La crisi politica in Italia è un’espressione del fallimento della società capitalista

I fatti a cui assistiamo ormai da un anno e mezzo a questa parte, e forse ancora di più, non finiscono di sorprenderci. E’ veramente accaduto di tutto e la sensazione è che possa accadere ancora altro di imprevedibile. In più tutto quello che accade sembra non avere alcuna logica, nessun raziocinio, per cui si fa ancora più fatica a comprenderlo e a farsene una ragione. Per riuscire a risalire al cosiddetto bandolo della matassa proviamo a ripercorrere gli eventi più significativi di quest’ultimo periodo cercando di scoprirne la logica, ammesso che ce ne sia una.

Lo sviluppo degli eventi

Nel novembre 2011 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una situazione in cui il governo Berlusconi risultava gravemente screditato sia all’interno del paese che all’estero, impone al suo leader di fare un passo indietro dando incarico a Monti di costituire un nuovo governo. Il nuovo esecutivo riesce nell’intento di risollevare la credibilità dell’Italia come paese-azienda, ma al costo di lacrime di sangue della popolazione. Un altro pedaggio pesante lo pagano i due partiti maggiori, il PD e il PDL, costretti nonostante la loro reciproca rivalità storica a sostenere entrambi lo stesso governo, il che evidentemente non può che produrre un’usura della loro reputazione. Tanto che il PDL si sfila dal governo prima della sua scadenza naturale proprio per poter meglio demarcarsi rispetto ai rivali nelle imminenti elezioni politiche del 2013.

Le elezioni regionali del 28 ottobre 2012 in Sicilia danno un segnale importante di questa usura e perdita di controllo dei partiti maggiori nei confronti del territorio, in particolare della destra e di Berlusconi sul territorio siciliano dove, in altri tempi, i risultati elettorali si erano conclusi con un cappotto a favore della destra. Se il governo della regione passa a una coalizione di sinistra, questo si fa sulla base di un’affluenza alle urne che si riduce dal 66,68% al 47,42% delle precedenti amministrative del 2008. Dunque i risultati esprimono un primo segnale di un discredito diffuso in tutto il paese nei confronti dei partiti tutti. Infatti, il Movimento 5 stelle diventa a sorpresa, con il suo quasi 15%, il primo partito a livello regionale.

Se possibile, le elezioni politiche del febbraio 2013 costituiscono un ulteriore e ancor più forte choc. Infatti, chi pregustava già una fase politica finalmente liberata perlomeno dagli oltranzismi spudorati e arroganti del berlusconismo, ha dovuto assistere con amarezza alla rimonta del cavaliere che, benché in parte annunciata alla vigilia, ha sorpreso tutti, così che la vittoria del PD e del centro sinistra, se di vittoria si può parlare, è stata di stretta misura. Ma ancora una volta è il Movimento 5 Stelle che si è imposto incredibilmente come primo partito a livello nazionale arrivando da solo a competere con le rispettive coalizioni di centro-sinistra e di destra. La riduzione dell’affluenza alle urne scende di oltre 5 punti rispetto alle precedenti politiche, dall’80,46 al 75,21%, mostra che quella situazione di perdita di credibilità dei due schieramenti maggiori, già registrata 4 mesi prima in Sicilia, si conferma a livello nazionale con voti persi da entrambi i partiti maggiori sia attraverso il calo di affluenza alle urne (5%) sia nella migrazione di voti verso il partito di Grillo (25,55% alla Camera).

L’interludio che ha portato, alla fine, all’attuale governo Letta, è anch’esso di notevole significato e occorre rievocarne alcuni passaggi. Il PD, nominalmente vincitore delle elezioni ma di fatto vero perdente, ha imbroccato una serie interminabile di passi falsi arrivando alla fine a una vera debacle che ha portato alle dimissioni del segretario Bersani e a cedere il passo alla corrente più aperta ad un dialogo con la destra. I passaggi sono stati segnati prima da una corte sfrenata al M5S per indurlo a partecipare al governo, poi dalla candidatura di Marini alla presidenza della Repubblica, che è stato il primo schiaffo in faccia a tutta quella parte del popolo di sinistra che si aspettava una svolta anche attraverso questa elezione. D’altra parte lo stesso M5S, che ha giocato a fare l’innamorata schizzinosa con il PD, aveva avanzato e fatta propria la candidatura di una figura del mondo della sinistra quale Stefano Rodotà. Ma, di fatto, sia Marini che Rodotà sono stati bocciati dallo stesso PD che non è riuscito a trovare un’unità su nomi del suo stesso partito, tanto da ricorrere all’aiuto in calcio d’angolo del presidente della repubblica uscente che è stato costretto a ricandidarsi per superare lo stallo in cui il PD era caduto. La lacerazione che ne è seguita è quella che ha suggellato l’ulteriore indebolimento del PD e una sorta di genuflessione nei confronti del PDL che, a questo punto, è giustamente entrato in campo come il “salvatore della patria”.

La formazione del governo Letta ha fatto registrare nell’animo della gente comune un vero ultimo schianto. E’ come se tutta una serie di attese, di speranze e di sacrifici per cui si era vissuto fino a quel momento fossero stati in un istante vanificati. Tutte le aspettative diffuse dalle campagne sull’antiberlusconismo, cavallo di battaglia da sempre della sinistra, portavano adesso al suo opposto, al famigerato governo delle larghe intese, messo sotto ricatto fin dal primo giorno da un Berlusconi mai veramente domato. Letta sembra più una controfigura che un capo di governo mentre è Berlusconi che ha guadagnato alla grande, con un conflitto perenne tra PD e PDL in cui Berlusconi tiene sotto tiro Letta e usa questo governo per navigare a vista pronto a mollare tutto quando gli farà comodo. E’ un governo costruito contro ogni promessa elettorale. Il popolo di sinistra è andato a votare per dire basta a Monti e a Berlusconi soprattutto, e dopo chi si ritrova? Una sconfitta totale ed un governo con il peggior nemico. Questo ha creato uno schianto morale per il popolo della sinistra tra cui moltissimi hanno dichiarato che non avrebbero più votato. La prospettiva è quindi di forte instabilità, anche a livello internazionale.

L’ultimo atto di questo breve riepilogo è costituito dalle elezioni amministrative del maggio 2013. Come tutti sappiamo queste elezioni, alquanto stranamente, hanno attribuito una schiacciante vittoria alla sinistra che, tra primo e secondo turno, ha fatto cappotto al PDL vincendo per 16 a 0 nelle città capoluogo di provincia. Ora bisogna subito precisare che, nonostante la loro natura di elezioni locali a cui si attribuisce usualmente una minore rilevanza, queste elezioni costituiscono un episodio particolarmente illuminante per il semplice fatto che sono state assolutamente omogenee dal nord al sud, mostrando di esprimere più gli orientamenti generali del paese che degli interessi locali. Cosa è venuto fuori? La prima cosa è che non è affatto vero che il PD abbia vinto ma che invece ha perso una barca di voti e che, se è riuscito a piazzarsi davanti al PDL, è perché questo ha perso ancora di più. In una situazione in cui a livello nazionale il voto è crollato mediamente del 15%, risulta emblematica la situazione di Roma, con i suoi 2.359.263 aventi diritto al voto e una percentuale di votanti inferiore al 53%. Facendo riferimento alle percentuali assolute di voti sugli aventi diritto al voto e non alle percentuali relative ai votanti viene fuori uno scenario che è veramente raccapricciante per i partiti di governo. Infatti, rispetto alle precedenti amministrative del 2008, il PD scende dal 25,03% al 13,87%, ma riesce a vincere grazie al fatto che chi prima aveva vinto, il PDL con il 26,89%, adesso si ferma ad un misero 10,14%. Lo stesso discorso lo si può fare nelle altre città. La stessa Lega è stata ridotta a effimera rappresentanza di un passato ormai tramontato.

Ma la sorpresa è che anche chi, solo 4 mesi prima, aveva sorpreso per l’exploit mostrato alle politiche, il M5S di Grillo, adesso risulta completamente sconfessato dalle urne delle amministrative. Questo movimento, che abbiamo già caratterizzato come bluff populista, è condotto da un vertice che non ha nulla “di sinistra” e la cui parola d’ordine è “lo Stato può funzionare se a gestirlo saremo noi”, dimostrando così come questo movimento non metta minimamente in discussione l’ordine delle cose esistenti. Altra cosa è però l’illusione che si è fatta chi ha votato il M5S e che si aspettava che, dopo tanto urlare, con tutti i voti presi, qualcosa si potesse fare. Grillo non ha escluso l’occupazione del potere (in varie città sta al potere o collabora), ma probabilmente la vittoria alle politiche ha creato un contesto nuovo. E’ come se Grillo e Casaleggio avessero capito di essere arrivati un po’ troppo avanti rispetto alle aspettative e avessero avuto timore di andare oltre. Partecipare al governo potrebbe essere stato un passo troppo rischioso per loro perché, finché si è minoranza o si sta all’opposizione, si può dare la colpa agli altri, ma se si assumono responsabilità governative, si rischia di rimanere invischiati e di bruciare le posizioni guadagnate. Al tempo stesso i voti che hanno ricevuto sono tanti che questa loro riluttanza ad andare al governo li ha posti in contraddizione rispetto a chi li ha votati e che avrebbe voluto, dopo tante promesse, che adesso si mettesse a frutto il ricco pacchetto di parlamentari acquisito. Forse anche per questo in Sicilia, dopo che Grillo aveva dichiarato “Il modello siciliano? Meraviglioso”, il M5S ha rotto con l’appoggio esterno alla giunta siciliana PD-UDC di Crocetta. Su questa base si può ben capire come il M5S, che era riuscito a fare il pieno del voto di protesta dell’elettorato alle politiche diventando addirittura il primo partito a livello nazionale, sia caduto a percentuali anche 10 volte più basse alle amministrative.

Il peso della decomposizione sull’apparato politico

Come si vede la sequenza di avvenimenti, che è regolata da uno scontro continuo tra le varie formazioni politiche della borghesia, talvolta sembra essere dettata dall’assenza più assoluta di una logica. Se questo avviene è perché, nella misura in cui ci troviamo di fronte ad una crisi economica che non ha alcuna via d’uscita, che questa società non offre alcuna prospettiva, le stesse forze politiche borghesi in campo non sono più capaci di dare una visione di marcia credibile e dunque di avere un controllo serio sull’elettorato. E’ quello che abbiamo definito come la fase di decomposizione del capitalismo[1]. In più la situazione italiana è stata particolarmente marcata dall’affare Tangentopoli dei primissimi anni ’90 che, sotto le mentite spoglie di un’operazione della magistratura, è stata in realtà l’espressione dello scontro a morte tra due diverse frazioni della borghesia, l’una per mantenere il controllo degli USA sulla politica dell’Italia, l’altra per liberarsene. Questo scontro ha condotto, come è noto, a cancellare letteralmente il vecchio quadro politico governativo incentrato sulla DC spingendo nuove formazioni politiche a entrare in gioco per riempire il vuoto rimasto. Ma i vari partiti che via via si sono costituiti hanno tutti mostrato una grande precarietà politica. In particolare tutti sono nati sotto il carisma di un capo, caduto il quale il partito è andato in sofferenza. Si veda ad esempio il rapporto tra PDL e Berlusconi, Lega Nord e Bossi, Italia dei Valori e Di Pietro fino al M5S e Grillo. Tra questi partiti, in mancanza di alternative percorribili, si sviluppa sempre più il populismo, di destra o di sinistra.

La sinistra, e in particolare il PD, costituisce invece l’ultimo frammento di quella classe politica che ha una tradizione politica e quello che si chiama “senso dello Stato”, che significa assunzione di responsabilità di fronte ai problemi dell’insieme della borghesia di quel paese. Ma questo non significa che non ci siano problemi anche per il PD e che la decomposizione non si avverta anche in questo partito. Solo che questa decomposizione si esprime in maniera diversa e si produce a partire da un contesto diverso. Il PD infatti si è caratterizzato fondamentalmente per una mancanza di iniziativa e questo perché esso viene fuori dalla confluenza dei due vecchi partiti che tradizionalmente si sono combattuti per quarant’anni dalla fine della guerra fino al crollo del muro di Berlino, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Per cui tutte le volte che, di fronte a delle difficoltà, emergono le due diverse anime del partito, come adesso in occasione di tutta la faccenda post-elettorale, il partito si spacca e si paralizza. In più, in quanto partito “di sinistra”, il PD ha qualche difficoltà a proporsi come gestore dell’emergenza e come massacratore della popolazione, visto che gli risulta sempre più difficile trovare in nome di che proporre ulteriori attacchi.

Può il M5S essere la risposta che la gente cerca?

Di fronte a questo sconquasso dell’apparato politico della borghesia è chiaro che la gente sta cercando freneticamente un’alternativa valida, che è stata intravista ad un certo momento nel movimento di Grillo, tanto che un terzo dei votanti alle politiche ha fatto affidamento sul M5S. Ma può essere il M5S la risposta che la gente cerca? Su questo, in aggiunta a quanto abbiamo già detto in passato[2], vogliamo sviluppare solo due punti ulteriori. Il primo riguarda la “democrazia interna” di questo cosiddetto movimento. Le espulsioni continue dal movimento, decretate direttamente dal líder máximo Beppe Grillo e motivate sulla base del fatto che non si è d’accordo con un “non statuto”, sono un’offesa alla dignità e all’intelligenza umana. Ammesso pure che Grillo e Casaleggio siano delle grandi teste (e non aggiungiamo altro!), può questo bastare per imporre a tutti i partecipanti al M5S di spegnere il proprio cervello e di sfilare come tanti soldatini di fronte ai generalissimi?

In secondo luogo vogliamo attirare l’attenzione dei lettori su quanto riportato sul blog di Grillo il 26 maggio scorso in cui l’ex comico, per giustificare il proprio fallimento alle amministrative, ne attribuisce la responsabilità a quell’“Italia di serie A” che, “guidata dall’interesse personale” sosterrebbe “tutti gli altri partiti” e che sarebbe “composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni, dai pensionati, 19 milioni”, un’Italia interessata “allo status quo” e pronta a sventolare la “bandiera del ‘teniamo famiglia’”, che avrebbe scelto per “se stessa e poi per il paese”, a differenza di un’altra Italia, stavolta di serie B, che avrebbe deciso per il bene del paese e avrebbe votato “rischiando” per il Movimento, un’Italia composta da “lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e medie imprese, studenti”, un’Italia di “sfrattati, imprenditori falliti, disoccupati che si danno fuoco, si buttano dalla finestra o si impiccano.”

Ma non esistono le due Italie così dipinte perché è solo grazie all’aiuto di genitori con uno stipendio da statale o una pensione che i figli studenti, disoccupati o precari possono tirare a campare. E’ solo attraverso una salda solidarietà tra generazioni che la popolazione italiana e mondiale sta riuscendo a reggere l’impatto della crisi. Inoltre evidentemente Grillo non capisce cosa significa per una famiglia tirare a campare con una miserabile pensione a volte anche di sole 400-500 euro al mese o con uno stipendio da statale di poco più di 1000 euro. Se esistono ancora “posti fissi” nelle strutture pubbliche, diventa questo elemento di vergogna e di biasimo per chi si è sottoposto allo sfruttamento capitalista per tutta una vita?

In sostanza questo tentativo di dividere i lavoratori tra lavativi (col posto fisso e pensionati) e non (cassintegrati, precari e disoccupati) è esattamente quello che hanno sempre fatto tutte le forze della borghesia: mettere gli uni contro gli altri settori della stessa classe, che hanno gli stessi interessi, e che si scambiano continuamente di ruolo per cui un operaio oggi al lavoro domani potrà essere cassintegrato, precario e finanche disoccupato, e viceversa. Questa opera di divisione e il mescolare gli uni e gli altri con settori della classe dominante, i politici da una parte, gli imprenditori dall’altra, sono l’esatto contrario di quello che serve ai proletari: il concepirsi come una classe, un corpo unico che comprende la stragrande maggioranza della gente, la cui forza coesa può, lei si, cambiare le cose.

Ezechiele                                16/06/2013