non
si possono nè verificare nè confutare le sue affermazioni attraverso
l’esperienza pratica, condizione indispensabile per ogni vera investigazione
scientifica.

Il marxismo, comunque, non ha la pretesa di essere una
“scienza” dello stesso tipo delle scienze naturali. Esso riconosce che i
rapporti sociali umani non possono essere sottomessi a un esame preciso e
controllato come avviene per i processi fisici, chimici e biologici. Quello che
esso afferma è che in quanto visione mondiale di una classe sfruttata che non
ha nessun interesse nè a nascondere nè a travestire la realtà sociale, esso è
il solo capacce di applicare il metodo scientifico allo studio della
società e della evoluzione storica. E’ chiaro che non si può esaminare la
storia nelle condizioni ideali di un laboratorio, non si possono verificare le
previsioni di una critica sociale rivoluzionaria con degli esperimenti ripetuti
e accuratamente controllati. Ma anche tenendo conto di ciò, è sempre possibile
fare delle estrapolazioni a partire dal movimento passato e presente dei
processi storici, economici e sociali, e disegnare a grandi tratti il movimento
futuro. E se c’è qualcosa che colpisce nel gigantesco concatenarsi di eventi
storici inaugurati dalla prima guerra mondiale è precisamente il fatto che esso
costituisce una verifica delle previsioni del marxismo nel laboratorio vivente
dell’azione sociale.

Una premessa fondamentale del materialismo storico è il
fatto che, come tutte le precedenti società di classe, anche il capitalismo
avrebbe raggiunto una fase in cui i suoi rapporti di produzione, da condizione
di sviluppo delle forze produttive, si sarebbero trasformati in ostacolo,
sprofondando l’insieme della sovrastruttura giuridica e politica della società
nella crisi, aprendo un’epoca di rivoluzione sociale. I fondatori del marxismo
hanno quindi analizzato in profondità le contraddizioni della struttura
capitalista, le sue basi economiche, che avrebbero trascinato il sistema nella
sua crisi storica. Questa analisi era inevitabilmente generale e non poteva
arrivare a delle previsioni precise circa la data della crisi rivoluzionaria.
Malgrado questo, anche Marx ed Engels sono stati a volte vittime della loro
impazienza rivoluzionaria e hanno annunciato in maniera affrettata il declino
generale del sistema e quindi l’imminenza della rivoluzione. D’altra parte la
forma che avrebbe preso questa crisi storica non era molto chiara. Avrebbe
preso la forma di depressioni economiche cicliche come quelle che avevano
segnato il periodo ascendente o una forma più vasta e senza possibilità di
ritorno? Anche qui non si poteva avanzare che una prospettiva generale.
Nondimeno, a partire dal Manifesto dei Comunisti, viene annunciato il
dilemma essenziale a cui era confrontata l’umanità: socialismo o ritorno alla
barbarie, emergenza di una forma superiore di rapporti umani o scatenamento di
tutte le tendenze distruttrici insite nel capitalismo - quello che il Manifesto
chiama “la  rovina comune delle classi
in lotta
”.

Tuttavia verso la fine del 19° secolo, con l’entrata del
capitalismo nella sua fase imperialista, una fase di militarismo sfrenato e di
competizione acuta per la conquista delle zone extra-capitaliste che restavano
sul pianeta, il disastro a cui il capitalismo conduceva l’umanità ha cominciato
ad apparire chiaramente, non sotto forma di una vasta depressione economica ma
sotto quella di una catastrofe militare su grande scala: la guerra globale come
competizione economica sotto altra forma, ma sviluppando sempre più la propria
folle dinamica, distruggendo tutta la civilizzazione con i suoi congegni
mortali. Da qui la rimarchevole “profezia” di Engels nel 1887:

Per la Prussia tedesca non è più possibile altro
tipo di guerra che una guerra mondiale, una guerra di una estensione e di una
violenza sconosciute finora. Otto o dieci milioni di soldati si massacreranno
reciprocamente, e ciò facendo divoreranno tutta l’Europa
 fino a che l’avranno spogliata e messa a nudo
come uno sciame di cavallette non potrebbe mai fare.  Le devastazioni della guerra dei Trenta anni,
concentrate in tre o quattro anni ed estese all’intero continente: la fame, la
peste, la caduta generale nella barbarie degli eserciti e della massa delle
popolazioni; il caos senza speranza del sistema artificiale del commercio,
dell’industria e del credito, che porterà alla bancarotta generalizzata; il
crollo dei vecchi Stati e della saggezza tradizionale della loro classe
dirigente al punto che le corone crolleranno a dozzine e non ci sarà nessuno a
raccoglierle; l’impossibilità assoluta di poter prevedere come tutto ciò
potrebbe finire e chi uscirebbe vincitore dalla battaglia; un solo risultato è
assolutamente certo: la rovina generale e lo stabilirsi delle condizioni della
vittoria finale del proletariato.

E’ questa la prospettiva, quando il sistema di
moltiplicazione generalizzata degli armamenti, spinto fino all’estremo, finisce
per portare i suoi inevitabili frutti. Ecco, miei signori, principi, uomini di
Stato, ecco dove, nella vostra saggezza, avete portato la vecchia Europa. E
quando non vi resterà altro da fare che ingaggiare l’ultima grande danza
guerriera, ciò ci andrà molto bene. La guerra può forse portarci temporaneamente
all’indietro, essa può toglierci qualche posizione che abbiamo già conquistato.
Ma quando delle forze che voi non potete controllare si saranno liberate, le
cose andranno come andranno: alla fine della tragedia, voi sarete rovinati e la
vittoria del proletariato avrà avuto luogo o sarà in ogni caso inevitabile
”.

Le frazioni rivoluzionarie che nel 1914 hanno tenuto
fede ai principi internazionalisti di fronte alla guerra, avevano buone ragioni
per ricordarsi di queste parole di Engels. Nella sua Juniusbroshure Rosa
luxemburg non fece che aggiornarle:

“Frederik
Engels disse un giorno: ‘La società borghese è posta davanti a un dilemma  o pasaggio al socialismo o ricaduta nella
barbarie’. Ma che significa dunque una ‘ricaduta nella barbarie’ al livello
della civilizzazione che noi conosciamo oggi in Europa? Finora noi abbiamo
letto queste parole senza rifletterci su e le abbiamo ripetute senza sentirne
la terribile gravità. Gettiamo un colpo d’occhio intorno a noi in questo
momento e capiremo cosa significa ricaduta della società borghese nella
barbarie. Il trionfo dell’imperialismo sbocca nell’annullamento della
civilizzazione - sporadicamente durante il tempo di una guerra moderna,
definitivamente se il periodo delle gguerre mondiali che comincia ora dovesse
proseguire senza ostacoli fino alle sue estreme conseguenze. E’ esattamente
quello che aveva predetto Engels quaranta anni fa. Noi siamo posti oggi di
fronte a due scelte: o il trionfo dell’imperialismo e la decadenza di ogni
civilizzazione,, con la conseguenza, come fu per Roma antica, lo
spopolamento,  la desolazione, la degenerazione, un grande cimitero; oppure vittoria
del socialismo, cioè della lotta cosciente del proletariato internazionale
contro l’imperialismo e contro il suo metodo d’azione, la guerra. Si tratta di
un dilemma per la storia del mondo, un ‘o l’uno o l’altro’ ancora incerto, i
cui piatti sono bilanciati davanti alla decisione del proletariato cosciente
(...) L’avvenire dell’umanità è in gioco.

Rosa Luxemburg aggiunge alle previsioni di Engels che se
il proletariato non si sbarazza del capitalismo, la guerra imperialista non
sarà che la prima di una serie di conflitti globali sempre più devastanti che
finiranno per minacciare la sopravvivenza stessa dell’umanità. E questo è stato
infatti il dramma del XX secolo, la prova più evidente di quello che diceva
Lenin: “il capitalismo ha smesso di crescere. Esso è diventato il freno più
reazionario allo sviluppo umano
”.

Ma se la guerra del 1914 ha confermato questo aspetto
dell’alternativa storica - la decadenza del sistema capitalista, la sua caduta
nella regressione - la rivoluzione russa e l’ondata rivoluzionaria
internazionale che la seguì hanno confermato con altrettanta chiarezza l’altro
aspetto: secondo i termini del manifesto del I Congresso dell’Internazionale
Comunista nel 1919, l’epoca della disintegrazione capitalista è anche l’epoca
della rivoluzione comunista; e la classe operaia è la sola forza sociale che
possa mettere fine alla barbarie capitalista e inaugurare una nuova società.

Le terribili privazioni della guerra imperialista e la
disintegrazione del regime zarista trascinarono tutta la società russa in un
turbine sociale. Ma nel seno di una rivolta di una immensa popolazione composta
in maggioranza di operai e di contadini in uniforme, fu la classe operaia dei
centri urbani che creò i nuovi organi rivoluzionari di lotta - i soviet, i
comitati di fabbrica, le guardie rosse - che sono serviti da modello al resto
della popolazione, che hanno fatto avanzare il più rapidamente possibile la
coscienza politica (a cui corrispose la crescita spettacolare del partito
bolscevico) e che, ad ogni tappa del processo rivoluzionario, agirono da
elemento determinante nel corso degli avvenimenti: nel rovesciamento del regime
zarista in febbraio, smascherando i piani della controrivoluzione in settembre,
portando avanti l’insurrezione in ottobre. Ancora, fu la classe operaia in
Germania, Ungheria, Italia e sull’intero globo che, attraverso i suoi scioperi e
lotte, mise fine alla guerra e minacciò l’esistenza stessa del capitale
mondiale.

Se le masse proletarie hanno realizzato questi movimenti
rivoluzionari non è perché erano intossicate da qualche visione mistica, o
perché erano state manipolate da un pugno di cospiratori machiavellici, ma
perché attraverso la loro lotta pratica, i loro dibattiti e le loro
discussioni, esse videro che le parole d’ordine e il programma dei marxisti
rivoluzionari corrispondevano ai loro interessi e bisogni di classe.

Tre anni dopo l’apertura dell’epoca della rivoluzione
proletaria, la classe operaia ha fatto la rivoluzione, ha preso il potere in un
paese e ha sfidato l’ordine capitalista nel mondo intero. Lo spettro del
“bolscevismo”, del potere sovietico, dell’ammutinamento contro la macchina di
guerra imperialista ha fatto cadere corone e ha spaventato dappertutto la
classe dominante. Durante tre anni e più sembrava che le previsioni di Engels
si stessero confermando in tutti i loro aspetti: la barbarie della guerra
assicurava la vittoria del proletariato. Evidentemente, come i professori della
borghesia non hanno cessato di ripeterci, “alla fine è fallita”. Ed aggiungono
che non poteva che finire così, perché il progetto grandioso di liquidare il
capitalismo e di creare una società a misura d’uomo è del tutto contrario alla
“natura umana”. Ma la classe dominante dell’epoca non se ne è stata ad aspettare
che la “natura umana” facesse il suo corso. Per esorcizzare lo spettro della
rivoluzione mondiale essa si è data la mano su tutto il pianeta per mettere
assieme le sue forze controrivoluzionarie, attraverso l’intervento militare
contro la repubblica sovietica, con la provocazione e il massacro degli operai
rivoluzionari, da Berlino a Shangai. E quasi senza alcuna eccezione sono stati
i difensori del liberalismo e della socialdemocrazia, i Kerensky, i Noske e i
Wodroow Wilson, quelli che la maggioranza dei professori presentano come i
portatori di una alternativa più razionale e realizzabile di fronte ai sogni
impossibili del marxismo, ad essere i dirigenti e gli organizzatori delle forze
della controrivoluzione.

La fisica quantistica del XX secolo ha riconosciuto come
una necessità una premessa fondamentale della dialettica: non si può osservare
la realtà dall’esterno. L’osservatore influenza il processo che egli osserva.
Il marxismo non ha mai preteso di essere una “scienza” neutra “della società”,
perché esso prende parte al processo sociale e, ciò facendo, si definisce come
una forza che accelera e trasforma il processo. Gli accademici borghesi si
dicono imparziali e neutrali, ma quando essi commentano la realtà sociale il
loro punto di vista partigiano si rivela pienamente. La differenza con i
marxisti è che questi ultimi fanno parte del movimento verso una società
libera, mentre i professori che criticano il marxismo finiscono sempre per fare
l’apologia delle forze più feroci della reazione sociale e politica.

Il proletariato e la questione del potere

Da storico e generale com’era nel 19° secolo, il
programma comunista è diventato molto preciso. Nel 1917 la questione bruciante
era quella del potere politico, della dittatura del proletariato. Ed è il
proletariato russo che ha risolto il problema, sia dal punto di vista pratico
che teorico, con “ Stato e rivoluzione – La dottrina marxista dello Stato e
i compiti del proletariato nella rivoluzione” scritto da Lenin
nell’agosto-settembre 1917.

Come abbiamo mostrato in un articolo precedente (vedi Révue
Internationale
n. 90), l’esperienza diretta della classe operaia e
l’analisi di questa esperienza da parte delle minoranze marxiste avevano già,
prima della guerra e dell’ondata rivoluzionaria, gettato le basi essenziali per
risolvere il problema dello Stato nella rivoluzione proletaria. La Comune di
Parigi del 1871 aveva già condotto Marx ed Engels alla conclusione che il
proletariato non poteva semplicemente “impadronirsi” del vecchio Stato
borghese, ma doveva distruggerlo e sostituirlo con nuovi organi del potere. Gli
scioperi di massa del 1905 avevano dimostrato che i soviet dei deputati operai
costituivano la forma del potere rivoluzionario più appropriata alla nuova
epoca storica che si apriva. Pannekoek nella sua polemica con Kautsky aveva
riaffermato che la rivoluzione non poteva che essere il risultato di un
movimento di massa che paralizzi e disintegri il potere dello Stato della
borghesia.

Ma il peso dell’opportunismo nel movimento operaio prima
della guerra era troppo grande per essere spazzato via, anche con le polemiche
più violente. Quello che la Comune aveva insegnato era stato già dimenticato
nei decenni di parlamentarismo e di legalismo, del riformismo crescente nel
partito e nei sindacati. In più l’abbandono della visione rivoluzionaria di
Marx ed Engels non colpiva solo i revisionisti aperti tipo Bernstein.
Attraverso il lavoro di correnti tipo quella intorno a Kautsky il feticismo
parlamentare e la teorizzazione di una via pacifica, "democratica"  al socialismo erano presentati come
l’interpretazione più intelligente del “marxismo ortodosso”. In questa
situazione solo quando le posizioni della sinistra della II Internazionale
hanno potuto fondersi con il vasto movimento delle masse l’amnesia proletaria
sulla sua propria storia ha potuto essere superata. Questo non sminuisce
affatto l’intervento “teorico” dei rivoluzionari su questa questione, al
contrario. Quando la teoria rivoluzionaria si impadronisce delle masse e
diventa una forza materiale, la sua chiarificazione e la sua diffusione diventano
più urgenti e decisive che mai.

In un articolo sulla Révue Internationale n. 89
la CCI ha ricordato l’importanza vitale dell’intervento teorico e politico
delle Tesi di aprile di Lenin che mostravano al partito e all’insieme
della classe operaia come uscire dalle nebbie della confusione creata da
menscevichi, socialisti rivoluzionari e tutte le forze del compromesso e del
tradimento. Al centro della posizione di Lenin, nell’aprile, si trova
l’insistenza sul fatto che la rivoluzione russa non poteva concepirsi che come
parte della rivoluzione socialista mondiale. Di conseguenza, il proletariato
doveva proseguire la sua lotta contro la repubblica parlamentare – presentata dagli
opportunisti e dalla sinistra borghese come la più grande acquisizione delle
rivoluzione – e che il proletariato non doveva limitarsi a lottare per una
repubblica parlamentare, ma per il trasferimento del potere ai soviet, per la
dittatura del proletariato in alleanza con i contadini poveri.

Da parte loro gli oppositori politici di Lenin,
soprattutto quelli che si nascondevano sotto la coperta dell’ortodossia marxista,
hanno immediatamente accusato Lenin di anarchismo, di cercare di occupare il
trono vacante di Bakunin. Questa offensiva ideologica dell’opportunismo
richiedeva una risposta, una riaffermazione dell’ABC del marxismo, ma anche un
approfondimento alla luce dell’esperienza storica recente. Stato e
rivoluzione
ha risposto a questa esigenza, fornendo allo stesso tempo una
delle più notevoli dimostrazioni del metodo marxista, della profonda
interazione tra la teoria e la pratica. Lenin aveva già scritto, dieci anni
prima, che “non c’è movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria”.
Costretto a rientrare nella clandestinità e a nascondersi nel territorio
finlandese a causa della repressione seguita alle giornate di luglio, Lenin ha
visto la necessità di tuffarsi a fondo nei classici del marxismo, nella storia
del movimento operaio al fine di chiarificare i fini immediati di un movimento
di massa immensamente pratico.

Stato e rivoluzione costituisce una continuazione e una chiarificazione
della teoria marxista. Ma ciò non ha impedito alla borghesia (a cui gli
anarchici, come d’abitudine, fanno spesso eco) di dire che questo libro che
insiste sul potere dei soviet e della distruzione di ogni burocrazia era il
prodotto di una conversione temporanea di Lenin all’anarchia. E lo hanno detto
da diversi angoli. Uno storico di estrema sinistra “simpatico” come Liebman per
esempio (Leninism under Lenin, Londra 1975) parla di Stato e
rivoluzione
come del lavoro di un Lenin “libertario”, cercando di far
credere che quel libro esprime un entusiasmo di breve durata di Lenin per il
potenziale creativo delle masse nel 1917-18, in opposizione al Lenin “più
autoritario” del 1902-1903, che avrebbe rigettato la spontaneità delle masse e
difeso l’idea di un partito di stile giacobino agente come stato maggiore di
queste. Ma la capacità di Lenin di rispondere al movimento spontaneo, alla
creatività delle masse, anche correggendo alla luce dell’esperienza le sue
proprie esagerazioni, non si limita al 1917. Essa si era già chiaramente
manifestata nel 1905 (vedere l’articolo in merito sulla Révue Internationale
n. 90). Nel 1917 Lenin era convinto che la rivoluzione proletaria era
all’ordine del giorno e perciò non si fece legare le mani dalla teoria della
“rivoluzione democratica” in Russia. E’ questo che lo ha condotto a contare
ancora di più sulla lotta autonoma della classe operaia; ma si trattava di uno
sviluppo delle sue posizioni precedenti e non di una improvvisa conversione
all’anarchia.

Altre interpretazioni, più apertamente ostili, del libro
Stato e  rivoluzione lo
considerano come facente parte di un trucco machiavellico per far si che le
masse si allineassero ai progetti dei bolscevichi di fare un colpo di stato e
di stabilire la dittatura del partito. Gli anarchici e i consiliaristi sono
pieni di argomenti di questo tipo. Non ci interessa qui confutarli nei
dettagli. Questo rientra più nella nostra difesa d’insieme della rivoluzione
russa e dell’insurrezione di Ottobre. Quello che si può dire è che la difesa intransigente
da parte di Lenin dei principi marxisti sulla questione dello Stato, a partire
dal suo ritorno dall’esilio in aprile, lo mise in estrema minoranza. E non
c’era nessuna garanzia che la sua posizione avrebbe conquistato le masse. In
questa visione il machiavellismo di Lenin avrebbe avuto qualcosa di sovrumano,
il che significa abbandonare il mondo della realtà per divagare sulle teorie
cospirative.

Un altro punto di vista, disgraziatamente contenuta in
un articolo pubblicato su Internationalism, la nostra pubblicazione
negli Stati Uniti, più di venti anni fa, quando l’ideologia consiliarista aveva
un peso considerevole sui nuovi gruppi rivoluzionari che sorgevano, consiste
nel passare al setaccio  Stato e
rivoluzione
per cercare la “prova” che il libro di Lenin, a differenza
degli scritti di Marx sulla dittatura del proletariato, continua a costituire
il punto di vista di un autoritario che non può concepire che gli operai si
liberino essi stessi con le loro forze (vedi in Internationalism n. 3:
“La dittatura del proletariato: Marx contro Lenin”).

Noi non cercheremo di evitare di parlare delle debolezze
che esistono realmente in Stato e rivoluzione. Ma non arriveremo a
creare una falsa opposizione tra Marx e Lenin, nè considereremo Stato e
rivoluzione
come un punto di contatto tra Lenin e Bakunin. Il libro di
Lenin è in perfetta continuità con Marx ed Engels e tutta la tradizione
marxista prima di lui; e la tradizione marxista che lo ha seguito ha, a sua
volta, tirato molta forza e chiarezza da questo lavoro indispensabile.

Lo Stato, strumento del dominio di classe

Il primo obiettivo di Stato e rivoluzione è stato
quello di confutare le concezioni degli opportunisti sulla natura fondamentale
dello Stato. La tendenza opportunista nel movimento operaio, in particolare
l’ala lassalliana della socialdemocrazia tedesca, si era basata per lungo tempo
sull’idea che lo Stato è essenzialmente un organismo neutro che può essere
usato altrettanto bene a beneficio della classe sfruttata come per difendere i
privilegi degli sfruttatori. Molte delle battaglie teoriche condotte da Marx ed
Engels rispetto al partito tedesco avevano per scopo di demolire l’idea di uno
“Stato popolare”, mostrando come lo Stato, in quanto prodotto specifico della
società di classe, è per essenza uno strumento della dominazione di una classe
sulla società, e sulla classe sfruttata in particolare. Ma nel 1917 l’ideologia
della Stato come uno strumento neutro di cui gli operai potevano appropriarsi
aveva preso un abito “marxista”, in particolare nelle mani dei seguaci di
Kautsky. E’ perciò che  Stato e rivoluzione
comincia e finisce con un attacco contro la distorsione opportunista del
marxismo; all’inizio, con un passaggio giustamente celebre:

La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento
operaio si accordano oggi per sottoporre 
il marxismo a un tale ‘trattamento’. Si dimentica, si respinge, si
snatura il lato rivoluzionario della dottrina, Si mette in primo piano e si
esalta tutto ciò che è o pare accettabile alla borghesia. (...) Così stando le
cose, e dato che le deformazioni del marxismo si sono diffuse in modo inaudito,
compito nostro è, innanzitutto, ristabilire la vera dottrina di Marx sullo
Stato.
” (Stato e rivoluzione, cap. 1, Editori Riuniti)

A questo fine, Lenin procede ricordando il lavoro dei
fondatori del marxismo, in particolare di Engels, sulle origini storiche dello
Stato. Ma benché Lenin parli del suo lavoro come di uno scavo sotto le macerie
dell’opportunismo, la sua ricerca è ben più di un interesse archeologico. Da
Engels (L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato)
apprendiamo che lo Stato sorge come prodotto degli antagonismi di classe
inconciliabili e serve ad impedire che questi antagonismi facciano esplodere
l’edificio sociale. Ma, per paura che si possa concludere che lo Stato sia una
specie di arbitro sociale, Lenin, sulla scia di Engels, aggiunge subito che
quando lo Stato mantiene la coesione sociale, lo fa nell’interesse della classe
economicamente dominante. Esso appare dunque come un organo della repressione e
dello sfruttamento per eccellenza.

Nel fuoco della rivoluzione russa questa questione
“teorica” era di una importanza gigantesca. I menscevichi e i socialisti
rivoluzionari, che agivano sempre più come ala sinistra della borghesia,
presentavano lo Stato che si era formato dopo la caduta dello zar nel febbraio
1917 come una specie di “Stato popolare”, come una espressione della
“democrazia rivoluzionaria”. Gli operai avrebbero quindi dovuto subordinare i
loro “egoistici” interessi di classe alla difesa di questo Stato che, con un
po’ di lavoro di persuasione, avrebbe potuto sicuramente adattarsi ai bisogni
di tutti gli oppressi. Demolendo le basi dell’idea di uno Stato “neutro”, Lenin
preparava il terreno per il rovesciamento di questo Stato. Per sviluppare i
suoi argomenti contro i sedicenti “democratici rivoluzionari”, Lenin ricorda le
parole dense di significato di Engels sui limiti del suffragio universale:

Bisogna ancora rilevare che Engels definisce in modo
categorico il suffragio universale come uno strumento di dominio della
borghesia. Il suffragio universale, egli dice, tenendo evidentemente conto
della lunga esperienza della socialdemocrazia tedesca, è ‘la misura della
maturità della classe operaia. Più non può nè potrà mai essere nello Stato odierno’”.
I democratici piccolo-borghesi sul tipo dei nostri socialisti rivoluzionari e
dei nostri menscevichi, come i loro fratelli, (...)aspettano dal suffragio
universale proprio qualche cosa ‘di più’. Essi condividono e inculcano nel
popolo la falsa concezione che il suffragio universale possa ‘nello Stato odierno’
esprimere realmente la volontà della maggioranza dei lavoratori e assicurarne
la realizzazione
”. (Ibidem)

Questo richiamo della natura borghese della versione più
democratica dello “Stato odierno” era vitale nel 1917, nel momento in cui Lenin
chiama a una forma di potere rivoluzionario che possa realmente esprimere i
bisogni della classe operaia. Ma nel corso di questo secolo i rivoluzionari
hanno dovuto ripetere lo stesso richiamo. Gli eredi più diretti dei riformisti
socialdemocratici, i partiti laburisti e socialisti di oggi, hanno costruito
l’insieme del loro programma (in difesa del capitale) sull’idea di uno Stato
neutro, benevolo, che, impadronendosi delle principali industrie e dei servizi
sociali, prenderebbe un carattere “pubblico” o addirittura “socialista”. Ma
questa impostura è portata avanti anche da quelli che si dicono gli eredi di
Lenin, gli stalinisti e i trotskysti, che non hanno mai smesso di difendere
l’idea che le nazionalizzazioni e i servizi dello Stato sociale sarebbero delle
conquiste operaie e costituirebbero altrettante tappe verso il socialismo,
anche nello “Stato odierno”. Questi sedicenti “leninisti” sono tra gli
avversari più accaniti della sostanza rivoluzionaria del lavoro di Lenin.

L’evoluzione della teoria marxista dello Stato

Poiché lo stato è uno strumento della dominazione di
classe, un organo di violenza diretto contro la classe sfruttata, il proletariato
non può contare su di esso per difendere i suoi interessi immediati, né
utilizzarlo come strumento di costruzione del socialismo. Lenin mostra come il
concetto marxista di estinzione dello Stato sia stato distorto
dall’opportunismo per giustificare l’idea che la nuova società potesse nascere
gradualmente, armoniosamente, tramite lo Stato esistente che si
democratizzerebbe e si approprierebbe dei mezzi di produzione, “estinguendosi”
man mano che si sarebbero stabilite le basi materiali del comunismo. Tornando
di nuovo ad Engels, Lenin dimostra che quello che si estingue non è lo Stato
borghese esistente, ma lo Stato che sorge dalla rivoluzione proletaria che è
necessariamente una rivoluzione violenta avente per compito la “distruzione
del vecchio Stato borghese.

Evidentemente, sia Engels che Lenin rigettano l’idea anarchica
secondo cui lo Stato può essere semplicemente abolito in una notte: in quanto
prodotto di una società di classe, la sparizione finale di ogni forma di Stato
non può aver luogo che dopo un periodo più o meno lungo di transizione. Ma lo
Stato del periodo di transizione non è il vecchio Stato borghese. Questo è
stato distrutto e rimpiazzato da una nuova forma di Stato, un semi-Stato che
permette al proletariato di esercitare il suo dominio sulla  società, ma che è già in un processo di “estinzione”.
Per rafforzare ed approfondire questa posizione fondamentale del marxismo,
Lenin continua esaminando l’esperienza storica reale dello “Stato e la
rivoluzione” e lo sviluppo della teoria marxista in connessione con questa
esperienza. E’ quello che Pannekoek, malgrado le sue capacità, ha trascurato di
fare, trovandosi così più vulnerabile all’accusa opportunista di “anarchismo”.

Il punto di partenza di Lenin è quello degli inizi del
movimento operaio, cioè il periodo che precede le rivoluzioni del 1848. Avendo
riletto Il Manifesto Comunista e Miseria della filosofia, Lenin
mette in evidenza i punti chiave di questi testi sulla questione dello Stato:

-        

la necessità per il proletariato di prendere il potere politico, di
costituirsi in classe dominante, atto che è generalmente descritto come il
risultato di una “guerra civile più o meno larvata” e del “rovesciamento
violento della borghesia
” (Manifesto);

-        

lo stato formato nella rivoluzione aprirà la strada a una società senza
classi in cui non ci sarà bisogno di potere politico.

Riguardo la natura di questo “rovesciamento
violento
”, del rapporto esatto tra il proletariato rivoluzionario e lo
Stato borghese esistente, non era evidentemente possibile essere precisi data
l’assenza di esperienza storica concreta. Tuttavia Lenin sottolinea che “se
il proletariato ha bisogno dello Stato in quanto organizzazione particolare
della violenza contro la borghesia, ne scaturisce spontaneamente la conclusione:
la creazione di una tale organizzazione è concepibile senza che sia prima
annientata, distrutta la macchina dello Stato che la borghesia ha creato per
? Il Manifesto comunista conduce direttamente a questa conclusione, ed è
di questa conclusione che Marx parla quando fa il bilancio dell’esperienza
della rivoluzione del 1848-51
”. (Ibidem, cap. 2).

Lenin prosegue citando un
passaggio chiave del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte in cui Marx denuncia
lo Stato come un “spaventoso corpo parassitario” e in cui sottolinea che
prima della rivoluzione proletaria “tutti i rivolgimenti politici non fecero
che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla
” (ibidem)

Come abbiamo ricordato nel
nostro articolo sulla Révue Internationale n. 73, le rivoluzioni del
1848, pur ponendo per la prima volta la questione della “distruzione” dello
Stato, hanno permesso ugualmente a Marx di avere qualche squarcio sulla maniera
in cui, nel corso della lotta, il proletariato forma i suoi propri comitati
indipendenti, i nuovi organi dell’autorità rivoluzionaria. Ma il contenuto
proletario dei movimenti del 1848 era troppo debole, troppo immaturo per
rispondere alla questione: “Cosa rimpiazzerà il vecchio apparato di Stato
borghese?”. Lenin quindi prosegue sulla sola esperienza precedente di presa del
potere da parte del proletariato, la Comune del 1871. Egli traccia in dettaglio
le principali lezioni che Marx ed Engels hanno tirato dalla Comune:

- Innanzitutto, come dicono Marx
ed Engels nella loro introduzione del 1872 al Manifesto Comunista:La
Comune ha in particolare dimostrato che la classe operaia non può contentarsi
di prendere la macchina dello Stato così com’è e farla funzionare a suo proprio
conto
”. Il movimento rivoluzionario deve distruggere lo Stato borghese
esistente e rimpiazzarlo con nuovi organi di potere. Nel bilancio della rivoluzione
del 1848, questo punto di vista si rivela come un lampo luminoso di
comprensione. Nella loro analisi della Comune di Parigi, esso era diventato già
un punto programmatico. Per Marx ed Engels nel 1872 una tale lezione era tanto
significativa da meritare una correzione del Manifesto Comunista.

- La Comune era la forma
specifica di questo semi-Stato rivoluzionario, una nuova forma di potere
politico che era già in un processo di estinzione.

Le sue caratteristiche più
importanti erano:

a) l’abolizione dell’esercito
permanente e l’armamento del popolo. La sua soppressione era necessaria, ma
doveva essere fatta dalla maggioranza contro la vecchia minoranza sfruttatrice.

b) Impedire la nascita di una
nuova burocrazia, i funzionari devono essere eletti e revocabili in ogni
momento. Nessun funzionario dello Stato poteva essere pagato con un salario
superiore alla media dei salari operai. Le masse dovevano supervisionare le
funzioni statali e parteciparvi in maniera costante attraverso la democrazia
diretta.

c) Superare il parlamentarismo
borghese, da una parte rimpiazzando i rappresentanti (deputati eletti per
quattro o cinque anni in circoscrizioni elettorali amorfe) con dei delegati (i
deputati alla Comune potevano essere revocati in ogni momento da assemblee
convocate in permanenza) e dall’altra con la fusione dell’esecutivo e del
legislativo in un solo corpo. Anche qui Lenin ha applicato le lezioni del
passato alle lotte presenti: la critica del parlamentarismo borghese, la difesa
di una forma superiore di democrazia diretta costituivano anche un punto di
polemica aspra contro i “parlamentari socialisti” della sua epoca, contro gli
opportunisti che volevano tenere gli operai legati alla difesa dello Stato
esistente.

d) La Comune è una forma di
organizzazione centralizzata. Contrariamente alla visione anarchica che guarda
all’indietro e rivendica il modello della Comune, questa non difendeva la
dispersione dell’autorità in unità federali o locali. Pur permettendo la più
grande iniziativa locale possibile, la Comune era la forma che cementava
l’unità del proletariato a livello nazionale e internazionale.

Lenin non ha potuto prolungare
il suo giro sull’orizzonte storico al di là della Comune. In origine aveva
intenzione di scrivere un settimo capitolo di Stato e rivoluzione:

Vedremo più avanti che le
rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 continuano, in una situazione differente,
in altre condizioni, l’opera della Comune e confermano la geniale analisi
storica di Marx
” (Ibidem, cap. 3)

Ma l’accelerazione della storia
gli ha tolto questa opportunità:

Non ho avuto tempo di
scrivere una sola riga di questo capitolo; ne fui ‘impedito’ dalla crisi
politica, vigilia della rivoluzione d’ottobre 1917. Non c’è che da rallegrarsi
di un tale impedimento. Ma la seconda parte di questo opuscolo (L’esperienza
delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917) dovrà certamente essere rinviata a
molto più tardi; è più piacevole e più utile fare ‘l’esperienza di una rivoluzione’
che non scrivere su di essa).
” (post-scriptum alla prima edizione di Stato
e rivoluzione
)

Nei fatti questa seconda parte
non fu mai redatta. E’ sicuro che questo settimo capitolo avrebbe avuto un
valore immenso. Ma Lenin aveva acquisito l’essenziale. La riaffermazione degli
insegnamenti di Marx ed Engels sulla questione dello Stato costituivano una
base sufficiente per un programma rivoluzionario nella misura in cui la
questione primordiale era la necessità della distruzione dello stato borghese e
l’instaurazione della dittatura del proletariato. Ma il lavoro di Lenin, come
abbiamo già detto, non fu mai una semplice ripetizione. Ritornando sul passato,
e con un fine militante, i marxisti fanno anche avanzare la loro visione teorica.
In questo senso Stato e rivoluzione ha permesso due importanti
chiarificazioni per il programma comunista. Innanzitutto esso ha identificato i
soviet come i successori naturali della Comune, anche se questi organismi non
sono citati che di passaggio. Lenin non ha potuto analizzare in profondità
perché i soviet costituivano una forma di organizzazione superiore rispetto
alla Comune. Forse avrebbe potuto farlo sviluppando il punto di vista di
Trotsky che, nei suoi scritti del 1905, sottolinea in particolare che i soviet
dei deputati operai, essendo basati sulle assemblee dei posti di lavoro, sono
una forma di organizzazione più adatta ad assicurare l’autonomia di classe del
proletariato (la Comune era basata su unità territoriale e non di lavoro, come
riflesso di una situazione di minor sviluppo della concentrazione proletaria).

In effetti, alcuni scritti
successivi di Lenin dimostrano che questa era la comprensione a cui era
arrivato (1). Ma anche se Lenin non ha potuto esaminare più nei dettagli i
soviet nel suo testo, non c’è dubbio che egli li considerava come gli organismi
più appropriati per distruggere lo Stato borghese e formare la dittatura del
proletariato. A partire dalle Tesi di aprile lo slogan “Tutto il potere
ai soviet” era innanzitutto quello di Lenin e del partito bolscevico riformato.

In secondo luogo, Lenin è stato
capace di fare delle chiare generalizzazioni sul problema dello Stato e della
sua distruzione rivoluzionaria. Nella parte del suo testo in cui tratta delle
rivoluzioni del 1848 Lenin poneva la questione:

ci si chiederà forse se è
giusto generalizzare l’esperienza, le osservazioni e le conclusioni di Marx e
se le si può applicare al di là dei limiti della storia di Francia di questi
tre anni 1848-51
” (ibidem, cap. 2)

La formula “concentrazione di
tutte le forze” della rivoluzione proletaria sulla “distruzione” dell’apparato
di Stato era valida per tutti i paesi? La questione aveva sempre una importanza
estrema nel 1917 perché, malgrado le lezioni che Marx ed Engels avevano tirato
dalla Comune, essi avevano
per lo
meno  lasciato molto spazio  alla ambiguità circa la possibilità che il proletariato vinca
pacificamente attraverso il processo elettorale in certi paesi, quelli che
avevano le istituzioni parlamentari più sviluppate e un apparato militare poco
importante. Come sottolinea Lenin, Marx citava la Gran Bretagna ma anche gli
Stati Uniti e l’Olanda. Tuttavia, su questo, Lenin non ha avuto paura di
correggere Marx e di andare fino in fondo nella sua posizione. Egli l’ha fatto
utilizzando il metodo di Marx, ponendo la questione nel contesto storico
giusto:

L’imperialismo – epoca del
capitale bancario e dei giganteschi monopoli capitalistici, epoca in cui il
capitalismo monopolistico si trasforma in capitalismo monopolistico di Stato –
mostra in modo particolare lo straordinario consolidamento della macchina
statale. L’inaudito accrescimento del suo apparato burocratico e militare per
accentuare la repressione contro il proletariato, sia nei paesi monarchici che
nei più liberi paesi repubblicani.
” (Ibidem cap. 2)

E il risultato è che:

Attualmente, nel 1917,
nell’epoca della prima grande guerra imperialista, questa riserva di Marx cade:
l’Inghilterra e l’America, che erano, in tutto il mondo, le maggiori e le ultime
rappresentanti della ‘libertà’ anglosassone per quanto riguarda l’assenza di
militarismo e di burocrazia, sono precipitate nel lurido, sanguinoso pantano,
comune a tutta Europa, delle istituzioni militari e burocratiche che tutto
sottomettono a sé e tutto comprimono. Oggi, in Inghilterra e in America, la
‘condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare’ è la rottura,
la distruzione della ‘macchina statale già pronta’.
” (Ibidem, cap.
3)

Per questo non ci potevano
essere più eccezioni.

Il
rigetto dell’anarchismo

L’obiettivo principale di Stato
e rivoluzione
era l’oppor-tunismo che, come abbiamo visto, non ha esitato
ad accusare Lenin di anarchismo, quando questo si è messo a insistere sulla
necessità di distruggere l’apparato statale. Ma, come Lenin ha risposto:

Per i socialdemocratici
contemporanei la critica dell’anarchismo si riduce abitualmente a questa pura
banalità piccolo-borghese: ‘noi ammettiamo lo Stato, gli anarchici no!’

(ibidem, cap. 4)

Dopo aver demolito questa
stupidità, Lenin ricorda la vera critica marxista all’anarchismo, basandosi in
particolare su quello che Engels diceva per rispondere alle assurdità degli
“antiautoritari”: una rivoluzione è giustamente la cosa più autoritaria che
possa esistere. Rigettare ogni autorità, ogni potere politico, significa
rinunciare alla rivoluzione. Lenin fa con cura la distinzione tra la posizione
marxista che offre una soluzione storica realizzabile al problema della
subordinazione, delle divisioni tra dirigenti e diretti, tra Stato e società, e
quella dell’anarchismo che non propone che dei sogni apocalittici di una
sparizione immediata di tutti questi problemi, sogni che hanno, alla fine dei
conti, il risultato più conservatore:

Noi non siamo degli
utopisti. Non ‘sogniamo’ di fare a meno, dall’oggi al domani, di ogni
amministrazione, di ogni subordinazione, questi sono sogni anarchici, fondati
sulla incomprensione dei compiti della dittatura del proletariato, sogni che
nulla hanno a che vedere con il marxismo e che di fatto servono unicamente a
rinviare la rivoluzione socialista fino al giorno in cui gli uomini saranno
cambiati. No, noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli uomini quali sono
oggi, e che non potranno fare a meno né di subordinazione, né di controllo, né
di ‘sorveglianti’, né di ‘contabili’.

Ma bisogna subordinarsi
all’avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori, al
proletariato.

(Ibidem, cap. 3)

Le
basi economiche dell’estinzione dello Stato

Contrariamente agli anarchici
che pretendevano che l’estinzione dello Stato fosse il risultato di un atto di
volontà rivoluzionario, il marxismo riconosce che una società senza Stato non
può emergere che quando le radici economiche e sociali delle divisioni in
classi siano state erose e sia stata aperta la via verso la costruzione di una
società di abbondanza materiale. Sottolineando la base economica
dell’estinzione Lenin torna ancora una volta ai classici, in particolare alla Critica
del programma di Gotha
di Marx, da cui prende i seguenti punti:

-        

la necessità di un periodo di transizione durante il quale il proletariato
esercita la sua dittatura pur attirando, allo stesso tempo, la maggioranza
della popolazione alla direzione politica ed economica della società;

-        

economicamente parlando, questa fase di transizione può essere
descritta come la fase inferiore del comunismo. E’ la società comunista quale
emerge dal capitalismo, ancora pesantemente marcata da molti dei difetti della
vecchia società. Le forze produttive sono diventate proprietà comune, ma le
condizioni dell’abbondanza ancora non esistono. Di conseguenza ci sono ancora
diseguaglianze nella distribuzione. Il sistema dei buoni di lavoro impedisce
l’accumulazione del capitale, ma esso riflette una situazione di
disuguaglianza, perché alcuni possono lavorare più di altri, alcuni hanno
bambini mentre altri no, e così via. Insomma, persiste quello che Marx chiama
il “diritto borghese” in materia di distribuzione; e per poter proteggere il
diritto borghese, deve ancora esistere qualche resto della “legge borghese”;

-        

lo sviluppo delle forze produttive permette di superare la divisione
del lavoro e di instaurare un sistema di libera distribuzione: “Da ciascuno
secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni
”. E’ la fase
superiore del comunismo, una società di vera libertà. Lo Stato non ha più
motivo di esistere e si estingue; l’estensione radicale della democrazia porta
alla estinzione della democrazia reale, poiché la democrazia è essa stessa una
forma di Stato. L’amministrazione delle persone è sostituita
dall’amministrazione delle cose. Non si tratta di una utopia. Anche a un tale
stadio, per un periodo indeterminato, gli eccessi individuali possono
continuare, e dovranno essere impediti. “Ma, innanzitutto, per questo non
c’è bisogno di una macchina speciale, di uno speciale apparato di repressione;
lo stesso popolo armato si incaricherà di questa faccenda con la stessa semplicità,
con la stessa facilità con cui una folla di persone civili, anche nella società
attuale, separa delle persone in rissa o non permette che venga usata della
violenza contro una donna.
” (Ibidem, cap. 5)

In breve, “…la necessità di
osservare le regole semplici e fondamentali di ogni società umana diventerà ben
presto un costume
”. (Ibidem)

Quando Lenin scriveva Stato e rivoluzione, il
mondo era sull’orlo di una rivoluzione comunista. La difesa delle posizioni di
Marx sulle trasformazioni economiche non era una cosa astratta. La classe
operaia era spinta allo scontro rivoluzionario da bisogni immediati e
brucianti: il bisogno di pane e quello di finirla con il massacro imperialista.
Ma l’avanguardia comunista non dubitava che la rivoluzione non si sarebbe
fermata alla soluzione di queste questioni immediate. Essa doveva andare fino
alla sua conclusione storica ultima: l’inaugurazione di una nuova fase della
storia dell’umanità.

I limiti della
visione di Lenin

Abbiamo già segnalato che Stato e rivoluzione era
un lavoro incompleto. Lenin non ha potuto fare degli sviluppi sul ruolo dei
soviet come “forma infine trovata della dittatura del proletariato”. Ma anche
se la sua opera non fosse stata interrotta dall’insurrezione di ottobre, essa
non avrebbe potuto rappresentare che il punto più alto di chiarezza raggiunto
prima della esperienza della rivoluzione.

La rivoluzione russa (e soprattutto la sua sconfitta)
avrebbe portato molte lezioni sui problemi del periodo di transizione; perciò
non possiamo rimproverare a Lenin di non aver risolto queste questioni prima
che l’esperienza reale del proletariato non le ponesse concretamente. Torneremo
su queste questioni in altri articoli; qui ci sembra utile accennare ai tre
campi principali in cui l’esperienza successiva a Lenin ha rivelato le
inevitabili  lacune di Stato e  rivoluzione.

Lo Stato e
l’economia

Benchè Lenin abbia chiaramente difeso l’idea di una trasformazione
comunista della economia – nozione sviluppata da Marx in opposizione alle
tendenze “socialiste di Stato” presenti nel movimento operaio (2) – il suo
lavoro soffre ancora di ambiguità circa il ruolo dello Stato durante la transizione
economica. Abbiamo visto come queste ambiguità esistevano anche nel lavoro di
Marx ed Engels. Ma durante il periodo della II Internazionale si pensava sempre
più che la prima tappa sulla via del comunismo fosse la statizzazione della
economia nazionale, che una economia completamente nazionalizzata non potesse
essere una economia capitalista. In parecchi dei suoi scritti dell’epoca, pur
denunciando i “trust capitalisti di Stato” che erano diventati la forma
dell’organizzazione capitalista nella guerra imperialista, Lenin aveva la
tendenza a considerare questi trust come degli strumenti neutri, come una sorta
di trampolino verso il socialismo, come una forma di centralizzazione economica
di cui il proletariato vittorioso potesse semplicemente impadronirsi in blocco.
In un testo redatto nel settembre 1917, “I bolscevichi conserveranno il
potere?
”, Lenin è più esplicito:

Il capitalismo ha creato degli apparati di controllo
sotto forma di banche, di cartelli, servizio postale, cooperative di consumo,
associazioni di impiegati. Senza le grandi banche il socialismo sarebbe
irrealizzabile.

Le grandi banche costituiscono ‘l’apparato di Stato’ di
cui abbiamo bisogno per realizzare il socialismo e che noi prenderemo già fatto
al capitalismo …

In Stato e rivoluzione Lenin esprime una idea
simile quando scrive:

Tutti i cittadini diventano gli impiegati e gli
operai di un solo cartello di tutto il popolo, dello Stato.

Evidentemente è giusto dire che la trasformazione comunista
non comincia da zero – il suo punto di partenza inevitabile è costituito dalle
forze produttive esistenti, dalle reti di trasporto, di distribuzione
esistenti, ecc. Ma la storia ci ha insegnato che bisogna essere estremamente
prudenti di fronte all’idea che ci si possa semplicemente impadronire degli organismi
e  delle istituzioni economiche creati
dal capitale per i suoi bisogni, soprattutto quando si tratta di istituzioni fondamentali
come le grandi banche. Più importante ancora, la rivoluzione russa e, in
particolare la controrivoluzione staliniana, hanno mostrato che la semplice
trasformazione dell’apparato produttivo in una proprietà dello Stato non elimina
lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Questo è un errore che è presente in Stato
e rivoluzione
quando Lenin dice che nella prima fase del comunismo, "non
sarà più possibile lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, perché non sarà più
possibile impadronirsi, a titolo di proprietà privata, dei mezzi di produzione,
fabbriche, macchine, terreni, ecc.”
(ibidem, cap. 5)

Questa debolezza è aggravata dall’insistenza di Lenin
sul fatto che c’è una “distinzione scientifica” da fare tra il socialismo e il
comunismo (il primo essendo la fase inferiore del comunismo). In effetti Marx
ed Engels non hanno mai veramente teorizzato una tale distinzione, e non è un
caso se, nella Critica del programma di Gotha, Marx parla delle fasi
inferiore e superiore del comunismo, perché egli voleva trasmettere
l’idea di un movimento dinamico tra il capitalismo e il comunismo, non quella
di un “terzo” modo di produzione fisso caratterizzato dalla “proprietà
pubblica”. Infine, quando Lenin parla della transizione economica egli non è
esplicito sul fatto che la dinamica verso il comunismo non può svilupparsi che
a scala internazionale; questo apre la porta all’idea che almeno certe tappe
della “costruzione socialista” possano essere realizzate in un solo paese.

La tragedia della rivoluzione russa costituisce una
perfetta testimonianza del fatto che anche se si statalizza l’insieme
dell’economia, anche se si ha il monopolio del commercio estero, le leggi del
capitale globale continuano ad imporsi su un bastione proletario isolato. In
assenza di estensione della rivoluzione mondiale, queste leggi sfideranno ogni
tentativo di gettare le basi di una qualsiasi “costruzione socialista”,
trasformando anche il vecchio bastione del proletariato in un nuovo e mostruoso
“trust capitalista di Stato” in competizione sul mercato mondiale. Una tale
mutazione non può non accompagnarsi ad una controrivoluzione politica che non
lascerà nessuna traccia della dittatura del proletariato.

Partito e
potere

E’ stato notato che Lenin non dice granchè sul ruolo del
partito nel suo libro. E’ forse questa una prova supplementare della sua
temporanea conversione all’anarchismo nel 1917? Questione idiota! La
chiarificazione teorica contenuta in  Stato e rivoluzione costituisce essa
stessa una preparazione del partito bolscevico al suo ruolo di dirigente
diretto nella insurrezione di ottobre. Mediante la sua aspra polemica contro
quelli che iniettano l’ideologia borghese nel proletariato esso è innanzitutto
un documento politico “di partito” avente per scopo di allontanare gli operai
da questa influenza e guadagnarli alle posizioni del partito rivoluzionario.

Tuttavia la questione esiste: alla vigilia dell’ondata
rivoluzionaria mondiale, i rivoluzionari (e non solo i bolscevichi) come
vedevano il rapporto tra il partito e la dittatura del proletariato? L’unico
riferimento al partito nel testo di Lenin non ci dà una risposta chiara, perché
la formulazione è ambigua:

Educando il partito operaio, il marxismo educa una
avanguardia del proletariato, capace di prendere il potere e di condurre tutto
il popolo
al socialismo, capace di dirigere e di organizzare il nuovo
regime, d’essere il maestro, il dirigente, il capo di tutti i lavoratori, di
tutti gli sfruttati, nell’organizzazione della loro vita sociale senza la
borghesia e contro la borghesia.
” (ibidem, cap. 2)

E’ una ambiguità perché non si sa se è il partito in
quanto tale che assume il potere o se è il proletariato, che Lenin definisce
spesso come l’avanguardia di tutta la popolazione oppressa. Il testo I
bolscevichi conserveranno il potere?
è una guida migliore per capire quale
è il livello di comprensione della questione. Già dal titolo si vede la
confusione principale: i rivoluzionari dell’epoca, malgrado il loro impegno
verso il sistema di rappresentanza dei soviet che aveva reso obsoleto il
vecchio sistema parlamentare, erano ancora influenzati dall’ideologia parlamentare,  al punto che pensavano che era il partito
che, avendo la maggioranza nei soviet centrali, doveva formare il governo a
amministrare lo Stato. In articoli successivi esamineremo più in dettaglio come
questa concezione abbia implicato una identificazione fatale del partito con lo
Stato e creato una situazione insopportabile che ha svuotato i soviet della
loro vita proletaria, indirizzato il partito contro la classe, e soprattutto
trasformato il partito, frazione più radicale della classe rivoluzionaria, in
uno strumento della conservazione sociale.

Ma questa evoluzione non ha avuto luogo in maniera autonoma.
Essa è innanzitutto il risultato dell’isolamento della rivoluzione e dello
sviluppo materiale di una controrivoluzione interna. Nel 1917, l’insistenza di
Lenin, in tutti i suoi scritti, non è sull’esercizio della dittatura da parte
del partito, ma da parte dell’insieme del proletariato (e progressivamente da
parte dell’insieme della popolazione) che prende in carico i suoi affari
economici e politici, attraverso la sua esperienza pratica, i suoi dibattiti,
le sue proprie organizzazioni di massa. Così, quando egli risponde
positivamente alla questione: i bolscevichi conserveranno il potere?, è perché
ha in mente l’idea che qualche centinaia di migliaia di bolscevichi faranno
parte di uno sforzo ben più grande, lo sforzo di milioni di operai e contadini
poveri che, dal primo giorno, impareranno a dirigere lo Stato per proprio conto.
Dunque il vero potere non è nelle mani del partito, ma delle masse. Se le
speranze originarie della rivoluzione fossero state realizzate, se la Russia
non fosse caduta nella guerra civile, carestia ed embargo internazionale, le
contraddizioni evidenti di questa posizione avrebbero potuto essere risolte,
dimostrando che in un sistema autentico di delegati eletti e revocabili non ha
nessun senso parlare di un partito che detiene il potere.

Classe e Stato

Nella Critica del programma di Gotha Marx
descrive lo Stato di transizione come “nient’altro che la dittatura del
proletariato”. Lenin riprende questa identificazione tra il potere della
classe operaia e lo Stato di transizione in Stato e rivoluzione quando
parla di uno “Stato proletario” o di uno “Stato degli operai in armi” ed egli
sostiene teoricamente queste formulazioni definendo lo Stato come essendo
formato essenzialmente di “corpi di uomini armati”. In breve, nel periodo di
transizione lo Stato non rappresenta altro che gli operai in armi che
spodestano la borghesia.

Come si vedrà in prossimi articoli, questa formulazione
si è rivelata presto inadeguata. Lenin stesso ha detto che il proletariato
aveva bisogno dello Stato non solo per sopprimere la resistenza degli
sfruttatori, ma anche per condurre il resto della popolazione non sfruttatrice
nella direzione socialista. E quest’ultima funzione, la necessità di integrare
la popolazione essenzialmente contadina nel processo rivoluzionario, diede
nascita a uno Stato che non era costituito solo da delegati operai dei soviet,
ma anche da soviet di soldati e di contadini. Con l’apertura della guerra
civile le milizie operaie armate, le Guardie rosse, non erano una forza
adeguata per combattere la potenza della controrivoluzione. La principale forza
armata dello Stato sovietico era ormai l’Armata rossa, formata nella sua
maggioranza da contadini. Allo stesso tempo la necessità di combattere la
sovversione e il sabotaggio interni diede nascita alla Ceca, forza di polizia
speciale che progressivamente sfuggì al controllo dei soviet. Nelle settimane
dell’insurrezione di ottobre lo Stato-Comune era diventato qualcosa di più che
“gli operai in armi”. E soprattutto, con l’isolamento crescente della
rivoluzione, il nuovo Stato era sempre più infestato dalla cancrena della
burocrazia, che rispondeva sempre meno agli organi eletti dal proletariato e
dai contadini poveri. Lungi dal cominciare ad estinguersi, il nuovo Stato
cominciava ad invadere tutta la società. Lungi dal piegarsi alla volontà della
classe rivoluzionaria, esso era diventato il punto centrale di una sorta di
degenerazione e di controrivoluzione interne che non si erano mai viste prima.

Nel suo bilancio della controrivoluzione, la Sinistra
comunista italiana doveva portare una attenzione particolare al problema dello
Stato di transizione; una delle conclusioni a cui sono arrivati Bilan e
Internationalisme in seguito alla rivoluzione russa è che non era più possibile
identificare la dittatura del proletariato con lo Stato di transizione. Va comunque
detto che anche se le formulazioni del movimento marxista prima della
rivoluzione russa soffrivano di serie debolezze su questa questione, allo
stesso tempo questa idea della non identificazione tra proletariato e Stato di
transizione non è caduta dal cielo. Lenin era perfettamente cosciente della
definizione di Engels sullo Stato di transizione come un “male necessario”. E
nel suo libro c’è una forte insistenza sulla necessità che gli operai
sottomettano tutti i funzionari dello Stato a una supervisione e a un controllo
costante, in particolare gli elementi dello Stato che incarnano una certa continuità
con il vecchio regime, tipo gli “esperti” tecnici e militari che i soviet erano
costretti ad utilizzare.

Lenin sviluppa anche un fondamento teorico per questo atteggiamento
di sana diffidenza del proletariato verso il nuovo Stato. Nella parte sulla
trasformazione economica, egli spiega che, siccome il suo ruolo sarà di
salvaguardare la situazione di “diritto borghese”, si può definire lo Stato di
transizione come “lo Stato borghese senza la borghesia!” Anche se questa
formulazione è più una provocazione e un appello alla riflessione piuttosto che
una chiara definizione della natura di classe dello Stato di transizione, Lenin
ha colto l’essenziale: poichè il compito dello Stato è quello di salvaguardare
uno stato di cose che non è ancora comunista, lo Stato-Comune rivela la sua
natura fondamentalmente conservatrice, che è quello che lo rende
particolarmente vulnerabile alla dinamica della controrivoluzione. Queste percezioni
sulla natura dello Stato dovevano permettere a Lenin di sviluppare certi punti
di vista importanti sulla natura del processo di degenerazione. Per esempio, la
sua posizione sui sindacati nel dibattito del 1921, quando egli riconosce la necessità
per gli operai di mantenere degli organi di difesa anche contro lo Stato di
transizione, o gli avvertimenti sulla crescita della burocrazia di Stato verso
la fine della sua vita.

Il partito bolscevico ha dovuto soccombere a una morte
insidiosa, ma le frazioni comuniste di sinistra avrebbero ripreso la bandiera
della chiarificazione. Tuttavia non c’è alcun dubbio che gli sviluppi teorici
più importanti che queste ultime hanno effettuato, hanno potuto essere
realizzate prendendo come punto di partenza l’immenso contributo di Lenin in Stato
e rivoluzione.

                                   CDW

1. Vedere in particolare le “Tesi e rapporto sulla democrazia borghese e
la dittatura del proletariato”, scritte da Lenin e adottate dalla
Internazionale Comunista al suo congresso di fondazione nel 1919. Tra gli altri
punti, questo testo afferma che: “il potere dei soviet, cioè la dittatura
del proletariato, è invece strutturato in modo da avvicinare le masse
lavoratrici all’apparato amministrativo. A questo scopo tende anche
l’unificazione del potere legislativo e del potere esecutivo
nell’organizzazione sovietica dello Stato, e la sostituzione delle
circoscrizioni elettorali territoriali con le unità elettorali fondate sui
luoghi di produzione: fabbrica, officina, ecc.
” (Tesi 16)

2. Vedere “Il comunismo contro il capitalismo di Stato” in Révue
Internationale
n. 79.

Patrimonio della Sinistra Comunista: