Oggi c’è anche un coro unanime che “deplora” e “condanna” le barbare atrocità perpetrate dallo Stato di Israele sulla popolazione di Gaza stretta in una trappola. Anche i più fedeli alleati di Israele, come gli Stati Uniti, o fingono di guardare dall’altro lato o fanno discrete pressioni perché non si vada “troppo oltre”(!).
Nessuno però parla del rapporto tra l’aggravarsi della crisi e l’acuirsi della barbarie di guerra. La stragrande maggioranza di analisti, governi, gruppi politici, ecc. concordano nell’ignorare qualsiasi collegamento tra l’una e l’altra, mostrandole come due fenomeni distinti che appartengono a due mondi diversi. Ma, al contrario, la chiave per comprendere la situazione attuale della società mondiale e trovare una via d’uscita sta proprio nel vedere la stretta ed intima connessione tra la crisi capitalista e la guerra imperialista. Creare una separazione tra le cause della crisi e le cause della guerra porta a sottovalutare entrambi i fenomeni. La guerra viene presentata come il prodotto della barbarie di questo o quello Stato, ma non il prodotto dello scontro tra tutti gli Stati, che sono tutti imperialisti. Ed infatti ci vengono a dire che si, ci sono gli Stati “bellicosi” ed “imperialisti”, ma la maggior parte degli Stati sono “pacifici” e cercano di “calmare gli animi” quando si creano situazioni di tensione offrendo soluzioni diplomatiche. La crisi, sempre secondo loro, sarebbe una pausa, un momento di magra, dal quale si potrà uscire per raggiungere nuovi periodi di prosperità.
Separando la crisi dalla guerra si può dare la colpa della guerra ad un capro espiatorio, ad una causa particolare e specifica in modo da far credere che all’interno di questa società sia possibile una soluzione pacifica al problema dello scontro tra imperialisti. Allo stesso modo la causa della crisi può essere ricercata in eventi particolari o personalizzata: può essere colpa dell’ideologia “neoliberista”, o responsabilità di banchieri, speculatori e società. Così si lascia aperta la porta all’illusione di una possibile soluzione attraverso l’intervento dello Stato o di una politica basata sul “far pagare la crisi ai banchieri”.
Separando la crisi dalla guerra, vedendole come eventi indipendenti, è più facile spingerci a schierarci per uno dei campi nella barbarie che si scatena a Gaza: difendere Hamas contro Israele, oppure, per quelli che si rendono conto che l’islamismo di Hamas è poco presentabile, invocare il “diritto alla resistenza” del “popolo palestinese”. Nello stesso senso di fronte alla crisi bisogna scegliere il campo: politiche “sociali” d’intervento dello Stato contro il “neoliberismo” o altro ancora.
Solo comprendendo il legame indissolubile tra la crisi e la guerra si può capire che la guerra non è il prodotto di questo o quello governo, di questo o quel politico, di questa o quella ideologia, ma costituisce il modo di vita del capitalismo decadente; la barbarie della guerra è da attribuire a tutto il sistema capitalistico nel suo complesso, a tutti i suoi Stati e frazioni. Con lo stesso approccio si può capire che la crisi non è un episodio “ciclico” al quale seguirà un periodo di “nuova ricchezza”, ma costituisce un grave passo verso un collasso in condizioni di povertà, di disoccupazione e di barbarie dalle quali non c’è via d’uscita sotto il capitalismo.
Solo comprendendo l’unità tra la crisi e la guerra si può capire che non c’è un responsabile particolare e puntuale della guerra e tantomeno della crisi. No, non ci sono capri espiatori che possano permettere al sistema di risalire la china e continuare con la sua barbarie ed iniquità! Il responsabile è il capitalismo mondiale, con tutti i suoi governi, tutti i partiti e le istituzioni che lo difendono.
Solo comprendendo che crisi e guerra hanno la stessa radice si può capire che dobbiamo lottare contro tutti i banditi guerrafondai, e non sceglierne uno tra loro. Nel corso degli ultimi 100 anni il capitalismo ha trascinato l’umanità in due guerre mondiali e innumerevoli guerre regionali dove il proletariato doveva scegliere in quale campo di banditi imperialisti stare: democrazia contro fascismo, anti-terrorismo contro terrorismo, libertà contro totalitarismo, resistenza nazionale contro potenze occupanti ... Attraverso l’imposizione di queste false alternative il sistema è riuscito a riprodursi provocando al tempo stesso una spirale di stragi, genocidi, olocausti ... In un tragico carosello, le cose “buone” di ieri si convertono nei “mali” di oggi, le “vittime” di ieri nei carnefici di oggi.
Solo comprendendo che la crisi e la guerra sono l’emanazione di un sistema in agonia si può capire che non esiste una migliore politica economica, né governi più “sociali”. Non è possibile optare per nessuno. Per salvaguardare il sistema di sfruttamento capitalista tutti attaccano senza pietà l’insieme dei lavoratori e della popolazione mondiale, seminando il pianeta di cadaveri di bambini affamati, di persone sottomesse alla lenta tortura della disoccupazione, della povertà, della perdita della casa, ecc.
Quello che è in gioco oggi non è questo o quel politico, questo o quel governo, questo o quel “modello internazionale di convivenza tra i popoli”. Quello che oggi è in gioco è la sopravvivenza del genere umano: o il capitalismo viene distrutto o questo finirà per distruggere il pianeta con tutti i suoi abitanti[1].
Solo il proletariato ha una via d’uscita. Ed anche su questo “tema”, tanto i governanti che gli esperti o gli “opinionisti” osservano uno stretto silenzio. Per questi signori il proletariato è una classe di individui perdenti, la cui incapacità di “cogliere le opportunità” e “trionfare” li ha relegati a “volgari salariati”. Per loro è impensabile e impossibile che il proletariato diventi una classe che agisce unita, che sia capace di auto-organizzarsi, che pensi da sola e riesca ad avere una propria politica al di fuori di tutta la farsa delle elezioni borghesi.
Ma il proletariato è capace di una lotta propria ed indipendente per la liberazione dell’umanità dal giogo del capitalismo. La sua lotta storica lo testimonia. E oggi, dal 2003, sta tornando a sollevare la testa, anche se per il momento è solo ai primi passi nella sua lotta aperta.
La borghesia opporrà ogni tipo di ostacolo immaginabile contro lo sviluppo della lotta dei lavoratori: manovre ideologiche, campagne di calunnia e diffamazione, trappole politiche e pura e dura repressione.
Tuttavia questa è l’unica via che il proletariato può percorrere. Le lotte operaie, anche se ancora limitate, tendono a svilupparsi in tutto il mondo. C’è stato il movimento in Grecia[2]. Poi le manifestazioni nei paesi baltici direttamente causati dalla crisi. Una nuova generazione di giovani si è mobilitata in Francia, Germania, Spagna, Grecia e anche in Italia[3]. In molti paesi sorgono compagni e gruppi internazionalisti, piccole minoranze poco conosciute ma che di fronte ad eventi come la barbarie di Gaza fanno sentire la loro voce con chiarezza[4], denunciando i crimini del capitalismo e difendendo l’unica via d’uscita possibile: la lotta indipendente del proletariato, la sua unità e solidarietà internazionale al di là delle divisioni in razze e nazioni, nella prospettiva di una rivoluzione mondiale che metta fine al capitalismo in tutti i paesi.
Corrente Comunista Internazionale
(Tradotto da Acción Proletaria n° 205, 19-1-09)
[2] Vedi gli articoli “Solidarietà con il movimento degli studenti in Grecia! [2]” e “Grecia: una dichiarazione di lavoratori in lotta [3]”, Rivoluzione Internazionale n.158.
[3] Vedi la presentazione alle nostre ultime riunioni pubbliche “La lotta degli studenti in tutta Europa conferma lo sviluppo della lotta di classe [4]”, CCI on-line.
[4] Vedi “Una voce internazionalista in Israele [5]”, su questo stesso numero, e “Prese di posizioni internazionaliste contro la guerra a Gaza [6]”, su Révolution Internationale n.398 alla pagina francese del nostro sito.
Ma come mai anche l’Italia sta subendo la stessa crisi mondiale, è in piena recessione e sta perdendo molto sul piano della competizione capitalista?
La questione è che la crisi dei mutui è stata solo l’elemento scatenante dell’attuale crisi. Il mercato americano - e di conseguenza quello mondiale - è andato avanti per decenni perché è stato sostenuto dal credito. I finanziamenti a credito funzionano solo se c’è la possibilità di onorare il credito, altrimenti si rischia la diminuzione del profitto o la bancarotta della banca creditrice. Quindi, la vera causa della crisi non è il mancato pagamento dei mutui, ma la crisi dell’economia reale, cioè quella relativa alla produzione e alla vendita delle merci. Meno merci vendute corrispondono ad un aumento della disoccupazione, ad un taglio dei costi e dei salari, ad un aumento dei fallimenti, ecc. Questo ha portato all’impossibilità di pagare i mutui da parte di molti di lavoratori e altre categorie.
Anche in Italia la crisi produttiva era già presente prima dell’inizio di questa crisi dei “mutui subprime”. Il sistema italiano già non riusciva a competere con gli altri grandi paesi capitalisti da molto tempo, ogni anno perdeva punti, il Pil aumentava sempre di meno, si perdevano segmenti di mercato e il debito pubblico aumentava. Adesso che l’Italia è in piena recessione, la situazione sta diventando sempre più drammatica, la mancanza o la riduzione del credito, già evidente da anni, porta alla chiusura di fabbriche, alla cassa integrazione e al licenziamento. Il settore industriale non dedica risorse alla ricerca, non innova, cerca solo di svuotare il magazzino per fare cassa. Tutti gli stati in situazioni come questa fanno protezionismo in mille forme diverse, finanziano ristrutturazioni, sostengono i settori innovativi, potenziano le infrastrutture. Obama investe circa 780 miliardi di dollari (all’interno di un quadro di 10.300 miliardi di dollari) per restituire fiducia ai consumatori e far ripartire il sistema e Berlusconi dice che metterà “a disposizione del sistema 40 miliardi di euro per i prossimi 3 anni e che potrà arrivare anche fino a 80 miliardi con i fondi europei”. Il tutto, forse, se l’è inventato sul momento, com’è solito fare, di sicuro è che il debito pubblico ha stabilito un nuovo record a novembre. Siamo a 1.686,558 miliardi di euro.
Questi fumosi soldi serviranno forse a non fare crollare del tutto il settore auto della Fiat e a salvare qualche grande fabbrica dal fallimento, ma non saranno in grado di dare slancio ad una economia che ha bisogno di ben altro. L’operazione “social card”, del valore di 450 milioni (40 euro al mese per 800 mila persone) non ha alcun impatto sull’economia reale, serve solo come campagna pubblicitaria sulla questione della povertà, ma non risolve granché: regalare una cena sposta il problema solo di un giorno. La situazione che si prospetta davanti a noi è estremamente drammatica, anche se le campagne televisive ci dicono che gli italiani continuano a comprare telefonini e cose simili, come a dire che i soldi ci sono e la crisi in effetti non esiste.
Già prima dell’inizio di questa fase della crisi, in molti servizi televisivi si annunciava un aumento sostanziale della povertà in Italia e una diminuzione del reddito familiare: adesso questi valori negativi aumenteranno e sarà sempre peggio perché non si vede e non c’è alcuna via d’uscita1.
I sindacati, in questo contesto, hanno attuato le consuete strategie per dividere i lavoratori: scioperi e manifestazioni settore per settore (il 23 gennaio nelle ferrovie, il 13 febbraio quello dei metalmeccanici, ecc.), piattaforme di lotta fumose, azioni contro altri lavoratori, disinformazione sulle lotte (quanti hanno saputo che il 5 febbraio gli operai della Fiat di Pomigliano sono stati caricati dalla polizia perché protestavano contro la cassa integrazione per 5.000 della Fiat più 8.000 nell’indotto?). Ed ancora una volta la CGIL fa la “tosta” non firmando gli accordi per poter dimostrare ai lavoratori che, a differenza degli altri sindacati, non cede ma anche per prepararsi a contenere, e cavalcare una possibile contestazione autonoma dei lavoratori. Pericolo, per la borghesia, non remoto in quanto già con la vertenza Alitalia ci sono stati momenti di contestazione dei sindacati e iniziative di assemblee autonome.
Di fronte ad una crisi senza soluzione che logora, ogni giorno che passa, le condizioni di vita di una massa crescente di lavoratori, di disoccupati, di precari, di giovani senza futuro matura la consapevolezza che è l’insieme della classe lavoratrice a pagarne le spese. Il ruolo essenziale del sindacato sarà dunque ancora di più quello di separare gli uni dagli altri ed evitare che la rabbia si trasformi nella presa di coscienza che l’unica via d’uscita per i lavoratori è prendere la lotta nelle proprie mani, puntando ad una vera unità tra le differenti categorie di lavoratori, tra le diverse generazioni di proletari.
E, per l’insieme della borghesia, l’obiettivo sarà sempre più evitare che i proletari si rendano conto che, dopo questa crisi, ce ne saranno altre e peggiori, che l’unica alternativa è il superamento del capitalismo.
Oblomov, 19/02/09
1. Sulle cause di fondo della crisi vedi l’articolo “La più grave crisi economica della storia del capitalismo”, Rivista Internazionale n.30, sul nostro sito.Ma c’è un altro motivo per cui questo governo accentua tanto la sua fissazione sull’immigrazione clandestina: quello di creare una psicosi per cui il clandestino è un pericolo, per il tuo posto di lavoro, per la tua donna, per la tua civiltà. E’ questa un’altra maniera per dare, da una parte, un’ennesima falsa giustificazione al peggioramento delle condizioni di esistenza dei lavoratori italiani (disoccupazione, criminalità, degrado sociale), dall’altra cercare di dividere la classe operaia, per mettere gli uni contro gli altri, così come in Inghilterra la borghesia ha cercato di mettere i lavoratori inglesi contro quelli italiani che “rubavano” loro il posto di lavoro (3). E per facilitarsi questo compito, la borghesia, e i suoi servi dei mezzi di comunicazione, non esitano ad inventarsi situazioni di contrapposizione e di lotta tra operai indigeni e operai immigrati. E’ questo che è stato fatto, per esempio, sui mezzi di comunicazione europei a proposito della recente protesta della popolazione di Lampedusa contro i piani del governo di far diventare quest’isola un campo di concentramento per immigrati, nell’attesa di rispedirli indietro. Questa protesta è stata presentata come una protesta contro gli immigrati, come una volontà della popolazione di rifiuto degli immigrati. In Italia però non si è potuto falsificare altrettanto facilmente quello che è veramente accaduto: le proteste della popolazione sono state unicamente rivolte contro il governo, contro il suo progetto di costruire un altro centro di “accoglienza”, che in realtà servirebbe solo a giustificare il mancato trasferimento degli immigrati in terraferma e verso una possibilità di lavoro; verso gli immigrati sono state viceversa espresse solo comprensione e solidarietà: “ ‘Vogliono militarizzarci, quest’isola vive di turismo che è il nostro pane quotidiano, ed il ministro Maroni non può permettersi di distruggere anni ed anni di fatiche’ è la protesta dei lampedusani (…)” (Repubblica, 23/01/2009). “Fanno pena, noi non ce l’abbiamo con loro, anzi, noi vogliamo che il rischio che hanno corso per raggiungere l’Italia abbia un senso, che vadano via dall’isola per cercare un lavoro al nord o in Europa, dice un’anziana lampedusana, che ha portato con sé un giaccone del marito per regalarlo al clandestino che la segue come un cucciolo” (Repubblica, 25/01/2009). E non si tratta di parole di circostanza, di scuse per coprire solo una volontà di liberarsi di questa presenza. Infatti la solidarietà è stata concreta e si è manifestata in tutti e due i sensi: “Alcune centinaia di clandestini hanno approfittato di un momento di distrazione delle forze dell’ordine, scappando da tutti i lati; molti si sono uniti alla protesta dei lampedusani e, fino a ieri notte numerosi extracomunitari giravano indisturbati per le strade di Lampedusa” (Repubblica, 24/01/2009). “Pare che siano amici da sempre, lampedusani e immigrati, familiarizzano, vanno a prendere qualcosa al bar(…) Cantano e brindano assieme, un paio di loro vengono accompagnati nelle case dei lampedusani, dove, dopo settimane e settimane, fanno finalmente una doccia. (…) Un’altra vedetta arriva col fiato in gola nella tenda dei manifestanti e annuncia che un paio di nordafricani sono stati intercettati dalla polizia e manganellati. Molti protestano, dicono che non possono picchiarli e si dirigono verso il luogo indicato” (Repubblica, 25/01/2009).
Queste citazioni, prese da un giornale borghese e non da una cronaca di giovani idealisti, bastano a dimostrare come si sono effettivamente svolte le cose a Lampedusa: manifestazioni comuni fra popolazione indigena e immigrati e solidarietà con questi. E questo mostra tutta la differenza fra la classe operaia e la borghesia: mentre quest’ultima accatasta come bestie gli immigrati in centri che di accoglienza non hanno niente, la popolazione di Lampedusa li ha accolti nelle proprie case e li ha aiutati, con quel senso della solidarietà che appartiene solo alla classe operaia!
Helios
1. Che è tale semplicemente perché non esiste una immigrazione “ufficiale”, “legale”.
3. “Scioperi nelle raffinerie di petrolio e nelle centrali elettriche inglesi: la lotta di classe deve unire tutti i lavoratori!”, CCI on-line 2009
Migliaia di operai delle costruzioni di altre raffinerie e delle centrali elettriche sono scesi in sciopero per solidarietà. Sono state organizzate regolarmente riunioni di massa. Disoccupati dei settori delle costruzioni, dell’acciaio, dei cantieri navali ed altri lavoratori hanno raggiunto i picchetti e le manifestazioni fuori diverse centrali elettriche e raffinerie. Gli operai non erano per niente preoccupati per il carattere non legale della loro azione ed hanno espresso solidarietà con i compagni in sciopero, rabbia per la marea di disoccupazione in aumento e per l’incapacità del governo di fare qualunque cosa. Quando 200 operai polacchi delle costruzioni si sono uniti alla lotta, questa ha raggiunto il suo momento più elevato ponendo una sfida diretta al nazionalismo che ha pesato all’inizio sul movimento.
Il licenziamento di 300 operai in subappalto della raffineria di petrolio di Lindsey, il progetto di creare un subappalto utilizzando 300 lavoratori italiani e portoghesi (il cui salari risultavano più bassi perché indicizzati sul salario dei loro paesi di origine) e l’annuncio che nessun operaio inglese sarebbe stato utilizzato in questo contratto hanno fatto esplodere il malcontento fra gli operai delle costruzioni. Da anni si assiste ad un uso crescente di operai stranieri a contratto nel settore delle costruzioni, di solito pagati meno e trattati ancor peggio, col risultato di accentuare la concorrenza fra gli operai per il posto di lavoro, cosa che ha prodotto una riduzione dei salari ed un peggioramento delle condizioni di lavoro per tutti. Questo, insieme all’ondata di licenziamenti nell’edilizia ed altrove dovuta alla recessione, ha generato la profonda determinazione che si è manifestata in queste lotte.
Dall’inizio questo movimento si è trovato confrontato con una questione fondamentale, non solo per gli scioperanti coinvolti nello specifico ma per l’intera classe operaia di oggi e di domani: è possibile combattere contro la disoccupazione ed altri attacchi identificandosi come “lavoratori inglesi” e ponendosi contro i “lavoratori stranieri”? O, al contrario dobbiamo vederci come lavoratori che hanno gli stessi interessi di tutti gli altri operai, indipendentemente da dove provengono? Questa è una questione profondamente politica che il movimento ha dovuto porsi.
All’inizio la lotta è sembrata essere dominata dal nazionalismo. Abbiamo visto per televisione operai con striscioni fatti a mano con la scritta “Il lavoro inglese ai lavoratori inglesi” ed altri striscioni più professionali del sindacato con lo stesso slogan. I funzionari del sindacato hanno più o meno apertamente difeso questo slogan; i mezzi di comunicazione hanno parlato di una lotta contro i lavoratori stranieri ed hanno intervistato operai che condividevano questa opinione. Questo movimento di scioperi spontanei poteva potenzialmente essere inondato di nazionalismo ed essere trasformato in una sconfitta per la classe lavoratrice, con i lavoratori uno contro l’altro, con gli operai in blocco a difendere grida di guerra nazionalisti e chiedere che i posti di lavoro fossero dati agli operai britannici e tolti a quelli italiani e portoghesi. La capacità dell’intera classe lavoratrice di lottare sarebbe stata indebolita e la capacità della classe dominante di attaccare e dividere i lavoratori rafforzata.
La copertura mediatica (più qualcosa detta da alcuni operai) ha reso facile far credere che le rivendicazioni degli operai di Lindsey fossero “lavoro inglese agli operai inglesi”. Ma non erano queste! Così ad esempio la BBC ha manipolato e troncato senza vergogna l’intervista di uno scioperante, successivamente largamente diffusa in appoggio alla tesi sulla “xenofobia del movimento” facendogli dire: “Non si può lavorare con dei Portoghesi e degli Italiani” mentre su un altro canale con minore audience l’intervista reale assumeva tutt’altro senso: “Non si può lavorare con dei Portoghesi e degli Italiani; siamo completamente separati da loro, loro vengono con la loro compagnia”, cosa che significa che era impossibile frequentarli perché erano tenuti volontariamente a distanza dagli operai del posto. All’occorrenza, la BBC è servita da porta parola servile a un governo e a una borghesia in difficoltà di fronte alla ripresa della combattività e della solidarietà della classe operaia e di fronte al pericolo dell’estensione della lotta. Le rivendicazioni discusse e votate nelle assemblee di massa non hanno ripreso questo slogan e né manifestato ostilità verso i lavoratori stranieri, contrariamente alle immagini di propaganda largamente diffuse e ritrasmesse dai mezzi di comunicazione a livello internazionale. Queste rivendicazioni hanno piuttosto espresso delle illusioni nella capacità dei sindacati di impedire ai padroni di mettere gli operai gli uni contro gli altri, ma senza un aperto nazionalismo.
Il nazionalismo fa parte integrante dell’ideologia capitalista. Ogni borghesia nazionale non può sopravvivere senza fare concorrenza ai suoi rivali, economicamente e militarmente. La sua cultura, i mezzi di comunicazione, la scuola, l’industria dello spettacolo e dello sport, hanno da sempre diffuso questo veleno per legare i lavoratori alla nazione. La classe lavoratrice non può sfuggire all’influenza di questa ideologia. Ma quello che è importante in questo movimento è che questo peso del nazionalismo è stato messo in questione quando gli operai si sono posti, durante la lotta, la questione della difesa elementare delle loro condizioni di vita e di lavoro, dei loro interessi materiali di classe.
Lo slogan nazionalista “il lavoro inglese ai lavoratori inglesi”, rubato al Partito Nazionale Britannico (BNP, di estrema destra) dal leader “laburista” Gordon Brown, ha generato al contrario un grande disagio e una riflessione fra gli scioperanti e nella classe operaia. Molti scioperanti hanno detto chiaramente di non essere razzisti, che la loro lotta non aveva niente a che fare con la questione dell’immigrazione e di non sostenere il BNP, i cui tentativi di inserirsi nella lotta si sono risolti in generale nel fatto che è stato cacciato via dagli operai.
Oltre a rigettare il BNP, molti operai intervistati dalla televisione hanno cercato in maniera evidente di riflettere sul significato della loro lotta. Loro non erano contro i lavoratori stranieri, loro stessi avevano lavorato all’estero, ma si ritrovavano disoccupati o volevano che i loro figli avessero un lavoro. Per questo pensavano che i posti di lavoro dovessero essere dati prima agli operai britannici. Un tale approccio vede ancora operai “inglesi” e operai “stranieri” come se non avessero degli interessi comuni e resta quindi prigioniero del nazionalismo, tuttavia è un chiaro segno del fatto che c’è un processo di riflessione in atto.
D’altra parte degli operai hanno chiaramente sottolineato gli interessi comuni che esistono tra i lavoratori - segno che un processo di riflessione si sviluppa - ed hanno detto che tutti loro volevano che ogni lavoratore potesse avere la possibilità di trovare un lavoro: “Sono stato licenziato come stivatore due settimane fa. Ho lavorato nei bacini del Barry e di Cardiff per 11 anni e sono venuto qui oggi sperando che possiamo scuotere il governo. Io penso che tutto il paese dovrebbe mettersi in sciopero poiché stiamo perdendo tutta l’industria britannica. Ma non ce l’ho con i lavoratori stranieri. Non li posso biasimare per il fatto che vanno dove c’è il lavoro”. (Guardian on-line 20/1/2009). Ci sono stati anche operai che hanno sostenuto che il nazionalismo era un pericolo reale. Un operaio che lavora all’estero è intervenuto su un forum internet degli operai dell’edilizia per mettere in guardia contro l’uso delle divisioni nazionali da parte dei padroni: “I mezzi di comunicazione che hanno fomentato gli elementi nazionalisti si rivolgeranno adesso su di voi, mostrando i dimostranti nella peggiore luce possibile. Il gioco è finito. L’ultima cosa che i padroni e il governo britannico vogliono è l’unione dei lavoratori britannici con quelli d’oltremare. Pensano di poter continuare ad ingannarci mettendoci gli uni contro gli altri nella lotta per il posto di lavoro. Sentiranno un brivido nel fondo schiena quando noi non lo faremo”. E, in un altro post, lo stesso ha collegato questa lotta a quelle combattute in Francia ed in Grecia e alla necessità di collegamenti internazionali: “Le ampie proteste in Francia ed in Grecia sono solo un’anticipazione di quello che sta per venire. Abbiamo mai pensato di contattare e costruire legami con questi operai e di dare forza ad un ampio movimento di protesta a livello europeo contro il maltrattamento degli operai? Sembra essere la migliore opzione per avere la meglio sulla congiura tra i padroni, direzioni sindacali vendute ed il New Labour che continuano ad approfittare della classe operaia” (Thebearfacts.org). Altri lavoratori di altri settori sono ugualmente intervenuti su questo forum per opporsi agli slogan nazionalisti.
La discussione tra gli scioperanti e all’interno della classe in generale sulla questione degli slogan nazionalisti ha raggiunto una nuova fase il 3 febbraio, quando 200 lavoratori polacchi si sono uniti ad altri 400 lavoratori in sciopero selvaggio a sostegno dei lavoratori di Lindsey, nel sito di costruzione della centrale elettrica di Langage a Plymouth. I mass media hanno fatto di tutto per nascondere questo atto di solidarietà internazionale: il canale locale della BBC non ne ha fatto il minimo cenno e a livello nazionale il silenzio totale. Il black-out è stato totale.
La solidarietà di questi operai polacchi è stata particolarmente importante perché l’anno precedente c’era stata una lotta simile: 18 operai erano stati licenziati ed altri operai avevano sospeso il lavoro in solidarietà, compresi gli operai polacchi. Il sindacato aveva provato a farne una lotta contro la presenza di lavoratori stranieri, ma la partecipazione attiva degli operai polacchi mandò completamente all’aria la manovra.
Gli operai di Langage sono quindi scesi di nuovo in lotta con una certa consapevolezza di come i sindacati avevano usato il nazionalismo per tentare di dividere gli operai. Per questo il giorno dopo, all’assemblea di massa di Lindsey, è stato tirato fuori uno striscione scritto a mano che affermava: “Centrale elettrica di Langage – I lavoratori polacchi aderiscono allo sciopero: Solidarietà!”, che potrebbe significare o che degli operai polacchi hanno fatto sette ore di viaggio per essere presenti all’assemblea o che un lavoratore della Lindsey ha voluto sottolineare la loro azione.
Allo stesso tempo, nel picchetto di Lindsey, è apparso uno striscione - scritto in inglese ed in italiano - che invitava gli operai italiani ad unirsi allo sciopero ed è stato riportato dalla stampa che alcuni operai portavano dei cartelli con su scritto “Operai di tutto il mondo, unitevi!” (Guardian del 5/02/09). In breve noi assistiamo ai primi passi di uno sforzo cosciente da parte di alcuni operai di andare verso un genuino internazionalismo proletario, un passaggio che può solo portare ad una maggiore riflessione e discussione all’interno della classe.
Tutto questo ha posto la necessità di portare la lotta ad un nuovo livello, che si contrapponesse direttamente alla campagna che la presentava come un’opposizione nazionalista. L’esempio degli operai polacchi ha evocato la prospettiva che migliaia di altri operai stranieri si unissero alla lotta nei più grandi cantieri di Gran Bretagna, come quelli dei quartieri olimpici nella Londra orientale. Vi era anche il pericolo – per la borghesia - che i mezzi di comunicazione non riuscissero a nascondere gli slogan internazionalisti. Ciò avrebbe infranto la barriera che la borghesia aveva cercato di porre tra gli operai in lotta ed il resto della classe. Non c’è dunque da stupirsi se la lotta si sia risolta così rapidamente. Nel corso di sole 24 ore i sindacati, i padroni ed il governo sono passati dal dire che occorrevano diversi giorni se non settimane per risolvere lo sciopero all’accordo con la promessa di 102 posti di lavoro ulteriori ai quali gli operai inglesi avrebbero potuto aspirare. Questo è stato un accordo di cui molti degli scioperanti sono stati felici perché non comportava nessuna perdita di posti di lavoro per gli operai italiani o portoghesi ma, come aveva detto uno scioperante: “perché dobbiamo scioperare solo per ottenere un lavoro?”.
Nel corso di una settimana abbiamo visto gli scioperi spontanei più importanti da decenni a questa parte, con operai che tenevano assemblee di massa e che, violando la legge, esprimevano azioni di solidarietà senza un momento di esitazione. Una lotta che poteva essere annegata nel nazionalismo ha cominciato a mettere in dubbio questo veleno. Ciò non significa che il pericolo del nazionalismo sia sparito, perché questo pericolo è permanente, ma questo movimento ha fornito alle lotte future delle lezioni importanti da tirare. La presenza di striscioni con la scritta “Operai di tutto il mondo, unitevi!” all’interno di quello che si supponeva essere un picchetto di scioperanti nazionalisti può solo preoccupare la classe dominante su quale sarà il suo futuro.
Phil 7/2/09
Alla luce delle campagne mediatiche che hanno celebrato e glorificato l’occupazione di questa fabbrica è importante essere chiari sul significato reale di questi avvenimenti. Il New York Times ha dichiarato in un editoriale “la vittoria del lavoro arriva tra segni d’insoddisfazione crescente per l’estensione dei licenziamenti” aggiungendo che questi lavoratori “erano diventati il simbolo nazionale del malcontento operaio rispetto ai piani di licenziamenti che colpiscono il paese”1. Ma il Times ha ragione solo in parte. Si, la lotta ha dimostrato che la combattività operaia aumenta per resistere all’ondata di licenziamenti culminata con 1,7 milioni di operai in più gettati nelle liste dei disoccupati o dei lavoratori al nero nel corso di questi ultimi undici mesi. Ma non ci sono stati “successi”, niente a che vedere con quello che i politici, i gauchisti ed i media presentano come una “vittoria degli operai”. La combattività degli operai è evidente. Secondo i giornali l’idea dell’occupazione della fabbrica è venuta dal sospetto che l’azienda volesse rimuovere le macchine e gli impianti dalla fabbrica (quando ancora non si sapeva che la compagnia aveva deciso di chiudere la fabbrica e di sacrificarla a profitto della Echo Windows LLC a Red Oak, nello Iowa, dove i salari ed i costi di produzione sono molto più bassi).
Il 2 dicembre la direzione ha annunciato che tutti gli operai sarebbero stati messi alla porta nei tre giorni successivi senza alcuna indennità di licenziamento e senza alcun pagamento dei giorni di congedo accumulati. In seguito ha dichiarato che l’assistenza sanitaria non sarebbe più stata presa in carico dall’impresa. Gli operai hanno risposto con la decisione unanime di occupare la fabbrica, rischiando l’arresto per atti di trasgressione e per aver preso il controllo dell’inventario dell’impresa per gli ordinativi di infissi.
Gli operai hanno organizzato l’occupazione con una turnazione di equipe, assicurando l’ordine e le condizioni sanitarie adeguate, bandendo alcool e droghe e hanno iniziato immediatamente ad attirare l’interesse dei media. Nelle dichiarazioni rilasciate ai media è subito risulto evidente che la lotta era contro i licenziamenti, per salvaguardare il lavoro e la sussistenza per le loro famiglie. Un operaio ha detto “Lavoro qui da trent’anni e devo battermi per sfamare la mia famiglia”. Un altro che la sua donna stava per mettere alla luce il loro terzo figlio, ma lui non aveva più alcuna copertura sanitaria.
Come nel 2005, quando una gran parte della classe operaia sostenne la lotta dei lavoratori dei trasporti di New York, gli operai di Chicago e dell’intero paese hanno risposto manifestando una forte solidarietà di fronte alle difficoltà incontrate dagli scioperanti. Delle persone sono andate alla fabbrica per portare da mangiare e soldi: tutti hanno capito che si trattava di una lotta esemplare per lottare contro l’insieme dei licenziamenti. Quelli dell’United Electrical, del sindacato degli operai delle macchine e delle radio (Radio and Machine Workers Union), un piccolo sindacato indipendente (35.000 membri a livello nazionale) e non affiliato all’AFL-CIO (dalla quale è stato escluso all’epoca della guerra fredda a causa dei suoi legami con il partito comunista stalinista) è subito intervenuto per cercare di deviare la lotta contro i licenziamenti sul terreno della legalità borghese.
Invece di opporsi alla chiusura della fabbrica ed ai licenziamenti, questo sindacato ha chiesto che l’impresa rispettasse una legge nazionale secondo la quale, in caso di chiusura dell’impresa gli operai devono ricevere un’indennità di licenziamento ed il pagamento dei giorni di congedo accumulati fino a quel momento – in questo caso circa 3.500 dollari a persona. La sinistra e varie celebrità politiche, come il reverendo Jesse Jackson e dei rappresentati della città al congresso, hanno a loro volta cavalcato l’onda andando a visitare gli operai della fabbrica e reclamando il pagamento di queste indennità. I leader politici si sono premurati di intervenire localmente per paura che il movimento potesse estendersi. Anche il futuro nuovo presidente Obama ha “sostenuto la lotta degli operai della fabbrica” insistendo perché il danaro “dovuto” fosse dato loro.
Alla fine dei sei giorni è proprio questa la “vittoria” celebrata dalla sinistra e dai media: le banche all’origine della riorganizzazione dell’impresa sono state d’accordo a dare agli operai i 3.500 dollari che gli spettavano. Chiaramente meglio questo che niente! Ma questo denaro sparirà presto dalle tasche degli operai che invece resteranno senza lavoro e senza copertura sanitaria. Gli operai che hanno occupato la fabbrica erano stati molto chiari sul fatto che quello che volevano era conservare il posto di lavoro. Invece far deragliare la lotta è stato il ruolo principale giocato dai sindacati per conto del capitalismo di Stato. Il lavoro essenziale dei sindacati è cortocircuitare ogni possibilità di polarizzazione e di generalizzazione della lotta operaia, di bloccare la dinamica degli operai verso al comprensione cosciente che il capitalismo non ha alcun futuro da offrire.
Quello che è successo a Chicago va messo in parallelo con quanto avvenne all’epoca degli scioperi nelle industrie automobilistiche negli anni ’30. In quei giorni gli operai si battevano per aumenti salariali e per migliorare le loro condizioni di lavoro, ma il sindacato United Auto Workers indirizzò lo scontro sul piano della lotta per il riconoscimento del sindacato. Negli anni ’70 giovani operai della Western Electric division della Bell System cercarono di resistere ai massicci licenziamenti per sentirsi poi dire che il sindacato si era preparato a battersi soltanto per ottenere le loro indennità con pagamenti dilazionati in modo da pagare meno tasse.
E’ facile per i sindacati ottenere tali “vittorie” che alla fin fine lasciano sempre gli operai senza lavoro e di fronte ad un avvenire distrutto. E questo non è un fenomeno specifico agli Stati Uniti. Recentemente in Cina, col peggioramento dell’economia, sono scoppiate lotte simili con occupazioni di fabbriche.
L’esaltazione delle occupazioni di fabbriche da parte dei media e dei gauchisti è un altro aspetto della sconfitta. E’ vero che l’occupazione di una fabbrica esprime una combattività, una volontà degli operai di resistere e di ricorrere anche ad azioni “illegali”. Tuttavia l’esperienza storica della classe operaia, dopo il movimento di occupazione delle fabbriche degli anni ’20 in Italia e del ’68 in Francia, dimostra che queste occupazioni possono diventare delle trappole quando portano alla chiusura ed all’isolamento.
Per la classe operaia è vitale estendere la lotta ad altri luoghi di lavoro ed altre fabbriche, generalizzare la lotta il più possibile inviando delegazioni, organizzando incontri di massa e manifestazioni per attirare altri lavoratori nella lotta. Da “sostegno” passivo con espressioni di simpatia e di contributi economici, la solidarietà si trasforma allora in solidarietà attiva di lotte che si congiungono e si uniscono. Al contrario l’occupazione della fabbrica può permette più facilmente ai sindacati, questi agenti della classe dominante, di imprigionare gli operai combattivi nella fabbrica, di isolarli dagli altri lavoratori e di impedirgli anche di essere dei catalizzatori attivi dell’estensione della lotta fuori dal controllo sindacale.
E’ chiaro che c’è stata una solidarietà immensa verso gli operai di Chicago. Ma per la classe operaia la solidarietà più profonda è legata alla presa di coscienza che tutti gli operai, quali che siano le specificità del proprio lavoro, condividono la stessa condizione, lo stesso destino e devono portare avanti la stessa lotta. Ce ne freghiamo di quello che è “legale” o di quello che è conveniente per i padroni. Noi dobbiamo batterci per quello che fa gli interessi di tutti i lavoratori, perché non ci siano licenziamenti, perché nessuno sia buttato in mezzo alla strada. Piuttosto che restare chiusi nella fabbrica gli operai della Republic avrebbero dovuto andare di fabbrica in fabbrica nella regione di Chicago, inviare delegazioni in altri posti di lavoro dicendo ai lavoratori di unirsi alla lotta ed esigere di porre immediatamente fine ai licenziamenti ed alla chiusura di luoghi di lavoro. Una tale lotta non sarebbe mai stata salutata e celebrata dai media, dai sindacati, dai politici di sinistra o dal presidente Obama.
Una tale lotta verrebbe denunciata perché rappresenterebbe una minaccia per l’ordine capitalista.
Il terribile stato in cui si trova oggi la classe operaia deve far rigettare ogni idea di tregua per il futuro regime di Obama, così come ogni illusione che “qualche cosa di buono” potrà arrivare con la nuova amministrazione. Al contrario questo stato richiede lo sviluppo della lotta di classe.
J. Grevin, 15 dicembre 2008
Tradotto da Internationalism, organo della CCI negli Stati Uniti
1. https://www.nytimes.com/2008/12/13/us/13factory.html [12]
Questo articolo è stato in origine pubblicato sul sito israeliano di Indymedia e su Libcom.org [14]. È stato scritto da un compagno in Israele che, malgrado faccia parte di una ristretta minoranza, ha sentito il bisogno di rispondere alla febbre patriottica di guerra che è diffusa in Israele e Palestina in seguito all’assalto israeliano su Gaza. La sua decisione di pubblicare una dichiarazione è stata in parte il risultato dell’incoraggiamento e della solidarietà offerta da un certo numero di testi pubblicati su Libcom (inclusi gli stessi membri del collettivo Libcom, la CCI e il gruppo di sinistra comunista turco EKS). Questo è un contributo modesto ma significativo dell’emergere di una reale opposizione al pericoloso nazionalismo che attualmente domina il Medio Oriente. WR (sezione in Gran Bretagna della CCI), 10/1/09.
Una dichiarazione contro i nazionalismi di Israele e Palestina. Cosa c’è dietro una bandiera?
Un tentativo di presentare una prospettiva internazionalista sulla situazione attuale in Cisgiordania, dopo l’attacco di Israele alla striscia di Gaza.
Gran parte delle persone in Israele si ricorderanno di una cosa a proposito della manifestazione di domenica 3 gennaio 2009[1]: che gli organizzatori sono andati alla Corte Suprema per assicurarsi di poter mostrare la bandiera palestinese.
Ora, io non ho nulla in contrario il fatto che qualcuno porti oppure no una bandiera in una certa corcostanza. Ma bisogna pur chiedersi a cosa è servita questa bandiera palestinese (dell’ex OLP).
Questa manifestazione aveva come obiettivo di fermare l’attacco a Gaza. Che c’entra dunque in questo la bandiera palestinese? Si potrebbe rispondere: “bene, essa esprime il sostegno alla resistenza palestinese”. Al che vorrei porre un’altra questione: “quale resistenza palestinese?” I Palestinesi più giudiziosi di Gaza vorrebbero fuggire dall’inferno dei bombardamenti, non resistere ed essere bombardati. Che altro significa resistere mentre si viene bombardati? Prendere le armi contro gli invasori?
Questa bandiera rappresenta il nazionalismo palestinese, nello stesso modo in cui la bandiera israeliana rappresenta il nazionalismo israeliano. Ora, la maggior parte dei lettori di questo sito Web probabilmente assoceranno il nazionalismo israeliano con la violenza e l’oppressione che ricoprono il dominio dei capitalisti sul nostro paese. Perché la stessa cosa non si dovrebbe applicare anche al nazionalismo palestinese?
Mentre parliamo, i Palestinesi della Cisgiordania vengono brutalmente repressi e imbavagliati, Palestinesi che vogliono protestare contro questa stessa guerra. Perché? Perché l’Autorità Palestinese non sente critiche e non muoverà un passo dalla sua sola ragione d’essere, essendo un subappaltatore del controllo israeliano sopra i Territori Occupati.
Sono questi stessi capi di Hamas, che si stanno adesso nascondendo in bunker e in abitazioni corazzate mentre registrano messaggi di resistenza al “loro” popolo, che si sono rifiutati di pagare giusto qualche mese fa lo stipendio agli insegnanti, che hanno sfasciato i sindacati palestinesi[2], che hanno ucciso dei Palestinesi innocenti nei loro combattimenti di strada contro i loro concorrenti di Fatah e che hanno sparato razzi su obiettivi civili a caso, invece dei pretesi tentativi di migliorare le condizioni di vita dei Palestinesi, occupati e disoccupati.
Mentre stiamo protestando contro il brutale bombardamento di Gaza da parte del nazionalismo israeliano, dobbiamo ricordarci che il nazionalismo palestinese è soltanto meno potente, non certo meno brutale. Purtroppo, questo episodio della bandiera fa gioco al nazionalismo a livello ideologico, rendendo più facile respingere ogni il dissenso nei confronti del governo come un automatico sostegno per “il nemico”.
Certo, cinicamente, vi è una ottima ragione per spiegare come si è arrivati a questo fiasco. Questa manifestazione del 3 gennaio, organizzata dal fronte Hadash[3] del Partito Comunista Israeliano, viene un giorno prima del lancio ufficiale della campagna elettorale di questo partito. E Hadash ha bisogno di assecondare la sua base nazionalista palestinese all’interno della Linea Verde[4] per mantenere il suo peso elettorale nelle prossime elezioni contro i nazionalisti secolari (Al-Tajmua) ed il Movimento Islamista. E questo gioca, ancora una volta, a favore del nazionalismo e, in definitiva, dello stesso capitalismo.
Tutto ciò non può avere altro risultato che la ripetizione di cicli di violenza, che non si fermeranno se non quando prenderemo coscienza che questi nazionalismi servono solo ad appannare la nostra capacità di giudizio ed impedirci di vedere il vero problema, cioè che noi siamo usati per uccidere e per farci uccidere, e per farci concorrenza al servizio di gente che non fa i nostri interessi ma soltanto i suoi. E questo vale sia per gli Israeliani che per i Palestinesi. Sciogliamo il nodo gordiano del nazionalismo e saremo su una via che ci permetterà di avere delle vite migliori per tutti.
(La versione Indymedia di questo articolo finiva con un link all’articolo della CCI su Gaza [15]).
[1] Il 3 gennaio scorso, convocata da Gush Shalom, principale organizzazione pacifista israeliana e da venti altre organizzazioni gauchiste così come da alcuni anarchici e dal Partito Comunista Israeliano, ha avuto luogo a Tel Aviv in Israele una manifestazione contro l’offensiva su Gaza. Erano presenti 10.000 persone, cosa che sembra particolarmente significativa di una crescita importante del rifiuto della guerra nella popolazione israeliana. Allo scopo di meglio sviare le preoccupazioni contro la guerra dei manifestanti verso l’esaltazione del nazionalismo, gli organizzatori avevano chiesto all’Alta Corte di Giustizia di rendere legale la bandiera palestinese e dunque la sua presenza nella manifestazione (NdT).
[2] Senza mettere in discussione tutto il valore della difesa dell’internazionalismo da parte del compagno, occorre precisare che, per noi, i sindacati sono diventati ovunque degli organi della borghesia, e che la loro repressione nel micro-Stato palestinese è legata a lotte sanguinose tra frazioni borghesi. Hamas è del resto una frazione borghese particolarmente oscurantista e limitata, incapace di utilizzare le armi più sofisticate ed efficaci della classe dominante contro il proletariato, cioè la democrazia, il parlamentarismo, la pseudo-libertà di stampa e … i sindacati. È per questo che, effettivamente, Hamas ha frantumato e schiacciato i sindacati.
[3] L’Hadash, Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza, in passato Rakah, è una metamorfosi del Partito Comunista Israeliano la cui azione è soprattutto diretta verso la popolazione araba israeliana, a forte composizione operaia, che spinge al reclutamento nel nazionalismo filo-palestinese ed alla difesa di uno Stato palestinese.
[4] Il termine “Linea Verde” si riferisce alla delimitazione del tracciato delle frontiere di Israele nei confronti di alcuni dei suoi stati vicini (Siria, Giordania ed Egitto) che datano dall’armistizio del 1949, alla fine della guerra arabo-israeliana del 1948 (NDT, fonte Wikipedia).
“I lavori del 16° Congresso (...) hanno posto al centro delle loro preoccupazioni l’esame della ripresa dei combattimenti della classe operaia e delle responsabilità che questa ripresa implica per la nostra organizzazione, particolarmente di fronte allo sviluppo di una nuova generazione di elementi che si volgono verso una prospettiva politica rivoluzionaria.” (“16° Congresso della CCI. Prepararsi ai combattimenti della classe e al sorgere di nuove forze rivoluzionarie [19]”, Revue Internationale n° 122)
“La responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie, e della CCI in particolare, è quella di essere parte attiva della riflessione che si produce da qualche tempo nella classe, non solo intervenendo attivamente nelle lotte che essa comincia a sviluppare ma anche stimolando lo sviluppo dei gruppi e degli elementi che si propongono di raggiungere la sua lotta.” (“17° Congresso della CCI. Risoluzione sulla situazione internazionale [20]”, Rivista Internazionale n°29).
“Il Congresso ha … tirato un bilancio estremamente positivo della nostra politica in direzione dei gruppi ed elementi che si situano in una prospettiva di difesa o di avvicinamento delle posizioni della Sinistra comunista. (...) l’aspetto più positivo di questa politica è stato senza alcun dubbio la capacità della nostra organizzazione di stabilire o di rafforzare i legami con altri gruppi che si pongono su posizioni rivoluzionarie e la cui illustrazione è stata la partecipazione di quaattro di questi gruppi al 17° Congresso.” (“17° Congresso della CCI. Un rafforzamento internazionale del campo proletario [21], Ibid.).
Così, in occasione del nostro ultimo Congresso internazionale, vi abbiamo potuto salutare la presenza, per la prima volta dopo un quarto di secolo, di delegazioni di differenti gruppi che si pongono chiaramente su posizioni di classe internazionaliste (OPOP del Brasile, l’SPA di Corea, l’EKS di Turchia, Internasyonalismo delle Filippine[1], anche se quest’ultimo gruppo non aveva potuto essere presente fisicamente). Il contatto e la discussione si sono sviluppati non solo con questi quattro gruppi ma anche con altri gruppi ed elementi in altri paesi del mondo (particolarmente in America latina, cosa che ha permesso alla nostra organizzazione di tenere diverse riunioni pubbliche in Perù, a San Domingo e in Ecuador[2]). La discussione con i compagni di Turchia e delle Filippine li ha condotti a prendere la decisione di porre la loro candidatura alla CCI visto il loro crescente accordo con le nostre posizioni. La discussione è dunque proseguita, da un certo punto in poi, nel quadro di un processo di integrazione come viene definito nel nostro articolo pubblicato sul nostro sito Internet: “Come diventare militanti della CCI? [22]”[3]
Nel corso dell’ultimo periodo, questi compagni hanno così condotto delle discussioni approfondite sulla nostra piattaforma inviandocene i resoconti. D’altra parte numerose delegazioni della CCI si sono rese sul posto per discutere con loro e hanno potuto verificare la profondità della loro volontà di implicarsi così come la chiarezza del loro accordo con le nostre posizioni e i nostri principi organizzativi. A conclusione di queste discussioni, l’ultima riunione plenaria dell’organo centrale della CCI ha potuto prendere la decisione di integrare questi due gruppi come nuove sezioni della nostra organizzazione.
La maggior parte delle sezioni della CCI sono presenti in Europa[4] o in America[5] e finora, al di fuori di questi due continenti, non esisteva che una sezione in India. L’integrazione di queste due nuove sezioni all’interno della nostra organizzazione allarga in maniera significativa la sua estensione geografica.
Riguardo alle Filippine, si tratta di un paese vastissimo che si trova in una regione del mondo che ha conosciuto di recente una crescita molto rapida dell’industria e, pertanto, del numero di operai. Questa crescita ha prodotto nel corso dell’ultimo periodo numerose illusioni su un “nuovo palpito del capitalismo mondiale” ma è adesso chiaro che, come per i “vecchi” paesi capitalisti, i paesi “emergenti” nin saranno risparmiati dalla crisi acuta che si sviluppa attualmente. E’ dunque una zona geografica in cui le contraddizioni del capitalismo si acutizzeranno in maniera violenta in futuro, provocando inevitabilmente dei movimenti sociali, non solo dei moti della fame come quelli della primavera 2007 ma anche lotte della classe operaia.
La costituzione di una sezione in Turchia rafforza la presenza della CCI nel continente asiatico, particolarmente in una regione prossima ad una delle zone più critiche per le tensioni imperialiste attuali, la regione del vicino oriente. D’altra parte, i nostri compagni dell’EKS sono stati condotti a intervenire l’anno scorso per denunciare le operazioni militari della loro borghesia al nord dell’Iraq (vedi il “volantino dell’EKS contro l’operazione dell’esercito turco” [23] pubblicato sul nostro sito web).
A più riprese la CCI è stata accusata di avere una visione “euro-centrista” dello sviluppo delle lotte operaie e della prospettiva rivoluzionaria nella misura in cui aveva messo in evidenza il ruolo decisivo dei settori del proletariato dei paesi dell’Europa occidentale:
“Solo nel momento in cui la lotta proletaria toccherà il cuore economico e politico del dispositivo capitalista:
solo allora questa lotta darà il segnale della conflagrazione rivoluzionaria mondiale. (…)
E’ solo attaccando il cuore ed il cervello della bestia capitalista che il proletariato potrà averne ragione.
Questo cuore e questo cervello del mondo capitalista si trovano – come li ha situati da secoli la storia – in Europa occidentale. E’ là dove il capitalismo ha compiuto i suoi primi passi che la rivoluzione comincerà il suo corso, essendo l’uno all’altra legati. E’ là che sono in effetti riunite nella loro forma più avanzata tutte le condizioni della rivoluzione enunciate sopra. (...)
“Solo dunque in Europa occidentale, là dove il proletariato ha la più ricca esperienza di lotte, dove si scontra da decenni con queste mistificazioni “operaie” più elaborate, esso potrà sviluppare pienamente la sua coscienza politica indispensabile alla lotta per la rivoluzione”. (“Il proletariato dell’Europa occidentale al centro della generalizzazione della lotta”, Rivista Internazionale n°7).
La nostra organizzazione ha già risposto a questa critica di “eurocentrismo”:
“Questa non è affatto una visione ‘eurocentrista’. Il mondo borghese si è sviluppato a partire dall’Europa, vi ha sviluppato il suo più vecchio proletariato che è dotato perciò di una più grande esperienza” (idem)
In particolare non ha mai pensato che i rivoluzionari non avessero un ruolo da giocare nei paesi della periferia:
“Ciò non vuol dire che la lotta di classe o l’attività dei rivoluzionari no ha senso nelle altre regioni del mondo. La classe operaia è una. La lotta di classe esiste dovunque si fronteggino operai e capitale. Le lezioni delle diverse manifestazioni di questa lotta sono valide per tutta la classe, quale che sia il luogo in cui esse si svolgono; in particolare, l’esperienza delle lotte nei paesi della periferia influenzerà la lotta nei paesi centrali. Ancora, la rivoluzione sarà mondiale e coinvolgerà tutti i paesi. Le correnti rivoluzionarie della classe saranno preziose in tutti i luoghi in cui il proletariato si scontrerà con la borghesia, cioè nel mondo intero.” (idem)
Ciò vale, evidentemente, anche per dei paesi come le Filippine o la Turchia.
In questi paesi la lotta per la difesa delle idee comuniste è molto difficile. Ci si deve scontrare con le mistificazioni classiche che la borghesia mette avanti per ostacolare lo sviluppo della lotta e della coscienza del proletariato (le illusioni democratiche ed elettorali, il sabotaggio delle lotte operaie da parte dell’apparato sindacale e il veleno del nazionalismo). Inoltre, la lotta del proletariato e quella dei rivoluzionari si scontrano in maniera diretta e immediata non solo con le forze di repressione del governo ufficiale, ma anche con dei gruppi armati che si oppongono a questo governo come il PKK in Turchia e i differenti movimenti di guerriglia nelle Filippine la cui assenza di scrupoli e brutalità non hanno nulla da invidiare ai governi per la semplice ragione che non difendono niente altro che il capitalismo, anche se in una forma diversa. Questa situazione rende perciò l’attività dei compagni delle due nuove sezioni della CCI più pericolosa che nei paesi d’Europa e d’America del nord.
La sezione nelle Filippine, che – ancor prima della sua integrazione nella CCI - aveva già fatto un lavoro di pubblicazione su Internet nella lingua ufficiale delle Filippine (il tagalog), così come in lingua inglese, il cui uso è molto diffuso in questo paese, non potrà pubblicare ancora una stampa cartacea regolare (se non episodicamente). Il nostro sito Internet diviene dunque il principale strumento di diffusione delle nostre posizioni nelle Filippine.
La sezione in Turchia potrà disporre della rivista Dunya Devrimi, che era finora l’organo dell’EKS e che diventa l’organo di stampa della CCI in questo paese. Nella Revue Internationale n°122 scrivevamo:
“Noi salutiamo questi compagni che si indirizzano verso le posizioni comuniste e verso la nostra organizzazione. Noi gli diciamo: ‘Avete fatto la scelta giusta, la sola possibile se avete la prospettiva di integrarvi nella lotta per la rivoluzione proletaria. Ma non è la scelta della facilità: non conoscerete rapidi successi, occorrerà pazienza e tenacia e non scoraggiarsi quando i risultati ottenuti non saranno all’altezza delle vostre speranze. Ma non sarete soli: gli attuali militanti della CCI saranno al vostro fianco coscienti come sono della responsabilità che la vostra presenza rappresenta per loro. La loro volontà, che si è espressa al 16° Congresso, è di essere all’altezza di questa responsabilità.’”(“16° Congresso della CCI – Prepararsi ai combattimenti della classe e al sorgere di nuove forze rivoluzionarie [19]”). Queste parole, che si indirizzavano a tutti gli elementi e gruppi che hanno fatto la scelta di ingaggiarsi nella difesa delle posizioni della Sinistra comunista si applicano evidentemente in primo luogo alle due sezioni che hanno raggiunto la nostra organizzazione.
A queste due nuove sezioni, e ai compagni che le costituiscono, l’insieme della CCI rivolge un saluto caloroso e fraterno.
CCI
[1] OPOP: Oposição Operária (Opposizione Operaia); SPA: Socialist Political Alliance (Alleanza Politica Socialista); EKS: Enternasyonalist Komünist Sol (Sinistra Comunista Internazionalista); Internasyonalismo (Internazionalismo). Per ulteriori dettagli su questi gruppi, vedi il nostro aarticolo “17° Congresso della CCI. Un rafforzamento internazionale del campo proletario [21]” nella Rivista Internazionale n° 29.
[2] A proposito di queste riunioni pubbliche, vedi in particolare sul nostro sito Internet “Dibattito internazionalista nella Repubblica dominicana [24]”, “Riunione pubblica della CCI nel Perù sulla crisi: un dibattito proletario appassionante e appassionato [25]”.
[3] “La CCI ha sempre accolto con entusiasmo i nuovi elementi che vogliono integrarsi nei suoi ranghi. (...)Tuttavia, questo entusiasmo non significa che facciamo una politica di reclutamento per il reclutamento, come le organizzazioni trotzkiste.
La nostra politica non è neanche quella delle integrazioni premature su delle basi opportuniste, senza chiarezza preliminare. (...)La CCI non è una locanda dove si entra e si esce né è interessata ad andare a caccia di militanti.
Non siamo neanche dei mercanti di illusioni. È perciò che i nostri lettori che si pongono la domanda “come si fa ad aderire alla CCI?” devono comprendere che l’adesione alla CCI richiede del tempo. Ogni compagno che pone la sua candidatura deve dunque armarsi di pazienza per impegnarsi in un processo di integrazione nella nostra organizzazione. Questo processo è innanzitutto una maniera per il candidato di verificare da sé la profondità della propria convinzione, in modo che la sua decisione di diventare militante non sia presa alla leggera o attraverso un “colpo di testa”. Ciò è anche e soprattutto la migliore garanzia che possiamo offrirgli perché la sua volontà di impegno militante non si concluda con un insuccesso ed una demoralizzazione.”
[4] Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Spagna, Svezia, Svizzera.
[5] Brasile, Messico, Stati Uniti, Venezuela.
Con l’insurrezione del novembre 1918, la classe operaia aveva costretto la borghesia in Germania a porre fine alla guerra. Per sabotare la radicalizzazione del movimento ed impedire una ripetizione degli “avvenimenti russi”, la classe capitalista utilizzò nelle lotte l’SPD come macchina da guerra contro la classe operaia. Grazie ad una politica di sabotaggio particolarmente efficace l’SPD, con l’aiuto dei sindacati, fece di tutto per minare la forza dei consigli operai.
Confrontata allo sviluppo esplosivo del movimento, con i soldati che si ammutinavano dovunque e raggiungevano il campo degli operai insorti, la borghesia ritenne impossibile una politica di repressione immediata. Doveva agire prima politicamente contro la classe operaia per poi ottenere una vittoria militare.
Tuttavia la preparazione dell’azione militare venne avviata da subito. Non furono i partiti di destra della borghesia ad organizzare questa repressione ma proprio quello che passava ancora per “il grande Partito del proletariato”, l’SPD, e lo fece in collaborazione stretta con l’esercito. Furono questi famosi democratici ad attivarsi per costituire l’ultima linea di difesa del capitalismo. Furono loro a rivelarsi il bastione più efficace del capitale. L’SPD cominciò col creare delle unità di commando poiché l’esercito regolare, contaminato dal “virus delle lotte operaie”, era sempre meno incline ad ubbidire al governo borghese. Queste compagnie di volontari che avevano il privilegio di ricevere una paga speciale, sarebbero serviti da ausiliari della repressione.
Le provocazioni militari del 6 e 24 dicembre 1918Giusto un mese dopo l’inizio delle lotte, l’SPD diede l’ordine alla polizia di entrare con la forza negli uffici del giornale della frazione Spartakus, Die Rote Fahne. Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg ed altri Spartachisti, insieme ad alcuni membri del Consiglio Esecutivo di Berlino, furono arrestati. Nello stesso momento le truppe leali al governo attaccarono una manifestazione di soldati che erano stati smobilitati o che avevano disertato; 14 manifestanti furono uccisi. In risposta, numerose fabbriche scesero in sciopero il 7 dicembre; ovunque si tennero assemblee generali nelle fabbriche. L’8 dicembre ci fu per la prima volta una manifestazione di operai e di soldati in armi alla quale parteciparono più di 150.000 persone. Nelle città della Ruhr, come a Mülheim, operai e soldati arrestarono alcuni padroni di industrie.
Di fronte a queste provocazioni del governo i rivoluzionari non spinsero all’insurrezione immediata ma invitarono gli operai a mobilitarsi in massa. Gli Spartachisti ritenevano che la situazione non era ancora abbastanza matura per rovesciare il governo borghese, in particolare rispetto alla capacità della classe operaia.
Il Congresso nazionale dei consigli, svoltosi a metà dicembre, mostrò questa immaturità e la borghesia ne approfittò. I delegati al Congresso decisero di sottomettere la loro decisione ad una Assemblea Nazionale da eleggere. Nello stesso tempo fu costituito un Consiglio Centrale (Zentralrat) composto esclusivamente da membri dell’SPD, che pretendeva di parlare in nome dei consigli degli operai e dei soldati in Germania. La borghesia approfittò di questa debolezza della classe operaia scatenando un’altra provocazione militare dopo il Congresso: il 24 dicembre le unità di combattimento e le truppe governative passarono all’offensiva. Undici marinai e parecchi soldati furono uccisi. Ancora una volta vi fu una grande indignazione tra gli operai. Quelli della compagnia automobilistica Daimler e di parecchi altre fabbriche di Berlino costituirono una Guardia Rossa. Il 25 dicembre ci furono imponenti manifestazioni in risposta a questo attacco. Il governo fu obbligato ad arretrare. Di fronte al discredito crescente dell’équipe governativa, l’USPD che fino a quel momento aveva partecipato al governo con l’SPD, se ne uscì.
Tuttavia la borghesia non abbandonò i suoi intendi anzi continuò a lavorare per disarmare il proletariato che a Berlino era ancora armato e si preparò a dargli il colpo decisivo.
L’SPD incita all’uccisione dei comunisti
Per aizzare la popolazione contro il movimento di classe l'SPD diventò il portavoce di un’enorme campagna di calunnie contro i rivoluzionari spingendosi fino a reclamare la messa a morte degli Spartachisti in particolare.
A fine dicembre il gruppo Spartakus lasciò l’USPD e formò il KPD con gli IKD. La classe operaia ebbe così un partito di classe nato nel fuoco del movimento e che diventò il bersaglio degli attacchi dell’SPD, principale difensore del capitale.
Per il KPD opporsi a questa tattica del capitale richiedeva la maggiore attività di massa dei lavoratori possibile. “Dopo la fase iniziale della rivoluzione, quella della lotta essenzialmente politica, si apre ora una fase di lotta rafforzata, più intensa e principalmente economica”. (Rosa Luxemburg al Congresso di fondazione del KPD). Il governo SPD “non verrà a capo delle fiamme della lotta economica di classe” (idem). E’ per questo che il capitale, l’SPD in testa, fece di tutto per impedire ogni estensione delle lotte su questo terreno provocando sollevamenti prematuri di operai armati per poi reprimerli. Aveva bisogno in primis di indebolire il movimento nel suo centro, Berlino, per poi attaccare il resto della classe operaia.
La trappola dell’insurrezione prematura a Berlino
In gennaio la borghesia riorganizzò le sue truppe a Berlino. Aveva in tutto più di 80.000 soldati sparsi nella città, di cui 10.000 erano truppe d’assalto. All’inizio del mese fece una nuova provocazione contro gli operai in modo da disperderli militarmente. Il 4 gennaio il prefetto di polizia di Berlino, Eichorn, che era stato eletto dagli operai a novembre, fu rimosso dalle sue funzioni dal governo borghese, cosa che fu recepita dalla classe operaia come un attacco. La sera del 4 gennaio gli Uomini di fiducia rivoluzionaria (ovvero Delegati Rivoluzionari dal tedesco Revolutionäre Obleute) tennero una riunione alla quale parteciparono Liebknecht e Pieck in nome del KPD appena costituitosi.
Il KPD, gli Uomini di fiducia e l’USPD chiamarono ad un assembramento di protesta per il sabato 5 gennaio. Circa 150.000 operai parteciparono alla manifestazione che ebbe seguito a questo assembramento davanti alla questura. La stessa sera alcuni manifestanti occuparono gli uffici del giornale del SPD, Vorwärts, e di altre case editrici. Queste azioni furono probabilmente dovute all’incitamento di agenti provocatori e comunque si svolsero senza la conoscenza e tanto meno l’approvazione del comitato.
In ogni caso non c’erano tutte le condizioni per un capovolgimento del governo ed il KPD lo spiegò chiaramente con un volantino all’inizio di gennaio:
“Se oggi gli operai di Berlino sciolgono l’Assemblea nazionale, se gettano in prigione gli Ebert - Scheidemann, mentre gli operai della Ruhr, dell’Alta-Slesia e dell’Elba restano tranquilli, domani il capitalismo sarà capace di affamare Berlino. L’offensiva della classe operaia contro la borghesia, la battaglia per il potere dei consigli operai e dei soldati deve essere opera di tutti i lavoratori del Reich. È solo la lotta degli operai delle città e delle campagne, dovunque ed in modo permanente, accelerandosi e crescendo fino a diventare una potente ondata che si infrange con fragore sull’insieme della Germania, è solo un’onda formata dalle vittime dello sfruttamento e dell’oppressione che si espande su tutto il paese che può far esplodere il governo capitalista, sciogliere l’Assemblea nazionale e, sulle rovine, costruire il potere della classe operaia che condurrà il proletariato alla vittoria completa nell’ulteriore lotta contro la borghesia. (…) Operai, uomini e donne, soldati e marinai! Convocate dovunque delle assemblee e spiegate chiaramente alle masse che l’Assemblea nazionale è un bluff. In ogni fabbrica, in ogni unità di truppa, in ogni città, sorvegliate e verificate che il vostro consiglio di operai e di soldati venga eletto bene, che non ci siano dentro dei rappresentanti del sistema capitalista, dei traditori della classe operaia come gli uomini di Scheidemann, o degli elementi inconsistenti o esitanti come gli Indipendenti”.
Quest’analisi mostra che il KPD vedeva chiaramente che il capovolgimento della classe capitalista non era possibile nell’immediato e che l’insurrezione non era all’ordine del giorno.
Dopo l’enorme manifestazione di massa, il 5 gennaio, gli Uomini di fiducia tennero una riunione la sera stessa alla quale parteciparono delegati del KPD e rappresentanti delle truppe della guarnigione. Impressionati dalla potente manifestazione della giornata i presenti elessero un Comitato Rivoluzionario di 52 membri con Ledebourg come presidente, Scholze per gli Uomini di fiducia e Karl Liebknecht per il KPD. Decisero per lo sciopero generale ed un’altra manifestazione per l’indomani, il 6 gennaio.
Il Comitato Rivoluzionario distribuì un volantino che chiamava all’insurrezione: “Lottiamo per il potere del proletariato rivoluzionario! Abbasso il governo Ebert-Scheidemann!”.
Alcuni soldati dichiararono la loro solidarietà al Comitato Rivoluzionario. Una delegazione di soldati garantì che avrebbe affiancato la rivoluzione appena sarebbe stata annunciata la destituzione del governo Ebert-Scheidemann. In risposta Liebknecht per il KPD e Scholze per gli Uomini di fiducia firmarono un decreto che dichiarava la destituzione e che il governo sarebbe passato in mano al Comitato Rivoluzionario. Il 6 gennaio, circa 500.000 persone manifestarono nelle strade. Manifestazioni ed assembramenti ebbero luogo in ogni settore della città; gli operai della Grande Berlino chiedevano armi. Il KPD esigeva l’armamento del proletariato ed il disarmo dei controrivoluzionari. Sebbene il Comitato rivoluzionario avesse lanciato la parola d’ordine “Abbasso il governo!”, non prese nessuna iniziativa seria per attuare questo orientamento. Non fu organizzata nessuna truppa di combattimento nelle fabbriche, non fu fatto alcun tentativo di prendere le redini dello Stato e paralizzare il vecchio governo. Non solo il Comitato Rivoluzionario non aveva nessun piano d’azione ma, il 6 gennaio, fu costretto dalla marina ad abbandonare il suo quartiere generale.
La massa degli operai che manifestavano aspettava in strada delle direttive mentre invece i loro leader venivano dispersi. Mentre la direzione proletaria arretrava, esitava e non aveva nessun piano d’azione, il governo condotto dall’SPD, da parte sua, superava velocemente l’iniziale shock provocato dall’offensiva degli operai. Riceveva aiuti da ogni parte. L’SPD chiamò a scioperi e manifestazioni a sostegno del governo. Una campagna ancora più accanita e perfida si scatenò contro i comunisti.
L’SPD ed i suoi complici si stavano così preparando a massacrare i rivoluzionari del KPD in nome della rivoluzione e degli interessi del proletariato. Con ignobile falsità chiamava i consigli a sostenere il governo nella sua azione contro quelle che definiva “le bande armate”. L’SPD rifornì anche una sezione militare che riceveva armi delle caserme e Noske si pose alla testa delle forze di repressione con le parole: “Abbiamo bisogno di un cane sanguinario, non mi sottraggo davanti ad una tale responsabilità”.
Il 6 gennaio si ebbero delle scaramucce. Mentre il governo ammassava le truppe intorno a Berlino, la sera del 6, l’Esecutivo dei consigli di Berlino stava in seduta. Dominato dall’SPD e dall’USPD, propose dei negoziati tra gli Uomini di fiducia ed il governo che il Comitato Rivoluzionario aveva appena invitato a rovesciare. L’Esecutivo giocava a fare il “conciliatore”, proponendo di riconciliare l’inconciliabile. Questo atteggiamento seminò la confusione tra gli operai e soprattutto tra i soldati che erano già esitanti. I marinai decisero quindi di adottare una politica di “neutralità”. In una situazione di scontro diretto tra le classi ogni indecisione può condurre velocemente la classe operaia a perdere fiducia nelle proprie capacità ed ad adottare un atteggiamento diffidente nei confronti delle proprie organizzazioni politiche. Giocando questa carta, l’SPD favorì un indebolimento drammatico del proletariato. Allo stesso tempo utilizzò degli agenti provocatori per spingere gli operai allo scontro, come fu provato successivamente.
Confrontata a questa situazione la direzione del KPD, contrariamente al Comitato Rivoluzionario, aveva una posizione molto chiara basata sull’analisi della situazione che aveva fatto al suo Congresso di fondazione e pensava che l’insurrezione fosse prematura.
Il KPD chiamava quindi gli operai a rafforzare prima e soprattutto i consigli sviluppando la lotta sul proprio terreno di classe, nelle fabbriche, sbarazzandosi degli Ebert, Scheidemann e compagni. Intensificando la pressione mediante i consigli, essi avrebbero potuto dare un nuovo slancio al movimento per poi lanciarsi nella battaglia per impossessarsi del potere politico.
Lo stesso giorno, Luxemburg e Jogiches criticarono violentemente la parola d’ordine di immediato capovolgimento del governo lanciata dal Comitato Rivoluzionario, ma anche e soprattutto il fatto che questo si era mostrato, per il suo atteggiamento esitante e disfattista, incapace di dirigere il movimento di classe. Rimproverarono in particolare Liebknecht per avere agito per proprio conto lasciandosi trasportare dall’entusiasmo e dall’impazienza invece di rifarsi alla direzione del Partito e basarsi sul programma e le analisi del KPD.
Questa situazione mostra bene che quello che mancava non era né il programma, né le analisi, ma la capacità del Partito, come organizzazione, a svolgere il ruolo di direzione politica del proletariato. Fondato solamente alcuni giorni prima, il KPD non aveva nessuna influenza nella classe, ancora meno una solidità e una coesione organizzativa come quella del partito bolscevico un anno prima in Russia. L’immaturità del Partito Comunista in Germania la ragione essenziale del disorientamento nelle sue fila che avrebbe influenzato pesantemente e drammaticamente gli avvenimenti che seguirono.
Nella notte tra l’8 ed il 9 gennaio le truppe governative passarono all’attacco. Il Comitato Rivoluzionario, che non sempre aveva analizzato correttamente il rapporto di forza, chiamò all’azione contro il governo: “Sciopero generale! Alle armi! Non ci sono alternative! Dobbiamo combattere fino all’ultimo uomo!”. Molti operai aderirono a quest’appello ma ancora una volta aspettarono invano istruzioni precise dal Comitato. In realtà non era stato fatto niente per organizzare le masse, per spingere alla fratellanza tra gli operai rivoluzionari e le truppe… Le truppe del governo entrarono quindi a Berlino e, per parecchi giorni, si scontrarono violentemente nelle strade con gli operai armati. Molti furono uccisi o feriti negli scontri in varie parti della città. Il 13 gennaio l’USPD decise la fine dello sciopero generale ed il 15 gennaio Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht vennero assassinati dagli sbirri del regime Socialdemocratico. La campagna criminale dell’SPD: “Uccidete Liebknecht!” si concluse dunque con un successo della borghesia. Il KPD fu privato dei suoi più importanti leader.
Il KPD non aveva la forza di trattenere il movimento come avevano fatto i bolscevichi nel luglio 19171. Secondo Ernst, il nuovo capo della polizia socialdemocratica che aveva sostituito Eichhorn: “Fin dall’inizio gli aderenti a Spartakus non avevano nessuna possibilità di successo poiché, con i nostri preparativi, li abbiamo costretti ad agire prematuramente. Conoscevamo ogni loro carta prima ancora che la giocassero ed è per questo che siamo riusciti a sconfiggerli”.
In seguito a questo successo militare la borghesia comprese immediatamente che doveva approfittare del suo vantaggio. Scatenò un’ondata di sanguinaria repressione durante la quale migliaia di operai berlinesi e di comunisti furono assassinati, torturati e gettati in prigione. L’assassinio di Liebkecht e della Luxemburg non furono un’eccezione ma rivelarono la determinazione bestiale della borghesia a eliminare i suoi nemici mortali: i rivoluzionari.
Il 19 gennaio “la democrazia” trionfava: si tenevano le elezioni per l’Assemblea Nazionale. Al tempo stesso, sotto la pressione delle lotte operaie, il governo si trasferiva a Weimar. La Repubblica di Weimar si instaurava sui cadaveri di migliaia di operai.
Al suo Congresso di fondazione il KPD riconobbe che la classe non era ancora matura per l’insurrezione. Dopo il movimento inizialmente dominato dai soldati, era vitale un nuovo slancio che partiva dalle fabbriche, dalle assemblee generali e dalle manifestazioni. Era una condizione perché la classe potesse acquistare, nel movimento, maggiore forza e maggiore fiducia in sé stessa. Era una condizione perché la rivoluzione non fosse opera di una minoranza o di alcuni elementi impazienti o disperati, ma si appoggiasse sullo slancio rivoluzionario della larga maggioranza degli operai.
Inoltre, a gennaio, i consigli operai non esercitavano realmente il doppio potere perché l’SPD li aveva sabotati dell’interno. Come abbiamo mostrato nell’articolo precedente (RI n.158), il Congresso nazionale dei consigli tenutosi a metà dicembre aveva rappresentato una vittoria per la borghesia e purtroppo niente di nuovo era venuto a stimolare i consigli. La valutazione che faceva il KPD del movimento della classe e del rapporto di forza era perfettamente lucida e realista. C’è chi pensa che sia il partito a prende il potere. Ma allora dovrebbe spiegare come potrebbe farlo un'organizzazione rivoluzionaria, per quanto forte sia, quando la larga maggioranza della classe operaia non ha sviluppato ancora la sua coscienza di classe, esita ed oscilla, e non è stata ancora capace di creare dei consigli operai che abbiano la forza sufficiente ad opporsi al regime borghese. Una tale posizione si sbaglia completamente sulle caratteristiche fondamentali della rivoluzione e dell’insurrezione che Lenin è stato il primo a definire: “l’insurrezione deve basarsi, non su un complotto, non su un partito, ma sull’avanguardia del classe”. Nello stesso Ottobre 1917 i bolscevichi avevano avuto come prima preoccupazione che fosse il Soviet di Pietrogrado a prendere il potere, e non il Partito Bolscevico.
L’insurrezione proletaria non può essere “decretata dall’alto”. Al contrario, è un’azione delle masse che devono innanzitutto sviluppare le loro iniziative ed arrivare ad avere la padronanza delle proprie lotte. E’ solo su questi fondamenti che le direttive e gli orientamenti dati dai consigli ed dal partito saranno seguiti.
L’insurrezione proletaria non può essere un golpe, come tentano di farcelo credere gli ideologi borghesi. È l’opera di tutta la classe operaia. Per sbarazzarsi dal giogo del capitalismo, la volontà di alcuni, anche se sono gli elementi più chiari e più determinati, non basta: “il proletariato insorto può contare solo sui suoi membri, la sua coesione, i suoi quadri ed il suo stato-maggiore” (Trotsky, Storia del Rivoluzione Russa, cap. “L’Arte dell’insurrezione”).
Nel gennaio 1919, la classe operaia in Germania non aveva raggiunto questo livello di maturità.
(Questo articolo è una versione ridotta di un articolo pubblicato nella Revue Internationale n° 83, 4° trimestre 1995).
1. “Le “giornate di luglio”: il ruolo indispensabile del partito”, Rivista Internazionale n.21
Links
[1] https://it.internationalism.org/rint/30/disastri-ambientali
[2] https://it.internationalism.org/content/solidarieta-con-il-movimento-degli-studenti-grecia
[3] https://it.internationalism.org/content/grecia-una-dichiarazione-di-lavoratori-lotta
[4] https://it.internationalism.org/content/riunioni-pubbliche-la-lotta-degli-studenti-tutta-europa-conferma-lo-sviluppo-della-lotta-di
[5] https://it.internationalism.org/content/una-voce-internazionalista-israele
[6] https://fr.internationalism.org/ri398/prises_de_position_internationalistes_contre_la_barbarie_de_gaza.html
[7] https://it.internationalism.org/en/tag/3/48/guerra
[8] https://it.internationalism.org/en/tag/4/75/italia
[9] https://it.internationalism.org/en/tag/situazione-italiana/economia-italiana
[10] https://it.internationalism.org/en/tag/4/72/gran-bretagna
[11] https://it.internationalism.org/en/tag/2/29/lotta-proletaria
[12] https://www.nytimes.com/2008/12/13/us/13factory.html
[13] https://it.internationalism.org/en/tag/4/90/stati-uniti
[14] https://libcom.org/article/statement-against-israeli-and-palestinian-nationalisms-whats-flag
[15] https://en.internationalism.org/icconline/2009/01/gaza
[16] https://it.internationalism.org/en/tag/4/86/israele
[17] https://it.internationalism.org/en/tag/4/87/palestina
[18] https://it.internationalism.org/en/tag/3/50/internazionalismo
[19] https://fr.internationalism.org/rint/122_16c
[20] https://it.internationalism.org/rint29/risoluzioneinternazionale
[21] https://it.internationalism.org/rint29/congresso
[22] https://it.internationalism.org/membro_cci
[23] https://fr.internationalism.org/ri389/tract_d_eks_contre_l_operation_de_l_armee_turque.html
[24] https://fr.internationalism.org/icconline/2007/debat_internationaliste_en_republique_dominicaine.html
[25] https://fr.internationalism.org/icconline/2008/reunion_publique_du_cci_au_perou_sur_la_crise_un_debat_proletarien_passionnant_et_passionne.html
[26] https://it.internationalism.org/en/tag/sviluppo-della-coscienza-e-dell-organizzazione-proletaria/corrente-comunista-internazionale
[27] https://it.internationalism.org/en/tag/4/71/germania
[28] https://it.internationalism.org/en/tag/storia-del-movimento-operaio/1919-rivoluzione-tedesca