Rivoluzione internazionale o distruzione dell'umanità: la responsabilità cruciale delle organizzazioni rivoluzionarie

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La scorsa primavera la CCI ha tenuto il suo 25° Congresso internazionale. Vera e propria assemblea generale, il Congresso è un momento privilegiato nella vita della nostra organizzazione; è la massima espressione del carattere centralizzato e internazionale della CCI. Il Congresso permette a tutta la nostra organizzazione, nel suo insieme, di discutere, chiarire e orientarsi. È il nostro organo sovrano. In quanto tale, i suoi compiti sono

1. elaborare le analisi e le linee guida generali per l'organizzazione, in particolare per quanto riguarda la situazione internazionale;

2. esaminare e fare un bilancio delle attività dell’organizzazione dal Congresso precedente;

3. definire le prospettive di lavoro per il futuro.

Le organizzazioni rivoluzionarie non esistono per sé stesse. Esse sono al tempo stesso l'espressione della lotta storica del proletariato e la parte più determinata di questa stessa lotta. È la classe operaia che affida le sue organizzazioni ai rivoluzionari, affinché possano svolgere il loro ruolo: essere un fattore attivo nello sviluppo della coscienza proletaria e nella lotta verso la rivoluzione.

Il compito dei rivoluzionari è rendere conto dei loro lavori alla classe nel suo complesso. Per questo motivo gran parte dei documenti adottati al nostro ultimo congresso sono stati pubblicati nell’ultimo numero della Rivista Internazionale n°170[1] e saranno presto tutti pubblicati in lingua italiana,

Il primo compito di questo Congresso è stato quello di prendere atto della gravità della situazione storica.

Come indica il rapporto sulla lotta di classe, con il Covid 19, il conflitto in Ucraina e la crescita ovunque dell’economia di guerra, la crisi economica accompagnata da un’inflazione devastante, il riscaldamento globale e la devastazione della natura, il crescere del ciascuno per sé, dell'irrazionalità e dell'oscurantismo, e la decomposizione dell'intero tessuto sociale, gli anni ‘20 non comportano semplicemente dei nuovi micidiali cataclismi. Oggi tutti i vari flagelli convergono, si combinano e si alimentano a vicenda in una sorta di “effetto vortice”. Questa dinamica catastrofica del capitalismo mondiale significa molto di più di un peggioramento della situazione internazionale perché è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità.

L'effetto “vortice” della decomposizione

Il 25° Congresso Internazionale ha adottato come primo rapporto un “Aggiornamento delle tesi sulla decomposizione[2].

Nel maggio 1990, la CCI ha adottato le tesi intitolate “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo”, che esponevano la nostra analisi complessiva della situazione mondiale al momento e dopo il crollo del blocco imperialista orientale alla fine del 1989. L'idea centrale di queste tesi era che la decadenza del modo di produzione capitalistico, iniziata con la Prima guerra mondiale, era entrata in una nuova fase della sua evoluzione, dominata dalla decomposizione generale della società. 27 anni dopo, in occasione del suo 22° Congresso nel 2017, la nostra organizzazione ha ritenuto necessario aggiornare per la prima volta queste tesi, adottando un testo intitolato “Rapporto sulla decomposizione oggi, maggio 2017”. Il testo evidenziava che non solo l’analisi adottata nel 1990 era stata ampiamente verificata dall’evoluzione della situazione, ma anche che alcuni aspetti avevano assunto una nuova importanza: l'esplosione dei flussi dei rifugiati in fuga dalle guerre, le carestie e le persecuzioni, l'ascesa del populismo xenofobo che cominciava ad avere un impatto crescente sulla vita politica della classe dirigente...

Ora, a distanza di soli 6 anni, la CCI ha ritenuto necessario procedere a una nuova attualizzazione dei testi del 1990 e del 2017. Perché così rapidamente? Perché assistiamo oggi ad una amplificazione spettacolare delle manifestazioni della decomposizione della società capitalista.

Di fronte all’evidenza dei fatti, la stessa borghesia è costretta a riconoscere questo vertiginoso precipitare del capitalismo nel caos e nella decomposizione. Il nostro rapporto cita ampiamente testi destinati ai leader politici ed economici del mondo, come il “The Global Risks Report 2023 18th Edition - weforum.org” (GRR), Rapporto sui Rischi Globali, che si basa sulle analisi di una moltitudine di “esperti” e che viene presentato ogni anno al Forum di Davos (The World Economic Forum,  -WEF). La CCI riprende così un metodo utilizzato dal movimento operaio, che consiste nell’uso del lavoro di esperti della borghesia per mettere in evidenza le statistiche e i fatti che rivelano la realtà del mondo capitalista. Lo stesso metodo si ritrova nei classici del marxismo, come La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845) di Engels e Il Capitale di Marx. Nel GRR leggiamo: “I primi anni di questo decennio hanno segnato un periodo particolarmente travagliato nella storia dell'umanità. ... COVID-19... guerra in Ucraina... crisi alimentari ed energetiche... inflazione... scontri geopolitici e lo spettro di una guerra nucleare... livelli insostenibili d’indebitamento... declino dello sviluppo umano... tutto converge per dare forma a un decennio unico, incerto e tormentato.”

Gli esperti della borghesia mettono qui il dito su una dinamica che fondamentalmente non riescono a comprendere. Certo, arrivano a dire che “tutti questi elementi convergono per dare forma a un decennio unico, incerto e tormentato”. Ma non possono che fermarsi a questa constatazione. Infatti, descrivono questa dinamica come una “policrisi”, come se si trattasse di crisi diverse che si sommano. In realtà, e solo la nostra teoria della decomposizione ci permette di capirlo, dietro questa esplosione dei peggiori flagelli del capitalismo si nasconde una stessa dinamica: l’imputridimento di questo sistema decadente. Il modo di produzione capitalista non ha più alcuna prospettiva da offrire e, data l'incapacità del proletariato di sviluppare fino ad oggi il suo progetto rivoluzionario, è l’umanità intera che sta precipitando nella mancanza di futuro e nelle sue conseguenze: irrazionalità, ripiegamento su sé stessi, atomizzazione... È in questa assenza di prospettive che risiede la radice più profonda della putrefazione della società, ad ogni livello.

Anche nel campo proletario si tende ad avanzare una spiegazione specifica e isolata di fronte a ciascuna delle manifestazioni catastrofiche della storia attuale, a non vedere la coerenza dell'intero processo in corso. C'è quindi un grande pericolo di:

  • trovarsi disorientati, smarriti, sballottati da un evento all'altro;
  • focalizzarsi su un singolo aspetto, per quanto spettacolare e devastante possa essere (come la guerra in Ucraina, ad esempio), per poi cadere in una sorta di catastrofismo immediato (“Presto, dobbiamo assolutamente agire perché sta per scoppiare la terza guerra mondiale”);
  • sottovalutare il pericolo, non comprendendo che la dinamica globale è in realtà una spirale in cui tutti gli ingranaggi e tutte le crisi sono intrecciati, collegati e moltiplicati.

Dobbiamo soffermarci un po' su questo rischio di sottovalutare la pericolosità della situazione storica di decomposizione. In apparenza, urlando allo scoppio della III guerra mondiale, si pensa di prevedere il peggio. In realtà - e la guerra in Ucraina lo conferma ancora una volta - il vero processo che può condurre alla barbarie generalizzata, o anche alla distruzione dell’umanità, è una combinazione di fattori: la guerra che si espande attraverso una moltiplicazione di conflitti (Vicino e Medio Oriente, Balcani, Europa dell’Est, ecc.) sempre più imprevedibili e irrazionali, il clima che si riscalda con la sua dose di catastrofi, il gangsterismo e la mancanza di futuro che travolgono fasce sempre più ampie della popolazione mondiale... questo processo di decomposizione è tanto più pericoloso in quanto è così sfuggente e insidioso, da penetrare gradualmente in ogni poro della società.

E tra i vari fattori che alimentano il precipitare nella decomposizione, la guerra (e lo sviluppo generalizzato del militarismo) costituisce il fattore centrale, in quanto atto deliberato della classe dominante.

È questo il motivo per cui quello sulla situazione imperialista è stato il secondo rapporto discusso al nostro congresso: “La fase di decomposizione accentua in particolare uno degli aspetti più perniciosi della guerra in decadenza: la sua irrazionalità. Gli effetti del militarismo diventano sempre più imprevedibili e disastrosi. I nostri materialisti volgari non comprendono questo aspetto e obiettano che le guerre hanno sempre una motivazione economica, e quindi una razionalità. Non vedono che le guerre di oggi non hanno fondamentalmente motivazioni economiche, ma geostrategiche, e che non raggiungono più i loro obiettivi originari, ma portano al risultato opposto. (...) La guerra in Ucraina ne è una conferma esemplare: quali che siano gli obiettivi geostrategici dell'imperialismo russo o americano, il risultato sarà un Paese in rovina (l'Ucraina), un Paese rovinato economicamente e militarmente (la Russia), una situazione imperialista ancora più tesa e caotica, dall’Europa all'Asia centrale e, infine, milioni di rifugiati in Europa”.

All’interno dell’organizzazione, alcuni compagni sono in forte disaccordo con questa analisi dell’attuale dinamica imperialista. Per loro, la guerra in Ucraina non è solo il risultato di una tendenza alla bipolarizzazione del mondo. Intorno alla Cina, da un lato, e agli Stati Uniti, dall'altro, starebbero prendendo forma due campi sempre più chiaramente definiti, due campi che, col tempo, potrebbero formare blocchi imperialisti e scontrarsi in una terza guerra mondiale.

Il Congresso è stato una nuova occasione per rispondere a queste domande: “Le conseguenze del conflitto in Ucraina non stanno affatto portando a una “razionalizzazione” delle tensioni attraverso un allineamento “bipolare” degli imperialismi dietro due “padrini” dominanti, ma al contrario all’esplosione di una molteplicità di ambizioni imperialiste, che non si limitano a quelle dei maggiori imperialismi, né all’Europa orientale e all'Asia centrale, il che accentua il carattere caotico e irrazionale degli scontri”.

Per essere all’altezza delle loro responsabilità e individuare tutti i pericoli che incombono sull’umanità, e soprattutto sulla classe operaia, i rivoluzionari devono comprendere la coerenza dell’intera situazione e la sua reale gravità. Il nostro rapporto mostra che solo il metodo marxista e il suo materialismo permettono una tale comprensione, un materialismo non volgare ma dialettico e storico capace di abbracciare tutti i fattori nella loro relazione e nel loro movimento, un materialismo che integra la forza del pensiero nella sua relazione e nella sua influenza su tutto il mondo materiale, perché il pensiero è una delle forze motrici della Storia. Il nostro rapporto evidenzia quattro punti centrali che appartengono a questo metodo.

1. La trasformazione della quantità in qualità

Applicato alla situazione storica che si è aperta nel 1989/90, si traduce come segue: le manifestazioni di decomposizione possono essere esistite nella decadenza del capitalismo, ma oggi l'accumulo di queste manifestazioni è la prova di una trasformazione-rottura nella vita della società, che segnala l'ingresso in una nuova epoca della decadenza del capitalismo in cui la decomposizione diventa l'elemento decisivo.

2. Il tutto non è la somma delle sue parti

Questo è uno dei fenomeni principali della situazione attuale. Le varie manifestazioni della decomposizione che, all'inizio, potevano sembrare indipendenti ma il cui accumulo indicava già che eravamo entrati in una nuova epoca della decadenza capitalistica, si ripercuotono oggi sempre più le une sulle altre in una sorta di “reazione a catena” che s’amplifica sempre più, un “vortice” che sta dando alla storia l’accelerazione di cui siamo testimoni. Questi effetti cumulativi superano ormai di gran lunga la loro semplice somma.

3. L’approccio storico all'attualità

In questo approccio storico, l’obiettivo è quello di tener conto del fatto che la realtà che esaminiamo non è costituita da elementi statici e intangibili che esistono da sempre, ma corrisponde a processi in continua evoluzione, con elementi di continuità ma anche, e soprattutto, di trasformazione e persino di rottura.

4. L’importanza del futuro nella vita delle società umane

La dialettica marxista attribuisce al futuro un posto fondamentale nell’evoluzione e nel movimento della società. Dei tre momenti di un processo storico - passato, presente e futuro - è quest’ultimo a costituire il fattore fondamentale della sua dinamica. Ed è proprio perché la società odierna è privata di questo elemento fondamentale, il futuro, la prospettiva (cosa che viene avvertita da un numero crescente di persone, particolarmente tra i giovani), una prospettiva che solo il proletariato può offrire, che sta sprofondando e marcendo nella disperazione.

È questo metodo che permette alla nostra risoluzione sulla situazione internazionale di elevare la nostra analisi dall’astratto al concreto: “... oggi assistiamo a questo "effetto vortice" in cui tutte le diverse espressioni di una società in decomposizione interagiscono tra loro e accelerano la discesa nella barbarie. Così, la crisi economica è stata palesemente aggravata dalla pandemia e dai lock-down, dalla guerra in Ucraina e dal costo crescente dei disastri ecologici; nel frattempo, la guerra in Ucraina avrà gravi implicazioni ecologiche e globali; la competizione per le risorse naturali in diminuzione aggraverà ancor più le rivalità militari e le rivolte sociali”.

Il ritorno della classe operaia in lotta

Dall'altra parte di questo polo di distruzione c’è il polo della prospettiva rivoluzionaria del proletariato.

Gli ultimi mesi hanno dimostrato che il proletariato non solo non è sconfitto, ma sta addirittura iniziando ad alzare la testa, a ritrovare la strada della lotta. Già nell’estate del 2022, la CCI ha riconosciuto negli scioperi in Gran Bretagna un cambiamento nella situazione della classe operaia. Nel nostro volantino internazionale pubblicato il 31 agosto, “Un’estate di rabbia in Gran Bretagna: la classe dominante chiede altri sacrifici, la risposta della classe operaia è la lotta!”, abbiamo scritto: Enough is enough, “Quando è troppo è troppo”. Questo grido è risuonato da uno sciopero all'altro nelle ultime settimane nel Regno Unito. Questo movimento di massa, soprannominato “L'estate del malcontento” [...], ha coinvolto ogni giorno i lavoratori di un numero sempre maggiore di settori [...]. solo i grandi scioperi del 1979 hanno prodotto un movimento più grande e più diffuso. Un'azione di questa portata in un Paese importante come la Gran Bretagna non è significativa solo a livello locale, ma è un evento di portata internazionale, un messaggio per gli sfruttati di ogni Paese. [...] i massicci scioperi in Gran Bretagna sono una chiamata all’azione per i proletari di tutto il mondo”.

Teoricamente armata per comprendere gli scioperi e le manifestazioni che sono emersi in numerosi paesi, la CCI è stata in grado di intervenire, nella misura delle sue forze, distribuendo otto diversi volantini, al fine di seguire l’evoluzione del movimento e la riflessione della classe operaia. Tutti questi volantini hanno in comune il fatto di evidenziare:

  • il ritorno della combattività della classe operaia
  • la dimensione storica e internazionale del movimento
  • il sentimento crescente nelle file dei lavoratori di essere tutti “nella stessa barca”, un terreno fertile per la riconquista dell’identità di classe,
  • la necessità di prendere in mano la lotta e, per farlo, di riappropriarsi delle lezioni delle lotte passate.

Anche in questo caso, come per la guerra in Ucraina, esiste un disaccordo e un dibattito all’interno dell’organizzazione. Gli stessi compagni che ritengono di vedere nella guerra in Ucraina un passo verso la costituzione di blocchi imperialisti e la terza guerra mondiale, avanzano l’idea che le lotte e la combattività operaia attuali non costituiscano una rottura della dinamica negativa a partire dagli anni ‘80, caratterizzata da una lunga serie di sconfitte non definitive ma che hanno portato a un grave indebolimento della classe, soprattutto a livello di coscienza. In questa visione, “in un mondo capitalista che, più che mai dal 1989, si muove caoticamente e 'naturalmente' verso la guerra, la risposta del proletariato a livello politico rimane molto al di sotto di quanto la situazione richiede” (uno degli emendamenti dei compagni alla risoluzione sulla situazione internazionale, respinto dal Congresso). Per loro, la situazione attuale, pur non essendo identica (vedi il corso storico), ricorda quella degli anni '30, con un proletariato combattivo in molti Paesi centrali ma tuttavia incapace di evitare la guerra. “[…] per il momento, il necessario sviluppo di assemblee di massa e di un’autentica cultura del dibattito non si sono ancora verificati. Né è emersa una nuova generazione di militanti proletari politicizzati”. (ibid.) Un altro argomento è stato avanzato per spiegare la portata dei movimenti sociali e la proliferazione degli scioperi in molti Paesi: la carenza di manodopera in molti settori e la necessità di far girare a pieno regime l’economia di guerra rendono la situazione favorevole per la classe operaia per chiedere aumenti di salari. Per il Congresso, la realtà che si sta dispiegando sotto i nostri occhi, ossia l'ondata di pauperizzazione in corso, con i prezzi che salgono alle stelle mentre i salari ristagnano e gli attacchi governativi piovono, smentisce questa teoria.

Per i compagni, i volantini distribuiti dalla CCI, circa 150.000, nei vari movimenti sociali negli ultimi mesi, non corrispondono ai bisogni della situazione. Coerentemente con la loro analisi di un proletariato quasi sconfitto e di una dinamica verso la costituzione di due blocchi e verso la guerra mondiale, il primo compito dei rivoluzionari non è l’intervento ma il coinvolgimento nell’approfondimento teorico.

Al contrario, il Congresso ha tracciato un bilancio molto positivo dell’intervento internazionale dell’organizzazione nelle lotte. La CCI sapeva che non avrebbe influenzato la classe e il movimento nel suo complesso, le organizzazioni rivoluzionarie non possono avere un tale impatto nell’attuale periodo storico; questo ruolo di guida delle masse è possibile solo quando la classe ha sviluppato la sua coscienza e la sua lotta storica a un livello molto più elevato. Questo intervento era rivolto a una parte della classe operaia, la minoranza che è oggi alla ricerca delle posizioni di classe. Il numero significativo di discussioni che la distribuzione di questi volantini nei cortei ha provocato, le lettere ricevute, i nuovi partecipanti alle nostre diverse riunioni pubbliche, dimostrano che il nostro intervento ha svolto il suo ruolo, che è quello di stimolare la riflessione di una parte delle minoranze, provocare il dibattito e incoraggiare il raggruppamento delle forze rivoluzionarie.

Dietro l’immediato riconoscimento del significato storico del ritorno della lotta di classe nel Regno Unito e delle sue implicazioni per il nostro intervento nella lotta, c’è lo stesso metodo che ci ha permesso di cogliere la novità nell’attuale accelerazione della decomposizione, con il suo “effetto vortice”: la trasformazione della quantità in qualità, l’approccio storico... ma una sfaccettatura di questo metodo è qui particolarmente importante: l’approccio all’evento attraverso la sua dimensione internazionale.

Fu proprio la considerazione della dimensione fortemente internazionale della lotta di classe che, nel 1968, permise a coloro che avrebbero fondato la CCI di cogliere immediatamente il significato reale e profondo degli eventi del Maggio. Mentre l’insieme dei gruppi politici proletari dell’epoca non vedeva altro che una rivolta studentesca e sosteneva che non c’era “nulla di nuovo sotto il sole”, il nostro compagno Marc Chirik e i militanti che cominciavano a riunirsi vedevano che questo movimento annunciava la fine della controrivoluzione e l’apertura di un nuovo periodo di lotta di classe su scala internazionale.

Per questo motivo, il punto 8 della risoluzione internazionale che abbiamo adottato, esplicitamente intitolata “La rottura con i 30 anni di ritirata e di disorientamento”, afferma: “La ripresa della combattività operaia in un certo numero di paesi è un evento storico importante che non è il risultato delle sole circostanze locali e che non può essere spiegato da condizioni puramente nazionali. [...] Il fatto che le lotte attuali siano state avviate da una frazione del proletariato che ha sofferto maggiormente dell’arretramento generale della lotta di classe dalla fine degli anni ‘80 è profondamente significativo: così come la sconfitta in Gran Bretagna nel 1985 annunciava l’arretramento generale della fine degli anni ‘80, così il ritorno degli scioperi e della combattività operaia in Gran Bretagna rivela l’esistenza di una corrente profonda all’interno del proletariato di tutto il mondo”.

In realtà, c’eravamo preparati a questa possibilità fin dall'inizio del 2022! A gennaio abbiamo pubblicato un volantino internazionale intitolato “Verso un brutale deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro”. Facendo leva sui segnali che la lotta stava iniziando a sviluppare, abbiamo annunciato la possibilità di una risposta da parte della nostra classe. Il ritorno dell’inflazione era un terreno fertile per la combattività dei lavoratori.

Un mese dopo, lo scoppio della guerra in Ucraina ha aggravato notevolmente gli effetti della crisi economica, facendo impennare i prezzi dell'energia e dei generi alimentari.

Consapevole delle difficoltà profonde della nostra classe, ma conoscendo la storia delle sue lotte, la CCI sapeva che non ci sarebbe stata una reazione diretta e su vasta scala da parte della classe di fronte alla barbarie della guerra, ma che c'era, invece, la possibilità di una reazione agli effetti della guerra, in Europa e negli Stati Uniti[3]: scioperi di fronte ai sacrifici richiesti in nome dell’economia di guerra. Ed è esattamente quello che si è verificato.

Su queste basi teoriche e storiche, la CCI non si è illusa sulla possibilità di una reazione di classe alla guerra, non ha ritenuto credibile che sorgessero dovunque comitati internazionalisti, tanto meno ha provato a crearne artificialmente. La nostra risposta è stata anzitutto quella di cercare di difendere il più fermamente possibile la tradizione internazionalista della Sinistra Comunista, facendo appello a tutte le forze dell’ambiente politico proletario a raggrupparsi intorno a una dichiarazione comune. Mentre gran parte di questo ambiente ha ignorato o addirittura respinto[4] il nostro appello, tre gruppi (Internationalist Voice, Istituto Onorato Damen e Internationalist Communist Perspectives) hanno risposto per mantenere vivo il metodo di lotta e di raggruppamento delle forze internazionaliste che avevano dato luogo alle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal, nel settembre 1915 e nell’aprile 1916, di fronte alla Prima Guerra Mondiale.[5]

I villaggi di Zimmerwald e Kienthal, in Svizzera, sono diventati famosi per essere stati i luoghi in cui i socialisti di entrambe le parti si incontrarono durante la Prima Guerra Mondiale per iniziare una lotta internazionale che ponesse fine al massacro e denunciare i leader patriottici dei partiti socialdemocratici. Fu in questi incontri che i bolscevichi, sostenuti dalla Sinistra di Brema e dalla Sinistra olandese, indicarono i principi essenziali dell’internazionalismo contro la guerra imperialista tuttora validi: nessun sostegno a nessuno dei due schieramenti imperialisti, rifiuto di ogni illusione pacifista e riconoscimento che solo la classe operaia e la sua lotta rivoluzionaria possono porre fine al sistema basato sullo sfruttamento della forza lavoro e che produce costantemente la guerra imperialista. Oggi, di fronte all’accelerazione del conflitto imperialista in Europa, è dovere delle organizzazioni politiche che fanno riferimento all’eredità politica della Sinistra Comunista, continuare a innalzare la bandiera di un coerente internazionalismo proletario e fornire un punto di riferimento per coloro che difendono i principi della classe operaia. Questa, almeno, è la scelta delle organizzazioni e dei gruppi della sinistra comunista che hanno deciso di pubblicare questa dichiarazione comune per diffondere il più estesamente possibile i principi internazionalisti forgiati contro la barbarie della guerra mondiale.

Questo modo di raggruppare le forze rivoluzionarie attorno ai principi fondamentali della sinistra comunista è una lezione storica per il futuro. Zimmerwald ieri e la dichiarazione congiunta oggi sono piccole pietre bianche che indicano la strada per il domani.

La responsabilità dei rivoluzionari

I dibattiti preparatori e il Congresso stesso hanno messo al centro la questione essenziale della costruzione dell’organizzazione. Se questa è chiaramente la dimensione centrale delle attività della CCI, questa preoccupazione per il futuro va ben oltre la nostra sola organizzazione.

 “Di fronte al crescente confronto tra i due poli dell’alternativa - distruzione dell’umanità o rivoluzione comunista - le organizzazioni rivoluzionarie della sinistra comunista, e la CCI in particolare, hanno un ruolo insostituibile da svolgere nello sviluppo della coscienza di classe. Esse devono dedicare le loro energie al lavoro permanente di approfondimento teorico, proponendo un’analisi chiara della situazione mondiale e intervenendo nelle lotte della nostra classe per difendere la necessità dell’autonomia, dell’autorganizzazione e dell’unificazione della classe e dello sviluppo della prospettiva rivoluzionaria. Questo lavoro può essere svolto solo sulla base di una paziente costruzione organizzativa, gettando le basi per il partito mondiale di domani. Tutti questi compiti richiedono una lotta militante contro tutte le influenze dell’ideologia borghese e piccolo-borghese nell'ambiente della sinistra comunista e nella stessa CCI. Nell’attuale congiuntura, i gruppi della sinistra comunista si trovano di fronte al pericolo di una vera e propria crisi: con poche eccezioni, non sono stati in grado di unirsi in difesa dell’internazionalismo di fronte alla guerra imperialista in Ucraina e sono sempre più aperti alla penetrazione dell’opportunismo e del parassitismo. Un’adesione rigorosa al metodo marxista e ai principi proletari è l'unica risposta a questi pericoli.” (punto 9 della Risoluzione sulla Situazione Internazionale[6]).

Affinché la rivoluzione sia possibile a lungo termine, il proletariato deve avere nelle sue mani l’arma del Partito. È questa costruzione futura del Partito che deve essere preparata fin da oggi. In altre parole, una minoranza di rivoluzionari organizzati porta sulle proprie spalle la responsabilità di far vivere le organizzazioni attuali, di far vivere i principi storici del movimento operaio e particolarmente della sinistra comunista, e di trasmettere questi principi e queste posizioni alla nuova generazione che gradualmente si unirà al campo rivoluzionario.

Qualsiasi spirito di competizione, qualsiasi opportunismo, qualsiasi concessione all’ideologia borghese e al parassitismo all’interno dell’ambiente politico proletario sono tutte pugnalate alle spalle della rivoluzione. Nel difficilissimo contesto dell’accelerazione della decomposizione, che disorienta, che spinge al ciascuno per sé, che mina la fiducia nella capacità della classe e delle sue minoranze di organizzarsi e di unirsi, è responsabilità dei rivoluzionari non cedere e continuare a tenere alta la bandiera dei principi della sinistra comunista.

Le organizzazioni rivoluzionarie devono far fronte a una sfida enorme: essere in grado di trasmettere l’esperienza accumulata dalla generazione emersa dall’ondata di lotte del maggio '68.

Dalla fine degli anni Sessanta, per quasi sessant'anni, il capitalismo mondiale decadente è lentamente sprofondato in una crisi economica senza fine e in una barbarie crescente. Se dal 1968 alla metà degli anni Ottanta il proletariato ha condotto tutta una serie di lotte e ha accumulato una grande esperienza, in particolare nel confronto con i sindacati, la lotta di classe è declinata bruscamente a partire dal 1985/1986 e si è quasi spenta fino ad oggi. In questo contesto molto difficile, pochissime forze militanti si sono unite alle organizzazioni rivoluzionarie. Sotto i colpi della propaganda menzognera sulla “morte del comunismo” nel 1989/1990, un’intera generazione è stata persa. Da allora, con lo sviluppo della decomposizione, che attacca subdolamente la convinzione militante favorendo il no future, l'individualismo, la perdita di fiducia nel collettivo organizzato e nella lotta storica della classe operaia, molte forze militanti hanno gradualmente abbandonato la lotta e sono scomparse.

Quindi oggi il futuro dell’umanità poggia su un numero molto ridotto di militanti sparsi in tutto il mondo. Lo stato disastroso dell’ambiente politico proletario, incancrenito dallo spirito di competizione e dall’opportunismo, rende ancora più scarse le possibilità di successo della rivoluzione. Pertanto, il ruolo delle organizzazioni rivoluzionarie in generale, e della CCI in particolare, è ancora più vitale. Trasmettere alle nuove generazioni di militanti rivoluzionari che stanno iniziando ad arrivare le lezioni della nostra storia e delle organizzazioni del passato, lo spirito rivoluzionario di generazioni di militanti del passato che le hanno animate, è questa la chiave per il futuro.

CCI, 11 giugno 2023

 

[3] Il nostro rapporto sulla lotta di classe e il dibattito al congresso ci hanno ricordato ancora una volta il ruolo cruciale del proletariato dei Paesi occidentali che, per la sua storia e la sua esperienza, avrà la responsabilità di mostrare al proletariato mondiale la via della rivoluzione. Il nostro rapporto ricorda anche ampiamente la nostra posizione sulla “critica dell’anello debole”. È proprio questo approccio che ci ha permesso di prendere atto dell’eterogeneità del proletariato nelle diverse parti del mondo, dell’immensa debolezza del proletariato dei Paesi dell’Est e di anticipare la possibilità di conflitti nei Balcani. Così, già questa primavera, il nostro rapporto traeva le lezioni dalla guerra in Ucraina e prevedeva che: “L’incapacità della classe operaia di questi Paesi di opporsi alla guerra e al suo reclutamento, incapacità che ha reso possibile la macelleria imperialista in atto, indica fino a che punto la barbarie e il marciume capitalista stanno guadagnando terreno in parti sempre più ampie del globo. Dopo l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia centrale, una parte dell’Europa centrale è ora minacciata dal rischio di precipitare nel caos imperialista. L’Ucraina ha dimostrato che in alcuni Paesi satelliti dell'ex URSS, in Bielorussia, in Moldavia e nell'ex Jugoslavia, esiste un proletariato molto indebolito da decenni di sfruttamento forsennato da parte dello stalinismo in nome del comunismo, dal peso delle illusioni democratiche e incancrenito dal nazionalismo, così che la guerra può infuriare. In Kosovo, Serbia e Montenegro, le tensioni stanno effettivamente aumentando”.

[4] Ad esempio, la TCI ha preferito buttarsi nell’avventura di “No war but the class war”. Leggere a tale proposito il nostro articolo “Un comitato che trascina i partecipanti in un vicolo cieco”.

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25° Congresso Internazionale della CCI