Medio Oriente: l’obsolescenza storica dello Stato-nazione

Pubblichiamo la traduzione di un contributo di un simpatizzante della CCI sulla situazione in Medio Oriente. La versione originale è disponibile sul nostro sito in inglese.

Il militarismo e la guerra, espressioni principali del modo di vita del capitalismo da circa un secolo, sono diventati i sinonimi della disintegrazione del sistema capitalista e della necessità di rovesciarlo. La guerra, in questo periodo, e per il futuro, è una questione cruciale per la classe operaia.

Nel periodo ascendente del capitalismo, le guerre potevano essere ancora un fattore di progresso storico, portavano alla creazione di unità nazionali vitali e servivano ad estendere il modo di produzione capitalista a scala mondiale: dalla formazione dell'esercito dei cittadini, dalla Rivoluzione francese al Risorgimento italiano, dalla guerra di indipendenza americana alla Guerra Civile, la rivoluzione borghese ha preso la forma di lotte di liberazione nazionale contro i regni reazionari e le classi abbandonate dal feudalesimo (…) Queste lotte avevano per principale scopo di distruggere le sovrastrutture politiche antiquate del feudalesimo, di spazzare via il campanilismo e l'autosufficienza che impedivano la marcia verso l'unificazione del capitalismo. (Opuscolo della CCI: Nazione o Classe). Come Marx ha scritto nel suo opuscolo a proposito della Comune di Parigi, La Guerra Civile in Francia: “Il più grande sforzo di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale”

Al contrario, la guerra di oggi e di questi ultimi cento anni non può giocare che un ruolo reazionario ed attualmente minaccia la stessa esistenza dell'umanità. La guerra diventa un modo di esistenza permanente per tutti gli Stati-nazione, grandi o piccoli che siano. Anche se ogni Stato non dispone degli stessi mezzi per perseguire la guerra, tutti sono sottomessi alla stessa dinamica imperialistica. Il vicolo cieco del sistema economico obbliga le nazioni, vecchie o giovani, ad adottare una politica di capitalismo di Stato, se non vogliono correre il rischio di sparire; e questa politica è messa in opera dai partiti borghesi, dall'estrema destra all'estrema sinistra. Il capitalismo di Stato costituisce una difesa raffinata dello Stato-nazione ed un attacco permanente contro la classe operaia. 

Nel periodo ascendente del capitalismo, la guerra tendeva a pagarsi da sola, sia economicamente che politicamente, rompendo le barriere allo sviluppo capitalista. Nella fase di decadenza, la guerra è una pericolosa assurdità, è diventata sempre più separata da ogni giustificazione economica. Basta guardare questi venticinque ultimi anni di pretesa «guerra per il petrolio» in Medio Oriente per accorgersi che occorrerebbero dei secoli affinché essa sia redditizia, e, comunque, a condizione che essa cessi da subito.

La nazione è un simbolo della decadenza del capitalismo

Dedicare una grande parte delle risorse nazionali alla guerra ed al militarismo adesso è normale per ogni Stato, ed è quello che è successo dall'inizio del XX secolo; oggi il fenomeno si è solo intensificato. Esso è legato direttamente all'evoluzione storica del capitalismo: La politica imperialistica non è opera di uno o più Stati, è il prodotto di un determinato grado di maturità dello sviluppo mondiale del capitale, un fenomeno naturalmente internazionale, una totalità indivisibile che si può comprendere solamente nei suoi rapporti reciproci ed al quale nessuno Stato può singolarmente sottrarsi” [1]. La posizione che si adotta sulla guerra imperialistica determina da che lato della barriera di classe si trova; o si difende il dominio del capitale attraverso la difesa della nazione e del nazionalismo (compatibili sia con il trotskysmo che con l'anarchismo), o si difende la classe operaia e l'internazionalismo contro ogni forma di nazionalismo. Le "soluzioni" nazionali, le identità nazionali, la liberazione nazionale, i "conflitti" nazionali, la difesa nazionale: tutto ciò serve solamente gli interessi imperialistici, dunque capitalisti. Questi sono diametralmente opposti agli interessi della classe operaia: la guerra di classe dovrà farla finita con l'imperialismo, le sue frontiere ed i suoi Stati-nazione.

Nel 1900, c'erano quaranta nazioni indipendenti; all'inizio degli anni 1980, ce ne erano quasi 170. Oggi, ce ne sono 195. L'ultimo Stato, il Sudan del Sud, riconosciuto e sostenuto dalla "comunità internazionale", è sprofondato subito nella guerra, la carestia, la malattia, la corruzione, la legge dei signori di guerra, il gangsterismo: un'altra espressione concreta della decomposizione del capitalismo e dell'obsolescenza dello Stato-nazione. I nuovi Stati-nazione del XX e XXI secolo non sono l'espressione di una crescita di gioventù, perché essi sono nati senili e sterili, impigliati subito nelle reti dell'imperialismo, con i loro mezzi di repressione interna, ministero dell'interno, servizi segreti ed esercito nazionale, e di militarismo esterno con patti, protocolli di accordi di difesa reciproca, l'insediamento di consiglieri e di basi militari per le potenze maggiori.

" La fraseologia nazionalista è certo sopravvissuta. Ma il suo contenuto reale, la sua funzione si è convertita nel proprio contrario; essa funge ancora soltanto da indispensabile foglia di fico per le aspirazioni imperialistiche e da slogan di rivalità imperialistiche; essa è l'unica e ultima arma ideologica, con la quale le masse popolari potranno essere arruolate come carne da cannone nelle guerre imperialistiche"[2]. Da quando Rosa Luxemburg ha scritto queste righe, non ci sono state più rivoluzioni borghesi nei paesi sottosviluppati, ma solamente lotte di cricche tra gang borghesi rivali con i loro appoggi imperialistici locali e mondiali. Lo Stato militarista e la guerra diventano il modo di sopravvivenza per l'insieme del sistema come per ogni nazione; ogni proto-stato, ogni espressione nazionalista, ogni identità etnica o religiosa diventa espressione diretta dell'imperialismo.

Guardiamo più da vicino il ruolo reazionario dello Stato-nazione attraverso un breve excursus della situazione nell’ultimo secolo nell'importante regione del mondo che costituisce il Medio Oriente.

La guerra in Medio Oriente: dalla Prima Guerra mondiale alla Guerra del Golfo 

La nazione capitalista è stata preservata, e moltiplicata anche per quattro, durante gli ultimi cent’anni. Ma il suo programma democratico borghese e la sua tendenza unificatrice sono morti e sepolti; i suoi "popoli" possono essere oramai solo sottoposti alla repressione o mobilitati per difendere gli interessi imperialistici come carne da cannone. "Per completare il quadro, le nuove nazioni nascono con un peccato originario: sono dei territori incoerenti, formati da un aggregato caotico di differenti religioni, economie, culture. Le loro frontiere sono come minimo artificiali ed includono certe minoranze che appartengono a paesi limitrofi; tutto ciò può condurre solo alla disgregazione ed a scontri permanenti" [3].

Ciò è illustrato dalla moltitudine di nazionalismi, di etnie e di religioni che coabitano in Medio Oriente. Le tre religioni principali si sono moltiplicate qui in una miriade di sette, con conflitti interni ed esterni permanenti: gli Sciiti, Sunniti, Maroniti, Cristiani ortodossi e copti, gli Alauiti, ecc. Ci sono importanti minoranze linguistiche e sempre più popoli senza terra: i curdi, gli armeni, i palestinesi ed adesso i siriani. 

La Prima Guerra mondiale ha visto il crollo dell'impero ottomano e dei suoi tesori, così come il crollo della posizione strategica del Medio Oriente (tra l’est e l'ovest, l'Europa e l’Africa, il canale di Suez, lo stretto dei Dardanelli) che suscitava la cupidigia delle grandi potenze. Anche prima che il petrolio fosse scoperto in questa regione, e molto prima che si rendesse conto dell'ampiezza delle riserve di petrolio, la Gran Bretagna aveva mobilitato truppe (1,5 milione di uomini) nella regione. Avendo resistito alla minaccia rappresentata dalla Germania e la Russia, e malgrado le rivalità esistenti tra la Gran Bretagna e le Francia, queste due potenze hanno formato a loro immagine i paesi di questa regione: la Siria, l'Iraq, il Libano, la Cisgiordania, l'Iran, l'Arabia Saudita, il "protettorato" palestinese, le frontiere di questi paesi sono state disegnate dalla due potenze imperialiste vittoriose, ciascuna sorvegliante al tempo stesso i suoi partner ed i vecchi rivali con la coda dell'occhio. Queste assurde "nazioni" sono diventate concime fertile per ulteriore instabilità e conflitti, non solamente a causa delle rivalità tra le grandi potenze ma anche a causa di lotte regionali tra loro stesse. Ciò ha dato spesso adito a spostamenti massicci di popolazioni, giustificati dalla necessità di formare entità nazionali distinte: in una parola, hanno fertilizzato il suolo con i pogrom, l'espulsione, la violenza tra le religioni e le sette che oggi siamo obbligati a sopportare; inoltre, questa violenza si estende e diventa sempre più pericolosa: Sunniti contro Sciiti, ebrei contro musulmani, Cristiani contro musulmani e sette ancora più vecchie, finora lasciate tranquille, che adesso sono trascinate nella burrasca imperialista. La regione è diventata una fusione violenta di regimi totalitari, di conflitti religiosi, di terrorismo e della legge dei signori di guerra, una prova supplementare che non c'è soluzione alla barbarie capitalista, a parte la rivoluzione comunista. Con la Dichiarazione Balfour, nel novembre 1917, l'Inghilterra aveva promesso un sostegno all'installazione di una patria ebraica in Palestina; intendeva utilizzarla come alleata locale contro i suoi grandi rivali. È nella cornice militarista di lotte sanguinose con i dirigenti arabi che è nato lo Stato sionista.[4] Gli Stati Uniti, principale beneficiario della Prima Guerra mondiale, cominciarono a soppiantare la Gran Bretagna come primo gendarme del mondo e questo divenne un'evidenza in Medio Oriente.

La controrivoluzione stalinista degli anni 1920-30, aiutata ed incoraggiata dalle potenze occidentali, ha implicato l'aumento delle macchinazioni imperialistiche in Medio Oriente, fino a e durante la Seconda Guerra mondiale. In questo periodo, i turchi, le fazioni arabe ed i sionisti oscillavano tra la Gran Bretagna e la Germania; la maggioranza scelse la Germania. Questa regione era importante per le due grandi potenze[5], ma è stata risparmiata relativamente dalle distruzioni, per il fatto che i campi di battaglia principali si trovavano in Europa e nel Pacifico. Nell'insieme, e la fine della guerra doveva confermarlo, la Gran Bretagna e la Francia hanno condotto una guerra persa in partenza in Medio Oriente ed altrove, perché la gerarchia imperialistica è stata messa a soqquadro dalla superpotenza americana. E ciò è stato ulteriormente rafforzato dalla creazione di uno Stato sionista che è stato molto sostenuto dagli Stati Uniti (in principio anche dalla Russia), a detrimento degli interessi nazionali britannici. La creazione dello Stato-nazione d'Israele ha determinato una nuova zona di conflitti la cui nascita ha implicato la creazione di un enorme e permanente problema di profughi che, ingrossandosi, ha rafforzato uno stato d'assedio militare permanente. L'esistenza d'Israele è probabilmente uno degli esempi più sorprendenti del modo con cui un paese formato nella decadenza capitalista è inquadrato dalla guerra, sopravvive per la guerra e vive nella paura costante della guerra.

Un altro capitolo dell'imperialismo è stato aperto quando il Medio Oriente è diventato una posta in gioco della Guerra Fredda tra il blocco americano e quello russo, che si sono consolidati dopo la Seconda Guerra mondiale e hanno effettuato parecchi interventi attraverso l'impegno di potenze militari loro alleate. Così, all'epoca delle guerre arabo-Israele del 1967 e 1973, i due blocchi in un certo modo si affrontavano per procura; le vittorie schiaccianti d'Israele hanno ridotto considerevolmente la capacità dell'URSS a mantenere i punti d’appoggio che essa aveva stabilito nella regione, in particolare in Egitto. Nello stesso tempo, già negli anni 1970 ed all'inizio degli anni 1980, si sono potuti vedere i germi di quei conflitti multipolari e caotici che avrebbero caratterizzato il periodo che è seguito al crollo dell'URSS e del suo blocco. Il capovolgimento dello Scià d'Iran nel 1979 ha determinato la formazione di un regime che ha teso a liberarsi dal controllo dei due blocchi. Il tentativo della Russia di rafforzarsi, approfittando del nuovo equilibrio di forze nella regione, il suo tentativo di occupazione dell'Afghanistan nel 1980, l'ha trascinata in una lunga ed usurante guerra che ha contribuito notevolmente al crollo del suo blocco. Allo stesso momento, favorendo lo sviluppo dei Mujahidin islamici (incluso il nucleo che diventerà Al Qaïda) per lottare contro l'occupazione russa, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna ed il Pakistan stavano fabbricando un mostro che presto avrebbe loro morso le mani. Durante questo tempo, l'imperialismo americano procedeva con il ritiro delle sue truppe dal Libano, non riuscendo a sottrarlo alle forze che agiscono come mandatari dell'Iran e della Siria. 

È durante questo periodo che si assiste all'inizio della perdita di potere degli Stati Uniti che è al tempo stesso un'espressione ed un contributo alla decomposizione ambientale di oggi. Dopo il crollo del blocco russo, si è verificata la disintegrazione delle alleanze intorno agli Stati Uniti e lo sviluppo centrifugo del ciascuno per sé delle differenti nazioni. Gli Stati Uniti hanno reagito energicamente a questa situazione, tentando di riunire i loro alleati con il lancio della Guerra del Golfo del 1990-91 che è finita con la morte di circa mezzo milione di iracheni (mentre Saddam Hussein restava al suo posto). Ma la realtà di questa tendenza era troppo forte ed il dominio americano era già irrimediabilmente compromesso. Dopo l’11 settembre 2001, i neo-conservatori evangelici che agiscono per conto dell'imperialismo americano hanno impegnato nuove guerre in Afghanistan ed in Iraq, facendole apparire come una crociata contro l'islam, attizzando in tal modo le fiamme del fondamentalismo islamico.

Oggi, assistiamo ad uno scivolamento più profondo nella barbarie capitalista

Nel film del 1979 realizzato da Francis Ford Coppola, Apocalipse now, un colonnello rinnegato americano chiede al sicario ingaggiato dalla CIA cosa pensa dei suoi metodi; l'assassino risponde: “non vedo alcun metodo”. Non c'è metodo nelle guerre di oggi nel Medio Oriente, al di fuori di un grande precetto: “fate ciò che volete”. Non c'è nessuna giustificazione economica (miliardi di dollari sono appena andati in fumo per le guerre d’Iraq e dell'Afghanistan), ma solo una discesa permanente nella barbarie. Per quanto finto possa essere, il personaggio del colonnello Kurtz nel film è il simbolo dell'esportazione della guerra del “cuore delle tenebre”, che in realtà si trova nei centri principali del capitale piuttosto che nei deserti del Medio Oriente o le giungle del Vietnam e del Congo. 

In Siria oggi, ci sono un centinaio di gruppi che combattono il regime e si battono tra loro, tutti teleguidati più o meno dalle potenze locali o da altre più importanti. La “nuova nazione”, il preteso califfato dello Stato islamico, col suo imperialismo, la sua carne da cannone, la sua brutalità e la sua irrazionalità, è al tempo stesso a pieno titolo un'espressione della decadenza del capitalismo ed il riflesso di tutte le grandi potenze che, in un modo o in un altro, l'hanno creato. Lo Stato islamico attualmente è in espansione ovunque nel mondo, guadagnando nuove filiali in Africa, impossessandosi di Boko Haram in Nigeria. Lo Stato islamico è anche in concorrenza con i Talibani in Afghanistan, che attualmente sono in pericolo nella regione dell’Helmand, che per molto tempo è stata anche una base dell'esercito britannico. Ma se lo Stato islamico fosse domani eliminato, sarebbe sostituito immediatamente da altre entità jihadiste, come Jahbat al-Nusra, una filiale di Al Qaïda. La “guerra contro il terrorismo” capitolo 2, come per il capitolo 1, farà solo aumentare il terrorismo esistente in Medio Oriente con la sua esportazione nel cuore del capitalismo.

Una delle caratteristiche del numero crescente di guerre in Medio Oriente è il riemergere della Russia sul piano militare, con la copertura ideologica dei "valori" della vecchia nazione russa. Durante la Guerra Fredda, la Russia è stata cacciata dall'Egitto e dal Medio Oriente in generale, perché la sua potenza era declinata. Adesso, la Russia è riapparsa, non sotto forma di capo blocco come prima (ha solamente alcune ex-repubbliche anemiche come alleate), ma come una forza allestita nella decomposizione che deve sostenere l'imperialismo per la sua "identità" nazionale. La debolezza della Russia è evidente nei suoi tentativi disperati per installare delle basi in Siria, le più importanti all'esterno del suo territorio. Un altro fattore che avrà un'incidenza importante, anche per lei, è l'attuale avvicinamento tra gli Stati Uniti e l’Iran, legati dall'accordo sul nucleare del 2015. Questo accordo esprime anche una debolezza fondamentale dell'imperialismo americano ed è la sorgente di tensioni importanti tra gli Stati Uniti ed i loro principali alleati regionali, Israele ed Arabia Saudita.

Da qualunque lato lo si guardi, il disordine imperialista in Medio Oriente diventa sempre più impossibile da controllare.  In questa situazione pesa anche il posizionamento della Turchia, che non ha esitato a versare olio sul fuoco della guerra. La sua guerra contro i curdi non avrà fine ed attraverso il suo agire, monta gli uni contro gli altri, gli Stati Uniti, la Russia e l'Europa. Le sue relazioni con la Russia si sono raffreddate in particolare dopo la distruzione di un aereo da caccia russo, mentre ha utilizzato il grossolano pretesto di attaccare lo Stato islamico per colpire basi curde. C'è la partecipazione dell'Arabia Saudita che, sebbene falsamente alleata degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, è stata un importante finanziatore di differenti bande islamiche nella regione, grazie all'esportazione non solo della sua ideologia ortodossa ed ultraconservatrice wahabita ma anche di armi e denaro.

Appena gli Stati-nazione sono sprofondati nella decadenza, l'Arabia Saudita è apparsa come una delle peggiori farse storiche. Minata dalla caduta dei prezzi del barile di oro nero, che è stata incoraggiata dall'Iran (il che designa il petrolio non come un fattore di aggiustamento economico ma come un'arma imperialista) e temendo che la teocrazia iraniana rivale ridivenga il gendarme della regione dopo i suoi recenti accordi con gli Stati Uniti, il regime saudita ha portato un colpo contro l'Iran con l'esecuzione del celebre imam sciita Sheikh Nimr al-Nimr, e con altre decapitazioni che sono state appena menzionate dai media occidentali. Questa provocazione pianificata contro l'Iran mostra una certa disperazione ed una debolezza del regime saudita, così come un pericolo che la situazione scivoli e diventi fuori controllo. Le recenti azioni del regime saudita rivelano nuove tendenze centrifughe di ogni nazione al ciascuno per sé e la difficoltà delle grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti, a contenerle. Una cosa è certa per quanto riguarda l'attuale rivalità Iran/Irak, e cioè la prospettiva dell'aggravamento della guerra, dei pogrom e del militarismo attraverso la regione, con le molteplici tensioni e la precarietà delle alleanze provvisorie che guadagnano campo. Alcuni scontri sono stati segnalati più lontano in Egitto (che l'Arabia Saudita ha finanziato nella sua lotta contro i Fratelli musulmani) e tutto ciò non potrà che aggravarsi.

Lo Stato-nazione del Libano è stato già lacerato negli anni 1980; adesso le tensioni vanno ad aumentare e le conseguenze della rottura di questo fragile Stato sarebbero disastrose, almeno per Israele la cui guerra larvata con le fazioni palestinesi e gli Hezbollah continua.

Infine, bisogna menzionare il ruolo crescente della Cina, anche se i suoi principali punti di rivalità imperialiste (con gli Stati Uniti, il Giappone ed altri) ricadono sull'Estremo Oriente. Emersa come alleata subalterna della Russia alla fine degli anni 1940 e 1950, la Cina ha cominciato ad avere un percorso indipendente negli anni 1960 (la “rottura cino-sovietica”), che ha condotto velocemente ad una nuova intesa con gli Stati Uniti. Ma, dagli anni 1990, la Cina è diventata la seconda potenza economica mondiale e ciò ha allargato seriamente le sue ambizioni imperialistiche, lo si vede nei suoi sforzi per penetrare in Africa. Per il momento, ha operato ai lati dell'imperialismo russo nel Medio Oriente, bloccando i tentativi americani di disciplinare la Siria e l'Iran, ma il suo potenziale per seminare il panico nell'equilibrio mondiale delle potenze, accelerando così la caduta nel caos, resta in larga misura non sfruttato. Ciò ci dà un’ulteriore prova che il decollo economico di una vecchia colonia come la Cina oramai non è più un fattore di progresso umano, ma porta con lui nuove minacce di distruzioni, sia militari che ecologiche.

Abbiamo cominciato con lo studiare la natura reazionaria dello Stato-nazione, una volta espressione del progresso e che adesso è diventato non solo un ostacolo all'avanzata dell'umanità ma anche una minaccia per la sua stessa esistenza. Lo scoppio virtuale delle nazioni siriane ed irachene, che obbliga milioni di persone a fuggire dalla guerra ed in un modo o nell’altro ad evitare di farsi arruolare, la nascita dello Stato islamico, il progetto nazionale di Jahbat al-Nusra, la difesa patriottica del popolo curdo, tutto ciò sono espressioni della decadenza, dell'imperialismo che non ha niente altro da offrire alle popolazioni di queste regioni che la miseria e la morte. Non c'è soluzione alla decomposizione del Medio Oriente in seno al capitalismo. Di fronte a ciò, è vitale che il proletariato mantenga e sviluppi i suoi interessi contro quelli dello Stato-nazione. La classe operaia nei paesi centrali del capitalismo detiene le chiavi della situazione, tenuto conto dell'estrema debolezza del proletariato nelle zone in guerra. E, sebbene la borghesia sottometta la classe operaia dei paesi centrali del capitalismo ad un martellamento ideologico permanente intorno ai temi dei profughi e del terrorismo, non osa ancora mobilitarla direttamente per la guerra. Potenzialmente, la classe operaia rappresenta la più grande minaccia contro l'ordine capitalista. Ma se vogliamo evitare il disastro verso cui stiamo correndo deve trasformare questo potenziale in realtà. Comprendere che gli interessi proletari sono internazionali, che lo Stato-nazione non è più un quadro vitale per la vita umana, sarà una parte essenziale di questa trasformazione.

Boxer, simpatizzante della CCI (13 gennaio 2016)

 


[1] Rosa Luxemburg, Juniusbroschure, in Scritti Scelti, Einaudi, pag. 482

[2]Ibidem, pag. 483

[3] Bilancio di 70 anni di lotte di liberazione nazionale, 2a parte: le nuove nazioni, Revue Internationale n°69 pp. 20-21.

[4] Vedere le Note sul conflitto imperialista in Medio Oriente 1a parte, Revue Internationale n°115, p. 21.

[5] Vedere le Note sul conflitto imperialista in Medio Oriente 3a parte, Revue Internationale n°118, estate 2004.