settembre-ottobre 2012
In Siria[1], nel Mali e in altri numerosi punti caldi, i civili continuano ad essere ostaggi e vittime di sanguinarie guerre imperialiste. Ovunque il terrore capitalista impone il suo ordine nel sangue e la miseria. Questa estate, mentre in Francia gli sbirri del governo socialista cacciavano brutalmente i Rom, la polizia dell’ANC in Sudafrica sparava sui minatori[2]. Dappertutto il capitale in fallimento semina barbarie!
Nessuno paese viene risparmiato dalla crisi economica che fa esplodere la disoccupazione[3]. In Europa il tasso di disoccupazione già supera la soglia del 10% e colpisce particolarmente i giovani che non riescono più a inserirsi in un apparato produttivo ormai saturo. In Spagna ed in Grecia più del 50% dei giovani sono senza lavoro[4]! Ormai gran parte della popolazione è in uno stato di impoverimento assoluto, senza casa, presa dalla preoccupazione di trovare i mezzi per sopravvivere e con la paura delle pressioni poliziesche. In Spagna, in 1.700.000 famiglie nessuno lavora né percepisce la minima indennità! In alcune regioni, come l’Andalusia, il 35% delle famiglie delle grandi città è al di sotto della soglia di povertà
E di fronte alle contestazioni dei proletari la repressione poliziesca si amplifica, come per gli operai dell’Alcoa.
Non è un caso se la Germania ormai autorizza l’intervento dell’esercito sul proprio territorio, anche se ci tiene a precisare subito che “questo non è diretto contro le manifestazioni!”!
In questo contesto l’Italia si trova in una posizione particolarmente fragile e, nonostante le misure draconiane che sono state finora prese, il debito consolidato è di quasi 2000 miliardi di euro, con una tendenza continua a crescere![5] D’altra parte la politica imposta all’Italia (come alla Spagna, alla Grecia, ed in genere alle popolazione europee) di tagliare su spese e salari, porta necessariamente a una riduzione della domanda e ben difficilmente, ammesso che ce ne possano essere i margini, la situazione che ne consegue può portare ad una ripresa dell’economia. Inoltre l’andamento impazzito dei mercati finanziari strozza sempre più la cosiddetta economia reale e gli impianti che chiudono in giro per l’Italia non si contano, con incremento di disoccupazione, povertà, precarietà: “La disoccupazione in Italia dovrebbe salire dall'8,4% del 2010 e del 2011 al 9,4% nel 2012 e al 9,9% nel 2013. (…) Tra il 2010 e il 2011 è cresciuta in Italia la disoccupazione di lunga durata. L'anno scorso il 51,9% dei disoccupati lo era da più di 12 mesi contro 48,5% nel 2010”[6]. “Con il tasso record del 35,9% segnato a marzo, l'Italia è al quarto posto tra i 33 Paesi aderenti all'Ocse nella poco invidiabile classifica della disoccupazione giovanile ed è nella stessa, difficile posizione per i 'Neet', i giovani totalmente inattivi cioè “né a scuola, né al lavoro”. Nella Penisola la disoccupazione nella fascia d'età tra 15-16 e 24 anni è aumentata durante la crisi di 16,5 punti percentuali rispetto al 19,4% del maggio 2007.”[7]
Gli attacchi economici …
Altro che governo Berlusconi! Questo governo cosiddetto tecnico, di “seri ed onesti professionisti”, si è distinto per il cinismo e la ferocia degli attacchi contro i lavoratori: innalzamento dei contributi dovuti all’Inps; aumento notevole sulle accise sui carburanti e il conseguente amento dei prezzi dei generi di prima necessità; possibile aumento dell’Iva del 2%, che arriverebbe al 23%; taglio di ulteriori 3,1 miliardi di euro di fondi alle regioni che queste dovranno recuperare con tagli sui servizi ed aumento delle tasse; nuova imposta municipale sulla casa, IMU, basata su una rivalutazione di circa il 60% sugli estimi catastali e con aliquote dello 0,4% sulla prima casa e 0,75% sulle altre; incremento di 3 punti dell’Irpef; facoltà di licenziare per motivi economici per aziende in crisi. Il lavoratore ha diritto a una indennità risarcitoria dalle 16 alle 24 mensilità; abolizione della pensione di anzianità, partenza del sistema contributivo e aumento dell’età pensionabile a 66 anni.
Adusbef e Federconsumatori hanno calcolato che, con questa manovra, le ricadute saranno, nel 2014, pari a 1.129 euro per ogni famiglia. Tali ricadute, sommate alle misure per il 2011 volute dal governo Berlusconi, raggiungono la cifra di 3.160 euro. L’impatto sulla capacità di consumo è pari al 7,6% all’anno.
Tra le varie storie di ordinaria follia con cui procede ormai questo governo nella sua azione di bonifica delle pubbliche finanze, (si intende, solo a carico dei lavoratori!), la storia degli esodati: 390 mila lavoratori truffati dallo Stato e che adesso si ritrovano senza alcuna garanzia di ricevere né uno stipendio o pensione né alcun sussidio.
Cosa ha prodotto questa serie di attacchi nella popolazione?
…l’aumento della povertà e del rischio di povertà per migliaia di famiglie.
Per “mantenere la calma” ci hanno detto che anche in passato ci sono stati periodi bui, in particolare nel II dopoguerra, ma siamo un “popolo che lavora”, che è sempre riuscito a “venirne fuori”. Eppure nessuno nel mondo intero, neanche i loro migliori economisti, riesce ad immaginare un superamento vero e duraturo di questa crisi economica.
E la situazione di continuo degrado è tale che lo Stato si vede costretto a truccare le carte per nascondere il disastro, come ci dice la stessa Caritas:
“Secondo l’Istat lo scorso anno l’incidenza della povertà relativa (cioè la percentuale di famiglie con un reddito al di sotto di una cosiddetta linea di povertà relativa, ndr) è stata pari al 10,8% (era 11,3% nel 2008), mentre quella della povertà assoluta risulta del 4,7%. Secondo l’Istat si tratta di dati “stabili” rispetto al 2008. In realtà, si tratta di un’illusione «ottica»: succede che, visto che tutti stanno peggio, la linea della povertà relativa si è abbassata, passando da 999,67 euro del 2008 a 983,01 euro del 2009 per un nucleo di due persone. Se però aggiornassimo la linea di povertà del 2008 sulla base della variazione dei prezzi tra il 2008 e il 2009, il valore di riferimento non calerebbe, ma al contrario salirebbe a 1.007,67 euro. Con questa operazione di ricalcolo, alzando la linea di povertà relativa di soli 25 euro mensili, circa 223 mila famiglie ridiventano povere relative: sono circa 560 mila persone da sommare a quelle già considerate dall’Istat (cioè 7 milioni e 810 mila poveri) con un risultato ben più amaro rispetto ai dati ufficiali: sarebbero 8 milioni e 370 mila i poveri nel 2009 (+3,7%).»[8]
Se poi si considera l’indicatore della vulnerabilità alla povertà che non misura la povertà di oggi, ma quella di domani il quadro diventa ancora più nero:
«Sono infatti vulnerabili le famiglie che hanno una probabilità superiore alla media nazionale di sperimentare, nel futuro (tipicamente nei dodici mesi successivi all’intervista), un episodio di povertà. Si tratta tanto di famiglie povere oggi, e che hanno bassa probabilità di uscire domani da questa condizione (si parla in tal caso di povertà cronica), quanto di famiglie non ancora povere, ma che non hanno strumenti idonei per fronteggiare eventuali shock negativi di reddito. Alcune stime preliminari hanno prodotto risultati molto netti che, se confermati, suggeriscono dimensioni insospettate del fenomeno. Dal 1985 al 2001 si stima che circa la metà della popolazione abbia un rischio elevato di cadere in povertà (…). Sorprendentemente, il gruppo dei vulnerabili, è composto non solo da famiglie povere, ma soprattutto da famiglie non povere. Il 40 per cento circa delle famiglie non povere è vulnerabile. Accanto a una povertà assoluta stabile, se non in leggera flessione [cosa smentita dal rapporto sulla povertà citato prima], emerge dunque una latente fragilità delle famiglie italiane.»[9]
Quale prospettiva abbiamo di fronte a noi?
La miseria degli anni del II dopoguerra non sta dietro di noi, ma è la situazione verso la quale stiamo andando in tutto il mondo. Con l’aggravante che adesso non c’è nessun piano Marshall che ci possa venir a tirare fuori, non c’è nessuna capacità di recupero del capitalismo che ha ormai, e da tempo, esaurito tutte le sue risorse. E proprio per questo continuerà a seminare distruzione e morte con le sue guerre.
Ma questa non è l’unica prospettiva possibile. E le lotte di difesa delle proprie condizioni di vita che già oggi migliaia di lavoratori stanno portando avanti, dalle rivolte nel Nord’Africa e Medio Oriente alla Grecia, dagli Indignati in Spagna alle lotte in Italia all’Alcoa, all’Ilva, alla Carbosulcis e tante altre ancora, lo dimostrano. Lotte che nei fatti, al di là della consapevolezza immediata che ne possono avere i partecipanti, iniziano a mettere in discussione questo sistema attraverso il sentimento che “così non si può andare avanti!”.
Eva, 23 settembre
[1] Vedi l’articolo “In Siria, le grandi potenze gesticolano, i massacri continuano”, in questo numero….
[2] Vedere i nostri articoli sul massacro di Marikana a pag ….e la caccia al Rom su https://fr.internationalism.org/ri435/pour_les_roms_le_changement_c_est_maintenant_et_plus_ca_change_plus_ca_empire.html [2]
[3] HP prevede di sopprimere 27.000 posti di lavoro, Nokia 10.000, Sony 10.000, RWE, secondo gruppo nel settore servizi in Germania, prevede di sopprimere altri 5.000 posti in Europa, il gruppo giapponese di elettronica Sharp si accinge a sopprimerne altri 5.000, in Francia al centro industriale della Citroen PSA a Aulnay-sous-Bois è stata annunciata la soppressione di 8.000 posti, 5.000 all’Alcatel ed altrettanti all’Air Francee ... l’elenco è molto lungo.
[4] Vedi il volantino diffuso dalla nostra sezione in Spagna: “Come possiamo rispondere agli attacchi mentre l’economia affonda?”, https://it.internationalism.org/node/1212 [3]
[5] Si calcola che il debito aumenti ad un ritmo di 14 mila euro ogni secondo. E’ come se ogni italiano avesse un debito pari a 32.270 euro e dovesse pagare ai creditori un volume di interessi equivalente a 1.154 euro all’anno Vedi: Debito pubblico: Pochi giorni alla soglia dei 2.000 miliardi [4], (30 marzo 2012 in https://www.ijobs.it/ [5]).
[6] Ocse, sale la disoccupazione "L'Italia colpita duramente" [6] (10 luglio 2012 su www.repubblica.it/ [7]).
[7] Ocse lancia allarme sulla disoccupazione giovanile: Italia quarta nel mondo [8], (15 maggio 2012 su https://www.ilsole24ore.com/ [9]).
[8] In caduta libera, X Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia, A cura di Caritas Italiana, Fondazione Zancan (su www.caritasitaliana.it/ [10]).
[9] Amendola N., Rossi M.C. e Vecchi G., Le tre povertà degli Italiani [11], (17.10.2011 su www.lavoce.info/). [12]
Quest’articolo, scritto in risposta ai problemi che si pongono oggi gli operai dell’Ilva, dell’Alcoa e del Carbosulcis, è di fatto dedicato a tutti i proletari d’Italia che, in varia misura, vivono esattamente gli stessi problemi, gli stessi ricatti dei loro compagni sardi o di Taranto, anche se vissuti in situazioni meno note ma non per questo meno gravi e laceranti. Come cercheremo di dimostrare, i vari casi che sorgono in giro per l’Italia non sono la conseguenza della cattiva gestione di questo o di quello, non sono la conseguenza dell’egoismo e del menefreghismo dei padroni, cose che comunque esistono, ma sono principalmente la conseguenza di una crisi economica[1] profonda e senza uscite che investe non solo l’Italia ma il mondo intero.
ILVA: ovvero quando ti chiedono di scegliere tra il posto di lavoro e la salute!
La storia dell’impianto dell’Ilva di Taranto, grande due volte e mezzo l’intera città, è recentemente esplosa sulle pagine dei quotidiani con il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dello stabilimento e gli arresti di Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010, del figlio Nicola Riva, succedutogli nella carica, e di tre grandi dirigenti dell’impianto. La motivazione del GIP è che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.
Questo impianto è nato all’insegna del massacro dei lavoratori. Massacro che è cominciato già nei primi anni ‘60, nella stessa fase di costruzione dell’impianto, con lavoratori in nero, senza controlli e senza alcun rispetto delle norme di sicurezza, grazie anche all’Italsider di allora (nata come fabbrica statale) che favoriva appalti e subappalti per tagliare tempi e costi dei lavori e disporre di manodopera sottomessa. Da allora in poi c’è stata una “lunga sequela (di morti) che avrebbe scandito la vita quotidiana della città. Già altissimo nella fase della costruzione dello stabilimento, il tasso d’infortuni, compresi i mortali, nel 1970 s’impennò a 1.694 ogni 1.000 operai: in sostanza quasi due infortuni l’anno per ogni operaio (Z. Iafrate, Omicidi bianchi: il primato Italsider, “Rassegna Sindacale”, n. 228, 1972).”[2]
Il sequestro dell’impianto è avvenuto sulla base di una perizia del Tribunale secondo cui dallo stabilimento si sarebbero diffusi “gas, vapori, sostanze aeriformi e sostanze solide (polveri ecc.), contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori operanti all’interno degli impianti e per la popolazione del vicino centro abitato di Taranto (…) con particolare, ma non esclusivo, riguardo a benzo(a)pirene, Ipa di varia natura e composizione nonché diossine, Pcb, polveri di minerali e altro”. (…) Ancora “i livelli di diossina e Pcb rinvenuti negli animali abbattuti, appartenenti alle persone offese indicate nell’ordinanza ammissiva dell’incidente probatorio del 27.10.2010, e (…) i livelli di diossina e Pcb accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto, (sono) riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva”. Concludendo dunque che “all’interno dello stabilimento Ilva di Taranto” non sono “osservate tutte le misure idonee ad evitare la dispersione incontrollata di fumi e polveri nocive alla salute dei lavoratori e di terzi”.[3]
E’ stata poi riscontrata, su un campione di 141 soggetti analizzati, 67 uomini e 74 donne, una media di piombo nelle urine di 10,8 mg/L mentre i valori di riferimento per la popolazione vanno da meno di 0,5 a 3,5 mg/L. Per capirci il piombo è neurotossico e cancerogeno. La stessa indagine ha riscontrato valori eccedenti anche per il cromo, con un valore medio di 0,45 mg/L contro un intervallo di riferimento di 0,05-0,32 mg/L[4].
Ancora è ormai noto che “attorno all’Ilva per un raggio di venti chilometri e’ vietato dalla Regione il pascolo libero in zone incolte perché il terreno è contaminato da diossine e policlorobifenili. Parliamo di inquinanti persistenti con effetto cancerogeno e che hanno il potere di danneggiare il dna che viene trasferito dai genitori ai figli. Dal 2008 sono state abbattute duemila pecore e capre perché contaminate da diossine e pcb e gli allevatori sono rimasti senza lavoro. Nel 2011 sono state distrutte grandi quantità di cozze, contaminate da diossine e pcb, colpendo famiglie di miticoltori che lavoravano da decenni.”[5] “A Taranto si può morire anche solo respirando all’aria aperta. I parchi minerali allo scoperto e i fumi di scarico hanno cambiato per sempre la vita di un intero quartiere, Tamburi, dove almeno una famiglia su due piange la morte di un proprio caro per tumore.”[6]
D’altra parte tutti questi elementi sono da tempo fedelmente documentati da studi scientifici prodotti da strutture dello Stato italiano, come lo studio SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), pubblicato lo scorso anno dall’Istituto Superiore di Sanità col Ministero della Salute e altri enti pubblici, in cui si dice, nero su bianco, che a Taranto c’è un eccesso:
· tra il 10% e il 15% nella mortalità generale e per tutti i tumori in entrambi i generi;
· di circa il 30% nella mortalità per tumore del polmone, per entrambi i generi;
· in entrambi i generi, dei decessi per tumore della pleura (…);
· compreso tra il 50% (uomini) e il 40% (donne) di decessi per malattie respiratorie acute (…) associato a un aumento di circa il 10% nella mortalità per tutte le malattie dell’apparato respiratorio;
· di circa il 15% tra gli uomini e 40% nelle donne della mortalità per malattie dell’apparato digerente.[7]
Ma che a Taranto si morisse di ILVA la gente lo avvertiva da tempo, ma le proteste reiterate di cittadini e lavoratori non hanno mai smosso né le autorità locali né quelle nazionali. E tuttora l’insieme dei partiti e dei sindacati continua a difendere l’idea che vada salvaguardato lo stabilimento a scapito della salute (vedi la manifestazione sindacale di luglio scorso e di marzo scorso). E non bisogna farsi ingannare dalle chiacchiere sul mantenere il funzionamento dell’Ilva risanandola che, oltre ad avere in spregio la vita umana, cercano di far credere che sia possibile un’operazione che è del tutto improponibile visto che l’impianto è ormai vecchio e poco adatto a essere rattoppato di qua o di là. A tale proposito è da notare tutto il can can che si sta facendo sull’AIA, l’Autorizzazione Integrata Ambientale di cui l’ILVA ha bisogno per poter continuare a funzionare, e la cui concessione, laddove si dovesse avere, equivarrebbe più o meno ad assegnare il bollino eco 5 ad un’automobile degli anni ’60!
Ma se c’è tanta resistenza a non mollare è perché l’ILVA rappresenta una grossa fetta dell’economia italiana. Lo sa bene la famiglia Riva che, dopo aver acquistato la fabbrica a prezzi stracciati, ne gode adesso tutti i profitti senza averci speso granché (motivo appunto dell’attuale degrado!). Lo sa bene il governo in quanto l’acciaieria di Taranto partecipa al 60% della produzione di acciaio italiano e al 3% del PIL. Così, lo stesso ministro dell’ambiente Clini, che 12 anni fa aveva dichiarato, a proposito degli impianti dell’Ilva di Cornigliano (Genova), che: “La chiusura dell’altoforno e della cokeria delle Acciaierie è una questione urgente. Sul piano dei danni ambientali, dell’inquinamento e della salute dei cittadini siamo già in ritardo”[8] oggi, rispetto all’ILVA di Taranto, tende addirittura a mettere in dubbio o a nascondere la verità di morte prodotta dall’acciaieria.[9]
Tra l’altro l’appoggio all’Ilva sembra sia stato favorito anche attraverso “altre vie”, che hanno fatto aprire un altro filone di indagini per corruzione “per una sospetta mazzetta versata a un perito incaricato di eseguire delle indagini sulle emissioni dello stabilimento. Per questo ultimo filone di indagini, che vede coinvolti nel malaffare dell'acciaio politici e organi di controllo ambientale, a saltare all'interno del gruppo Riva è stato Girolano Archinà ormai ex responsabile delle relazioni esterne. (…) Nelle intercettazioni Archinà parla di come fosse facile azzittire (la stampa, ndr) pagandola.”[10] “Io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliargli la lingua! Cioè pagare la stampa per non parlare!”[11].
Addirittura il governo Berlusconi è arrivato a varare una legge “salva-ILVA” (DLgs 155/2010) che, sospendendo una precedente legge che imponeva un limite alle emissioni di 1nanogrammo per ogni metro cubo del terribile e cancerogeno benzo(a)pirene nelle città con più di 150 mila abitanti, ha praticamente lasciato libertà di inquinare. “Non è un caso - conclude Marescotti di Peacelink- perché non può essere che il Governo abbia avviato l´iter del decreto salva-Ilva il 13 maggio, cioè quando l´Arpa, noi e la Regione avevamo cominciato a denunciare con forza il problema del benzoapirene a Taranto”.[12]
Di fronte a tutto questo sfacelo, la stessa cosiddetta sinistra dà segnali confusi se non addirittura di parte, come Vendola che, da buon capo di un partito che si chiama Sinistra, Ecologia, Libertà (SEL), afferma: “Noi ci siamo sempre opposti sia ad un industrialismo cieco sia ad un ambientalismo fondamentalista ed isterico di chi pensa che tra i beni da tutelare non ci debba essere il bene lavoro, in una storia come quella di Taranto”[13]. E’ evidente come, a fronte delle stragi provocate dall’ILVA, la dichiarazione non possa suonare che come difesa della continuazione della produzione, come richiede il ruolo istituzionale di governatore della regione Puglia ricoperto dall’ex “rivoluzionario” Vendola.
Ma la stessa Rifondazione Comunista, che non avendo vincoli istituzionali non ha neanche l’obbligo a prese di posizioni più compromettenti, non riesce ad esprimere posizioni che abbiano un minimo di concretezza: “L’alternativa (…) è una e una sola, garantita dalla nostra Costituzione: l’esproprio dell’azienda e la ri-nazionalizzazione dell’Ilva con lo Stato come protagonista diretto di un grande progetto di ammodernamento e messa a norma degli impianti.”[14] Questa posizione, che è anche del PCL di Ferrando[15], non tiene i piedi per terra e crea solo polverone, confusione. Che senso ha parlare di grande progetto di ammodernamento e messa a norma degli impianti, che aggiungerebbero altri miliardi a quelli dell’acquisto della fabbrica, quando non ci sono neanche i soldi per pagare gli stipendi a quelli che già lavorano nel settore pubblico? A meno che non si voglia seguire l’idea del PCL di Ferrando che parla addirittura di esproprio senza indennizzo, cioè un colpo di mano! Ma ci siamo resi conto che viviamo in regime capitalista? Se i proletari avessero la forza di fare tutto questo, si limiterebbero a perpetuare il loro sfruttamento facendo passare la proprietà della fabbrica da un privato a quello dello Stato? Sarebbe veramente fatica sprecata!
Per quanto riguarda i sindacati, la situazione non migliora. Se Cisl e Uil sono arrivate addirittura a fare manifestazioni a sostegno dell’azienda, cavalcando il naturale timore dei lavoratori di ritrovarsi in mezzo ad una via, la Fiom da parte sua, dopo “una prima fase, (in cui) si accodava a FIM e UILM, nella partecipazione a scioperi e blocchi stradali (sostanzialmente telecomandati dal padrone), successivamente al 2 agosto ha preso le distanze dagli altri sindacati confederali, mantenendo una posizione di “sostegno alla magistratura”.[16] Ma fondamentalmente anche la Fiom sta dalla parte del padrone, come si è visto negli interventi televisivi di Landini in cui il dirigente sindacale tendeva continuamente a spostare la responsabilità dell’inquinamento sugli altri centri industriali della città di Taranto, come se questo potesse alleggerire la responsabilità di un sindacato sul piano della connivenza col padrone.
Un quadro abbastanza interessante della situazione ci viene fornito da un esponente del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti: “«sono un lavoratore, ma sono anche un cittadino. Non posso difendere un posto di lavoro che crea morte nella mia città». Per questo, ribadisce, «Taranto non può essere rappresentata dai sindacati». E si chiede: «Dov’erano i dirigenti delle varie sigle, che ora difendono i posti di lavoro e il Pil italiano, mentre a Taranto si moriva di diossina? Perché ora scendono in piazza quando per anni non hanno mai fatto uno sciopero contro l'azienda? (…) Sono stato dirigente del sindacato dei metalmeccanici in azienda. E ho a casa un fascicolo pieno di tutte le denunce che ho presentato per far emergere la condizione di pericolo per la salute e l'ambiente creata dai fumi di questi stabilimenti. Ma poi ho dato le dimissioni, perché mi vergognavo di essere come loro. Le nostre richieste si fermavano tutte alla segreteria provinciale. Le nostre proteste trovavano un muro. Tant’è che nel 2007 mandammo una lettera a Landini in cui chiedevamo le dimissioni del segretario provinciale, ma dopo qualche giorno molti lavoratori scelsero di ritirare la firma da quella petizione.»”[17]
Ma se le forze politiche e sindacali difendono un ipocrita diritto al lavoro, che significa di fatto difesa del capitale, qual è l’alternativa proposta dagli ambientalisti? Chiusura degli impianti e riconversione dei lavoratori Ilva in lavori di bonifica! “L’opera di bonifica del terreno attorno all’Ilva e’ vastissima e richiede non meno lavoratori di quanti ne impiega oggi l’Ilva”.[18] Ancora una volta una pura illusione visto che, in un periodo di crisi, eliminare l’Ilva significa “un impatto negativo che è stato valutato attorno ad oltre 8 miliardi di euro annui imputabile per circa 6 miliardi alla crescita delle importazioni, per 1,2 miliardi al sostegno al reddito ed ai minori introiti per l'amministrazione pubblica e per circa 500 milioni in termini di minore capacità di spesa per il territorio direttamente interessato”[19], a cui naturalmente andrebbero aggiunti i costi della bonifica del territorio.
Come si vede la contrapposizione tra lavoro e salute è un non senso, è qualcosa che può solo disorientare i proletari. In realtà. L’unica soluzione al problema è uscire dalla logica del capitale. Ma che significa uscire dalla logica del capitale? Significa che dobbiamo imparare a ragionare con dei punti di vista che siano i nostri e non quelli che cercano di imporci i padroni e il loro Stato. I casi dell’Alcoa e del Carbosulcis ci possono aiutare a capire ulteriormente il problema.
Alcoa e Carbosulcis: bisogna difendere il punto di vista dei lavoratori, non quello del capitale
I casi di Alcoa e Carbosulcis sono anch’essi abbastanza noti a tutti. In entrambi i casi i lavoratori rischiano di perdere il loro lavoro: all’Alcoa perché i proprietari americani della fabbrica hanno deciso di chiudere la loro attività perché risulterebbe troppo onerosa, particolarmente per le tariffe elettriche da pagare per produrre l’alluminio per elettrolisi; stessa cosa per il Carbosulcis che è fermo al palo in attesa che la Regione sarda, proprietaria dell’azienda, produca un nuovo progetto per l’estrazione e utilizzo del carbone con contemporanea cattura e immagazzinamento nel sottosuolo del biossido di carbonio prodotto.
Ancora in entrambi i casi i lavoratori hanno dato vita a varie dimostrazioni di protesta, anche abbastanza dure: asserragliamento di 80 minatori a 400 metri di profondità con minaccia di utilizzare l’esplosivo, auto ferimento di un operaio durante una conferenza stampa in miniera e magliette con la scritta “disposti a tutto” da una parte e rabbia espressa alla manifestazione del 10 settembre scorso dove ci sono stati scontri con le forze dell’ordine con lancio di bombe carta e tondini di alluminio e il ferimento di 14 poliziotti, contestazione del responsabile economico del PD Fassina e lacerazione di tessere di partiti e sindacati in piazza, occupazione per due volte di seguito di una torre dello stabilimento Alcoa a 70 metri di altezza dall’altra parte. In entrambi i casi i lavoratori stanno lottando contro lo spettro della disoccupazione, ma la strada che viene loro indicata dai sindacati è quanto di peggio ci possa essere. Per l’Alcoa, in attesa che qualche capitalista acquisti la fabbrica in liquidazione, si chiede allo Stato di far ridurre il più possibile le tariffe elettriche per agevolare il capitalista entrante[20]. Per il Carbosulcis si preme perché l’azienda ottenga il finanziamento del “progetto integrato miniera-centrale-cattura stoccaggio dell’anidride carbonica nel sottosuolo” che serve per continuare oltre il termine previsto di chiusura dell’impianto del 31 dicembre 2012 ma che, nella versione attuale, non è “economicamente sostenibile”. Insomma in entrambi i casi, seguendo le consegne sindacali, i lavoratori sono costretti ad abbracciare delle esigenze che sono quelle del capitale, non quelle degli operai, arrivando anche a vantare l’efficienza e la produttività della propria fabbrica come elemento che dovrebbe incoraggiare il prosieguo dell’attività produttiva al suo interno.
Allora sorge spontanea una domanda: se è vero che fabbriche come l’Alcoa sono così produttive, come mai restano chiuse e senza acquirenti? La risposta è semplicemente che altrove è ancora più conveniente svolgere la stessa produzione. Quando si accetta il principio che lavorare - in questo caso in miniera - è possibile solo se tornano i conti dell’azienda, si finisce completamente nelle mani della borghesia.
In conclusione, in tutti e tre i casi di Ilva, Alcoa e Carbosulcis i proletari si trovano di fronte a un bivio: seguire le consegne sindacali e rimanere ficcati nella stretta logica aziendale difendendo, senza volerlo, gli interessi del padrone, oppure seguire un cammino autonomo di difesa dei propri bisogni. Ed il primo bisogno, che ci sia o meno profitto per l’azienda o per l’economia nazionale, che ci sia o meno il posto di lavoro, è quello gridato dagli stessi lavoratori in lotta: vivere, difendere la propria dignità di essere umani, avere un futuro per sé e per i propri figli. E’ chiaro che questa seconda strada può apparire più ardua perché poco praticata, ma è l’unica che può portare a dei risultati perché è l’unica che consente l’aggregazione di altri proletari. Finché si difende la propria fabbrica, rivendicandone la produttività e l’efficienza, di fatto ci si mette in una posizione concorrenziale con altri settori proletari che caso mai vivono una situazione del tutto simile ma in una fabbrica meno (o più) efficiente. Ma il diritto a sopravvivere non può essere invocato subordinatamente all’efficienza della propria fabbrica, così come non si può cedere al ricatto di lavorare con l’intossicazione dell’Ilva pena la perdita del posto.
I lavoratori sardi e di Taranto, così come tanti altri in Italia e nel mondo, stanno dimostrando tutta la loro determinazione a lottare, ma per creare un rapporto di forza che possa realmente imporre le proprie esigenze ai padroni e allo Stato l’unica possibilità che hanno è quella di unirsi, di unire la propria lotta a quella di altre aziende o settori: minatori della Carbosulcis insieme agli operai dell’Alcoa, questi insieme a quelli dell’Ilva di Taranto, della Fiat, … per scendere insieme in piazza, per discutere in assemblea e capire quale futuro abbiamo di fronte e decidere assieme cosa fare per rafforzare ed allargare la lotta.
Questo è un percorso più difficile, ma non impossibile: nel dicembre 2009, in Turchia, gli operai della fabbrica Tekel sono confluiti ad Ankara per lottare contro i licenziamenti e la miseria imposta dalla ristrutturazione della fabbrica dal governo. Per mesi, sono rimasti mobilitati occupando le piazze, coinvolgendo la popolazione e mandando delegazioni in altre aziende per chiamare altri proletari ad unirsi alla lotta con la parola d’ordine "Operai curdi e turchi tutti insieme”. Alla manifestazione del Primo Maggio a Istanbul c’erano 350.000 persone in piazza Taskim, che hanno occupano il palco e cacciato via i sindacati[21].
E’ costruendo un simile rapporto di forza che saremo capaci di contrapporci ai ricatti e alle lusinghe di ministri e sindacati e di aprire un percorso verso la costruzione di una società diversa.
Tommaso & Ezechiele, 19 settembre 2012
[1] Vedi La catastrofe economica mondiale è inevitabile [16] su Rivista Internazionale n°33.
[2] Il lavoro o la vita. Taranto, l’Ilva e la logica del profitto, www.micromega.net [17].
[3] Taranto i periti del tribunale "Inquinamento, è colpa dell'Ilva" https://bari.repubblica.it/cronaca/2012/01/27/news/ilva-28885863/index.html?ref=search [18].
[4] E’ stata riscontrata la presenza del piombo nelle urine dei tarantini, https://www.pressenza.com/it/2012/07/10204/ [19].
[5] Lettera aperta di PeaceLink ai sindacati, https://www.pressenza.com/it/2012/08/lettera-aperta-di-peacelink-ai-sindacati/ [20].
[6] "Taranto, la città dei veleni".
[8] Lettera delle associazioni a Clini, https://www.pressenza.com/it/2012/09/lettera-delle-associazioni-a-clini/ [22].
[9] Ilva di Taranto: il ministro dell’Ambiente insulta e nega i dati sulle morti, www.valigiablu.it/ilva-di-taranto-il-ministro-clini-insulta-e-nega-i-dat... [23].
[10] Il destino di Taranto nelle mani dello Stato, affaritaliani.libero.it/cronache/destino-taranto170812.html?refresh_ce.
[11] "ILVA, una favola noir", beppegrillo.it [24].
[12] La nebbia dei veleni sopra Taranto e il governo vara il decreto salva Ilva, https://bari.repubblica.it/cronaca/2010/09/23/news/la_nebbia_dei_veleni_sopra_taranto_e_il_governo_vara_il_decreto_salva_ilva-7347169/ [25].
[13] "Ilva, Vendola: “Contro industrialismo cieco e ambientalismo isterico”".
[15] Speciale Ilva di Taranto: no alla contrapposizione diritto alla salute - diritto al lavoro!, https://marcherosse.blogspot.it/2012/08/speciale-ilva-di-taranto-no-alla.html [27].
[16] "Taranto: espropriare i padroni delle ferriere!"
[17] "Dov’erano i sindacati mentre all’Ilva si moriva di diossina?
[18] Lettera aperta di PeaceLink ai sindacati, https://www.pressenza.com/it/2012/08/lettera-aperta-di-peacelink-ai-sindacati/ [20].
[19] Passera: "La chiusura dell'Ilva costerebbe oltre 8 miliardi".
[20] Nel caso dell’Alcoa ci si mettono anche i sedicenti “comunisti italiani” che la girano a lotta nazionalista contro i profittatori americani: “Il vero problema è l’immobilismo del Governo e della Regione Sardegna che consentono, in casa propria, di dettare legge alla multinazionale americana. Altro che sovranismo, la Regione Sardegna è schiava di questi squallidi briganti a stelle e strisce.” Corona (PdCI-Fds): “Gli americani di Alcoa come degli avvoltoi. Il Governo e la Regione schiavi di questi squallidi briganti”, .
[21] Vedi gli articoli “Turchia: Solidarietà con la resistenza degli operai della Tekel contro il governo ed i sindacati!”, https://it.internationalism.org/node/918 [28]; “Dalla Turchia: Se i sindacati sono dalla nostra parte, perché ci sono 15.000 poliziotti antisommossa fra noi e loro?”, https://it.internationalism.org/node/930 [29]; “Giro in Europa di una delegazione di lavoratori della Tekel (Turchia): trasmettere l’esperienza della lotta di classe”, https://it.internationalism.org/node/1004. [30]
Ma questa crisi storica del capitalismo fu in parte oscurata, ricoperta sotto una massa di propaganda e di bugie. Ad ogni decade si levava la stessa solfa: se un paese, una parte del pianeta o un settore economico andava un po’ meglio di prima, subito gli si dava importanza per creare la falsa impressione che la crisi non era qualche cosa di fatale, che era sufficiente mettere in piedi delle efficaci “riforme strutturali” nel capitalismo per riattivare e stimolare la crescita e la prosperità. Tra il 1980 e il 1990, l’Argentina e le “tigri asiatiche” furono indicate come modello di successo, e lo stesso nel decennio successivo toccò all’Irlanda e alla Spagna… Come sempre, questi “miracoli” si trasformarono in illusioni: nel 1997, le tigri asiatiche si dimostrarono delle tigri di carta; alla fine del decennio 1990 l’Argentina dichiarò bancarotta, ed ora sono l’Irlanda e la Spagna a stare sull’orlo del fallimento… In tutti questi casi la “formidabile crescita” fu finanziata con il ricorso al credito e poi le false speranze crollarono col tempo sotto il peso del debito. Senza dubbio, contando sulla memoria corta della maggioranza di noi, gli stessi ciarlatani ci provano ancora una volta. Secondo loro, la malattia dell’Europa è legata a ragioni specifiche della sua creazione: difficoltà per realizzare le riforme e distribuire il peso dei suoi debiti tra i suoi membri, la mancanza di unità e solidarietà fra i paesi, una banca centrale incapace a stimolare l’economia visto che non può stampare moneta a suo piacimento.
Ma questi argomenti non reggono al confronto di un’analisi rigorosa. La crisi ha colpito l’Europa perché c’è una mancanza di riforme e di competenze e dobbiamo copiare l’Asia? Sciocchezze, anche questi paesi hanno problemi.
La ripresa non è sufficientemente posta sotto il controllo della banca Centrale e la risposta sta nella stampa di moneta? E’ una follia : gli Stati Uniti e la loro Banca Centrale hanno difeso ogni tipo di creazione di denaro dal 2007, ma ciononostante si trovano in cattivo stato.
Una grande scoperta: i BRICS non galleggiano[1]1
L’acronimo “BRIC” si riferisce ai quattro paesi le cui economie hanno avuto più successo negli ultimi anni: Brasile, Russia, India e Cina (a volte viene aggiunta la S per il Sudafrica). Ma come per l’Eldorado questa buona salute è più un mito che una realtà. Tutti questi “boom” sono finanziati in gran parte con il debito e finiscono, come i loro predecessori, con lo sprofondare nell’orrore della recessione. Ed ora questa burrasca si scatena anche sopra di noi.
In Brasile, il credito al consumo è cresciuto in maniera spropositata nell’ultimo decennio. Ma come accadde negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2010, i creditori sono sempre meno capaci di essere in regola con i pagamenti. Il ritardo nel pagamento dei debiti da parte dei lavoratori ha battuto tutti i record. Peggio ancora, la bolla immobiliare sembra identica a quella conosciuta in Spagna prima che scoppiasse: nuovi ed enormi complessi abitativi recentemente costruiti restano completamente vuoti.
In Russia, l’inflazione è fuori controllo: ufficialmente ha raggiunto il 6%, ma sembra accertato un 7,5%, secondo degli analisti indipendenti. E i prezzi di frutta e verdura sono esplosi nei mesi di giugno e luglio, raggiungendo quasi il 40%!
In India, il deficit preventivato si sta gonfiando pericolosamente (si stima che nel 2012 sarà il 5,8% del Prodotto Interno Lordo). Il settore industriale va incontro alla recessione (- 0,3% nel primo trimestre di quest’anno), il consumo si sta bruscamente riducendo, l’inflazione è molto alta (7,2% ad aprile, e lo scorso ottobre i prezzi degli alimentari sono cresciuti di quasi il 10%). Il mondo finanziario ora considera l’India un paese in cui è rischioso investire: gli viene data una valutazione di tripla B (la classificazione più bassa nella categoria denominata di “qualità inferiore alla media”). E’ vicina la minaccia di essere presto messa nel gruppo dei paesi considerati un “cattivo investimento”.
L’economia della Cina va frenando e ogni tanto ci sono segnali di pericolo. L’attività manifatturiera si è contratta, a giugno, per l’ottavo mese consecutivo. I prezzi degli appartamenti stanno crollando e i settori legati all’edilizia sono sempre meno attivi. Un esempio molto illuminante: la città di Pechino, da sola, ha il 50% delle sue abitazioni vuote, più che in tutti gli Stati Uniti (a Pechino ci sono 3,8 milioni di case vuote a confronto dei 2,5 milioni che ci sono in America). Ma la cosa senza dubbio più preoccupante è il preventivo fatto dallo Stato per le province. In effetti, se lo Stato non è ufficialmente collassato sotto il debito, è solo perché il peso del debito è scaricato tutto su di esse. Molte province sono sull’orlo del fallimento.
Gli investitori sono coscienti della cattiva salute dei BRIC, per cui evitano queste quattro monete: il real, il rublo, la rupia e lo yuan, come se fossero la peste (il loro corso è diminuito continuamente negli ultimi mesi).
Negli Stati Uniti, la bomba ad orologeria del debito
La città di Stockton (California) si è dichiarata in fallimento martedì 26 giugno, come già avevano fatto prima Jefferson County (Alabama) e Harrisur (Pennsylvnia). Per 3 anni i 300.000 abitanti di questa città hanno sopportato ogni sorta di “sacrificio necessario per il risanamento”: tagli valutati per 90 milioni di dollari, con il 30% di pompieri licenziati insieme al 40% degli altri impiegati municipali, un taglio di 11,2 milioni di dollari nei salari degli impiegati municipali, una riduzione drastica dei fondi pensione.
Questo esempio concreto mostra il vero stato di decadenza dell’economia degli Stati Uniti. Le famiglie, le imprese, le banche, le municipalità, gli Stati e il governo federale, ogni settore è letteralmente sotterrato sotto montagne di debito che non saranno mai rimborsati. La borghesia americana si scontra con un problema che è impossibile risolvere: ha bisogno di generare sempre più debito per stimolare l’economia mentre, allo stesso tempo, deve ridurre il debito per evitare il fallimento.
Ogni parte indebitata dell’economia è una bomba ad orologeria: qui c’è una banca vicino alla bancarotta, lì c’è una città o un’impresa quasi in fallimento… e se la bomba esplode potremmo vedere la conseguente reazione a catena. Attualmente la “bolla dei prestiti studenteschi” è una vera preoccupazione per il mondo finanziario. Studiare è sempre più caro e i giovani trovano sempre meno lavoro alla fine dei loro corsi universitari. In altre parole, i prestiti studenteschi stanno diventando sempre più essenziali e il rischio che il debito non sia pagato sta diventando sempre più probabile. Per essere più precisi:
- dopo i propri studi universitari gli studenti nordamericani contraggono un debito del valore medio di 25.000 dollari;
- questi prestiti ancora aperti superano tutti i prestiti al consumo del paese. Si tratta di 904 miliardi di dollari (quasi raddoppiato negli ultimi cinque anni) e corrisponde al 6% del PIL;
- il numero di disoccupati tra i laureati con meno di 25 anni è superiore al 9%;
- il 14% degli studenti laureati che hanno ricevuto prestiti non hanno completato il pagamento del proprio debito tre anni dopo la laurea.
Questo esempio è molto significativo per capire cosa è diventato il capitalismo: un sistema malato che ha sempre meno futuro. I giovani negli Stati Uniti – e in un numero crescente di paesi in cui si è generalizzato il sistema di studiare grazie a crediti da “restituire quando si trova un lavoro”- sopravvivono incatenati a un carico di debito che compromette un futuro salario che con tutta probabilità non arriverà mai. Non è un caso che nei Balcani, in Inghilterra e in Quebec le nuove generazioni hanno dato luogo a grandi manifestazioni negli ultimi due anni a causa dell’aumento del costo dell’iscrizione ai corsi universitari. Annegando nel debito da 20 anni e di fronte alla prospettiva della disoccupazione e della caduta dei salari nei prossimi anni il sistema capitalista mostra di non avere un futuro da offrire all’umanità.
Gli Stati Uniti, come l’Europa, come tutti i paesi del mondo, sono malati, e non ci sarà un momento reale e duraturo sotto il capitalismo che ci permetta di respirare, perché questo sistema di sfruttamento è la radice dell’infezione.
World Revolution, sezione della CCI in Gran Bretagna
[1] Nel testo originale in inglese si fa un gioco di parole con “BRICs” e “bricks” (che significa mattoni), la cui pronuncia è la stessa.
Il 16 agosto, nei pressi delle miniere di Marikana, a nord-ovest di Johannesburg, 34 persone sono cadute sotto i colpi della polizia sudafricana e altre 78 sono rimaste ferite. Centinaia di manifestanti sono stati arrestati. Immediatamente le immagini insopportabili delle esecuzioni sommarie hanno fatto il giro del mondo. Ma, come sempre, la borghesia e i suoi media hanno sminuito il carattere di classe dello sciopero, riducendolo ad un sordido confronto tra i due principali sindacati del settore minerario e sventolando la solita solfa del “demone dell’apartheid”.
Il Sudafrica non è stato risparmiato dalla crisi mondiale
Nonostante l’investimento di centinaia di miliardi di euro per sostenere l’economia, “la crescita è inconsistente e la disoccupazione è di massa”[1]. Il paese ha basato una parte della sua ricchezza sull’esportazione di minerali come platino, cromo, oro e diamanti. Tuttavia questo settore, che rappresenta quasi il 10% del PIL nazionale, il 15% delle esportazioni e più di 800.000 posti di lavoro, ha subito una grave recessione nel 2011. Il prezzo del platino, di cui il Sudafrica ha l’80% delle riserve mondiali, crolla dall’inizio dell’anno.
Le condizioni di vita e di lavoro dei minatori, già particolarmente difficili, si sono fortemente degradate: con paghe miserabili (circa 400 euro al mese), alloggiati in baraccopoli, spesso immersi per 9 ore nel profondo di una miniera surriscaldata e soffocante, ora stanno subendo licenziamenti, chiusure di miniere e disoccupazione. Il Sudafrica è stato teatro di molti scioperi. Nel mese di febbraio la più grande miniera di platino del mondo, gestita da Impala Platinum, è stata paralizzata da uno sciopero di sei mesi. È questa dinamica che il governo guidato dal presidente Zuma, successore dell’emblematico Nelson Mandela, insieme con i sindacati, ha voluto bloccare. Infatti lo sviluppo delle lotte in Sudafrica partecipa in pieno alle reazioni della classe operaia a scala internazionale di fronte alla crisi globale.
Il massacro di Marikana, una trappola tesa dai sindacati
È in questo contesto che, il 10 agosto, 3.000 minatori di Marikana decidono di smettere di lavorare per chiedere salari decenti, l’equivalente di 1.250 euro: “Siamo sfruttati, né il governo né i sindacati sono venuti in nostro aiuto [...]. Le compagnie minerarie fanno soldi grazie al nostro lavoro e a noi non pagano quasi nulla. Non possiamo avere una vita decente. Viviamo come animali a causa dei bassi salari”[2]. I minatori iniziano immediatamente uno sciopero selvaggio sulle cui spalle i due sindacati, l’Unione nazionale dei minatori (NUM) e il sindacato dell’associazione dei minatori e dell’edilizia (AMCU) si sfidano ferocemente per difendere i reciproci interessi mentre intrappolano gli operai nello scontro con la polizia.
Il NUM è un sindacato completamente corrotto e asservito al potere del presidente Jacob Zuma. Il suo sostegno aperto e sistematico al partito al governo, l’African National Congress (ANC), lo ha screditato agli occhi di molti lavoratori. Questo discredito ha portato alla creazione di un sindacato più radicale: l’AMCU.
Ma proprio come il NUM, l’AMCU non si preoccupa dei minatori: dopo una campagna di reclutamento attraverso l’aggressione fisica, il sindacato ha approfittato dello sciopero per poter gareggiare con il NUM. Risultato: dieci morti e diversi feriti a carico dei minatori. Al di là della guerra per il territorio, questi scontri intersindacali hanno permesso alla polizia di intervenire, di provocare un bagno di sangue e di farne un esempio per frenare la dinamica delle lotte dei lavoratori.
Infatti, dopo alcuni giorni di scontri, Frans Baleni, segretario generale del NUM, ha avuto buon gioco per fare appello all’intervento dell’esercito: “Chiediamo l’urgente dispiegamento di forze speciali o delle forze armate sudafricane prima che la situazione vada fuori controllo”[3] ... e perché non un bombardamento aereo sulle miniere, signor Baleni? Ma la trappola era già chiusa sui lavoratori. Il giorno dopo, il governo ha inviato migliaia di poliziotti, veicoli corazzati e due elicotteri (!) per “ristabilire l’ordine”, l’ordine borghese, naturalmente!
Secondo diverse testimonianze che, data la reputazione delle forze di repressione in Sudafrica, sono probabilmente vere, la polizia ha trascorso il suo tempo a provocare i minatori sparando su di essi con proiettili di gomma e cannoni ad acqua, con gas lacrimogeni e granate assordanti, con il falso pretesto che gli scioperanti possedevano armi da fuoco.
Il 16 agosto, data la stanchezza e l’eccitazione alimentata dai “rappresentanti sindacali”, che casualmente erano improvvisamente scomparsi dalla circolazione in quel giorno, alcuni minatori in rivolta hanno osato “caricare” (sic) i poliziotti con dei bastoni. Come? La vile plebe “carica” la polizia? Che insolenza! E che potevano dunque fare migliaia di poliziotti con le loro armi da fuoco, i loro giubbotti antiproiettile, i veicoli blindati, i loro cannoni ad acqua, le granate e gli elicotteri contro un’orda di 34 “selvaggi” che li “caricavano” con dei bastoni? Sparare nel mucchio ... “per proteggere la loro vita”[4].
Questo c’è dietro le immagini disgustose, mostruose e insopportabili che conosciamo. Ma, se la classe operaia non può che esprimere la sua indignazione per tale barbarie, deve capire che la diffusione di queste immagini serviva a mistificarla sottolineando come i proletari dei paesi “veramente democratici” sono fortunati nel poter “liberamente” sfilare dietro le bandiere del sindacato. È anche un avvertimento implicito gettato di fronte a tutti coloro che nel mondo hanno il coraggio ergersi contro la miseria e il sistema che la genera.
La borghesia tenta di snaturare il movimento
Subito dopo il massacro, in tutto il mondo si levano le voci per denunciare il “demone dell’apartheid” e si moltiplicano le dichiarazioni di compassione. La borghesia ora vuole dare al movimento una dimensione mistificatrice spostando la ricerca della verità su questioni etniche e nazionaliste. Julius Malenna, escluso dalla ANC nel mese di aprile, è andato a Marikana a denunciare le società estere, chiedendo la nazionalizzazione delle miniere e l’espulsione dei “grandi proprietari terrieri bianchi”.
Affondando nella più crassa ipocrisia, il presidente Jacob Zuma ha detto in una conferenza stampa: “Dobbiamo far luce su quello che è successo qui, è per questo che ho deciso di creare una commissione d’indagine per scoprire le vere cause di questo incidente”. La verità è questa: la borghesia cerca di ingannare la classe operaia nascondendo la lotta di classe nelle vesti mistificatrici della lotta razziale. Ma gli argomenti utilizzati non sono convincenti: non è un governo “nero” che ha risposto alla richiesta di un sindacato “nero” con l’utilizzo della sua polizia? Non è un governo “nero” che sta facendo tutto il possibile con le leggi per lasciare i minatori in indegne condizioni di vita? Non è un governo “nero” che si avvale della polizia proveniente dall’epoca dell'apartheid e vota delle leggi autorizzandola a “sparare per uccidere”? E questo governo “nero” non è forse uscito dalle fila dell’ANC, il partito guidato da Nelson Mandela, celebrato in tutto il mondo come emblema della democrazia e della tolleranza?
Lo sciopero si estende
Nella notte tra il 19 e il 20 d'agosto, sperando di utilizzare il vantaggio, la direzione di Lonmin, società di gestione della miniera, ha ordinato ai “3.000 dipendenti in sciopero illegale di tornare al lavoro il lunedi 20 agosto, altrimenti rischiavano il licenziamento”[5]. Ma la rabbia e le condizioni di vita dei minatori sono tali che questi hanno inviato un esplicito rifiuto alla direzione, preferendo esporsi ai licenziamenti: “Vogliono eliminare anche quelli che sono all’ospedale e all’obitorio? In ogni caso, è meglio essere buttati fuori perché qui si soffre. La nostra vita non cambierà. Lonmin se ne frega del nostro benessere, finora si sono rifiutati di parlare con noi, hanno mandato la polizia a ucciderci”[6]. Mentre Lonmin faceva rapidamente marcia indietro, il 22 agosto, lo sciopero si estendeva con le stesse rivendicazioni a diverse altre miniere gestite da Royal Bafokeng Platinum e Amplats.
Nel momento in cui scriviamo, non è ancora possibile sapere se gli scioperi scivoleranno su un terreno di conflitto interrazziale o continueranno ad estendersi. Ma ciò che ha esplicitamente mostrato il massacro di Marikana è la violenza di uno Stato democratico. Neri o bianchi, i governi sono pronti a ogni massacro contro la classe operaia.
El Generico, 22 agosto
[1] Il tasso di disoccupazione arrivava al 35,4% alla fine del 2011, secondo i dati ufficiali.
[2] Le Monde, 16 agosto 2012.
[3] Comunicato del NUM del 13 agosto 2012.
[4] Dichiarazione della polizia dopo la strage. Il portavoce della polizia ha anche osato dire: “La polizia è stata attaccata vigliaccamente da un gruppo, che ha fatto uso di varie armi, tra cui armi da fuoco. La polizia, per proteggere la propria vita e in situazione di legittima autodifesa, è stata costretta a rispondere con la forza.”
[5] Comunicato di Lonmin, domenica 19 Agosto 2012.
[6] Citato su www.jeuneafrique.com [32] 19 agosto 2012.
Secondo l’Osservatorio siriano dei Diritti dell’Uomo, dal 15 marzo 2011 si contano 23.000 morti. E quanti dei 200.000 feriti resteranno storpi a vita, o non sopravvivranno alle ferite? Bisogna dire che Assad lascia loro poche probabilità, visto che bombarda proprio gli ospedali e poi ci manda le sue truppe per finire l’opera e terrorizzare. Al-Qoubir, Damasco, Rifha, Alep, Deraâ, ultimamente Daraya, ecc., tutte queste città-martirio sono il simbolo della brutalità estrema che dilaga in tutto il paese.
A ciò si aggiunge una situazione in cui i viveri, il latte per i bambini, i medicinali (non parliamo poi delle cure) e l’acqua mancano nella maggior parte delle città ed in intere regioni. Le case sono distrutte ed un si avverte già una grave mancanza di alloggi. I tagli di elettricità durano spesso dai 4 a 5 giorni per ritornare per appena un’ora come ad Alep.
Fuggendo dai combattimenti e dalle repressioni dell’esercito di Assad ma anche dell’Esercito siriano di Liberazione, additato sempre più come responsabile di certi massacri, circa 300.000 persone hanno preso la strada dell’esilio. Al Sud della Siria, verso il Libano e la Giordania, al Nord verso la Turchia, e anche in Iraq, masse di profughi si accalcano nei campi di miseria, nell'attesa disperata di ritornare un giorno a casa loro... dove tutto è distrutto.
Secondo l’ONU, in totale sarebbero più di 2,5 milioni di persone, donne, bambini, vecchi a trovarsi in “situazione di pericolo”.
Evidentemente, queste allarmanti cifre sono un pretesto per versare fiumi di lacrime di coccodrillo per i sensibili dirigenti del pianeta. Per esempio, ministro degli esteri francese, Fabius, ha detto che si tratta di una “situazione inammissibile ed inaccettabile”. Una rivolta legittima davanti a tanti orrori? Niente affatto!
Il 27 agosto scorso, François Hollande dichiara: “Lo dico con la dovuta solennità: restiamo molto vigili con i nostri alleati per prevenire l’impiego di armi chimiche da parte del regime (siriano) che per la comunità internazionale sarebbe una causa legittima di intervento diretto”. Questo intervento ricalcava quello di Barack Obama che poco prima aveva affermato che questa questione dell’utilizzazione delle armi chimiche avrebbe costituito una “linea rossa” ed una ragione per mandare delle truppe contro lo Stato siriano. In altre parole, finché le carneficine vengono perpetrate con le armi “tradizionali”, e cioè “lealmente”(!), allora va bene. Ma attenzione alla “linea rossa!”
L’ipocrisia putrida della borghesia si svela ancora una volta in questa situazione drammatica. Da parecchi mesi tutti minacciano di intervenire ma non sono in grado di fare nulla e anche se lo facessero non sarebbe per sostenere la popolazione ma per aprire la porta ad una nuova babele di cui i siriani farebbero inevitabilmente le spese e ciò costituirebbe solo una scalata nell’orrore.
In realtà, questa pretesa guerra di “liberazione” o di “lotta per la democrazia” è semplicemente una guerra imperialista nella quale sono impegnate tutte le potenze regionali e soprattutto quelle più grosse, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna. L’implicazione e la responsabilità di tutti questi gangster non si manifestano solamente attraverso le loro gesticolazioni all’ONU o altrove, ma anche per l’armamento e per i soldi che già elargiscono ai due campi siriani[1].
La richiesta della creazione di una zona-tampone in Siria alla frontiera con la Turchia, per offrire un sedicente riparo alle decine di migliaia di profughi che affluiscono, è una grande balla. Questa non sarebbe transitabile data l’opposizione di Assad e richiederebbe una guerra aperta con Damasco, proprio perché rappresenterebbe una retrovia di quasi tutti i pescecani in campo, sotto la bandiera della “difesa della pace” con, in fin dei conti, altrettanti rischi per i profughi. Ricordiamoci, infatti, con quale attenzione l’ONU nel 1995 lasciò che le truppe di Milosevic massacrassero migliaia di persone a Srebrenica in Bosnia.
Se l’ONU interviene bisognerà ricordarsi della sollecitudine con cui gli afghani sono stati trattati dal 2001, poi gli iracheni, in nome della lotta “contro il terrorismo” o “per la democrazia”, e quello che ne è rimasto: campi di rovine e milioni di persone offerte in pasto alle bande armate di questa o quella cricca con la prospettiva della miseria e la sottomissione al volere dei più signori della guerra, uno peggio dell’altro.
Bisogna ancora ricordare l’ipocrisia e la violenza proprie dei protettorati francesi e britannici in questa regione del Medio Oriente all’epoca del crollo dell’impero ottomano, all'epoca della Prima Guerra mondiale, e dell’accordo Sykes-Picot del 1916 che fu un vero e proprio smembramento della Siria e dell’Iraq, sulla base di promesse di liberazione agli arabi, e le carneficine ricorrenti. La borghesia è sempre piena di buone intenzioni per nascondere i suoi veri obiettivi e non può che rilanciare menzogne per realizzarli.
Di una cosa siamo certi, ciò che accade oggi è l’espressione non solo della follia di Assad ma anche di questo mondo decadente. Ed è senza alcun dubbio, qualunque sia l’evoluzione di questo dramma, il preludio ad un ulteriore aggravamento della situazione di tutto il Medio Oriente. Le conseguenze saranno disastrose, come già si vede con l’attuale estensione del conflitto in Libano.
Wilma, 31 agosto.
[1] Bisogna sottolineare la sfrontatezza della Russia che pretende di consegnare ad Assad degli elicotteri da combattimento che erano in “riparazione”, quella degli Stati Uniti che pretendono di fornire solamente “dei mezzi di comunicazione”, benché notoriamente procurino armi anticarro attraverso l’Arabia Saudita, il Qatar ed il Kuwait. La Francia contribuisce vendendo telecamere termiche alla Russia per i suoi carri.
La condizione della donna nel ventunesimo secolo”: perché un titolo del genere, perché affrontare questo argomento? Non è anacronistico o sorpassato? Dopo tutto, non siamo nel 2012? I diritti delle donne alla parità non sono riconosciuti in Italia e in una moltitudine di convenzioni e dichiarazioni in tutto il mondo?
In realtà, la questione della sofferenza delle donne in una società che rimane fondamentalmente patriarcale rimane irrisolta[1]. In tutto il mondo, la violenza domestica, le mutilazioni genitali rituali, lo sviluppo di ideologie del tutto anacronistiche, come il fondamentalismo religioso, per esempio, continuano ad operare e a svilupparsi[2].
Quello che i socialisti del XIX secolo chiamavano “la questione femminile” si pone dunque tuttora: come creare una società in cui le donne non subiscano più questa particolare oppressione? E quale deve essere l’atteggiamento dei comunisti rivoluzionari nei confronti delle “lotte delle donne”?
Una prima osservazione: la società capitalistica ha gettato le basi per il cambiamento più radicale che la società umana abbia mai conosciuto. Tutte le società precedenti, senza eccezione, si basavano sulla divisione sessuale del lavoro. Qualunque fosse la loro natura di classe, e al di là del fatto che la situazione delle donne fosse più o meno favorevole, era scontato che certe occupazioni fossero riservate agli uomini, altre alle donne. Le occupazioni maschili e femminili potevano cambiare da una società all’altra, ma la divisione era universale. Non possiamo entrare qui in uno studio approfondito sul perché di questo fatto, ma molto verosimilmente esso è legato ai vincoli del parto, e risale agli albori dell’umanità. Il capitalismo, per la prima volta nella storia, tende ad eliminare questa divisione. Dalla sua nascita, il capitalismo rende il lavoro astratto. Mentre una volta vi era il lavoro pratico dell’artigiano o del contadino, inquadrato dalle regole delle corporazioni o dalle leggi consuetudinarie, adesso vi è solo la mano d’opera pagata con una tariffa oraria o a cottimo indipendentemente da chi esegua il lavoro. Poiché le donne sono pagate di meno, spesso queste vengono fatte entrare in fabbrica per sostituire gli uomini che vi lavoravano prima. Questo è ad esempio il caso dei tessitori. Con l’aiuto della meccanizzazione, il lavoro richiede sempre meno forza fisica poiché la forza dell’uomo viene sostituita da quella, decuplicata, delle macchine. Oggi, il numero di posti di lavoro che richiedono ancora la forza fisica del maschio è limitata e si vedono sempre più donne entrare in campi precedentemente riservati agli uomini. I vecchi pregiudizi sulla presunta “irrazionalità” delle donne cadono quasi da soli, e si vedono sempre più donne occupare posti di ricercatori o nelle professioni mediche che in precedenza erano riservate agli uomini.
L’entrata massiccia delle donne nel mondo del lavoro associato[3] ha avuto due conseguenze potenzialmente rivoluzionarie:
Nel capitalismo, negli anni tra il XIX ed il XX secolo, la rivendicazione a partecipare alla vita politica non si limitava alle donne operaie. Le donne della borghesia e della piccola borghesia rivendicavano anche loro parità di diritti ed in particolare il diritto al voto. Per il movimento operaio, ciò poneva il problema di quale atteggiamento adottare nei confronti dei movimenti femministi. Infatti, se il movimento operaio era contro ogni oppressione della donna, i movimenti femministi, ponendo la questione sociale a partire dal sesso e non dal conflitto di classe, negavano la necessità di un rovesciamento rivoluzionario della società da parte di una classe sociale composta di uomini e di donne: il proletariato. Mutatis mutandis, questa è la stessa questione che si pone oggi: quale atteggiamento devono adottare i rivoluzionari verso il movimento di liberazione della donna?
In un articolo pubblicato nel maggio 1912 sulla lotta per il suffragio femminile, la rivoluzionaria Rosa Luxemburg fa una netta distinzione tra le donne della borghesia ed il proletariato femminile: “Molte di queste donne borghesi che si comportano come leonesse nella lotta contro le “prerogative maschili” marcerebbero come delle docili pecore nel campo della reazione conservatrice e clericale, se avessero il diritto di voto (...) Economicamente e socialmente, le donne delle classi sfruttatrici non sono un segmento indipendente della popolazione. La loro unica funzione sociale è quella di essere strumenti della riproduzione naturale delle classi dominanti. Al contrario, le donne proletarie sono economicamente indipendenti. Esse sono produttive per la società così come lo sono gli uomini”[4]. La Luxemburg fa dunque una distinzione molto netta tra la lotta per il suffragio delle donne proletarie e quella delle donne della borghesia, e insiste inoltre sul fatto che la lotta per i diritti delle donne è una questione che riguarda tutta la classe operaia: “Il suffragio delle donne è l'obiettivo. Ma il movimento di massa che potrà ottenerlo non è quello delle sole donne, perché questa è una preoccupazione della classe comune delle donne e degli uomini del proletariato.”
Il rifiuto del femminismo borghese è altrettanto chiaro in Aleksandra Kollontaj, membro del partito bolscevico, che pubblica nel 1908 La base sociale della questione femminile:
“Qualunque cosa dicano le femministe, l’istinto di classe si mostra sempre più potente dei nobili entusiasmi della politica “al di sopra delle classi”. Finché le donne borghesi e le loro “sorelline” [vale a dire le operaie, ndr] sono uguali nella loro disuguaglianza, le prime possono in tutta sincerità fare dei grandi sforzi per difendere gli interessi generali delle donne. Ma, una volta superata la barriera e avuto accesso all’attività politica, quelle stesse donne borghesi che fino a poco prima si erano fatte sostenitrici dei “diritti per tutte le donne” diventano sostenitrici entusiaste dei privilegi della loro classe (...). Quando le femministe parlano agli operai della necessità di una lotta comune per raggiungere un qualche “principio generale delle donne”, le donne della classe operaia sono naturalmente diffidenti”[5].
Che questa diffidenza avanzata dalla Kollontaj e dalla Luxemburg fosse del tutto giustificata, fu dimostrato in pratica durante la Prima Guerra mondiale. Il movimento delle “suffragette” si divise in due: da un lato, le femministe guidate da Emmeline Pankhurst e da sua figlia Christabel che diedero il loro sostegno inequivocabile alla guerra e al governo; dall’altro, Sylvia Pankhurst in Gran Bretagna e sua sorella Adela in Australia, che si separarono dal movimento femminista per difendere una posizione internazionalista. Durante la guerra, Sylvia Pankhurst abbandonò gradualmente il riferimento al femminismo: la sua “Women’s Suffrage Federation” divenne la “Workers’ Suffrage Federation” nel 1916, e il suo giornale Women’s Dreadnought[6] cambiò nome per diventare Workers’ Dreadnought en 1917.
La Luxemburg e la Kollontaj ammisero che le lotte delle femministe e quelle delle donne proletarie potevano trovarsi temporaneamente su un terreno comune, ma non che le donne proletarie potessero fondersi nella lotta delle femministe su un terreno puramente di “diritti delle donne”. Ci sembra che i rivoluzionari debbano adottare oggi lo stesso atteggiamento, naturalmente nelle condizioni della nostra epoca.
Vogliamo concludere con una riflessione su “l’uguaglianza” come rivendicazione per le donne. Dato che il capitalismo considera la forza lavoro come un’astrazione, finanziariamente contabile, la sua visione di uguaglianza è ugualmente astratta, contabile: un’“uguaglianza di diritti”. Ma dal momento che gli esseri umani sono tutti diversi, un’uguaglianza di diritti diventa molto presto una disuguaglianza di fatto[7], ed è per questo che i comunisti, da Marx in poi, non rivendicano una “uguaglianza” sociale. Al contrario, lo slogan della società comunista è: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. E vi è un bisogno, ma anche una capacità, che le donne hanno e che gli uomini non avranno mai: quella di partorire.
Una donna deve dunque avere la possibilità di dare alla luce il suo bambino, di allevarlo per i suoi primi anni, senza che ciò vada in contraddizione né con la sua indipendenza né con la sua partecipazione alla vita sociale in tutte le sue dimensioni. E’ una necessità, un bisogno fisico, che la società deve sostenere; ed è una capacità di cui la società ha tutto l’interesse a consentirne l’espressione dal momento che si tratta del suo avvenire[8]. Non è dunque difficile vedere che una società veramente umana, una società comunista, non cercherà di imporre un’“uguaglianza” astratta alle donne, che sarebbe solo una disuguaglianza reale di fatto. Essa cercherà al contrario di integrare questa capacità specifica alle donne nell’insieme dell’attività sociale, completando al tempo stesso un processo che il capitalismo non poteva che iniziare, mettendo così fine per la prima volta nella storia alla divisione sessuale del lavoro.
Jens, giugno 2012
[1] Secondo l’indagine nazionale sulle violenze contro le donne del 2000, “nel 1999, più di un milione e mezzo di donne hanno dovuto affrontare una situazione di violenza, verbale, fisica e/o sessuale. Circa una donna su 20 ha subito un’aggressione fisica nel 1999, dei colpi per tentato omicidio, [mentre] l’1,2% sono state vittime di violenza sessuale, dalle palpazioni allo stupro. Questa sale al 2,2% nella fascia di età di 20-24 anni” (cf. www.sosfemmes.com/violences/violences_chiffres.htm [36])
[2] Per fare solo un esempio, secondo un articolo pubblicato nel 2008 da Human Rights Watch, gli Stati Uniti hanno conosciuto un drammatico aumento della violenza contro le donne nel corso dei due ultimi anni (cf. www.hrw.org/news/2008/12/18/us-soaring-rates-rape-and-violence-against-women [37]).
[3] Le donne, naturalmente, hanno sempre lavorato. Ma nelle società di classe precedenti al capitalismo, il loro lavoro è rimasto per lo più rinchiuso nel dominio domestico privato.
[4] Dall’articolo “Suffragio femminile e lotta di classe”, del maggio 1912, riprodotto in francese sul sito www.marxists.org/francais/luxembur/works/1912/05/suffrage.htm [38] e tradotto in italiano da noi.
[5] Pubblicato in Aleksandra Kollontaj : Selected writings, Alison & Busby, 1977, p. 73. Tradotto in italiano da noi.
[6] Riferimento alle navi da battaglia della marina britannica dell’epoca.
[7] “Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di un’uguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa.” (Marx, Critica del Programma di Gotha, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/cpg-cp.htm [39]).
[8] Stiamo qui parlando in generale. E’ ovvio che non tutte le donne avvertono questa esigenza.
Per questo, dopo la 2^ guerra mondiale, nel pieno del “boom” della tecnologia e dello sviluppo scientifico degli anni ’60, la scienza si trovava in una situazione simile a quella della fine del secolo 19°, come mise in evidenza la corrente bordighista:
“...il «progresso scientifico» è uno dei grandi alibi della borghesia… Inoltre, prende argomenti dai risultati delle scienze della natura per costruire una ‘scienza sociale’ che si proclama al di sopra delle classi, in realtà per giustificare la sua filosofia sociale e la sua forma di società…” scriveva il partito bordighista nella sua riunione generale di Torino nel 1968.
Durante il 20° secolo, a causa della sconfitta del tentativo rivoluzionario e del peso dello stalinismo, il Movimento Operaio è stato vittima di una visione dogmatica e materialista volgare della scienza, che si riassumeva negli “avanzamenti” dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica e in “scienziati” come Lyssenko; ma anche, all’opposto, da un rifiuto della scienza, che si identificava con la corsa agli armamenti e con lo sfruttamento, come denunciavano i giovani degli anni ’60. Solo eccezionalmente si sono prodotti sforzi per recuperare un’impostazione marxista del problema, partendo dal materialismo storico. E questo principalmente su un terreno teorico e isolato dalle lotte della classe, un terreno filosofico.
Come, ad esempio, gli sforzi di Lukács, che anche se cominciarono nel fuoco della lotta della Sinistra Comunista nella rivista Kommunismus, si persero in seguito in un contesto “teorico” astratto e furono infine utilizzati da Stalin nella sua battaglia contro Trotsky.
Lukács critica la scienza nel capitalismo perché questa viene costruita a partire dalle premesse della società capitalista stessa, che preesistono ai suoi postulati, per cui difetta di una visione storica e dialettica:
“Il carattere storico di quei ‘fatti’ che sembrano essere appresi dalla scienza in questa ‘purezza’ si fa valere con conseguenze ancora più gravi. Essi non sono soltanto compresi come prodotti dello sviluppo storico in una costante trasformazione, ma sono anche – proprio nella struttura della loro oggettualità - prodotti di un’epoca storica determinata: quella del capitalismo. Di conseguenza quella ‘scienza’ che riconosce il modo in cui essi sono dati immediatamente come base della fattualità scientificamente rilevante e la loro forma oggettuale come premessa della formazione scientifica del concetto, si dispone semplicemente e dogmaticamente sul terreno della società capitalista, assumendo acriticamente la loro essenza, la loro struttura oggettuale, la loro legalità come base immodificabile della ‘scienza’. Per passare da questi ‘fatti’ ai fatti nel senso vero del termine, la loro condizionatezza storica deve essere penetrata come tale, abbandonando il punto di vista a partire dal quale essi si mostrano immediatamente: essi stessi sono da sottoporre ad una trattazione storico-dialettica. Infatti Marx dice: “La struttura (Gestalt) definitiva dei rapporti economici, così come si manifesta alla superficie, nella sua esistenza reale, e perciò anche le rappresentazioni attraverso le quali gli agenti attivi e passivi di tali rapporti cercano di venire in chiaro su di essi, differiscono notevolmente dal loro nucleo strutturale (Kerngestalt) interno, essenziale e tuttavia nascosto, e dal concetto che corrisponde ad esso, ne sono anzi il rovesciamento opposto.” Perciò, se si vogliono comprendere correttamente i fatti, si deve innanzitutto cogliere con chiarezza e precisione questa differenza fra la loro esistenza reale e il loro nucleo strutturale interno, tra le rappresentazioni che si formano in rapporto ad essi ed i loro concetti. Questa distinzione è il primo presupposto di una considerazione realmente scientifica che, secondo le parole di Marx, “sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica coincidessero direttamente.” Ciò che importa è dunque, da un lato, liberare i fenomeni da questa forma immediata di dadità, trovare le mediazioni mediante le quali essi possano essere riferiti al loro nucleo, alla loro essenza e colti nella loro stessa essenza, e, d’altro lato, ottenere la comprensione di questo loro carattere di fenomeno, del loro apparire come loro necessaria forma fenomenica. Questa forma è necessaria a causa della loro essenza storica, per il fatto che essi si sono sviluppati sul terreno della società capitalista. Il rapporto dialettico consiste appunto in questa doppia determinazione, in questo contemporaneo riconoscimento e superamento dell’essere immediato”. (Storia e coscienza di classe, Sugarco edizioni, 1974, “Che cosa è il marxismo ortodosso?”, pag. 10-11).
La dittatura dei “fatti” nasconde una incapacità a comprendere l’evoluzione dialettica della realtà.
«L’essenza dell’evoluzione capitalista, resa estranea all’uomo, immobilizzata, trasformata in cosa impenetrabile, si cristallizza nel “fatto” sotto una forma che fa di questa immobilità e di questa alienazione il fondamento più evidente, il più indubitabile, della realtà e della comprensione del mondo. Di fronte alla immobilità di questi “fatti” ogni movimento appare come un semplice movimento al suo livello, ogni tendenza a modificarlo come un principio esclusivamente soggettivo (desideri, giudizi di valore, dover essere, ecc.). Quando questa priorità metodologica dei “fatti” è stata infranta, quando il carattere di processo di ogni fenomeno è stato riconosciuto, si può infine comprendere che quello che si suole chiamare “fatti” consiste anch’esso in processo. Si può quindi capire che i fatti non sono giustamente altra cosa che parti, momenti del processo complessivo, separati, artificialmente isolati e immobilizzati. Allo stesso tempo si capisce anche perché il processo complessivo, in cui l’essenza del processo si afferma senza falsificazione e la cui essenza non è oscurata da nessuna immobilità, rappresenta rispetto ai fatti la realtà superiore ed autentica. E si comprende allo stesso tempo perché il pensiero borghese ossificato debba necessariamente fare di questi “fatti” il proprio massimo feticcio teorico e pratico. Questa fatticità pietrificata, dove tutto si immobilizza in “grandezza fissa”, dove la realtà del momento è presente in una immobilità totale e assurda, rende ogni comprensione, anche di questa realtà immediata, metodologicamente impossibile.» (Lukács, op cit, Rosa Luxemburg marxista)
Si può anche citare il lavoro “filosofico” della scuola di Francoforte. Horkheimer e Adorno dimostrarono ne La dialettica dell’illustrazione che dietro il successo della scienza nel 20° secolo si nasconde un “ritorno a Kant”[2]:
«Il dominio della natura traccia il cerchio in cui la critica della ragion pura ha racchiuso il pensiero. Kant unì la tesi del suo faticoso e incessante progresso fino all’infinito con una inflessibile insistenza sull’insufficienza e l’eterna limitazione. La risposta che ha dato sembra il verdetto di un oracolo. Non c’è essere al mondo che non possa essere penetrato dalla scienza, però quello che può essere penetrato dalla scienza non è l’essere. Per questo, secondo Kant, il giudizio filosofico punta al nuovo, ma non conosce mai niente di nuovo, dal momento che ripete sempre solo quello che la ragione ha posto già nell’oggetto. Ma a questo modo di pensare, protetto e garantito – nei diversi dipartimenti della scienza – per i sogni di un visionario (riferimento a uno degli appellativi dello stesso Kant, ndr) viene presentato presto il conto. Il dominio universale sulla natura si ritorce contro lo stesso soggetto pensante, del quale non resta più che questo stesso, eternamente uguale “io penso”, che deve accompagnare tutte le mie rappresentazioni. Soggetto e oggetto si annullano fra di loro. Il sé astratto, il diritto di registrare e sistematizzare, non ha di fronte a sé altro che l’astratto materiale, che non ha altra caratteristica se non quella di servire da substrato a questo possesso. L’equazione di spirito e mondo finisce per risolversi, ma solo perché i due membri di essa si elidono reciprocamente. Nella riduzione del pensiero alla categoria dell’apparato matematico si trova la consacrazione del mondo come misura di se stesso. Quello che sembra un trionfo della razionalità oggettiva, la sottomissione di tutto l’esistente al formalismo logico, è ricompensato con la docile sottomissione della ragione ai dati immediati. Comprendere il dato come tale, non limitarsi a leggere nei dati astratte relazioni spaziotemporali, grazie alle quali possono essere presi e trattati, senza intenderli in cambio come la superficie, come momenti mediati del concetto, che si compiono solo attraverso la spiegazione del suo significato storico, sociale e umano: ogni pretesa di conoscenza è abbandonata. Perché la conoscenza non consiste solo nella percezione, nella classificazione e nel calcolo, ma giustamente nella negazione determinante di quello che è immediato. Mentre il formalismo matematico, il cui strumento è il numero, la forma più astratta dell’immediato, fissa il pensiero nella pura immediatezza. Se dà ragione a quello che è di fatto, il pensiero si limita alla sua ripetizione, si riduce alla tautologia. Quanto più l’apparato teorico si impadronisce di tutto quello che esiste, tanto più ciecamente si limita a riprodurlo.» (Marc Horkheimer e Theodor Adorno, Dialettica della illustrazione, Il concetto di illustrazione).
La prossima rivoluzione non potrà evitare questi problemi.
Quale deve essere l’atteggiamento della rivoluzione rispetto alla scienza?
Purtroppo Lenin si fece trascinare, nel suo Materialismo ed Empiriocriticismo, in una deriva materialista volgare. Ma quello che fu un errore fu in seguito eretto, dallo stalinismo, a norma. Gli errori di Lenin diventarono la base del dogmatismo sterile, arrivando all’assurdo di negare la ‘teoria della relatività’ e voltando le spalle allo sviluppo della scienza, per instaurare una specie di catechismo che si chiamò “leninismo”. Lo stalinismo arrivò alla posizione caricaturale che il marxismo era l’unica “visione integrale della realtà” e perciò tutti i campi della scienza sono “limitati” e devono essere supervisionati o inquadrati nel marxismo. Sappiamo che nella Russia controrivoluzionaria questo portò all’aberrazione di una scienza “marxista”, che sarebbe “superiore”:
“Per quanto il punto di vista assunto successivamente da Lenin esteriormente possa apparire imparentato a quello engelsiano, in realtà si differenzia da esso come il giorno dalla notte: mentre Engels individua il compito essenziale del materialismo dialettico nel “salvare la dialettica cosciente trasferendola dalla filosofia idealistica tedesca nella concezione materialistica della natura e della storia” (prefazione alla seconda edizione dell’Antidühring, del 1885), Lenin, al contrario, individua il compito essenziale nel mantenimento e nella salvaguardia della posizione materialistica stessa, che in fondo nessuno ha messo seriamente in questione. Così Engels giunge ad affermare, in accordo con la progressiva evoluzione delle scienze, che il materialismo moderno applicato alla natura e alla storia “in entrambi i casi è essenzialmente dialettico e non necessita più di una filosofia che si collochi al di sopra delle altre scienze”, mentre Lenin cavilla attorno alle “deviazioni filosofiche” che ha individuato anche nei ricercatori scientifici più produttivi, pretendendo che alla sua “filosofia materialistica” spetti una specie di autorità giudiziaria suprema nei confronti dei risultati passati, presenti e futuri della ricerca scientifica settoriale.
Questa tutela “filosofica” materialistica di tutte le scienze della natura e della società come pure dell’ulteriore sviluppo complessivo della coscienza culturale nella letteratura, nel teatro, nelle arti figurative, ecc., che dagli epigoni di Lenin è stata spinta fino alle più assurde conseguenze, ha finito col condurre alla formazione di quella singolare dittatura ideologica, oscillante tra progresso rivoluzionario e oscura reazione, che nella Russia sovietica dei nostri giorni, in nome del cosiddetto “marxismo leninismo”, viene esercitata su tutta la vita spirituale non solo della burocrazia di partito che detiene il potere, ma dell’intera classe operaia, e che recentemente si è tentato di estendere anche oltre le frontiere della Russia sovietica, a tutti i partiti comunisti dell’Occidente e del mondo intero”[3].
Evidentemente è da qui che nasce l’idea nella storia (e in Gracchus) che la rivoluzione avrebbe “negato” la scienza per imporle una specie di “conoscenza” – parola di Marx-Stalin -, chiamata “leninismo”. Ovviamente, contro di questo, Gracchus sottolinea che la prossima rivoluzione dovrà partire e integrare gli apporti della scienza. Ma questo è di fatto la tradizione del Movimento operaio fino allo stalinismo. Non solo Marx ed Engels incorporarono le scoperte di Morgan o Darwin o Engels rifletté sulla teoria cellulare di Virchow, ma anche nella 2^ Internazionale questa fu la norma.
Di fatto, la Rivoluzione d’Ottobre, contrariamente al suo becchino Stalin, aprì e stimolò diversi fronti di lavoro sul terreno scientifico, per esempio sull’ecologia o la psicologia.
Il movimento operaio ha sempre mantenuto una dimensione culturale e scientifica nei dibattiti in seno alla socialdemocrazia tedesca e le cui ultime testimonianze conosciute sono gli scritti di Trotsky e la sua relazione con la corrente surrealista, per esempio. Una dimensione che è stata sepolta dalla controrivoluzione e che la CCI oggi tenta di recuperare.
18.04.12
[1] Vedi Rivoluzione Internazionale n. 176
[2] Con il termine di “ritorno a Kant” si ricorda un dibattito storico svoltosi nella Socialdemocrazia alla fine del 19° secolo e che costituiva il risvolto teorico-filosofico del riformismo. In effetti, riassumendo, Bernstein sosteneva che le analisi di Marx erano scientifiche in quanto descrivevano e analizzavano la società capitalista, però erano “idealiste” quando stabilivano una prospettiva rivoluzionaria. Sul terreno della prospettiva rivoluzionaria, delle questioni sociali, si sarebbe dovuto “recuperare la filosofia di Kant”.
[3] Karl Korsch, Marxismo e filosofia. Edizione Sugar, pag. 31-32.
Un po’ di tempo fa il compagno Gracchus, polemizzando con un articolo pubblicato a proposito della scoperta, in seguito smentita, che i neutrini viaggerebbero più veloci della luce[1] inviò un contributo su Il Marxismo e il metodo scientifico[2], pubblicato sul nostro sito in spagnolo, aggiornato in seguito con una Versione finale nella rubrica commenti del sito.
Allora salutammo il contributo del compagno rispondendo puntualmente a una delle sue affermazioni relativa alle minoranze rivoluzionarie. La successiva riflessione e discussione su Marxismo e metodo scientifico ci spinge oggi ad approfondire il punto centrale della sua esposizione, senza intaccare il giudizio già espresso sul contributo del compagno. Al contrario, questi suoi contributi animano la discussione e la chiarificazione su questo tema che non è per niente scontato.
Nella sua Versión final, Gracchus espone il centro della sua riflessione in questa maniera:
“Già Marx sottolineava il carattere storico e dialettico delle conoscenze scientifiche, a differenza del materialismo volgare tipo quello di Diderot o Laplace, che la borghesia trionfante del 19° secolo dava per scontato e specchio di un presunto ‘dominio della natura’. Questa scienza nascente così sicura di se stessa e delle sue applicazioni tecniche, che si imponevano a ritmo di macchina a vapore (e in seguito del generatore elettrico), si crede atemporale e oggettiva. Questa critica marxista non restò inascoltata e di fatto influenzò filosofi e scienziati rivoluzionari come Dietzgen o Pannekoek. Nonostante la stessa borghesia della fine del secolo 19° fosse cosciente dei limiti della propria scienza, essa era più preoccupata dal supposto pericolo per il suo potere insito in una scienza che avanzasse al ritmo di quella naturale. Da qui il “malessere nella scienza” di cui parlava Pannekoek nel suo “Lenin filosofo”, che provocò una serie di controversie su concetti di base tra la stessa scienza e la filosofia borghese di cui, malgrado la sua tendenza a ricadere nell’idealismo e nel soggettivismo, non possiamo sottovalutare la lucidità e il livello di autocoscienza (vedi le posizioni di Mach, Avenarius o Poincaré).
Quello che vogliamo sviluppare in questo articolo è che, ci piaccia o meno ammetterlo, la scienza naturale borghese in gran misura seppe affrontare le difficoltà in cui si trovò implicata, ed anche superarle, con l’applicazione a tutti i terreni del nuovo paradigma einsteiniano-quantistico con tutte le sue applicazioni pratiche: sviluppo del transistor, microscopia elettronica, effetto tunnel, ecc. In più, per quanto riguarda le Scienze naturali e le loro applicazioni, non possiamo mancare di costatare il loro sviluppo esponenziale durante il 20° secolo”.
Cercando di seguire il ragionamento di Grachus, possiamo dire che il centro della sua tesi consiste nel segnalare che la scienza nel 20° secolo ha superato il blocco, o “malessere” che aveva subito alla fine del 19° (e che Pannekoek aveva caratterizzato come tendenza all’idealismo; Grachus, pur senza negare quanto detto prima, sembra riferirsi principalmente ad un paradigma equivocato, in cui si stabilisce un domino della natura, e, in definitiva, una pretesa di essere in possesso di una spiegazione definitiva di una realtà acquisita e immutabile per sempre). La scienza del 20° secolo sarebbe tornata con i suoi paradigmi ai principi materialisti che già Marx aveva riconosciuto.
Secondo lui, la teoria rivoluzionaria dovrebbe integrare i suoi risultati e superarli, invece di negarli, come fece lo stalinismo, in nome del marxismo e del determinismo.
In questo ragionamento si sovrappongono due problemi che non sono uguali e questo alla fine fa confusione. Le due questioni che dobbiamo discutere sono:
- Qual è il problema a cui era confrontata la scienza alla fine del 19° secolo? E questo problema è stato superato nel 20° secolo?
- Quale deve essere l’atteggiamento della rivoluzione rispetto alla scienza?
Qual è il problema a cui era confrontata la scienza alla fine del 19° secolo? E questo problema è stato superato nel 20° secolo?
A grandi linee, e solo per accennare una risposta, sembra che Grachus vede solo una parte del problema. Egli vede che l’ostacolo centrale della scienza del 19° secolo stava nell’aver preso per realtà quello che era solo un paradigma per capire la realtà. Così la fisica Newtoniana e la teoria atomica classica vengono prese come la spiegazione definitiva della materia, o ancor più, per la materia stessa. Il successivo sviluppo della relatività e della fisica quantistica mise in evidenza che il paradigma precedente era arrivato ai suoi limiti e permise, come dice Grachus, un gran progresso della scienza.
Il libro di Pannekoek, Lenin filosofo, come dice il suo nome è in realtà una critica alle incursioni filosofiche di questo nel libro Materialismo ed empiriocriticismo. Lenin scrisse questo libro nel 1908, in polemica con la tendenza di Bogdanov e Lunacharsky, che si richiamavano alle posizioni dell’empiriocriticismo (Mach e Avenarius), che Lenin caratterizzava come una deviazione verso l’idealismo. Il problema è, però, che Lenin stesso finisce con lo sviluppare una posizione schematica, materialista volgare[3]. Come disse Korsch in Marxismo e filosofia, Lenin difende il marxismo contro l’idealismo, mentre gli attacchi non venivano da qui, ma da una tendenza materialista volgare:
“Se si tiene presente questa posizione assunta da Lenin nei confronti della filosofia o di ogni ideologia in generale, il giudizio che deve essere portato sulla sua particolare “filosofia materialista” dipende innanzitutto da una prima questione che, in conformità con il principio adottato da Lenin stesso, è una questione storica: nell’epoca contemporanea esiste effettivamente quella trasformazione della situazione ideologica complessiva sostenuta da Lenin, per cui il materialismo dialettico non dovrebbe più opporre la dialettica al materialismo volgare, predialettico e oggi in parte coscientemente adialettico e antidialettico delle scienze borghesi, ma dovrebbe invece contrapporre il materialismo alle crescenti tendenze idealistiche della filosofia borghese? Secondo la mia opinione, che ho già avuto occasione di esporre altrove, ciò non corrisponde in alcun caso alla realtà. Nonostante che taluni fenomeni di superficie dell’attuale attività filosofica e scientifica della borghesia paiano contraddire tale tendenza, e nonostante che indubbiamente esistano certune correnti realmente diverse e contrarie, anche oggi, come sessanta o settant’anni fa, si deve considerare tendenza fondamentale della filosofia borghese non quella che si ispira a una concezione idealistica, ma piuttosto quella che si ispira a una concezione materialistica influenzata dalle scienze naturali”. (K. Korsch, Marxismo e Filosofía, Sugar editore).
Il libro di Pannekoek ha il merito di mostrare come il materialismo volgare stava sviluppando una posizione idealista, dal punto di vista epistemologico, dal momento che la crisi del paradigma newtoniano per spiegare la realtà stava portando all’idea che la realtà è inspiegabile. La vera questione non è quindi materialismo contro idealismo, ma materialismo volgare contro materialismo dialettico.
"Il materialismo non poteva regnare all’interno dell’ideologia borghese se non per un tempo molto breve. Finchè la borghesia poteva credere che la sua società, quella della proprietà privata, della libertà individuale e della libera concorrenza, avrebbe potuto risolvere i problemi vitali di tutta l’umanità grazie allo sviluppo della produzione, della scienza e della tecnica, poteva anche credere che la scienza avrebbe permesso di risolvere i suoi problemi teorici senza che fosse necessario ricorrere a forze spirituali soprannaturali. Ma dal momento che la lotta del proletariato, con il suo sviluppo, mise in evidenza che il capitalismo non era in condizione di risolvere i problemi vitali delle masse, anche la filosofia materialista sicura di sé entrò in crisi. L’universo fu nuovamente rappresentato come pieno di contraddizioni insolubili e di incertezze, popolato da potenze funeste che minacciavano la civilizzazione. Perciò la borghesia si diede ad ogni sorta di credenza religiosa e gli intellettuali e filosofi borghesi furono preda dell’influenza di tendenze mistiche. Ben presto furono messe in evidenza le debolezze e le insufficienze della filosofia materialista e presero spazio grandi discorsi sui ‘limiti della scienza’ e sugli ‘enigmi’ insolubili dell’universo”.
Pannekoek mostra che la via che porta dal materialismo all’idealismo nello sviluppo della scienza borghese si spiega con la sua pretesa di considerare la materia, la vita reale, come qualcosa di fisso, completamente sviluppato, la cui spiegazione si trova nelle leggi e nei calcoli sempre più complessi degli scienziati; allo stesso tempo fa vedere come questa visione sia il prodotto della sua visione limitata della realtà, che separa ed oppone materia e spirito, essere e pensiero, concreto ed astratto, soggetto ed oggetto.
Il marxismo non si presenta come una conoscenza finita della realtà circostante, ma vede l’apparizione degli uomini come il prodotto di uno sviluppo prima della natura e poi sociale. Considera che a partire dalla scoperta che gli esseri umani sono un prodotto e un fattore attivo delle trasformazioni storiche e sociali, la realtà deve essere vista come un processo contraddittorio in cui interagiscono diversi elementi che si riassumono nella natura e nel fattore umano e che sono in continuo cambiamento. Ogni momento costruisce le sue ipotesi, le sue controversie, le sue scoperte, in dipendenza del passato, del presente e della prospettiva, e non può essere spiegato se lo si astrae dall’unità dell’insieme o mettendo i vari elementi in opposizione; in questa maniera si costruisce una visione del mondo che, senza eliminare gli imprevisti, il caso, ecc., (non è una teleologia), non dà luogo a una concezione mistica, all’idea che al di là dell’esperienza dei nostri sensi e dei nostri tentativi di spiegazione esisterebbe la “cosa in sé”.
Fin dai primi lavori di Marx nel decennio del 1840, c’è una sensibilità verso questo problema, che viene apertamente affrontato già nei Manoscritti economici e filosofici:
“Le scienze naturali hanno sviluppato un’enorme attività e si sono appropriate di un materiale sempre in aumento. La filosofia è rimasta frattanto estranea a loro, tanto quanto le scienze naturali sono rimaste estranee alla filosofia. La loro momentanea unione è tata soltanto un’illusione fantastica. C’era la volontà, ma mancava la capacità. La storiografia stessa tiene conto della scienza naturale solo di sfuggita, come momento della illuminazione e dell’utilità di alcune singole grandi scoperte. Ma la scienza naturale si è intromessa tanto più praticamente nella vita dell’uomo mediante l’industria, e l’ha trasformata, e ha preparato l’emancipazione dell’uomo, pur avendo dovuto immediatamente condurre a compimento la sua disumanizzazione. L’industria è il rapporto storico reale della natura e quindi anche della scienza naturale con l’uomo; perciò se essa viene intesa come la rivelazione esoterica delle forze essenziali dell’uomo, viene pure compresa l’essenza umana della natura o l’essenza naturale dell’uomo; di conseguenza le scienze naturali perdono la loro direzione astrattamente materiale o meglio idealistica, e diventano la base della scienza umana, come già oggi sono diventate, per quanto in forma estraniata, la base della vita umana reale; onde il dire che una è la base della vita e un’altra è quella della scienza è sin da principio una menzogna. La natura che diviene nella storia dell’uomo, nell’atto di nascita della società umana, è la natura reale dell’uomo, onde la natura, quale diviene attraverso l’industria, se pure in forma estraniata, è la vera natura antropologica.
La sensibilità (vedi Feuerbach) deve costituire la base di ogni scienza. Questa è scienza reale solo se procede dalla sensibilità, nella sua duplice forma, tanto della coscienza sensibile quanto del bisogno sensibile: dunque soltanto se procede dalla natura. Tutta la storia è la storia della preparazione a che l’“uomo” diventi oggetto della coscienza sensibile, e il bisogno dell’“uomo in quanto uomo”diventi bisogno. La storia stessa è una parte reale della storia naturale, della natura che diventa uomo. La scienza naturale sussumerà in un secondo tempo sotto di sé la scienza dell’uomo, allo stesso modo che la scienza dell’uomo sussumerà la scienza della natura; allora ci sarà una sola scienza.» (Karl Marx, Manoscritti economici e filosofici del 1844, Einaudi 1978, 3° Manoscritto, parte Proprietà privata e comunismo).
La scienza del 20° secolo non ha superato i problemi della scienza del 19° secolo, perché malgrado possa essere più dinamica e puntualmente anche critica intravedendo certi aspetti della globalità, non può mettere in questione il sistema di produzione. I differenti rami della scienza, inclusi i settori che possiamo considerare onesti delle scienze sociali, hanno portato e porteranno apporti preziosi per la prospettiva rivoluzionaria, ma non possono adottare il punto di vista della teoria rivoluzionaria. Di fatto, malgrado che, in particolare a partire dagli anni ’90 (per quanto le premesse di questa tendenza risalgono agli anni ’70), si sviluppi una tendenza all’indagine multidisciplinare, che cerca di unire in una visione integrale la ricerca sul terreno delle scienze naturali e delle scienze sociali, essa incontra enormi difficoltà a sviluppare una visione dialettica[4].
La seconda parte dell’articolo [45] dà ulteriori elementi a sostegno di questa conclusione e svilupa l’altro aspetto, quello dell’atteggiamento della rivoluzione rispetto alla scienza.
1. “Confirmada la existencia de neutrinos:¿ha logrado el progreso científico ‘ir más rápido que su sombra’? [46]” (Confermata l’esistenza dei neutrini: il progresso scientifico è riuscito ad ‘andare più veloce della propria ombra’?”).
2. “Contribución sobre El ‘Marxismo’ y el método científico [47]” (“Contributo su Il Marxismo e il metodo scientifico”).
3. Se in questo punto la posizione di Pannekoek è inconfutabile, non si può dire la stessa cosa con la conclusione politica che lui pretende di tirarne e che riguarda la natura di classe della rivoluzione russa e del partito bolscevico. Pannekoek pretende di trovare negli errori che Lenin commette in questo libro la spiegazione della degenerazione della rivoluzione russa e l’origine dello stalinismo…! Questo significa stravolgere le cose! Come mostrò la Sinistra Comunista di Francia, Internationalisme, nella sua critica a Lenin filosofo, alla base della prospettiva rivoluzionaria nel 1917 in Russia non ci sono gli errori di filosofia di Lenin nel 1908, ma i migliori apporti del Movimento operaio e del marxismo internazionale.
4. Solo una minoranza di ricercatori onesti ed impegnati nella lotta allo sfruttamento cercano di integrare i loro studi e le loro teorie in una prospettiva rivoluzionaria, il che li porta di fatto a rifarsi alla teoria marxista.
Collegamenti
[1] https://it.internationalism.org/files/it/images/grafico.jpg
[2] https://fr.internationalism.org/ri435/pour_les_roms_le_changement_c_est_maintenant_et_plus_ca_change_plus_ca_empire.html
[3] https://it.internationalism.org/content/spagna-come-possiamo-rispondere-agli-attacchi-mentre-leconomia-affonda
[4] https://ijobs.it/
[5] https://www.ijobs.it/
[6] https://adagiof3.repubblica.it/ad/clkRec.jsp?x=173955.175515.0.cl.70352%7C149389%7C141766%7C113578%7C141157%7C99219%7C6105%7C167556%7C149407%7C55238%7C78280%7C165998%7C104719%7C133541%7C83687%7C103643%7C107911%7C88298%7C99101%7C..175515%7C..2.1.&link=https://www.repubblica.it/economia/2012/07/10/news/ocse_disoccupazione-38817026
[7] https://www.repubblica.it/
[8] https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-15/ocse-lancia-allarme-disoccupazione-130804.shtml?uuid=AbTBYwcF&fromSearch=
[9] https://www.ilsole24ore.com/
[10] http://www.caritasitaliana.it/materiali/Pubblicazioni/Libri_2010/rapporto_poverta2010/sintesi.pdf
[11] https://Le%20tre%20povertà%20degli%20Italiani
[12] https://lavoce.info/
[13] https://it.internationalism.org/tag/4/75/italia
[14] https://it.internationalism.org/tag/situazione-italiana/economia-italiana
[15] https://it.internationalism.org/tag/3/47/economia
[16] https://it.internationalism.org/content/1134/la-catastrofe-economica-mondiale-e-inevitabile
[17] https://www.micromega.net/
[18] https://bari.repubblica.it/cronaca/2012/01/27/news/ilva-28885863/index.html?ref=search
[19] https://www.pressenza.com/it/2012/07/10204/
[20] https://www.pressenza.com/it/2012/08/lettera-aperta-di-peacelink-ai-sindacati/
[21] http://www.epiprev.it/sites/default/files/EP2011Sentieri2_lr_bis.pdf
[22] https://www.pressenza.com/it/2012/09/lettera-delle-associazioni-a-clini/
[23] http://www.valigiablu.it/ilva-di-taranto-il-ministro-clini-insulta-e-nega-i-dati-sulle-morti
[24] https://beppegrillo.it/
[25] https://bari.repubblica.it/cronaca/2010/09/23/news/la_nebbia_dei_veleni_sopra_taranto_e_il_governo_vara_il_decreto_salva_ilva-7347169/
[26] http://web.rifondazione.it/home/index.php/lavoro-pubblico-e-privato/11755-ilva-di-taranto-paghi-il-padrone-non-ci-rimettano-i-lavoratori
[27] https://marcherosse.blogspot.it/2012/08/speciale-ilva-di-taranto-no-alla.html
[28] https://it.internationalism.org/content/turchia-solidarieta-con-la-resistenza-degli-operai-della-tekel-contro-il-governo-ed-i
[29] https://it.internationalism.org/content/dalla-turchia-se-i-sindacati-sono-dalla-nostra-parte-perche-ci-sono-15000-poliziotti
[30] https://it.internationalism.org/content/giro-europa-di-una-delegazione-di-lavoratori-della-tekel-turchia-trasmettere-lesperienza
[31] https://it.internationalism.org/tag/situazione-italiana/lotte-italia
[32] https://www.jeuneafrique.com/
[33] https://it.internationalism.org/tag/4/58/sud-africa
[34] https://it.internationalism.org/tag/4/83/medio-oriente
[35] https://it.internationalism.org/tag/3/48/guerra
[36] https://www.sosfemmes.com/violences/violences_chiffres.htm
[37] https://www.hrw.org/news/2008/12/18/us-soaring-rates-rape-and-violence-against-women
[38] https://www.marxists.org/francais/luxembur/works/1912/05/suffrage.htm
[39] https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/cpg-cp.htm
[40] https://it.internationalism.org/tag/2/35/lotte-parziali
[41] https://it.internationalism.org/tag/3/45/cultura
[42] https://it.internationalism.org/content/dibattito-su-marxismo-e-scienza-prima-parte
[43] https://it.internationalism.org/tag/vita-della-cci/lettere-dei-lettori
[44] https://it.internationalism.org/tag/2/24/marxismo-la-teoria-della-rivoluzione
[45] https://it.internationalism.org/content/dibattito-su-marxismo-e-scienza-seconda-parte
[46] https://es.internationalism.org/accion-proletaria/201111/3271/confirmada-la-existencia-de-neutrinos-ha-logrado-el-progreso-cientific
[47] https://es.internationalism.org/cci-online/201112/3280/contribucion-sobre-el-marxismo-y-el-metodo-cientifico