In questo articolo ci concentreremo sulle posizioni della Tendenza Comunista Internazionalista (TCI) riguardo alla prospettiva di una terza guerra mondiale. Tra i gruppi della sinistra comunista al di fuori della CCI, la TCI difende le posizioni internazionaliste più chiare contro la guerra imperialista ed è per questo che è sempre stata destinataria dei nostri appelli ai gruppi della sinistra comunista per elaborare dichiarazioni congiunte contro le guerre in Ucraina e Medio Oriente.
Uno dei motivi per cui la TCI ha costantemente respinto questi appelli è che abbiamo prospettive diverse riguardo all’evoluzione della situazione mondiale, inclusa la questione di una tendenza verso la guerra mondiale. A nostro avviso, tali differenze non dovrebbero rappresentare un ostacolo per azioni comuni come la pubblicazione di dichiarazioni congiunte contro la guerra, poiché condividiamo gli stessi principi internazionalisti fondamentali.
Tali azioni sono effettivamente importanti per i seguenti motivi:
● È basilare che i rivoluzionari abbiano una chiara comprensione delle principali tendenze della situazione mondiale e delle loro implicazioni per il futuro. Ovviamente, le prospettive tracciate dai rivoluzionari devono essere sottoposte alla «prova» del laboratorio vivente della storia; inoltre, lavorare su base puramente quotidiana e immediata è pericoloso per la loro pratica, la loro interpretazione degli eventi attuali e persino la loro capacità di riferirsi ai principi fondamentali;
● In questo contesto, è essenziale non sottovalutare il principale pericolo in cui incorre la classe operaia, cioè l’accelerazione della deriva del capitalismo verso conflitti militari caotici e incontrollati, come parte di una più ampia spirale di autodistruzione che coinvolge collasso ecologico, crisi economica, ecc.
● È altrettanto essenziale comprendere che il proletariato dei paesi capitalisti centrali non si troverà, nel prossimo futuro, di fronte a una mobilitazione in una guerra mondiale e che lo sviluppo della lotta difensiva rispetto principalmente a questioni economiche rappresenta il prerequisito essenziale per condurre una lotta offensiva contro il sistema nel suo complesso. Questo costituisce l’antidoto alla tentazione di strategie «anti-guerra» immediatiste che possono facilmente portare ad un indebolimento dei principi internazionalisti.
La posizione della TCI sull’allineamento delle forze imperialiste e sui preparativi per la guerra
Secondo la TCI in particolare, la crisi economica mondiale derivante dal calo del tasso di profitto ha raggiunto un punto tale che solo il livello di distruzione che deriverebbe da una terza guerra mondiale sarebbe sufficiente a permettere la nascita di un «nuovo ciclo di accumulazione». Non entreremo ora in questo particolare dibattito, poiché è evidente che un tale livello di distruzione è molto più probabile che porti all’estinzione dell’umanità rispetto a un nuovo periodo di prosperità capitalista. Piuttosto, esamineremo il processo che porta a un esito così catastrofico, per evidenziare le minacce più urgenti al futuro del pianeta e dei suoi abitanti. È qui che la CCI rappresenta una delle poche organizzazioni rivoluzionarie che si oppongono all’idea che la tendenza dominante che osserviamo oggi sia quella della formazione di nuovi blocchi imperialisti e quindi di una marcia coordinata verso la guerra mondiale. Questi due fenomeni sono inseparabili, come abbiamo scritto nel maggio 2022 nel nostro testo di orientamento aggiornato su militarismo e decomposizione:
«Una guerra mondiale è la fase finale della costituzione dei blocchi imperialisti. Più precisamente, è a causa dell'esistenza di blocchi imperialisti costituiti che una guerra che, all'inizio, riguarda solo un numero limitato di paesi, degenera, attraverso il gioco di alleanze, in un incendio generalizzato»[1].
Il nostro testo del 1991 su «Militarismo e Decomposizione» fu scritto dopo il crollo del blocco imperialista orientale dominato dall'URSS, un evento che segnò l'apertura definitiva della fase finale del capitalismo decadente, la fase della decomposizione. Riconosceva che la storia aveva dimostrato che nell'epoca della decadenza capitalista esiste una tendenza permanente alla formazione di blocchi imperialisti, e che la scomparsa di un blocco imperialista aveva, fino ad allora, portato alla formazione di un nuovo blocco. Ma dopo aver considerato la possibilità dell'emergere di un nuovo blocco attorno ai paesi economicamente più potenti dell'epoca – Germania e Giappone – concluse che nessuna di queste due potenze era in grado di svolgere questo ruolo (figuriamoci l’ex leader del blocco, l’URSS, che a sua volta era in una fase di disgregazione). Successivamente identificò gli elementi fondamentali per giustificare questa conclusione:
«…all'inizio del periodo di decadenza e fino ai primi anni della Seconda Guerra Mondiale, poteva esserci una certa “parità” tra i diversi partner di una coalizione imperialista, anche se si avvertiva sempre la necessità di un leader. Ad esempio, nella Prima Guerra Mondiale, non vi fu una disparità fondamentale in termini di potenza militare operativa tra i tre “vincitori”: Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Questa situazione era già cambiata molto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i “vincitori” furono posti sotto stretta dipendenza degli Stati Uniti, che mostravano una notevole superiorità sui loro “alleati”. Essa divenne ancora più evidente durante il periodo della “guerra fredda” (appena terminata), quando ciascun capo del blocco, gli Stati Uniti e l’URSS, in particolare attraverso il controllo degli armamenti nucleari più distruttivi, ebbe una superiorità assolutamente schiacciante sugli altri paesi del loro blocco. Questa tendenza può essere spiegata dal fatto che, con lo sprofondamento del capitalismo nella sua decadenza:
● La posta in gioco e la portata dei conflitti tra blocchi stanno diventando sempre più globali e generali (più gangster ci sono da controllare, più potente deve essere il "boss");
● gli armamenti richiedono investimenti sempre più sbilanciati (in particolare, solo paesi molto grandi potrebbero liberare le risorse necessarie per costruire un arsenale nucleare completo e dedicare risorse sufficienti alla ricerca sulle armi più sofisticate);
● e, soprattutto, le tendenze centrifughe tra tutti gli Stati, derivanti dall’esacerbrsi degli antagonismi nazionali non possono che acuirsi.
È il caso di quest’ultimo fattore, come del capitalismo di stato: più le diverse frazioni di una borghesia nazionale tendono a spaccarsi a vicenda aggravando la crisi che agita la loro competizione, più lo Stato deve rafforzarsi per poter esercitare la propria autorità su di esse. Allo stesso modo, più la crisi storica e la sua forma aperta causano danni, più forte deve essere il capo del blocco nel contenere e controllare le tendenze alla sua dislocazione tra le diverse frazioni nazionali che lo compongono. Ed è chiaro che nella fase finale della decadenza, quella della decomposizione, un tale fenomeno non può che aggravarsi sempre più.
È per questo insieme di ragioni e soprattutto per quest’ultimo, che la ricostituzione di una nuova coppia di blocchi imperialisti non solo non è possibile per molti anni, ma potrebbero benissimo non avvenire più: la rivoluzione o la distruzione dell’umanità potrebbero esserci prima di questa scadenza[2]».
A nostro avviso, questo quadro rimane valido ancora oggi, anche se il nostro aggiornamento del 2022 sulla questione del militarismo e della decomposizione riconosce che nel 1991 non prevedevamo l’ascesa della Cina, resa possibile dal crollo del vecchio sistema dei blocchi e dallo sviluppo della «globalizzazione» che ha portato in modo significativo a enormi investimenti di capitale in Cina, soprattutto dagli Stati Uniti, portando alla crescita sfrenata della Cina come nuovo «laboratorio del mondo». Tuttavia, per la TCI e altri, la Cina sarebbe ora più o meno in grado di formare un nuovo blocco capace di condurre una guerra globale contro l’«Occidente». Come ha sostenuto la sua affiliata britannica, la Communist Workers Organisation, in un recente articolo:
«L’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha, attraverso il ripetuto uso dell’«arma economica», creato un'alleanza di convenienza tra le potenze sanzionate (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord), che ora le ha portate a entrare in conflitto con l'Occidente. Come la guerra in Ucraina ha già dimostrato, questa non è una “nuova guerra fredda”, come hanno affermato alcuni esperti. La situazione è totalmente diversa. Durante la Guerra Fredda, sia l'URSS che gli Stati Uniti erano potenze vincitrici e avevano più da perdere che da guadagnare da una guerra aperta (e forse nucleare), quindi il conflitto non fu diretto. Solo nelle guerre per procura e nelle manovre sulla scacchiera mondiale la tensione tra loro raggiunse il culmine.
Oggi, la situazione è molto diversa. Data la stagnazione del sistema capitalista, nessuna potenza ha la sicurezza economica del proprio futuro e tutte debbono affrontare crescenti problemi di debito nonché di difficoltà a mantenere il tipo di società che hanno avuto in precedenza. L'ascesa del nazionalismo non è limitata all'Occidente. Come ora si sa, la ricerca di maggiori profitti all'estero da parte del capitale americano, la lotta di classe che esisteva negli Stati Uniti negli anni '80 e '90, ebbe la conseguenza non voluta di coltivare uno sfidante alla sua egemonia in Cina. Xi Jinping ha coltivato un nazionalismo molto simile, sviluppando la nuova potenza economica della Cina in contrasto con l'umiliazione subita in passato per mano di potenze straniere. E questo nazionalismo non si limita alla retorica sulla riconquista di Taiwan. La Cina è già avanti rispetto agli Stati Uniti in diversi ambiti tecnologici (il trattamento terre rare, per esempio) e nell'intelligenza artificiale...
... La potenza militare statunitense rimane nettamente superiore a quella del resto del mondo, ed è ancora l'unico attore globale in questo senso. Ma la tecnologia informatica e il fatto che la Cina abbia costruito una flotta più moderna, ecc., significano che il divario si sta riducendo e che c'è già una corsa agli armamenti tecnologici tra le due potenze. Questa rivalità non è nuova e non si limita a Trump. È stata l'amministrazione Obama a riconoscere per primo la minaccia quando ha adottato il «pivot verso l'Asia» nel 2011, ma la sua politica era quella di coinvolgersi con altri stati asiatici (all'epoca, il 40% della crescita dell'economia mondiale era in questa regione) mantenendo al contempo legami diretti con la Cina. Sotto entrambi i governi di Trump e Biden, la politica statunitense è diventata più aggressiva verso la Cina, ma mentre Biden ha cercato di costruire alleanze (AUKUS, ecc.) per difendere la «democrazia» contro gli Stati “autoritari, lo slogan MAGA di Trump potrebbe essere riformulato in «Fai in modo che l'America vada da sola» [3].
C’è molta verità in questo passaggio. Lo sviluppo spettacolare della Cina come potenza mondiale nel XXI secolo segna un nuovo livello di bipolarizzazione delle rivalità imperialiste, che rappresenta il punto di partenza per la formazione di veri blocchi militari. Inoltre, l’idea che la Cina sia diventata il principale sfidante economico e imperialista degli Stati Uniti è effettivamente comune a tutte le principali fazioni della classe dirigente statunitense, da Obama a Trump. Ma non riteniamo che ciò significhi che la Cina sia già in grado di formare un blocco intorno a sé stessa, per due motivi principali:
● Innanzitutto, la borghesia cinese stessa ha chiaramente riconosciuto di non essere ancora in grado di soddisfare uno dei criteri menzionati nel nostro testo del 1991: una schiacciante superiorità militare sui suoi potenziali «partner di blocco» e, di conseguenza, la capacità di affrontare direttamente il suo principale rivale imperialista, gli Stati Uniti. Ecco perché la roadmap della Cina per diventare la potenza mondiale leader entro il 2050 si basa soprattutto sullo sviluppo della sua potenza economica, come dimostrato dal suo ambizioso progetto «nuova via della seta» e dal suo reale impegno nella corsa tecnologica con gli Stati Uniti.
Naturalmente, ciò non significa che questi progetti economici non abbiano una dimensione militare significativa, né che escludano il rischio di conflitti militari aperti con gli Stati Uniti o i loro alleati, in particolare sulla questione di Taiwan o sul controllo del Mar Cinese Meridionale. Tali conflitti sarebbero altamente irrazionali dal punto di vista del grande progetto cinese, ma sono ancora più probabili man mano che la Cina affonda sempre di più nella crisi economica ed è minacciata da una tendenza crescente alla frammentazione, fattori che tenderanno a minare le sue aspirazioni economiche (e quindi militari) a lungo termine e a spingerla verso opzioni autodistruttive a breve termine.
● Un’«alleanza di convenienza» non è un blocco che, come abbiamo detto, richiede la sottomissione a un unico leader, soprattutto data la tendenza a «ognuno per sé» che si manifesta nella fase di decomposizione. La Russia, «amica eterna» della Cina, può accogliere con favore il sostegno economico e ideologico della Cina nella sua avventura in Ucraina, ma nulla indica che sia disposta a subordinarsi alla Cina. Anche se l’economia russa è insignificante rispetto a quella cinese e sempre più indebolita dalla guerra in Ucraina, la Russia si considera ancora una potenza militare leader a pieno titolo e la storia delle relazioni sino-russe, punteggiata da dispute di confine e momenti di guerra aperta, l’ha in realtà resa diffidente verso un'alleanza troppo stretta con il suo eterno amico. Allo stesso modo, mentre sia la Russia che la Cina hanno accolto con favore la presenza di Modi al recente vertice di Pechino, subito dopo la disputa tra India e Stati Uniti riguardo alla minaccia di Trump di imporre nuovi dazi a Delhi, esiste una lunga storia di dispute militari tra Cina e India riguardo ai loro confini, l’ultima delle quali è scoppiata nel 2024, mentre la Cina ha sempre sostenuto il Pakistan nelle sue dispute con l’India. L'India quindi certamente non intende seguire docilmente l’esempio della Cina.
Queste manifestazioni dell’impatto dirompente degli antagonismi nazionali all’interno dell’«alleanza di convenienza» costituiscono un serio ostacolo alla formazione di un blocco guidato dalla Cina. Ma ancora più significativo è il fatto, sottolineato dalla stessa CWO, che gli stessi Stati Uniti stanno adottando la politica del «Make America Go it Alone» (Far andare l'America da sola), minando così la possibilità di un’alleanza stabile tra «democrazie».
Nel test del 1991, scrivemmo: «Nel nuovo periodo storico in cui siamo entrati e gli eventi nel Golfo lo stanno confermando, il mondo si presenta come un enorme caos totale, dove giocherà appieno la tendenza all’«ognuno per sé», dove le alleanze tra Stati non avranno la stabilità che caratterizzava i blocchi, ma saranno dettata dalle esigenze del momento. Un mondo di disordine omicida, di caos sanguinoso in cui il gendarme americano cercherà di imporre un ordine minimo attraverso l’uso sempre più massiccio e brutale del suo potere militare »[4].
Ma sebbene non abbia rinunciato all’uso massiccio della forza militare -come abbiamo visto, ad esempio, nei recenti attacchi alle strutture nucleari iraniane- i tentativi degli Stati Uniti di «mantenere un minimo d’ordine» hanno finito per rendere il paese il principale fattore nell’aggravare il disordine. Questo si è visto chiaramente in Iraq nel 1991, ma ancora di più durante le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq nel 2001 e 2003. E, come abbiamo detto in molte delle nostre risoluzioni e articoli, a differenza del passato quando erano le potenze più deboli ad avere il maggiore interesse a minare lo status quo imperialista, nella fase di decomposizione è la potenza più forte al mondo a diventare il principale promotore del caos a livello planetario. Ora si è raggiunto un punto in cui il regime Trump dichiara apertamente di non essere più il poliziotto del mondo ed oppone sempre più gli interessi degli Stati Uniti a quelli del resto del mondo.
Quindi, non possiamo più parlare di «Occidente» o di blocco occidentale. L’attuale divorzio tra Stati Uniti ed Europa, che si traduce in una minaccia molto reale per il futuro dell'alleanza NATO, il sostegno americano alle fazioni populiste e di estrema destra europee che si oppongono all’Unione Europea, così come le dichiarazioni dirette degli Stati Uniti sulla possibilità di acquisire Canada, Groenlandia e il Canale di Panama, costituiscono l’ultima fase della disgregazione dell’intero «ordine internazionale» inaugurato dopo la Seconda Guerra Mondiale. In questo contesto, la politica statunitense di far pagare alle potenze europee la guerra in Ucraina non mira ad aumentare la loro sottomissione a un ordine guidato dagli Stati Uniti. Questo obiettivo tradizionale è passato in secondo piano rispetto alla spinta autodistruttiva degli Stati Uniti ad indebolire tutti i loro rivali, a seminare caos e divisione tra le fila dei suoi ex «alleati». Dal canto loro, vedendo sempre più gli Stati Uniti non come un alleato inaffidabile, ma come potenziale nemico, le principali potenze europee come la Germania si stanno impegnando a sviluppare il loro settore militare, il che tenderà a rafforzare la loro determinazione a resistere all’intimidazione americana e a prendere posto nelle contese imperialistiche mondiali.
Bisogna aggiungere che la mobilitazione di uno Stato per la guerra presuppone un’unità fondamentale tra le principali fazioni della classe dirigente. Questo è sempre meno vero negli Stati Uniti, dove le divisioni all’interno della classe dirigente tra sinistra e destra, repubblicani e democratici, ma anche tra il clan intorno a Trump e altri rami dell’apparato statale e persino all’interno del campo MAGA stesso, sono diventate così virulente che, se si aggiunge la proliferazione di gruppi armati motivati da ogni sorta di ideologia bizzarra, il rischio di guerra civile negli Stati Uniti sta uscendo dal regno oscuro della fantascienza e diventando sempre più concreto.
Questa crescente instabilità tra e all’interno degli Stati non rende il mondo un posto più sicuro, anche se ostacola la ricostituzione dei blocchi militari. Al contrario, la mancanza di disciplina all’interno dei blocchi e la crescente irrazionalità dei regimi al potere tendono ad aumentare il rischio di una deriva militare. E la minaccia di militarizzazione e guerra si è aggravata ulteriormente per il pericolo di un collasso ecologico globale. Dall’inizio degli anni 2020, siamo sempre più immersi in quella che gli elementi più perspicaci della borghesia chiamano la «policrisi» e noi abbiamo chiamato «effetto vortice», una spirale mortale in cui tutti i diversi prodotti di una società in decomposizione agiscono l’uno sull’altro, accelerando l’intero processo di distruzione, confermando che la minaccia più concreta alla sopravvivenza della società umana proviene dal processo stesso di decomposizione.
I due poli della situazione mondiale
Ma c'è un altro motivo per cui ci stiamo muovendo verso un "mondo di guerre" piuttosto che verso la ricostituzione dei blocchi per una guerra mondiale classica: l'esistenza di un polo alternativo alla spirale di decomposizione.
La causa fondamentale della decomposizione è l’impasse tra le classi, il che significa che negli ultimi decenni del ventesimo secolo la borghesia, nonostante la crisi economica mondiale sempre più profonda, non è stata in grado di mobilitare la classe operaia per una nuova guerra mondiale. E, a nostro avviso, il proletariato internazionale non ha subito una sconfitta storica paragonabile a quella subita dopo la repressione della rivoluzione mondiale dagli anni venti in poi del secolo scorso e che permise alla classe dirigente di trascinarlo nella Seconda Guerra Mondiale. Certo, ha attraversato un lungo periodo di ritiro e difficoltà, ma la rinascita dei movimenti di classe innescata dall’«estate del malcontento» in Gran Bretagna nel 2022 è stata un segnale che la classe operaia, dopo un lungo periodo di maturazione sotterranea, stava tornando alla lotta aperta e intraprendendo la lunga strada per riconquistare la propria identità di classe e, in fin dei conti, la prospettiva rivoluzionaria che può proporre come unica alternativa alla putrefazione della società. È vero che alcune parti della classe operaia, come in Ucraina e in Medio Oriente, sono state effettivamente coinvolte nella guerra, ma ciò non vale per i battaglioni centrali della classe operaia in Europa occidentale e Nord America.
Le lotte iniziate nel 2022 sono state principalmente una risposta al deterioramento delle condizioni di vita causato dalla crisi economica, ma è anche significativo che siano avvenute nonostante lo scoppio della guerra ai margini dell’Europa e nonostante le intense campagne di propaganda sulla necessità di difendere l’Ucraina e la democrazia. E mentre la classe dirigente si impegna a sviluppare l’economia di guerra e ritira sempre più il suo sostegno finanziario alla spesa sociale, il legame tra la crisi economica e la guerra diventa sempre più chiaro. Possiamo vedere questo, anche se solo indirettamente, attraverso i tentativi dell’ala sinistra del capitale di “prendere in carico” questo tipo di questione tra le fila del proletariato, ad esempio attraverso la popolarizzazione dello slogan “welfare not warfare” (benessere piuttosto che guerra) nelle manifestazioni operaie.
Su scala più spettacolare abbiamo visto scioperi e manifestazioni ampiamente seguiti, organizzati dai sindacati italiani, in particolare dai più radicali «sindacati di base», in risposta al genocidio a Gaza e all’imprigionamento degli attivisti della «Global Sumud Flotilla» che cercavano di fornire cibo e altri rifornimenti superando il blocco israeliano. A differenza delle regolari marce filo-palestinesi a Londra e in molte altre città, chiaramente dominate dall’ideologia nazionalista, queste azioni danno l’impressione di essere situate su un territorio operaio, ma come mostra un recente articolo pubblicato sulla rivista italiana della TCI, Battaglia Comunista, esse non sfuggono alla morsa del nazionalismo filo-palestinese e quindi alla logica della guerra imperialista:
«Inutile dire che il contenuto era caratterizzato da pacifismo umanitario e riformismo, senza la minima traccia di internazionalismo proletario, cioè di classe: le bandiere palestinesi dominavano senza contestazione, accompagnate dai consueti slogan «Palestina libera», ecc. La divisione della classe operaia tra i sindacati era chiaramente visibile: da una parte, i lavoratori Si Cobas (per lo più immigrati), dall’altra, quelli della CGIL (per lo più italiani), con poca discussione. Battaglia Comunista è intervenuta in diverse città con un volantino, anche se ovviamente si è perso nell’ondata di nazionalismo filo-palestinese»[5].
Ma che il pacifismo o il nazionalismo siano la principale ideologia invocata, queste mobilitazioni sono un mezzo per recuperare l’indignazione proletaria contro la guerra capitalista. In questo caso, Battaglia è riuscita a mantenere la linea di classe, ma come abbiamo mostrato in vari articoli, l’incapacità nel comprendere la totalità delle forze dietro il massacro di Gaza, ha portato molti aspiranti internazionalisti a confusioni molto pericolose. Questo è stato molto evidente con organizzazioni anarchiche come il Gruppo Comunista Anarchico, con il suo sostegno ad Azione Palestinese e ad altre attività filo-palestinesi, ma anche una corrente della sinistra comunista – i bordighisti – non ha evitato gravi ambiguità sulla questione[6].
Va notato qui che in un recente incontro pubblico del gruppo bordighista che pubblica “Il Partito Comunista Internazionale”, i compagni del PCI hanno chiarito di essersi mobilitati completamente dietro lo sciopero in Italia, principalmente a causa della loro appartenenza a vari sindacati di base. Noi abbiamo anche sostenuto che la risposta «strategica» della TCI alla campagna guerrafondaia - la formazione dei gruppi No War But The Class su una piattaforma minima - non solo oscura il vero ruolo dell'organizzazione politica della classe, ma li ha anche portati ad alleanze dubbie con gruppi più o meno impantanati nel gauchisme. [7].
Il problema dei rivoluzionari che non riescono a prendere le distanze dalle azioni «contro la guerra» dominate dal pacifismo o dal nazionalismo è legato a una questione più ampia, come il crescente disgusto non solo per la guerra, ma anche per la repressione capitalista e la corruzione, spesso accompagnato da attacchi alle condizioni fondamentali di vita, provoca un’ondata di rivolte in tutto il mondo: i cosiddetti movimenti «Gen-Z» in Indonesia, Nepal, Kenya, Madagascar, Marocco e altrove, ma si tratta di movimenti «popolari» che riuniscono diverse classi e strati sociali, che non possono da sé sviluppare una prospettiva proletaria e si ritrovano invariabilmente intrappolati nelle richieste di cambiamento democratico. E anche qui abbiamo visto la TCI perdere la testa e ritrovarsi dietro a questi movimenti. L’articolo di questo numero della Revue internationale, Tomber dans le piège de la lutte pour la démocratie bourgeoise contre le populisme, ce ne dà diversi esempi[8].
Queste mobilitazioni - a cui possiamo aggiungere le grandi manifestazioni «No Kings» contro Trump negli Stati Uniti, che hanno riunito milioni di persone ancora più apertamente sotto la bandiera della difesa della democrazia borghese contro l’autoritarismo - dimostrano il pericolo che la situazione attuale rappresenta per la classe operaia, che rischia di essere trascinata su un falso terreno e l’importanza centrale delle lotte difensive della classe operaia, delle reazioni alla crisi economica sul terreno proletario, perché queste lotte sono la base indispensabile affinché la classe operaia si riconosca come forza sociale distinta, come una classe per sé. E questo, a sua volta, è l’unico punto di partenza per la classe operaia capace di porre il problema della lotta contro il sistema capitalista nel suo insieme, con le sue guerre, la sua repressione, le sue pandemie e la sua devastazione ecologica. In breve, per sviluppare una prospettiva rivoluzionaria autonoma e quindi mostrare l'unica via da seguire per tutti gli strati della popolazione oppressi e impoveriti dal capitalismo in decomposizione.
Amos, novembre 2025
[1] Militarismo e decomposizione (maggio 2022);
[2] Idem
[3] Cinquant'anni di lotte, cinquant'anni di nuoto controcorrente, (in inglese) Revolutionary Perspectives 26
[4] Testo di orientamento: militarismo e decomposizione; Rivista Internazionale n°15 – 1991
[5] Italia: A proposito dello «sciopero generale» per Gaza, (in inglese) leftcom.org
[6] Su l’ACG leggere l’articolo L'ACG compie un altro passo avanti nel sostegno alla campagna di guerra nazionalista e Il sostegno dell'ACG a Palestine Action: un ulteriore passo verso l'abbandono dell'internazionalismo, (in inglese) CCI Online. Sui bordighisti leggere l’articolo Guerra in Medio Oriente: Il quadro teorico obsoleto dei gruppi bordighisti, CCI Online
[7] La TCI e l’iniziativa dei comitati No War But the Class War: un bluff opportunista che indebolisce la sinistra comunista
[8] Vedi anche l’articolo pubblicato dalla TCI: « Dichiarazione sulle manifestazioni in Nepal» (in inglese) e firmata dalla NWBCW Asia meridionale, in cui ai giovani nepalesi viene offerta la prospettiva di « condurre una lotta politica e violenta e conquistare fabbriche, risorse alimentari, risorse energetiche, trasporti e armi».