Italia: la difficile ma inesorabile crescita della lotta di classe

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Una delle questioni su cui, tra proletari, ci si ritrova più frequentemente a discutere è la prospettiva della lotta di classe. Tale discussione non è stata mai così importante ma anche così difficile. Così importante perché ci troviamo oggi sul bordo di un baratro dalle dimensioni inesplorabili. I disastri sul piano dell’economia – il cui riscontro sono il recente crollo della Grecia e le misure di austerità prese di conseguenza a livello mondiale – sul piano ecologico – vedi l’attuale sversamento di petrolio dal fondo oceanico nel golfo del Messico – e le rinnovate minacce di guerra – vedi la Corea, ma anche l’Iran, l’Afghanistan, la Cina, … stanno a dimostrare, se ce ne fosse ancora bisogno, che un mondo migliore è indispensabile per garantire, perlomeno, la stessa sopravvivenza dell’umanità. Ma una discussione sulla prospettiva è anche difficile perché, stranamente ma non troppo, proprio adesso che ce n’è bisogno, la classe operaia esita, manca di fiducia in sé stessa e della spinta necessaria. Le ragioni che determinano questo atteggiamento le abbiamo suggerite numerose volte negli ultimi tempi e le ricordiamo solo per cenni: il clima creato dalla caduta del muro di Berlino, su cui si sono innestate le campagne borghesi sul presunto fallimento del comunismo e l’estinzione della classe operaia; l’azione del sindacalismo, che spinge ogni lotta verso il localismo ed il settorialismo; una certa influenza della democrazia e dell’antifascismo, che spinge a pensare che, se c’è un problema, questo deriva necessariamente dal “cattivo di turno” (il governo “neofascista” di Berlusconi, i padroni “sempre più esosi”, …), insomma una questione di uomini cambiando i quali si possono cambiare le sorti della società e non una questione di sistema sociale in quanto tale che non funziona più[1]; un certo stordimento di fronte a degli attacchi - come i licenziamenti - di fronte ai quali è difficile organizzare una lotta adeguata nel singolo settore. Così, le discussioni che si svolgono tra proletari sulle prospettive di lotta della nostra classe sono spesso infarcite di dubbi, di se. Ed anche quando si riconosce l’esistenza di qualche lotta importante, questa è sempre la lotta di un altro paese. Il dubbio che viene espresso da compagni pur generosi e combattivi è spesso del tipo: sì, ci vorrebbe una bella lotta, un grande sciopero, un’enorme manifestazione, ma chi ci seguirebbe; la gente se ne sta a casa sua e non ha intenzione di implicarsi.

Questa sensazione viene naturalmente alimentata dal terribile boicottaggio delle informazioni (come avviene del resto in tutti i paesi del mondo) che nasconde le diecine e diecine di lotte che si stanno sviluppando contemporaneamente in tutto il paese. E’ perciò che con questo articolo vogliamo dimostrare che non c’è motivo di scoraggiarsi, che esiste in Italia, come nel mondo intero, una grande carica di combattività e che bisogna uscire dal proprio settore e unirsi ai lavoratori del mondo intero perché i problemi con cui ci troviamo a che fare oggi sono esattamente gli stessi dappertutto.

Se si dà un’occhiata al forum https://napolioltre.forumfree.net, messo su dal gruppo di discussione di Napoli da circa sei mesi e al quale partecipano anche dei nostri militanti, si può rimanere sbalorditi non tanto e non solo dal numero di episodi di lotta e di testimonianze riportati, ma soprattutto dalla loro qualità.

Un primo aspetto che emerge con forza dagli interventi riportati su questo forum, ma non solo, è la rivendicazione della dignità da parte dei lavoratori. Quella stessa dignità che, quando viene fortemente calpestata, può causare addirittura il suicidio degli elementi più sensibili[2], ha portato ad esempio i lavoratori di un call-center di Firenze a denunciare le condizioni umilianti in cui erano costretti a lavorare[3]. Un commento all’interno di questa pagina su Napolioltre ricordava peraltro come sia abitudine dei proprietari dei call-center manipolare la coscienza dei lavoratori puntando a fare assumere loro degli atteggiamenti poco etici nei confronti dei potenziali acquirenti. Nello stesso senso va la denuncia di una lavoratrice della Fiat di Pomigliano, Napoli, che grida il proprio dolore in una lettera aperta al suo terzo figlio, per non poter svolgere il suo ruolo naturale di madre passando del tempo a giocare con i propri figli perché il lavoro sfiancante della fabbrica glielo impedisce. In questa lettera di risposta allo spot “Fabbrica Italia”, realizzato dall’azienda e in onda sulle reti nazionali, l’operaia contesta lo spot e le condizioni di lavoro chieste dall’azienda per la produzione della Panda nello stabilimento locale”[4].

Abbiamo poi fenomeni come i no-workers che fanno della dignità negata di diventare dei lavoratori (da cui il nome no workers), un tema centrale della loro propaganda:

Siamo disoccupati, lavoratori a nero, lavoratori migranti in schiavitù, viviamo senza reddito o con reddito insufficiente, reclamiamo lavoro e/o reddito, ma soprattutto diritti.

Siamo il popolo cui è stata negata la dignità di esistere, quella primaria di “campare”.

Siamo “no-workers” sotto il continuo ricatto del licenziamento ed il rischio di morire sul posto di lavoro. Nelle “fabbriche diffuse” del nostro territorio veniamo sfruttati e sottopagati.

Siamo precari, regaliamo per pochi spiccioli tutto il nostro tempo a speculatori e affaristi in call center e centri commerciali, lavoriamo senza essere pagati per stages universitari o come operatori sociali nei vari luoghi dello sfruttamento della conoscenza.

Siamo “no workers” perché questo non è lavoro. Si chiama ricatto.

Ci dicono che il lavoro significa dignità, ma queste nuove forme di sfruttamento la negano ogni giorno. Chiedetelo agli operai della FIAT. Ci dicono che c’è la crisi e con questo condannano all’insicurezza una generazione di uomini e donne che non possono pensare, programmare e sognare un “domani”, troppo impegnati ad affrontare un “oggi” fatto di fame, sfruttamento, di precarizzazione dei rapporti umani, temporali e sociali! (…)[5]

Un secondo aspetto fondamentale che emerge è la tendenza di vari settori di lavoratori ad organizzarsi e a prendere in mano la propria lotta, a volte denunciando esplicitamente il ruolo dei sindacati, almeno di quelli maggiori, altre volte ignorandoli semplicemente, con tendenze pronunciate a creare dei coordinamenti tra settori diversi. Da questo punto di vista ci sono vari episodi particolarmente significativi, come la richiesta ufficiale rivolta alla CGIL da parte del Coordinamento dei lavoratori della Cultura in Lotta di “ritirare la firma dall’accordo capestro firmato con Cisl, Uil e Fondazione la Biennale di Venezia in data 24 maggio 2010 (…) (che) sancisce una drastica riduzione del personale stagionale e del monte ore complessivo. Molti lavoratori non matureranno i requisiti minimi per ricevere il sussidio di disoccupazione. Inoltre, che fine faranno quelli in esubero?[6]

Con la significativa precisazione che “La firma dell’accordo all’insaputa dei lavoratori stagionali (metodo), i suoi contenuti (merito), la rete di interessi che lega sindacati e aziende sono indice di una pericolosa deriva che va a totale discapito degli operatori della Cultura, sempre più sfruttati e precarizzati.[7]

Ancora abbiamo “I lavoratori dei magazzini Unicoop (che) hanno votato all’unanimità un documento in cui diffidano i sindacati dal prendere iniziative inerenti ai magazzini senza previa e vincolante consultazione del personale interessato” precisando che “la sfiducia nei confronti delle OO.SS. di rappresentanza (?) viene da lontano nei magazzini Unicoop.”[8]

Ancora importante è l’azione di sciopero degli scrutini organizzata dal Coordinamento precari della scuola di Modena. Nella “Lettera aperta ai 500 lavoratori della scuola di Modena” il Coordinamento esprime una disillusione per i sindacati (nella fattispecie per CGIL, CISL, UIL e SNALS):

Riteniamo vergognosa la risposta data dalle direzioni provinciali della Flc Cgil, della Cisl, della Uil e dello Snals alla nostra richiesta. Non solo hanno ignorato le 500 firme dichiarandosi indisponibili a proclamare lo sciopero stesso ma, soprattutto, stanno in queste settimane operando un boicottaggio attivo dello sciopero stesso, mandando circolari nelle scuole in cui esplicitano la loro contrarietà allo sciopero (per la gioia dei presidi), in questo dimostrando di ritrovare una perfetta unità sindacale.[9]

Per finire in bellezza, citiamo uno dei casi più significativi in questo momento, l’iniziativa di un coordinamento operaio nato intorno alla lotta della MAFLOW di Trezzano sul Naviglio, Milano, che ha raccolto una ventina di realtà lavorative diverse e che ha organizzato un’assemblea autoconvocata per venerdì 18 giugno alle ore 18.00 alla Maflow in via Boccaccio 1 a Trezzano sul Naviglio per decidere come costruire unitariamente la mobilitazione del 25 giugno:

Migliaia di lavoratori e lavoratrici in lotta in provincia di Milano e in Lombardia si stanno opponendo alle ristrutturazioni, ai licenziamenti e ai tagli alla scuola e ai pubblici servizi in generale cercando di unire le forze per resistere meglio. Non si può rispondere a un attacco così pesante in ordine sparso come tentano di imporci le numerose sigle sindacali. (…) Il 25 giugno sono stati proclamati due scioperi e due manifestazioni, sia Cgil che sindacalismo di base: non possiamo permetterci di restare divisi in piazza. Uniamoci tutti[10].

Per chiudere dunque con i quesiti da cui siamo partiti, il problema non è la mancanza della volontà di lotta, né una certa coscienza di chi sono i nostri nemici (il padronato, i sindacati, lo Stato …), ma la difficoltà ad immaginare di poter fare a meno di qualcuno che ti rappresenti, di qualcuno che ti organizzi la lotta, la difficoltà a pensare che si abbia la forza di potercela fare da soli. E’ perciò che questa maturazione avverrà principalmente a partire dalla lotta stessa, attraverso dei primi tentativi anche locali e limitati di presa in mano della lotta stessa che mostreranno all’insieme della classe che ce la possiamo fare.

Ezechiele         13 giugno 2010



[1] Su questo piano é particolarmente efficace come elemento di freno tutta la propaganda condotta da giornali come La Repubblica e più recentemente il Fatto Quotidiano o trasmissioni come Anno Zero.

[7] Idem.

Geografiche: 

Situazione italiana: 

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