Il 20 gennaio, Donald Trump è entrato ufficialmente in carica come presidente. Questa vittoria rappresenta un clamoroso fallimento per le fazioni più responsabili della borghesia americana che avevano cercato, durante tutto il mandato di Joe Biden, di impedire il ritorno al potere di questo triste personaggio.
Il capitalismo sta sprofondando velocemente nel caos
Se nelle elezioni del 2016 la borghesia era stata sorpresa dalla vittoria di Trump, aveva poi cercato di contenere gli umori e le incongruenze di questo inquilino dello Studio Ovale
Ma la sua retorica vendicativa e il discredito dei suoi rivali democratici si sono dimostrati più potenti delle condanne e dei processi intentati contro di lui per aggressione, ricatto o comportamento sedizioso durante l’assalto al Campidoglio del gennaio 2021. Questa volta, la borghesia americana è chiaramente sopraffatta dalla situazione creata da questo piantagrane che non ha mai nascosto il suo desiderio di indebolire le istituzioni dello Stato federale e di porsi al di sopra di esse. Il controllo di Trump su tutte le istituzioni è più solido ed esteso di quanto non fosse nel 2017, il che riflette una maggiore perdita di controllo sull’apparato politico da parte delle frazioni più lucide della borghesia americana e l’inasprimento delle tensioni al suo interno per difendere al meglio gli interessi del capitale nazionale. Il programma di Trump, più brutale e oltraggioso di quello tra il 2017 e il 2021, riflette la penetrazione e l’espansione del populismo che dilaga in tutto il mondo.[1]
Le manifestazioni dell’irresponsabilità di Trump risiedono tanto nei suoi eccessi e nel suo programma, quanto nella scelta dei membri del suo governo, di cui l’ineffabile Elon Musk è il simbolo: Pete Hegseth, un ex conduttore di Fox News accusato di violenza sessuale, senza esperienza nell’alto comando, si ritrova Segretario alla Difesa; Robert Kennedy Jr., un anti-vaccinista che è la delizia dei teorici del complottismo, diventa Segretario alla Sanità; lo scettico dei cambiamenti climatici Chris Wright è stato nominato Segretario all’Energia... Insomma, una squadra di personaggi che esprimono una fase storica in cui la borghesia americana, avanguardia di tutte le borghesie delle grandi potenze occidentali, tende a perdere la bussola con, in prospettiva, crisi politiche sempre più profonde e caotiche.
In breve, ciò che questo nuovo mandato prefigura non è altro che un’ulteriore accentuazione del disordine mondiale. La politica perseguita dal nuovo team non può che alimentare il vortice distruttivo di crisi che si alimentano a vicenda e interagiscono su scala globale: shock economici, guerre, degrado climatico accelerato e collasso degli ecosistemi, crisi sociali, ondate migratorie incontrollate...
Un attacco ideologico alla coscienza
Usando subdolamente i miasmi della decomposizione del suo sistema moribondo, la borghesia sa perfettamente come rivoltarli contro la coscienza della classe operaia, sia per spingere i proletari alla disperazione, sia per seminare l’illusione di un futuro più “giusto” e “democratico”. Se l'amministrazione Trump è un attore e un agente centrale del disordine planetario, non è all’origine di esso, contrariamente a quanto una buona parte della borghesia e dei suoi media cerca di far passare, per meglio nascondere l’impasse storica del sistema dietro la “follia” di un solo uomo.
Questa campagna ideologica mondiale è il prolungamento di una vasta offensiva politica, iniziata al momento della campagna elettorale, volta naturalmente a disorientare i lavoratori dietro la bandiera dell’antifascismo e a promuovere “Il tema dominante della propaganda di questi carnevali elettorali è stata la difesa della facciata democratica dei governi al servizio del dominio capitalista. Una facciata progettata per nascondere la realtà della guerra imperialista, l’impoverimento della classe operaia, la distruzione dell’ambiente, la persecuzione dei rifugiati. È la foglia di fico democratica che maschera la dittatura del capitale, indipendentemente da quale partito – di destra, di sinistra o di centro – arrivi al potere politico nello Stato borghese.”[2] È questa campagna ideologica democratica che continua, con tutti che contribuiscono a costruire l’edificio mistificatorio, come Macron in Francia che denuncia una “internazionale reazionaria” o le borghesie tedesche e britanniche che denunciano l'”ingerenza” di Musk. Ma sono soprattutto le frazioni più di sinistra della borghesia che riescono, in realtà, a mistificare la classe operaia nel modo più efficace, in nome della difesa della “democrazia” contro il “fascismo”. I partiti di sinistra danno così il loro appoggio “radicale” e il loro credito all'idea di una “internazionale reazionaria”.
Il proletariato deve rimanere sordo a questa intensa propaganda che continua e che si intensificherà, con il rischio di trovarsi sempre più indebolito di fronte alle forze del capitale. Deve capire che lo Stato democratico è lo strumento del capitale ed il suo peggior nemico. Oggi, l’unico mezzo di lotta per la classe operaia rimane la lotta sul terreno dei suoi interessi di classe e la difesa delle sue condizioni di vita di fronte agli attacchi di tutti gli Stati, anche i più "democratici" e di tutti i governi, sia di destra che di sinistra.
Questa lotta dovrà essere condotta anche contro i falsi amici della classe operaia, i sindacati. In Belgio, nonostante il fronte sindacale comune che cerca di inquadrare e sterilizzare la lotta organizzando una giornata di azione ogni mese, accompagnata da altri scioperi, come nell’istruzione francofona e nelle ferrovie, la classe tende ad andare oltre il controllo sindacale e sempre più lavoratori aderiscono alle giornate di azione. I proletari in Belgio non sono soli. Dal 2022, in tutto il mondo, nel Regno Unito, in Francia, in Canada, negli Stati Uniti, la classe operaia sta alzando la testa, rifiutandosi di soccombere di fronte alla crisi, ai licenziamenti, all’inflazione, alle “riforme”. Dappertutto, sta gradualmente cominciando a riconoscersi come forza sociale. Dappertutto, piccole minoranze stanno emergendo interrogandosi sulle origini della crisi, della guerra e del caos in cui ci sta spingendo il capitalismo. Una tale lotta contiene il germe della prospettiva della politicizzazione, contiene la prospettiva, per il futuro, del rovesciamento del capitalismo e della costruzione di un’altra società, senza sfruttamento, senza barbarie guerriera.
WH, 22 gennaio 2025
[1]
[1] Cf. “Né populismo né democrazia borghese... L'unica vera alternativa è lo sviluppo mondiale della lotta di classe contro tutte le frazioni della borghesia”
https://it.internationalism.org/content/1853/ne-populismo-ne-democrazia-borghese-la-sola-vera-alternativa-e-lo-sviluppo-mondiale [1]
[2]
[2] ) Estratto della nostra proposta per “Appello della Sinistra Comunista contro la Campagna Internazionale di Mobilitazione a favore della democrazia borghese”, https://it.internationalism.org/content/1831/appello-della-sinistra-comunista-alla-classe-operaia-contro-la-campagna-internazionale [2]
Le devastazioni di tre anni di guerra in Ucraina, come l'indicibile barbarie dei quindici mesi di conflitto israelo-palestinese che ha incendiato l'intero Medio Oriente, sono una terribile illustrazione delle guerre generate dal periodo di decomposizione del capitalismo.
Qualunque tregua o accordo per la cessazione delle ostilità che possano essere conclusi nel contesto delle future manovre imperialiste, non potranno che essere temporanei e rappresenteranno solo pause momentanee nel rafforzamento del brutale militarismo che caratterizza il modo di produzione capitalista.
Nel febbraio 2022, Putin dichiarò che l'esercito russo sarebbe avanzato rapidamente in Ucraina attraverso una “operazione militare speciale” di breve durata. Sono passati tre anni e, sebbene missili e artiglieria continuino a distruggere intere città e a mietere migliaia di vittime, la guerra ha raggiunto un punto in cui nessuna delle due parti sta facendo progressi significativi, rendendo le operazioni militari ancora più disperate e distruttive. È difficile sapere con certezza quante persone siano state uccise o ferite nella guerra, ma i media parlano ormai di più di un milione di morti o feriti, e i protagonisti hanno sempre più difficoltà a reclutare carne da cannone per riempire i “vuoti” in prima linea.
In Medio Oriente, dopo il brutale attacco di Hamas, la rappresaglia dello Stato di Israele sta provocando distruzioni e massacri ad un livello di ferocia inimmaginabile. Come Putin, Netanyahu, dopo il sanguinoso attacco del 7 ottobre 2023, ha promesso che in tre mesi avrebbe eliminato Hamas: tutto ciò dura da ormai più di un anno e la barbarie che si è scatenata non ha fatto altro che intensificarsi. Israele ha sganciato indiscriminatamente 85.000 tonnellate di esplosivo, l'equivalente di tre volte la quantità di materiale esplosivo contenuto nelle bombe sganciate su Londra, Amburgo e Dresda durante la Seconda Guerra Mondiale! Questi feroci attacchi hanno provocato quasi 45.000 morti, più di 10.000 dispersi e quasi 90.000 feriti, molti dei quali mutilati, tra cui migliaia di bambini. Secondo Save the Children, ogni giorno, dall'inizio della guerra a Gaza, circa dieci bambini hanno perso le gambe. All'orrore dei bombardamenti si aggiungono fame e malattie come la poliomielite e l'epatite, che si stanno diffondendo a causa delle condizioni igieniche disumane.
Tutta questa follia bellica, che si è protratta a lungo in Ucraina e nella Striscia di Gaza, si sta ora estendendo ad altri Paesi, allargando la spirale di caos e barbarie. Dopo i combattimenti nel Libano meridionale e il bombardamento di Beirut, la ripresa degli scontri in Siria, che ha portato al rapido rovesciamento di Bashar Al Assad, è una chiara dimostrazione di come l'instabilità si stia diffondendo. Il sostanziale sostegno militare di Russia e Iran aveva permesso ad Al Assad di prevalere alla fine della guerra civile siriana dal 2011 al 2020, anche se la situazione era precaria. Con l'indebolimento militare degli alleati di Assad, in particolare con la Russia intrappolata in Ucraina e gli Hezbollah occupati in Libano, il loro sostegno militare si è notevolmente ridotto, portando ad una perdita di controllo della situazione da parte del regime. Questa situazione è stata sfruttata dal gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS) per attaccare e rovesciare il governo. Tuttavia, la fuga di Al Assad non significa affatto che il nuovo regime che ha preso il potere a Damasco abbia un progetto coerente e unitario. Al contrario, una moltitudine di gruppi “democratici” o “islamisti” più o meno radicali, Cristiani, Sciiti o Sunniti, Curdi, Arabi o Drusi, sono più che mai coinvolti negli scontri per il controllo del territorio o di parti di esso, con alle spalle la mafia degli sponsor imperialisti: Turchia, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Stati Uniti, Iran, Paesi Europei e forse anche Russia, ognuno con la propria agenda e i propri interessi imperialisti. Oggi più che mai la Siria, e il Medio Oriente in generale, rappresentano un focolaio di tensioni multiple che spingono verso la guerra e il militarismo.
Guerra e militarismo, brutali espressioni del capitalismo decadente
In Ucraina e in Medio Oriente sono state dispiegate numerose armi sempre più nuove e sofisticate: scudi di difesa missilistici, droni d'attacco, manomissione dei dispositivi di comunicazione per trasformarli in ordigni esplosivi, ecc. Anche i fondi che i vari Stati destinano all'acquisto di armi convenzionali e alla modernizzazione o all'espansione dell'arsenale atomico stanno crescendo a dismisura. Secondo i dati dell'Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), nel 2023 la spesa militare globale ammontava a 2.443 miliardi di dollari, con un aumento del 7% rispetto al 2022 (il tasso di crescita più alto dal 2009). Sia gli ordinativi che le dichiarazioni rilasciate dai capi di Stato di tutti i continenti non fanno presagire altro che un'impressionante espansione generale della militarizzazione, che allo stesso tempo sta portando a un notevole aumento dei profitti delle aziende produttrici di armi.
Ma questo significa forse che la guerra abbia un effetto positivo sull'economia capitalistica? Il capitalismo è nato nel fango e nel sangue della guerra e del saccheggio, ma il ruolo e la funzione di questi ultimi sono cambiati nel tempo. Nel periodo di ascesa del capitalismo, le spese militari e la guerra stessa costituivano un mezzo per espandere il mercato e stimolare lo sviluppo delle forze produttive, perché le nuove regioni conquistate necessitavano di nuovi mezzi di produzione e di sussistenza. Per contro, l'ingresso nel periodo di decadenza (iniziato con la Prima guerra mondiale) mostrava che i mercati solvibili erano ormai stati ripartiti a livello globale e che i rapporti di produzione capitalistici erano diventati un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive. In questo contesto, il sistema capitalista trova certamente nella guerra (e nella sua preparazione) uno stimolo per la produzione di armamenti che però, in quanto mezzi di distruzione, non giovano all'accumulazione del capitale. La guerra rappresenta, in realtà, una sterilizzazione del capitale. Tuttavia, ciò non significa, come già spiegato dalla Gauche Communiste de France, “che la guerra sia diventata lo scopo della produzione capitalistica, poiché questo rimane la produzione di plusvalore, ma che la guerra sia diventata lo stile di vita permanente del capitalismo decadente"[1]. Nel periodo di decomposizione del capitalismo, che costituisce l'ultima fase del declino irreversibile di questo modo di produzione, le caratteristiche della decadenza non solo si mantengono, ma si accentuano, cosicché la guerra non solo continua a non avere alcuna funzione economica positiva, ma si presenta ormai come un fattore scatenante di un caos economico e politico sempre maggiore, perdendo così il suo scopo strategico. L'obiettivo della guerra si riduce sempre più ad una irrazionale distruzione di massa, rendendola uno dei principali fattori che minacciano l'umanità di totale annientamento. La minaccia del confronto nucleare ne è una tragica testimonianza.
Questa dinamica è chiaramente illustrata nelle guerre attuali, come quelle in Ucraina e a Gaza. Russia e Israele hanno distrutto o spazzato via intere città e contaminato in modo permanente i terreni agricoli con le loro bombe, cosicché il beneficio che trarranno da un'ipotetica fine della guerra sarà limitato a campi di macerie. I vergognosi massacri di civili e bambini, come il bombardamento delle centrali nucleari in Ucraina, sottolineano il cambiamento qualitativo che la guerra assume nella decomposizione, che diventa sempre più irrazionale, poiché l'unico obiettivo è destabilizzare o distruggere l'avversario praticando sistematicamente una politica di “terra bruciata”. In questo senso, se “la fabbricazione di sofisticati sistemi di distruzione è diventata il simbolo di un'economia moderna ad alto rendimento... queste ‘meraviglie’ tecnologiche, che hanno appena mostrato la loro efficienza omicida in Medio Oriente, sono, dal punto di vista della produzione e dell'economia, un gigantesco scempio”[2].
La borghesia sta aumentando i finanziamenti… per estendere distruzione e massacri.
Il crescente sviluppo della militarizzazione ha recentemente portato alcuni Paesi che avevano abbandonato il servizio militare obbligatorio a reintrodurlo, come in Lettonia e in Svezia, e il partito della CDU lo ha persino proposto in Germania. Esso si riflette soprattutto nella pressione generalizzata per aumentare la spesa militare, con vari portavoce borghesi che sostengono, ad esempio, la necessità per i Paesi della NATO di andare ben oltre il 2% del PIL concordato per la difesa. In uno scenario in cui gli Stati Uniti di Trump giocheranno più che mai la carta dell'America First, anche nei confronti dei Paesi “amici” che pensavano di essere al sicuro sotto l'ombrello nucleare statunitense, i paesi europei stanno cercando urgentemente di rafforzare le proprie infrastrutture militari e stanno aumentando drasticamente le spese militari per difendere meglio le proprie ambizioni imperialiste. Quando il Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, afferma: “Dobbiamo spendere di più, dobbiamo spendere meglio, dobbiamo spendere in Europa”, riassume la strategia di espansione dell'infrastruttura militare europea e di un'industria degli armamenti europea che sia autosufficiente.
In realtà, la tendenza all'esplosione della spesa per gli armamenti è globale, stimolata da un'avanzata a tutto campo del militarismo. Ogni Stato è sotto pressione per rafforzare il proprio potere militare. Questo riflette fondamentalmente la pressione della crescente instabilità dei rapporti imperialisti nel mondo.
Tatlin, 14 gennaio 2025
[1] 50 anni fa: le cause reali della Seconda guerra mondiale [4], International Review 59, “Rapporto sulla situazione internazionale”, GCF, luglio 1945. (in inglese)
[2] A che punto siamo con la crisi? Crisi economica e militarismo [5], International Review 65, (in inglese)
Sabato 25 gennaio, dalle 15.00 alle 18.00 (ora italiana)
L'elezione di Trump è un chiaro prodotto della progressiva decomposizione della società capitalista, ma sarà anche un fattore attivo nell'accelerare questo processo, portando con sé conflitti più acuti all'interno della borghesia statunitense, un'intensificazione delle tensioni imperialiste, un nuovo tuffo nella crisi economica e un'ulteriore prova dell'incapacità del capitalismo di affrontare la crisi ambientale.
Soprattutto, si preannunciano ulteriori attacchi brutali alla classe operaia internazionale:
La discussione mirerà quindi ad approfondire la comprensione delle prospettive concrete per il capitalismo e la classe operaia nel periodo a venire.
La CCI fa quindi seguito all'incontro pubblico internazionale online organizzato a novembre (vedi: “Un dibattito internazionale per comprendere la situazione globale e prepararsi al futuro [10]”) con un secondo incontro sul significato della vittoria di Trump. Il formato sarà lo stesso dell'incontro di novembre, con traduzioni in inglese, francese e spagnolo.
Se desiderate partecipare, contattateci all'indirizzo [email protected] [11].
Prima parte: la maturazione sotterranea della coscienza di classe
La CCI sostiene che l’ondata di scioperi avutasi in Gran Bretagna nel 2022 ha marcato una “rottura” rispetto ai diversi decenni di rassegnazione e di apatia marcati da une crescente perdita dell’identità di classe. Questa mobilitazione fu la prima di una serie di movimenti della classe operaia nel mondo intero, principalmente in risposta al deterioramento del livello di vita e delle condizioni di lavoro[1]. Questa analisi sull’apertura di una nuova fase della lotta di classe internazionale si basa su due osservazioni fondamentali:
Questi argomenti si sono scontrati con uno scetticismo piuttosto generalizzato da parte del campo politico proletario. Per esempio la Tendenza Comunista Internazionalista (TCI), benché abbia inizialmente riconosciuto e salutato certe lotte che ci sono state nel 2022, non ha tuttavia visto il significato internazionale e storico di questo movimento[2], e più recentemente sembra o averlo dimenticato (come testimoniato dal fatto che non è stato pubblicato un bilancio del movimento), o averlo considerato come un semplice fuoco di paglia, come l’abbiamo costatato durante le loro recenti riunioni pubbliche. Nel frattempo un sito web parassita dedicato alla « ricerca », Controverses, ha consacrato un articolo completo[3] in refutazione della nostra analisi, che avanza anche una giustificazione «teorica » allo scetticismo degli altri.
È degno di nota il fatto che l'autore di questo articolo si sia allineato con la maggioranza di coloro che fanno (o semplicemente affermano di fare) parte della tradizione comunista di sinistra, e che ora rifiuti il concetto stesso di maturazione sotterranea. E non è tutto: in un articolo sui principali sviluppi della lotta di classe negli ultimi 200 anni[4] egli avanza anche l’idea che viviamo ancora nella controrivoluzione che si è abbattuta sulla classe operaia con la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Quindi, quello che la CCI afferma essere il risveglio storico del proletariato mondiale nel 1968 e la fine della controrivoluzione non sarebbe, tutt’al più, che una semplice “parentesi” in un corso mondiale di sconfitta.
Questo punto di vista è largamente condiviso dai differenti gruppi bordighisti e dalla TCI, che negli avvenimenti del Maggio ’68 in Francia o dell’Autunno Caldo in Italia, l’anno successivo, non hanno visto che un’ondata di movimenti studenteschi.
Nei seguenti due articoli, piuttosto che entrare nei dettagli delle lotte di questi ultimi due anni, noi vogliamo concentrarci su due fondamenti teorici per comprendere la nostra nozione di rottura: prima la realtà della maturazione sotterranea della coscienza, e dopo la realtà di un proletariato uscito dalla controrivoluzione e non ancora sconfitto.
Il fondamento marxista del concetto di maturazione sotterranea
Ricordiamo brevemente le circostanze in cui la CCI ha affrontato per la prima volta la questione della maturazione sotterranea. Nel 1984, in risposta ad un’analisi della lotta di classe che rivelava una seria concessione all’idea che la coscienza di classe non può svilupparsi che con la lotta aperta e di massa dei lavoratori, in particolare in riferimento ad un testo che rigettava esplicitamente la nozione di maturazione sotterranea, il compagno Marc Chirik (MC) reagì con un testo i cui argomenti sono stati accettati dalla maggioranza dell’organizzazione, con l’eccezione del gruppo che poi avrebbe abbandonato la CCI al momento del suo 6° Congresso per formare la “Frazione Esterna della CCI” (i suoi “discendenti” fanno oggi parte del gruppo Perspective Internationaliste)[5]. MC sottolineava che una tale concezione tendeva verso il consiliarismo perché considera la coscienza non come un fattore attivo nella lotta ma come qualcosa di semplicemente determinato da circostanze obiettive, una forma di materialismo volgare. Inoltre essa sottostimava anche fortemente il ruolo delle minoranze che sono capaci di approfondire la coscienza di classe anche durante le fasi in cui l’estensione della coscienza di classe all’insieme del proletariato può essere diminuita. Un tale approccio consiliarista non sa evidentemente che farsene di una organizzazione dei rivoluzionari che, poichè si basa sulle acquisizioni storiche della lotta di classe, è capace di orientare il proprio corso attraverso le fasi di riflusso o di sconfitta del movimento di classe in senso largo. Questo approccio rigetta anche la tendenza più generale della classe a riflettere sulla sua esperienza, a discutere, a porsi questioni sui temi maggiori dell’ideologia dominante, ecc. Un tale processo può essere sicuramente qualificato come “sotterraneo” perché si sviluppa in gruppi ristretti della classe o anche nello spirito di singoli lavoratori, che possono dare voce anche a una serie di idee contraddittorie, ma esso è comunque un fenomeno reale. Come scriveva Marx nel Capitale: “Ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica coincidessero direttamente”.[6] In effetti uno dei compiti specifici della minoranza marxista è quella di saper vedere al di là delle apparenze e tentare di individuare gli sviluppi più profondi che si sviluppano in seno alla loro classe.
Quando la CCI pubblicò dei documenti relativi a questo dibattito interno la Communist Workers Organisation (CWO) salutò quello che lei percepiva come un tentativo della CCI di fare i conti con i residui consiliaristi che avevano ancora un peso in seno all’organizzazione[7]. Ma rispetto alle questioni di fondo sollevate nel dibattito la CWO si è nei fatti schierata, il che è un po’ ironico, dal lato dei consiliaristi che rigettavano anche loro la nozione di maturazione sotterranea come non marxista, come una forma di “jungismo politico”[8].
Diciamo ironicamente, perchè all’epoca la CWO aveva adottato una visione della coscienza di classe portata alla classe “dall’esterno” dal “partito”, costituito da elementi dell’intellighenzia borghese (la tesi idealista di Kautsky che Lenin fece sua nel Che fare, ma su cui egli ammise, in seguito, di essersi “spinto troppo in là” in una polemica con i proto-consiliaristi della sua epoca, la tendenza economicista in Russia). Ma l’ironia sparisce se si considera che il materialismo volgare e l’idealismo possono spesso coesistere[9]. Per i consiliaristi come per la CWO, una volta che finiscono le lotte aperte, la classe non è più che una massa di individui atomizzati. La sola differenza è che per la CWO questo momento di apatia non può essere spezzato che con l’intervento del partito.
Nella nostra risposta[10] abbiamo insistito sul fatto che la nozione di maturazione della coscienza non era una innovazione della CCI, ma che essa derivava direttamente dalla caratterizzazione fatta da Marx che la rivoluzione è la vecchia talpa che si nasconde sotto la superficie per lunghi periodi per ritornare in superficie in certe condizioni. Abbiamo in particolare citato un passaggio molto lucido di Trotsky su questo processo nella sua magistrale Storia della rivoluzione russa in cui scrive:
“In una rivoluzione noi esaminiamo innanzitutto l’interferenza diretta delle masse nei destini della società. Andiamo a vedere dietro gli avvenimenti i cambiamenti nella coscienza collettiva (…) Questo può sembrare sviante per chi considera l’insurrezione delle masse come ‘spontanea’, cioè come l’ammutinamento di una truppa artificialmente utilizzata dai dirigenti. In realtà la semplice esistenza delle privazioni non basta a provocare un’insurrezione; se fosse così le masse sarebbero sempre in rivolta (…) Le cause di una rivoluzione stanno in un cambiamento dello stato di spirito delle classi in conflitto (…) I cambiamenti nella coscienza collettiva hanno naturalmente un carattere seminascosto. Non è che quando essi hanno raggiunto un certo grado di intensità che i nuovi stati d’animo e le nuove idee appaiono alla superficie sotto forma di attività delle masse.”
Allo stesso modo, l’ondata internazionale di lotte che cominciò nel maggio 1968 in Francia non è venuta dal nulla (anche se ha in un primo momento sorpreso la borghesia che cominciava a pensare che la classe operaia si era “imborghesita” nella “società dei consumi”). Essa era il frutto di un lungo processo di distacco dalle istituzioni borghesi e dai temi ideologici (come i sindacati e i cosiddetti partiti operai, i miti della democrazia o del “socialismo reale” all’Est, etc.) accompagnato da un deterioramento delle condizioni materiali (i primi segni di una nuova crisi economica aperta). Questo processo si manifestava anche qui e là in movimenti di sciopero come i “wildcats” (scioperi selvaggi) negli Stati Uniti e in Europa occidentale nel mezzo degli anni ’60.
È quello che vale anche per la rottura del 2022, che si iscrive nella scia di un certo numero di scioperi negli Stati Uniti, in Francia, ecc. Ma quello che è successo a partire dal 2022 ha rivelato più chiaramente quello che era in gestazione in seno alla classe operaia da diversi anni:
Potremmo continuare con questi esempi. Ad essi possono essere opposti argomenti volti a provare che la classe operaia avrebbe dimenticato più di quanto abbia appreso dell’ondata di lotte dopo il ’68, come lo dimostrerebbe in particolare il fatto che ci sono stati pochi tentativi di rimettere in questione il controllo sindacale sugli scioperi e di sviluppare l’autorganizzazione. Ma le grandi tendenze iniziate dalla “rottura” del 2022 non sono che ai loro inizi. Il loro potenziale storico non può essere compreso che considerandole come i primi frutti di un lungo processo di maturazione. Ci torneremo nella seconda parte di questo articolo.
Amos, gennaio 2025.
[1]
[1] Vedere in particolare: https://it.internationalism.org/content/1702/il-ritorno-della-combattivita-del-proletariato-mondiale [12] , e : Après la rupture de la lutte des classes, la nécessité de la politisation [13] , Revue internationale n° 171 (in francese o in inglese).
[2]
[2] « Le ambiguità della TCI sul significato storico dell’ondata di scioperi nel Regno Unito [14] », World revolution n° 396 (in inglese).
[5]
[5] Vedere: « La “Fraction externe” d [17]u CCI », Revue internationale n°45 (in francese e inglese).
[6]
[6] Il Capitale, Libro 3, sezione VII, capitolo 48.
[7]
[7] In Workers Voice n° 20.
[8]
[8] Questo in risposta alla nostra citazione di Rosa Luxemburg sul fatto che nello sviluppo de movimento di classe “l’incosciente precede il cosciente” che nei fatti è un’applicazione della formula marxista secondo cui “l’essere determina la coscienza”. Ma questa formula può essere mal interpretata da quelli che non afferrano la relazione dialettica tra le due: non solo l’essere è un processo in divenire, in cui la coscienza evolve a partire dall’incosciente, ma la coscienza diventa a sua volta un fattore attivo nell’evoluzione e nel progresso storico.
[9]
[9] In seguito la CWO ha smesso di difendere la tesi kautskiana, ma non ha mai chiarito apertamente il motivo del suo cambiamento di posizione.
[10]
[10] « Réponse à la CWO : [18] Sur la maturation souterraine de la conscience [18] », Revue internationale n°43 (in inglese e francese).
[11]
[11] CPE, Contratto di Primo Impiego, su questo movimento vedi l’articolo: https://it.internationalism.org/rziz/146/francia [19]
Il contesto di un proletariato imbattuto
Nella prima parte di questo articolo, il nostro obiettivo è stato quello di mostrare che l'attuale rinascita della lotta di classe, la “svolta” o “rottura” rispetto a decenni di arretramento, non è solo una risposta al drammatico aggravarsi della crisi economica mondiale, ma ha radici più profonde nel processo che chiamiamo “maturazione sotterranea della coscienza”, un processo seminascosto di riflessione, discussione, disillusione nei confronti delle false promesse, il quale emerge in superficie in alcuni momenti chiave. Il secondo elemento a sostegno dell'idea che stiamo assistendo a una profonda evoluzione del proletariato mondiale è l'idea – la quale, così come la nozione di maturazione sotterranea, è più o meno esclusiva della CCI - che i principali comparti della classe operaia non abbiano sofferto di una sconfitta storica paragonabile a quella subita con il fallimento dell'ondata rivoluzionaria del 1917-23. E questo nonostante le crescenti difficoltà poste alla classe nella fase terminale della decadenza capitalista, la fase della decomposizione.
Il nostro rifiuto di quello che è senza dubbio un asse portante dell'ideologia dominante - secondo cui l’idea che la classe operaia possa offrire un'alternativa storica al capitalismo sia totalmente obsoleta e screditata - si basa sul metodo marxista, e in particolare sul metodo sviluppato dalla Sinistra Comunista Italiana e Francese durante gli anni Trenta e Quaranta. Nel 1933, l'anno in cui il nazismo salì al potere in Germania, la Sinistra Italiana in esilio iniziò a pubblicare la rivista Bilan - così chiamata perché capì che il suo compito centrale era quello di fare un serio “bilancio” della sconfitta dell'ondata rivoluzionaria e della vittoria della controrivoluzione. Ciò significava mettere in discussione i presupposti errati che avevano portato alla degenerazione opportunista dei partiti comunisti e sviluppare le basi programmatiche e organizzative per i nuovi partiti che sarebbero sorti in una situazione prerivoluzionaria. Il compito immediato era quindi quello di una frazione, in opposizione alla corrente che gravitava intorno a Trotzki che guardava continuamente alla formazione di una nuova Internazionale sulle stesse basi opportuniste che avevano portato alla scomparsa della Terza Internazionale. Una parte della sfida di sviluppare il programma del futuro sulle basi delle lezioni del passato, consisteva nel non tradire i principi internazionalisti fondamentali di fronte alle enormi pressioni della controrivoluzione, che ora aveva mano libera per far marciare la classe operaia verso una nuova guerra mondiale. Ciò condusse al rifiuto di schierarsi con l'ala “antifascista” della classe dominante nella guerra civile spagnola (1936-39) e permise di respingere gli appelli a sostenere le “nazioni oppresse” nei conflitti imperialisti in Cina, Etiopia e altrove; conflitti che, come la guerra civile spagnola, erano tappe di avanzamento verso la nuova guerra mondiale.
La Sinistra Comunista Italiana non era immune alla pressione dell'ideologia dominante: verso la fine degli anni '30, fu preda della teoria revisionista dell'economia di guerra, la quale sosteneva che i conflitti che stavano di fatto ponendo le basi per una nuova spartizione imperialista fossero invece volti a prevenire il pericolo di un nuovo focolaio rivoluzionario. Questa falsa tesi portò al totale disorientamento della maggioranza della Frazione Italiana di fronte allo scoppio effettivo della guerra imperialista; inoltre verso la fine della guerra, senza alcuna seria analisi della situazione del proletariato come classe mondiale, la rinascita dei movimenti di classe in Italia portò ad una frettolosa proclamazione di un nuovo partito solo in Italia (il Partito Comunista Internazionalista), ed esso nasceva su una base profondamente opportunista che riuniva elementi molto eterogenei senza un accurato processo di chiarificazione programmatica.
Di fronte a questo scivolamento nell'opportunismo, i compagni che formeranno la Gauche Communiste de France riuscirono a capire che la controrivoluzione era ancora in piedi, soprattutto dopo che la borghesia aveva dimostrato la sua capacità di schiacciare le sacche di resistenza proletaria apparse alla fine della guerra; e così la GCF criticò severamente gli errori opportunistici del PCInt (ambiguità sulle formazioni partigiane in Italia, partecipazione alle elezioni borghesi, ecc.) Per la CGF, la questione se il proletariato stesse ancora soffrendo per una profonda sconfitta o se stesse recuperando la propria autonomia di classe con lotte massicce, era un elemento decisivo per interpretare il proprio ruolo.
La fine della controrivoluzione
La “tradizione” della CGF - che si sciolse nel 1952, lo stesso anno in cui il PCInt si divise nelle sue ali “bordighista” e “damenista” - fu ripresa dal gruppo Internacionalismo in Venezuela, animato da Mark Chirik, che aveva combattuto contro il revisionismo nella Frazione Italiana ed era stato membro fondatore della CGF. Già nel 1967, percependo i primi segnali di un ritorno della crisi economica aperta e di un certo numero di lotte operaie in vari paesi, Internacionalismo prevedeva un nuovo periodo di lotte di classe: la fine della controrivoluzione e l'apertura di un nuovo corso storico[[1]]. La previsione fu presto confermata dagli eventi del maggio-giugno 1968 in Francia, seguiti da tutta una serie di imponenti movimenti di classe in tutto il mondo: movimenti che dimostrarono la tendenza a rompere con i consolidati organi di controllo ai danni della classe (partiti di sinistra e sindacati), rivelarono una precisa dimensione politica che alimentò l'apparizione di una nuova generazione di giovani in cerca di posizioni di classe e mostrò il potenziale per il raggruppamento di forze rivoluzionarie su scala internazionale.
Questa rottura con la controrivoluzione non fu un semplice fuoco di paglia. Essa ha creato una situazione storica che non è stata cancellata, anche se ha attraversato varie fasi e molte difficoltà. Tra il 1968 e il 1989 abbiamo assistito a tre grandi ondate internazionali di lotta di classe in cui sono stati compiuti alcuni progressi significativi a livello di comprensione dei metodi di lotta, illustrati in particolare dagli scioperi di massa in Polonia nel 1980, che hanno dato vita a forme indipendenti di organizzazione di classe in un intero Paese. L'impatto di questi movimenti non si è fatto sentire solo attraverso lotte aperte e di massa, ma anche attraverso l'aumento del peso del proletariato nel rapporto di forza tra le classi all’interno della società. A differenza degli anni Trenta, l’equilibrio di forze tra le classi negli anni Ottanta ha fatto da barriera ai preparativi per una terza guerra mondiale, che era stata rimessa all'ordine del giorno dal ritorno della crisi economica aperta e dall'esistenza di blocchi imperialisti già formati che si contendevano l'egemonia globale.
L'impatto della decomposizione
Ma il fatto che la classe dominante avesse trovato la strada sbarrata verso la guerra mondiale, non significava che la borghesia non fosse più in fase offensiva, che fosse stata disarmata di fronte alla classe operaia. Gli anni '80 videro un riallineamento delle forze politiche borghesi, caratterizzato da governi di destra che sferravano attacchi brutali ai posti di lavoro e ai salari dei lavoratori, con la complicità della sinistra all'opposizione che era lì per incanalare, controllare e far deragliare le lotte della classe operaia la quale reagiva a questi attacchi. Questa controffensiva capitalista inflisse una serie di importanti sconfitte a vari settori della classe operaia nei principali centri capitalistici, in particolare ai minatori in Gran Bretagna: lo schiacciamento della loro resistenza alla chiusura più o meno totale dell'industria del carbone servì ad aprire la porta a una più ampia politica di deindustrializzazione e di “delocalizzazione” che spezzò alcuni dei principali centri di militanza della classe operaia. La lotta di classe continuò comunque nel periodo 1983-88, in particolare con importanti movimenti in Belgio, Francia, e Italia nel 1986-87, e non ci fu una sconfitta frontale dei principali comparti del proletariato come quella che si era vista negli anni Venti e Trenta. Ma nemmeno le lotte degli anni '80 riuscirono ad elevarsi al livello politico richiesto dalla gravità della situazione mondiale, e così si arrivò allo “stallo” che fece precipitare il processo di decomposizione capitalistica. Il crollo del blocco orientale nel 1989-91 ha segnato una fase completamente nuova della decadenza, portando con sé enormi difficoltà per la classe. Le assordanti campagne ideologiche sulla vittoria del capitalismo e sulla cosiddetta morte del comunismo, l'atomizzazione e la disperazione che sono state gravemente esacerbate dalla decomposizione della società, e lo smantellamento consapevole da parte della borghesia dei centri industriali tradizionali con l'obiettivo di spezzare questi vecchi poli di resistenza operaia - tutto questo si è combinato per erodere l'identità di classe del proletariato, il suo senso di essere una forza distinta nella società con i propri interessi da difendere.
In questa nuova fase di decadenza del capitalismo, la nozione di corso storico non era più valida, anche se la CCI ha impiegato molto tempo per comprenderla appieno[2]. Ma già nelle nostre Tesi sulla Decomposizione del 1990 avevamo capito che l'avanzare della putrefazione del capitalismo avrebbe potuto travolgere il proletariato anche senza una sconfitta frontale, poiché la continuazione delle sue lotte difensive, che avevano sbarrato la strada alla guerra mondiale, non era sufficiente a fermare la minaccia della distruzione dell'umanità attraverso una combinazione di guerre locali, disastri ecologici e rottura dei legami sociali.
Sebbene i decenni che hanno seguito il crollo del blocco orientale possano essere descritti come una ritirata della classe operaia, ciò non ha significato una completa scomparsa della lotta di classe. Ad esempio, abbiamo visto una nuova generazione di proletari impegnarsi in movimenti significativi come la lotta contro il CPE in Francia nel 2006 e il movimento degli Indignados in Spagna nel 2011. Tuttavia, sebbene queste lotte abbiano dato vita a forme genuine di auto-organizzazione (assemblee generali) e abbiano agito da fulcro per un serio dibattito sul futuro della società, la loro debolezza fondamentale è stata che la maggioranza di coloro che vi hanno preso parte non si vedeva come parte della classe operaia, ma piuttosto come “cittadini” in lotta per i propri diritti, e quindi vulnerabili a varie mistificazioni politiche “democratiche”.
Ciò sottolinea l'importanza della nuova rottura del 2022, iniziata con gli scioperi diffusi in Gran Bretagna, poiché preannuncia il ritorno della classe come classe, ovvero l'inizio di un recupero dell'identità di classe. Alcuni sostengono che questi scioperi siano stati in realtà un passo indietro rispetto ai movimenti precedenti, come gli Indignados, poiché hanno mostrato pochi segnali di dare vita ad assemblee generali o di stimolare direttamente il dibattito politico su questioni più ampie. Ma questo significa ignorare il fatto che, dopo tanti anni di passività, “la prima vittoria della lotta è la lotta stessa”: il fatto che il proletariato non si adagi di fronte alla continua erosione delle sue condizioni di vita e ricominci a vedersi come classe. Le Tesi sulla Decomposizione insistevano sul fatto che, piuttosto che le espressioni più dirette della decomposizione come il cambiamento climatico o la gangsterizzazione della società, sarebbe stato l'aggravarsi della crisi economica a fornire le condizioni migliori per la ripresa delle lotte di classe; i movimenti a cui abbiamo assistito a partire dal 2022 in poi lo hanno già confermato, e ci stiamo dirigendo verso una situazione in cui la crisi economica sarà la peggiore della storia del capitalismo, aggravata non solo dalle contraddizioni economiche fondamentali del capitale (sovrapproduzione e caduta del tasso di profitto), ma anche dalla crescita del militarismo, dalla diffusione delle catastrofi ecologiche e dalle politiche sempre più irrazionali della classe dominante.
In particolare, il tentativo sempre più palese di imporre un'economia di guerra nei paesi centrali del capitalismo sarà una questione vitale nella politicizzazione della resistenza dei lavoratori. Ciò è già stato anticipato da due importanti sviluppi: in primo luogo, il fatto che la svolta del 2022 sia avvenuta proprio nel momento in cui lo scoppio della guerra in Ucraina è stato accompagnato da grandi campagne sulla necessità di sostenere l'Ucraina e di prepararsi a sacrifici per resistere alla futura aggressione russa; in secondo luogo, lo sviluppo di minoranze politicizzate dalla minaccia della guerra e alla ricerca di una risposta internazionalista. Queste reazioni sulla questione della guerra non vengono dal nulla: sono un'ulteriore prova che la nuova fase della lotta di classe trae la sua forza storica dalla realtà di un proletariato imbattuto.
Ripetiamo: il pericolo che la decomposizione travolga il proletariato non è scomparso, anzi cresce man mano che l'“effetto vortice” dei disastri capitalistici tra loro interagenti prende piede, accumulando distruzione su distruzione. Ma le lotte a partire dal 2022 dimostrano che la classe può ancora reagire e che ci sono due polarità nella situazione, una sorta di corsa contro il tempo[3] tra l'accelerazione della decomposizione e lo sviluppo della lotta di classe a un livello superiore; uno sviluppo in cui tutte le questioni sollevate dalla decomposizione possono essere integrate in un progetto comunista che può offrire una via d'uscita dalla crisi economica, dalla guerra perpetua, dalla distruzione della natura e dalla putrefazione della vita sociale. Quanto più chiaramente le organizzazioni rivoluzionarie di oggi comprenderanno la posta in gioco nell'attuale situazione mondiale, tanto più efficacemente potranno svolgere il loro ruolo di elaborare questa prospettiva per il futuro.
Amos
[1] Inizialmente la CCI definì questo nuovo corso storico come un corso verso la rivoluzione, ma a metà degli anni Ottanta adottò la formula "corso verso massicci scontri di classe", poiché non poteva esistere una traiettoria automatica verso un esito rivoluzionario della crisi capitalistica.
[2] Rapporto sulla questione del corso storico [20]Rivista Internazionale n°35
[3] Questa idea dei "due poli" non deve essere confusa con l'idea di un "percorso parallelo tra guerra mondiale e rivoluzione mondiale" che alcuni gruppi dell'ambiente politico proletario hanno difeso, poiché, come ha spiegato Bilan, un percorso verso la guerra mondiale richiede un proletariato sconfitto e quindi esclude la possibilità di una rivoluzione mondiale. Per una polemica con Battaglia Comunista su questa questione, si veda The Historic Course [21] International Revue n°18
Trump torna alla Casa Bianca quattro anni dopo la sua sconfitta elettorale contro Biden. Questa è una cocente sconfitta per la borghesia americana che arriva nonostante tutti gli sforzi impiegati dal 2020 da una parte di questa per isolare Trump e i suoi alleati, con l’impegno di Biden, del partito democratico, di una parte del partito repubblicano e di una parte dell’intellighenzia americana. In effetti la recente vittoria elettorale contro la Harris, ancora più netta di quella contro Hilary Clinton nel 2016, non ha niente di casuale ma è il tipico prodotto della decomposizione capitalista, di cui il trumpismo et un prodotto. Trump aveva già mostrato chiaramente la sua capacità di nuocere durante il suo primo mandato e la sua delirante irresponsabilità al momento dell’assalto al Campidoglio che lui ha incoraggiato contro l’elezione di Biden. Tutto questo illustra il vicolo cieco in cui si trovano il capitalismo americano e la sua borghesia, incapaci di annullare, durante i quattro anni del mandato di Biden, la presa del populismo. Tanto che questa è ancora cresciuta con l’effetto di avere un Trump 2 che è ancora più delirante del Trump 1.
Il programma del populismo, un abominio e un’aberrazione sociale ed economica
Il programma di Trump esprime una aberrante radicalizzazione del populismo, in particolare con le sue promesse elettorali più deliranti dal punto di vista della stessa gestione del capitale nazionale: espulsione forzata di milioni di emigrati illegali; licenziamento di centinaia di migliaia di funzionari statali, in particolare quelli che, nel compiere la loro funzione, si erano trovati a posizionarsi contro Trump, in particolare per il suo ruolo nell’assalto al Campidoglio dopo l’elezione di Biden.
Per rinnovare l’amministrazione, Trump procede a una selezione dei candidati ai posti chiave dei ministeri e delle agenzie strategiche seguendo due criteri determinanti che non hanno niente a che vedere la competenze dei candidati: “essere un fedele di Trump” e “impegnarsi nell’offensiva contro lo Stato federale”. Tra le proposte di Trump la più strategica – perché riguarda il vertice del Pentagono – ed emblematica della “rottura radicale” promessa durante la campagna elettorale figura un vecchio militare (Pete Hegseth, ben lungi dall’avere una unanimità di consenso nel campo repubblicano) e presentatore di Fox News che, in aggiunta, è oggetto di accuse di aggressione sessuale e di consumo eccessivo di alcool. Questo metodo che garantisce la più grande incompetenza nei posti strategici per la difesa degli interessi del capitale americano è un buon indicatore di dove porta l’America il Trump 2.
Ancora una volta si verifica che la politica dei populisti, quando non è inquadrata al vertice dello Stato da altre frazioni della borghesia più responsabili nella gestione del capitale nazionale, risulta pregiudizievole per gli interessi di questo. Lo si era visto, per esempio, con la disastrosa gestione del Covid da parte di Trump negli USA e di Bolsonaro in Brasile. E che può uscire dal tandem Trump-Musk al vertice dello Stato americano? Entrambi condividono senza dubbio i valori più immondi del populismo, così come sono profondamente d’accordo su un certo numero di questioni come il bisogno di operare una profonda purga nell’amministrazione, ed entrambi si mostrano indifferenti rispetto ai gravi disfunzionamenti che ne potrebbero derivare. In più, dietro il loro accordo, esistono motivazioni diverse che costituiranno presto o tardi un fattore di rivalità e di fragilità al vertice dello Stato: Trump vuole deliberatamente vendicarsi delle istituzioni che gli sono state ostili, Musk, a sua volta, vuole migliorare la redditività del capitale americano attraverso una sgrassatura dell’amministrazione. Lo stesso disaccordo esiste anche a proposito dell’immigrazione legale che Trump vuole bloccare totalmente, contrariamente a Musk che vuole fare una eccezione per gli ingegneri stranieri.
Le conseguenze mondiali della politica di Trump al potere
Se queste sono prevedibili nella direzione che prenderanno perché annunciate nella sua campagna elettorale, sono invece imprevedibili nelle decisioni finali.
Quello che sarebbe stato inimmaginabile in qualsiasi altra epoca e in qualsiasi luogo, ad eccezione forse di qualche repubblica delle banane, si è verificato nella prima potenza mondiale qualche giorno prima dell’investitura ufficiale di Trump. Il futuro nuovo presidente si è messo a sognare ad alta voce di una stella supplementare sulla bandiera americana, quella del vicino Canada! E se questa può sembrare una semplice “battuta populista” tutt’altra connotazione assume la minaccia di Trump di recuperare il Canale di Panama (ceduto da Carter al Panama nel 1979) con la forza, se necessario, con la scusa che la Cina esercita una crescente influenza su questa cruciale via marittima. Stessa cosa per la Groenlandia (appartenente alla Danimarca) che Trump prospetta di annettere perché necessaria alla sua sicurezza. Nessuno può dire se questo può avere o meno degli effetti, certo è che questo ha generato un’ondata di panico nelle diverse cancellerie. Ed alcune di esse sono state certamente prese da una certa paura di fronte agli insulti da parte di Musk al primo ministro britannico Keir Starmer accusato di complicità con reti pedo criminali.
Una nuova crisi migratoria?
Se Trump riesce a mettere in esecuzione l’espulsione da parte dell’esercito di migliaia di migranti irregolari dal territorio americano, c’è il grosso rischio di provocare una nuova crisi migratoria, ad immagine di quelle popolazioni che in altre parti del mondo fuggono dalla guerra a centinaia di migliaia. L’arrivo forzato di queste masse di deportati nei paesi dell’America Latina li condannerà a sprofondare in una miseria nera – da cui una parte di loro aveva cercato di fuggire – vulnerabili alle persecuzioni e ai ricatti della polizia, delle gang, … e costituirà un rischio di destabilizzazione dei paesi di destinazione.
Una spinta supplementare alla crisi economica
Il mondo è confrontato alla prospettiva di uno sviluppo storico della recessione economica mondiale, di una gravità almeno equivalente a quella degli anni ’30. Né Trump, né nessun altro rappresentante della borghesia ne è responsabile in sé, perché sono le contraddizioni insormontabili del modo di produzione capitalista che spingono in questa direzione. Ma invece di differire o attenuare gli effetti della crisi, il prosieguo e l’amplificazione delle dottrine “America first” e “Make America Great Again” non fanno che approfondirli, in particolare attraverso delle misure già prese dall’amministrazione Biden che hanno smantellato tutti gli organismi internazionali destinati a sostenere il commercio mondiale. Più in generale, l’obiettivo della politica degli Stati Uniti è la concentrazione sul suo territorio dei capitali e delle industrie moderne del mondo intero, a detrimento del resto del mondo di cui una crescente parte è destinata a somigliare sempre più a un deserto industriale. Questo tipo di politica non è caratteristico di una amministrazione populista, ma quello che la distingue è la violenza irrazionale delle misure protezioniste. Le principali potenze economiche mondiali in Europa e in Asia sono ben coscienti di questa situazione e si preparano ad organizzarsi al meglio che possono per far fronte a una nuova tappa della guerra commerciale annunciata da Trump. Comunque vada, quello che ci dobbiamo aspettare sono le conseguenze della guerra commerciale e della crisi, il cui costo si tradurrà immancabilmente in un attacco massiccio alle condizioni di vita della classe operaia e in un impoverimento generale della popolazione.
Una carta supplementare a favore… dell’aggravamento della crisi climatica
Si può misurare l’atteggiamento di Trump rispetto al cambiamento climatico attraverso la sua recente presa di posizione sugli incendi a Los Angeles, in cui ha attribuito pubblicamente la responsabilità di questi al governatore dello Stato della California. Questa maniera vergognosa di evitare il fondo del problema lascia presagire il peggio sull’impatto futuro sul clima della seconda presidenza Trump.
L’aggravamento delle tensioni imperialiste
Dopo il crollo del blocco dell’est gli Stati Uniti, il gendarme del mondo, si sono rivelati il paese che ha più provocato caos nel mondo. Non c’è motivo per pensare che possa cambiare, visto che questa è la condizione per il mantenimento della loro leadership mondiale. I due principali focolai attuali di guerra nel mondo, Ucraina e Medio Oriente, sono destinati a diventare degli esempi della difesa degli interessi imperialisti dell’America di Trump.
In Ucraina
La guerra in Ucraina ha per contesto il prosieguo della vecchia politica di accerchiamento della Russia di cui la NATO era la punta di lancia. Essa è una risposta della Russia agli sforzi dell’imperialismo americano per far entrare la Georgia e l’Ucraina nella NATO. Poichè Biden aveva assicurato che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti di fronte a una invasione dell’Ucraina da parte della Russia, questa è caduta nella trappola e la guerra in Ucraina è effettivamente arrivata, dopo tre anni di massacri e di barbarie, a quello che era l’auspicio dell’imperialismo americano, cioè l’esaurimento militare ed economico della Russia allo scopo di privare la Cina di un eventuale alleato, dotato di un potente arsenale nucleare, nell’eventualità di una futura guerra con gli Stati Uniti. Ma oggi l’Ucraina si trova in una situazione sul terreno che non è migliore, se non peggiore, di quella della Russia, e che non potrà che peggiorare tanto più rapidamente in quanto il sostegno degli Stati Uniti, con la fornitura di materiale militare, è destinato a sparire, dato che Trump è sempre stato contrario a questo sostegno. D’altra parte egli non ha cessato di sbandierare che, se fosse stato eletto, avrebbe “messo fine in due giorni al conflitto” con un accordo tra le due parti. Cosa che oggi sembra molto poco probabile. Se l’Ucraina crolla e la Russia minaccia l’Unione Europea, questa non sarà portata a intervenire per congelare una situazione di status quo proteggendo una Ucraina agonizzante vulnerabile ad un ulteriore intervento della Russia? E come? Con quali paesi e quali mezzi? Questa è l’incognita e nessun esito può essere escluso.
In questa ottica e anche di fronte alla molto probabile pretesa di Trump che l’Unione Europea prenda a suo carico il costo della propria difesa, aumentando il suo contributo alla NATO e le spese militari di tutti i suoi paesi membri, questi non potranno aver altra scelta che piegarsi.
La situazione in Medio oriente è più prevedibile. In effetti è molto verosimile che Trump proseguirà la politica di sostegno incondizionato alle mire imperialiste di Israele; è anche possibile che egli incoraggerà apertamente alcune di queste mire, in particolare quelle finalizzate all’annientamento della potenza militare dell’Iran.
Le tensioni con la Cina non possono che accentuarsi, essendo questo paese il più capace di minacciare la leadership mondiale degli Stati Uniti. Questi continueranno a fare di tutto per indebolire la Cina, mantenendo su di essa una pressione militare crescente, e ostacolando il suo commercio con gli altri paesi industrializzati.
Di fronte agli attacchi della borghesia, di fronte alla guerra, di fronte alle false alternative populismo/antipopulismo, fascismo/antifascismo, abbiamo una sola scelta: quello della lotta di classe
Prodotto della decomposizione del capitalismo, il populismo costituisce a sua volta un fattore che la aggrava. Così la situazione mondiale evolve verso un aggravamento della decomposizione del capitalismo, verso ancora più caos, più guerre, verso un aggravamento delle condizioni di vita della classe operaia in conseguenza della crisi e della guerra. Gli attacchi contro le condizioni di vita della classe operaia favoriscono le lotte difensive aprendo la possibilità di una risposta sempre più unita e cosciente. Tuttavia le condizioni in cui questa lotta si svilupperà presentano dei pericoli mortali che la classe operaia deve evitare:
La classe operaia avrebbe tutto da perdere a soccombere alla disperazione, al “no futur”,..; il solo terreno di lotta che le appartiene e che è portatore di un avvenire è quello della difesa dei suoi interessi economici di classe in risposta agli attacchi del capitalismo in crisi, che può portare alla politicizzazione delle sue lotte e quindi alla prospettiva del rovesciamento del capitalismo.
Sylunken (10/01/2025)
La Corrente Comunista Internazionale organizza una permanenza on line per sabato 15 marzo alle ore 15
Le permanenze sono dei momenti di dibattito aperti a tutti quelli che vogliono incontrare e discutere con la CCI.
Noi invitiamo caldamente tutti i nostri lettori e tutti i nostri simpatizzanti a partecipare per continuare la riflessione sulla situazione storica e confrontare i punti di vista. I compagni sono anche invitati a comunicarci le questioni che amerebbero affrontare.
Chi vuole partecipare a questa riunione può inviare un messaggio al nostro indirizzo internet ([email protected] [24]) o nella rubrica « nous contacter [25] » del nostro sito internet, segnalando le questioni che vorrebbero affrontare, così da permetterci di organizzare al meglio la discussione.
Le modalità tecniche per la connessione alla permanenza saranno comunicate in seguito ai compagni che avranno risposto all’appello.
L’importanza storica della rottura tra gli Stati Uniti e l’Europa
Continua l'accelerazione degli eventi dall'avvento di Trump 2 negli Stati Uniti.
Ecco perché la CCI sta organizzando un terzo incontro pubblico internazionale online dedicato alla situazione globale. È essenziale che tutti coloro che comprendono la necessità di liberare il mondo da un sistema capitalistico in decomposizione riconoscano esattamente ciò che la classe operaia sta affrontando. Incoraggiamo quindi tutti coloro che sono impegnati nella ricerca della "verità di questo mondo" e di come superare il capitalismo a partecipare a questo incontro e a prendere parte al dibattito.
Se volete partecipare, scriveteci a [email protected] [11].
Nei primi articoli scritti nei primi giorni della seconda presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti, la CCI ha già spiegato che il pericoloso caos che ha scatenato nel mondo da quando si è insediato alla Casa Bianca non è un'aberrazione individuale in un sistema altrimenti stabile, ma l'espressione del collasso del sistema capitalista nel suo complesso e della sua maggiore potenza. L'imprevedibile gangsterismo dell'amministrazione Trump riflette un ordine sociale in rovina. Inoltre, la fazione liberaldemocratica della borghesia statunitense che sta resistendo con le unghie e con i denti alla nuova presidenza è altrettanto parte di questo collasso e in nessun senso un "male minore" o una soluzione alternativa al movimento populista MAGA (Make America Great Again) che dovrebbe essere sostenuta dalla classe operaia.
Qualunque sia la forma politica che il capitalismo assume oggi, solo la guerra, la crisi e l'impoverimento della classe operaia sono all'ordine del giorno. La classe operaia deve lottare per i suoi interessi di classe contro tutti i settori della classe dominante. La rinascita delle lotte dei lavoratori per difendere i loro salari e le loro condizioni, come è avvenuto di recente alla Boeing e nei porti della costa orientale degli Stati Uniti, insieme alla rinascita della combattività in Europa, sono l'unica promessa per il futuro.
In questo articolo vogliamo spiegare meglio perché e come Trump è stato eletto per un secondo mandato, perché è più estremo e pericoloso del primo mandato, al fine di mostrare più chiaramente il destino suicida che caratterizza l'ordine borghese e l'alternativa proletaria ad esso.
La prima amministrazione Trump, una sintesi
Alla fine del 2022, a metà del mandato di Biden alla Casa Bianca, la CCI ha fatto questo bilancio della prima presidenza Trump:
"L'irruzione del populismo nel paese più potente del mondo, che è stata coronata dal trionfo di Donald Trump nel 2016, ha portato quattro anni di decisioni contraddittorie e erratiche, denigrazione delle istituzioni e degli accordi internazionali, intensificando il caos globale e portando a un indebolimento e screditamento del potere americano e accelerando ulteriormente il suo declino storico".
La presidenza Biden, che ha seguito la prima amministrazione Trump, non è stata in grado di invertire questo peggioramento della situazione:
“... non importa quanto la squadra di Biden lo proclami nei suoi discorsi, non è una questione di desideri, sono le caratteristiche di questa fase finale del capitalismo che determinano le tendenze che è obbligato a seguire, portando inesorabilmente nell'abisso se il proletariato non riesce a porvi fine attraverso la rivoluzione comunista mondiale".[1]
Il principio guida del primo mandato di Trump e della sua campagna elettorale – "America First" – è proseguito nel suo secondo mandato. Questo slogan significa che l'America dovrebbe agire nel proprio interesse nazionale a scapito degli altri, sia "alleati" che nemici, usando la forza economica, politica e militare. Nella misura in cui invece che trattati con altri paesi si possono fare "accordi" (che possono essere rotti in qualsiasi momento secondo la "filosofia" che sta dietro questo slogan) significa che gli Stati Uniti fanno ai governi stranieri "un'offerta che non possono rifiutare" - secondo la famosa frase del film Il Padrino. Come Marco Rubio, nominato da Trump a segretario di Stato americano, sembra aver detto ai governi stranieri: gli Stati Uniti non parleranno più con loro di interessi e ordine globale, ma solo dei propri interessi. Tuttavia "Might is right" (la legge del più forte), non è un grido di battaglia per la leadership americana.
America First corrisponde al riconoscimento da parte della borghesia statunitense nel 2016 che la politica estera che aveva seguito fino ad allora, essere il poliziotto mondiale al fine di creare un nuovo ordine mondiale dopo il crollo del blocco russo nel 1989, aveva portato solo a una serie di costosi, impopolari e sanguinosi fallimenti.
La nuova politica rifletteva la consapevolezza finale che la Pax Americana[2] istituita dopo il 1945 e che ha garantito agli Stati Uniti l'egemonia mondiale fino alla caduta del muro di Berlino, non poteva essere ristabilita in nessuna forma. Peggio ancora, secondo l'interpretazione di Trump, la continuazione della Pax Americana – cioè la dipendenza dei suoi alleati dalla protezione economica e militare degli Stati Uniti – significava che gli Stati Uniti venivano ora "ingiustamente" sfruttati da questi ex membri del loro blocco imperialista.
Il primo mandato di Trump: il retroterra
L'Operazione Desert Storm, nel 1990 nel Golfo Persico, costituì l'uso massiccio della forza militare da parte degli Stati Uniti volto a contrastare l'aumento del disordine geopolitico mondiale dopo la dissoluzione dell'URSS. Era diretto in particolare alle ambizioni indipendenti dei suoi ex principali alleati in Europa.
Ma solo poche settimane dopo questo orribile massacro, nell'ex Jugoslavia scoppiò un nuovo sanguinoso conflitto. La Germania, agendo da sola, riconobbe la nuova repubblica di Slovenia. E' stato solo con il bombardamento di Belgrado e gli accordi di Dayton del 1995 che gli Stati Uniti sono riusciti ad affermare la loro autorità nella situazione. Desert Storm aveva stimolato, non diminuito, le tendenze centrifughe dell'imperialismo. Di conseguenza, si è sviluppato il jihadismo islamico, Israele ha iniziato a sabotare il processo di pace in Palestina faticosamente progettato dagli Stati Uniti, e il genocidio in Ruanda ha lasciato un milione di cadaveri, guerra in cui le potenze occidentali hanno agito ognuna per i propri specifici interessi. Gli anni '90, nonostante gli sforzi degli Stati Uniti, hanno illustrato non la formazione di un nuovo ordine mondiale, ma l'accentuazione di un ognuno per sé in politica estera, e quindi l'indebolimento della leadership degli Stati Uniti.
La politica estera degli Stati Uniti dei "neoconservatori" guidati da George W. Bush, diventato presidente nel 2000, ha portato a fallimenti ancora più catastrofici. Dopo il 2001 è stata lanciata un'altra massiccia operazione militare in Medio Oriente con l'invasione statunitense dell'Afghanistan e dell'Iraq in nome della "guerra al terrorismo". Ma nel 2011, quando gli Stati Uniti si ritirarono dall'Iraq, nessuno degli obiettivi prefissati era stato raggiunto. Le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – il pretesto inventato per giustificare l'invasione – si sono rivelate inesistenti. La democrazia e la pace non sono state stabilite in Iraq al posto della dittatura. Il terrorismo non si è ritirato: al contrario, Al Qaeda ha ricevuto uno stimolo massiccio che ha provocato sanguinosi attentati nell'Europa occidentale. Negli stessi Stati Uniti le avventure militari, costose sia in denaro che in sangue, erano impopolari. Soprattutto, la guerra al terrorismo non è riuscita a portare l'Europa e le altre potenze imperialiste in linea con gli Stati Uniti. Francia e Germania, a differenza del 1990, hanno scelto di non partecipare alle invasioni statunitensi.
Tuttavia, il ritorno al "multilateralismo" al posto dell'"unilateralismo" dei neo-conservatori, durante la presidenza di Barack Obama (2009-2016) non è riuscito a ripristinare la leadership mondiale degli Stati Uniti. È stato in questo periodo che sono esplose le ambizioni imperialiste della Cina, come esemplificato dallo sviluppo geostrategico della Nuova Via della Seta dopo il 2013. La Francia e la Gran Bretagna hanno perseguito le loro avventure imperialiste in Libia, mentre la Russia e l'Iran hanno approfittato del semi-ritiro degli Stati Uniti dalle operazioni siriane. La Russia ha occupato la Crimea e ha iniziato la sua aggressione nella regione ucraina del Donbass nel 2014.
Dopo il fallimento della mostruosa carneficina dei neoconservatori è arrivato il fallimento diplomatico della politica di "cooperazione" di Obama.
Come potrebbero peggiorare le difficoltà degli Stati Uniti nel mantenere la loro egemonia? La risposta è arrivata sotto forma del presidente Donald Trump.
Le conseguenze della prima presidenza Trump
Durante la sua prima presidenza, la politica “America First” di Trump ha iniziato a distruggere la reputazione degli Stati Uniti come alleato affidabile e come leader mondiale con una politica affidabile e una bussola morale. Inoltre, è stato durante la sua amministrazione che sono emerse serie divergenze all'interno della classe dirigente americana sulla politica estera vandalizzante di Trump. Nella borghesia statunitense sono apparse divergenze cruciali, su quale potenza imperialista fosse alleata e quale nemica nella lotta degli Stati Uniti per mantenere la loro supremazia mondiale.
Trump ha rinnegato il Patto Trans-Pacifico, l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e il Trattato nucleare con l'Iran; gli Stati Uniti sono diventati un'eccezione nella politica economica e commerciale nel G7 e nel G20, isolandosi così dai loro principali alleati su queste questioni. Allo stesso tempo, il rifiuto degli Stati Uniti di impegnarsi direttamente in Medio Oriente ha alimentato una serie di imperialismi regionali in quella regione: Iran, Arabia Saudita, Turchia, Israele, Russia, Qatar, tutti hanno cercato separatamente di trarre profitto dal vuoto militare e dal caos.
La diplomazia di Trump ha di fatto esacerbato queste tensioni, come il trasferimento dell'ambasciata americana in Israele nella contesa città di Gerusalemme, sconvolgendo i suoi alleati occidentali e facendo arrabbiare i leader arabi che vedevano ancora gli Stati Uniti come un "mediatore onesto" nella regione.
Tuttavia, riconoscendo che la Cina è il contendente più probabile per usurpare il primato degli Stati Uniti, l'amministrazione Trump si è allineata al punto di vista del resto di Washington. L’impegno verso l'Asia già annunciato da Obama doveva essere aumentato, la guerra globale al terrorismo ufficialmente sospesa ed è stata inaugurata una nuova era di "competizione tra grandi potenze", secondo la Strategia di Difesa Nazionale del febbraio 2018. È stato annunciato un vasto programma decennale per aggiornare l'arsenale nucleare degli Stati Uniti e per "dominare lo spazio".
Tuttavia, sulla necessità di ridurre le ambizioni e le capacità militari della Russia – e di indebolire il potenziale di quest'ultima di aiutare le manovre globali della Cina – è apparsa una divergenza tra la politica ambigua di Trump nei confronti di Mosca e quella della fazione rivale della borghesia statunitense che aveva tradizionalmente visto la Russia come un nemico storico per quanto riguarda la sua minaccia all'egemonia statunitense in Europa occidentale.
Allo stesso tempo, in relazione alla questione della politica russa, è emerso un diverso atteggiamento nei confronti dell'importanza della NATO, l'ex alleanza centrale del blocco americano, in particolare per quanto riguarda l'obbligo, previsto dal trattato, per tutti i membri della NATO di venire in aiuto di tutti gli altri che fossero attaccati militarmente (in pratica, gli Stati Uniti li avrebbero protetti dall'aggressione russa). Trump ha messo in dubbio questa clausola cruciale. Le preoccupanti implicazioni che comportava l'abbandono degli alleati dell’Europa occidentale da parte degli Stati Uniti non sono sfuggite alle cancellerie di Londra, Parigi e Berlino.
Queste differenze in politica estera sarebbero emerse più chiaramente durante l'amministrazione Biden, che ha seguito la prima presidenza Trump.
L'interregno di Biden: 2020-2024
La sostituzione di Trump con Joe Biden alla Casa Bianca voleva significare un ritorno alla normalità nella politica statunitense, perchè segnata dal tentativo di ricucire vecchie alleanze e creare trattati con altri paesi, per cercare di riparare i danni causati dalle spericolate avventure di Trump. Biden dichiarò: "L'America è tornata". L'annuncio di uno storico patto di sicurezza tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia nell'Asia-Pacifico nel 2021 e il rafforzamento del Quad Security Dialogue tra Stati Uniti, India, Giappone e Australia, hanno segnalato, tra le altre misure, il perseguimento della creazione di un cordone sanitario contro l'ascesa dell'imperialismo cinese in Estremo Oriente.
Una crociata democratica globale contro le potenze "revisioniste" e "autocratiche" – Iran, Russia, Corea del Nord e soprattutto Cina – fu invocata dalla nuova amministrazione.
L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 ha fornito a Joe Biden i mezzi per imporre ancora una volta l'autorità militare degli Stati Uniti alle recalcitranti potenze della NATO in Europa, obbligandole, in particolare la Germania, ad aumentare i bilanci della difesa e a fornire sostegno alla resistenza armata dell'Ucraina. Ha anche contribuito a esaurire il potere militare ed economico della Russia in una guerra di logoramento e a mostrare la superiorità militare mondiale degli Stati Uniti in termini di armamenti e logistica che ha fornito all'esercito ucraino. Soprattutto, gli Stati Uniti, contribuendo a trasformare gran parte dell'Ucraina in rovine fumanti, hanno dimostrato alla Cina il pericolo di vedere la Russia come un potenziale alleato e le pericolose conseguenze del proprio desiderio di annettere territori come Taiwan.
Tuttavia, era evidente al mondo che la borghesia statunitense non era del tutto d'accordo con la politica di Biden nei confronti della Russia, e il Partito Repubblicano al Congresso, ancora sotto il tallone di Donald Trump, ha espresso la sua riluttanza a fornire i necessari miliardi di dollari di sostegno allo sforzo bellico ucraino.
Se il sostegno dato all'Ucraina è stato un successo per la riaffermazione della leadership da parte dell'imperialismo americano, almeno a breve termine, il suo coinvolgimento nella guerra di Israele a Gaza dopo l'ottobre 2023 ha offuscato questo progetto. Gli Stati Uniti si sono trovati intrappolati tra la necessità di sostenere il loro principale alleato israeliano in Medio Oriente di fronte ai terroristi di Hamas, sostenuti dagli iraniani, e la sconsiderata determinazione di Israele a fare il proprio gioco e rinnegare una soluzione pacifica alla questione palestinese, accentuando così il caos militare nella regione.
Il massacro di decine di migliaia di palestinesi indifesi a Gaza, per gentile concessione delle munizioni e dei dollari statunitensi, ha completamente smentito l'immagine della rettitudine morale degli Stati Uniti che Biden aveva promosso con la difesa dell'Ucraina.
Se il crollo del regime di Assad in Siria e la sconfitta di Hezbollah in Libano hanno inflitto un duro colpo al regime iraniano, nemico dichiarato degli Stati Uniti, questo non ha diminuito l'instabilità della regione, non da ultimo nella stessa Siria. Al contrario, gli Stati Uniti hanno dovuto continuare a schierare una parte considerevole della loro marina nel Mediterraneo orientale e nel Golfo Persico, rafforzare i loro contingenti in Iraq e Siria e fare i conti con la drammatica opposizione alla politica statunitense da parte della Turchia e dei paesi arabi.
Soprattutto, la minaccia di ulteriori convulsioni militari in Medio Oriente significa che l’orientamento verso l'Asia, l'obiettivo principale degli Stati Uniti, è ostacolato.
Secondo mandato di Trump: 2025-
Abbiamo descritto come la difficoltà ad orientarsi nel caos imperialista che si è sviluppato dopo il 1989 abbia portato a divisioni all'interno della classe dominante americana sulla politica da perseguire, e abbiamo tracciato la crescita della politica populista dell'America First contro un corso più razionale che cercava di preservare le alleanze del passato. La rielezione di Trump al potere nonostante i disastri della sua prima presidenza è un segno che queste divisioni interne non sono state dominate dalla borghesia e stanno ora tornando a compromettere seriamente la capacità degli Stati Uniti di perseguire una politica estera coerente, fino al punto di mettere a repentaglio la loro principale preoccupazione di bloccare o prevenire l'ascesa della Cina.
Alla pericolosa incertezza di questo effetto boomerang del caos politico sulla politica imperialista si aggiunge il fatto che il margine di manovra degli Stati Uniti sulla scena imperialista mondiale è notevolmente diminuito dal primo mandato di Trump, e il suo secondo mandato avviene mentre due grandi conflitti infuriano nell'Europa orientale e nel Medio Oriente.
Non entreremo nelle cause più profonde del disordine politico all'interno della borghesia americana e del suo Stato che le prime azioni di Trump hanno drammaticamente dimostrato, questo sarà spiegato in un ulteriore articolo.
Ma in meno di un mese Trump ha dimostrato che la tendenza della sua politica America First a svelare la natura della pax americana, base della supremazia mondiale degli Stati Uniti dopo il 1945, sta per accelerare molto più rapidamente e profondamente di quanto non abbia fatto nel suo primo mandato, anche perché il nuovo presidente è intenzionato a superare le salvaguardie che a quel tempo limitavano il suo campo d'azione nominando alla testa dei dipartimenti di Stato i suoi scagnozzi, che siano competenti o meno.
La principale preoccupazione della borghesia statunitense dopo il 1989 – impedire la fine del suo dominio mondiale nel tutti contro tutti del mondo post-blocco – è stata capovolta: la "guerra di tutti contro tutti" è diventata, in effetti, la "strategia" della nuova amministrazione. Una strategia che sarà più difficile da invertire da parte di una nuova amministrazione più intelligente di quanto sia stata quella dopo il primo mandato di Trump.
L'obiettivo di riprendere il controllo di Panama; la proposta di "comprare" la Groenlandia; la barbara proposta di fare pulizia etnica dei palestinesi dalla Striscia di Gaza e di trasformarla in una Costiera turistica; tutte queste prime dichiarazioni del nuovo presidente sono dirette tanto contro i suoi ex alleati quanto contro i suoi nemici strategici. Nel caso della proposta di Gaza, che andrebbe a beneficio del suo alleato Israele eliminando la soluzione a due stati per la Palestina, non farebbe altro che infiammare l'opposizione delle altre potenze arabe più la Turchia e l'Iran. Gran Bretagna, Francia e Germania si sono già dichiarate contrarie alla proposta di Trump per Gaza.
Ma è probabile che gli Stati Uniti sotto Trump imporranno un accordo di pace all'Ucraina che probabilmente la costringerà a cedere il 20% del suo territorio alla Russia, ipotesi a cui le potenze dell'Europa occidentale si sono già opposte con veemenza. Una tale soluzione frantumerà ulteriormente l'alleanza NATO, in precedenza l'asse del dominio internazionale degli Stati Uniti. Il nuovo presidente chiede che le stagnanti economie europee della NATO raddoppino le loro spese militari al fine di difendersi da sole, senza gli Stati Uniti.
Una buona parte del “potere morbido” dell'imperialismo americano, cioè la sua pretesa morale di egemonia, viene spazzato via quasi in un colpo solo: l'USAID, la più grande agenzia mondiale di aiuti al "sud del mondo", è stata data in pasto alle cesoie di Elon Musk. Gli Stati Uniti si sono ritirati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e hanno persino proposto un procedimento contro la Corte Penale Internazionale per i suoi pregiudizi nei confronti degli Stati Uniti e di Israele.
La guerra commerciale protezionistica proposta dalla nuova amministrazione statunitense sferrerebbe anche un duro colpo alla stabilità economica residua del capitalismo internazionale e senza dubbio si ripercuoterà sulla stessa economia statunitense sotto forma di inflazione ancora più elevata, crisi finanziarie e riduzione del proprio commercio. La deportazione in massa dagli Stati Uniti di manodopera immigrata a basso costo avrebbe conseguenze economiche negative controproducenti per la sua economia e per la stabilità sociale.
Al momento in cui scriviamo non è possibile sapere se la valanga di proposte e decisioni del nuovo presidente sarà attuata o se si tratta di stravaganti strumenti di contrattazione che potrebbero portare ad accordi temporanei o concessioni ridotte. Ma la direzione della nuova politica è chiara. L'incertezza stessa delle misure ha già l'effetto di allarmare e inimicarsi gli ex e futuri potenziali alleati e di costringerli ad agire da soli e a cercare sostegno altrove. Questo di per sé aprirà maggiori possibilità per i principali nemici degli Stati Uniti. L'accordo di pace proposto in Ucraina sta già avvantaggiando la Russia. La guerra commerciale è un regalo alla Cina, che può posizionarsi come un partner economico migliore degli Stati Uniti.
Ciononostante, nonostante la politica autolesionista a lungo termine dell'"America First", gli Stati Uniti non cederanno la superiorità militare al loro principale nemico, la Cina, che è ancora lontana dall'essere in grado di affrontare direttamente gli Stati Uniti ad armi pari. E la nuova politica estera sta già creando una forte opposizione all'interno della stessa borghesia statunitense.
La prospettiva è quindi una massiccia corsa agli armamenti e un ulteriore aumento caotico delle tensioni imperialiste in tutto il mondo, con grandi conflitti di potere che si spostano verso i centri del capitalismo mondiale e infiammano ulteriormente i suoi punti strategici globali.
Conclusione: Trump e la questione sociale
Il movimento MAGA di Donald Trump è salito al potere promettendo all'elettorato più posti di lavoro, salari più alti e la pace nel mondo, al posto dell'abbassamento del tenore di vita e delle "guerre senza fine" dell'amministrazione Biden.
Il populismo politico non è un'ideologia di mobilitazione per la guerra come lo era il fascismo.
In realtà la crescita e i successi elettorali del populismo politico nell'ultimo decennio o giù di lì, di cui Trump è l'espressione americana, si basano essenzialmente sul crescente fallimento dell'alternanza al governo dei vecchi partiti di democrazia liberale nell'affrontare la profonda impopolarità della crescita vertiginosa del militarismo da un lato, e gli effetti pauperizzanti di una crisi economica irrisolvibile sulle condizioni di vita della massa della popolazione dall'altro.
Ma le promesse populiste del burro al posto delle armi sono state e saranno sempre più contraddette dalla realtà, e si scontreranno con una classe operaia che sta cominciando a riscoprire la sua combattività e la sua identità.
La classe operaia, in contrasto con i deliri xenofobi del populismo politico, non ha patria, non ha interessi nazionali ed è di fatto l'unica classe internazionale con interessi comuni al di là dei confini e dei continenti. La sua lotta per difendere le sue condizioni di vita oggi, che ha una portata internazionale – come confermato in particolare dalle attuali lotte in Belgio - fornisce quindi la base per un polo alternativo di attrazione al futuro suicida del capitalismo del conflitto imperialista tra le nazioni.
Ma in questa prospettiva di classe il proletariato dovrà confrontarsi anche con le forze anti-populiste della borghesia che propongono alla popolazione un ritorno alla forma democratica del militarismo e dell'impoverimento. La classe operaia non deve farsi coinvolgere da queste false alternative, né seguire le forze più radicali che dicono che la democrazia liberale è un male minore di quella del populismo. Deve, invece, combattere sul proprio terreno di classe.
Il New York Times, che è il portavoce solitamente sobrio della borghesia liberale americana, ha lanciato questo appello radicale alla mobilitazione della popolazione per difendere lo Stato democratico borghese contro lo Stato autocratico di Trump in un editoriale dell'8 febbraio 2025:
"Non distrarti. Non lasciarti sopraffare. Non fatevi paralizzare e trascinare nel caos che il presidente Trump e i suoi alleati stanno creando di proposito con il volume e la velocità degli ordini esecutivi; lo sforzo per smantellare il governo federale; gli attacchi agli immigrati, alle persone transgender e al concetto stesso di diversità: le richieste che gli altri paesi accettino gli americani come i loro nuovi padroni: e la vertiginosa sensazione che la Casa Bianca possa fare o dire qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Tutto questo ha lo scopo di mantenere il paese fermo in modo che il presidente Trump possa andare avanti nella sua corsa per il massimo potere esecutivo, in modo che nessuno possa fermare l'agenda audace, mal concepita e spesso illegale avanzata dalla sua amministrazione. Per l'amor del cielo, non stategli dietro".[3]
Questa è solo una conferma che l'intera borghesia sta usando le proprie serie divisioni per dividere la classe operaia nella scelta di una forma di guerra e di crisi capitalistica contro un'altra, al fine di farle dimenticare i propri interessi di classe.
La classe operaia non deve essere trascinata nelle guerre interne o esterne della classe dominante, ma deve lottare per sé stessa.
Como
[1] The United States: superpower in the decadence of capitalism and today epicentre of social decomposition (Part 1) [27], International Review 169, 2023 (in inglese e francese)
[2] La Pax Americana dopo la Seconda Guerra Mondiale non è mai stata un'epoca di pace, ma di guerra imperialista quasi permanente. Questo termine si riferisce invece alla relativa stabilità del conflitto imperialista mondiale, prima del 1989, con gli Stati Uniti come maggiore potenza, nella preparazione dei due blocchi alla guerra mondiale.
[3] Nel 2003, il New York Times, che ha la reputazione di essere un giornale obiettivo, riprese comunque la menzogna secondo cui Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa, pretesto per l'invasione statunitense dell'Iraq.
Il 16 novembre, la CCI ha tenuto una Riunione pubblica online sul tema "Le implicazioni mondiali delle elezioni americane".
Oltre ai militanti della CCI, hanno partecipato alla discussione diverse decine di persone provenienti da quattro continenti e da circa quindici paesi. La traduzione simultanea in inglese, spagnolo e francese ha permesso a tutti di seguire le discussioni, durate poco più di tre ore.
Ovviamente, di fronte alla rivoluzione che deve essere compiuta da tutta la classe operaia mondiale, questo piccolo numero può sembrare insignificante. Abbiamo ancora molta strada da fare prima che il proletariato sviluppi una coscienza profonda e una vasta organizzazione. Questo tipo di incontro internazionale è appunto uno strumento per avanzare su questa strada. Per il momento, le minoranze rivoluzionarie sono ancora esigue, una manciata in una città, un individuo in un'altra.
Riunirsi da diversi paesi per discutere, elaborare e confrontare argomenti, e quindi comprendere meglio la situazione mondiale, è un'occasione preziosa per rompere l'isolamento individuale, creare legami e percepire la natura mondiale della lotta rivoluzionaria proletaria. È un partecipare allo sforzo della nostra classe per creare un'avanguardia internazionale. Questo tipo di incontri è quindi una pietra miliare che prefigura la necessaria organizzazione dei rivoluzionari su scala mondiale. Questo raggruppamento di forze rivoluzionarie è un processo lungo, che richiede uno sforzo cosciente e costante. È una delle condizioni vitali per preparare il futuro, per organizzarsi in vista degli scontri rivoluzionari decisivi che verranno.
Un dibattito che ha sollevato mille domande sullo stato del mondo...
La grande partecipazione al nostro incontro rivela anche la preoccupazione, persino l'ansia, suscitata dall'elezione di Donald Trump a capo della prima potenza mondiale.
Tutti gli intervenuti hanno sottolineato, insieme alla CCI, che la vittoria di questo presidente - apertamente razzista, maschilista, odioso, vendicativo e fautore di una politica economica e bellica irrazionale - accelererà tutte le crisi e aggraverà le incertezze e il caos.
Da questa posizione comune, nel corso della discussione sono emerse molte questioni, alcune differenze e anche dei disaccordi.
Il trionfo di Trump è il risultato di una politica deliberata e cosciente da parte della borghesia americana? Trump è la carta migliore per gli interessi della borghesia americana? Le sue scelte imperialiste rispetto all’Iran, l’Ucraina e la Cina sono un passo verso una terza guerra mondiale? La sua politica protezionistica di aumento dei dazi è un tassello del puzzle verso la guerra? I suoi feroci attacchi alla classe operaia, in particolare ai dipendenti pubblici, sono legati ai sacrifici necessari per preparare l'economia nazionale a questa guerra?
O al contrario, come sostenuto dalla CCI e da altri partecipanti, l'arrivo di Trump alla guida della prima potenza mondiale testimonia la crescente difficoltà delle borghesie nazionali a impedire alle proprie frazioni più oscurantiste e irrazionali di prendere il potere? La guerra tra cricche all'interno della stessa borghesia, come la frammentazione della società in americani/immigrati, uomini/donne, legali/illegali, tutte cose che il clan Trump sta aggravando, non sono forse un segno della tendenza al disordine e al caos della società americana? La guerra commerciale voluta da Trump, con il ritorno alle misure protezionistiche degli anni '20 e '30, che all'epoca rovinarono tutti i paesi, non mostra forse l'irrazionalità della sua politica proprio dal punto di vista degli interessi del capitale americano? Allo stesso modo, le crescenti incertezze sulla politica imperialista della nuova amministrazione americana non stanno forse rafforzando le tensioni belliche tra tutti i paesi, spingendoci ancora di più verso alleanze instabili e mutevoli, verso l'ognuno per sé, la politica miope e lo scoppio di guerre che non producono altro che terra bruciata?
Per la CCI, per rispondere a tutte queste domande bisogna necessariamente soffermarsi, con maggiore profondità, sul periodo storico che stiamo attraversando: quello della decomposizione. Perché, al fondo, la vittoria di Trump non è qualcosa da prendere in sé, da analizzare isolatamente e da imprigionare nell'immediato, ma è il frutto di un'intera situazione mondiale, di una dinamica storica che vede il capitalismo marcire dalle fondamenta. La vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti o di Javier Milei in Argentina, le politiche disperate di Israele in Medio Oriente o della Russia in Ucraina, la presa dei cartelli della droga su fasce sempre più ampie dell'America Latina o dei gruppi terroristici in Africa o dei signori della guerra in Asia centrale, l'ascesa dell'oscurantismo, dei teorici della cospirazione e dei terrapiattisti, gli scoppi di violenza di alcuni settori della società... tutti questi fenomeni, apparentemente non correlati, sono in realtà espressioni della stessa dinamica fondamentale del capitalismo: la decomposizione.
Torneremo su questo tema e su tutte queste questioni in un prossimo articolo per sviluppare la nostra risposta.
... e la lotta di classe
La seconda parte della discussione, incentrata sulla comprensione dello stato attuale della lotta di classe, ha seguito la stessa dinamica. Anche in questo caso il dibattito è stato aperto, franco e fraterno e sono state poste molte questioni, con l'emergere di sfumature e disaccordi.
La vittoria di Trump significa che il proletariato è stato sconfitto, o per lo meno che anch'esso è incancrenito dal razzismo e dal populismo? Oppure il rifiuto del Partito Democratico da parte dei lavoratori porta alla consapevolezza della reale natura di questo partito borghese? L'apparizione di Trump come dittatore può incoraggiare la rabbia e la reazione della classe operaia? Oppure, la campagna in difesa della democrazia sarà una trappola mortale per il proletariato? Il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, attuato in modo estremamente brutale da Trump, Musk e la loro banda, spingerà alla lotta? Oppure questi sacrifici rafforzeranno la ricerca di capri espiatori, come lo straniero, il clandestino, ecc?
Tutte queste domande, contraddittorie, non sorprendono. La situazione è estremamente complessa, difficile da cogliere nella sua interezza e coerenza. L'attualità è punteggiata da eventi opposti: qui uno sciopero operaio, qui una rivolta, là una manifestazione populista... E come nella prima parte della discussione quello che manca è una bussola, che è quella di considerare ogni questione non isolatamente, separatamente l'una dall'altra, ma nel suo insieme e in un contesto internazionale e storico. È impossibile pensare al mondo senza riferirsi consapevolmente, volontariamente e sistematicamente alle dinamiche generali e profonde del capitalismo mondiale: il sistema sta sprofondando nella putrefazione (con tutto il fetore nauseabondo che ne deriva), ma il proletariato non è sconfitto e anzi, dal 2022 e dall'Estate della rabbia nel Regno Unito, sta rialzando la testa, ritrova la via della reazione e della sua lotta storica.
Non possiamo approfondire la nostra risposta in questa sede, ma torneremo a parlarne nella stampa e nei prossimi incontri.
Vi aspettiamo vivamente al prossimo incontro!
Questo dibattito è solo l'inizio. Incoraggiamo tutti i nostri lettori a partecipare a questo sforzo della nostra classe, ai dibattiti tra rivoluzionari, al processo collettivo di chiarificazione. Non rimanete isolati! Il proletariato ha bisogno che le sue minoranze creino legami, su scala internazionale, per organizzarsi, discutere, confrontare le posizioni, scambiare argomenti, comprendere il più profondamente possibile l'evoluzione del mondo.
La CCI vi invita caldamente a partecipare ai suoi differenti incontri: riunioni pubbliche online e internazionali, riunioni pubbliche "in presenza" in alcune città, così come agli incontri senza tema prestabilito. Tutte queste occasioni di incontro e dibattito sono regolarmente annunciate sul nostro sito web.
Oltre a questi incontri, vi invitiamo anche a scriverci, per reagire a un articolo, porre domande o esprimere il vostro disaccordo.
Le colonne della nostra stampa sono aperte, appartengono alla classe. Le vostre proposte di testi saranno benvenute.
Il dibattito è una necessità assoluta. Siamo lontani, isolati, spesso in contrasto con le idee che si sviluppano intorno a noi. Riunirsi, su scala internazionale, è fondamentale per preparare il futuro. Tutte le minoranze rivoluzionarie hanno questa responsabilità.
CCI
I seguaci della teoria della "terra piatta”
Consigliamo ai lettori di leggere o rileggere tre testi fondamentali per la CCI su questo tema:
1) Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [28]
2) Rapporto sulla decomposizione (attualizzazione delle Tesi sulla decomposizione) [29]
3) Militarismo e decomposizione [30] (maggio 2022)
Nel frattempo, invitiamo a leggere il nostro articolo che analizza il ritorno della combattività operaia dal 2022 e gli ostacoli che si frappongono alla ripresa delle lotte rivoluzionarie: Dopo “la rottura” della lotta di classe, nasce la necessità di politicizzare le lotte [31]
Il 23 novembre, la Tendenza Comunista Internazionale (TCI) ha tenuto un incontro pubblico a Parigi sul tema: “Di fronte all'ascesa delle guerre e degli scontri nazionalisti, l'unica prospettiva è la lotta di classe internazionalista!”
Oltre alla TCI, hanno partecipato a questo incontro militanti del Partito Comunista Internazionale, Le Prolétaire (PCI), della Corrente Comunista Internazionale (CCI), un rappresentante del Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista (GIGC) e diversi simpatizzanti di queste diverse organizzazioni.
La TCI pubblicherà sicuramente sul suo sito web un resoconto di questo incontro[1]. Non pretendiamo di essere esaustivi in questa sede, vogliamo semplicemente evidenziare brevemente i punti cruciali che, per noi, sono emersi da questa discussione.
L’emergenza di una nuova generazione
La presenza di una partecipazione relativamente numerosa a questo incontro pubblico, caratterizzato in parte dalla sua giovane età, è un fatto molto significativo dell’attuale dinamica della nostra classe. “L’estate della rabbia” del 2022 nel Regno Unito, questa serie di scioperi che ha interessato quasi tutti i settori per diversi mesi, è stata un segno che il proletariato stava tornando sulla strada della lotta dopo più di vent'anni di debolezza. Di fronte ai colpi della crisi economica, di fronte agli attacchi incessanti del capitale e dei suoi governi, i lavoratori sono di nuovo pronti a scioperare, a manifestare, a lottare.
Questa dinamica è segnata anche da un processo globale invisibile: il notevole sforzo di riflessione che la nostra classe sta producendo. Di fronte all’impasse del sistema, nella mente dei lavoratori germoglia una serie di domande. È così che appaiono ai quattro angoli del globo le minoranze che cercano posizioni rivoluzionarie, che vengono incontro ai gruppi del campo proletario, coloro che difendono l’autonomia di classe e l’internazionalismo. Al di là della maggiore partecipazione alle riunioni delle organizzazioni della Sinistra Comunista, ci sono molti altri segnali come l’emergere di conferenze intorno all’internazionalismo (ad Arezzo, Praga, Bruxelles...). Ma il più significativo è sicuramente l’atteggiamento della borghesia stessa. Interessata ad inquadrare questa riflessione per indirizzarla in vicoli ciechi, la sua estrema sinistra sta radicalizzando sempre più il suo linguaggio, non esitando più a proporre la necessità della rivoluzione, i suoi sindacati stanno dimostrando sempre più combattività e unità sostenendo un “sindacalismo di classe”. Si tratta della sinistra del capitale che svolge il suo ruolo, quello di attirare a sé i giovani che sono sempre più numerosi nel voler lottare.
La responsabilità storica dei gruppi della Sinistra Comunista: Pesa quindi sulle spalle della Sinistra Comunista una responsabilità storica, quella di trasmettere alla nuova generazione che sta lentamente emergendo le posizioni, il metodo, i principi che essa stessa ha ereditato dal movimento operaio. Queste lezioni, acquisite dalle lunghe lotte degli ultimi due secoli, sono assolutamente vitali per il futuro; non potrà esserci una rivoluzione proletaria internazionale vittoriosa se si dimenticano. La riunione della TCI che si è tenuta a Parigi deve essere valutata alla luce di questa esigenza che si impone a tutti i gruppi della Sinistra Comunista.
1. Dibattere per chiarire
La presentazione fatta dalla TCI per aprire la discussione ha chiaramente indicato i seguenti punti:
● Nel XIX secolo, alcune lotte di liberazione nazionale poterono essere sostenute dai rivoluzionari, quando permisero di spazzare via le ultime catene feudali e quindi di accelerare lo sviluppo del capitalismo. Ma dall'inizio del XX secolo, in questo sistema in declino, non è più la formazione delle nazioni capitaliste all’ordine del giorno, è la rivoluzione proletaria internazionale.
● L’attuale sviluppo del caos bellico, in Ucraina, a Gaza o altrove, è il prodotto del sistema capitalista.
● Di fronte a questa situazione, solo la classe operaia è in grado di opporsi al sistema che genera sempre più barbarie: il capitalismo.
● Contro le campagne nazionaliste in cui la borghesia cerca di mobilitare la classe operaia in difesa di un campo contro l'altro, i rivoluzionari devono difendere l’internazionalismo proletario all’interno della classe.
La CCI è intervenuta fin dall'inizio per appoggiare le linee principali della presentazione. In particolare, abbiamo sottolineato lo sforzo compiuto per adottare un approccio storico al fine di comprendere queste diverse questioni che sono così cruciali per lo sviluppo della coscienza di classe e per il futuro della lotta proletaria. È per questo motivo che abbiamo ritenuto necessario insistere sui profondi cambiamenti indotti dall’ingresso del capitalismo nella sua fase di decadenza. Come l’Internazionale Comunista proclamò fin dalla sua fondazione nel marzo 1919: l’esperienza della carneficina della guerra del 1914 e l’ondata rivoluzionaria internazionale che ne seguì dimostrarono che il mondo era entrato in «un era di guerre e rivoluzioni»: il capitalismo diventato decadente non ha più nulla da offrire all’umanità, l’unica alternativa sta nella sua distruzione da parte della rivoluzione proletaria mondiale. La guerra diventa allora il modo di vivere del capitalismo, ogni nazione, ogni borghesia, piccola o grande, è imperialista e contribuisce alla guerra e alla febbre nazionalista. In questa nuova configurazione, le lotte di liberazione nazionale, l’appello dei popoli all’autodeterminazione, sostenuti dai rivoluzionari in determinate circostanze durante il periodo di ascesa, diventano orientamenti e parole d’ordine obsolete e reazionarie.
Il PCI, da parte sua, difendeva tutt’altro approccio: fedele alla sua teoria dell'invarianza, all’idea che il programma fosse stato stabilito una volta per tutte nel 1848 e che da allora non ci fosse più nulla da aggiungere o da modificare, sosteneva che anche oggi le lotte di liberazione nazionale erano possibili. Coerentemente con questo approccio, il PCI e i suoi simpatizzanti hanno quindi difeso la legittimità della lotta del popolo palestinese contro l'oppressione israeliana (senza ovviamente sostenere in nessun momento Hamas o alcuna fazione borghese locale). Il simpatizzante del PCI ha persino affermato che per lui non sostenere il popolo palestinese quando viene massacrato, torturato e sottoposto alla barbarie più spaventosa, è una forma di indifferentismo di fronte a tutte queste sofferenze.
In risposta, diversi interventi hanno cercato di dimostrare che le lotte di liberazione nazionale sono una trappola che consiste nell'incatenare una parte della classe operaia al dominio della propria borghesia. Di fronte a ciò, dobbiamo brandire la parola d’ordine già contenuta nel Manifesto: I proletari non hanno patria!
Se, durante questa prima parte del dibattito, la TCI e la CCI hanno difeso congiuntamente la stessa posizione politica generale, sono emerse anche due sfumature:
● A differenza della CCI, i militanti della TCI non hanno mai pronunciato le parole “ascesa” e “decadenza” per definire le due grandi fasi della vita del capitalismo. Tuttavia, a nostro avviso, questi termini riflettono la visione più accurata e precisa dell'evoluzione profonda e storica del sistema.
● La TCI ha detto che riconosce l’esistenza di nazioni oppresse e di nazioni oppressive, il che per la CCI è un errore perché mantiene l’ambiguità quando si tratta di difendere con fermezza che tutte le nazioni, piccole o grandi, bene o male armate, sono imperialiste.
La seconda parte della discussione è stata dedicata alle questioni storiche che si pongono oggi: la guerra e la lotta di classe. In molti interventi, in particolare quelli della TCI e del PCI, la visione difesa è stata quella di un percorso verso la Terza Guerra Mondiale (o verso la “generalizzazione della guerra”, ammettiamo di non aver necessariamente capito se ci fosse, per loro, una differenza tra questi due termini). In questa posizione c’è una valutazione pessimistica dello stato della classe operaia e delle sue lotte.
La CCI ha poi sviluppato una diversa valutazione della situazione: il capitalismo non si sta dirigendo verso una terza guerra mondiale nel prossimo futuro, ma sta sprofondando nella decomposizione. In termini concreti, ciò significa un aumento dei conflitti militari (come in Ucraina, Palestina, Siria, ecc.), una disgregazione del tessuto sociale (atomizzazione, aumento della violenza, razzismo e ritiro in se stessi, cancrena della droga e del traffico, ecc.), un’erosione del pensiero coerente e razionale...Questo non è meno pericoloso della possibilità di una terza guerra mondiale, entrambe le strade portano alla scomparsa della civiltà umana. D’altra parte, quest'ultimo approccio ci permette di comprendere la realtà che si sta sviluppando sotto i nostri occhi in tutta la sua complessità e caos, di collegare tra loro fenomeni che possono apparire indipendenti l’uno dall’altro, o addirittura contraddittori[2].
Per quanto riguarda la lotta di classe, per la CCI oggi il proletariato non è sconfitto. È stata questa forza del proletariato, in particolare in Europa e in Nord America, che ha impedito per 40 anni che la Guerra Fredda si trasformasse in una Terza Guerra Mondiale. Oggi il proletariato ha anche cominciato a tornare sulla via della lotta e sta cercando di sviluppare ulteriormente la sua riflessione e la sua coscienza. Come abbiamo detto nell’introduzione: dal 2022 e dalla serie di scioperi chiamati “L’estate della rabbia” nel Regno Unito, la CCI ha evidenziato il ritorno della combattività operaia[3].
Tutti questi disaccordi all'interno dell'assemblea si sono espressi in un'atmosfera molto calorosa e aperta, dove tutti erano ansiosi di capire e rispondere in modo ragionato alle rispettive posizioni.
Questo momento positivo deve servire da punto di riferimento: i gruppi della Sinistra Comunista devono sviluppare molto di più il dibattito tra di loro, il confronto delle loro posizioni politiche, la partecipazione reciproca a riunioni pubbliche. Anche i nostri giornali e le nostre riviste devono partecipare a questo processo di chiarificazione; ci sono pochissimi dibattiti pubblici tra i nostri gruppi. Se ci sono articoli del PCI e della CCI che si rispondono a vicenda, sforzo che dobbiamo continuare e amplificare insieme, la TCI rifiuta quasi sistematicamente questo dibattito pubblico, le nostre lettere e i nostri articoli rimangono lettera morta.
2. Unirsi attorno alle posizioni fondamentali del campo proletario
Un momento della riunione della TCI dovrebbe essere di particolare interesse per noi: mentre gli interventi hanno tutti evidenziato i punti di disaccordo, alcuni giovani partecipanti sono intervenuti per dire che non capivano davvero cosa distinguesse le posizioni delle diverse organizzazioni presenti. Queste osservazioni rivelano un punto essenziale: le organizzazioni della Sinistra Comunista, per quanto importanti possano essere le loro differenze, hanno in comune una storia, un’eredità e posizioni fondamentali.
Il titolo dell'incontro riassumeva questa unità stessa: “Di fronte all'ascesa delle guerre e degli scontri nazionalisti, l’unica prospettiva è la lotta di classe internazionalista!” Tutti coloro che sono intervenuti in questo dibattito erano quindi desiderosi di dichiararsi contro le guerre imperialiste, di difendere l’internazionalismo proletario, di riflettere sullo sviluppo della lotta e della coscienza operaia.
La dinamica di questa riunione è un’ulteriore prova concreta che i diversi gruppi della Sinistra Comunista hanno una doppia responsabilità: affrontare le loro differenze in un processo collettivo di chiarificazione e unirsi per difendere insieme, con una voce più forte, ciò che è essenziale in comune. Ecco perché, in ciascuno dei suoi interventi, la CCI ha sistematicamente ricordato che insieme dobbiamo essere in grado di difendere con una sola e stessa voce la posizione internazionalista della Sinistra Comunista di fronte ai conflitti bellici che si stanno sviluppando in tutto il pianeta. Abbiamo anche ricordato che questo appello comune potrebbe consentire alle nuove generazioni di fare affidamento su questa esperienza nello stesso modo in cui noi stessi possiamo fare affidamento sull’esperienza di Zimmerwald. Questa sarebbe una pietra miliare per il futuro. E ancora una volta, sia la TCI che il PCI hanno respinto questo appello congiunto. La nuova generazione avrà quindi un ruolo importante da svolgere, per spingere i gruppi della Sinistra Comunista sia a polemizzare tra di loro che ad unirsi sui punti cardinali che hanno in comune, per spingere i gruppi della Sinistra Comunista a essere all’altezza della loro responsabilità storica.
3. Difendere i principi del movimento operaio e della solidarietà proletaria
I lettori attenti avranno notato che nell'introduzione abbiamo menzionato la partecipazione a questa riunione di un rappresentante del GIGC, l'individuo Juan, senza mai dire nulla sul suo ruolo nei dibattiti. Certamente, in superficie, agli occhi dei partecipanti, Juan ha avuto un atteggiamento fraterno durante tutto l’incontro nei confronti dell'assemblea, ha partecipato al dibattito in modo chiaro e dinamico, ha fatto ottimi interventi permettendo alla riflessione collettiva di andare avanti. È vero che Juan era eloquente, che i suoi interventi erano persino brillanti, che mostrava sempre un sorriso e un buon umore.
Nella prima parte del dibattito ha difeso le stesse posizioni della CCI sulla trappola delle lotte di liberazione nazionale in un periodo di decadenza e quindi contro l’invarianza del PCI. Nella seconda parte, ha ripreso le posizioni della TCI per dire che la terza guerra mondiale si sta avvicinando. Soprattutto, ha insistito nel sottolineare il suo accordo con la lotta che la CCI sta conducendo affinché i gruppi della Sinistra Comunista producano un appello comune per difendere l’internazionalismo, affermando di essere pronto a firmarlo. Ma le apparenze spesso ingannano.
Dobbiamo quindi ricordare qui alcuni fatti per smascherare il livello di ipocrisia e manovra di questo individuo.
Juan ha colpito uno dei nostri compagni per strada, costringendolo ad andare in ospedale a causa del gonfiore sul viso. Uno dei suoi accoliti, in presenza di Juan, ha minacciato un altro militante della CCI di tagliargli la gola, sapendo che questo Signore ha davvero sempre un coltello in tasca. Durante una festa di Lutte Ouvrière dove interveniamo, Juan si è messo a ridere di un compagno perché sapeva che quest’ultimo era appena stato vicino alla morte a causa di un infarto, rallegrandosi della sua sfortuna. Alla faccia della realtà della fraternità quando mancano i testimoni!
Ovviamente, il sostegno dimostrato in questo incontro per le posizioni della CCI soffre della stessa doppiezza. Basta leggere gli articoli del GIGC per rendersi conto che la caratteristica di questo gruppo è il suo odio per la nostra organizzazione. Appena fondata, la GIGC ha scritto “la Corrente Comunista Internazionale, si sta disintegrando sotto i nostri occhi a livello teorico, politico e organizzativo, liquidando la sua stampa regolare, abbandonando le sue riunioni pubbliche, dopo aver abbandonato gran parte dei suoi principi...”. I suoi bollettini sono pieni di pettegolezzi contro la CCI. Ad esempio, con il suo vecchio nome di FICCI, diceva nel 2014 in un articolo intitolato Una nuova (ultima?) crisi interna alla CCI!: “La CCI sta vivendo ancora una volta - secondo recenti documenti interni - una nuova crisi interna (...). Le energie militanti sprecate nell’introspezione psicologica e nell’autocritica coprono decine di pagine di bollettini, in un momento in cui le sezioni di questa organizzazione riducono la frequenza delle loro pubblicazioni – quando non semplicemente la fermano - o decidono di non tenere più riunioni pubbliche e di garantire l’intervento nelle strade e nelle lotte. Se non si fosse trattato di un tentativo deliberato di distruggere un’organizzazione che è diventata una vera e propria setta e che attacca la Sinistra Comunista a tutti i livelli, (...) non saremmo intervenuti pubblicamente in questa vicenda, che non è stata ancora rivelata dall’organizzazione in crisi. Ma questa è una questione urgente! (…) Per noi è chiaro che c’è una volontà e un’impresa cosciente di distruzione dei militanti della CCI, della loro convinzione comunista e del loro impegno comunista, che è stata avviata – è vero – da ben vent’anni. Questa crisi è senza dubbio la fase finale del processo.”
Siamo ormai alla fine del 2024, 10 anni dopo questa orazione funebre un po' prematura[4].
Ma soffermiamoci qualche istante su certe parole: “secondo recenti documenti interni”; “non saremmo intervenuti pubblicamente in questa vicenda, che non è stata ancora rivelata dall’organizzazione in crisi”.
Qui tocchiamo l’essenza profonda della GICL, la vera natura di Juan, quando la maschera viene tolta: la spia! Dalla sua nascita, questo gruppo (che si chiami GIGC o FICCI) non ha cessato di pubblicare su internet informazioni che riguardano la vita interna e la sicurezza della CCI e dei suoi militanti: citazioni da bollettini interni, denuncia delle vere iniziali dei militanti, rivelazione di chi scrive questo o quell’articolo[5], le date dei nostri incontri interni[6]... tutto va bene[7]. Quanto alla dichiarazione di Juan riguardo al suo accordo con una serie di posizioni politiche della CCI, è un’esca destinata a ingannare i partecipanti alla riunione pubblica della TCI, come evidenziato dai numerosi testi che ha scritto distorcendo le nostre posizioni per poterle calunniare[8].
Alla riunione della TCI, abbiamo ricordato molto brevemente chi è veramente Juan e abbiamo detto: “Non discutiamo con le spie”. La reazione di Juan è stata quella di deridere la nostra accusa, aggiungendo: “Sì, sono la spia, il poliziotto!”, il che ha fatto ridere il pubblico. L’arma della derisione è efficace e intelligente, distrae e distorce, ma è anche l'ammissione che Juan non può contraddire la nostra accusa, perché sa che tutte le prove sono accessibili, tutte le sue spiate sono su Internet.
A tutti coloro che ritengono che il comportamento proletario sia una questione cruciale, che i rivoluzionari non possano accettare il furto, il ricatto, la menzogna e la manipolazione, le minacce di morte e le spie, consigliamo di non lasciarsi ingannare dal senso di derisione di Juan, né dalla sua compiacenza verso la CCI in questa riunione. La realtà delle sue politiche, delle sue azioni, del suo odio anti-CCI, delle sue spiate, la troverete diffusa a lungo sul suo sito. I rivoluzionari hanno sempre trattato queste lotte per i principi, per la difesa delle organizzazioni rivoluzionarie, a cominciare da Marx, in modo estremamente serio e intransigente[9] contro Bakunin o contre Vogt.
Questo è il motivo per cui ci dispiace che altre organizzazioni siano rimaste in silenzio su questo problema quando Juan lo ha ridicolizzato, così come ci dispiace che la TCI continui ad accettare nelle sue riunioni un individuo che ha un comportamento così distruttivo. Questa tolleranza volta le spalle all'intera tradizione del movimento operaio e macchia la Sinistra comunista. È anche una rottura della solidarietà più elementare che i rivoluzionari devono a sé stessi.
L’incontro pubblico della TCI: un momento positivo, ma segnato da profonde debolezze da superare!
Questa accettazione della spia, è una debolezza terribile, ma non deve essere cancellata dall’aspetto positivo di questo incontro tenuto dalla TCI: la conferma dell’apparizione di una nuova generazione in cerca di posizioni rivoluzionarie e un necessario confronto tra le posizioni di tre organizzazioni della Sinistra Comunista! Resta alle nostre organizzazioni di essere all’altezza delle loro responsabilità, di ciò che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni, per il futuro della rivoluzione, anche sul piano dei principi proletari.
Concluderemo questa valutazione come abbiamo concluso l'incontro della TCI: salutando la TCI e tutti i partecipanti per aver tenuto questo dibattito e invitando la TCI, il PCI e tutti i presenti a partecipare ai nostri prossimi incontri pubblici[10].
Pawel (09/12/2024)
[1] All’atto di metterlo online, ci rendiamo conto che la TCI ha pubblicato il suo rapporto di questo incontro. Incoraggiamo i nostri lettori a leggerlo al seguente indirizzo; Bilancio della riunione pubblica del 23/11/24 [32].
[2] Per coloro che desiderano comprendere meglio la teoria della decomposizione difesa dalla CCI, consigliamo questi tre testi:
● TESI: la decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [33]
● Rapporto sulla decomposizione [29]
● Militarismo e decomposizione (maggio 2022) [34]
[3] Leggere il nostro articolo: Dopo la rottura nella lotta di classe, nasce la necessità della politicizzazione delle lotte [31]
[4] All’epoca, abbiamo risposto con umorismo a questo attacco nel nostro articolo: Conferenza Internazionale Straordinaria della CCI: la ‘notizia’ della nostra scomparsa è molto esagerata! [35]
[5] “Questo testo è scritto da CG, alias Peter, il che è dimostrato dallo stile e soprattutto dal riferimento” (bollettino n°14° della FICCI)
[6] Comprese le date dei nostri incontri in Messico, un paese dove i nostri compagni sono minacciati di morte!
[7] Per un elenco non esaustivo dei misfatti di cui la GIGC si rende regolarmente colpevole. Leggi il nostro articolo: Attaccare la CCI: la ragion d’essere della GIGC [36]
[8] A questo proposito leggere i seguenti articoli: Il parassitismo politico non è un mito, il GIGC è un’espressione pericolosa [37]/ il GIGC tenta di discreditare la piattaforma della CCI [38] (in francese)
[9] Vedendo Juan sorridere ed essere fraterno, alcuni potrebbero dubitare che esista una tale doppiezza. Ricordiamoci quindi semplicemente le parole di Marx ed Engels quando, nel La Sacra Famiglia, descrivono esattamente come si presenta generalmente una spia: «Di mestiere, il Chourineur era un macellaio. (…) Rodolphe lo prese sotto la sua protezione. Seguiamo la nuova educazione del Chourineur, guidata da Rodolphe. (…) Per cominciare, il Chourineur riceve lezioni di ipocrisia, perfidia, tradimento e dissimulazione, (...) vale a dire, ne fa una spia (...). Gli consiglia di guardare (...) il Chourineur, giocando sul cameratismo e ispirando fiducia, porta il suo ex compagno alla sua rovina».
[10] Cogliamo l'occasione per ricordarvi che tutte le informazioni su questi incontri sono disponibili sul nostro sito web, nella sezione agenda. Potete anche scriverci, via email, a [email protected] [39]
Links
[1] https://it.internationalism.org/content/1853/ne-populismo-ne-democrazia-borghese-la-sola-vera-alternativa-e-lo-sviluppo-mondiale
[2] https://it.internationalism.org/content/1831/appello-della-sinistra-comunista-alla-classe-operaia-contro-la-campagna-internazionale
[3] https://it.internationalism.org/en/tag/4/90/stati-uniti
[4] https://en.internationalism.org/content/3171/50-years-ago-real-causes-second-world-war
[5] https://en.internationalism.org/content/4159/where-are-we-crisis-economic-crisis-and-militarism
[6] https://it.internationalism.org/en/tag/4/83/medio-oriente
[7] https://it.internationalism.org/en/tag/4/86/israele
[8] https://it.internationalism.org/en/tag/4/87/palestina
[9] https://it.internationalism.org/en/tag/4/91/russia-caucaso-asia-centrale
[10] https://fr.internationalism.org/content/11481/reunion-publique-ligne-debat-international-comprendre-situation-mondiale-et-preparer
[11] mailto:[email protected]
[12] https://it.internationalism.org/content/1702/il-ritorno-della-combattivita-del-proletariato-mondiale
[13] https://en.internationalism.org/content/17451/after-rupture-class-struggle-necessity-politicisation
[14] https://en.internationalism.org/content/17337/icts-ambiguities-about-historical-significance-strike-wave-uk
[15] https://www.leftcommunism.org/spip.php?article548
[16] https://www.leftcommunism.org/spip.php?article549
[17] https://en.internationalism.org/ir/45_eficc
[18] https://en.internationalism.org/content/3149/reply-cwo-subterranean-maturation-consciousness
[19] https://it.internationalism.org/rziz/146/francia
[20] https://it.internationalism.org/content/1563/rapporto-sulla-questione-del-corso-storico
[21] https://en.internationalism.org/content/2736/historic-course
[22] https://it.internationalism.org/en/tag/sviluppo-della-coscienza-e-dell-organizzazione-proletaria/corrente-comunista-internazionale
[23] https://it.internationalism.org/en/tag/3/46/decomposizione
[24] mailto:[email protected]
[25] https://fr.internationalism.org/contact
[26] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/riunioni-pubbliche
[27] https://en.internationalism.org/content/17068/superpower-capitalist-decadence-now-epicentre-social-decomposition-part-i
[28] https://it.internationalism.org/en/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo
[29] https://it.internationalism.org/content/1769/rapporto-sulla-decomposizione-attualizzazione-delle-tesi-sulla-decomposizione
[30] https://it.internationalism.org/content/militarismo-e-decomposizione
[31] https://it.internationalism.org/content/1797/dopo-la-rottura-della-lotta-di-classe-nasce-la-necessita-di-politicizzare-le-lotte
[32] https://www.leftcom.org/fr/articles/2024-12-14/bilan-de-la-réunion-publique-du-231124
[33] https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo
[34] https://it.internationalism.org/content/1693/militarismo-e-decomposizione-maggio-2022
[35] https://it.internationalism.org/content/1316/conferenza-internazionale-straordinaria-della-cci-la-notizia-della-nostra-scomparsa-e
[36] https://it.internationalism.org/content/1726/attaccare-la-cci-la-ragion-dessere-del-gigc
[37] https://it.internationalism.org/content/1758/il-parassitismo-politico-non-e-un-mito-e-il-gisc-ne-e-una-pericolosa-espressione
[38] https://fr.internationalism.org/content/11083/pseudo-critique-plateforme-du-cci-gigc-simulacre-danalyse-discrediter-cci-et-sa
[39] mailto:[email protected]
[40] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/interventi
[41] https://it.internationalism.org/en/tag/2/40/coscienza-di-classe
[42] https://it.internationalism.org/en/tag/7/110/bordighismo
[43] https://it.internationalism.org/en/tag/7/111/bureau-internazionale-per-il-partito-rivoluzionario
[44] https://it.internationalism.org/en/tag/correnti-politiche-e-riferimenti/parassitismo