11° Congresso della CCI. RISOLUZIONE SULLA SITUAZIONE INTERNAZIONALE

1) Il riconoscimento da parte dei comunisti del carattere storicamente limitato del modo di produzione capitalista, della crisi irreversibile nella quale si trova oggi questo sistema, costituisce la solida base sulla quale si fonda la prospettiva rivoluzionaria della lotta proletaria. In questo senso tutti i tentativi, come quelli attuali, fatti dalla borghesia e dai suoi lacché per far credere che l’economia mondiale “sta uscendo dalla crisi” o che alcune economie nazionali “emergenti” potranno sostituire vecchi settori economici superati, costituiscono un attacco in piena regola contro la coscienza proletaria.

2) I discorsi ufficiali sulla “ripresa” enfatizzano l’evoluzione degli indici della produzione industriale o il raddrizzamento dei profitti delle imprese. Se effettivamente, ed in particolare nei paesi anglosassoni, si è assistito recentemente a tali fenomeni, è importante focalizzare su quali basi essi si fondano:

- la ripresa dei profitti deriva molto spesso, specie per molte grandi imprese, da operazioni speculative; essa ha come rovescio della medaglia un nuovo aumento dei deficit pubblici; deriva infine dall’eliminazione dei “rami secchi”, cioè dei settori meno produttivi;

- il progresso della produzione industriale risulta per buona parte da un aumento notevole della produttività del lavoro basata su di una utilizzazione massiccia della automatizzazione e dell’informatica.

E’ per queste ragioni che una delle caratteristiche maggiori della “ripresa” attuale, è che essa non è stata capace di creare posti di lavoro, di far diminuire in modo significativo la disoccupazione o anche il lavoro precario che, al contrario, non fa che estendersi, perché il capitale sta sempre attento a mantenere le mani libere per poter gettare in strada, in ogni momento, la forza lavoro in eccesso.

3) Se è prima di tutto un attacco contro la classe operaia, un brutale fattore di sviluppo della miseria e dell’emarginazione, la disoccupazione costituisce anche un indice di primaria importanza della debolezza del capitalismo. Il capitale vive dello sfruttamento del lavoro vivo: mettere in disuso interi settori dell’apparato industriale, e ancor più, buttare in strada una notevole proporzione della forza lavoro rappresenta una vera e propria automutilazione per il capitale. E’ il segno del fallimento totale del modo di produzione capitalista la cui funzione storica era proprio di estendere il salariato a livello mondiale. Questo crollo definitivo del capitalismo si manifesta egualmente nell’indebitamento drammatico degli Stati, fenomeno che ha conosciuto nel corso degli ultimi anni una nuova fiammata: tra il 1989 ed il 1994, il debito pubblico è passato dal 53% al 65% del Prodotto Interno Lordo negli Stati Uniti, dal 57% al 73% in Europa fino a raggiungere il 142% nel caso del Belgio. Nei fatti, gli Stati capitalisti sono impossibilitati a pagare. Se fossero sottoposti alle stesse leggi delle imprese private, avrebbero già dovuto dichiarare ufficialmente fallimento. Questa situazione non fa che esprimere il fatto che il capitalismo di Stato costituisce la risposta che il sistema oppone  alla sua situazione di stallo, ma una risposta che non è in alcun modo una soluzione e che non può servire in eterno.

4) I tassi di crescita, talvolta a due cifre, delle famose “economie emergenti” non riescono affatto a contraddire la constatazione del crollo generale dell’economia mondiale. Essi sono il risultato dell’arrivo massiccio di capitali attirati dal costo incredibilmente basso della forza lavoro in questi paesi, da uno sfruttamento brutale dei proletari, da ciò che la borghesia pudicamente chiama le “dislocazioni”. Tutto ciò significa che questo sviluppo economico non può che danneggiare la produzione dei paesi più avanzati, i cui Stati sempre più si ergono contro le “pratiche commerciali sleali” di questi paesi “emergenti”. Inoltre, le prestazioni spettacolari che ci si compiace di evidenziare ricoprono molto spesso uno scollamento di interi settori di questi paesi: il “miracolo economico” della Cina significa più di 250 milioni di disoccupati nell’anno 2000. Infine, il recente crollo finanziario di un altro paese “esemplare”, il Messico, la cui moneta ha perso la metà del suo valore dall’oggi al domani, che ha avuto bisogno di una iniezione urgente di quasi 50 miliardi di dollari di credito (di gran lunga la più grande operazione di “salvataggio” della storia del capitalismo) riassume la realtà del miraggio che costituisce “l’emergere” di alcuni paesi del terzo mondo. Le economie “emergenti” non sono la nuova speranza dell’economia mondiale. Esse non sono che delle manifestazioni, tanto fragili quanto aberranti, di un sistema alla pazzia. E questa realtà è confermata dalla situazione dei paesi dell’Europa dell’Est, la cui economia si supponeva si sarebbe espansa al sole del liberalismo. Se alcuni paesi (come la Polonia) riescono per il momento a cavarsela, il caos che regna nell’economia della Russia (caduta di quasi il 30% della produzione in due anni, più del 2000% di aumento dei prezzi nello stesso periodo) mostrano in modo brutale fino a che punto fossero falsi i discorsi che si erano ascoltati nel 1989. Lo stato della economia russa è talmente catastrofico, che la Mafia che ne controlla una buona parte degli ingranaggi, appare non come un parassita, come in alcuni paesi occidentali, ma come un pilastro che le assicura un minimo di stabilità.

5) Infine, lo stato di potenziale fallimento nel quale si trova il capitalismo, il fatto che non può vivere eternamente mettendo a rischio l’avvenire, tentando di aggirare la saturazione generale e definitiva dei mercati con una fuga in avanti nell’indebitamento, fa pesare delle minacce sempre più forti sull’insieme del sistema finanziario mondiale. L’angoscia provocata dal fallimento della banca britannica Barings in seguito alle acrobazie di un “golden boy”, la follia che ha seguito l’annuncio della crisi del peso messicano, non commisurabile al peso dell’economia del Messico nell’economia mondiale, sono degli indici indiscutibili della reale angoscia che stringe la classe dominante di fronte alla prospettiva di una “vera catastrofe mondiale” delle sue finanze, secondo le parole del direttore del FMI. Ma questa catastrofe finanziaria non è altro se non il rivelatore della catastrofe nella quale è sprofondato il modo di produzione capitalista stesso e che precipita il mondo intero nelle più gravi convulsioni della sua storia.

6) Il terreno sul quale si manifestano più crudelmente queste convulsioni è quello degli scontri imperialisti. Sono passati appena cinque anni dal crollo del blocco dell’Est, dalle promesse di un “nuovo ordine mondiale” fatte dai capi dei principali paesi dell’occidente, e mai il disordine delle relazioni tra Stati è stato così eclatante. Anche se era basato sulla minaccia di uno scontro terrificante tra superpotenze nucleari, anche se queste due superpotenze non avevano mai smesso di affrontarsi per paesi interposti, “l’ordine di Yalta” conteneva un certo elemento “di ordine” per l’appunto. Non potendo fare una nuova guerra mondiale per il fatto che il proletariato dei paesi centrali non era imbrigliato, i due gendarmi del mondo facevano attenzione a mantenere in un quadro “accettabile” gli scontri imperialisti. A loro bastava precisamente evitare di seminare il caos e le distruzioni nei paesi avanzati ed in particolare in Europa, il terreno principale delle due guerre mondiali. Questo edificio è volato in pezzi. Con gli scontri sanguinosi nella ex-Yugoslavia, l’Europa ha cessato di essere un “santuario”. Contemporaneamente, questi scontri hanno posto in evidenza quanto era ormai difficile mettere in piedi un nuovo “equilibrio”, una nuova “divisione del mondo” successiva a quella di Yalta.

7) Se il crollo del blocco dell’Est era per buona parte imprevedibile, la scomparsa del suo rivale dell’Ovest non lo era affatto. Bisognava non capire nulla del marxismo (e ammettere la tesi di Kautsky, respinta dai rivoluzionari fin dalla prima guerra mondiale, di un “super-imperialismo”) per pensare che si poteva mantenere un solo blocco. Fondamentalmente tutte le borghesie sono rivali le une delle altre. Ciò si vede chiaramente nel campo commerciale in cui domina “la guerra di tutti contro tutti”. Le alleanze diplomatiche e militari non sono che la concretizzazione del fatto che nessuna borghesia può far prevalere i suoi interessi strategici sola nel suo angolo contro tutte le altre. Il solo cemento di tali alleanze è l’esistenza di un nemico comune, e non una sedicente “amicizia tra i popoli”; d’altronde di esse oggi si può constatare tutta l’elasticità e l’ipocrisia: mentre i nemici di ieri (come la Russia e gli Stati Uniti) si sono scoperti improvvisamente “amici”, le amicizie di vecchia data (come quella tra la Germania e gli Stati Uniti) fanno posto alla litigiosità. In questo senso, se gli eventi del 1989 significavano la fine della divisione del mondo uscita dalla seconda guerra mondiale, visto che la Russia perdeva ogni possibilità di dirigere un blocco imperialista, essi portavano in sé la tendenza alla ricostituzione di nuove costellazioni imperialiste. Tuttavia, se la sua potenza economica e la sua collocazione geografica designavano la Germania come solo paese in grado di succedere alla Russia nel ruolo di leader di un eventuale futuro blocco opposto agli Stati Uniti, la sua situazione militare è troppo debole per permetterle di realizzare fin da oggi una tale ambizione. E in mancanza di una formula di ricambio degli schieramenti imperialisti che succedano a quelli che sono stati spazzati via dai rovesciamenti del 1989, l’arena mondiale è sottomessa come mai prima ad una crisi economica di una gravità senza precedenti che inasprisce le tensioni militari, allo scatenamento del “ciascuno per sé”, di un caos che viene ad aggravare ancora la decomposizione generale del modo di produzione capitalista.

8) Così la situazione che succede alla fine dei due blocchi della “guerra fredda” è dominata da due tendenze contraddittorie - da un lato, il disordine, l’instabilità nelle alleanze tra Stati e, dall’altro, il processo di ricostituzione di due nuovi blocchi -, ma che non sono affatto complementari poiché la seconda non fa che aggravare la prima. La storia di questi ultimi anni lo dimostra in modo chiaro:

- la crisi e la guerra del Golfo del 1990-91, volute dagli Stati Uniti, rientrano nel tentativo del gendarme americano di mantenere la sua tutela sui vecchi alleati della guerra fredda, tutela che questi ultimi sono portati a rimettere in discussione con la fine della minaccia sovietica;

- la guerra in Yugoslavia è il risultato diretto dell’affermazione delle nuove ambizioni della Germania, principale istigatore della secessione slovena e croata che mette fuoco alle polveri nella regione;

- il seguito di questa guerra semina la discordia sia nella coppia franco-tedesca, associata nella leadership della Unione europea (che costituisce una prima pietra dell’edificio di un potenziale nuovo blocco imperialista), che nella coppia anglo-americana, la più antica e la più fedele che il 20° secolo abbia conosciuto.

9) Ancor più delle beccate tra il gallo francese e l’aquila tedesca, l’ampiezza delle infedeltà attuali nel matrimonio vecchio di 80 anni tra l’Algida Albione e lo zio Sam costituisce un indice innegabile dello stato di caos nel quale si trova oggi il sistema delle relazioni internazionali. Se, dopo il 1989, la borghesia britannica si era mostrata in un primo tempo la più fedele alleata della sua consorella americana, in particolare in occasione della guerra del Golfo, i pochi vantaggi che essa aveva tratto da questa fedeltà così come la difesa dei suoi interessi specifici nel Mediterraneo e nei Balcani, che la spingevano ad una politica pro-Serba, l’hanno portata a prendere delle distanze considerevoli dal suo alleato e a sabotare sistematicamente la politica americana di sostegno alla Bosnia. Con questa politica la borghesia britannica è riuscita a mettere in piedi una solida alleanza tattica con la borghesia francese con l’obiettivo di far aumentare la discordia nel tandem franco-tedesco, cosa alla quale questa ultima si è completamente prestata nella misura in cui la crescita in potenza del suo alleato tedesco le crea delle preoccupazioni. Questa nuova situazione si è in particolare concretizzata in una intensificazione della collaborazione militare tra la borghesia britannica e quella francese, per esempio col progetto di creazione di un’unità aerea comune e soprattutto con l’accordo che creava una forza inter-africana “di mantenimento della pace e di prevenzione delle crisi in Africa” che costituisce un mutamento spettacolare dell’atteggiamento britannico dopo il suo sostegno alla politica americana nel Ruanda volta a annullare l’influenza francese in questo paese.

10) Questa evoluzione dell’atteggiamento della Gran Bretagna, il cui disappunto si è espresso in particolare il 17 marzo in occasione dell’accoglienza da parte di Clinton di Jerry Addams, il capo del Sinn Fein irlandese, è uno degli eventi maggiori dell’ultimo periodo sulla scena mondiale. E’ rivelatore dello smacco che rappresenta per gli Stati Uniti l’evolversi della situazione nella ex-Yugoslavia, in cui l’occupazione del terreno direttamente da parte degli eserciti britannico e francese sotto l’uniforme della FORPRONU ha contribuito enormemente a sventare i tentativi americani di prendere posizione solidamente nella regione attraverso il suo alleato bosniaco. E’ significativo del fatto che la prima potenza mondiale trova sempre più difficoltà a giocare il suo ruolo di gendarme del mondo, ruolo sopportato sempre meno dalle altre borghesie che tentano di esorcizzare il passato, quando la minaccia sovietica li obbligava a sottostare ai diktat di Washington. Oggi c’è un indebolimento maggiore, cioè una crisi della leadership americana, che si conferma un po’ dappertutto nel mondo, emblematizzata nella pietosa partenza dei Marines dalla Somalia, 2 anni dopo il loro arrivo spettacolare e propagandistico. Questo indebolimento della leadership degli Stati Uniti permette di spiegare perché alcune potenze si permettono di venire a sfidarli nel loro orticello dell’America latina:

- tentativo delle borghesie francese e spagnola di promuovere una “transizione democratica” a Cuba CON Castro, e non SENZA di lui, come avrebbe voluto zio Sam;

- riavvicinamento della borghesia peruviana al Giappone, confermata con la recente rielezione di Fujimori;

- sostegno della borghesia europea, in particolare per il tramite della Chiesa, alla guerriglia zapatista del Chiapas, nel Messico.

11) In realtà, questo maggiore indebolimento della leadership americana esprime il fatto che la tendenza dominante, al momento attuale, non è tanto quella alla costituzione di un nuovo blocco, quanto piuttosto del “ciascuno per sé”. Per la prima potenza mondiale, dotata di una supremazia militare schiacciante, è molto più difficile dominare una situazione caratterizzata dalla instabilità generalizzata, dalla precarietà delle alleanze in tutti gli angoli del pianeta, piuttosto che dalla rigida disciplina degli Stati sotto la minaccia dei mastodonti imperialisti e dell’apocalisse nucleare. In una tale situazione di instabilità, è più facile per ogni potenza creare delle noie ai suoi avversari, sabotare le alleanze che le mettono in ombra, piuttosto che sviluppare per conto proprio delle alleanze solide e assicurarsi una stabilità sui propri territori. Una tale situazione favorisce evidentemente il gioco delle potenze di secondo piano nella misura in cui è sempre più facile seminare il caos che mantenere l’ordine. E una tale realtà è ulteriormente accentuata dallo sprofondare della società capitalista nella decomposizione generalizzata. E’ perciò che gli stessi Stati Uniti sono chiamati ad usare a iosa questo tipo di politica. E ciò può spiegare, per esempio, il sostegno americano alla recente offensiva turca contro i nazionalisti curdi nel Nord dell’Irak, offensiva che la tradizionale alleata della Turchia, la Germania, ha considerato come una provocazione e condannato. Non si tratta di una specie di “rovesciamento di alleanze” tra la Turchia e la Germania, ma di una pietra (di grosse dimansioni) gettata dagli Stati Uniti nel giardino di questa “alleanza” e che rivela l’importanza della posta che rappresenta per i due boss imperialisti un paese come la Turchia. Ugualmente è significativo della situazione attuale il fatto che gli Stati Uniti siano spinti ad impiegare in un paese come l’Algeria per esempio le stesse armi di un Gheddafi o un Komeini: il sostegno del terrorismo e dell’integralismo islamico. Ciò detto, in questa pratica di reciproca destabilizzazione delle rispettive posizioni tra gli Stati Uniti e gli altri paesi, non vi è uguaglianza: se la diplomazia americana può permettersi di intervenire in un gioco politico interno al paese come l’Italia (sostegno a Berlusconi), la Spagna (scandalo del GAL attizzato da Washington), il Belgio (affare Augusta) o la Gran Bretagna (opposizione degli “euroscettici”) a Major), il contrario non potrebbe accadere. In questo senso, la confusione che può manifestarsi in seno alla borghesia americana di fronte agli smacchi diplomatici o ai dibattiti interni su delle scelte strategiche delicate (per esempio, rispetto all’alleanza con la Russia) non ha niente a che vedere con le convulsioni politiche che possono scuotere gli altri paesi. E’ così per esempio che i dissensi manifestati all’epoca dell’invio dei 30.000 Marines ad Haiti sono segno non di reali divisioni ma essenzialmente di una divisione di compiti tra le cricche borghesi che porta ad accentuare le illusioni democratiche e che ha favorito l’arrivo di una maggioranza repubblicana al Congresso americano sostenuta dai settori dominanti della borghesia.

12) Malgrado la loro enorme superiorità militare ed il fatto che questa non può servire loro allo stesso grado del passato, benché siano obbligati a ridurre un po’ le loro spese di difesa di fronte ai loro bilanci in deficit, gli Stati Uniti nondimeno non rinunciano alla modernizzazione dei loro armamenti, ricorrendo ad armi sempre più sofisticate, in particolare portando avanti il progetto di “guerra stellare”. L’impiego della forza bruta, o la sua minaccia, costituisce il mezzo essenziale per la potenza americana di far rispettare la sua autorità (anche se non si priva di ricorrere ai mezzi della guerra economica: pressione sulle istituzioni internazionali come l’OMC, sanzioni commerciali, etc.). Il fatto che questa carta si riveli impotente, anzi fattore di un caos ancora maggiore, come si è visto all’indomani della guerra del Golfo e come è stato ultimamente illustrato dalla Somalia, non fa che confermare il carattere insuperabile delle contraddizioni che attanagliano il mondo capitalista. L’attuale, considerevole rafforzamento del potenziale militare di potenze come la Cina ed il Giappone, che cercano di concorrere con gli Stati Uniti nell’Asia del sud-est e nel Pacifico, non può evidentemente che spingere questo ultimo paese verso lo sviluppo e l’impiego dei suoi armamenti.

13) Il sanguinoso caos nei rapporti imperialisti che caratterizza la situazione del mondo oggi, trova il suo terreno prediletto nei paesi della periferia, ma l’esempio della ex-Yugoslavia a poche centinaia di chilometri dalle grandi concentrazioni industriali europee prova che questo caos si avvicina ai paesi centrali. Alle decine di migliaia di morti provocati dagli scontri in Algeria in questi ultimi anni, ai milioni di cadaveri dei massacri del Rwanda fanno eco le centinaia di migliaia di uccisi in Croazia ed in Bosnia. Nei fatti sono a decine che si contano le zone di scontri sanguinosi nel mondo in Africa, in Asia, in America latina, in Europa, testimonianza dell’indicibile caos che il capitalismo in decomposizione produce nella società. In questo senso la complicità pressappoco generale che avvolge i massacri perpetuati in Cecenia da parte dell’esercito russo, che tenta di frenare lo scoppio della Russia che seguirebbe alla dislocazione della vecchia URSS, sono rivelatori dell’inquietudine che prende la classe dominante di fronte alla prospettiva dell’intensificarsi di questo caos. Bisogna affermarlo chiaramente: solo il rovesciamento del capitalismo da parte del proletariato può impedire che questo caos crescente porti alla distruzione della umanità.

14) Più che mai la lotta del proletariato rappresenta la sola speranza di futuro per la società umana. Questa lotta che era risorta con energia alla fine degli anni 60, ponendo fine alla più terribile controrivoluzione che abbia conosciuto la classe operaia, ha subito un rinculo considerevole con il crollo dei regimi stalinisti, le campagne ideologiche che l’hanno accompagnato e l’insieme degli eventi (guerra del Golfo, guerra in Yugoslavia, etc.) che l’hanno seguito. E’ sui due piani della sua combattività e della sua coscienza che la classe operaia ha subito, in modo massiccio, questo rinculo, senza che ciò rimetta in causa tuttavia, come la CCI aveva già affermato a quella data, il corso storico verso gli scontri di classe. Le lotte condotte nel corso degli ultimi anni da parte del proletariato sono venute a confermare quanto precede. Esse hanno testimoniato, particolarmente dopo il 1992, la capacità del proletariato di riprendere il cammino della lotta di classe, confermando così che il corso storico non era stato rovesciato. Sono altrettanto testimonianza delle enorme difficoltà che incontra su questo cammino, della profondità e dell’estensione del suo rinculo. E’ in modo sinuoso, con dei passi avanti e dei passi indietro, in un movimento a denti di sega che si sviluppano le lotte operaie.

15) I massicci movimenti in Italia nell’autunno 1992, quelli in Germania del 1993 e molti altri esempi hanno dato conto del potenziale di combattività che cresceva nelle fila operaie. Poi questa combattività si è espressa lentamente, con dei lunghi momenti di assopimento, ma non si è smentita. Le mobilitazioni di massa nell’autunno 1994 in Italia, la serie di scioperi nel settore pubblico in Francia nella primavera 1995, sono delle manifestazioni, tra l’altro, di questa combattività. Tuttavia, è importante mettere in evidenza che la tendenza verso il superamento dei sindacati che si era espresso nel 1992 in Italia non si è confermato nel 1994 quando la manifestazione “fenomeno” fu un capolavoro di controllo sindacale. Inoltre, la tendenza all’unificazione spontanea, in piazza, che era comparsa (sebbene in maniera embrionale) nell’autunno 1993 nella Ruhr in Germania ha poi lasciato il posto a delle manovre sindacali di grande ampiezza, quali lo “sciopero” dei metallurgici all’inizio del 1995, perfettamente controllato dalla borghesia, Ugualmente, i recenti scioperi in Francia, nei fatti giornate d’azioni dei sindacati, hanno costituito un successo per questi ultimi.

16) Oltre alla profondità del rinculo subito nel 1989, le difficoltà che prova oggi la classe operaia per avanzare sul suo terreno sono il risultato di tutta una serie di ostacoli supplementari promossi o utilizzati dalla classe nemica. E’ nel quadro del peso negativo che esercita la decomposizione generale del capitalismo sulle coscienze operaie, demolendo la fiducia del proletariato in sé stesso e nella prospettiva della sua lotta, che è importante collocare queste difficoltà. Più concretamente, la disoccupazione di massa e permanente che si sviluppa oggi, se è un segno indiscutibile del fallimento del capitalismo, ha per effetto maggiore quello di provocare una forte demoralizzazione, una enorme disperazione in settori importanti della classe operaia di cui alcuni sono caduti nell’emarginazione e nella lumpenizzazione. Questa disoccupazione ha egualmente per effetto quello di servire da strumento di ricatto e di repressione della borghesia verso i settori operai che ancora hanno lavoro. Inoltre, i discorsi sulla “ripresa” ed i pochi risultati positivi (in termini di profitto e di tassi di crescita) che conosce l’economia dei principali paesi, sono ampiamente messi a frutto per consentire i discorsi dei sindacati sul tema : “i padroni possono pagare”: Questi discorsi sono particolarmente pericolosi nel senso che amplificano le illusioni riformiste degli operai, rendendoli molto più vulnerabili all’inquadramento sindacale, nel senso che sottendono l’idea che se i padroni “non possono pagare”, non serve a niente lottare, il che è un fattore supplementare di divisione (oltre alla divisione tra disoccupati e operai al lavoro) tra i vari settori della classe operaia che lavorano in settori toccati in maniera diversa dagli effetti della crisi.

17) Questi ostacoli hanno favorito la ripresa del controllo da parte dei sindacati sulla combattività operaia, canalizzandola in “azioni” che essi controllano completamente. Tuttavia le attuali manovre dei sindacati hanno anche, e soprattutto, uno scopo preventivo: si tratta per loro di rafforzare la loro presa sugli operai prima che si sviluppi molto di più la loro combattività, combattività che deriverà necessariamente dalla loro crescente collera di fronte agli attacchi sempre più brutali della crisi.

Bisogna anche sottolineare il cambiamento recente in un certo numero di discorsi della classe dominante. Mentre i primi anni dopo il crollo del blocco dell’Est sono stati dominati dalle campagne sul tema della “morte del comunismo”, “l’impossibilità della rivoluzione”, si assiste oggi ad un certo ritorno alla moda dei discorsi favorevoli al “marxismo”, alla “rivoluzione”, al “comunismo” da parte dei gauchistes, evidentemente, ma anche da altri settori. Si tratta anche qui di una misura preventiva da parte della borghesia destinata a deviare la riflessione della classe operaia che tenderà a svilupparsi di fronte al fallimento sempre più evidente del modo di produzione capitalista. Tocca ai rivoluzionari, nel loro intervento, denunciare con il massimo vigore possibile sia le manovre ignobili dei sindacati sia questi discorsi presunti “rivoluzionari”: Spetta a loro porre in avanti la vera prospettiva della rivoluzione proletaria e del comunismo come la sola uscita che può salvare l’umanità e come risultato ultimo delle lotte operaie.

                                                           CCI