La borghesia scarica sui proletari la crisi e tutto il suo marciume

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I tempi che viviamo sono senz’altro inediti e pieni di elementi di riflessione, tempi di una maturazione della storia che, e ci sono tanti elementi a farlo pensare, non può sboccare che in grandi sconvolgimenti.

In effetti nella storia del capitalismo, pur ricca di tanti orrori e vergogne, non si era mai visto uno spettacolo così  indecoroso da parte dell’insieme della borghesia, padroni e loro rappresentanti politici (che nel caso italiano si trovano a coincidere ai massimi livelli dello Stato).

Da un lato, nonostante la crisi e i sacrifici che vengono richiesti alla stragrande maggioranza dei lavoratori, lor signori non si fanno scrupolo di ostentare la loro ricchezza, con le ville, gli yacht e le feste faraoniche al Billionaire del re dei cafoni arricchiti, Briatore. E anche in questo il presidente del consiglio è il primo nell’ostentazione della sua ricchezza. Se poi si pensa a come questa ricchezza è stata acquisita, il senso di schifo non può che aumentare a dismisura. Ma non è solo questo. La corruzione, che ha sempre contraddistinto il sistema capitalista, un sistema che mette la ricchezza al di sopra di ogni morale, ha raggiunto livelli incredibili: non c’è politico, di destra come di sinistra, che non sia sospettato, se non indagato, per aver ricevuto, in cambio di favoritismi, regali sotto forma di escort, regali (e che regali), mazzette. E, come è stato fatto notare, se ai tempi di Tangentopoli le mazzette servivano in prima istanza a “pagare i costi della politica”, oggi servono solo a pagare l’insaziabile sete di questi fedeli servitori del capitale. E sono questi corrotti patentati che, non solo non sono chiamati a pagare anche quando vengono scoperti , ma restano al loro posto a prendere quelle misure di austerità che stanno riducendo alla miseria un gran numero di lavoratori.

Altrettanto indecoroso è lo spettacolo che la classe dominante offre quando “discute”. Non ci riferiamo tanto alle risse verbali delle trasmissioni “politiche” televisive (Ballarò, Porta a Porta, AnnoZero, ecc.), che sono messe su proprio per evitare che al pubblico sia offerto un dibattito vero, su cui potersi fare una opinione, ma alle vere divisioni che emergono non solo fra maggioranza ed opposizione, ma all’interno della stessa maggioranza (vedi lo scontro fra Fini e Berlusconi alla direzione del PDL)[1], o anche le bordate che si tirano politici e industriali[2] .

Queste divisioni sono normali visto che parliamo di cricche di briganti che difendono ognuno i propri interessi, personali o politici che siano.

Ma queste divisioni scompaiono quando si tratta di attaccare i livelli di vita dei lavoratori. Ed anche questo è normale: quando si tratta di difendere gli interessi del capitale la borghesia ritrova tutta la sua unità, perché sa che si trova di fronte al suo nemico mortale: il proletariato.

Ed il livello di questi attacchi è anch’esso un elemento di portata storica, proporzionale alla gravità della crisi del sistema capitalista. Quello che sta avvenendo è ormai un ritorno alle condizioni di decenni fa, cioè la perdita di tutta una serie di acquisizioni (non ci piace parlare di “diritti”, dal momento che nel sistema capitalista i lavoratori non hanno veri e propri diritti, ma solo conquiste che bisogna difendere a denti stretti) sia sul piano economico che normativo.

E questi attacchi colpiscono tutti i lavoratori:

- con i licenziamenti che toccano gli operai, ma anche i lavoratori del pubblico impiego (sono decine di migliaia i precari che hanno perso il posto di lavoro sia nella scuola che negli altri settori);

- con la cassa integrazione che taglia drasticamente i redditi dei lavoratori (lo scorso anno si è avuto il record delle ore di cassa integrazione)

- con la nuova finanziaria che blocca i salari dei dipendenti pubblici (con la conseguente perdita di centinaia di euro al mese per due anni), taglia i fondi agli enti locali e conseguentemente i servizi sociali che questi possono offrire, rimanda i pensionamenti di un anno (e per le donne di 4 anni), chiudendo ancora di più la porta in faccia ai giovani in cerca di lavoro.

Altrettanto impressionante è il piano che la FIAT ha preparato, e presentato come un piano di rilancio della sua attività in Italia:

- chiusura di Termini Imerese

- mantenimento dello stabilimento di Pomigliano solo a patto di un nuovo accordo che fa tornare le condizioni di lavoro di decenni indietro (18 turni settimanali su sei giorni, sanzioni in caso di sciopero il sabato, pause ridotte da 40 a 30 minuti, 80 ore di straordinario obbligatorio all’anno, messa in ferie d’ufficio nel caso di chiusura della fabbrica per causa di forza maggiore, punibilità dei lavoratori nel caso in cui le assenze superino l’andamento medio di assenteismo); non si può aver alcun dubbio che se passa questo accordo su Pomigliano, le stesse norme la FIAT pretenderà di applicarle a tutti i suoi stabilimenti e, una volta aperta questa falla, sarà l’intera industria manifatturiera ad adeguarsi (Tremonti lo ha già dichiarato: “Pomigliano è il modello da seguire”). E, purtroppo, il piano rischia fortemente di passare, visto il ricatto con cui è accompagnato (o l’accordo o la chiusura di Pomigliano) e la complicità dei sindacati ufficiali.

Ci dicono che tutto questo è colpa della crisi, come se la crisi fosse un cataclisma naturale e non un male legato a questo tipo  di sistema di produzione, che non è né eterno, né insuperabile, ma che anzi, proprio perché sta riducendo l’umanità[3] alla miseria, facendole fare passi indietro di decenni, se non di secoli, merita di essere spazzato via, visto che costituisce un ostacolo alla sopravvivenza della specie umana e del pianeta stesso.

Un esempio di quanto questo sia vero ci viene fornito dagli stessi esponenti ufficiali della borghesia, come il governatore della Banca d’Italia, che nella sua recente relazione generale sullo stato dell’economia ha ricordato che l’evasione fiscale è arrivata a 120 miliardi di euro: se questo è vero, significa che basterebbe recuperare il 20% di questa evasione in due anni per racimolare la stessa cifra del piano di austerità di Tremonti. Naturalmente non lo faranno. Draghi dice questo solo per fare demagogia, perché gli autori di questa evasione sono quegli stessi borghesi che sono responsabili dell’aumento dello sfruttamento e che possiedono il potere politico oltre che economico; se abbiamo citato questo dato non è per unirci alle ipocrite e flebili proteste della cosiddetta sinistra, ma per dire che di ricchezza in giro ce n’è tanta, solo che questa ricchezza sta in poche mani, ed è per mantenerla in queste mani che si riducono alla fame milioni di persone (e si chiudono fabbriche, scuole ospedali, cioè si impedisce la produzione di ulteriore ricchezza in termini di merci e di servizi).

Questa crisi non l’hanno prodotta i lavoratori, ma sono loro a pagarla. Servisse almeno a qualcosa! Sono decenni che in nome della crisi ci vengono chiesti sacrifici, e il risultato qual è? Che la crisi è diventata ancora più grave, al punto che adesso ci sono interi Stati sull’orlo del fallimento.

E che sacra unione c’è a difesa di questo sistema: il governo e la sua maggioranza naturalmente, che sulla manovra finanziaria o sul piano FIAT è assolutamente compatta (a conferma che le sue divisioni interne sono solo una questione di potere), ma anche la cosiddetta sinistra parlamentare che sulla finanziaria fa finta di essere in disaccordo (ma è comunque d’accordo sul fatto che bisogna fare i sacrifici) e nulla dice sul piano FIAT. E Rifondazione? Chi l’ha vista? Proprio ora che sarebbe libera dall’imbarazzo di un ruolo istituzionale (al governo o comunque al Parlamento) chi ancora si illude sulla natura di questa forza si sarebbe aspettata di vederla in piazza in difesa dei lavoratori. Appunto, pura illusione.

Ci restano i sindacati. E tutti possono vedere cosa fanno: cercano di demoralizzare i lavoratori, di dividerli, di farli stancare in inutili e rituali scioperi (quasi)generali, che costituiscono allo stesso tempo l’apertura e la chiusura della “lotta”. E questa non è la conclusione di noi estremisti, ma la realtà che sta sotto i nostri occhi: la CISL e la UIL ormai accettano aprioristicamente ogni decisione del governo, sperando così di demoralizzare i lavoratori, o comunque di dividerli tra quelli che vorrebbero lottare e quelli che esitano per rispetto della loro tessera. La CGIL fa finta di dire no ad ogni misura, ma poi boicotta le lotte spontanee dei lavoratori[4] contro la finanziaria e i tagli, proponendo uno sciopero generale per il 25 giugno (il più lontano possibile insomma), nella speranza che quale che sia l’adesione a questo sciopero si possa poi far cadere tutto, visto che lo sciopero è anche a ridosso delle ferie.

Se lasciamo fare a questi signori possiamo essere sicuri che passeranno tutti gli attacchi. Ma i lavoratori possono fare a meno di loro e lanciarsi nella lotta, senza la quale non c’è prospettiva possibile.

Helios, 15/6/2010



[1] Sui motivi di questo scontro vedi il nostro articolo “I perché dello scontro Fini-Berlusconi”, https://it.internationalism.org/node/906

[2] Ultima in ordine di tempo l’attacco di Luca di Montezemolo, che ha accusato la politica di scarsa serietà, e la risposta di Cicchitto del PDL, che ha letteralmente detto che “non è la cricca della FIAT, che può dare lezioni di morale”. Peccato che con questo giudizio lo stesso deputato del PDL non chieda di intervenire sulla FIAT per farle attenuare i piani di ristrutturazione dei suoi stabilimenti in Italia.

[3] Diciamo l’umanità perché quello che sta succedendo in Italia succede anche negli altri paesi, anche quelli che sono l’avanguardia del capitalismo, come la Francia, la Germania o la Gran Bretagna, volendo volutamente non citare la Cina che non ha mai superato le condizioni di sfruttamento proprie dell’ottocento. In merito alle misure di austerità vedi il nostro volantino “Alle misure di austerità rispondiamo con la lotta!”, in questo stesso numero ed il volantino per il 1° Maggio “Adesso arriva il conto della crisi, ma noi non lo paghiamo!” https://it.internationalism.org/node/909

[4] Vedi l’articolo “Italia: la difficile ma inesorabile crescita della lotta di classe” in questo stesso numero.

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