L’Europa: alleanza economica e campo di manovra per le rivalità imperialiste

Ormai da quasi mezzo secolo la classe dominante parla di costruire l’Europa. L’introduzione di una moneta comune – l’euro – è stata presentata come un primo passo fondamentale verso la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Questo processo è a quanto pare ben avviato se si ritiene di allargare l’Unione Europea da 15 a 25 paesi dal primo maggio 2004, mentre l’obiettivo di redigere una costituzione europea è già in atto.

Riuscirà davvero la classe dominante ad andare oltre il limite dell’idea di nazione? Sarà in grado di superare la competizione economica e i suoi antagonismi imperialisti? Saprà davvero porre fine alla guerra economica, e ai conflitti militari che hanno diviso il continente così tante volte? In altre parole, la borghesia sarà capace di offrire l’inizio di una soluzione al problema della divisione del mondo in nazioni in competizione tra loro, divisione che è stata la causa di decine di milioni di morti e che ha insanguinato l’intero pianeta, soprattutto dall’inizio del ventesimo secolo? Proprio la stessa borghesia sarà capace di abbandonare quell’ideologia nazionalista che è alla base della sua esistenza come classe, l’origine stessa di ogni sua legittimazione economica, politica, ideologica ed imperialista?

Ma se le risposte a tutte queste domande sono negative, se gli Stati Uniti d’Europa sono solo un miraggio, allora qual è il significato della costituzione e dello sviluppo dell’Unione Europea? La classe dominante è diventata così masochista da rincorrere qualcosa di impossibile? Perché dovrebbe costruire un castello di carte senza un vero scopo? E’ solo allo scopo di un’illusoria competizione con gli Stati Uniti d’America? O è semplice propaganda?

L’impossibilità di superare lo schema di nazione nella decadenza del capitalismo

Possiamo giudicare l’impossibilità di un progetto simile se prendiamo in considerazione i presupposti per la sua attuazione. Questi presupposti non solo sono del tutto assenti nel progetto attuale, sono semplicemente un’utopia nel contesto storico attuale. Dato che l’esistenza di diverse borghesie nazionali è intimamente legata alla proprietà privata e/o statale che si è storicamente sviluppata nell’ambito della struttura nazionale, qualunque reale unificazione ad un livello più alto implicherebbe togliere potere a queste nazioni. La prospettiva è del tutto irrealistica dato che la creazione di una reale Europa Unita a livello continentale potrebbe avvenire solo attraverso un processo di espropriazione delle diverse frazioni borghesi nazionali in ognuno dei paesi membri. Questo sarebbe necessariamente un processo violento, come lo furono le rivoluzioni borghesi contro l’antico regime feudale o le guerre di indipendenza delle nuove nazioni contro il potere che li teneva sotto tutela, un processo che non può essere sostituito dalla “la volontà politica dei governi” e/o “l’aspirazione popolare a costruire l’Europa”. Durante il 19° secolo, la guerra ha sempre giocato un ruolo primario nel processo di formazione di nuove nazioni, o per eliminare la resistenza interna dei settori reazionari della società, o per attestare le loro nuove frontiere a spese dei vicini. Possiamo perciò facilmente immaginare cosa costerebbe il processo dell’unificazione europea. Questo mette in evidenza quanto l’idea di una pacifica unione di diversi paesi, anche se europei, sia o utopica o ipocrita ed ingannevole. Rendere possibile questa unificazione implicherebbe la comparsa di un nuovo gruppo sociale, portatore di interessi di emancipazione soprannazionali, e capace, attraverso un reale processo rivoluzionario e con l’aiuto di propri mezzi politici (partiti, ecc.) e coercitivi (forze militari, ecc.) di espropriare gli interessi borghesi legati ai diversi capitali nazionali e di imporre loro il proprio potere.

Senza dilungarsi sulla questione nazionale, è chiaro che tutte le nazioni che si sono create dalla guerra del 1914–18 in poi – circa 100 – erano il risultato di problemi nazionali rimasti irrisolti durante il 19°sec. e fino all’inizio del 20°. Erano tutte nazioni nate morte che si dimostrarono incapaci di completare la loro rivoluzione borghese e di iniziare la loro rivoluzione industriale con sufficiente vigore, alimentando così la dinamica della miriade di conflitti che hanno avuto luogo dalla prima guerra mondiale. Solo quei paesi che si sono formati durante il 19° secolo hanno saputo raggiungere un sufficiente grado di coerenza, potere economico, stabilità politica. I sei paesi più potenti di oggi erano già tali, anche se in un ordine diverso, alla vigilia della prima guerra mondiale. Anche gli storici borghesi si  accorgono di questo fenomeno, ma esso può essere spiegato davvero solo nell’ambito del materialismo storico.

Perché una nazione si formi su solide fondamenta politiche è necessario che sia fortemente radicata ad una reale centralizzazione della sua borghesia, e questa centralizzazione si forma attraverso una difficile e unificante lotta contro il feudalismo dell’antico regime. Deve avere basi economiche abbastanza solide perché la sua rivoluzione industriale trovi spazio in un mercato mondiale in via di formazione. Queste due condizioni esistevano durante il periodo dell’ascesa del capitalismo, che durò essenzialmente dall’inizio del 18° sec. fino alla prima guerra mondiale. Queste condizioni poi scomparvero e perciò non c’era più la possibilità di far emergere nuovi e fattibili progetti nazionali. Perché allora dovrebbe diventare improvvisamente possibile realizzare oggi ciò che si è dimostrato impossibile durante tutto il 20° secolo? Se nessuna delle nuove nazioni create dalla prima guerra mondiale in poi è stata in grado di raccogliere mezzi adeguati di esistenza, perché dovrebbe improvvisamente diventare possibile la comparsa di un nuovo grande potere – come sarebbero gli Stati Uniti d’Europa?

La terza conseguenza logica dell’ipotesi europea implica l’indebolimento della tendenza verso il peggioramento degli antagonismi imperialisti tra i paesi europei in competizione. Ma come fece notare Marx nella metà del 19° secolo (nel Manifesto Comunista), l’antagonismo tra ogni frazione nazionale della borghesia è una costante: “ La borghesia si trova coinvolta in una costante battaglia. All’inizio con l’aristocrazia; in seguito con quelle porzioni della stessa borghesia i cui interessi diventano antagonisti allo sviluppo dell’industria; sempre con la borghesia dei paesi stranieri”. Mentre le contraddizioni tra la borghesia e i resti del feudalismo o dei suoi settori arretrati sono stati in gran parte superate dalla rivoluzione capitalista, per lo meno nei paesi più sviluppati, al contrario gli antagonismi tra nazioni si sono solo approfonditi durante il 20° secolo. Allora perché dovremmo aspettarci di vedere rovesciarsi questo processo, quando i conflitti tra le varie frazioni della classe dominante si sono inaspriti sempre di più durante l’intero periodo di decadenza?

Invece una caratteristica inequivocabile di un sistema di produzione che entra nel suo periodo di decadenza è l’esplosione di antagonismi tra i settori della classe dominante. Quest’ultima non può più ricavare profitto sufficiente da un rapporto sociale di produzione divenuto obsoleto, e così tende a farlo depredando i suoi rivali. Ciò avvenne durante la decadenza del sistema di produzione feudale (1325-1750) quando alla Guerra dei Cent’Anni seguirono le guerre tra le grandi monarchie assolute europee. “…senza dubbio la violenza era un tratto specifico e permanente della società medioevale. Ma raggiunse una nuova dimensione tra il 13° e il 14° secolo (…) La guerra diventò un fenomeno endemico, alimentato da forti frustrazioni sociali (…) La generalizzazione della guerra era soprattutto l’espressione ultima della disfunzione di una società in preda a problemi che era incapace di padroneggiare. Che così si diede alla guerra per sfuggire dai problemi del momento”. (Guy Bois, La grande dépression médiévale). Questo periodo di decadenza del sistema di produzione medioevale contrasta fortemente con la sua ascesa (1000-1325): “Ancora più chiaramente che durante i tempi del Medioevo, il periodo tra il 1150 e il 1300 vide fasi di pace quasi completa in ampie aree geografiche, grazie alla quale l’espansione economica e demografica non poté che crescere” (P. Contamine, La guerre au Moyen Age). Lo stesso è avvenuto al termine del sistema di produzione retto sulla schiavitù, con lo smembramento dell’Impero Romano e la proliferazione di infiniti conflitti tra Roma e le sue province.

Questo fu anche il caso quando il capitalismo entrò nel suo periodo di decadenza. Per dare un’idea dell’abisso tra le condizioni di esistenza durante l’ascesa del capitalismo e la sua decadenza citiamo Il secolo breve  (1994) di Eric Hobsbawm, che illustra molto bene le differenze tra ciò che lui chiama il “lungo 19°” e “breve 20°” secolo: “Come possiamo attribuire un significato al Secolo breve, cioè agli anni che vanno dall’esplosione della prima guerra mondiale fino al collasso dell’Unione Sovietica, i quali, per quanto possiamo ora considerarli retrospettivamente, formano un periodo storico coerente che è giunto al termine? (…) nel Breve 20° secolo sono stati uccisi o lasciati deliberatamente morire più essere umani che mai prima nella storia (…) è stato senza dubbio il secolo più letale di cui abbiamo traccia, sia per proporzioni, frequenza, e durata delle guerre che l’ hanno attraversato (e che a malapena hanno smesso per qualche momento dal 1920) ma anche per l’estensione delle peggiori carestie della storia, e del genocidio sistematico. A differenza del Lungo 19° secolo, che è sembrato essere, e che in effetti è stato, un periodo quasi ininterrotto di progresso materiale, intellettuale e morale, del progresso, in breve, di valori civili, dal 1914 in poi abbiamo visto una regressione notevole di quei valori che erano stati fino allora considerati normali nei paesi sviluppati (…) Tutto questo è cambiato nel 1914 (…) In breve, il 1914 ha inaugurato l’epoca dei massacri (…) in passato le guerre non-rivoluzionarie e non-ideologiche non erano condotte come lotta a oltranza fino alla    morte (…) In queste condizioni, perché le potenze in campo fecero della prima guerra mondiale un gioco a somma-zero, in altre parole una guerra che si poteva o vincere totalmente o perdere totalmente? La ragione è che questa guerra, diversamente dai precedenti conflitti i cui obiettivi erano limitati e specifici, fu combattuta per fini illimitati (…) Questo fu un gioco assurdo e auto-distruttivo, che rovinò vinti e vincitori. Che trascinò i primi in una rivoluzione e i secondi nella bancarotta e nell’esaurimento fisico (…) la guerra moderna coinvolge tutti i cittadini e ne mobilita la maggior parte; è portata avanti con armi che richiedono l’impegno produttivo di tutta l’economia e che sono usate in quantità inimmaginabile; causa distruzioni colossali, ma anche domina e trasforma ogni aspetto della vita dei paesi coinvolti. Tutti questi fenomeni sono caratteristici delle guerre del 20° secolo (…) La guerra ha incoraggiato la crescita economica? In un senso, chiaramente no”. 

L’entrata del capitalismo nel suo periodo di decadenza ha reso da allora in poi impossibile la comparsa di nuove nazioni capaci di un reale sviluppo. La relativa saturazione di mercati solvibili – in rapporto agli enormi bisogni di accumulazione creati dallo sviluppo delle forze produttive – che è la base della decadenza del capitalismo, impedisce ogni soluzione “pacifica” alle sue contraddizioni insormontabili. Questo è il motivo per cui le guerre commerciali tra le nazioni e lo sviluppo dell’imperialismo sono andate solo aumentando. In questo contesto, le nazioni che sono arrivate tardi sullo scenario mondiale sono incapaci di superare la loro arretratezza: anzi, il distacco con i paesi più avanzati tende inesorabilmente ad allargarsi.

L’Europa non si è formata come entità nazionale prima dell’inizio dello scorso secolo, in un’epoca pur favorevole alla comparsa di nuove nazioni, perché mancavano le pre-condizioni per questa unità; da allora è stato impossibile crearle. Per di più, nell’attuale e finale fase di decadenza, la fase della decomposizione della società capitalistica,1  non solo le condizioni per il sorgere di nuove nazioni sono ancora più sfavorevoli, ma anzi la tendenza crescente è alla lacerazione di nazioni già esistenti ma meno coese (l’Unione Sovietica, la Iugoslavia, la Cecoslovacchia, ecc.) e all’ inasprimento delle tensioni perfino all’interno dei paesi più forti e più stabili (vedi il paragrafo sull’Europa nel periodo di decomposizione).

Un parallelo storico: le monarchie assolute.

Dovremmo sorprenderci per questo processo verso l’unificazione europea nel mezzo della decadenza del capitalismo? E’ un segno che il sistema di produzione capitalistica ha riscoperto il suo antico vigore, o che sta resistendo alla sua decadenza? Più in generale, possiamo osservare fenomeni analoghi durante il declino delle società precedenti, e se così è, qual è stato il loro significato?

La decadenza del modo di produzione feudale è interessante da questo punto di vista, poiché essa fu testimone della formazione delle grandi monarchie assolute che sembrarono andare oltre i feudi sparsi così caratteristici del modo di produzione feudale. Durante il 16° secolo compare in occidente lo Stato assolutista. Le monarchie centralizzate rappresentarono una rottura decisiva con la dispersa sovranità piramidale delle formazioni sociali medioevali. Questa centralizzazione del potere monarchico fece sviluppare una forza militare e una burocrazia permanenti, una tassazione nazionale, una legislazione codificata, e l’inizio di un mercato unificato. Sebbene tutti questi elementi possano apparire come caratteristici del capitalismo, tanto più che coincisero con la scomparsa della servitù della gleba, essi rimangono ciò nonostante un’espressione del declino del feudalismo.

Infatti, l’“unificazione nazionale” portata avanti a vari livelli dalle monarchie assolute non andò oltre la struttura geo-storica del Medio Evo, mentre esprime piuttosto il fatto che quest’ultima era diventata troppo limitata per contenere il continuo sviluppo delle forze produttive. Gli stati assolutistici rappresentarono una forma di centralizzazione dell’aristocrazia feudale, rafforzando il suo potere per resistere alla decadenza del sistema di produzione feudale. Proprio la centralizzazione del potere è un’altra caratteristica della decadenza di ogni sistema di produzione – di solito attraverso un rafforzamento dello Stato che rappresenta gli interessi collettivi della classe dominante - allo scopo di offrire una più solida resistenza alle crisi rovinose del loro declino storico.

Possiamo trovare un’analogia con la formazione dell’Unione Europea, e più in generale con ogni accordo economico regionale in tutto il mondo. Sono tentativi di andare oltre la struttura troppo stretta della nazione per riuscire ad affrontare il peggioramento della competizione economica nella decadenza del capitalismo. La borghesia è perciò attanagliata da una parte dalla necessità sempre più forte di superare la struttura nazionale per difendere meglio i propri interessi economici, e dall’altra dalle fondamenta nazionali del suo potere e della sua proprietà.

L’Europa non è in nessun modo un superamento di questa contraddizione, ma un’espressione della resistenza della borghesia alle contraddizioni della decadenza del suo stesso sistema di produzione. Quando Luigi XIV invitò i grandi del regno a spostarsi presso la sua corte a Versailles, questo non fu per il loro piacere ma piuttosto per tenerli sotto sorveglianza e per impedire loro di complottare nelle loro province. In qualche modo, i calcoli strategici all’interno dell’Unione Europea non sono dissimili: la Francia preferisce tener legata la Germania all’Europa e il marco tedesco fuso nell’Euro, piuttosto che vedere la Germania libera di dare corso alle sue inclinazioni storiche a espandersi nell’Europa Centrale, dove il Deutschmark era già la valuta di riferimento; l’Inghilterra, dopo aver tentato di fondare l’EFTA in competizione con la CEE, ora preferisce unirsi al club per influenzare o perfino sabotare le politiche dell’Unione, piuttosto che trovarsi isolata nella sua isola; mentre la Germania preferisce avanzare sotto la copertura della finzione europea per sviluppare le sue reali ambizioni imperialiste di futuro leader di un blocco capitalistico capace di rivaleggiare con quello degli Stati Uniti.

L’Europa è una creazione dell’imperialismo per gli scopi della Guerra Fredda  

Le radici della formazione della Comunità Europea vanno ricercate nello sviluppo della guerra fredda subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Destabilizzata dalla crisi economica e dalla disorganizzazione sociale, l’Europa era una preda potenziale per l’imperialismo sovietico e fu sostenuta dagli Stati Uniti allo scopo di costituire un baluardo contro l’avanzata del blocco orientale. Si ottenne questo grazie al Piano Marshall che fu proposto a tutti i paesi europei nel giugno del 1947. Allo stesso modo, la formazione della Comunità Europea per il Carbone e l’Acciaio corrispondeva al bisogno di rafforzare l’Europa nel contesto del drammatico aggravamento delle tensioni tra est e ovest con lo scoppio della guerra in Corea. La creazione della CEE nel 1957 completò questo rafforzamento del blocco occidentale sul continente. Questo sviluppo dell’Europa, essenzialmente a livello economico e militare attraverso la presenza delle truppe e delle armi della NATO, dimostra che lungi dal rappresentare la riscoperta della pace, l’Europa rimane il teatro principale del conflitto inter-imperialista, così come è sempre stata durante la storia del capitalismo.

Al contrario della propaganda della classe dominante, la pace che regna in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non è stata la conseguenza di un processo di unificazione europea, non di una pace a cui siano alla fine giunti i rivali storici, ma la congiuntura di tre fattori economici, politici e sociali. Per cominciare, il contesto della ricostruzione economica, combinato con le misure keynesiane post-belliche, permise al capitalismo di prolungare la sua sopravvivenza senza essere costretto a ricorrere a un terzo conflitto mondiale nel breve termine, come era avvenuto tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando dopo solo dieci anni di ricostruzione tra il 1919 ed il 1929 scoppiò nel ’29 la crisi più seria di sovrapproduzione mai avvenuta, e che continuò fino alla vigilia della seconda guerra mondiale. In seguito il nuovo contesto della Guerra Fredda vide fronteggiarsi due blocchi imperialisti continentali (la Nato e il Patto di Varsavia); gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, i rispettivi leader, furono temporaneamente in grado di spostare verso la periferia il loro confronto diretto. Questo non impedì ai conflitti locali avutisi tra il 1945 e il 1989 di provocare più vittime di quanto avessero fatto tutte le battaglie della Seconda Guerra Mondiale! Infine, il fatto che il proletariato non fosse ideologicamente preparato a combattere una guerra in seguito alla sua ricomparsa sulla scena storica nel 1968, sbarrò la strada al bellicismo dei due blocchi imperialisti proprio nel momento in cui diventava sempre più urgente per loro aprire le ostilità per la riapparizione della crisi economica.

L’Europa, un guscio vuoto e colpi bassi politici

In un contesto largamente favorevole, gli Stati europei hanno saputo raggiungere accordi essenzialmente su questioni economiche: l’Organizzazione per la cooperazione economica europea (OCEE), la Comunità europea per il carbone e l’acciaio, la Politica Agricola Comune, la creazione di una Value Added Tax europea, il Mercato Comune, e il Sistema Monetario Europeo ne sono tutti degli esempi. 

Per contro, l’incomprensione politica è sempre stata una costante della politica della CEE e dell’Unione europea, a cominciare dalla questione tedesca subito dopo la sconfitta bellica della Germania. La Francia voleva una Germania debole e disarmata. Gli Stati Uniti, per le necessità della guerra fredda, imposero la ricostituzione di una Germania forte, in grado di riarmarsi, il che portò alla creazione della Repubblica Federale tedesca nel 1949. Nel 1954, la Francia si rifiutò di ratificare la Comunità di difesa europea nonostante che il trattato fosse già stato firmato nel 1952 dai suoi cinque partner sotto la pressione americana. Il Regno Unito, che non era voluto entrare nella CEE creata nel 1957, cercò di costruire una più ampia zona commerciale libera che incorporasse tutti i paesi dell’OCEE, che includesse il Mercato Comune e che così lo privasse della sua specificità. Quando la Francia rifiutò, gli inglesi si unirono agli altri paesi europei per creare l’Associazione del libero commercio europeo (EFTA) con il trattato di Stoccolma del 20 novembre 1959. In due occasioni, nel 1963 e nel 1967, la Francia rifiutò la candidatura dell’Inghilterra ad entrare nella CEE perché ne vedeva un cavallo di Troia americano. Nel 1967, la Francia ancora una volta provocò una seria crisi che durò sei mesi con la sua politica della “sedia vuota”; finì con un compromesso che permise all’Europa di sopravvivere, ma solo dopo aver stabilito la regola dell’unanimità per tutte le decisioni più importanti. Quando la Gran Bretagna alla fine entrò nella CEE nel gennaio 1973, non esitò a porre il veto ai lavori comunitari in numerose occasioni, a cominciare da una rinegoziazione del trattato di adesione un anno dopo, delle modifiche al PAC, una rinegoziazione del contributo britannico al bilancio europeo (il famoso “rivoglio indietro i miei soldi” di Margaret Thatcher) , il rifiuto di aderire alla moneta comune, ecc. Più recentemente, il disaccordo sulla data per iniziare i negoziati sull’entrata della Turchia nella UE ha rivelato le divisioni europee a livello delle politiche imperialiste: la Francia è apertamente ostile ad un paese che è sempre stato molto vicino alla Germania e agli Stati Uniti. Questi ultimi hanno esercitato pressioni fortissime perché la Turchia fosse accettata come futura candidata, sia direttamente, con telefonate presidenziali ai leader europei, sia indirettamente attraverso la pressione inglese, con la strategia sottintesa e quasi ammessa che più l’Europa si allarga, meno sarà capace di integrazione politica e soprattutto di sviluppare una politica e una strategia comuni nell’arena internazionale.

L’assenza completa di una politica estera comune o degli strumenti di questa politica (un esercito integrato), l’assenza di un bilancio europeo sostanziale (appena 1.27% del PIL europeo!) a livello dei bilanci nazionali, e la quota completamente sproporzionata di agricoltura nel budget europeo (di cui quasi metà è destinata a un settore che rappresenta non più del 4-5% del valore aggiunto annuale europeo), ecc., tutto dimostra abbastanza chiaramente che mancano gli attributi fondamentali di un reale stato europeo sopranazionale, o che laddove esistono, mancano di vero potere o autonomia. Il funzionamento politico dell’Unione Europea è una semplice caricatura tipica del sistema di funzionamento della borghesia nel periodo della decadenza: il parlamento non ha potere, il centro di gravità della vita politica è monopolizzato dal potere esecutivo, il Consiglio dei ministri, al punto che la stessa borghesia si preoccupa regolarmente della “ mancanza di legittimazione democratica”!

Questo non sorprende, in quanto la strategia politica europea era già condizionata, e inevitabilmente incappò nei limiti imposti dalla disciplina del blocco degli Stati Uniti durante la guerra fredda. Questa strategia aveva scarsa consistenza allora, ma ne ha avuta ancor meno dopo il crollo del Muro di Berlino che ha segnato la scomparsa dei due blocchi. Da allora, non c’è quasi nessun punto di politica estera su cui l’Europa sia stata capace di definire una posizione comune. E’ stata divisa tra visioni diverse e perfino opposte su Medio Oriente, Guerra del Golfo, il conflitto in Iugoslavia e in Kosovo, ecc. Lo stesso vale, forse ancora di più, per il progetto di costituire un esercito europeo. Mentre alcuni (Francia e Germania per esempio) spingono per una maggiore integrazione, compresa una maggiore indipendenza verso le restanti strutture militari della NATO, altri (l’Inghilterra e l’Olanda, per esempio) vogliono restarne all’interno.

L’Europa: un accordo essenzialmente economico

Se la formazione degli Stati Uniti d’Europa è un’illusione, se una vera integrazione europea ad ogni livello è un miraggio, se le origini della relativa unificazione europea hanno radici sulle esigenze della guerra fredda, qual è allora il significato della volontà politica di rafforzare oggi queste strutture?

Come abbiamo visto, la nascita e il potenziamento della Comunità Europea sono stati all’inizio soprattutto l’espressione del bisogno di contrastare l’espansionismo sovietico in Europa. Sebbene sia stata creata per i bisogni imperialistici del blocco americano, e perfino utile all’espansione economica di quest’ultimo (come è stato anche per il Giappone e i “nuovi paesi industrializzati”), a poco a poco è diventata un serio rivale economico per gli Stati Uniti, incluso nel settore della alta tecnologia (Airbus, Arianespace, ecc.). Questo è uno dei risultati della competizione economica durante la guerra fredda. Fino alla caduta del Muro di Berlino, l’integrazione europea è stata essenzialmente economica. Cominciando con una zona di libero commercio interno per le merci, per passare a un’unione doganale contro gli altri paesi, per diventare poi un mercato comune per i beni, i capitali e la manodopera, l’Europa alla fine ha coronato questa integrazione disponendo regolamenti politici. Lo scopo di questa integrazione economica è stato dall’inizio il rafforzamento della posizione europea nel mercato mondiale. La creazione di un mercato più vasto che permettesse economie di scala doveva offrire un trampolino per sostenere le compagnie europee di fronte alla competizione straniera, in particolare quella americana e giapponese. La stessa creazione del Single Act nel 1985-86 nacque in seguito alla valutazione completamente negativa della situazione economica europea: l’Europa aveva sofferto i dieci anni di crisi più del Giappone e degli Stati Uniti.

L’Europa di fronte al collasso e la decomposizione dei blocchi

Dall’inizio degli anni ’80, il capitalismo è stato caratterizzato da una situazione in cui le due classi fondamentali ed antagoniste nella società si confrontavano e si opponevano senza che nessuna fosse capace di imporre la sua alternativa. Comunque, per la vita sociale sotto il capitalismo sopportare un “congelamento” o una “stagnazione” è ancor meno possibile che per tutti gli altri sistemi di produzione che l’ hanno preceduto. Mentre le contraddizioni di un capitalismo in crisi vanno peggiorando costantemente, l’incapacità della borghesia di offrire la pur minima prospettiva all’insieme della società, e l’incapacità del proletariato di far prevalere la sua può solo portare al fenomeno di una decomposizione generalizzata, con la società che marcisce sui suoi piedi. Il collasso del blocco orientale nel 1989 è stato solo il più spettacolare di una serie di espressioni inequivocabili del fatto che il sistema di produzione capitalistica è entrato nella fase finale della sua esistenza.

E’ così anche per il serio aggravamento delle convulsioni politiche dei paesi periferici che sempre più impedisce alle grandi potenze di appoggiarsi su di loro per mantenere l’ordine regionale, costringendole così ad intervenire sempre più direttamente in confronti militari. Questo era già visibile negli anni ’80 nella situazione del Libano, e ancor più in Iran. Specie in Iran gli avvenimenti raggiunsero una dimensione prima sconosciuta: un paese appartenente a un blocco, anzi un membro importante di un’alleanza militare, che sfugge ampiamente dal suo controllo senza cadere sotto il dominio del blocco avversario. Questo non fu dovuto ad un indebolimento del blocco nel suo insieme, e neanche a una decisione di questo paese di migliorare la posizione del suo capitale nazionale – piuttosto il contrario, dato che questa politica lo condusse a un disastro economico e politico. Infatti, dal punto di vista degli interessi del capitale nazionale, non c’era nessuna razionalità – neanche una razionalità illusoria – nello sviluppo della situazione in Iran. Ciò che illustra meglio questo è la presa del potere da parte del clero, uno strato della società che non aveva mai avuto nessuna competenza nella gestione degli affari politici o economici del capitalismo. L’ascesa e la vittoria dell’integralismo islamico in un paese relativamente importante sono già dei primi segni di una fase di decomposizione, e da allora questo è stato solo confermato dallo sviluppo di questo fenomeno in vari paesi.

Qui vediamo la comparsa di fenomeni che attestano un cambiamento qualitativo nell’espressione delle classiche caratteristiche della decadenza capitalistica.

Storicamente le classi dominanti diventate obsolete sviluppano sempre una serie di meccanismi e di strutture per affrontare le forze che minacciano il loro potere (crescenti crisi economiche e conflitti militari, il disordine del corpo sociale, la decomposizione dell’ideologia dominante, ecc.). Per la borghesia questi meccanismi sono il capitalismo di Stato, un crescente controllo totalitario della società civile, la sottomissione dei diversi strati della borghesia a un superiore interesse nazionale, la formazione di alleanze militari per affrontare la competizione internazionale, ecc.

Finché la borghesia è in grado di controllare l’equilibrio delle forze sociali, l’espressione delle caratteristiche della decomposizione di ogni sistema di produzione può essere contenuta entro certi limiti compatibili con la sopravvivenza del sistema. Invece durante la fase di decomposizione queste caratteristiche persistono e sono peggiorate da una crescente crisi generalizzata, e l’incapacità della borghesia di imporre la sua soluzione o della classe operaia di mettere avanti la sua prospettiva lascia il campo libero a ogni genere di forze sociali e politiche disgreganti – all’esplosione dell’ognuno per sé: “Elementi di decomposizione si possono trovare in tutte le società decadenti: il disordine del corpo sociale, il disfacimento delle sue strutture politiche, economiche e ideologiche, ecc. Lo stesso è stato per il capitalismo dall’inizio del suo periodo decadente (…) in una situazione storica in cui la classe operaia non è ancora in grado di dare battaglia per la sua unica prospettiva “realistica” – la rivoluzione comunista – ma in cui neppure la classe al potere sa proporre una sua pur minima prospettiva, neanche a breve tempo, allora la precedente capacità di quest’ultima di limitare e controllare i fenomeni di decomposizione durante il periodo di declino può solo collassare sotto i colpi ripetuti della crisi” (Rivista internazionale n° 14, “Decomposizione, la fase finale della decadenza del capitalismo”). La storia mostra che quando la società è in preda alle sue contraddizioni senza essere capace di risolverle, cade in caos crescente, in lotte senza fine tra Signori della guerra. L’immagine della decomposizione è quella di un caos crescente e del ciascuno per sé. Una delle maggiori espressioni della decomposizione del capitalismo sta nell’incapacità crescente della borghesia di controllare la situazione politica su tutta una serie di livelli: la disciplina tra le diverse frazioni, la disciplina dei suoi appetiti imperialistici, ecc. L’incapacità del sistema di produzione capitalista di offrire la minima prospettiva alla società porta inevitabilmente ad una crescente tendenza ad un caos generalizzato.

La fine degli anni ’80 doveva confermare questa diagnosi nel più spettacolare dei modi. La disintegrazione del blocco orientale e dell’Unione Sovietica, la morte dello stalinismo, la minaccia di smembramento della stessa Russia, seguite subito dopo dalla Guerra del Golfo hanno manifestato in modo inequivocabile le caratteristiche di un modello di produzione in disfacimento: l’esplosione dell “ognuno per sé”, la distruzione della coesione sociale e il caos crescente.

E’ all’interno di questo contesto che dobbiamo capire la riorganizzazione della politica europea durante gli anni ’90. La direzione fino ad allora essenzialmente economica dell’integrazione europea prese una svolta più politica dopo il crollo del Muro di Berlino. Nel dicembre 1989 il Summit di Strasburgo accelerò il processo di instaurazione dell’Euro e invitò i paesi dell’est ad un tavolo negoziale. A questo punto fu chiaramente deciso che nuovi membri sarebbero stati integrati in futuro, e furono immediatamente messi in atto i mezzi materiali per raggiungere questo scopo: la creazione di una Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD) nel maggio del 1990, investimenti in vari campi, programmi di cooperazione, ecc. Il carattere essenzialmente geo-strategico di questo allargamento dell’Europa verso i paesi dell’est fu dimostrato dal fatto che i benefici economici dell’operazione si rivelarono inesistenti o perfino negativi, come per esempio l’integrazione della Germania dell’est nella Repubblica Federale. La media del Prodotto interno lordo per abitante dei 10 paesi candidati non è neanche la metà di quella dei 15 stati europei. L’integrazione commerciale è profondamente asimmetrica. Mentre il 70% delle esportazioni dei paesi dell’Europa Orientale e Centrale è destinato all’Unione Europea, i primi assorbono solo il 4% delle esportazioni dei secondi. I paesi orientali sono perciò estremamente sensibili alla situazione economica dell’Europa occidentale, mentre non è vero il contrario. Un ulteriore motivo di vulnerabilità sta nel fatto che c’è un deficit commerciale strutturale in tutti gli stati dell’Europa centro-orientale, che li lascia molto dipendenti dall’influsso del capitale straniero. L’occupazione è diminuita del 20% nella regione dal 1990 e molti paesi sono ancora afflitti da serie difficoltà economiche.

Le ragioni reali per l’inserimento dei nuovi candidati a membri dell’UE devono essere cercate altrove. La prima è essenzialmente imperialista. Quello che è in palio è la distribuzione di ciò che rimane del defunto blocco orientale. La seconda è una conseguenza della stessa decomposizione: è stato vitale per l’Europa ristabilire una zona cuscinetto relativamente stabile nelle sue frontiere orientali per tenere lontano il contagio del caos economico e sociale risultato dalla disintegrazione del blocco orientale. Da questo punto di vista è significativo che i principali nuovi paesi membri siano i meno poveri economicamente e i più vicini geograficamente all’Europa occidentale (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia), mentre i tre stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituana) hanno ridotto l’accesso della Russia al Mar Baltico. In effetti, la politica europea verso l’Europa orientale è il risultato della sovrapposizione di due obiettivi imperialistici. Da una parte l’Europa, con in testa la Germania, contende il possesso di ciò che rimane del blocco orientale agli Stati Uniti. Lo scopo dell’Unione Europea è di inglobare nel suo campo quanti più paesi dell’Europa centrale e orientale possibile, inclusa alla fine la stessa Russia, che nonostante l’ancoraggio attuale con gli Stati Uniti, ha nella Germania il suo principale partner commerciale. Dall’altra parte la Francia è ugualmente interessata a che l’espansione europea verso est sia portata avanti dall’Unione Europea e non da una Germania autonoma alla riscoperta dei suoi riflessi inter-war. Da parte sua, la Germania è pronta ad accettare questa strategia poiché così può portare avanti le sue propensioni imperialistiche di nascosto, non essendo ancora apertamente pronta ad assumere il ruolo di comando di un nuovo blocco opposto agli Stati Uniti.

Il significato dell’Euro

La fase della decomposizione e del collasso dei blocchi imperialisti ci offre il contesto per capire la creazione della moneta unica. Le sue fondamenta sono quadruplici:

La prima è geo-strategica. Le borghesie della Francia e della Germania hanno un interesse nell’impedire che l’alleanza franco-tedesca ceda sotto le pressioni di interessi imperialistici divergenti. Da una parte, la Francia teme una Germania unificata che possiede un campo di espansione verso est mentre la Francia non ne ha di equivalenti. La Francia è riuscita ad assicurarsi che la valuta nei paesi dell’est non sarà il marco tedesco, il che l’avrebbe esclusa economicamente da quella zona. Dall’altra, la politica della Germania dal 1989 è stata di agire sotto la copertura europea per nascondere i suoi interessi imperialistici. Ha tutto l’interesse di associarsi alla Francia e in second’ordine agli altri paesi europei nella sua politica espansionistica. E’ diventato normale sentir dire da membri della borghesia tedesca che “la Germania è riuscita a fare con l’economia quello che Hitler voleva fare con la guerra”!

La seconda è la necessità di resistere alle forze distruttive della crisi, profondamente amplificate dai fenomeni tipici della fase di decomposizione. Creando l’Euro, l’Europa ha fatto cessare la destabilizzazione speculativa di cui ha sofferto molte volte in passato (la speculazione contro la lira, il distacco forzato della sterlina inglese dallo SME, ecc.). Già nel 1979, la creazione del Sistema Monetario Europeo (SME) fu un tentativo di creare un paniere di valute che fosse più stabile nei confronti del dollaro e dello yen, per proteggere così l’Europa dall’anarchia monetaria che attualmente danneggia essenzialmente i paesi che sono alla periferia del capitalismo. Questa è una delle principali differenze con la crisi del ’29, di cui soffrirono prima gli Stati Uniti e poi i paesi europei. Sebbene le radici della crisi di sovrapproduzione, sia negli anni ’30 sia oggi, siano dentro i paesi capitalisti avanzati, nella crisi attuale questi ultimi sono riusciti finora a spostare i suoi maggiori effetti verso la periferia. Mentre a livello di tensioni inter-imperialistiche le forze centrifughe stanno sfuggendo da ogni genere di disciplina, a livello economico la borghesia è ancora capace di un minimo di cooperazione in ciò che rappresenta la vera essenza del suo dominio come classe: l’estrazione di plusvalore. Così, al contrario degli anni ’30, in campo economico la classe dominante è stata capace di coordinare i suoi sforzi per moderare i ripetuti crolli di mercato e limitare gli effetti più devastanti della crisi e della decomposizione.

Il terzo fondamento è sia economico che imperialista. Tutte le borghesie europee vogliono un’Europa forte in grado di competere a livello internazionale, specie con America e Giappone. Questo bisogno è sentito ancora di più in quanto i paesi europei hanno l’ambizione di portare nella loro sfera di influenza i paesi dell’est, inclusa la Russia, e questo sarebbe molto più difficile se le loro economie fossero dipendenti dal dollaro.

La quarta ragione è puramente tecnica: l’eliminazione dei costi di scambio di valuta dentro l’Europa, e dell’incertezza legata alla fluttuazione dei cambi (inclusi i costi per la protezione delle valute). Dato che la maggior parte del commercio dei paesi europei avviene con altri paesi europei, la sopravvivenza di diverse monete nazionali aumentava i costi di produzione rispetto agli Stati Uniti e al Giappone. La moneta unica è da questo punto di vista il naturale prolungamento dell’integrazione economica. C’erano sempre meno ragioni economiche per conservare le diverse valute nazionali in un mercato in cui i regolamenti sulle tasse e sul commercio sono stati largamente unificati.

L’Europa è la base di un nuovo blocco imperialista?

Creata come postazione avanzata in Europa del blocco imperialista americano, la CEE è diventata progressivamente una grossa entità economica in competizione con gli Stati Uniti. E’ rimasta comunque dominata politicamente da questi ultimi lungo tutto il periodo della guerra fredda e fino al crollo del Muro di Berlino. Con la scomparsa nel 1989 dei due blocchi imperialisti, l’Europa si è trovata ancora una volta al centro di appetiti rivali. Fino ad allora, paradossalmente, le configurazioni e gli interessi geo-strategici delle potenze imperialiste avevano spinto non verso una disgregazione, ma verso una maggiore integrazione dell’Europa!

A livello economico, tutte le borghesie europee sostengono il progetto di costruire un grande mercato unificato per competere con gli americani e i giapponesi. A livello di difesa dei propri interessi imperialistici, abbiamo visto come ognuna delle tre grandi potenze europee giochi le sue carte in antagonismo con le altre due. E alla fine, gli stessi americani stanno incoraggiando l’allargamento dell’Europa, ben sapendo che più integrerà componenti eterogenee e orientamenti imperialistici, meno saprà giocare un ruolo sulla scena internazionale.

Quando allora guardiamo più da vicino, non possiamo farci ingannare dal cammino dell’integrazione europea oggi. Ogni componente del processo vi prende parte solo per i propri temporanei interessi e calcoli imperialistici. Il consenso a favore dell’allargamento dell’Unione Europea è strutturalmente fragile, perché è basato su fondamenta molto eterogenee e divergenti che potrebbero dare come risultato un cambiamento nella configurazione dell’equilibrio di forze sulla scena internazionale. Nessuna delle basi dell’esistenza dell’Europa oggi giustifica la conclusione che essa già formi un blocco imperialista rivale di quello americano. Quali sono le ragioni principali che ci portano a dire questo?

1.        Diversamente da un coordinamento economico basato su un contratto tra borghesie sovrane, quale è oggi l’Europa, un blocco imperialista è una camicia di forza imposta su un gruppo di stati dalla supremazia militare di una nazione dominante, e accettata a causa di un desiderio comune di resistere a una minaccia esterna o per distruggere un’alleanza militare opposta. I blocchi della guerra fredda non erano il risultato di lunghi negoziati ed accordi come è stata l’Unione Europea: essi erano la conseguenza dell’equilibrio militare tra le potenze stabilito sul campo dopo la sconfitta della Germania. Il blocco occidentale nacque perché l’Europa occidentale e il Giappone erano occupati dagli Stati Uniti, mentre il blocco orientale nacque in seguito all’occupazione da parte dell’Armata Rossa dell’Europa orientale. Allo stesso modo, il blocco orientale non è collassato a causa di cambiamenti nei suoi interessi economici o nelle sue alleanze commerciali, ma perché il suo leader, che assicurava la coesione del blocco con la forza delle armi, non fu più capace di mantenere la sua autorità con i carri armati come aveva fatto durante la rivolta in Ungheria nel 1956, o in Cecoslovacchia nel 1968. Il blocco occidentale è morto semplicemente perché il suo nemico comune era scomparso, e con esso il cemento che l’aveva tenuto insieme. Un blocco imperialista è sempre un matrimonio d’interesse, mai d’amore. Come scrisse una volta Winston Churchill, le alleanze militari non nascono per amore, ma per paura: la paura per un nemico comune.

2.        Più fondamentalmente, l’Europa storicamente non ha mai formato un blocco omogeneo ed è sempre stata divisa da appetiti in conflitto: l’Europa e il Nord America sono i due centri del capitalismo mondiale. Gli USA, quale potenza dominante nell’America del Nord, era destinata a diventare, per le sue dimensioni continentali, la sua collocazione a distanza di sicurezza da potenziali nemici in Europa e in Asia, la sua forza economica, la potenza dominante del mondo. Come scrivemmo nel 1999: La posizione economica e strategica dell’Europa, al contrario, l’ ha condannata a diventare a rimanere il centro focale delle tensioni imperialistiche nel capitalismo in declino. Campo di battaglia principale di entrambe le guerre mondiali, continente diviso dalla cortina di ferro durante la guerra fredda, l’Europa non ha mai costituito un’unità, e sotto il capitalismo non lo sarà mai. A causa del suo ruolo storico di luogo di nascita del capitalismo moderno, e della sua posizione geografica di semi-penisola tra Asia e nord dell’Africa, l’Europa è diventata nel 20°secolo l’elemento chiave nella lotta imperialistica per il controllo del mondo. Allo stesso tempo, non meno della sua situazione geografica, l’Europa è particolarmente difficile da dominare da un punto di vista militare. La Gran Bretagna, anche nei tempi in cui “dominava i mari”, doveva accontentarsi di controllare l’Europa attraverso un complicato sistema di “equilibrio di forze”. Il dominio sul continente da parte della Germania di Hitler, perfino nel 1941, era più apparente che reale, con l’Inghilterra, la Russia ed il Nord Africa in mano ai nemici. Perfino gli Stati Uniti, nel pieno della guerra fredda, non riuscirono a dominare più della metà del continente. Ironicamente, dopo la “vittoria” sull’URRS, la posizione degli Stati Uniti si è parecchio indebolita per la scomparsa dell’“impero del male”. Sebbene la maggiore potenza mondiale mantenga una considerevole presenza militare nel continente, l’Europa non è un’area sottosviluppata che si possa tenere sotto il controllo di una manciata di caserme: quattro dei paesi industriali più avanzati sono europei (…) se oggi l’Europa è il centro delle tensioni imperialistiche, è soprattutto perché le stesse principali potenze europee hanno interessi militari divergenti. Non dobbiamo dimenticare che le due guerre mondiali cominciarono come guerre tra potenze europee – così come le guerre nei Balcani degli anni ’90” (“Rapporto sui conflitti imperialisti” dal 13° Congresso della CCI”, su Révue Internazionale n. 98).

3.        Il marxismo ha già mostrato che i conflitti e gli interessi imperialisti non coincidono necessariamente con gli interessi economici. Mentre le due guerre mondiali opposero in effetti due poli che potevano avanzare delle pretese nell’egemonia economica, non fu più così durante la guerra fredda quando il blocco occidentale raggruppava tutte le maggiori potenze economiche contro un blocco orientale economicamente debole, la cui intera forza era basata sulla potenza atomica dell’URRS. Eurolandia illustra perfettamente che gli interessi strategici imperialisti non sono identici agli interessi commerciali mondiali degli stati nazionali. La Francia e la Germania, le due nazioni che hanno rappresentato la forza motrice dell’Europa, si sono fatte guerra tre volte in 150 anni, mentre fin dai tempi di Napoleone la Gran Bretagna ha sempre cercato di mantenere delle divisioni nell’Europa continentale: “L’economia dei Paesi Bassi, per esempio, ha una forte dipendenza dal mercato mondiale in generale, e dall’economia tedesca in particolare. Questo è il motivo per cui questa regione è sempre stata una sostenitrice tra le più ferventi in Europa della politica tedesca in favore della moneta comune. A livello imperialista, invece, la borghesia olandese, proprio a causa della sua vicinanza geografica alla Germania, si oppone come può agli interessi del suo potente vicino, e rappresenta uno degli alleati più fedeli agli Stati Uniti nel vecchio continente. Se l’Euro diventasse la base principale di un futuro blocco tedesco, l’Aja sarebbe la prima ad opporvisi. Ma in realtà l’Olanda, la Francia ed altri paesi che temono il ritorno dell’imperialismo tedesco sostengono la moneta comune proprio perché non minaccia la loro sicurezza nazionale, per esempio la loro sovranità militare” ( ibidem).

Date le rivalità imperialistiche tra le stesse nazioni europee, e dato il fatto che oggi l’Europa è proprio il centro delle tensioni inter-imperialiste del pianeta, è difficilmente realistico supporre che l’interesse economico da solo possa saldare insieme i paesi europei. Questo è tanto più vero perché mentre l’Europa è integrata a livello economico, non lo è a livello politico e ancor meno a livello di politica militare o estera. Come sarebbe possibile supporre che Eurolandia possa già essere un blocco imperialista opposto agli Stati Uniti, se non possiede neanche due attributi essenziali di un blocco imperialista: un esercito e una strategia imperialista? I fatti dimostrano ogni giorno che un’Europa unita è un’utopia, come possiamo vedere in particolare nel dissenso tra i suoi paesi membri e l’incapacità di influenzare la risoluzione di conflitti internazionali perfino quando questi avvengono alle loro porte, come in Iugoslavia.



1 Vedi “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo”, su Rivista Internazionale n. 14