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La visione del partito nella concezione di Cervetto e di Lotta Comunista (III)Submitted by RivoluzioneInte... on Lun, 05/06/2006 - 23:13.
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Nei primi due articoli, apparsi sui numeri 142 e 143 del nostro giornale, abbiamo visto come, al di là di un richiamo formale a Lenin sulla questione del partito, l’impostazione teorica e la pratica politica di Cervetto e di Lotta Comunista (LC) corrispondono ad una concezione ed a un metodo propri della visione borghese. In questo articolo vedremo come questa visione borghese non derivi da una carente comprensione degli insegnamenti di Lenin, ma da un vero e proprio stravolgimento di questi ed in particolare del Che fare?, fino ad arrivare a posizioni, ma soprattutto ad una pratica politica che non sono mai state né di Lenin, né delle varie espressioni di quella Sinistra Comunista che LC pretende di incarnare.
Cervetto ha preteso di fondare tutta la sua dottrina sul Partito sull’idea espressa da Lenin nel Che fare? secondo la quale “la coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche…il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi…. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente… il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato la coscienza della sua situazione e della sua missione.” (citazioni di K. Kautsky riprese da Lenin nel Che fare? Editori Riuniti, pag 72). Abbiamo più volte espresso la nostra critica ad una tale concezione della coscienza portata dall’esterno, pur facendo nostra la giusta critica che Lenin sviluppa in questo testo contro gli economisti dell’epoca per i quali l’avanguardia rivoluzionaria della classe costituiva nei fatti un semplice supporto alla lotta rivendicativa dei proletari (1). Non sviluppiamo qui questo aspetto perché non è il rifarsi a questa posizione errata espressa da Lenin che determina la natura controrivoluzionaria di LC. La corrente bordighista - alla quale appartengono gruppi come Programma Comunista, Le Proletaire, Il Partito di Firenze, ecc. - basa la sua concezione del partito su questa stessa visione, ma la nostra critica alla concezione del partito rivoluzionario di Bordiga e della corrente bordighista, per quanto profonda e determinata, non ha mai messo in discussione l’appartenenza di questi al campo rivoluzionario. La questione è che Cervetto, nel suo testo di base Lotte di classe e partito rivoluzionario, stravolge completamente questa idea espressa da Lenin in polemica contro gli economisti e da lui stesso ridimensionata nei fatti dopo il 1905: “Dallo sciopero e dalle dimostrazioni alle barricate isolate, dalle barricate isolate alla costruzione in massa delle barricate e alla lotta di strada contro le truppe. Senza l’intervento delle organizzazioni, la lotta proletaria di massa era passata dallo sciopero all’insurrezione…. Il movimento sorto dallo sciopero generale politico, si era elevato ad un grado superiore…. Il proletariato aveva avvertito prima dei suoi capi il mutamento delle condizioni oggettive della lotta, la quale esigeva il passaggio dallo sciopero all’insurrezione. Come sempre, la pratica aveva preceduto la teoria” (2). Chi parla è lo stesso Lenin del Che fare? E’ un marxista che, basandosi sull’esperienza della propria classe, sa riconoscere e comprendere che i Soviet sorti durante la rivoluzione del 1905 in Russia non corrispondono ad uno qualsiasi dei modi in cui i proletari si possono organizzare per portare avanti le proprie rivendicazioni, ma la forma di organizzazione che corrisponde “ad un grado superiore” di maturazione politica avvenuta nella classe, alla consapevolezza che solo unendo le proprie forze e decidendo in prima persona come lottare, con quali obiettivi e con quali strumenti, i proletari avrebbero potuto porre fine alle condizioni insopportabili che vivevano.
Ma questo non è il solo stravolgimento. In particolare nel capitolo “La superiorità naturale del proletariato”, il proletariato viene nei fatti presentato come una massa di manovra che il Partito deve prima strappare dalla presa della borghesia e poi, una volta “compattata” deve utilizzare per approfittare degli scontri tra frazioni borghesi (piccola e grande borghesia) dagli interessi divergenti per disgregare il fronte borghese e fare la rivoluzione: “Solo quando avrà indebolito le forze borghesi dell’apporto delle forze operaie che esse utilizzano, il Partito rivoluzionario, potrà contare sulla superiorità naturale (che come si spiega prima è data dalla superiorità numerica e dalla sua “compattezza”, cioè dalla concentrazione dei proletari nelle grandi fabbriche, ndr) di fronte alle forze borghesi che sguarnite dai contingenti proletari, inevitabilmente si scontrano ed aprono la strada a quella crisi di disgregazione in cui il proletariato rimane l’unica forza compatta” (idem, pag. 60).
Anche sui sindacati, Cervetto prima e LC fino ad oggi, pretendono di rifarsi alla posizione di Lenin e del partito bolscevico, secondo cui le avanguardie rivoluzionarie dovrebbero lavorare all’interno delle organizzazioni sindacali perché queste avrebbero da giocare ancora un ruolo positivo per lo sviluppo della lotta di classe, anche se il 1905 aveva trovato nei Soviet la forma della dittatura del proletariato. Come è noto la questione sindacale suscitò un grande dibattito già al I Congresso della III Internazionale nel 1919 tra i bolscevichi e le altre organizzazioni rivoluzionarie, in particolare quella tedesca, svizzera, inglese. I primi, provenienti da un paese dove vigeva l’arretrato regime dell’assolutismo zarista e dove i sindacati erano sorti relativamente da poco (nei fatti nel 1905 quando l’effervescenza rivoluzionaria li strascina nel movimento spesso sotto la direzione dei Soviet), sostenevano questa tesi. Gli altri, provenendo invece da paesi più maturi da un punto di vista dello sviluppo capitalistico e con una più vecchia esperienza di sindacalismo, denunciavano già all’epoca il sindacato come un organismo non più utilizzabile per lo sviluppo del movimento di classe (3). Le diversificazioni sulla questione sindacale sono continuate ad esistere all’interno della Sinistra comunista dove la posizione del Partito bolscevico sui sindacati è stata ripresa da altre formazioni politiche, in particolare della corrente bordighisti. Ma la posizione e la conseguente pratica di LC non hanno nulla a che vedere con tutto questo. A parte il fatto che Cervetto, nella sua presunta elaborazione scientifica, anche su questa questione non si cura proprio di prendere in esame, anche solo per criticarle, le posizioni espresse dalle altre forze rivoluzionarie dell’epoca e successive, né di valutare storicamente queste posizioni, qual è la pratica politica che scaturisce da questa presunta fedeltà a Lenin? Nelle sue Tesi del ’57, al punto Questione sindacale leggiamo “Fermo restando che il principio che la nostra azione deve tendere a fare una ‘attività rivoluzionaria nei sindacati’ e non del sindacalismo, la Sinistra Comunista (cioè LC secondo l’autore, ndr) deve organizzare una propria corrente sindacale nella CGIL, promuovendo tutte le iniziative e tutti gli strumenti atti a favorire questa organizzazione (censimento e convegno sindacale, nomina di responsabili del lavoro sindacale, bollettino sindacale, ecc). Data la natura dell’unica corrente sindacale a carattere rivoluzionario esistente nella CGIL, i Comitati di difesa sindacale, la Sinistra Comunista dovrà condurre trattative con i compagni anarchici che la compongono, al fine di costruire, con una eventuale alleanza, una corrente sindacale unica di minoranza rivoluzionaria in seno alla CGIL”. Così, mentre il lavoro nei sindacati nella Russia agli inizi del 1900 per Lenin significava favorire il raggruppamento dei proletari, la loro unità nella lotta comune, favorire la presa di coscienza della propria forza come classe, per LC non è altro che una politica di entrismo per crearsi un seguito, in modo da acquisire posizioni di forza all’interno della struttura sindacale, alleandosi con non importa chi pur di attestarsi come forza dirigente. Non è un caso se la scelta del campo di azione ricada sulla CGIL perché questa, essendo di “sinistra”, ha degli iscritti già schierati politicamente e quindi più facilmente reclutabili per chi si presenta come rivoluzionario. Coerentemente con questa visione il ruolo assunto da LC è stato sempre di sostegno ai sindacati ed alla loro specifica funzione all’interno dello schieramento capitalista contro la classe operaia: che è quella di contenere la reazione operaia al proprio sfruttamento nell’ambito della “contrattazione democratica” consentita dalle regole del sistema, ostacolando qualsiasi tentativo della classe di - volendo usare i termini cari a Cervetto - passare dalla “lotta economica” alla “lotta politica”, dalla lotta difensiva delle proprie condizioni di vita nella società capitalista, alla lotta offensiva per distruggere questo sistema di sfruttamento.
Così quando, nelle lotte dell’autunno caldo in Italia nel ’69, i proletari iniziarono ad individuare nei sindacati un loro nemico e questi, a loro volta, comprendendo che le commissioni interne non bastavano più a controllare la classe operaia, cominciarono a puntare su strumenti più efficaci quali i “consigli di fabbrica”, LC, oltre a farneticare paragonando questi ultimi a dei soviet, si fece in quattro per dare una patente di classe a tutta una serie di organi dirigenti del sindacato che avevano avuto il merito di difendere l’istituzione dei consigli di fabbrica. “Nei sindacati stessi si sono formati uomini su posizioni “sindacaliste”, su posizioni “trade-unioniste”, … che cercano di realizzare il grande sindacato su posizioni legate alle grandi fabbriche. … Queste posizioni … le ritroviamo espresse nei documenti elaborati in convegni e riunioni di direttivi, ecc….” (dal testo di LC “Consigli di fabbrica, commissioni interne: analisi di uno scontro politico”). I documenti a cui faceva riferimento LC erano del Comitato centrale della FIOM, della segreteria nazionale Fiom, dei direttivi provinciali FIM, FIOM, UILM di Genova e così via.
Questa è la “coscienza” che Lotta Comunista vuole portare dall’esterno alla classe operaia.
2 giugno 2006 Eva 1. Sulla questione della coscienza vedi il nostro opuscolo “Concience de classe et role des revolutionaires” in francese, e in italiano gli articoli “Coscienza di classe e ruolo dei rivoluzionari”, su Rivista Internazionale n. 3, e “Sul ruolo dei rivoluzionari nelle lotte proletarie: una risposta al marxismo pietrificato di Programma Comunista” in Rivoluzione Internazionale n.12, aprile 1978)
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