11° Congresso della CCI. LA LOTTA PER LA DIFESA E LA COSTRUZIONE DELL’ORGANIZZAZIONE

Si è tenuto l'11° Congresso internazionale della CCI.
Nella misura in cui le organizzazioni comuniste sono una parte del
proletariato, un prodotto storico di questo e allo stesso tempo parte pregnante
e fattore attivo della lotta per la sua emancipazione, i congressi di queste,
che ne rappresentano le istanze supreme, sono un momento di primaria importanza
per la classe operaia. Per questo i comunisti hanno il dovere di render conto
di questo momento essenziale della vita della propria organizzazione.

Le delegazioni
venute da 12 paesi (1), che rappresentano più di un miliardo e mezzo di
abitanti e soprattutto le maggiori concentrazioni proletarie del mondo (Europa
occidentale e America del nord), hanno discusso, tirato delle lezioni e tratto
degli orientamenti sulle questioni essenziali alle quali è confrontata la
nostra organizzazione. L'ordine del giorno di questo congresso comprendeva
essenzialmente due punti: le attività ed il funzionamento della nostra organizzazione,
la situazione internazionale (2). Ma il primo punto è quello che senza dubbio
ha occupato maggiore spazio e suscitato i dibattiti più appassionati. Ciò è
dovuto anche al fatto che la CCI è stata confrontata a delle difficoltà di tipo
organizzativo molto importanti che necessitavano una mobilitazione di tutte le
sezioni e di tutti i militanti.

I problemi organizzativi nella storia del movimento operaio...

L'esperienza
storica delle organizzazioni rivoluzionarie del proletariato dimostra che le
questioni relative al funzionamento sono questioni politiche a tutti gli
effetti e pertanto meritano la più grande attenzione e riflessione.

Sono numerosi nel
movimento operaio gli esempi che dimostrano l'importanza della questione
organizzativa ma possiamo evocare in particolare quello dell'AIT (Associazione
Internazionale dei Lavoratori, chiamata anche più tardi I Internazionale) e
quello del 2° Congresso del Partito Operaio Social Democratico Russo (POSDR)
tenuto nel 1903.

L'AIT era stata
fondata nel settembre del 1864 a Londra per iniziativa di un certo numero di
operai inglesi e francesi. Essa si era data fin dall'inizio una struttura di
centralizzazione, il Consiglio centrale che, dopo il congresso di Ginevra del
1866, si chiamerà Consiglio generale. All'interno di questo organo Marx
giocherà un ruolo di primo piano poiché sarà incaricato di scrivere un gran
numero di testi fondamentali, come l'Indirizzo Inaugurale dell'AIT, i suoi
statuti e l'Indirizzo sulla Comune di Parigi (La guerra civile in Francia) del maggio 1871. Rapidamente l'AIT ("Internazionale" come la chiamavano
allora gli oprerai) è divenuta una "potenza"
nei paesi avanzati (soprattutto quelli dell'Europa occidentale). Fino alla
Comune di Parigi del 1871, essa ha raggruppato un numero crescente di operai ed
ha costituito un fattore di primo piano nello sviluppo delle due armi
essenziali del proletariato: la sua organizzazione e la sua coscienza. Per
questo motivo essa sarà l'oggetto di attacchi feroci da parte della borghesia:
calunnie sulla stampa, infiltrazioni di spie, persecuzioni contro i suoi
membri, ecc. Ma ciò che ha fatto correre il maggior pericolo all'AIT sono stati
gli attacchi di alcuni dei suoi propri membri contro il modo di organizzazione
dell'Internazionale stessa.

Già al momento
della fondazione dell'AIT gli statuti provvisori, di cui si era dotata, vengono
tradotti dalle sezioni parigine, fortemente influenzate dalle concezioni
federaliste di Proudhon, in modo tale da attenuare considerevolmente il
carattere centralizzato dell'Internazionale. Ma gli attacchi più pericolosi
verranno più tardi con l'entrata nei ranghi dell'AIT dell'"Alleanza della democrazia socialista", fondata da Bakunin
e che troverà terreno fertile in alcuni settori importanti dell'Internazionale
per le debolezze che pesavano ancora su di essa dovute all'immaturità del
proletariato dell'epoca, un proletariato che non si era ancora liberato delle
vestigia della tappa precedente del suo sviluppo.

"La prima fase della lotta del proletariato contro
la borghesia è marcata dal movimento settario. Esso ha la sua ragione d'essere
in una epoca in cui il proletariato non si è ancora sviluppato abbastanza da
agire come classe. Dei pensatori individuali fanno la critica degli antagonismi
sociali e ne danno soluzioni fantastiche che la massa degli operai non ha che
da accettare, propagandare e mettere in pratica. Per la loro stessa natura le
sette formate da questi iniziatori sono astensioniste, estranee ad ogni azione
reale, alla politica, agli scioperi, alle coalizioni, in una parola, ad ogni
movimento di insieme. La massa del proletariato resta sempre indifferente o
anche ostile alla loro propaganda... Queste sette sorte dal movimento alle sue
origini, gli fanno da ostacolo quando questo le sorpassa; allora esse diventano
reazionarie... Infine, esse rappresentano l'infanzia del movimento proletario
come l'astrologia e l'alchimia rappresentano l'infanzia della scienza. Perché
fosse possibile la fondazione dell'Internazionale era necessario che il
proletariato superasse questa fase.

Di fronte alle organizzazioni cervellotiche ed
antagoniste delle sette l'Internazionale è l'organizzazione reale e militante
della classe dei proletari in tutti i paesi, legati gli uni agli altri, nella
loro lotta comune contro i capitalisti, i proprietari fondiari e il loro potere
di classe organizzato nello Stato. Per questo gli statuti dell'Internazionale
non riconoscono che semplici società "
operaie" che perseguono tutte lo stesso scopo e
accettano tutte lo stesso programma che si limita a tracciare le grandi linee
del  movimento proletario e ne lascia
l'elaborazione teorica all'impulso dato dalle necessità della lotta pratica ed
allo scambio di idee che si fa, nelle sezioni, ammettendo indistintamente tutte
le convinzioni socialiste nei loro organi ed i loro congressi.

Così come in ogni nuova fase storica i vecchi errori riappaiono
un istante per scomparire subito dopo; allo stesso modo l'Internazionale ha
visto rinascere al suo interno delle sezioni settarie..." (Le pretese
scissioni nell'Internazionale,
capitolo IV, circolare
del Consiglio generale del 5 marzo 1872).

Questa debolezza
era particolarmente accentuata nei settori più arretrati del proletariato
europeo, là dove esso era appena uscito dall'artigianato e dal lavoro nei
campi, in particolare nei paesi latini. Sono queste debolezze che Bakunin,
entrato nell'Internazionale solo nel 1868, dopo il fallimento della "Lega della Pace e della Libertà"
(di cui era uno dei principali animatori e che raggruppava dei repubblicani
borghesi), ha utilizzato per tentare di sottometterla alle sue concezioni "anarchiche" e per prenderne
il controllo. Lo strumento di questa operazione era l'"Alleanza della democrazia socialista", che lui aveva
fondato come minoranza della "Lega
della Pace e della Libertà"
. Questa era una società contemporaneamente
pubblica e segreta e che si proponeva in realtà di formare una internazionale
nell'Internazionale. La sua struttura segreta e la concertazione che permetteva
tra i suoi membri doveva assicurargli la "enucleazione"
di un massimo di sezioni dell'AIT, quelle dove le concezioni anarchiche avevano
più eco. In sé l'esistenza di più correnti di pensiero all'interno dell'AIT non
era un problema (3). Al contrario l'azione dell'Alleanza che tendeva a
sostituirsi alla struttura ufficiale dell'Internazionale, ha costituito un
grave fattore di disorganizzazione di questa ed un pericolo per la sua
sopravvivenza. L'Alleanza aveva tentato di prendere il controllo
dell'Internazionale al Congresso di Basilea nel settembre del 1869. E' in vista
di questo obiettivo che i suoi membri, in particolare Bakunin e James Guillaume,
avevano appoggiato calorosamente una mozione amministrativa che rafforzava il
potere del Consiglio generale. Ma l'Alleanza, che per parte sua si era dotata
di statuti segreti basati su di una centralizzazione estrema, avendo fallito cominciò a fare campagne contro la "dittatura"
del Consiglio generale che essa voleva ridurre al ruolo di "un ufficio di corrispondenza e di
statistiche"
secondo i termini dell'Alleanza), di una "buca per lettere" (come
rispondeva Marx). Contro il principio della centralizzazione come espressione
dell'unità internazionale del proletariato, l'Alleanza preconizzava il "federalismo", la completa "autonomia delle sezioni" ed
il carattere non obbligatorio delle decisioni dei congressi. Nei fatti essa
voleva poter fare il proprio comodo nelle sezioni dove era riuscita a prendere
il controllo. Ciò era la porta aperta alla disorganizzazione totale dell'AIT.

Il Congresso
dell'Aia del 1872 dovette correre ai ripari contro questo pericolo. Esso dibattè
della questione dell'Alleanza sulla base del rapporto di una commissione
d'inchiesta e alla fine decise l'esclusione di Bakunin e di James Guillaume,
principale responsabile della federazione del Giura dell'AIT che si trovava
completamente sotto il controllo dell'Alleanza. Questo congresso fu
contemporaneamente motivo d'orgoglio per l'AIT (tanto per capirne l'importanza,
è il solo congresso al quale Marx abbia partecipato) e il suo canto del cigno, dato lo
schiacciamento della Comune di Parigi e la demoralizzazione che questo provocò
nel proletariato. Di questa realtà Marx ed Engels erano coscienti. E' per
questo che, oltre alle misure che miravano a sottrarre l'AIT dalla presa dell'Alleanza,
proposero lo spostamento del Consiglio generale a New York, lontano dai
conflitti che dividevano sempre di più l'Internazionale. Era anche un modo per
permettere all'AIT di morire di propria morte (sancita dalla conferenza di Philadelphia
del luglio 1876) senza che il suo prestigio fosse recuperato dagli intriganti
bakuninisti.

Questi ultimi,
insieme agli anarchici, hanno in seguito perpetuato questa leggenda sostenendo
che Marx ed il Consiglio generale avevano buttato fuori Bakunin e Guillaume per
la loro diversa posizione sulla questione dello Stato (5) (quando non sono arrivati a piegare lo scontro tra Marx e Bakunin sulla base di problemi di personalità).
Insomma, Marx avrebbe voluto regolare un disaccordo su di una questione teorica
generale attraverso delle misure amministrative. Niente di più falso.

Al congresso
dell'Aia non fu richiesta alcuna misura contro i membri della delegazione
spagnola che pure condividevano la visione di Bakunin, avevano fatto parte
dell'Alleanza ma avevano assicurato di non farvi più parte. Allo stesso modo
l'AIT "anti-autoritaria"
che si è formata dopo il congresso dell'Aia con le federazioni che avevano
rigettato le sue decisioni, non erano costituite da soli anarchici dato che vi
si trovavano, affianco a questi, dei lassalliani tedeschi strenui difensori del
"socialismo di Stato",
secondo i termini usati da Marx. In realtà la vera lotta all'interno dell'AIT
era tra quelli che preconizzavano l'unità del movimento operaio (e di conseguenza
il carattere obbligatorio delle decisioni dei congressi) e quelli che
rivendicavano il diritto di fare quello che meglio gli pareva, ciascuno per
proprio conto, considerando i congressi come delle semplici assemblee dove ci
si doveva contentare di "scambiare
delle opinioni"
ma senza prendere decisioni. Con questo tipo di organizzazione
informale l'Alleanza poteva assicurarsi, segretamente, la vera centralizzazione
tra tutte le federazioni, come del resto era detto esplicitamente in alcune
lettere di Bakunin. Spingere per delle concezioni "anti-autoritarie" nell'AIT era il modo migliore per dare
spazio all'intrigo, al potere occulto ed incontrollato dell'Alleanza, cioè
degli avventurieri che la dirigevano.

Il 2° Congresso
del POSDR doveva essere l'occasione di uno scontro simile tra i partigiani di
una concezione proletaria dell'organizzazione rivoluzionaria ed i partigiani di
una concezione piccolo-borghese.

Ci sono delle
similitudini tra la situazione del movimento operaio in Europa occidentale ai
tempi dell'AIT e quella del movimento in Russia all'inizio del secolo. Nei due
casi ci troviamo ad una tappa "infantile"
di questo, il divario di tempo tra i due si spiega con il ritardo dello
sviluppo industriale della Russia. L'AIT aveva voluto raggruppare in un'unica
organizzazione le differenti associazioni operaie che lo sviluppo del
proletariato aveva fatto sorgere. Il 2° congresso del POSDR aveva come
obiettivo quello di una unificazione dei differenti comitati, gruppi e circoli,
sviluppatisi in Russia ed in esilio, che si richiamavano alla
Socialdemocrazia. Tra queste differenti formazioni non esisteva praticamente
alcun legame formale dopo la scomparsa del comitato centrale uscito dal 1°
congresso del POSDR nel 1897. Nel 2° congresso, come per l'AIT, si scontrarono
una concezione dell'organizzazione che rappresentava il passato del movimento
operaio, quella dei "menscevichi"
(minoritaria), e una concezione che esprimeva le sue nuove esigenze, quella
dei "bolscevichi"
(maggioritari):

"Sotto il nome di minoranza si sono raggruppati nel
Partito degli elementi eterogenei che hanno in comune il desiderio, cosciente o
meno, di mantenere i rapporti di circolo, le forme di organizzazione anteriori
al Partito. Alcuni compagni eminenti dei vecchi circoli, non essendo abituati a
restrizioni in materia di organizzazione, che si impongono in ragione della
disciplina di Partito, sono inclini a confondere macchinalmente gli interessi
generali del Partito ed i loro interessi di circolo i quali, nel periodo dei
circoli, potevano effettivamente coincidere"
(Lenin, Un passo avanti e due indietro).

Come è stato
confermato anche da esperienze successive (al momento della rivoluzione del
1905 e ancor più durante la rivoluzione del 1917, ad esempio, quando i
menscevichi si sono posti al fianco della borghesia), la dinamica dei menscevichi
era determinata dalla penetrazione, nella Social-democrazia russa,
dell'influenza delle ideologie borghesi e piccolo-borghesi. In particolare,
come nota Lenin: "Il grosso
dell'opposizione
(i menscevichi) è
stata formata dagli elementi intellettuali del nostro Partito"
che
hanno costituito dunque un veicolo per le concezioni piccolo-borghesi in materia
di organizzazione. Per questo motivo tali elementi "... alzano lo stendardo della rivolta contro le restrizioni indispensabili
che esige l'organizzazione ed ergono il loro anarchismo spontaneo in principio
di lotta, chiamando a torto questo anarchismo... rivendicazioni in favore della
tolleranza, ecc." (Lenin, Un passi avanti e due indietro). In
effetti, esistono molte similitudini tra il comportamento dei menscevichi e
quello degli anarchici nell'AIT (a più riprese Lenin parla dell'"anarchismo da gran signori"
dei menscevichi).

I menscevichi, come avevano fatto gli
anarchici dopo il congresso dell'Aia, si rifiutarono di
riconoscere e di applicare le decisioni del 2° congresso affermando che "il congresso non è una divinità"
e che "le sue decisioni non sono
sacrosante"
. In particolare, nello stesso modo in cui i seguaci di Bakunin entrarono in
guerra contro i principi della centralizzazione e la "dittatura del Consiglio generale" quando i loro
tentativi di prenderne il controllo fallirono, così una delle ragioni per cui i
menscevichi, dopo il congresso, 
cominciarono a rigettare la centralizzazione sta nel fatto che alcuni  di loro furono estromessi dagli organi centrali nominati a questo congresso. Ci
sono delle somiglianze anche nel modo in cui i menscevichi condussero campagne
contro la "dittatura personale"
di Lenin, il suo "pugno di
ferro"
che fa eco alle accuse di Bakunin contro la "dittatura" di Marx sul
Consiglio generale.

"Quando prendo in considerazione la condotta degli
amici di Martov dopo il congresso (...) io posso solo dire che si tratta di un
tentativo insensato, indegno dei membri del Partito, di dilaniare il Partito...
E perché? Unicamente perché non si è
contenti della composizione degli organi centrali, perché obiettivamente è unicamente
questa questione che ci ha separati, gli apprezzamenti soggettivi (come offesa,
insulto, espulsione, messa da parte, disonore, ecc) non erano altro che il frutto di un amor proprio ferito e di una immaginazione
malata
. Questa immaginazione malata e questo amor proprio ferito portano di
filato al pettegolezzo più vergognoso:
senza aver preso conoscenza
dell'attività dei nuovi centri, nè averli ancora visti all'opera,
si
spargono voci sulle loro "carenze", sul "pugno di ferro" di
Ivan Ivanovitch, sul "polso" di Ivan Nikiforovitch, ecc. (...). Alla
socialdemocrazia russa resta un'ultima e difficile tappa da superare: dallo
spirito di circolo allo spirito di
partito
; dalla mentalità piccolo-borghese alla coscienza del suo divenire rivoluzionario: dal pettegolezzo e dalla
pressione dei circoli, considerati strumenti di azione, alla disciplina."
("Relazione del 2° congresso del POSDR").

Con l'esempio
dell'AIT e quello del 2° congresso del POSDR, si può vedere tutta l'importanza
delle questioni legate al modo di organizzazione delle formazioni rivoluzionarie.
In effetti, è proprio intorno a queste questioni che si produceva una
decantazione decisiva tra, da una parte la corrente proletaria e, dall'altra,
le correnti piccolo-borghesi o borghesi. Questo non è casuale, ma deriva dal
fatto che uno dei canali privilegiati per l'infiltrazione all'interno di queste
formazioni delle ideologie delle classi estranee al proletariato, borghesia e
piccola-borghesia, è proprio quello del loro modo di funzionamento.

La storia del
movimento operaio è ricca di esempi di questo tipo. Se abbiamo evocato solo
questi è evidentemente per una questione di spazio ma anche perché esistono
delle somiglianza importanti, come vedremo, tra le circostanze storiche della
costituzione dell'AIT, del POSDR e della CCI stessa.

...e nella storia della CCI

La CCI si è già
soffermata più volte con attenzione su questo tipo di questione. Alla
conferenza di fondazione, per esempio, nel gennaio 1975, dove fu esaminata la
questione della centralizzazione internazionale (vedi il "Rapporto sulla questione dell'organizzazione della nostra
corrente", Revue Internationale n.1
). Un anno dopo, in occasione del
suo primo congresso, la nostra organizzazione ci è ritornata su con l'adozione
degli statuti (vedi l'articolo "Gli
statuti delle organizzazioni rivoluzionarie del proletariato" Revue
Internationale n.5
). Infine, la CCI nel gennaio 1982 ha dedicato una conferenza
internazionale straordinaria a questa questione in seguito alla crisi che essa
aveva attraversato nel 1981 (6). Di fronte alla classe operaia ed all'ambiente
politico proletario la CCI non ha nascosto le difficoltà incontrate agli inizi
degli anni 80. Così ne parlava la risoluzione adottata al 5° congresso e citata
nella Revue Internationale n.35:

"Dopo il 4° congresso (1981) la CCI ha conosciuto
la crisi più grave da quando esiste. Una crisi che, al di là delle peripezie
particolari dell'
"affare Chénier" (7) ha scosso profondamente
l'organizzazione, le ha fatto sfiorare l'esplosione, ha provocato direttamente
o indirettamente l'uscita di una quarantina di membri, ha ridotto alla metà i
militanti della sua seconda sezione territoriale. Una crisi che si è tradotta
in un accecamento, un disorientamento che la CCI non aveva mai conosciuto dalla
sua creazione. Una crisi che, per essere superata, ha richiesto la
mobilitazione di mezzi eccezionali: la tenuta di una Conferenza internazionale
straordinaria, la discussione e l'adozione di testi di orientamento di base
sulla funzione e sul funzionamento dell'organizzazione rivoluzionaria,
l'adozione di nuovi statuti."

Una tale
trasparenza rispetto alle difficoltà che incontrava la nostra organizzazione
non corrispondeva affatto ad un  qualche "esibizionismo" da parte
nostra. L'esperienza delle organizzazioni comuniste è parte integrante
dell'esperienza della classe operaia. E' per questo che un grande rivoluzionario
come Lenin ha potuto consacrare tutto un libro, Un passo avanti e due indietro, alle lezioni politiche tratte dal
2° Congresso del POSDR. E' per questo che noi portiamo a conoscenza dei nostri
lettori larghi estratti della risoluzione adottata alla fine del nostro 11°
Congresso. Rendendo conto della propria vita organizzativa, la CCI non fa altro
che assumersi le sue responsabilità di fronte alla classe operaia.

Evidentemente la
messa in piazza da parte delle organizzazioni rivoluzionarie dei propri
problemi e discussioni interne può costituire un ottimo terreno per tutti i
tentativi di denigrazione da parte degli avversari. Questo è vero anche, ed in
particolar modo, per la CCI. Certo non è nella stampa borghese che si trovano
le esclamazioni di giubilo quando diamo conto delle difficoltà che la nostra
organizzazione può incontrare oggi, siamo ancora troppo modesti come taglia e
come influenza tra le masse operaie perché i mezzi di propaganda borghese
abbiano interesse a parlare di noi per screditarci. Per la borghesia è meglio
innalzare un muro di silenzio intorno alle posizioni e all'esistenza delle
organizzazioni rivoluzionarie. E' per questo che il lavoro di denigrazione e di
sabotaggio dell'intervento di queste organizzazioni è preso in carica da tutta
una serie di gruppi ed elementi parassitari la cui funzione è di allontanare
dalle posizioni di classe quegli elementi che si avvicinano a queste, di farli
disgustare di ogni partecipazione al difficile lavoro di sviluppo di un campo
politico proletario.

L'insieme dei
gruppi comunisti è stato confrontato all'azione del parassitismo, ma tocca alla
CCI, dato che è oggi l'organizzazione più importante dell'ambiente proletario,
essere l'oggetto di una attenzione tutta particolare da parte della marea
parassitaria. In questa si trovano dei gruppi ben definiti quali il "Groupe Communiste
Internationaliste"
(GCI) e le sue scissioni (come "Contre le Courant"), il defunto "Communist Bulletin Group" (CBG) o l'ex-"Frazione Esterna della CCI"
(FECCI) che si sono tutti costituiti da scissioni della CCI. Ma il parassitismo
non si limita solo a questo tipo di gruppi. Esso è veicolato da elementi non
organizzati o che si trovano in certi momenti in circoli di discussione effimeri,
la cui preoccupazione principale consiste nel far circolare ogni sorta di
pettegolezzo a proposito della nostra organizzazione. Questi elementi sono
spesso vecchi militanti che, cedendo alla pressione della piccola-borghesia,
non hanno avuto la forza di mantenere un impegno militante nell'organizzazione,
che sono stati frustrati dal fatto che questa non ha "riconosciuto i loro meriti" allo stesso livello
dell'idea che si erano fatti di loro stessi o che non hanno sopportato le critiche
a loro mosse. Si tratta anche di vecchi simpatizzanti che l'organizzazione non
ha voluto integrare perché riteneva che non avevano la chiarezza necessaria o
non si sono voluti impegnare per paura di perdere la loro "individualità" in un quadro collettivo (è questo il
caso, ad esempio, del defunto "collettivo
Alptraum"
del Messico o del "Kamunist
Kranti"
in India). In tutti i casi si tratta di elementi la cui
frustrazione derivante dalla loro propria mancanza di coraggio, dalla loro
ignavia e della loro impotenza si è trasformata in una ostilità sistematica
verso l'organizzazione. Evidentemente questi elementi sono assolutamente incapaci
di costruire un qualcosa. Al contrario, sono spesso molto efficaci, con le loro
piccole agitazioni ed i pettegolezzi da servetta, nello screditare e
distruggere quello che l'organizzazione cerca di costruire.

Tuttavia non è il
gracidare del parassitismo che impedisce alla CCI di far conoscere all'insieme
del campo proletario gli insegnamenti della propria esperienza. Nel 1904 Lenin
scriveva, nella prefazione di Un passo
avanti due passi indietro
:

"Costoro (gli avversari
della social-democrazia) si agitano e
manifestano una gioia maligna dinanzi alle nostre polemiche; costoro tenderanno
naturalmente ad utilizzare ai loro fini singoli passi del mio opuscolo,
consacrato ai difetti ed alle lacune del nostro partito. I socialdemocratici
russi sono già sufficientemente temprati alle battaglie per non lasciarsi commuovere
da queste punture di spillo, per continuare, nonostante ciò, la loro opera di
autocritica e di denuncia spietata dei propri difetti, che saranno sicuramente
e inevitabilmente superati con lo sviluppo del movimento operaio. Si provino
invece i signori avversari a presentarci il quadro della reale situazione
esistente nei loro "partiti", un quadro che si avvicini anche solo da
lontano a quello offerto dagli atti del nostro secondo congresso!"
(Opere scelte)

E' esattamente
con lo stesso spirito che noi portiamo qui a conoscenza dei nostri lettori
larghi estratti della risoluzione adottata alla fine del nostro 11° Congresso.
Questo non è una manifestazione di debolezza della CCI ma, al contrario, una
testimonianza della sua forza.

I problemi affrontati dalla CCI nell'ultimo periodo

"L'11° congresso della CCI afferma dunque
chiaramente: la CCI si trovava in una situazione di crisi latente, una crisi
ben più profonda di quella che ha colpito l'organizzazione agli inizi degli
anni 80, una crisi che, se non fosse stata identificata la radice delle
debolezze, rischiava di travolgere l'organizzazione"
(Risoluzione d'attività. punto 1)

"Le cause della gravità del male che rischiava di
inghiottire l'organizzazione sono molteplici, ma se ne possono mettere in
evidenza le principali:

  • il fatto che la conferenza straordinaria del
    gennaio 82, destinata a farci risalire la china dopo la crisi del 1981,
    non è andata fino in fondo nell'analisi delle debolezze che colpivano la
    CCI;
  • ancor più, il fatto che la CCI non aveva pienamente
    integrato le acquisizioni di questa stessa conferenza (...);
  • il rafforzamento della pressione distruttrice che
    la decomposizione del capitalismo fa pesare sulla classe operaia e sulle
    sue organizzazioni comuniste.

In questo senso il solo modo in cui la CCI poteva
affrontare efficacemente il pericolo mortale che la minacciava, consisteva:

  • nell'identificazione dell'importanza di questo
    pericolo (...);
  • nella mobilitazione dell'insieme della CCI, dei militanti,
    delle sezioni e degli organi centrali rispetto alla priorità della difesa
    dell'organizzazione;
  • nella riappropriazione delle acquisizioni della
    conferenza del 1982;
  • nell'approfondimento di queste acquisizioni sulla
    base del quadro che queste avevano dato."
    (ibidem, punto 2).

La lotta per il
raddrizzamento della CCI è iniziata nell'autunno del 1993 con la messa in
discussione in tutta l'organizzazione di un testo di orientamento che ricordava
ed attualizzava gli insegnamenti del 1982, soffermandosi sull'origine storica
delle nostre debolezze. Al centro del nostro procedere si trovavano dunque le
seguenti preoccupazioni: la riappropriazione
delle acquisizioni
della nostra propria organizzazione e dell'insieme del
movimento operaio, la continuità con
le lotte di questo ed in particolare con 
la sua lotta contro la penetrazione al suo interno delle ideologie estranee,
borghesi e piccolo-borghesi.

 

"Il quadro di comprensione che si è data la CCI per
mettere a nudo l'origine delle sue debolezze si inscriveva nella lotta storica
condotta dal marxismo contro le influenze delle ideologie piccolo-borghesi che
pesano sulle organizzazioni del proletariato. Più precisamente esso si rifaceva
alla lotta del Consiglio generale dell'AIT contro l'azione di Bakunin e dei
suoi fedeli, come di quella di Lenin e dei bolscevichi contro le concezioni
opportuniste e di tipo anarchico dei menscevichi durante e dopo il 2° Congresso
del POSDR. In particolare era necessario per l'organizzazione mettere al centro
delle sue preoccupazioni, come lo fecero i bolscevichi a partire dal 1903, la
lotta contro lo spirito di circolo e per
lo spirito di partito.
Questa priorità derivava dalla natura stessa delle
debolezze che pesavano sulla CCI data la sua origine a partire da circoli
apparsi nel solco della ripresa storica del proletariato alla fine degli anni
1960; dei circoli fortemente marcati dal peso delle concezioni affinitarie,
contestatarie, individualiste, in una parola dalle concezioni di tipo
anarchico, particolarmente marcate dalle rivolte studentesche che hanno accompagnato
e inquinato la ripresa proletaria. E' in questo senso che la constatazione del
peso particolarmente forte dello spirito di circolo nelle nostre origini era
parte integrante dell'analisi generale elaborata da lungo tempo e che vedeva la
base delle nostre debolezze nella rottura organica delle organizzazioni
comuniste per la contro rivoluzione che si era abbattuta sulla classe operaia a
partire dalla fine degli anni 1920. Tuttavia questa constatazione ci permetteva
di andare più lontano e di andare più a fondo nell'analisi delle radici delle
nostre difficoltà. Ci permetteva in particolare di comprendere il fenomeno, già
constatato nel passato ma insufficientemente chiarito, della formazione dei
clan all'interno dell'organizzazione. : questi clan erano in realtà il
risultato dell'incancrenimento dello spirito di circolo che si era mantenuto
anche al di là del periodo in cui i circoli avevano costituito una tappa della
riformazione dell'avanguardia comunista. In questo modo i clan divenivano, a loro
volta, un fattore attivo e il miglior garante della conservazione dello spirito
di circolo nell'organizzazione."
(ibidem, punto
4).

Qui la
risoluzione fa riferimento ad un punto del testo di orientamento dell'autunno
'93 che mette in evidenza la seguente questione:

"In effetti uno dei gravi pericoli che minacciano
in permanenza l'organizzazione, che rimette in causa la sua unità e rischia di
distruggerla, è la costituzione, anche se non deliberata o cosciente, di
"clan". In una dinamica di clan le pratiche comuni non partono da un
reale accordo politico ma da legami di amicizia, di fedeltà, dalla convergenza
di interessi "personali" specifici o da frustrazioni condivise.
Spesso una tale dinamica, nella misura in cui essa non si basa su di una reale
convergenza politica, si accompagna all'esistenza di "guru", di
"capo banda" garanti dell'unità del clan, il cui potere può derivare
o da un carisma particolare, che può anche schiacciare le capacità politiche e
di giudizio di altri militanti, o dal fatto che questi sono presentati, o si
presentano, come "vittime" di questa o quella politica dell'organizzazione.
Quando appare una tale dinamica i membri o i simpatizzanti del clan non
agiscono più, nei loro comportamenti o nelle decisioni che prendono, in
funzione di una scelta cosciente e ragionata basata sugli interessi generali
dell'organizzazione, ma in funzione del punto di vista e degli interessi del
clan, i quali tendono a porsi in contraddizione a quelli del resto
dell'organizzazione."

Questa analisi
era basata su dei precedenti storici nel movimento operaio (per esempio,
l'atteggiamento dei vecchi redattori dell'Iskra, raggruppati intorno a Martov e
che, scontenti delle decisioni del 2° congresso del POSDR, avevano formato la
frazione dei menscevichi), ma anche su dei precedenti nella storia della CCI. Non
possiamo qui entrare in dettaglio ma possiamo affermare che le "tendenze" che ha conosciuto
la CCI (quella che si scinde nel 1978 per formare il "Groupe Communiste Internationaliste", la "tendenza Chénier" nel 1981,
la "tendenza" che ha
lasciato l'organizzazione al suo 6° congresso per formare la "Frazione esterna della CCI")
corrispondevano molto di più ad una dinamica di clan che a delle reali tendenze
basate su un orientamento positivo alternativo. In effetti il motore principale
di queste "tendenze" non
era costituito dalle divergenze che i loro membri potevano avere con gli orientamenti
dell'organizzazione (queste divergenze erano le più eteroclite, come dimostrato
dalla traiettoria successiva delle "tendenze")
ma da un assemblaggio di malcontenti e di frustrazioni contro gli organi
centrali e dalla fedeltà personale verso gli elementi che si considerano "perseguitati" o insufficientemente
riconosciuti.

Il raddrizzamento della CCI

Anche se non più
tanto spettacolare come nel passato, l'esistenza di clan continuava a minare in
sordina ma drammaticamente il tessuto organizzativo. In particolare, l'insieme
della CCI (compresi i militanti direttamente implicati) ha messo in evidenza
che essa era confrontata ad un clan che occupava un posto di primo piano
nell'organizzazione e che, anche se non era un "semplice prodotto organico delle debolezze della CCI"
aveva "concentrato e cristallizzato
un gran numero di caratteristiche deleterie che infettavano l'organizzazione ed
il cui denominatore comune era l'anarchismo (visione dell'organizzazione come
somma di individui, approccio di tipo psicologico e affinitario nei rapporti
politici tra militanti e nelle questioni di funzionamento, disprezzo o ostilità
verso le concezioni politiche marxiste in materia di organizzazione)"
(Risoluzione d'attività, punto 5).

E' per questo che:

"... il Congresso constata il successo globale
della lotta ingaggiata dalla CCI dall'autunno 1993 (...) il raddrizzamento,
talvolta spettacolare, delle sezioni più toccate dalle difficoltà di tipo
organizzativo nel '93 (...), gli approfondimenti che sono venuti da numerose
parti della CCI (...), tutti questi fatti confermano la piena validità della
lotta intrapresa, del suo metodo, delle sue basi teoriche così come dei suoi
aspetti concreti (...). Il congresso sottolinea in particolare gli approfondimenti
realizzati dall'organizzazione nella comprensione di tutta una serie di
questioni alle quali si sono confrontate e si confrontano le organizzazioni
della classe: avanzamenti nella conoscenza della lotta di Marx e del Consiglio
generale contro l'Alleanza, della lotta di Lenin e dei bolscevichi contro i
menscevichi, del fenomeno dell'avventurismo politico nel movimento operaio
(rappresentato in particolare dalle figure di Bakunin e di Lassalle), proprio
di elementi declassati, che non lavorano a priori al servizio dello Stato
capitalista ma finiscono per essere più pericolosi degli agenti infiltrati da
questo."
(ibidem, punto 10).

"Sulla base di questi elementi l'11° Congresso
constata dunque che la CCI è oggi ben più forte di quanto non lo fosse al
precedente congresso, che è incomparabilmente meglio armata per affrontare le
sue responsabilità di fronte al futuro ritorno della classe sulla scena, anche
se, evidentemente, essa è ancora in convalescenza"
(ibidem, punto 11).

La constatazione
dell'esito positivo della lotta condotta dall'organizzazione non ha tuttavia
creato nessun sentimento di euforia nel congresso. La CCI ha imparato a
diffidare degli impeti momentanei che sono più che altro il tributo della penetrazione
nei ranghi comunisti dell'impazienza piccolo-borghese piuttosto che espressione
di una dinamica proletaria. La lotta delle organizzazioni e dei militanti comunisti
è una lotta a lungo termine, paziente, spesso oscura ed il vero entusiasmo che
sta nei militanti non si misura dalle impennate euforiche ma dalla capacità di
tenere, contro venti e maree, di resistere di fronte alla pressione deleteria
che l'ideologia della classe nemica fa pesare sulle loro teste. E' per questo
che la constatazione del successo che ha coronato la lotta della nostra
organizzazione nel corso di questo ultimo periodo non ci ha portato a nessun
trionfalismo:

"Questo non significa che la lotta che abbiamo
condotto sia finita. (...) La CCI dovrà continuarla attraverso una vigilanza in
ogni istante, la determinazione ad identificare ogni debolezza e ad affrontarla
senza attendere. (...) In realtà la storia del movimento operaio, ivi compresa
quella della CCI, esige, ed il dibattito l'ha ampiamente confermato, che la
lotta per la difesa dell'organizzazione sia permanente, senza sosta. In
particolare la CCI deve avere in mente che la lotta fatta dai bolscevichi per
lo spirito di partito contro lo spirito di circolo è proseguita per lunghi
anni. Sarà lo stesso per la nostra organizzazione che dovrà essere vigile per
affrontare ed eliminare ogni demoralizzazione, ogni sentimento di impotenza
derivante dalla lunghezza della lotta."
(ibidem,
punto 13)

Prima di
concludere questa parte sulle questioni di organizzazione che sono state
discusse al congresso è importante precisare che le discussioni fatte dalla CCI
per un anno e mezzo non hanno dato luogo ad alcuna scissione (contrariamente a
quello che era accaduto, per esempio, al 6° Congresso o nel 1981). Ciò è dovuto
anche al fatto che l'organizzazione da subito si è ritrovata d'accordo con il
quadro teorico che era stato dato per la comprensione delle difficoltà che
aveva. L'assenza di divergenze su questo quadro ha permesso il fatto che non si
cristallizzasse una qualche "tendenza"
o anche una qualche "minoranza"
che teorizzasse le proprie particolarità. In gran parte le discussioni
vertevano su come concretizzare questo quadro nel funzionamento quotidiano
della CCI, avendo costantemente la preoccupazione di legare queste
concretizzazioni all'esperienza storica del movimento operaio. Il fatto che non
ci sono state scissioni è una testimonianza della forza della CCI, della sua
maggiore maturità, della volontà dimostrata dalla grande maggioranza dei suoi
militanti di condurre in modo risoluto la lotta per la sua difesa, per risanare
il suo tessuto organizzativo, per superare lo spirito di circolo e tutte le
concezioni anarchiche che considerano l'organizzazione come una somma di individui
o di piccoli gruppi affini.

Le prospettive della situazione internazionale

Evidentemente
l'organizzazione comunista non esiste per sé stessa. Essa non è spettatrice ma
protagonista delle lotte della classe operaia e la sua difesa intransigente
significa giustamente permetterle di conservare il suo ruolo. E' con questo
obiettivo che il Congresso ha consacrato una parte del suo dibattito all'esame
della situazione internazionale. Esso ha discusso ed approvato differenti
rapporti su questa questione così come una risoluzione che ne fa la sintesi e
che è pubblicata in questo stesso numero della Rivista Internazionale. Non ci estenderemo quindi su questo aspetto
dei lavori del congresso. Ci contentiamo qui di evocare, brevemente, l'ultimo
dei tre aspetti della situazione internazionale (evoluzione della crisi
economica, conflitti imperialisti e rapporti di forza tra le classi) che sono
stati affrontati al congresso.

Questa
risoluzione l'afferma chiaramente:

"Più che mai la lotta del proletariato rappresenta
la sola speranza per l’avvenire della società umana."
(punto 14)

Tuttavia il
Congresso ha confermato ciò che la CCI aveva annunciato nell'autunno del 1989:

"Questa lotta, che era risorta con vigore alla fine
degli anni '60 ponendo fine alla peggiore contro-rivoluzione che ha conosciuto
la classe operaia, ha subito un riflusso considerevole con il crollo dei regimi
stalinisti, le campagne ideologiche che l'hanno accompagnato e l'insieme degli
avvenimenti che sono seguiti (guerra del Golfo, guerra in Yugoslavia,
ecc.)"
(ibidem)

Ed è
principalmente per questa ragione che oggi:

"E' in modo sinuoso, con degli avanzamenti e dei passi
indietro, in un movimento a zig-zag che si sviluppano le lotte operaie."
(ibidem)

Tuttavia la
borghesia sa molto bene che l'aggravamento degli attacchi contro la classe
operaia non potrà che dare impulso a nuove lotte sempre più coscienti. E si
prepara sviluppando tutta una serie di manovre sindacali e al tempo stesso
dando incarico ai suoi agenti di rinnovarsi con discorsi che incensano la "rivoluzione", il "comunismo" o il "marxismo". E' perciò che:

"Tocca ai rivoluzionari, nel loro intervento, denunciare
col maggior vigore possibile sia le manovre vergognose dei sindacati che questi
presunti discorsi
"rivoluzionari". Tocca a loro mettere in avanti la vera
prospettiva della rivoluzione proletaria e del comunismo come unica uscita che
può salvare l'umanità e come risultato ultimo delle lotte operaie."

(punto 17).

Dopo aver
ricostituito e riunito le sue forze la CCI è di nuovo pronta, dopo il suo 11°
Congresso, ad assumere questa responsabilità.

                                                             CCI.

1. Germania, Belgio, Stati Uniti,
Spagna, Francia, Gran Bretagna, India, Italia, Messico, Paesi Bassi, Svezia,
Venezuela.

2. Era anche previsto un punto
sull'esame del campo politico proletario che costituisce una preoccupazione
permanente della nostra organizzazione. Per mancanza di tempo abbiamo dovuto
sopprimerlo, ma questo non significa affatto un allentamento della nostra
attenzione su questa questione. Al contrario, superate le nostre difficoltà
organizzative possiamo apportare il nostro migliore contributo allo sviluppo dell'insieme
del campo proletario.

3. "Dato
che le sezioni della classe operaia nei differenti paesi si trovano in
condizioni differenti di sviluppo, necessariamente anche le loro opinioni
teoriche, che riflettono il movimento reale, sono divergenti. Tuttavia la
comunità d'azione stabilita dall'Associazione Internazionale dei lavoratori, lo
scambio di idee facilitate dalla propaganda fatta dagli organi delle differenti
sezioni nazionali, infine le discussioni dirette ai congressi generali, non
mancheranno di far uscire gradualmente un programma teorico comune."

(Risposta del Consiglio generale alla domanda di adesione dell'Alleanza, 9 marzo
1869). Bisogna notare che l'Alleanza aveva fatto una prima domanda di adesione
con degli statuti dove era previsto che essa di dotava di una struttura
internazionale parallela a quella dell'AIT (con un comitato centrale e la
tenuta di congressi separati da quelli dell'AIT). Il Consiglio generale aveva
rifiutato questa domanda facendo valere il fatto che gli statuti dell'Alleanza
erano in contraddizione con quelli dell'AIT. Essa aveva precisato che era
pronta ad ammettere le differenti sezioni dell'Alleanza se questa avesse rinunciato
alla sua struttura internazionale. L'Alleanza aveva accettato questa condizione
ma aveva mantenuto la sua struttura in conformità ai propri statuti segreti.

4. In un "Appello agli ufficiali
dell'esercito russo", Bakunin vanta i meriti dell'organizzazione segreta "che trova la sua forza nella
disciplina, nella devozione e l'abnegazione appassionata dei suoi membri e
nell'obbedienza cieca ad un Comitato unico che conosce tutto e non è conosciuto
da nessuno."

5 Gli anarchici sono per l'abolizione
immediata dello Stato sin dall'indomani della rivoluzione. E' una differenza di
principio: il marxismo ha messo in evidenza che lo Stato si manterrà, sotto
delle forme evidentemente diverse da quelle dello Stato capitalista, fino alla
scomparsa completa delle classi sociali.

6. Vedi  gli articoli "La crisi del campo
proletario", "Rapporto sulla struttura ed il funzionamento
dell'organizzazione dei rivoluzionari e "Presentazione del 5° Congresso
della CCI" nei numeri 28, 33 e 35 della Révue Internationale.

7. Chénier, sfruttando la mancanza di
vigilanza della nostra organizzazione, era divenuto membro della nostra sezione
in Francia nel 1978. A partire dal 1980 aveva iniziato tutto un lavoro
sotterraneo tendente alla distruzione della nostra organizzazione. Per fare
questo aveva sfruttato molto abilmente sia la mancanza di rigore organizzativo
della CCI che le tensioni esistenti nella sezione in Gran Bretagna. Questa situazione
aveva portato alla formazione di due clan antagonisti in questa sezione,
bloccando il suo lavoro e conducendo alla perdita della metà di questa ed anche
alla perdita di molti militanti in altre sezioni. Chénier fu escluso dalla CCI
nel settembre 1981 e noi abbiamo pubblicato nella stampa un comunicato che
metteva in guardia il campo politico proletario contro questo elemento
"torbido e losco". Poco dopo Chénier ha iniziato una carriera nel
sindacalismo, il Partito Socialista e l'apparato dello Stato per il quale
lavorava, molto probabilmente, già da lungo tempo.

Patrimonio della Sinistra Comunista: 

Sviluppo della coscienza e dell' organizzazione proletaria: