Disastri ambientali, inquinamento, variazioni climatiche. Il mondo sulla soglia di un collasso ambientale. 1a parte

I prodromi della catastrofe

«La fame si
sviluppa nei paesi del terzo mondo e ben presto raggiungerà i paesi che si
pretendevano “socialisti”, mentre in Europa occidentale e nel Nord America si
distruggono stock di prodotti agricoli, si pagano i contadini perché coltivino
sempre meno terra, si penalizzano se producono più delle quote imposte. In
America Latina, le epidemie, come quella del colera, uccidono migliaia di
persone, mentre questo flagello era stato vinto da tempo. Per tutto il mondo
inondazioni o terremoti uccidono decine di migliaia di individui in poche ore
proprio quando la società è perfettamente in grado di costruire dighe e case
che potrebbero evitare una simile ecatombe. Non si può neanche invocare la “fatalità”
o i “capricci della natura” quando a Chernobyl, nel 1986, l’esplosione di una
centrale atomica uccise centinaia (se non migliaia) di persone e contaminò
parecchie province, quando, nei paesi più sviluppati, assistiamo a
catastrofi micidiali nel cuore stesso
delle grandi città: 60 morti in una stazione parigina, più di 100 morti in un
incendio della metropolitana a Londra non molto tempo fa. Ugualmente questo
sistema si rivela incapace di contrastare il degrado dell’ambiente, le piogge
acide, l’inquinamento di tutti i generi e soprattutto nucleare, l’effetto
serra, la desertificazione, cose che mettono in gioco la stessa sopravvivenza
della specie umana.»

[1]

Se la questione ambientale è stata sempre presente
nella propaganda dei rivoluzionari, dalle denunce di Marx ed Engels delle
condizioni invivibili della Londra a metà del XIX secolo a quelle di Bordiga
sui disastri ambientali provocati dall’irresponsabilità del capitalismo, oggi
essa assume una valenza ancora più forte e richiede uno sforzo accresciuto da
parte delle organizzazioni rivoluzionarie per mostrare come l’alternativa
storica che si pone di fronte all’umanità, socialismo o barbarie, non si gioca
più soltanto a livello di guerre, locali o generalizzate che siano, perché si manifesta
in maniera sempre più chiara all’orizzonte il rischio di un collasso
ecologico-ambientale.

Con
questa serie di articoli la CCI intende sviluppare la questione ambientale
affrontando, progressivamente, i seguenti aspetti:

  • in
    questo primo articolo una denuncia dello stato attuale delle cose, cercando
    di mostrare l’entità del rischio di fronte al quale si trova l’umanità ed
    in particolare i fenomeni più laceranti che esistono a livello planetario
    come:
    • l’incremento
      dell’effetto serra,
    • la
      gestione dei rifiuti;
    • la
      sempre maggiore diffusione dei contaminanti con i relativi processi di
      biomagnificazione,
    • l’esaurimento
      delle risorse naturali e/o la loro compromissione per contaminazione;
  • nel secondo
    articolo cercheremo di mostrare come i problemi ambientali non possono
    essere attribuiti a delle singole persone - benché esistano anche chiare
    responsabilità personali – nella misura in cui la vera responsabilità è
    del capitalismo e della sua logica di massimo profitto. A tale proposito vedremo
    come la stessa evoluzione della scienza e della ricerca scientifica non sono
    casuali ma subordinate all’imperativo capitalista della realizzazione del
    massimo profitto;
  • nel
    terzo articolo analizzeremo le risposte date dai vari movimenti verdi,
    ecologisti, ecc. per dimostrarne - malgrado la buona fede e tutta la buona
    volontà di chi vi partecipa – la totale inefficacia e per affermare al
    contrario che l’unica soluzione possibile è la rivoluzione comunista internazionale;

1. I prodromi della catastrofe

Di problemi ambientali ormai si parla sempre più
frequentemente, non fosse altro per il fatto che sono nati addirittura dei
partiti nei vari paesi del mondo che hanno fatto della questione ambientale la
loro bandiera. Ma possiamo stare tranquilli? Tutt’altro. Tanto clamore su
questo tema ha la sola funzione di confonderci ancora più le idee. Motivo per
cui abbiamo scelto di partire proprio dalla descrizione dei singoli fenomeni
che nel loro insieme stanno spingendo la nostra società sempre più speditamente
verso il collasso ambientale. Come vedremo – e contrariamente a quello che ci
raccontano per televisione o sulle riviste patinate più o meno specializzate – la
situazione è ben più grave e rischiosa di quanto si voglia far credere e
soprattutto non è responsabilità di questo o quel mafioso o camorrista, di
questo o quel capitalista avido e irresponsabile, ma del sistema capitalista in
quanto tale.

1.1 L’incremento dell’effetto serra

L’effetto
serra è una di quelle cose di cui tutti parlano ma non sempre con cognizione di
causa. Cominciamo dunque col dire che l’effetto serra è un fenomeno del tutto benefico
per la vita sulla terra - almeno per il tipo di vita che conosciamo - nella
misura in cui permette che sulla superficie del nostro pianeta vi sia una
temperatura media (sulle quattro stagioni e alle varie latitudini) di circa +15°C
piuttosto che di -17°C, temperatura prevista in assenza di effetto serra. C’è
da immaginarsi cosa sarebbe un mondo permanentemente sotto gli 0°C, con mari
ghiacciati, fiumi ghiacciati … Ma a cosa dobbiamo questo surplus di ben 32°C di
temperatura? All’effetto serra, ovvero al fatto che mentre la luce del sole
attraversa gli strati bassi dell’aria senza essere assorbita (il sole non riscalda
l’aria!), la radiazione che emana dalla terra (così come da qualunque altro
corpo celeste), essendo costituita essenzialmente di radiazioni infrarosse,
viene intercettata e assorbita abbondantemente da alcune componenti dell’aria
come l’anidride carbonica, il vapor d’acqua, il metano ed altri composti di
sintesi come i CFC (clorofluorocarburi). Ciò fa sì che il bilancio termico
della terra usufruisca di questo calore trattenuto dagli strati bassi
dell’atmosfera incrementando la temperatura della propria superficie del valore
citato. Il problema dunque non sta nell’effetto serra in quanto tale, quanto
nel fatto che, con lo sviluppo della società industriale, sono state immesse in
atmosfera molte sostanze “ad effetto serra” facendone aumentare sensibilmente
la concentrazione e incrementando di conseguenza lo stesso effetto serra. Ad
esempio è stato dimostrato, attraverso studi condotti sull’aria intrappolata in
carote di ghiaccio estratte dalle calotte polari e risalenti fino a 650.000
anni fa, che la concentrazione di anidride carbonica attuale, di 380 parti per milione
(ppm), è la più elevata in tutto questo periodo e forse addirittura degli
ultimi 20 milioni di anni. Ancora che le temperature registrate durante il 20°
secolo risultano essere le più elevate degli ultimi 20.000 anni. Il ricorso
forsennato ai combustibili fossili come fonte di energia e la crescente
deforestazione della superficie terrestre hanno compromesso, a partire dall’era
industriale, l’equilibrio naturale dell’anidride carbonica dell’atmosfera, che
si basa da un lato sulla sua liberazione in atmosfera attraverso la combustione
e la degradazione di materiali organici, dall’altro sulla cattura dall’atmosfera
della stessa anidride carbonica attraverso il processo di fotosintesi per trasformarla
in zucchero e dunque in materiali organici complessi. Lo squilibrio tra
liberazione (combustione) e cattura (fotosintesi) della CO2 è alla base
dell’attuale effetto serra.

Ma,
come già detto, non c’è solo l’anidride carbonica, ma anche l’acqua e il
metano. Il maggiore o minore contributo del vapore d’acqua procede
parallelamente all’evolvere dell’effetto serra essendo il vapore d’acqua
presente nell’atmosfera in misura tanto maggiore quanto maggiore è la
temperatura. Per cui l’incremento dell’effetto serra si rinvigorisce a sua
volta grazie ad una maggiore evaporazione dell’acqua. L’incremento del metano in
atmosfera proviene invece da una serie di fonti naturali, ma anche dal maggiore
uso che si fa di questo gas come combustibile e dalle perdite che si producono
dai vari gasdotti disseminati sulla superficie terrestre. Tra l’altro il
metano, detto anche gas di palude, è tipicamente quel gas che si produce dalla
fermentazione di materiali organici in assenza di ossigeno e sempre più le
valli boscose inondate per la costruzione di dighe di centrali idroelettriche
sono all’origine di produzioni locali di metano. Ma il problema del metano, che
attualmente contribuisce all’incremento dell’effetto serra per
circa un terzo rispetto al biossido di carbonio, è ben più grave
di quanto non possa apparire da questi elementi esposti. Anzitutto il metano ha
una capacità di assorbire le radiazioni infrarosse che è 23 superiore a quella
della CO2, il che è già tanto. Ma c’è di più! Tutte le previsioni attuali, già
sufficientemente catastrofiche, non tengono conto dello scenario che si
potrebbe presentare in conseguenza della liberazione di metano dall’enorme
serbatoio naturale della terra costituito dalle sacche di gas intrappolato a
circa 0°C e a qualche atmosfera di pressione in strutture particolari di
ghiaccio, i cosiddetti clatrati (o gas idrati), dove 1 litro di cristallo è
capace di trattenere oltre 50 litri di gas metano. Tali giacimenti si trovano soprattutto
in mare lungo le scarpate continentali e all’interno del permafrost, terreno
ghiacciato presente a pochi metri di profondità in varie zone della Siberia,
Alaska e Nord Europa. Ecco il parere di alcuni esperti del settore:

“Se il riscaldamento globale superasse certi limiti
(3-4° C) e si innalzasse la temperatura delle acque costiere e del permafrost,
si potrebbe avere una enorme emissione, in tempi brevi (decine di anni) di
metano liberato dagli idrati resi instabili e ciò innescherebbe un incremento
dell’effetto serra di tipo catastrofico. Si tenga presente che nell’ultimo anno
le emissioni di metano dal suolo svedese a nord del circolo polare artico sono
aumentate del 60% e che l’aumento di temperatura degli ultimi 15 anni è
limitato come media globale, ma è molto più intenso (alcuni gradi) nelle aree più
settentrionali dell’Eurasia e dell’America (d’estate si è aperto il mitico
passaggio a Nord-Ovest che consente di andare in nave dall’Atlantico al
Pacifico).”

[2]

Ma
già senza questa chicca finale, le previsioni sviluppate da strutture
riconosciute a livello internazionale come l’Agenzia IPCC dell’ONU e l’MIT di
Boston prevedono per il secolo in corso un incremento di temperatura medio che
va da un minimo di 0,5°C fino ad un massimo di 4,5°C nell’ipotesi che, come sta
avvenendo, nulla si muova a livello sostanziale. E tali previsioni non tengono
neanche conto dell’emergenza delle due nuove potenze industriali divoratrici di
energia quali la Cina e l’India.

Un ulteriore
riscaldamento di qualche grado centigrado provocherebbe una più intensa
evaporazione delle acque oceaniche, ma le analisi più sofisticate suggeriscono
che vi sarebbero disparità accentuate nella piovosità su differenti regioni. Le
aree aride si estenderebbero e diventerebbero ancora più aride. Le zone degli
oceani con temperature superficiali maggiori di 27° C, valore critico per la
formazione di cicloni, aumenterebbero del 30-40%. Ciò creerebbe eventi
meteorologici catastrofici in continuazione, con inondazioni e devastazioni
ricorrenti. La fusione di buona parte dei ghiacciai antartici e groenlandesi e
l’aumento di temperatura degli oceani farebbero innalzare l’altezza di questi
ultimi (…) con l’invasione di acque salate in molte zone costieri fertili e la
sommersione di intere regioni (parte del Bangladesh e molte isole oceaniche
”.

[3]

Non
c’è qui lo spazio per sviluppare ancora in dettaglio questo tema, ma vale la
pena almeno di accennare al fatto che il cambiamento climatico provocato
dall’incremento dell’effetto serra, anche se non arrivasse all’effetto
feed-back prodotto potenzialmente dalla liberazione di metano, rischierebbe
ugualmente di essere catastrofico anche perché il mutato clima provocherebbe:

·

una maggiore energia degli eventi
meteorologici, un maggiore dilavamento dei terreni da parte di piogge molto più
intense con una conseguente perdita di fertilità e l’innesco di processi di
desertificazione anche in zone a clima meno temperato, come già sta succedendo
in Piemonte (Italia);

·

la creazione, nel Mediterraneo ed in altri
mari una volta temperati, di condizioni ambientali favorevoli alla
sopravvivenza di specie marine tropicali, con la conseguente migrazione di
specie aliene e dunque con lo scombussolamento dell’equilibrio ecologico;

·

il ritorno di vecchie malattie già debellate
come la malaria, dovuto all’instaurazione di condizioni climatiche favorevoli
alla crescita e diffusione degli organismi vettori come le zanzare, ecc.

1.2 Il problema della produzione e della gestione dei rifiuti

Un secondo tipo di problema tipico di questa fase
della società capitalista è l’eccessiva produzione di rifiuti e la conseguente
difficoltà a smaltirli adeguatamente. Se recentemente è arrivata all’“onore”
della cronaca internazionale la notizia della presenza di cumuli di rifiuti sparsi
per tutte le strade di Napoli e della Campania, questo è dovuto solo al fatto
che questa regione del mondo è ancora considerata, tutto sommato, come facente
parte di un paese industrializzato e dunque avanzato. Ma il fatto che le
periferie di tante grandi città di paesi del terzo mondo siano diventate esse
stesse discariche libere e abusive a cielo aperto è una realtà ormai
consolidata.

Questo accumulo enorme di rifiuti è il risultato della
logica di funzionamento del capitalismo. Infatti, se è vero che l’umanità ha
sempre prodotto rifiuti, in passato questi venivano sempre reintegrati,
riutilizzati, recuperati. E’ soltanto oggi, con il capitalismo, che il rifiuto
diventa un problema per i meccanismi specifici secondo i quali funziona questa
società e che partono tutti da un principio fondamentale: qualunque prodotto
dell’attività umana viene considerato come merce, cioè qualcosa destinata ad
essere venduta per realizzare il massimo profitto in un mercato dove l’unica
legge è quella della concorrenza. Ciò ha una serie di conseguenze nefaste:

  1. una produzione delle merci non può essere programmata
    per la concorrenza tra capitalisti, segue dunque una logica irrazionale, dove
    ogni singolo capitalista punta sull’allargamento della propria produzione per vendere
    a più bassi prezzi e ricavare i suoi profitti, con la conseguenza di avere un’eccedenza
    di merci invendute. Peraltro proprio questa necessità di vincere la concorrenza
    e di abbassare i prezzi spinge i produttori ad abbassare la qualità dei
    manufatti, con la conseguenza che il tempo di vita della merce si riduce
    drasticamente trasformandosi più velocemente in rifiuto;
  2. una produzione abnorme di involucri, imballaggi,
    ecc. costituiti tra l’altro in larga misura da sostanze tossiche non
    degradabili che si accumulano nell’ambiente. Questi imballaggi, che spesso non
    hanno alcuna funzionalità se non quella di rendere la merce più appetibile per
    il potenziale acquirente, costituiscono quasi sempre una parte preminente, a
    livello di peso e di volume, rispetto al contenuto di merce venduta. Si pensi
    che ormai un sacchetto di rifiuti urbani indifferenziati è per metà occupato
    solo da materiali provenienti dagli imballaggi.
  3. una produzione di rifiuti accentuata da nuovi stili
    di vita che ci vengono imposti dalla vita moderna. Mangiare fuori casa ad un
    self-service in piatti di plastica e bere acqua minerale da bottiglie di
    plastica è ormai una realtà di centinaia di milioni di persone per il mondo
    tutti i giorni. Ugualmente l’uso di buste di plastica per fare acquisti è una
    comodità a cui quasi nessuno riesce a fare a meno. Tutto questo fa male
    all’ambiente evidentemente, ma fa tanto bene alle tasche del gestore del
    self-service che non ha l’onere di un lavapiatti al lavoro per tutta la
    giornata e fa ancora tanto bene alle tasche del gestore del supermercato o
    anche del negoziante rionale perché permette al cliente di comprare quello che
    vuole in ogni momento anche se non aveva programmato di fare acquisti perché il
    sacchetto è pronto per servirlo.

Tutto ciò ha portato ad un incremento considerevole
della produzione di rifiuti in tutto il mondo, arrivando a circa 1 kg al giorno
per ogni cittadino del mondo, ovvero a svariati milioni di tonnellate di
rifiuti … al giorno!

Si pensi che solo in Italia, negli ultimi 25 anni, a
parità di popolazione, la quantità di rifiuti è più che raddoppiata grazie ai
materiali che costituiscono gli imballaggi.

Il problema dei rifiuti è uno di quelli che tutti
pensano di poter risolvere ma che di fatto trovano nel capitalismo degli
ostacoli insormontabili. Ma tali ostacoli non sono legati alla mancanza di tecnologia,
tutt’altro, ma ancora una volta alla logica secondo la quale questa società
viene gestita. In realtà la gestione dei rifiuti è parte di un processo che
parte dalla produzione dei beni, passa attraverso l’utilizzazione di questi
ultimi fino a che questi non diventano rifiuti. Ora, fermo restando il fatto
che è possibile - attraverso la raccolta differenziata - il riciclo e il riuso
di materiali e oggetti vari, quest’ultima sezione ha comunque dei costi di
gestione e richiede anche un certa capacità politica di coordinamento che manca
in genere alle economie più deboli. Per cui nei paesi più poveri e dove le
attività imprenditoriali sono in declino per la crisi galoppante di questi
ultimi decenni, gestire i rifiuti diventa solo un onere.

Ma qualcuno obietta: se nei paesi avanzati la gestione
dei rifiuti funziona, ciò significa che è solo questione di buona volontà, di
civiltà e di buona capacità imprenditoriale. Il problema è che, come in tutti i
settori della produzione, anche in quello dei rifiuti i paesi forti scaricano
su quelli deboli (o al loro interno sulle loro regioni economicamente più
depresse) il peso di una parte della loro gestione.

Due gruppi
ambientalisti americani, Basel Action Network e Silicon Valley Toxics hanno
recentemente pubblicato un rapporto che afferma che dal 50 all’80 per cento dei
rifiuti elettronici degli Stati americani dell’Ovest sono caricati sui
container di navi in partenza per l’Asia (Sopratutto India e Cina), dove i
costi di smaltimento sono nettamente più bassi e le leggi ambientali meno
severe. Non si tratta di progetti di sostegno, ma di un commercio di rifiuti
tossici che i consumatori hanno deciso di gettare. Il rapporto delle due
associazioni fa per esempio riferimento alla discarica cinese di Guiyu, che raccoglie
soprattutto monitor e stampanti. I lavoratori di Guiyu usano strumenti di
lavoro rudimentali per estrarre componenti destinate a essere rivendute:
“Un’impressionante quantità di rifiuti elettronici non viene riciclata ma viene
semplicemente abbandonata all’aperto nei campi, sulle rive dei fiumi, negli
stagni, nelle paludi, nei fiumi e nei canali di irrigazione”. A lavorare senza
nessuna precauzione vi sono donne, uomini e bambini.

[4]

In Italia (…) si stima un volume di affari per le ecomafie di 26.000
miliardi annui, di cui 15.000 per il traffico e lo smaltimento illecito di
rifiuti (
Rapporto Ecomafia 2007 di Lega Ambiente). (…) L’Agenzia
delle Dogane ha sequestrato nel 2006 circa 286 container con oltre 9.000 t. di
rifiuti. Lo smaltimento legale di un container di 15 t. di rifiuti pericolosi
costa circa 60.000 euro; per la stessa quantità, il mercato illegale in Oriente
ne chiede solo 5.000.

Tra le mete principali dei traffici illegali vi sono
molti paesi asiatici in via di sviluppo: i materiali esportati prima vengono
lavorati e poi reintrodotti in Italia, o in altri paesi occidentali, come
derivati degli stessi rifiuti per essere destinati, in particolare, a fabbriche
di materiali plastici.

La FAO, nel giugno del 1992, annunciò che gli Stati in
via di sviluppo e soprattutto africani erano diventati una “pattumiera” a
disposizione dell’Occidente. La Somalia sembra oggi essere uno degli Stati
africani più a rischio, un vero e proprio crocevia di scambi e traffici di
questo genere: in un recente rapporto l’UNEP fa notare il costante aumento
delle falde acquifere avvelenate trovate in Somalia, che genera malattie
incurabili nella popolazione. Il porto di Lagos, in Nigeria, è il più
importante scalo del traffico illegale di componenti tecnologiche obsolete
dirette verso l’Africa.

Nel maggio scorso il Parlamento panafricano (PAP) ha
chiesto ai Paesi occidentali un risarcimento per i danni procurati dall’effetto
serra e dall’abbandono di rifiuti nel continente, due problemi che, secondo le
autorità africane, sono responsabilità dei paesi più industrializzati del
mondo.

Ogni anno nel mondo si producono dai 20 ai 50 milioni
di t. di “spazzatura elettronica”; in Europa si parla di 11 milioni di t., di
cui l’80% finisce in discarica. Si stima che entro il 2008 nel mondo si
conteranno almeno un miliardo di pc (uno ogni sei abitanti); entro il 2015
saranno più di due miliardi. Questo dato costituirà un ulteriore e gravissimo
pericolo per il problema dello smaltimento della tecnologia obsoleta.

[5]

Ma, come dicevamo prima, lo
scaricare il problema dei rifiuti sulle aree più depresse avviene anche
all’interno di uno stesso paese. E’ proprio il caso della Campania in Italia
arrivata alle cronache internazionali per l’accumulo di rifiuti rimasti per le
strade per mesi e mesi. Ma ben pochi sanno che la Campania, come - a livello
internazionale - la Cina, l’India o i paesi nordafricani, è il ricettacolo di
tutti i rifiuti tossici delle industrie del nord che hanno fatto delle ridenti
e fertili zone agricole del casertano una delle aree più contaminate del
pianeta. Nonostante le diverse azioni della magistratura che si accavallano
l’una all’altra, lo scempio continua indisturbato. Ancora una volta non è la
camorra, la mafia, la malavita a produrre i guasti, ma la logica del capitalismo.
Infatti, mentre la procedura ufficiale per smaltire correttamente 1 chilo di
rifiuti tossici comporta una spesa che può superare i 60 centesimi, attraverso
dei canali illegali e con la manovalanza della malavita lo stesso servizio
costa si e no una diecina di centesimi. E così che ogni fosso, ogni cava
abbandonata, è diventata una discarica a cielo aperto. Addirittura in un
paesino della Campania, dove stanno per costruire anche un inceneritore, questi
materiali tossici, mischiati a del terreno per camuffarli, sono stati
utilizzati per creare un fondo stradale di un lungo viale in “terra battuta”.
Come dice Saviano, nel libro che in Italia è diventato un cult:

Se i rifiuti illegali gestiti dalla camorra fossero accorpati
diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari: la più
grande montagna mai esistita sulla terra.

[6]

D’altra parte, come vedremo meglio nel prossimo
articolo, il problema dei rifiuti nasce anzitutto dal tipo di produzione che la
società attuale porta avanti. Al di là dell’“usa e getta”, il problema sta spesso nei materiali che si
utilizzano per fare i singoli oggetti. In particolare il ricorso a materiali
sintetici e particolarmente ai materiali plastici praticamente indistruttibili
pone dei problemi immensi all’umanità di domani. E stavolta non si tratta
neanche più di paesi ricchi o poveri perché la plastica è non degradabile in
qualunque paese del mondo, come possiamo evincere da questo stralcio di
articolo:

Lo chiamano Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura
dell’Oceano Pacifico che ha un diametro di circa 2500 chilometri, è profondo 30
metri ed è composto per l'80% da plastica e il resto da altri rifiuti che
giungono da ogni dove. “E' come se fosse un’immensa isola nel mezzo dell’Oceano
Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la
densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva
di questa “isola” di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate”, spiega
Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco (…). Questa
incredibile e poco conosciuta discarica

si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all’esistenza della
North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in
senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione.
(….) La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l'80%, solo
il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce. Nel
mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all’anno di plastica,
dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi,
finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto
continua a galleggiare. La maggior parte di questa plastica è poco biodegradabile
e finisce per sminuzzarsi in particelle piccolissime che poi finiscono nello
stomaco di molti animali marini portandoli alla loro morte. Quella che rimane
si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni
alla vita marina
”.

[7]

Una massa di rifiuti estesa quanto due volte la
superficie degli Stati Uniti! L’hanno vista solo ora? Niente affatto: è stata
scoperta nel 1997 da un ex petroliere che navigava sul suo yacht e adesso si
viene a sapere che un
rapporto dell’ONU del 2006 calcola che un milione di uccelli marini e oltre 100
mila pesci e mammiferi marini all’anno muoiano a causa dei detriti di plastica
e che ogni miglio quadrato nautico di oceano contenga almeno 46 mila pezzi di
plastica galleggiante

[8]

.

Ma cosa è stato fatto in questi dieci anni da chi ha
il mano le redini della società? Assolutamente nulla! D’altra parte situazioni
simili, anche se non altrettanto drammatiche, si lamentano anche nel
Mediterraneo nelle cui acque ogni anno si riversano 6,5 milioni di tonnellate
di spazzatura, di cui l’80% costituita da plastica, e sui cui fondali si
arrivano a contare circa 2000 pezzi di plastica per chilometro quadrato.

[9]

Eppure le soluzioni esistono. La plastica
biodegradabile fatta con una percentuale fino all’85% di amido di mais e
completamente biodegradabile ad esempio è una realtà già oggi: esistono buste,
penne e oggetti vari fatti di questo materiale. Ma l’industria difficilmente
abbraccia una strada se questa non è la più redditizia, e poiché la plastica a
base di amidi costa di più, nessuno si accolla i costi in più di un materiale
biodegradabile per evitare di uscire dal mercato

[10]

. Il problema è che i
capitalisti sono abituati a fare i bilanci economici escludendo
sistematicamente alcune voci, che non sono esprimibili in danaro perché
giustamente non si possono né comprare né vendere, e si tratta della salute
della popolazione e dell’ambiente. Tutte le volte che un industriale produce un
materiale che al termine del suo ciclo di vita diventa rifiuto, le spese
materiali per la gestione di questo rifiuto non sono quasi mai computate, ma
soprattutto non sono mai computati i danni che la permanenza di questo
materiale sulla terra comporta.

C’è da fare un’ulteriore considerazione sul problema
dei rifiuti, cioè che il ricorso a discariche o agli stessi inceneritori
comporta uno spreco di tutto il valore energetico e di tutti i materiali utili che
essi contengono. E’ provato, ad esempio, che produrre alcuni materiali come
rame e alluminio da materiali riciclati comporta un abbattimento delle spese di
produzione che può arrivare ad oltre il 90%. Questo fa sì che nei paesi
periferici le discariche diventino una vera fonte di sussistenza per migliaia e
migliaia di persone che hanno abbandonato le campagne ma che non riescono a
integrarsi nel tessuto economico delle città. Si cerca tra i rifiuti qualunque
cosa possa essere rivenduto:

Sono sorte così vere e proprie “città
discariche”. Quelle africane della baraccopoli di Korogocho a Nairobi - più
volte descritta da padre Zanotelli - e quelle meno note di Kigali in Rwanda; ma
anche nello Zambia, dove il 90 per cento di spazzatura non viene raccolto e si
accumula nelle strade, mentre la discarica di Olososua, in Nigeria, accoglie
ogni giorno oltre mille camion di rifiuti. In Asia, a Manila, è tristemente
famosa Payatas a Quezon City, una baraccopoli dove vivono oltre 25 mila
persone: è sorta sul pendio di una collina di rifiuti, la “montagna fumante”
dove adulti e bambini si contendono materiali da rivendere. Ma c’è anche
Paradise Village che non è un villaggio turistico, bensì una bidonville
cresciuta sopra un acquitrino dove gli allagamenti sono puntuali come le piogge
monsoniche. E poi “Dumpsite Catmon”, la discarica sulla quale si è sviluppata
la baraccopoli che sovrasta Paradise Village. In Cina, a Pechino, le discariche
sono abitate da migliaia di persone che riciclano rifiuti illeciti, mentre
l’India con i suoi slums
metropolitani è il paese più densamente popolato dai “sopravvissuti dei rifiuti
”.

[11]

1.3 La diffusione dei contaminanti

I
contaminanti sono sostanze, naturali o sintetiche, che risultano tossiche per
l’uomo e/o per il mondo vivente. A parte le sostanze naturalmente presenti da
sempre sul nostro pianeta e usate in vario modo nella tecnologia industriale,
tra cui i metalli pesanti, l’amianto, ecc., di sostanze tossiche l’industria
chimica ne ha prodotte a diecine di migliaia e in quantità … industriali. La
mancanza di conoscenze sulla pericolosità di tutta una serie di sostanze ma
soprattutto il cinismo della produzione capitalista ha prodotto disastri
inimmaginabili producendo una situazione ambientale che sarà veramente
difficile rimettere in sesto una volta estromessa la classe dominante attuale.

Uno
degli episodi tra i più catastrofici dell’industria chimica è stato senz’altro
quello di Bhopal, in India, avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984
nella fabbrica della Union Carbide, multinazionale chimica americana. Una nube
tossica di 40 tonnellate di pesticidi uccise, alcune subito, altre negli anni
successivi, almeno sedicimila persone e segnò per la vita con danni
pesantissimi un altro mezzo milione di persone. Le indagini successive hanno
poi appurato che, contrariamente a quanto era presente nell’impianto gemello
collocato in Virginia, in quello di Bhopal non c’erano misuratori di pressione,
sistemi di refrigerazione, la torre di raffreddamento era temporaneamente
chiusa e che era noto ai dirigenti della compagnia che i sistemi di sicurezza
erano inadeguati per un impianto di quelle dimensioni. Ma la verità è che l’impianto
indiano, condotto con mano d’opera a bassissimo prezzo, era per gli americani
un investimento a tutto tondo con ricavi eccezionali visto il ridotto
investimento di capitali fissi e variabili …

Altro
episodio storico è poi quello dell’esplosione della centrale nucleare di
Chernobyl del 1986.

È stato stimato che il rilascio di radioattività dal reattore n.4 di
Chernobyl sia stato circa 200 volte superiore alle esplosioni di Hiroshima e
Nagasaki messe insieme. In tutto, sono state seriamente contaminate aree in cui
vivono 9 milioni di persone tra Russia, Ucraina e Bielorussia, dove il 30 per
cento del territorio è contaminato dal cesio-137. Nei tre paesi circa 400 mila
persone sono state evacuate, mentre altre 270 mila vivono in aree in cui vigono
restrizioni all’uso del cibo prodotto localmente.

[12]

Ovviamente
resta la miriade di disastri ambientali prodotti dalla cattiva gestione di
impianti o da incidenti, come le innumerevoli dispersioni di greggio in mare,
tra cui quello provocato dalla petroliera Exxon Valdez il 24 marzo 1989 che,
incagliatasi sulla costa dell’Alaska, provocò la fuoriuscita di almeno 30.000
tonnellate di petrolio, o ancora la prima guerra del Golfo conclusasi con i
vari pozzi petroliferi in fiamme e con un disastro ecologico prodotto da
dispersione di petrolio nel golfo persico che è a tutt’oggi il più grave della
storia. Più in generale si pensi che, secondo la U.S. National Academy of
Sciences, la quantità di idrocarburi che si perde ogni anno in mare si aggirerebbe
su una media di 3-4 milioni di tonnellate, con tendenza ad aumentare nonostante
i vari interventi preventivi a causa del continuo incremento dei consumi.

Ma,
al di là dei contaminanti che, per le dosi a cui si trovano nell’ambiente,
provocano un’intossicazione acuta, non bisogna sottovalutare un altro
meccanismo di intossicazione, più lento e più subdolo, che è quello dell’intossicazione
cronica. Infatti un tossico assorbito lentamente e a piccole dosi, se
chimicamente stabile, si può accumulare progressivamente negli organi e tessuti
di un organismo vivente fino a raggiungere concentrazioni tali da risultare
letale. Questo è quello che, dal punto di vista eco-tossicologico, prende il
nome di bioaccumulo. Esiste poi un altro meccanismo che prende il nome di
biomagnificazione e che corrisponde al fatto che un tossico si possa
trasmettere, attraverso la rete alimentare, da stadi trofici inferiori a stadi
trofici superiori, aumentando ogni volta la propria concentrazione di due o tre
ordini di grandezza.

Per
capire questo fenomeno la cosa migliore è riferirsi immediatamente ad un caso
reale che si è verificato nel 1953 nella baia di Minamata, in Giappone, dove
viveva una povera comunità di pescatori che si alimentavano essenzialmente del
pesce da loro stessi pescato. Nelle prossimità di quella baia esisteva un
insediamento industriale che produceva acetaldeide, un composto chimico di
sintesi per la cui preparazione era necessario l’uso di un derivato del
mercurio. Gli scarichi a mare di questa industria comportavano anche una
leggera contaminazione da mercurio, che però era dell’ordine di grandezza di
0,1 microgrammi per litro di acqua marina, ovvero una concentrazione che, con le
strumentazioni ben più sofisticate oggi disponibili, si prova ancora difficoltà
a determinare. Quale fu la conseguenza di questa contaminazione apparentemente
appena percettibile? 48 persone morirono in pochi giorni, 156 rimasero
intossicati con gravi conseguenze, i gatti dei pescatori, che si erano essi
stessi cibati a lungo degli avanzi di pesce, finirono “suicidi” a mare,
assumendo un comportamento del tutto inusuale per un felino. Cosa era successo?
Il mercurio presente nelle acque del mare era stato assorbito e organicato dal
fitoplancton, poi successivamente si era trasferito da questo allo zooplancton,
poi ancora ai piccoli molluschi, successivamente ai pesci di taglia piccola e
media, seguendo sempre le linee di sviluppo della rete trofica in cui lo stesso
materiale contaminante, chimicamente indistruttibile, si trasmetteva nel nuovo
organismo ospite ad una concentrazione crescente ed inversamente proporzionale
al rapporto tra la taglia del predatore e la massa di alimento predato nella
propria vita. Così si scoprì che nei pesci questo metallo era arrivato alla
concentrazione di 50 milligrammi per ogni kilogrammo, cioè si era concentrato
di ben 500.000 volte, ed ancora che in alcuni pescatori colti dalla “sindrome
di Minamata”, nei cui organismi si era prodotto un ulteriore incremento di
concentrazione, era stata riscontrata una concentrazione che superava il mezzo grammo
di mercurio per ogni chilo di capelli.

Nonostante
il fatto che dall’inizio degli anni ’60 il mondo scientifico fosse consapevole
del fatto che, nei confronti delle sostanze tossiche, non è affatto sufficiente
un’azione di diluizione in natura perché, come mostrato, i meccanismi biologici
sono capaci di concentrare quello che l’uomo diluisce, l’industria chimica ha
continuato e continua ancora a contaminare in lungo e in largo il nostro
pianeta, e stavolta senza neanche più la scusa che “non si sapeva quello che
sarebbe potuto succedere …”.

Così
una seconda Minamata si produce in anni molto più recenti a Priolo, in Sicilia
(Italia), in una striscia di terra avvelenata che ospita nel raggio di pochi
chilometri ben cinque raffinerie, dove viene accertato che l’Enichem scarica illegalmente
mercurio dall’impianto di produzione elettrolitica di cloro e soda. Tra il 1991
e il 2001 circa 1000 bambini nascono con gravi handicap mentali e forti
malformazioni sia al cuore che all’apparato urogenitale, famiglie intere
vengono stroncate da tumori e numerose donne disperate sono costrette ad
abortire per liberarsi dei figli-mostri che avevano concepito. Eppure
l’episodio di Minamata aveva già mostrato tutti i rischi del mercurio sulla
salute umana! Quella di Priolo non è più dunque una distrazione, un tragico
errore, ma un atto di banditismo vero e proprio perpetrato dal capitalismo
italiano, anzi proprio da quel capitalismo “statale” che alcuni vorrebbero più
“di sinistra” rispetto a quello privato. Nella realtà si è scoperto che la
dirigenza dell’Enichem agiva come la peggiore ecomafia: per risparmiare i costi
dello smaltimento (si parla di diversi milioni di euro risparmiati) i rifiuti
contenenti mercurio venivano miscelati con altri liquami e gettati in mare, nei
tombini oppure sotterrati; inoltre si producevano certificati falsi, si utilizzavano
cisterne con doppi fondi per camuffare il traffico di rifiuti pericolosi, e
così via. Quando finalmente la magistratura si è messa in moto arrestando la
dirigenza dell’industria, la responsabilità è stata così palese che l’Enichem
si è decisa a rimborsare le famiglie colpite con 11 milioni di euro, una cifra
equivalente a quella che avrebbe dovuto pagare in caso di condanna da parre del
tribunale.

Ma
al di là delle fonti di contaminazione puntuali, è tutta la società che, per
come funziona oggigiorno, produce continuamente contaminanti che vanno ad
accumularsi nell’aria, nelle acque e nei terreni e - come già detto - in tutta
la biosfera, compresi noi umani. L’uso massiccio di detergenti e altri prodotti
hanno condotto a fenomeni di eutrofizzazione di fiumi, laghi e mari. Negli anni
’90, per ogni anno, il Mare del Nord ha ricevuto
6.000-11.000 tonnellate di piombo, 22.000-28.000 t di zinco, 4.200 t di
cromo, 4.000 t di rame, 1450 t di nickel, 530 t di cadmio, 1.5 milioni di tonnellate
di azoto combinato ed oltre 100.000 t di fosfato. Questi scarichi così ricchi
di materiali inquinanti sono particolarmente pericolosi proprio in mari caratterizzati
da estesa platea continentale (ovvero poco profondi anche al largo), come
appunto il mare del Nord, ma anche il Baltico, l’Adriatico settentrionale, il
Mar Nero, perché la scarsa massa di acqua marina, oltre alla difficoltà di
miscelamento tra le acque dolci di fiume e quelle saline e più dense del mare,
non permette un’opportuna diluizione della contaminazione.

Ancora prodotti di sintesi come lo storico insetticida
DDT, messo fuori legge nei paesi industrializzati ormai da una trentina di
anni, o ancora i PCB, policlorobifenili, usati una volta nell’industria
elettrica ed anch’essi ormai fuori produzione perché proibiti dalla normativa
attuale, entrambi di una solidità chimica indescrivibile, si ritrovano
attualmente inalterati un po’ dappertutto, nelle acque, nei terreni e … nei
tessuti degli organismi viventi. Grazie sempre alla biomagnificazione questi
materiali si sono a volte concentrati pericolosamente in alcune specie animali
provocandone una forte moria o il declino della popolazione per danni
importanti all’apparato riproduttivo degli animali. Naturalmente va preso in
considerazione in questo ambito quanto abbiamo riportato più sopra a proposito
dei traffici di rifiuti pericolosi che, collocati spesso in maniera abusiva in
luoghi privi di ogni protezione per le matrici ambientali, provocano dei danni
incalcolabili all’ecosistema e a tutta la popolazione della zona.

Per
chiudere con questo argomento - ma in tutta evidenza ci sarebbe ancora da
riportare le centinaia e centinaia di casi reali che si presentano a livello
mondiale – c’è ancora da ricordare che proprio questa contaminazione diffusa
del territorio sta portando ad un fenomeno nuovo e drammatico: la creazione di
aree della morte, come appunto in Italia il triangolo tra Priolo, Melilli e
Augusta in Sicilia - una zona dove la percentuale di bambini con gravi
malformazioni congenite è quattro volte superiore alla media nazionale - o
ancora l’altro triangolo della morte vicino Napoli, tra Giugliano, Qualiano e
Villaricca, dove l’incidenza di casi di tumore è decisamente superiore alla
media nazionale.

1.4 L’esaurimento delle risorse naturali e/o la loro
compromissione per contaminazione

L’ultimo esempio di fenomeno globale che sta portando
il mondo verso la catastrofe è quello relativo alle risorse naturali, che si
stanno in parte esaurendo e in parte compromettendo per problemi di
contaminazione. Prima di sviluppare in dettaglio questo argomento vogliamo far
presente che problemi di questo tipo, in scala ridotta, il genere umano li ha
già incontrati, e con conseguenze catastrofiche. Se oggi siamo qui a
raccontarne una è solo perché la regione interessata dal collasso è solo una
piccola parte della terra. Riportiamo qui di seguito alcuni passaggi tratti da
un saggio di Jared Diamond, Collasso, relativi alla storia di Rapa Nui, l’Isola
di Pasqua, terra famosa per le grandi statue di pietra. Come è noto l’isola fu
scoperta dall’esploratore olandese Jacob Roggeveen il giorno di Pasqua del 1722
(da cui il nome) ed è stato ormai accertato scientificamente che l’isola “era
ricoperta da una fitta foresta subtropicale ricca di grossi alberi e arbusti
legnosi” e che era ricca di uccelli e selvaggina. Ma all’arrivo dei
colonizzatori l’impressione fu tutt’altra:

Roggeveen si
scervellava per capire come fossero state erette quelle enormi statue. Per
citare ancora una volta il suo diario: “Le immagini di pietra ci fecero grande
meraviglia, perché non riuscivamo a capire come questo popolo, sprovvisto di
legno spesso e robusto necessario alla costruzione di un qualsiasi strumento
meccanico, e completamente privo di funi resistenti, fosse stato capace di
erigere tali effigi alte 9 metri (…). All’inizio, da una certa distanza,
avevamo creduto che l’isola di Pasqua fosse un deserto, poiché avevamo
scambiato per sabbia la sua erba ingiallita, il fieno e gli arbusti inariditi e
bruciati (…)”. Che cosa era accaduto a tutti gli alberi che un tempo dovevano
esserci stati? Per scolpire, trasportare e innalzare le statue ci volevano
molti uomini, che dunque dovevano vivere in un ambiente sufficientemente ricco
da poterli sostenere
. (…) La storia
dell’isola di Pasqua è il caso più eclatante di deforestazione mai verificatosi
nel Pacifico, se non nel mondo intero: tutti gli alberi sono stati abbattuti e
tutte le specie arboree si sono estinte
”.

[13]

“La deforestazione iniziò da subito, raggiunse il suo
culmine nel 1400, e si completò, in varie date, da zona a zona, concludendosi
alla fine del XVII secolo. Le conseguenze immediate furono la perdita di
materie prime per la costruzione di moai
(le
grandi statue, ndr)
e di canoe per la navigazione in alto mare. Dal 1500,
privi di canoe, gli abitanti dell’isola non poterono più cacciare delfini e
tonni.

La deforestazione impoverì l’agricoltura esponendo il
suolo all’azione corrosiva e depauperante del vento e della pioggia, eliminando
altresì il concime frutto delle foglie e dei frutti degli alberi.

La mancanza di proteine animali e la riduzione della
terra coltivabile portò ad un’estrema pratica di sopravvivenza: il
cannibalismo. Nelle tradizioni orali dei suoi abitanti compariva spesso il
richiamo a questo modo di alimentarsi. L’insulto tipico fatto ad un nemico era:
“Mi è rimasta tra i denti la carne di tua madre
”.

[14]

Per il loro
completo isolamento, gli abitanti di Pasqua costituirono un chiaro esempio di
società che si auto distrusse attraverso lo sfruttamento eccessivo delle sue
risorse. (…) I paralleli che si possono tracciare tra l’isola di Pasqua e il
mondo moderno sono così ovvi da apparirci agghiaccianti. Grazie alla
globalizzazione, al commercio internazionale, agli aerei a reazione e a
Internet, tutti i paesi sulla faccia della terra condividono, oggi, le loro
risorse e interagiscono, proprio come i dodici clan dell’isola di Pasqua,
sperduti nell’immenso Pacifico come la Terra è sperduta nello spazio. Quando
gli indigeni si trovarono in difficoltà, non poterono fuggire né cercare aiuto
al di fuori dell’isola, come non potremmo noi, abitanti della Terra, cercare
soccorso altrove, se i problemi dovessero aumentare. Il crollo dell’isola di Pasqua,
secondo i più pessimisti, potrebbe indicarci il destino dell’umanità nel
prossimo futuro
”.

[15]

Questa premessa recuperata per intero dal saggio di
Diamond ci ammonisce sul fatto che la capacità dell’ecosistema Terra non è illimitata
e che, come ad un certo punto si è verificato per l’isola di Pasqua in scala
ridotta, qualcosa di simile può riprodursi nel prossimo futuro se l’umanità non
saprà amministrare adeguatamente le sue risorse.

In verità esiste un parallelo immediato che potremmo
fare proprio a livello di deforestazione, che è andata avanti dalle origini
delle civiltà primitive ad oggi a livello serrato e che sciaguratamente
continua ad andare avanti distruggendo i polmoni verdi residuali della Terra,
come la foresta amazzonica. Come è noto, mantenere queste parti verdi sulla
superficie terrestre è importante non solo per preservare una serie di specie
animali e vegetali, ma anche per assicurare un adeguato equilibrio tra biossido
di carbonio ed ossigeno (la vegetazione si sviluppa appunto consumando CO2 e
producendo glucosio ed ossigeno).

Come abbiamo già visto rispetto al caso della
contaminazione da mercurio, la borghesia è consapevole dei rischi che corre su
questi piani, come dimostrato dal nobile intervento di uno scienziato del
secolo 19°, Rudolf Julius Emmanuel Clausius, che
sul problema dell'energia e delle risorse si era espresso in maniera molto
chiara, anticipando di ben oltre un secolo i cosiddetti discorsi sulla
sostenibilità ambientale: “Nell’economia
di una nazione c’è una legge di validità generale: non bisogna consumare in
ciascun periodo più di quanto è stato prodotto nello stesso periodo. Perciò
dovremmo consumare tanto combustibile quanto è possibile riprodurre attraverso
la crescita degli alberi.”

[16]

Ma a giudicare da quanto sta avvenendo oggi possiamo
dire che si sta facendo giusto l’opposto di quanto raccomandava Clausius e
stiamo andando dritto nella direzione fatale dell’isola di Pasqua.

Per affrontare adeguatamente il problema delle risorse
occorre tenere presente anche un’altra variabile fondamentale, che è quella
della variazione della popolazione mondiale:

Fino al 1600 la
crescita della popolazione mondiale era così lenta da far registrare un aumento
del 2-3% per ogni secolo: furono necessari ben 16 secoli perché dai 250 milioni
di abitanti all'inizio dell'era cristiana si passasse a circa 500 milioni di
abitanti. Da questo momento in poi il tempo di raddoppio della popolazione è
andato sempre diminuendo tanto che, oggi, in alcuni Paesi del mondo ci si
avvicina al cosiddetto "limite biologico" nella velocità di crescita
di una popolazione (3-4% l'anno). Secondo l’ONU si supereranno gli otto
miliardi di abitanti intorno al 2025 (…).

Bisogna
considerare le notevoli differenze che, attualmente, si registrano fra Paesi
avanzati, arrivati quasi al "punto zero" della crescita, e Paesi in
via di sviluppo che contribuiscono al 90% dell'incremento demografico odierno.
(…) Nel 2025, secondo le previsioni dell'ONU, la Nigeria ad esempio, avrà una
popolazione superiore a quella degli Stati Uniti e l'Africa supererà di tre
volte l'Europa per numero di abitanti. Il sovrappopolamento, unito ad
arretratezza, analfabetismo e mancanza di adeguate strutture
igienico-sanitarie, costituisce sicuramente un grave problema non solo per
l'Africa a causa delle inevitabili conseguenze di tale fenomeno a livello
mondiale. Si verifica, infatti, uno squilibrio tra domanda e offerta di risorse
disponibili, dovuto anche all'utilizzo di circa l'80% delle risorse
energetiche mondiali da
parte dei Paesi industrializzati.

Il
sovrappopolamento comporta un forte abbassamento del tenore di vita in quanto
diminuisce la produttività per addetto e la disponibilità pro capite di generi
alimentari, acqua potabile
, servizi sanitari e cure mediche. La forte pressione antropica in atto sta portando ad
un degrado ambientale che, inevitabilmente, si ripercuote sugli equilibri
dell'intero sistema Terra
.

Lo
squilibrio, negli ultimi decenni, si sta accentuando: la popolazione continua
non solo a crescere in modo non omogeneo ma si addensa sempre più nelle aree urbane
.

[17]

Come si vede da queste brevi notizie, l’incremento
della popolazione non fa che acuire il problema dell’esaurimento delle risorse,
anche perché, come indicato dallo stesso documento, questa carenza si avverte
soprattutto dove è più forte l’esplosione demografica, con scenari per il
futuro che disegnano crescenti calamità di massa.

Cominciamo dunque a esaminare la prima risorsa
naturale per eccellenza, l’acqua, un bene così universalmente necessario e così
fortemente compromesso oggi dall’azione irresponsabile del capitalismo.

L’acqua è una sostanza che si trova abbondante sulla
superficie terrestre (si pensi solo agli oceani, le calotte polari, le acque
sotterranee e quelle superficiali), ma solo una parte molto piccola è adatta all’uso
potabile, quella che si trova confinata nelle falde sotterranee e alcune acque
di corsi d’acqua incontaminati. Purtroppo lo sviluppo di attività industriali
condotte senza alcun rispetto per l’ambiente e lo scarico diffuso di reflui
urbani hanno contaminato porzioni consistenti di falde acquifere, che sono il
deposito naturale delle acque potabili della collettività. Ciò ha condotto, da
una parte, all’insorgenza di tumori e patologie di varia natura nelle
popolazioni, dall’altra alla riduzione crescente delle fonti di
approvvigionamento di questo bene così prezioso.

Entro la metà
del XXI secolo, secondo la più pessimistica delle previsioni, sette miliardi di
persone in 60 paesi non avranno acqua a sufficienza. Se le cose dovessero
andare invece per il meglio, saranno “solo” due miliardi di persone in 48 paesi
a soffrire della penuria d’acqua. (…) Ma i dati più preoccupanti del documento
dell’Onu sono probabilmente quelli sulle morti per l’acqua inquinata e le
cattive condizioni igieniche: 2,2 milioni all’anno. L’acqua è inoltre il
vettore di molte malattie, fra le quali la malaria, che uccide ogni anno circa
un milione di persone.

[18]

La rivista scientifica inglese New Scientist, riportando i risultati del simposio sull’acqua di
Stoccolma dell’estate del 2004, ha riferito che
: Nel passato sono stati
impiantati decine di milioni di questi pozzi, molti senza alcun controllo, e le
quantità d'acqua estratte dalle potenti pompe elettriche sono di gran lunga
superiori all'acqua piovana che va a riempire le falde (…) L’estrazione di
acqua consente a molti paesi abbondanti raccolte di riso e zucchero di canna
(sementi che hanno un estremo bisogno di acqua per poter crescere, ndr), ma il boom è destinato ad una
vita breve. (…) L’India è l’epicentro della rivoluzione degli emungimenti.
Usando la tecnologia dell’industria estrattiva petrolifera, i piccoli
coltivatori agricoli hanno scavato 21 milioni di pozzi nei loro campi, ed ogni
anno il numero di pozzi aumenta di circa un altro milione. (…) In Cina: nelle
pianure del nord, dove si produce la maggior quantità di prodotti agricoli,
ogni anno i coltivatori estraggono 30 km cubi di acqua in più di quelli portati
dalle piogge. (…). Nell’ultima decade il Vietnam ha quadruplicato il numero di
pozzi, toccando quota 1 milione. Nel Punjab, regione del Pakistan dove si
produce il 90% delle risorse alimentari del paese, le falde freatiche si stanno
prosciugando
”.

[19]

Se dunque la situazione è in generale grave, anche
molto grave, nei paesi cosiddetti emergenti come India e Cina la situazione è
catastrofica e rischia di arrivare al collasso a breve:

La siccità che
attanaglia la provincia di Sichuan e Chongqing ha causato perdite
economiche per almeno 9,9 miliardi di yuan e fa scarseggiare l'acqua da bere
per oltre 10 milioni di persone, mentre nell'intera nazione almeno 18 milioni
hanno carenza d'acqua.

[20]

La Cina è
colpita dalle peggiori inondazioni degli ultimi anni, con 60 milioni di persone
colpite nella Cina centrale e meridionale, almeno 360 morti e perdite economiche
dirette già pari a 7,4 miliardi di yuan, 200mila case distrutte o
danneggiate, 528mila ettari di terre agricole distrutte e altri 1,8 milioni
sommersi. Intanto avanza veloce la desertificazione, che copre un quinto delle
terre e provoca tempeste di sabbia che arrivano fino al Giappone. (…) Se la
Cina centrale e meridionale soffrono di inondazioni, a nord continua ad espandersi
il deserto, che ormai copre un quinto delle terre, lungo il corso superiore del
Fiume Giallo, sull’altopiano del Qinghai-Tibet e in parte della Mongolia
interna e del Gansu.

La Cina ha il
20% circa della popolazione mondiale, ma solo il 7% della terra coltivabile.

Secondo Wang
Tao, membro dell’Accadenia cinese delle scienze a Lanzhou, nell’ultimo decennio
i deserti cinesi sono aumentati di 950 chilometri quadrati ogni anno. Ogni
primavera le tempeste di sabbia flagellano Pechino e l’intera Cina
settentrionale e giungono fino a Corea del Sud e Giappone.

[21]

Tutto questo ci deve fare riflettere sulla decantata
forza del capitalismo cinese. In realtà il recente sviluppo dell’economia
cinese, piuttosto che dare vigore ed energia al capitalismo mondiale
senescente, esprime piuttosto l’orrore della sua agonia, con le sue città
devastate dallo smog a stento mascherato nelle recenti olimpiadi, con i corsi
d’acqua prosciugati e contaminati e con le mattanze quotidiane di operai che
vengono falcidiati a migliaia nelle miniere e nelle fabbriche da condizioni di
lavoro incredibilmente dure e prive di qualunque requisito di sicurezza.

Tante altre sono le risorse in via di esaurimento e,
in chiusura di questo primo articolo, faremo solo un rapido accenno a due di
queste.

La prima è quasi scontata e obbligata: il petrolio.
Come è noto è dagli anni ’70 che si parla dell’esaurimento delle scorte naturali
di petrolio ma adesso, anno 2008, sembra che siamo veramente arrivati al picco
di produzione di petrolio, il cosiddetto picco di Hubbert, ovvero il momento in
cui avremmo già esaurito e consumato la metà delle risorse naturali di petrolio
previste dalle varie prospezioni geologiche. Il petrolio rappresenta oggi quasi
il 40% dell'energia primaria generata e circa il 90% dell’energia usata nei
trasporti; importanti sono anche le sue applicazioni nell'industria chimica, in
particolare quella dei fertilizzanti per l'agricoltura, nonché plastiche,
colle,vernici, lubrificanti, detersivi. Tutto questo è stato possibile perché
il petrolio ha costituito una risorsa a basso costo e apparentemente senza
limiti. Ma adesso che la carenza di petrolio ne fa aumentare vertiginosamente
il prezzo, il mondo capitalista si volge verso delle alternative meno onerose.
Ma, ancora una volta, l’invito di Clausius a non consumare in una generazione
più di quello che la natura è capace di riprodurre resta senza ascolto e il mondo
capitalista è proiettato in una corsa folle ai consumi di energia dove paesi
come la Cina e l’India la fanno da padroni, bruciando tutto quello che c’è da
bruciare, tornando al tossico carbon fossile, pur di creare energia, e
producendo tutto intorno una contaminazione senza precedenti.

Naturalmente anche il ricorso miracoloso al cosiddetto biodiesel ha fatto il suo tempo e ha
mostrato tutte le sue insufficienze. Produrre combustibile dalla fermentazione
alcolica di amido di mais o da prodotto vegetali oleaginosi non solo non riesce
a coprire l’esigenza di combustibile che richiede il mercato oggi ma
soprattutto innesca un rialzo dei prezzi alimentari che porta ad affamare le
popolazioni povere contadine. Il vantaggio, ancora una volta, è delle singole
aziende capitaliste, come quelle alimentari che si stanno riconvertendo verso
il business dei biocarburanti. Ma per i poveri mortali questo significa
solo che vasti tratti di foresta vengono abbattuti per fare posto alle
piantagioni (milioni
e milioni di ettari). Infatti la produzione di biodiesel comporta
l’utilizzazione di grandi distese di terreno. Per avere un’idea del problema
basti pensare che un ettaro di terra coltivata a colza o girasole o altri semi
oleaginosi produce circa 1000 litri di biodiesel, che sono in grado di far
marciare un automezzo per circa 10.000 km. Se ipotizziamo che in media le
automobili di un certo paese sviluppano un chilometraggio di 10.000 km per
anno, ogni singola automobile consuma tutto il biodiesel prodotto da 1 ettaro
di terreno. Ciò comporta che un paese come l’Italia, dove circolano 34 milioni
di autovetture, se volesse recuperare il suo combustibile per autotrazione
dall’agricoltura, avrebbe bisogno di una superficie coltivabile di 34 milioni
di ettari. Se alle auto aggiungiamo i circa
4 milioni di
camion, che hanno motori più grossi e fanno almeno 10 volte più Km/anno, si ha
un consumo almeno doppio, arrivando ad impegnare una superficie di circa 70
milioni di ettari, che corrisponde a una superficie grande quasi due volte e
mezzo la penisola italiana, comprese le montagne, le città, ecc. ecc.

Anche se non se ne parla allo stesso modo, un problema
analogo a quello dei combustibili fossili si pone, naturalmente, per qualunque
altra risorsa di tipo minerale, ad esempio per quei minerali da cui si
estraggono metalli. E’ vero che, in questo caso, il metallo non viene distrutto
dall’uso, come succede per il petrolio o il gas metano, ma l’incuria della
produzione capitalista finisce per disperdere sulla superficie della terra e dentro
le discariche quantitativi significativi di metalli, con la conseguenza che la
disponibilità di questi materiali va anch’essa,
prima o dopo, verso l’esaurimento. Tra l’altro l’uso di certi materiali in
leghe o in materiali poliaccoppiati rende ancora più ardua l’impresa di un
eventuale recupero del singolo materiale “puro”.

Per avere un’idea del problema si pensi che, entro pochi decenni, risulteranno quasi esaurite le
seguenti risorse: uranio, platino, oro, argento, cobalto, piombo, manganese,
mercurio, molibdeno, nichel, stagno, tungsteno e zinco. Come si vede si tratta
di materiali praticamente indispensabili alla moderna industria e la cui
carenza peserà gravemente sul prossimo futuro. Ma anche altri materiali non
sono inesauribili: si calcola che vi siano disponibili ancora (nel senso di
economicamente convenienti da estrarre): 30 miliardi di tonnellate di ferro, 220
milioni di tonnellate di rame, 85 milioni di tonnellate di zinco. Per avere
un’idea delle quantità basti pensare che per portare i paesi poveri al livello
dei paesi avanzati occorrerebbero rispettivamente 30 miliardi di tonnellate di
ferro, 500 milioni di tonnellate di rame, 300 milioni di tonnellate di zinco,
cioè decisamente di più di quanto tutto il pianeta Terra potrebbe offrire.

Di fronte a questa catastrofe annunciata c’è da
chiedersi se progresso e sviluppo si debbano coniugare necessariamente con
inquinamento e sconvolgimento dell’ecosistema Terra. C’è da chiedersi se tali
disastri siano da attribuire alla cattiva educazione degli uomini o se siano da
attribuire ad altro. E’ quanto vedremo appunto nel prossimo articolo.

14 agosto 2008 Ezechiele


[1]


Rivoluzione comunista o distruzione
dell’umanità
, Manifesto adottato dal IX Congresso della CCI di luglio
1991 (Revue Internationale n° 67, ott.-dic. 1991).

[2]

G. Barone et al., Il metano e il futuro del clima, in
Biologi Italiani, n°8 del 2005.

[3]

idem

[6]

Roberto Saviano,
Gomorra, viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della
camorra
, Arnoldo Mondadori
Editore, 2006

[7]

La Repubblica on-line, 29/10/07

[8]

La Repubblica, 6/02/08. In the USA alone
every year more than 100 billion plastic bags are used, 1.9 million tons of oil
are needed to produce them, most of them end up being thrown away, they take
years before being decomposed. The US- production of some 10 billion paper bags
requires the chopping of some 15 million trees alone.

[9]

Vedi l’articolo: Mediterraneo,
un mare di plastica
, da La Repubblica del 19 luglio 2007.

[10]

Non è escluso naturalmente che il rincaro vertiginoso
del petrolio, a cui stiamo assistendo dalla fine dell’anno scorso, non metta in
discussione l’uso di questa materia prima per la produzione di plastiche
sintetiche non biodegradabili, inducendo nel prossimo futuro un processo di
conversione alla nuova fede ecologica da parte di attenti imprenditori, attenti
ancora una volta a salvaguardare i propri interessi!

[13]

Jared Diamond, Collasso,
edizioni Einaudi.

[15]

Jared Diamond, Collasso,
edizioni Einaudi.

[16]

R.J.E. Clausius (1885), nato a Koslin (Prussia, ora Polonia) nel 1822
e morto a Bonn nel 1888.

[17]

Associazione Italiana Insegnanti Geografia, La crescita
della popolazione
, in 

[18]

G.
Carchella, Acqua: l’oro blu del terzo
millennio
, su “Lettera22, associazione indipendente di giornalisti” 

[19]

Asian farmers sucking the continent dry, 28 agosto 2004, su Newscientist, 

[20]

PB, Cina: oltre
10 milioni di persone assetate dalla siccità
, su Asianews,
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=6977

[21]

La Cina stretta
tra le inondazioni e il deserto che avanza
, 18/08/2006, su Asianews,
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9807

Questioni teoriche: