Dibattito su marxismo e scienza (prima parte)

Un po’ di tempo fa il compagno Gracchus, polemizzando con un articolo pubblicato a proposito della scoperta, in seguito smentita, che i neutrini viaggerebbero più veloci della luce1 inviò un contributo su Il Marxismo e il metodo scientifico2, pubblicato sul nostro sito in spagnolo, aggiornato in seguito con una Versione finale3 nella rubrica commenti del sito.

Allora salutammo il contributo del compagno rispondendo puntualmente a una delle sue affermazioni relativa alle minoranze rivoluzionarie. La successiva riflessione e discussione su Marxismo e metodo scientifico ci spinge oggi ad approfondire il punto centrale della sua esposizione, senza intaccare il giudizio già espresso sul contributo del compagno. Al contrario, questi suoi contributi animano la discussione e la chiarificazione su questo tema che non è per niente scontato.

Nella sua Versión final, Gracchus espone il centro della sua riflessione in questa maniera:

“Già Marx sottolineava il carattere storico e dialettico delle conoscenze scientifiche, a differenza del materialismo volgare tipo quello di Diderot o Laplace, che la borghesia trionfante del 19° secolo dava per scontato e specchio di un presunto ‘dominio della natura’. Questa scienza nascente così sicura di se stessa e delle sue applicazioni tecniche, che si imponevano a ritmo di macchina a vapore (e in seguito del generatore elettrico), si crede atemporale e oggettiva. Questa critica marxista non restò inascoltata e di fatto influenzò filosofi e scienziati rivoluzionari come Dietzgen o Pannekoek. Nonostante la stessa borghesia della fine del secolo 19° fosse cosciente dei limiti della propria scienza, essa era più preoccupata dal supposto pericolo per il suo potere insito in una scienza che avanzasse al ritmo di quella naturale. Da qui il “malessere nella scienza” di cui parlava Pannekoek nel suo “Lenin filosofo”, che provocò una serie di controversie su concetti di base tra la stessa scienza e la filosofia borghese di cui, malgrado la sua tendenza a ricadere nell’idealismo e nel soggettivismo, non possiamo sottovalutare la lucidità e il livello di autocoscienza (vedi le posizioni di Mach, Avenarius o Poincaré).

Quello che vogliamo sviluppare in questo articolo è che, ci piaccia o meno ammetterlo, la scienza naturale borghese in gran misura seppe affrontare le difficoltà in cui si trovò implicata, ed anche  superarle, con l’applicazione a tutti i terreni del nuovo paradigma einsteiniano-quantistico con tutte le sue applicazioni pratiche: sviluppo del transistor, microscopia elettronica, effetto tunnel, ecc. In più, per quanto riguarda le Scienze naturali e le loro applicazioni, non possiamo mancare di costatare il loro sviluppo esponenziale durante il 20° secolo”.

Cercando di seguire il ragionamento di Grachus, possiamo dire che il centro della sua tesi consiste nel segnalare che la scienza nel 20° secolo ha superato il blocco, o “malessere” che aveva subito alla fine del 19° (e che Pannekoek aveva caratterizzato come tendenza all’idealismo; Grachus, pur senza negare quanto detto prima, sembra riferirsi principalmente ad un paradigma equivocato, in cui si stabilisce un domino della natura, e, in definitiva, una pretesa di essere in possesso di una spiegazione definitiva di una realtà acquisita e immutabile per sempre). La scienza del 20° secolo sarebbe tornata con i suoi paradigmi ai principi materialisti che già Marx aveva riconosciuto.

Secondo lui, la teoria rivoluzionaria dovrebbe integrare i suoi risultati e superarli, invece di negarli, come fece lo stalinismo, in nome del marxismo e del determinismo.

In questo ragionamento si sovrappongono due problemi che non sono uguali e questo alla fine fa confusione. Le due questioni che dobbiamo discutere sono:

- Qual è il problema a cui era confrontata la scienza alla fine del 19° secolo? E questo problema è stato superato nel 20° secolo?

- Quale deve essere l’atteggiamento della rivoluzione rispetto alla scienza?

Qual è il problema a cui era confrontata la scienza alla fine del 19° secolo? E questo problema è stato superato nel 20° secolo?

A grandi linee, e solo per accennare una risposta, sembra che Grachus vede solo una parte del problema. Egli vede che l’ostacolo centrale della scienza del 19° secolo stava nell’aver preso per realtà quello che era solo un paradigma per capire la realtà. Così la fisica Newtoniana e la teoria atomica classica vengono prese come la spiegazione definitiva della materia, o ancor più, per la materia stessa. Il successivo sviluppo della relatività e della fisica quantistica mise in evidenza che il paradigma precedente era arrivato ai suoi limiti e permise, come dice Grachus, un gran progresso della scienza.

Il libro di Pannekoek, Lenin filosofo, come dice il suo nome è in realtà una critica alle incursioni filosofiche di questo nel libro Materialismo ed empiriocriticismo. Lenin scrisse questo libro nel 1908, in polemica con la tendenza di Bogdanov e Lunacharsky, che si richiamavano alle posizioni dell’empiriocriticismo (Mach e Avenarius), che Lenin caratterizzava come una deviazione verso l’idealismo. Il problema è, però, che Lenin stesso finisce con lo sviluppare una posizione schematica, materialista volgare4. Come disse Korsch in Marxismo e filosofia, Lenin difende il marxismo contro l’idealismo, mentre gli attacchi non venivano da qui, ma da una tendenza materialista volgare:

“Se si tiene presente questa posizione assunta da Lenin nei confronti della filosofia o di ogni ideologia in generale, il giudizio che deve essere portato sulla sua particolare “filosofia materialista” dipende innanzitutto da una prima questione che, in conformità con il principio adottato da Lenin stesso, è una questione storica: nell’epoca contemporanea esiste effettivamente quella trasformazione della situazione ideologica complessiva sostenuta da Lenin, per cui il materialismo dialettico non dovrebbe più opporre la dialettica al materialismo volgare, predialettico e oggi in parte coscientemente adialettico e antidialettico delle scienze borghesi, ma dovrebbe invece contrapporre il materialismo alle crescenti tendenze idealistiche della filosofia borghese? Secondo la mia opinione, che ho già avuto occasione di esporre altrove, ciò non corrisponde in alcun caso alla realtà. Nonostante che taluni fenomeni di superficie dell’attuale attività filosofica e scientifica della borghesia paiano contraddire tale tendenza, e nonostante che indubbiamente esistano certune correnti realmente diverse e contrarie, anche oggi, come sessanta o settant’anni fa, si deve considerare tendenza fondamentale della filosofia borghese non quella che si ispira a una concezione idealistica, ma piuttosto quella che si ispira a una concezione materialistica influenzata dalle scienze naturali”. (K. Korsch, Marxismo e Filosofía, Sugar editore).

Il libro di Pannekoek ha il merito di mostrare come il materialismo volgare stava sviluppando una posizione idealista, dal punto di vista epistemologico, dal momento che la crisi del paradigma newtoniano per spiegare la realtà stava portando all’idea che la realtà è inspiegabile. La vera questione non è quindi materialismo contro idealismo, ma materialismo volgare contro materialismo dialettico.

"Il materialismo non poteva regnare all’interno dell’ideologia borghese se non per un tempo molto breve. Finchè la borghesia poteva credere che la sua società, quella della proprietà privata, della libertà individuale e della libera concorrenza, avrebbe potuto risolvere i problemi vitali di tutta l’umanità grazie allo sviluppo della produzione, della scienza e della tecnica, poteva anche credere che la scienza avrebbe permesso di risolvere i suoi problemi teorici senza che fosse necessario ricorrere a forze spirituali soprannaturali. Ma dal momento che la lotta del proletariato, con il suo sviluppo, mise in evidenza che il capitalismo non era in condizione di risolvere i problemi vitali delle masse, anche la filosofia materialista sicura di sé entrò in crisi. L’universo fu nuovamente rappresentato come pieno di contraddizioni insolubili e di incertezze, popolato da potenze funeste che minacciavano la civilizzazione. Perciò la borghesia si diede ad ogni sorta di credenza religiosa e gli intellettuali e filosofi borghesi furono preda dell’influenza di tendenze mistiche. Ben presto furono messe in evidenza le debolezze e le insufficienze della filosofia materialista e presero spazio grandi discorsi sui ‘limiti della scienza’ e sugli ‘enigmi’ insolubili dell’universo”.

Pannekoek mostra che la via che porta dal materialismo all’idealismo nello sviluppo della scienza borghese si spiega con la sua pretesa di considerare la materia, la vita reale, come qualcosa di fisso, completamente sviluppato, la cui spiegazione si trova nelle leggi e nei calcoli sempre più complessi degli scienziati; allo stesso tempo fa vedere come questa visione sia il prodotto della sua visione limitata della realtà, che separa ed oppone materia e spirito, essere e pensiero, concreto ed astratto, soggetto ed oggetto.

Il marxismo non si presenta come una conoscenza finita della realtà circostante, ma vede l’apparizione degli uomini come il prodotto di uno sviluppo prima della natura e poi sociale. Considera che a partire dalla scoperta che gli esseri umani sono un prodotto e un fattore attivo delle trasformazioni storiche e sociali, la realtà deve essere vista come un processo contraddittorio in cui interagiscono diversi elementi che si riassumono nella natura e nel fattore umano e che sono in continuo cambiamento. Ogni momento costruisce le sue ipotesi, le sue controversie, le sue scoperte, in dipendenza del passato, del presente e della prospettiva, e non può essere spiegato se lo si astrae dall’unità dell’insieme o mettendo i vari elementi in opposizione; in questa maniera si costruisce una visione del mondo che, senza eliminare gli imprevisti, il caso, ecc., (non è una teleologia), non dà luogo a una concezione mistica, all’idea che al di là dell’esperienza dei nostri sensi e dei nostri tentativi di spiegazione esisterebbe la “cosa in sé”.

Fin dai primi lavori di Marx nel decennio del 1840, c’è una sensibilità verso questo problema, che viene apertamente affrontato già nei Manoscritti economici e filosofici:

“Le scienze naturali hanno sviluppato un’enorme attività e si sono appropriate di un materiale sempre in aumento. La filosofia è rimasta frattanto estranea a loro, tanto quanto le scienze naturali sono rimaste estranee alla filosofia. La loro momentanea unione è tata soltanto un’illusione fantastica. C’era la volontà, ma mancava la capacità. La storiografia stessa tiene conto della scienza naturale solo di sfuggita, come momento della illuminazione e dell’utilità di alcune singole grandi scoperte. Ma la scienza naturale si è intromessa tanto più praticamente nella vita dell’uomo mediante l’industria, e l’ha trasformata, e ha preparato l’emancipazione dell’uomo, pur avendo dovuto immediatamente condurre a compimento la sua disumanizzazione. L’industria è il rapporto storico reale della natura e quindi anche della scienza naturale con l’uomo; perciò se essa viene intesa come la rivelazione esoterica delle forze essenziali dell’uomo, viene pure compresa l’essenza umana della natura o l’essenza naturale dell’uomo; di conseguenza le scienze naturali perdono la loro direzione astrattamente materiale o meglio idealistica, e diventano la base della scienza umana, come già oggi sono diventate, per quanto in forma estraniata, la base della vita umana reale; onde il dire che una è la base della vita e un’altra è quella della scienza è sin da principio una menzogna. La natura che diviene nella storia dell’uomo, nell’atto di nascita della società umana, è la natura reale dell’uomo, onde la natura, quale diviene attraverso l’industria, se pure in forma estraniata, è la vera natura antropologica.

La sensibilità (vedi Feuerbach) deve costituire la base di ogni scienza. Questa è scienza reale solo se procede dalla sensibilità, nella sua duplice forma, tanto della coscienza sensibile quanto del bisogno sensibile: dunque soltanto se procede dalla natura. Tutta la storia è la storia della preparazione a che l’“uomo” diventi oggetto della coscienza sensibile, e il bisogno dell’“uomo in quanto uomo”diventi bisogno. La storia stessa è una parte reale della storia naturale, della natura che diventa uomo. La scienza naturale sussumerà in un secondo tempo sotto di sé la scienza dell’uomo, allo stesso modo che la scienza dell’uomo sussumerà la scienza della natura; allora ci sarà una sola scienza.» (Karl Marx, Manoscritti economici e filosofici del 1844, Einaudi 1978, 3° Manoscritto, parte Proprietà privata e comunismo).

La scienza del 20° secolo non ha superato i problemi della scienza del 19° secolo, perché malgrado possa essere più dinamica e puntualmente anche critica intravedendo certi aspetti della globalità, non può mettere in questione il sistema di produzione. I differenti rami della scienza, inclusi i settori che possiamo considerare onesti delle scienze sociali, hanno portato e porteranno apporti preziosi per la prospettiva rivoluzionaria, ma non possono adottare il punto di vista della teoria rivoluzionaria. Di fatto, malgrado che, in particolare a partire dagli anni ’90 (per quanto le premesse di questa tendenza risalgono agli anni ’70), si sviluppi una tendenza all’indagine multidisciplinare, che cerca di unire in una visione integrale la ricerca sul terreno delle scienze naturali e delle scienze sociali, essa incontra enormi difficoltà a sviluppare una visione dialettica5.

(Continua)

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La seconda parte dell’articolo dà ulteriori elementi a sostegno di questa conclusione e svilupa l’altro aspetto, quello dell’atteggiamento della rivoluzione rispetto alla scienza.

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1. “Confirmada la existencia de neutrinos:¿ha logrado el progreso científico ‘ir más rápido que su sombra’?” (Confermata l’esistenza dei neutrini: il progresso scientifico è riuscito ad ‘andare più veloce della propria ombra’?”), in http://es.internationalism.org/ap/2000s/2010s/2012/222_neutrinos.

2. Contribución sobre El ‘Marxismo’ y el método científico” (“Contributo su Il Marxismo e il metodo scientifico”), in http://es.internationalism.org/node/3280.

3. http://es.internationalism.org/ap/2000s/2010s/2012/222_neutrinos#comment-1735.

4. Se in questo punto la posizione di Pannekoek è inconfutabile, non si può dire la stessa cosa con la conclusione politica che lui pretende di tirarne e che riguarda la natura di classe della rivoluzione russa e del partito bolscevico. Pannekoek pretende di trovare negli errori che Lenin commette in questo libro la spiegazione della degenerazione della rivoluzione russa e l’origine dello stalinismo…! Questo significa stravolgere le cose! Come mostrò la Sinistra Comunista di Francia, Internationalisme, nella sua critica a Lenin filosofo, alla base della prospettiva rivoluzionaria nel 1917 in Russia non ci sono gli errori di filosofia di Lenin nel 1908, ma i migliori apporti del Movimento operaio e del marxismo internazionale.

5. Solo una minoranza di ricercatori onesti ed impegnati nella lotta allo sfruttamento cercano di integrare i loro studi e le loro teorie in una prospettiva rivoluzionaria, il che li porta di fatto a rifarsi alla teoria marxista.