Da una nostra riunione pubblica: è possibile costruire una società comunista?

Nell’aprile
scorso la nostra organizzazione ha tenuto una riunione pubblica
sul tema “Un solo altro mondo è possibile: il
comunismo”. Nella relazione introduttiva, oltre ad una
critica delle teorie del movimento no-global che pretende di
“cambiare il mondo” ma nei fatti propone semplicemente
un capitalismo “dal volto umano”, abbiamo sviluppato
in positivo la concezione marxista della società comunista
di cui il proletariato è portatore. Abbiamo spiegato perché
una tale società è non solo necessaria, data la
decadenza dell’attuale sistema, ma anche possibile sulla
base dello sviluppo attuale delle forze produttive che potrebbero
permettere di costruire un mondo basato sulla piena soddisfazione
dei bisogni reali del genere umano e questo in perfetta armonia
con il resto della natura. La discussione è stata molto
sentita dai compagni presenti perché effettivamente la
barbarie crescente che si sta manifestando a tutti i livelli della
nostra vita (crisi, guerre senza fine, atrocità di ogni
tipo, degrado sociale ed ambientale) fa emergere l’esigenza
di capire il perché di tutto questo e se c’è
una prospettiva diversa. La discussione si è sviluppata in
particolare su di un aspetto: date per stabilite le condizioni
oggettive di sviluppo delle forze produttive, è veramente
possibile arrivare al comunismo? Alcuni compagni, pur apprezzando
e condividendo la relazione da noi fatta, hanno infatti espresso
delle perplessità sulla possibilità che l’uomo
possa effettivamente costruire una società comunista, una
società senza concorrenza, senza soprusi, senza una lotta
perenne degli uni contro gli altri: “Il comunismo sembra
la soluzione più allettante ma il nuovo mondo va costruito,
non è scontato, ed allora come è possibile
arrivarci, visto la situazione da cui partiamo?”
; “A
parte la guerra, alla quale ci siamo quasi abituati, la pedofilia,
la prostituzione, il dilagare della droga sono frutti del
capitalismo o sono insiti nella natura umana?. La proposta è
quella di una umanità diversa, ma in una nuova società
avremo la liberazione da tutto questo, oppure ci sarà
sempre la prevaricazione dell’uomo sull’uomo?”
;
ed ancora, “L’uomo dovrà liberarsi di
millenni di queste brutture, ammesso che si arrivi all’uomo
nuovo. Nella Rivoluzione russa gli stessi che avevano partecipato
alla rivoluzione hanno poi fatto quello che hanno fatto
(la
compagna faceva riferimento alle atrocità dello stalinismo
seguito alla sconfitta della rivoluzione, ndr). Nel corso della
discussione noi, ed anche altri compagni presenti alla riunione,
abbiamo risposto a queste questioni, cercando di mostrare come
tutti gli aspetti citati dai compagni (pedofilia, droga,
prostituzione e le stesse atrocità dello stalinismo) non
fossero legati agli individui e dunque ad una sorta di “natura
umana” distruttiva insita in ognuno di noi, ma
manifestazioni diverse, ed a livello diverso, dell’ideologia
di un sistema che si basa sullo sfruttamento dell’uomo
sull’uomo e che modella tutti gli aspetti della società
e dunque degli uomini che ne fanno parte, in funzione di questa
sua necessità. Non vogliamo qui riprendere tutti gli
argomenti sviluppati nella discussione, ma piuttosto ritornare
sulla questione più generale della “natura umana”
con un articolo scritto diversi anni fa dalla nostra
organizzazione che può fornire ulteriori elementi di
riflessione ai compagni che hanno partecipato a questa
discussione, ma anche a molti altri compagni e lettori che
avvertono le stesse preoccupazioni e si pongono le stesse domande.
Il capitalismo sta trascinando la società in un baratro ed
in questo precipitare sta erodendo la fiducia dei proletari non
solo nella propria classe, ma più in generale nel genere
umano nel suo insieme. Contrapporsi a questa perdita di fiducia è
essenziale per far riemergere con forza una prospettiva di futuro
per l’insieme dell’umanità.

La natura
umana

Questa
“natura umana” è un po’ come la pietra
filosofale che gli alchimisti hanno ricercato per secoli. Fino ad
ora tutti gli studi sulle “invariabili sociali” (come
dicono i sociologi), cioè sulle caratteristiche del
comportamento umano valido in tutti i tipi di società,
hanno messo in evidenza fino a che punto la psicologia e gli
atteggiamenti umani sono stati variabili e legati al quadro
sociale nel quale si è sviluppato ogni individuo
considerato. In effetti se c’è una caratteristica
fondamentale di questa famosa “natura umana” che la
distingue da quella degli altri animali, è proprio l’enorme
importanza dell’”acquisizione” rispetto
all’”innato”, è proprio il ruolo decisivo
che gioca l’educazione, e dunque l’ambiente sociale
nel quale si trova l’uomo adulto.

Marx
sottolineava che “l’ape oscura l’abilità
di più di un architetto per la struttura delle sue celle di
cera; ma ciò che distingue dagli albori il peggior
architetto dall’ape più esperta, è il fatto
che questo ha costruito la cella nella sua testa prima di
costruirla nell’arnia”
. E’ in maniera
geneticamente programmata che l’ape possiede l’attitudine
a costruire degli esagoni perfetti, come il piccione viaggiatore
ha la capacità di ritrovare il suo nido a 1000 km di
distanza o lo scoiattolo immagazzina le nocciole che non potrebbe
trovare dopo. Invece, la forma finale dell’edificio che
progetta il nostro architetto sarà determinata non da una
qualche eredità genetica ma da tutta una serie di elementi
che gli saranno forniti dalla società nella quale vive. Che
si tratti del tipo di edificio che gli è stato
commissionato, dei materiali o degli attrezzi utilizzabili, delle
tecniche produttive dei diversi corpi di mestiere che possono
partecipare al prodotto, delle conoscenze scientifiche alle quali
si rifà, tutto è determinato dall’ambiente
sociale.

Accanto a
questo, la parte di ciò che viene da un qualcosa di
“innato” trasmesso geneticamente dai genitori
dell’architetto si riassume essenzialmente nel fatto che il
frutto del loro accoppiamento non è stato un’ape, o
un piccione, ma un uomo, cioè un individuo appartenente
come loro alla specie umana nella quale, appunto, la parte delle
acquisizioni che entrano nella formazione dell’individuo
adulto è di gran lunga la più importante.

Lo stesso
vale per quello che riguarda la natura dei comportamenti. Ad
esempio, il furto è un crimine, cioè una
perturbazione del funzionamento della società che, se
generalizzato, diventa per essa catastrofico. Chi ruba, o peggio
minaccia, aggredisce o uccide delle persone è un criminale,
un essere considerato quasi da tutti come un malfidato, un
asociale al quale bisogna “impedire di nuocere” (a
meno che non lo faccia nel quadro delle leggi esistenti, nel qual
caso la sua abilità ad estorcere il plusvalore ai proletari
sarà lodata e riccamente ricompensata e la sua efficacia
nel massacro di questi gli varrà galloni e medaglie). Ma il
comportamento “furto” ed i criminali “ladri”,
“rapitori” o “assassini”, così come
tutto quello in connessione con questo: leggi, giustizia, polizia,
prigioni, film polizieschi, romanzi “gialli” e “neri”
potrebbero esistere se non ci fosse niente da rubare perché
tutti i beni materiali, per l’abbondanza permessa dallo
sviluppo delle forze produttive, sarebbero a libera disposizione
di tutti i membri della società? Evidentemente no! E si
potrebbero moltiplicare gli esempi che mostrano fino a che punto i
comportamenti, le attitudini, i sentimenti, le relazioni fra gli
uomini sono determinati dall’ambiente sociale.

Qualcuno
potrebbe obiettare che se esistono dei comportamenti antisociali,
quale che sia la forma che assumono in funzione delle forme della
società, è perché esiste nel profondo della
“natura umana” una parte di atteggiamento asociale, di
aggressività verso gli altri, di “criminalità
potenziale”. Si sente dire: “Spesso il volere non è
per necessità materiale”, “il crimine gratuito
esiste”, o ancora “se i nazisti hanno potuto
commettere tali orrori è perché l’uomo porta
in se il male che emerge appena le condizioni sono favorevoli”.
Ma cosa significano queste obiezioni se non il fatto che non
esiste una “natura umana” in se “buona” o
“cattiva”, se non un uomo sociale le cui molteplici
potenzialità si esprimono in maniera diversa a seconda
delle condizioni in cui egli vive? A tale riguardo le statistiche
sono eloquenti: è la “natura umana” che diventa
peggiore nei periodi di crisi della società quando si
assiste ad un aumento della criminalità e di tutti i
comportamenti morbosi? Lo sviluppo di atteggiamenti asociali in un
numero crescente di individui non è al contrario
l’espressione di una non adeguata crescita della società
esistente rispetto ai bisogni umani i quali, eminentemente
sociali, non riescono più a trovare soddisfazione
all’interno di quella che, appunto, diventa sempre meno una
società, una comunità?

Altri basano
il loro rigetto della possibilità del comunismo sulla
seguente argomentazione: “Voi parlate di una società
che soddisferà veramente i bisogni umani, ma la proprietà,
il potere sugli altri sono appunto dei bisogni umani essenziali ed
il comunismo, che li esclude, è mal posto per una tale
soddisfazione. Il comunismo è impossibile perché
l’uomo è egoista”.

Il bisogno
di proprietà

Nella
“Introduzione a l’economia politica” Rosa
Luxemburg descrive lo sgomento dei borghesi inglesi quando,
all’epoca della conquista dell’India, scoprirono dei
popoli che non conoscevano la proprietà privata. Essi si
consolavano dicendo che si trattava di “selvaggi”, ma
anche a chi era stato insegnato dalla società che la
proprietà privata è “naturale”, creava
un certo imbarazzo constatare che erano proprio dei “selvaggi”
ad avere il modo di vita più “artificiale”. Nei
fatti l’umanità aveva un tale “bisogno naturale
di proprietà privata” da farne a meno per più
di un milione di anni. Ed in molte occasioni è stato a
colpi di massacri che si è fatto scoprire agli uomini
questo “bisogno naturale”, come appunto è stato
il caso degli Indiani citati da Rosa Luxerburg. Lo stesso vale per
il commercio, forma “naturale ed unica” di
circolazione dei beni e la cui ignoranza da parte degli autoctoni
scandalizzava i colonizzatori: indissociabile dalla proprietà
privata, il commercio appare e scomparirà con essa.

Un’altra
idea corrente è che se non ci fosse il profitto come
stimolatore della produzione e del suo progresso, se il salario
individuale non fosse la contropartita degli sforzi fatti dal
lavoratore, nessuno più produrrebbe. Effettivamente,
nessuno più produrrebbe in modo capitalista, cioè in
un sistema basato sul profitto ed il salario, in cui la più
piccola scoperta scientifica deve essere “redditizia”,
in cui il lavoro, per la sua durata, la sua intensità, la
sua forma inumana, è diventato una maledizione per la
stragrande maggioranza dei proletari. Al contrario, lo scienziato
che attraverso le sue ricerche partecipa al progresso della
tecnica, ha bisogno di uno “stimolante materiale” per
lavorare? In genere egli è pagato meno di un quadro di
fabbrica che, lui, non fa fare nessun progresso alla conoscenza.
Il lavoro manuale è per forza di cose sgradevole? A cosa
farebbe riferimento l’espressione “amore del mestiere”
o il gusto per il bricolage ed ogni sorta di attività
manuale che spesso sentiamo? In effetti il lavoro, quando non è
alienato, assurdo, sfiancante, quando i suoi prodotti non
diventano delle forze ostili ai lavoratori, ma dei mezzi per
soddisfare realmente dei bisogni della collettività,
diventa il primo bisogno umano, una delle forme essenziali di
sviluppo delle facoltà umane. Nel comunismo gli uomini
produrranno per il loro piacere.

Il bisogno
di potere

Dall’esistenza
oggi generalizzata di capi, di rappresentanti dell’autorità,
si deduce che nessuna società può fare a meno di
capi, che gli uomini non potranno mai fare a meno di subire
un’autorità o di esercitarla sugli altri. Non possiamo
ritornare qui su quello che il marxismo ha da tempo detto sul
ruolo delle istituzioni politiche, sulla natura del potere statale
e che si riassume nell’idea che l’esistenza di una
autorità politica, di un potere di alcuni uomini sugli
altri è il risultato dell’esistenza nella società
di opposizioni e di scontri tra gruppi di individui (le classi
sociali) dagli interessi antagonisti.

Una società
in cui gli uomini si fanno concorrenza tra loro, dove gli
interessi si contrappongono, dove il lavoro produttivo è
una maledizione, dove la coercizione è permanente, dove i
bisogni umani più elementari sono calpestati per la grande
maggioranza, una tale società ha “bisogno” di
capi (come ha bisogno di polizia o della religione). Ma che si
sopprimano tutte queste aberrazioni e si vedrà se i capi ed
il potere sono sempre necessari. “Si (dirà sempre
quel qualcuno), l’uomo ha bisogno di dominare gli altri o di
essere dominato. Quale che sia la società, esisterà
sempre il potere di alcuni sugli altri”. E’ vero che
lo schiavo che ha sempre portato le catene ai piedi ha
l’impressione che lui non potrà mai farne a meno per
camminare. Per gli uomini il bisogno di esercitare un potere sugli
altri è il complemento di quello che si potrebbe chiamare
“la mentalità dello schiavo”: l’esempio
dell’esercito dove il maggiore stupido e disciplinato è
allo stesso tempo quello che abbaia in permanenza contro i suoi
uomini, è significativo. Nei fatti se gli uomini hanno
bisogno di esercitare un potere sugli altri è perché
esercitano ben poco potere sulla propria vita e sull’insieme
dell’andamento della società. La volontà di
potenza di ogni uomo è in misura della sua impotenza reale.
In una società dove gli uomini non sono schiavi impotenti
né delle leggi della natura, né delle leggi
dell’economia, dove si liberano delle seconde ed utilizzano
in modo cosciente le prime, dove sono “padroni senza
schiavi”, non hanno più bisogno di questo surrogato
della potenza che è il dominio sugli altri.

Ciò
che vale per la “sete di potere” vale anche per
l’aggressività. Di fronte all’aggressione
permanente di una società che marcia sottosopra, che gli
impone un’agonia perpetua ed una rinuncia costante dei
propri desideri, l’individuo è necessariamente
aggressivo: si tratta della semplice manifestazione, ben nota in
tutti gli animali, dell’istinto di conservazione. Dotti
psicologi affermano che l’aggressività sarebbe un
impulso inerente a tutte le specie del regno animale, che avrebbe
bisogno di manifestarsi in ogni caso, in ogni circostanza: ma
anche se fosse così, che gli uomini abbiano la possibilità
di impiegarla per combattere gli ostacoli materiali che
intralciano un rifiorire ogni giorno più grande, e vedremo
se hanno ancora bisogno di esercitarla contro altri uomini!

L’egoismo
degli uomini

Il “ciascuno
per sé” sarebbe una caratteristica degli uomini.
Senza dubbio è una caratteristica dell’uomo borghese,
di quello che “si è fatto da solo”, ma questa
non è che l’espressione ideologica della realtà
economica del capitalismo e non ha niente a che vedere con la
natura umana. Altrimenti bisognerebbe considerare che questa
“natura umana” si è trasformata radicalmente
dal comunismo primitivo in poi, o anche dal feudalesimo con la sua
comunità di villaggio. Nei fatti l’individualismo fa
la sua entrata trionfale nel mondo delle idee quando i piccoli
proprietari indipendenti appaiono nelle campagne (abolizione del
servaggio) e nelle città. Piccolo proprietario “riuscito”,
in particolare rovinando i suoi vicini, il borghese aderisce con
fanatismo a questa ideologia attribuendole il titolo di
“naturale”. Per esempio, non si fa scrupolo a fare
della teoria di Darwin una giustificazione della “lotta per
la sopravvivenza”, della “lotta di tutti contro
tutti”.

Ma con la
comparsa del proletariato, classe associata per eccellenza, si
apre una falla nel dominio assoluto dell’individualismo. Per
la classe operaia la solidarietà è innanzitutto un
mezzo elementare per assicurare una difesa elementare dei suoi
interessi materiali. A questo punto si potrebbe già
obiettare a quelli che dicono che “l’uomo è
naturalmente egoista” che se l’uomo è egoista è
però anche intelligente e la sola volontà di
difendere i suoi interessi lo spinge all’associazione ed
alla solidarietà appena le condizioni materiali lo
permettono. Ma non è tutto: in questo essere sociale per
eccellenza, la solidarietà e l’altruismo sono, tanto
in senso che nell’altro, dei bisogni essenziali. L’uomo
ha bisogno della solidarietà degli altri, ma ha anche
bisogno di manifestare la sua solidarietà agli altri. Ed è
qualcosa che si manifesta frequentemente nella nostra società,
per quanto alienata sia, e che è riconosciuta in maniera
semplice e corrente attraverso l’idea che “ognuno ha
bisogno di sentirsi utile agli altri”. Qualcuno dirà
che l’altruismo è anch’esso una forma di
egoismo poiché chi lo pratica lo fa innanzitutto per
compiacere se stesso. Sia! Ma questa sarebbe un altro modo per
esprimere l’idea difesa dai comunisti che non c’è
opposizione tra l’interesse individuale e l’interesse
collettivo. Una contrapposizione tra l’individuo e la
società si manifesta nelle società di sfruttamento,
nelle società che conoscono la proprietà privata
(cioè privata agli altri) e questo è perfettamente
logico: come potrebbe esserci armonia tra, da una parte, degli
uomini che subiscono l’oppressione e, dall’altra, le
istituzioni che garantiscono e perpetuano questa oppressione. In
una tale società l’altruismo può manifestarsi
essenzialmente sotto forma di carità o sotto forma di
sacrificio, cioè di negazione di se stessi e non come
affermazione, crescita comune e complementare di se e degli altri.

Contrariamente
a quanto vuol farci credere la borghesia, il comunismo non è
affatto negazione dell’individualità: è il
capitalismo, dove i proletari diventano un’appendice della
macchina produttiva, che opera una tale negazione e che la spinge
all’estremo in quella sua espressione specifica di
imputridimento che è il capitalismo di Stato. Nel
comunismo, in questa società che si è sbarazzata del
nemico per eccellenza che è lo Stato la cui esistenza non
ha più ragion d’essere, è il regno della
libertà che si instaura per ogni membro della società.
Dato che l’uomo realizza le sue molteplici potenzialità
in modo sociale e dato che scompare l’antagonismo tra
interesse individuale e interesse collettivo, si apre un campo
nuovo per il rifiorire di ogni individuo.

Inoltre,
lungi dall’accentuare l’uniformità
generalizzata sviluppatasi con il capitalismo, il comunismo,
permettendo di rompere con una divisione del lavoro che fissa ogni
individuo in un ruolo che gli viene incollato alla pelle per tutta
la vita, è per eccellenza la società della
diversità. Ormai ogni nuovo progresso della conoscenza o
della tecnica non determina una specializzazione ancora più
spinta, ma al contrario allarga ogni volta di più il campo
delle molteplici attività attraverso le quali ogni uomo può
esprimersi. Come scrivevano Marx ed Engels: “…appena
il lavoro comincia ad essere diviso, ciascuno ha una sfera di
attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e
dalla quale non può sfuggire: è cacciatore,
pescatore, o pastore, o critico critico e tale deve restare se non
vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società
comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività
esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere,
la società regola la produzione generale e appunto in tal
modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani
quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio
pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così
come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né
pescatore, né pastore, né critico”

(L’ideologia tedesca).

Si, e non se
ne dispiacciano i borghesi e tutti gli spiriti scettici o
afflitti, il comunismo è fatto per l’uomo, l’uomo
può vivere nel comunismo e farlo vivere! (da Révolution
Internationale
n. 62)

Vita della CCI: