La solidarietà umana ed il gene egoista (articolo dell'antropologo Chris Knight)

Pubblichiamo un testo dell’antropologo Chris Knight, “La solidarietà
umana ed il gene egoista”[1].
Questo testo, che si basa sulla teoria neo-darwiniana del gene egoista[2]
di cui sintetizza le fondamenta, cerca di fare piazza pulita delle affermazioni
secondo cui l’uomo sarebbe essenzialmente “un lupo per l’uomo”; da questo punto
di vista può costituire un contributo contro l’idea che il comunismo sarebbe
incompatibile con la natura umana, in quanto arriva a concludere che la
solidarietà sarebbe, contrariamente a ciò che si pensa, proprio inerente alla
nostra natura. Comprendere il ruolo della solidarietà nell’evoluzione dell’umanità
costituisce un aspetto importante nella prospettiva della costruzione di una società
comunista e nella sua possibilità di realizzazione. Questa comprensione non può
prescindere da un approccio scientifico e dalla conoscenza degli apporti che la
scienza ha dato finora. Per questo, al di là dell’ampiezza degli accordi o dei
disaccordi che possono esistere su questa teoria, riteniamo che il testo di C.K.
costituisca un contributo importante alla riflessione ed al dibattito che la CCI
sta sviluppando su queste tematiche[3]
e ai quali invitiamo a partecipare i nostri lettori.

Nel 1844, dopo aver effettuato un viaggio di
quattro anni intorno al mondo, Charles Darwin confidò ad un amico intimo di
essere giunto ad una conclusione pericolosa. Per sette anni, scrisse, si “era
impegnato in un lavoro molto presuntuoso”, addirittura “molto stupido”. Aveva
notato che, su ciascuna delle Isole Galapagos, i fringuelli locali mangiavano
un cibo leggermente differente, ed i loro stessi becchi presentavano
corrispondenti modifiche. In Sud America, aveva esaminato un gran numero di
fossili straordinari di animali estinti. Riflettendo sul significato di tutto
ciò, si sentì obbligato a cambiare parere sull'origine delle specie. Al suo
amico, Darwin scrisse: “Sono quasi
convinto, al contrario della mia opinione di partenza, che le specie non sono
immutabili, e ciò è come confessare un omicidio
”.

In quei tempi, la convinzione della trasmutazione
- l'idea che le specie potevano evolversi in altre - era politicamente
pericolosa. Nello stesso momento in cui Darwin scriveva al suo amico, degli
atei e dei rivoluzionari diffondevano dei giornali economici nelle strade di
Londra in cui si facevano portatori delle idee evoluzioniste in opposizione
alle dottrine professate dalla Chiesa e dallo Stato.

All’epoca il teorico evoluzionista più conosciuto
era Jean Baptiste Lamarck, che era responsabile delle esposizioni di insetti e
vermi del Museo di Storia Naturale di Parigi.

Assimilato strettamente all'ateismo, al movimento
cartista ed ad altre forme di sovversione ritenute emanazioni della Francia
rivoluzionaria, l'evoluzionismo in Gran Bretagna era indicato con il termine di
“lamarckismo”. Ogni “lamarckiano” - in altri termini, ogni scienziato che
metteva in questione l'immutabilità di origine divina delle specie - rischiava
di essere assimilato ai comunisti, ai rivoltosi e rivoluzionari. Preso tra le
sue prudenti opinioni politiche liberali e le sue scienze, Darwin fu colto da
una tale ansia da rendersi malato, dissimulando e soffocando le sue conclusioni
proprio come se avesse segretamente commesso un omicidio.

Il periodo di sollevamenti rivoluzionari culminò
con gli avvenimenti del 1848, quando gli operai organizzarono delle
insurrezioni e scesero per strada in Gran Bretagna ed in tutta Europa. Con la
sconfitta di questi sollevamenti, si instaurò la controrivoluzione. Durante il
seguente decennio, la minaccia proveniente dalla sinistra si vanificò. Nel 1858,
un altro scienziato - Alfred Wallace – in maniera del tutto indipendente scoprì
il principio di evoluzione per selezione naturale; se Darwin non l’avesse
pubblicato, Wallace si sarebbe guadagnato tutta la gloria scientifica. Senza il
pericolo immediato di rivoluzione, il coraggio di Darwin crebbe ed infine nel
1859 pubblicò L’Origine delle specie.

Nella sua notevole opera, Darwin espose a grandi
linee un concetto di evoluzione abbastanza differente da quello di Lamarck.
Lamarck aveva spiegato l'evoluzione come la conseguenza degli sforzi costanti
di tutti gli animali per l'auto-miglioramento durante la loro esistenza. L’idea
più sinistra e più crudele di Darwin fu presa in prestito al reverendo Thomas
Malthus, un economista al soldo della Compagnia delle Indie orientali. Malthus
non si interessava all'origine delle specie; la sua idea era politica. Le
popolazioni umane, affermava, cresceranno sempre più rapidamente dell'offerta
di cibo. Lotta e carestia ne risultano inevitabili.

La carità pubblica, diceva Malthus, non può che
aggravare il problema: gli aiuti fanno sentire i poveri al sicuro, e ciò li
incoraggia a riprodursi. Nutrire più bocche comporta una maggiore povertà e
dunque ulteriori richieste - insaziabili - di aiuto sociale. La migliore politica
è lasciare i poveri morire.

La genialità di Darwin fu di legare botanica e
geologia alla difesa, politicamente motivata, della libera competizione e della
"lotta per la sopravvivenza". Darwin vide la moralità del
"lasciare-fare" di Malthus operante ovunque in natura. La crescita di
popolazione nel mondo animale precedeva sempre l'offerta locale di cibo; da qui
l'ineluttabilità della competizione che si conclude con la fame e la morte dei
più deboli. Mentre i moralisti ed i sentimentalisti avrebbero cercato di
addolcire questa immagine di una Natura crudele e senza cuore, Darwin seguì
Malthus nel celebrarla. Come il capitalismo puniva brutalmente i poveri ed i
bisognosi, la "selezione naturale" eliminava queste creature meno
capaci di cavarsela. Poiché i meno capaci di ogni generazione morivano, la
prole dei superstiti era sproporzionatamente più numerosa, trasmettendo dunque
a tutte le future generazioni le loro benefiche caratteristiche ereditarie.
Carestia e morte, di conseguenza, erano dei fattori positivi, in una dinamica
evolutiva che puniva inesorabilmente l'insuccesso ricompensando il successo.

In tal
modo, Darwin riuscì a conferire alla teoria evoluzionistica delle implicazioni
politiche. Lungi dal servire a giustificare la resistenza allo sfruttamento
capitalista o alla disuguaglianza sociale, questa versione maltusiana
dell'evoluzionismo fu fatta per servire una funzione politica opposta. Darwin
descrisse la natura come un mondo senza morale. Di conseguenza, questo dava una
certa giustificazione ad un sistema economico basato su una competizione
sfrenata, libero da ogni ingerenza “morale” fuorviante proveniente dalla
religione o dallo Stato. Vivente Darwin, le controversie pubbliche maggiori
intorno alla sua teoria opposero gli evoluzionisti contro quei filosofi,
ecclesiastici ed altri, che temevano che una tale visione potesse condurre al
crollo di ogni morale nella società.

Dopo la morte di Darwin nel 1881, molti pensatori
influenti tentarono di attenuare la forza del ragionamento apparentemente duro
ed amorale di Darwin, cercando dei modi di riconciliare la teoria
evoluzionistica con i valori religiosi o umanistici. In Russia, il pensatore
anarchico Pierre Kropotkin scrisse L’aiuto
reciproco
, in cui affermava che la cooperazione, non la competizione, era
la legge fondamentale della natura. Una maniera assai diffusa di salvare una
dimensione “morale” del ragionamento di Darwin era di suggerire che il motore
competitivo del cambiamento evolutivo non opponeva gli individui tra loro ma
gruppi. L’espressione “sopravvivenza del più capace” - come si diceva allora -
significava la sopravvivenza dei gruppi o delle specie più capaci, gli uni e le
altre considerate nella loro totalità, e che implicava una stretta cooperazione
in seno ad ogni specie. Secondo questo ragionamento, gli individui erano creati
per favorire gli interessi della specie. I membri di qualsiasi specie dovevano
cooperare gli uni con gli altri, essendo la loro sopravvivenza individuale
dipendente dalla sorte di tutto l’insieme.

Questa idea fu accettata con molta stima perché
era completamente in accordo con le tendenze della filosofia morale, inclusa la
tendenza, “piccolo borghese” del socialismo e del nazionalismo, all’inizio del
secolo. Le nazioni erano associate alle "razze" e comparate alle
specie animali. Ogni specie, razza o nazione erano supposte essere impegnate in
una competitiva lotta a morte contro le proprie rivali. Quelle i cui membri
cooperavano per bisogno collettivo sopravvivevano; quelli i cui membri agivano
"egoisticamente" finivano per estinguersi. Quando certi animali o
uomini mostravano un comportamento cooperativo, esso era spiegato in termini “morali”
in riferimento ai bisogni del gruppo.

In Gran Bretagna, Winston Churchill affermò che
gli elementi più poveri della società non dovrebbero essere autorizzati a
riprodursi, poiché, nel farlo, non potevano che indebolire la “scorta nazionale”.
L'eugenetica si guadagnò un’ampia stima, anche presso un gran numero di persone
di sinistra; in Germania, giocò un ruolo chiave nella formazione dell'ideologia
nazista. Negli anni 1940, l'etologo pioniere Konrad Lorenz incantò gli ideologi
del nazismo affermando che la guerra era naturale e preziosa. La paragonava a
un modello generale in cui i maschi dei mammiferi, durante la stagione degli
amori, s’impegnano in un feroce combattimento, e alla fine le femmine si
accoppiano solamente con i vincitori. Questo, affermò Lorenz, è un sano
meccanismo di eliminazione dei deboli che, di conseguenza, preserva e migliora
la purezza e il vigore della razza.

La teoria evoluzionistica della “selezione di
gruppo” - come è chiamata ora – si guadagnò la sua formulazione più sofisticata
ed esplicita nel 1962, quando il naturalista scozzese V. C. Wynne-Edwards
pubblicò un libro intitolato
Animal Dispersion in Relation to
Social Behaviour
. Per Wynne-Edwards, che in ciò seguiva Malthus, il
problema fondamentale incontrato da ogni gruppo o specie era quello della
riproduzione sfrenata. La sovrappopolazione alla fine conduceva alla penuria,
inducendo la carestia ad una scala che potrebbe minacciare l’intera popolazione
locale. Quale era la soluzione? Secondo Wynne-Edwards, era la specie nel suo
insieme che doveva agire. Meccanismi speciali si erano dovuti evolvere per
evitare la riproduzione al di là della capacità di carico del suo ambiente
naturale. Si aspettava perciò che gli individui frenassero la loro fecondità
nell'interesse del gruppo.

Sulla base di questa teoria, Wynne-Edwards cercò
di spiegare un certo numero di curiose caratteristiche della vita sociale
animale ed umana. In particolare, pretese di spiegare dei comportamenti
apparentemente ripugnanti come il cannibalismo, l'infanticidio ed il
combattimento o la guerra tra gruppi. In apparenza negative, ad un livello più generale
tali pratiche costituirebbero una serie di adattamenti benefici con cui ogni
specie si sforzerebbe di limitare la sua popolazione. Molti naturalisti erano rimasti
impressionati osservando dei casi di uccelli in grandi colonie distruggere la
loro reciproca prole, o di leoni che mordono mortalmente dei leoncini alla loro
nascita. Tutto questo, dice Wynne-Edwards, ora poteva essere compreso. Quelli
che presentano un tale comportamento non agiscono in modo egoista o
antisociale; avvantaggiano la specie contenendo la popolazione. Nell’uomo, le
attività violente come la guerra hanno una funzione simile. In un modo o in un
altro, i livelli di popolazioni umane devono essere limitati; la guerra,
associata ad altre forme di violenza, aiutava a raggiungere l’obiettivo.

Questo genere di pensiero “selezionista di gruppo”
restò influente in seno al darwinismo fino agli anni 1960. Ma, esponendo la sua
formulazione in termini tanto veementi ed espliciti, Wynne-Edwards
involontariamente espose il ragionamento del "vantaggio per la
specie" ad un attacco più finemente mirato, che minava l'insieme
dell'edificio teorico. Appena gli scienziati cominciarono a riflettere sui
pretesi “meccanismi di riduzione di popolazione”, le ragioni per cui non
potevano funzionare diventarono chiare su un piano puramente teorico. In che
modo un’intera specie poteva mobilitare i suoi membri per un'azione collettiva,
reagendo in previsione delle future penurie di cibo? Supponiamo, come esempio,
l'esistenza di un gene che susciterebbe o faciliterebbe un comportamento che
presenta le due seguenti caratteristiche: (a) porterebbe beneficio alla specie
ad una data postuma, ed allo stesso tempo (b) ostacolerebbe al momento il
successo riproduttivo del suo possessore. Come un tale gene potrebbe essere
trasmesso in un futuro, dove si realizzerebbero i suoi supposti benefici?
Parlare di un gene di minor successo riproduttore è semplicemente una
contraddizione. Esso non sarebbe trasmesso. I suoi futuri supposti benefici non
potrebbero mai realizzarsi. La teoria della "selezione di gruppo"
nella sua totalità era semplicemente illogica. Questa comprensione inaugurò una
rivoluzione scientifica - uno dei più monumentali sconvolgimenti della storia
scientifica recente, con un gran numero di implicazioni per le scienze umane e sociali.
Gli stessi Marx ed Engels, se oggi vivessero, si metterebbero alla testa di
tali sviluppi.

Quasi tutti gli scienziati evoluzionisti oggi
sono d’accordo che la teoria della “selezione di gruppo” di Wynne-Edwards era sbagliata.
L'idea che il sesso, la violenza o qualsiasi altra forma di comportamento
animale si sia potuto evolvere "per il bene della specie" attualmente
è completamente screditata. Gli animali non praticano il sesso "per
perpetuare la specie"; lo fanno per una ragione più terra-terra - per perpetuare
i propri geni particolari. Nessun gene può essere concepito per minimizzare la
propria auto-replica - in un mondo competitivo, sarebbe eliminato velocemente e
sarebbe sostituito. Supponiamo che un leone uccida i suoi cuccioli per aiutare
a ridurre il livello di popolazione totale. Rispetto agli altri leoni, questo
individuo avrebbe un debole successo riproduttore. Indipendentemente da ciò che
alla fine capiterebbe al gruppo intero, tutti gli individui di qualsiasi
popolazione futura sarebbero esclusivamente i discendenti dei riproduttori più “egoisti”
- questi leoni programmati per massimizzare la trasmissione dei loro geni (a
spese dei geni rivali) alle generazioni future.

Una volta compreso ciò, gli scienziati furono in
grado di mostrare che i leoni che uccidevano i cuccioli non uccidevano in
realtà quelli propri, ma quelli generati dai maschi rivali. La stessa cosa si
applicava agli altri casi di sedicente "regolazione di popolazione".
In ogni caso, poteva essere mostrato che gli animali responsabili agivano
"egoisticamente" da un punto di vista genetico, i loro geni servivano
a trasmettere quante più copie possibili di loro stessi alle generazioni
future, senza preoccuparsi troppo di alcuna conseguenza sul livello della
popolazione a lungo termine. Il "valore selettivo" significava la
capacità a fare introdurre i suoi geni nel futuro; non poteva essere definito
diversamente. Una conseguenza era che le idee eugenetiche come quelle di
Winston Churchill non avevano nessun significato darwiniano. Churchill riteneva
che i poveri si riproducevano troppo velocemente; essendo “meno capaci”, la
loro fertilità avrebbe dovuta essere frenata. Come esempio, supponiamo che i
poveri all'epoca di Churchill si riproducevano realmente molto più dei ricchi.
Secondo gli standard darwiniani moderni, questo avrebbe reso i poveri “più adatti”,
non meno. La stessa cosa quando delle minoranze etniche si riproducono ad un
ritmo più elevato di quelle che le stanno intorno. Il “valore selettivo”, come
questo termine è compreso dai darwiniani moderni, può essere misurato
riferendosi unicamente ai geni - non alle razze o alle specie. Di conseguenza,
in avvenire, i politici reazionari, razzisti o altri, dovranno diffondere le
loro teorie senza l'aiuto del darwinismo.

Il nuovo darwinismo rende oramai impossibile
l'elevazione dell'interesse personale di un individuo a livello di quello della
specie. I pensatori “selezionisti di gruppo” con ostinazione avevano vestito di
“morale” l'infanticidio, la violenza o l'aggressione, tenuto conto degli
interessi superiori “della nazione” o “del gruppo”. I militaristi e gli sterminatori
erano stati riconsiderati come custodi di interessi superiori, con le loro idee
circa l’uccisione della popolazione eccedentaria o l’eliminazione dei deboli
per un benessere superiore. Il darwinismo “gene egoista” mise bruscamente fine
a tutto questo. I gruppi o specie animali non potevano ormai più essere
paragonati agli Stati-nazione, descritti come insiemi coesi e moralmente
regolati. Al posto di ciò, ci si aspettava che gli animali cerchino di
ottimizzare il loro valore selettivo, agendo consapevolmente o
inconsapevolmente per propagare i loro geni. Ci si aspettava perciò anche che
le unità sociali non mostrino solo la cooperazione ma anche il conflitto,
opponendo in modo ricorrente le femmine e i maschi, i giovani ed i vecchi, ed
anche i bambini ed i loro genitori.

Questa insistenza sulla lotta ed il conflitto
fecero convergere il darwinismo ed il marxismo che non ammettono l'armonia o la
fraternità ma vedono invece un mondo sociale umano lacerato dai conflitti di
classi, di sessi e di altre forme. Là dove l'armonia esiste o è stabilita con
successo, questo deve essere spiegato, non ammesso.

Una volta rovesciato il “selezionismo di gruppo”,
gli scienziati furono costretti a riosservare la vita, affrontando, chiarendo e
spesso risolvendo una serie di enigmi scientifici in esame. Come apparve la
vita sulla Terra? Quando e perché il sesso si evolse? Come diventarono così
cooperativi gli insetti sociali? Perché, come tutti gli organismi viventi,
cadiamo malati ed alla fine moriamo? Da allora, ogni teoria ha dovuto dimostrare
la sua coerenza con l’implacabile “egoismo” senza compiacenza dei geni. Il
risultato è stato una spettacolare serie di aperture intellettuali, che rappresentano
una vera rivoluzione, ancora in corso, nelle scienze della vita. Il libro di
Richard Dawkins, il Gene egoista, ha
riassunto numerose di queste nuove scoperte quando è stato pubblicato con
acclamazioni generali – e con una veemenza equivalente di denunce dalla “sinistra
classe media” - nel 1976.

Proprio come Karl Marx e Friedrich Engels si
opponevano alle teorie “utopiche” del socialismo, i darwinisti moderni si
oppongono vigorosamente a tutte le teorie evoluzionistiche lacrimose ed
astratte. Il socialismo “utopico” fallì perché non si confrontò mai con il
capitalismo. Non spiegò mai come passare da “A” a “B” - dalla logica
competitiva del capitalismo alla sua antitesi socialista o comunista. Al posto
di ciò, i sognatori "utopici" non fecero che opporre le loro visioni
idealistiche alla dura realtà della vita contemporanea, senza preoccuparsi mai
di comprendere il funzionamento del capitalismo. Allo stesso modo, prima della
rivoluzione “gene egoista” nelle scienze della vita, i biologi si erano appellati
alla “cooperazione” nel mondo animale in quanto principio esplicativo senza
avere spiegato mai da dove veniva questo principio. Il grande merito del nuovo
darwinismo è stato di non essere “utopico”. Quando si è constatato che gli
animali si aiutano o anche rischiano la loro vita uno per l'altro – spesso ciò
capita - un tale altruismo piuttosto che essere solo ammesso doveva essere
spiegato. Soprattutto, ogni altruismo a livello del comportamento sociale
doveva conciliarsi con l’“egoismo” replicativo dei geni di questi animali.

Da questo punto di vista, il nuovo darwinismo
potrebbe quasi essere chiamato la “scienza della solidarietà”. L’egoismo è
facile da spiegare. La vera sfida è spiegare perché gli animali, spesso, non
sono egoisti. È una sfida particolare nel caso degli uomini che - forse più che
qualsiasi altro animale - possono lanciarsi in atti di coraggio e di sacrificio
personale per il beneficio degli altri. Esistono delle storie, dall'autenticità
verificata, che raccontano come dei soldati durante la Prima Guerra mondiale si
gettavano su una granata che stava per esplodere, salvando così i loro
compagni. Un tale coraggio era stato laboriosamente appreso o inculcato negli
uomini, o era stato prodotto da potenti istinti? Così, seguendo la maggior
parte dei darwinisti, se supponiamo che le persone hanno in se stessi la
capacità di essere naturalmente cooperativi ed anche eroici, nasce allora un
paradosso intellettuale. Perché i geni che permettono o rendono possibile
l'eroismo - questi coraggiosi istinti che, in tempo di crisi, possono superare
le nostre vili ed egoiste pulsioni - non sono stati eliminati durante il tempo
evolutivo? L'uomo che muore in combattimento non avrà più bambini. Per
contrasto, il vigliacco può lasciare numerosi discendenti. Su questa base, non
dovremmo aspettarci che ogni generazione sia meno eroica - più egoista - della
precedente?

La teoria utopica della “selezione di gruppo”
aveva oscurato questo problema proponendo una risposta fin troppo facile.
L'eroismo operava per il bene del gruppo. Il problema era che questo non
riusciva a spiegare come un tale coraggio poteva fare parte della natura umana,
trasmesso di generazione in generazione. È precisamente questa difficoltà che
spinse i nuovi darwinisti a trovare una risposta migliore. Quando la soluzione
fu trovata, diventò la pietra angolare della scienza evoluzionistica.

La soluzione all'enigma risiedeva nell'idea di “valore
selettivo inclusivo”. Il coraggio in combattimento si basa su degli istinti non
radicalmente differenti da quelli che spingono una madre a rischiare difendendo
i suoi bambini. È proprio per questo che i suoi geni sono “egoisti” - e
malgrado questo “egoismo” - il coraggio di una madre può fare appello a
profonde risorse istintive. Infatti, la madre che prende istintivamente dei
rischi per i suoi bambini concepisce questi bambini come parte di “sé”
potenzialmente immortale. In termini genetici, ciò è realistico perché i suoi
bambini condividono i suoi geni. Possiamo capire facilmente perché i geni “egoisti”
di una madre possono spingerla a comportarsi in modo disinteressato: questo
avviene nell’ interesse proprio dei geni. Una logica simile potrebbe spingere
fratelli e sorelle a comportarsi in modo disinteressato gli uni verso gli
altri.

Nel lontano passato evolutivo, gli uomini si
evolvevano in gruppi di relativa piccola scala basata sulla parentela. Ogni
persona con cui lavoravi, o con cui ti eri legato strettamente, aveva una buona
probabilità statistica di condividere i tuoi geni. Di fatto, i geni avrebbero
detto: “Replicaci assumendo dei rischi per difendere i tuoi fratelli e sorelle”.
Noi, umani, siamo concepiti per aiutarci gli uni gli altri - e anche morire gli
uni per gli altri - a patto di avere avuto prima una opportunità di formare dei
legami. Oggi, anche nelle condizioni in cui abbiamo molto meno probabilità di
essere imparentati, questi istinti continuano a spingerci con la stessa forza di
una volta. La nozione di “solidarietà fraterna” non è totalmente dipendente da
fattori esterni e sociali, come l'educazione o la propaganda. Non ha bisogno di
essere inculcata nelle persone contro la loro natura profonda. La solidarietà
fa parte di una vecchia tradizione - una strategia evolutiva - che, molto tempo
fa, diventò centrale alla stessa natura umana. È un'espressione senza prezzo
dell’“egoismo” dei nostri geni.

Chris Knight


[1] http://www.chrisknight.co.uk/2007/10/13/solidarity_selfish-gene/.
Abbiamo già pubblicato
un altro testo di Chris Knight nella nostra stampa: Marxismo e scienza
, http://fr.internationalism.org/node/4850.

[2] La teoria del gene egoista, sebbene combattuta
da una minoranza di teorici dell'evoluzione, particolarmente dal defunto
Stephen Jay Gould nella Struttura della
teoria dell'evoluzione
, è difesa dalla maggioranza di essi, principalmente
da Richard Dawkins nel Gene egoista e
Il fenotipo esteso ed. Oscar
Mondadori. Descrivendo i geni
come “egoisti”, Dawkins non intende per questo affermare che siano muniti di
una volontà o di un'intenzione propria, ma che i loro effetti possono essere
descritti come se lo fossero. La sua 
tesi è che i geni che si sono imposti nelle popolazioni sono quelli che
provocano degli effetti che servono ai loro interessi, e cioè continuare a
riprodursi, e non necessariamente agli interessi dell'individuo in sé. Questa
visione delle cose spiega, come andiamo a scoprirlo più in là in questo
articolo di Chris Knight, l'altruismo a livello degli individui nella natura,
in particolare nel cerchio familiare: quando un individuo si sacrifica per
proteggere la vita di un membro della sua famiglia, agisce nell'interesse dei
suoi propri geni.

[3] Testo di orientamento, 2001: La fiducia e la solidarietà nella lotta del
proletariato
, http://it.internationalism.org/node/1131;
Dibattito interno alla CCI: Marxismo ed
etica,
http://it.internationalism.org/rint29/etica;
Darwin ed il Movimento Operaio, http://it.internationalism.org/node/765;
Darwinismo e marxismo (Anton Pannekoek), http://it.internationalism.org/node/919

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