Dopo il massacro di Marikana, l’Africa del Sud è attraversata da scioperi massicci

Nell’ultimo numero di questo giornale (Rivoluzione Internazionale n. 177), nell’articolo Sudafrica: la borghesia sguinzaglia poliziotti e sindacati contro la classe operaia, abbiamo analizzato il contesto in cui si è sviluppato il massacro dei minatori in sciopero a Marikana operato dalla polizia sudafricana lo scorso 16 agosto. Abbiamo mostrato in che maniera i sindacati e il governo avevano nei fatti teso una trappola mortale agli operai, con lo scopo di strangolare la dinamica di lotta che attraversa da diversi mesi “la più grande democrazia africana”. Mentre i suoi sbirri brutalizzavano e assassinavano i lavoratori in completa impunità, la borghesia imbracciava il tema dell’apartheid per trascinarli sullo sterile terreno della pretesa lotta tra razze di cui i lavoratori neri sarebbero le vittime. Gli scioperi sembravano estendersi ad altre miniere, era tuttavia impossibile determinare con certezza se essi sarebbero scivolati sul terreno del conflitto inter-razziale o avrebbero continuato ad estendersi.

Dopo la pubblicazione di questo articolo, abbiamo assistito al più importante movimento di scioperi in Africa del Sud dalla fine dell’apartheid, nel 1994. Questi scioperi sono doppiamente significativi perché non solo dimostrano – ammesso che sia ancora necessario – che dietro il presunto miracolo economico dei “paesi emergenti” si nasconde, come dappertutto, una miseria crescente, ma essi mettono anche in evidenza che i lavoratori del mondo intero, lungi dall’avere interessi divergenti, si battono dappertutto contro le indegne condizioni di vita che il capitalismo impone. Per questo motivo, nonostante le debolezze su cui ritorneremo, gli scioperi che scuotono l’Africa del Sud si iscrivono nel solco delle lotte operaie di tutto il mondo.

Lo Stato divide, indebolisce e terrorizza i minatori

Dopo il massacro del 16 agosto, la lotta sembrava doversi esaurire, schiacciata dal peso delle manovre della borghesia. In effetti, mentre lo sciopero si estendeva a diverse altre miniere con rivendicazioni identiche, una concertazione di pescecani veniva organizzata tra i soli sindacati di Marikana, la direzione e lo Stato, il tutto sotto la santa mediazione dei dignitari religiosi. La manovra aveva lo scopo di soffocare l’estensione degli scioperi dividendo gli operai tra quelli, da una parte, che beneficiavano di negoziati e di tutta l’attenzione mediatica e quelli, dall’altra, che si lanciavano nello sciopero nell’indifferenza generale, ad eccezione dell’attenzione dei poliziotti (bianchi e neri) che proseguivano la loro campagna di terrore, le loro provocazioni e le loro scorrerie notturne.

Sul terreno l’AMCU, sindacato che aveva approfittato dello scatenamento dello sciopero selvaggio a Marikana il 10 agosto per stendere la sua longa manus in una guerra di territorio sanguinosa contro il suo concorrente MUN , incitava gli operai a scontrarsi fisicamente con i minatori che avevano ripreso il lavoro: “La polizia non potrà proteggerli per sempre, la polizia non dorme con loro nelle loro baraccopoli. Se tu vai a lavorare, devi sapere che ne subirai le conseguenze.” A causa del blackout mediatico che si è brutalmente abbattuto su questa lotta, non siamo in grado di determinare se gli operai hanno effettivamente ceduto alla violenza o se i sindacati hanno proseguito i loro regolamenti di conti sotto la copertura degli scioperi; comunque diversi assassini e aggressioni sono stati perpetrati durante tutto il movimento.

Sebbene la propaganda intorno al “ritorno dell’apartheid” non sia mai stata presa sul serio dagli operai in un tale contesto, la lotta era comunque rifluita. Pur tuttavia attualmente il movimento conosce una nuova vita.

Lo sciopero si estende

Il 30 agosto la popolazione veniva a sapere, attraverso il giornale di Johannesburg, The Star, che quando la polizia aveva affermato di aver sparato sui minatori di Marikana “per legittima difesa”, aveva mentito vergognosamente, perché i risultati dell’autopsia mostravano che i minatori erano stati abbattuti di spalle, mentre cercavano di fuggire ai loro carnefici. Secondo numerose testimonianze di giornalisti presenti sul posto, i poliziotti s’erano messi anche ad inseguire gli scioperanti per assassinarli a sangue freddo. Quasi nello stesso momento il tribunale di Pretoria annunciava la sua intenzione di accusare i 270 minatori arrestati  il 16 agosto durante la sparatoria della polizia… dell’uccisione dei loro compagni (!), sulla base di una legge antisommossa che prevedeva l’imputazione di omicidio di tutte le persone arrestate sul luogo di una sparatoria da parte della polizia.

Questo è quello che si fa nella “più grande democrazia africana”: mentre nessuno dei poliziotti che hanno colpito i minatori di Marikana è stato indagato, lo Stato incolpa i sopravvissuti alla sparatoria. Con un po’ di immaginazione, il tribunale di Pretoria avrebbe potuto giustiziare una seconda volta i morti per il loro assassinio!

La costernazione fu tale che il 2 settembre  il tribunale fu costretto ad indietreggiare, annunciando l’annullamento delle accuse e la liberazione di tutti i prigionieri. Lo Stato era stato costretto a rendersi conto del suo errore per il fatto che gli scioperi di erano ben presto diffusi nella maggior parte delle miniere del paese, con le stesse rivendicazioni. In effetti il 31 agosto quindicimila impiegati di una miniera d’oro sfruttata dal gruppo Gold Fields, vicino Johannesburg, iniziavano uno sciopero selvaggio. Il 3 settembre i minatori di Modder East, impiegati di Gold One, entrano a loro volta in lotta. Il 5 settembre quasi tutti i minatori di Marikana manifestavano con l’appoggio della popolazione e rifiutavano, il giorno dopo, di sottoscrivere il miserabile accordo firmato tra i sindacati e la direzione di Lomin. Dal 14 settembre le compagnie Amplats, Aquarius e Xstrata, ognuna delle quali sfrutta diversi siti, annunciavano la sospensione della loro attività, mentre la produzione di quasi tutte le miniere del paese sembravano arrestarsi. L’ondata di scioperi si estendeva anche ad altri settori, in particolare quello dei trasportatori su gomma.

Questa dinamica era, in parte, alimentata dall’indignazione suscitata dalle testimonianze degli scioperanti incarcerati: “Essi [i poliziotti] ci hanno colpito e ci hanno schiaffeggiato, ci hanno camminato sulle dita con i loro stivali”, “Non arrivo a capire cosa mi è successo, è la prima volta che vado in prigione! Noi rivendicavamo un aumento di salario e loro si sono messi a spararci addosso, e in prigione i poliziotti ci hanno picchiato, ed hanno anche rubato i 200 rand [20 euro] che avevo con me!

Il lento riflusso della lotta

Il terrore poliziesco si abbatteva anche sugli scioperanti rimasti liberi con interventi molto violenti, che hanno causato diversi arresti con motivazioni le più disparate, numerosi feriti e diversi morti[1]. Il 14 settembre il portavoce del governo dichiarava: “E’ necessario intervenire perché siamo arrivati ad un punto in cui bisogna fare delle scelte importanti.” Dopo questo bell’esempio di frase vuota di cui solo i politici hanno il segreto, il portavoce aggiungeva, molto più esplicitamente: “Se lasciamo che questa situazione si sviluppi, l’economia ne soffrirà fortemente.” Il giorno dopo fu organizzata una spedizione estremamente brutale, verso le due del mattino, nei dormitori degli operai di Marikana e delle loro famiglie. La polizia, appoggiata dall’esercito, ha ferito numerose persone, per la maggior parte donne. Al mattino scoppiano delle rivolte, con barricate costruite per le strade. La polizia non aspettava altro per scatenare la sua violenza sugli operai in tutto il paese in nome della “sicurezza delle persone”.

Mentre i suoi sbirri terrorizzavano la popolazione, lo Stato, con la complicità dei sindacati, portava, il 18 settembre, un colpo importante alla lotta, concedendo ai soli minatori di Marikana aumenti dall’11 al 22%. Questa vittoria ingannevole aveva chiaramente l’obiettivo di dividere gli operai e togliere dal movimento i lavoratori che fino ad allora erano stati al centro della lotta. In altri termini,la borghesia sacrificava un 22% per gli operai di Marikana per soffocare la combattività degli altri scioperanti, stoppare l’estensione della lotta e privare la maggior parte degli operai degli aumenti salariali rivendicati.  

Ciononostante, il 25 settembre i novemila impiegati della miniera Beatrix entravano a loro volta in sciopero, quelli di Atlatsa si gettavano nella lotta il 1 ottobre. La violenza della polizia crebbe di nuovo con i suoi interrogatori brutali, i rastrellamenti e gli assassini. Il 5 ottobre la compagnia Amplats alzava il tiro annunciando il licenziamento di dodicimila minatori. Su questa onda parecchie compagnie, con l’appoggio dei tribunali, minacciavano di licenziare in massa con uno scoraggiante ricatto: o gli operai accettavano i miseri aumenti salariali proposti dalle direzioni, oppure sarebbero stati cacciati. Gold One finì col licenziare 1.400 persone, Gold Field altri 1.500, e così via.

Nel momento in cui scriviamo questo articolo, le  ultime schiere di scioperanti tornano a poco a poco al lavoro. Ma questa lotta, malgrado le debolezze che la hanno caratterizzata, esprime una certa crescita della coscienza di classe. Gli operai sudafricani hanno sentito la necessità di lottare collettivamente, hanno formulato rivendicazioni precise ed unitarie, hanno cercato costantemente di estendere la loro lotta. In un contesto in cui la crisi e la miseria vanno inesorabilmente ad approfondirsi questo movimento è un’esperienza incancellabile nello sviluppo della coscienza di tutti i proletari della regione e una lezione per i proletari del mondo intero.

El Generico, 22 ottobre



[1] E’ ancora impossibile stabilire il numero di scioperanti abbattuti dalla polizia sudafricana, ma la stampa ha parlato di sette morti a Rustenburg e di almeno un morto tra le fila degli autisti di camion.