Scioperi nelle maquiladoras (Messico): il miraggio sindacale ha castrato la combattività operaia

Matamoros è una città dello Stato di Tamaulipas, considerato una delle regioni più pericolose del Messico. È teatro di scontri continui tra bande mafiose che lottano per il controllo delle loro zone, seminando morte e terrore. Gli abitanti di questa regione, ma anche i migranti, messicani o centroamericani, che devono attraversare la regione per raggiungere gli Stati Uniti devono spesso fare i conti con sequestri, estorsioni e omicidi[1]. Matamoros, pur essendo caratterizzata da questo clima terribile, fa parte della zona industriale di confine creata alla fine degli anni ’60, che è stata potenziata ed estesa nella metà degli anni ’90 grazie all’ALENA[2]. Solo su questa parte del confine sono state insediate 200 maquiladoras[3], che non sono più piccoli e medi stabilimenti come negli anni ’70. Alcune sono grandi imprese situate in diverse aree e hanno fino a duemila lavoratori.

In questi stabilimenti gli operai lavorano a ritmi frenetici. Dal 2002 l’orario di lavoro è passato da 40 a 48 ore settimanali, mantenendo nel contempo salari quasi bloccati da 15 anni, con occasionali variazioni annuali minime. Per mantenere alti livelli di produzione e notevoli profitti, bisogna garantire una sorveglianza tecnica e politica ricorrendo a supervisori e capireparto, ma soprattutto attraverso l’organizzazione sindacale. Un’elevata produttività e bassi salari hanno permesso a questi progetti di investimento di fare grandi profitti, ma la presenza vigile dei sindacati è essenziale per assicurarsi la continua sottomissione degli operai. Tenuto conto del clima generale nella zona di confine, del forte controllo politico imposto in queste fabbriche dai sindacati e dalla direzione, sembrava poco probabile che si sviluppasse una reazione operaia in questa area, e ancor più, che potesse esprimere una grande combattività e una forte capacità di creare legami di solidarietà. Ciò dimostra che la classe operaia ha un potenziale e delle capacità di lotta sempre vivi, ma che non riesce ad assumere il controllo della sua lotta. Il peso della confusione e la mancanza di fiducia nelle proprie forze è infatti un problema che ha caratterizzato le mobilitazioni.

L’apparato della sinistra del capitale asserisce che ciò che è recentemente accaduto a Matamoros è stata una “rivolta operaia”, altri affermano che si è trattato di un attacco contro il Presidente Andrés Manuel López Obrador (AMLO) e la sua “quarta trasformazione”, mentre altri parlano di uno “sciopero di massa selvaggio”. Queste affermazioni, sbagliate, sono fuorvianti e attaccano direttamente gli operai occultando la realtà per evitare che possano trarre insegnamento dalle loro lotte.

Le forze proletarie sono soffocate dal Codice del lavoro della borghesia

Lo slogan che ha unificato e mobilitato gli operai per circa un mese e sintetizzava la loro rivendicazione era “20-32” cioè aumento del salario del 20% ed erogazione del bonus annuale di 32000 pesos (1660 dollari). La principale causa scatenante che ha alimentato il malcontento e animato la lotta è stata il peggioramento generalizzato delle condizioni di vita. Sin dall’inizio delle mobilitazioni si è manifestata una sfiducia nei confronti dei sindacati, ma gli operai non sono riusciti a capire che questi non erano più strumenti di cui potersi servire per difendere i propri interessi. Per questo hanno accettato le loro pratiche, dando sempre prova di indecisione e di una certa ingenuità. All’inizio hanno ritenuto possibile “fare pressione” sul “leader sindacale” e obbligarlo a “prendere la loro difesa”. Poi, questa indecisione si è trasformata in confusione generalizzata ritenendo che bastasse ricevere delle “assistenze legali oneste” per far valere i propri “diritti”.

Riponendo le speranze nelle leggi e in un avvocato per “difendere i propri interessi”, la mobilitazione operaia si è indebolita e la confusione ha guadagnato terreno. Sentendosi “protetti” non hanno più provato a prendere il controllo della loro lotta, mettendo in evidenza un grave problema con il quale si confronta attualmente la classe operaia: la mancanza di fiducia nelle proprie forze e l’assenza dell’identità di classe.

Questa difficoltà ha fatto sì che, malgrado la diffidenza nei sindacati, gli operai sono rimasti sotto il loro controllo e sul loro terreno, quello delle leggi sul lavoro. Le stesse leggi che conferiscono potere ai sindacati in quanto firmatari di contratti collettivi. Leggi che danno il potere ai sindacati di firmare i contratti collettivi. Attenedosi alle direttive sindacali, i lavoratori hanno dato il controllo della lotta al sindacato stesso, permettendogli di contenere il malcontento, smorzarne la combattività e imporre il rispetto delle leggi borghesi, impedendo così il raggiungimento di una vera unificazione delle forze operaie che avrebbero potuto organizzarsi al di fuori del sindacato.

Limitando la lotta al semplice rispetto delle leggi, gli operai, anche se scendono in piazza uniti e fanno assemblee generali, di fronte al padrone, allo Stato e al sindacato, agiscono separatamente, fabbrica per fabbrica e contratto per contratto. Esattamente quello che prevede la legislazione borghese che in questo modo divide e isola i lavoratori. In fin dei conti le leggi sono fatte apposta per sottomettere gli sfruttati.

Allora, è possibile lottare al di fuori del sindacato e al di sopra delle leggi? La classe operaia ha vissuto diverse esperienze che confermano questa possibilità. Ad esempio, nell’agosto del 1980 gli operai polacchi hanno organizzato uno sciopero di massa che hanno gestito realmente loro. Né la proclamazione dello sciopero, né la costituzione dei loro organi unitari di lotta rispettavano le disposizioni di legge, ma sono riusciti a estendere la mobilitazione a tutto il paese e a imporre una trattativa ufficiale con il governo. Le mobilitazioni di massa e la loro capacità di organizzazione hanno permesso di creare una grande forza capace di prevenire la repressione[4].

Lo strumento che lo Stato polacco ha usato per dividere e indebolire i lavoratori è stato lo stesso che impiegano tutte le borghesie del mondo: i sindacati. Con la creazione del sindacato Solidarnosc (diretto da Lech Walesa), lo Stato ha spezzato l’organizzazione e l’unità dei lavoratori il che gli ha permesso alla fine di estendere la repressione. Poi Lech Walesa è diventato capo dello Stato polacco.

Gli operai, e anche quelli di Matamoros devono recuperare la loro capacità di analisi; l’esperienza dello sciopero di massa in Polonia e della sua repressione ne è l’esempio migliore. Essa mostra chiaramente che il sindacato è un’organizzazione che agisce contro gli operai e che non basta non fidarsi: è assolutamente necessario organizzarsi al di fuori di esso e del suo terreno di mobilitazione.

I sindacati contro la classe operaia

Il primo grande insegnamento da trarre dalla lotta degli operai delle maquiladoras è che il sindacato è un’arma della borghesia[5]. I sindacati, spingendo gli operai ad accettare un aumento più basso del salario e a rifiutare il bonus, rivelano ancora una volta di non essere più uno strumento del proletariato (come nel XIX secolo). Le minacce e le aggressioni dirette perpetrate dal Sindacato dei Lavoratori giornalieri e degli Operai industriali e dell’Industria Maquiladora (SJOIIM) e dal Sindacato industriale dei lavoratori delle fabbriche di Maquilladoras e Assemblaggio (SITPME) hanno confermato chiaramente che gli interessi che difendono non sono quelli degli operai. Agendo sotto copertura nelle fila proletarie si rivelano armi della borghesia, come lupi travestiti da agnelli.

Nel corso degli scioperi i sindacati hanno agito difendendo gli interessi del padronato, per questo la maggioranza degli operai ha espresso un rifiuto dei dirigenti sindacali Juan Villafuerte e Jesús Mendoza, e le grida “fuori i sindacati!” sono risuonate senza sosta in ogni fabbrica e in ogni manifestazione. Ciò mostra il coraggio degli operai e la sfiducia verso i sindacati. Tuttavia, sono rimasti intrappolati in questa forma di coraggio e di combattività senza riuscire ad andare oltre. Non avendo fiducia nella loro forza, invece di assumere il controllo della lotta, organizzandosi in maniera unitaria in una struttura fuori dal sindacato, gli operai hanno riprodotto lo stesso schema: ufficialmente hanno smesso di seguire passivamente la direzione “traditrice” del sindacato, per seguire altrettanto passivamente la “nuova direzione” informale rappresentata dalla loro rappresentante legale, l’avvocatessa Susana Prieto, che ha usato le sue abilità di giurista[6] per riportare la lotta nel quadro della legislazione borghese ed ha suscitato una speranza nella creazione di un sindacato “indipendente” che avrebbe conteso la contrattazione collettiva alle vecchie organizzazioni sindacali.

Il lavoro di confusione, sottomissione e controllo che realizzano i sindacati non è prerogativa di alcuni paesi o di alcuni sindacati, tutti sono armi della borghesia. Esiste una differenza tra il SNTE e la CNTE[7]? Uno usa un linguaggio tradizionale, l’altro fa ricorso a discorsi e azioni apparentemente radicali, ma hanno lo stesso obiettivo: la sottomissione e il controllo dei lavoratori.

Non sorprende quindi che il governo di AMLO incoraggi con molta discrezione la creazione di nuovi sindacati che gli consentiranno di usare e di orientare il malcontento degli operai verso uno scontro con le vecchie organizzazioni sindacali, principalmente legate al Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI, come nel caso della CTM, della CROM e della CROC)[8]. López Obrador non ha “salvato” il boss mafioso del Sindacato messicano dei minatori e dei metalmeccanici Napoleón Gómez Urrutia (“Napito”) dal cosiddetto esilio in Canada, dove viveva nel lusso negli ultimi dodici anni, per farne un senatore, ma perché egli formasse una “nuova federazione sindacale”. Qualche mese dopo il suo ritorno in Messico, “Napito” ha creato la Confederazione Internazionale dei Lavoratori (CIT) e ha anche stretto alleanze con sindacati americani e canadesi, in particolare l’AFL-CIO[9].

Il Presidente, il 14 febbraio scorso, ha affermato che il governo non sarebbe intervenuto nella vita dei sindacati aggiungendo: “noi non possiamo impedire ai lavoratori o ai quadri del potere, in base alla legge, di chiedere la creazione di un nuovo sindacato” (dal quotidiano La Jornada)[10]. È in questa ottica che compaiono “nuovi” sindacati: progetti sindacali “alternativi” sono nati all’interno dell’IMSS, della PEMEX e dell’UNAM[11].

Nel XIX secolo i sindacati sono stati uno strumento importante di lotta e di unità degli operai. Lo stesso capitalismo, sviluppando le forze produttive, ha permesso l’attuazione di riforme economiche e sociali migliorando le condizioni di vita dei lavoratori. Oggi è impossibile per il sistema capitalistico apportare miglioramenti duraturi alla condizione operai. Questo ha portato i sindacati alla perdita del loro carattere proletario e alla loro integrazione nello Stato.

Quali insegnamenti trarre dal “Movimento 20-32”?

La mobilitazione guidata dagli operai delle maquiladoras è stata senza alcun dubbio un evento molto combattivo, ma non ha potuto evitare che la maggior parte degli operai si facesse trarre in inganno dalle leggi e dallo stesso sindacato, perché si è diffusa la confusa speranza secondo cui le leggi, come i sindacati, se diretti “in modo onesto”, potrebbero perdere la loro natura antiproletaria. Anche il richiamo al decreto di Lopez Obrador (“Decreto sugli incentivi fiscali nella regione di frontiera del Nord)[12] per dimostrare la “legalità” dell’aumento salariale nelle maquiladoras, ha mostrato che la confusione è ancora più profonda, perché alimenta la speranza che il nuovo governo possa migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. In più, il governo di AMLO ha approfittato della mobilitazione dei lavoratori per mostrare al suo partner nordamericano la volontà di adeguarsi agli aumenti salariali negli stabilimenti dei settori automobilistici ed elettronici situati in Messico, come richiede il governo di Trump negli accordi ALENA 2.0 (ribattezzati USMCA, Accordo Stati Uniti- Messico- Canada).

Un elemento importante da considerare sono le conseguenze delle forme di organizzazione che il movimento ha adottato. Ad esempio, la mancanza di controllo della lotta da parte dei lavoratori e la frammentazione degli scioperi alla fine rompono i legami di solidarietà e permettono forme di ritorsione. Secondo le stime ufficiali 5000 operai sono stati licenziati per aver partecipato allo sciopero.

In conclusione, grazie agli scioperi è potuta emergere una combattività operaia motivata dal degrado della qualità della vita, ma la borghesia ha subito inibito queste spinte coraggiose alimentando l’illusione “del rispetto democratico” delle leggi e impedendo lo sviluppo della coscienza.

Ancora più grave il fatto che i problemi che sono emersi nel corso della mobilitazione potrebbero estendersi e aggravarsi. La mancanza di riflessione e l’entusiasmo con il quale gli scioperi sono stati revocati hanno creato un clima propizio al ritorno delle illusioni nelle leggi e nelle nuove organizzazioni sindacali. L’avvocatessa ha dichiarato che durante la “seconda fase” del movimento 20-32, si punterà alla formazione di un sindacato “indipendente” e che lei creerà a Matamoros uno studio di avvocati “onesti” per “difendere” gli operai, diffondendo ancora di più illusioni e confusione. L’unica via di uscita per gli operai di fronte a questa offensiva è la lotta, il prendere nelle propri mani il controllo e la riflessione sulla natura dei sindacati e sulla loro integrazione nell’apparato dello Stato in ogni parte del mondo.

Tatlin, aprile 2019

Da Revolución Mundial, organo della CCI in Messico

 

[1] È del 2010 la macabra scoperta di 79 corpi di migranti centroamericani. Nell’anno successivo, nel 2011, è stata trovata una fossa con circa 200 corpi, per alcuni erano molti di più.

[2] ALENA: Accordo di Libero scambio Nordamericano firmato da Stati Uniti, Canada e Messico, entrato in vigore nel 1994 e rinegoziato da Trump con l’ALENA 2.0

[3] Le maquiladoras sono stabilimenti di montaggio in zona franca che assemblano componenti importati esenti da dazi doganali e destinati ad essere esclusivamente riesportati. Sono soprattutto stabilimenti dell’industria tessile o fabbriche di assemblaggio del settore automobilistico. Servono anche a conservare e a sfruttare al massimo la manodopera migrante latinoamericana all’interno e lungo tutto il confine messicano.

[4] Sull’esperienza della Polonia vedi: “Polonia, Agosto 1980: 25 anni fa il proletariato rifaceva l'esperienza dello sciopero di massa” (I parte e II parte) sul nostro sito

[5] “I sindacati contro la classe operaia”, opuscolo della CCI

 [6] Non mettiamo in discussione l’onestà della persona, ma i suoi dettami professionali la inducono a muoversi nel quadro delle leggi borghesi. Il fatto che esprima simpatia e sostegno al governo di López Obrador la colloca su un terreno chiaramente borghese.

[7] SNTE: Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Istruzione (sindacato ufficiale). CNTE: Centrale Nazionale dei Lavoratori dell’Istruzione (sindacato “dissidente”).

[8] CTM: Confederazione dei Lavoratori del Messico, creata nel 1936. CROM: Confederazione Regionale Operaia Messicana, fondata nel 1918. CROC: Confederazione Rivoluzionaria degli Operai e dei Contadini, fondata nel 1952.

[9] La Federazione Americana del Lavoro- Assemblea delle Organizzazioni Industriali, detta AFL-CIO, è la maggiore organizzazione e federazione sindacale degli Stati Uniti, che raggruppa anche sindacati quali la United Steelworkers (metalmeccanici) del Canada.

[10] Dietro questa illusione c’è una lotta tra frazioni borghesi per il controllo del dispositivo di gestione sindacale, essendo i sindacati tradizionali largamente discreditati, cinghia di trasmissione dei vecchi governi (in particolare del PRI), mentre i “nuovi” sindacati, detti “indipendenti”, sono più o meno apertamente strumentalizzati dal nuovo governo.

[11] IMSS: Istituto Messicano della Sicurezza Sociale. PEMEX: prima compagnia petrolifera messicana. UNAM: Università nazionale autonoma del Messico, considerata una delle migliori al mondo.

[12] Il 10 dicembre 2018, il governo di AMLO ha presentato un programma per favorire l’occupazione e gli investimenti nella zona di confine rallentando così i flussi migratori verso gli Stati Uniti.

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