Suicidi al lavoro: è il capitalismo che uccide i proletari

Tre morti al Technocentre di Renault di Guyancourt in quattro mesi, quattro nella centrale di Chinon dell’EDF-GDF in tre anni, una presso il ristorante Sodexho all'inizio aprile, ancora una in una fabbrica PSA del Nord della Francia nello stesso mese. Questo è il bilancio di quell'ondata di suicidi che recentemente hanno conosciuto alcune imprese. Per ognuno di essi sono stati invocati la pressione e l'assillo dei capi, la paura della disoccupazione ed il ricatto al licenziamento sistematico, il sovraccarico di lavoro crescente. Non c’è da meravigliarsi. Accanto ai licenziamenti massicci degli anni ‘80 e ‘90, in tutte le fabbriche e nei servizi, i ritmi sono stati moltiplicati per due o per tre, e, con questa "grande vittoria" della sinistra rappresentata dalla legge sulle 35 ore, si è avuto solo un peggioramento. Perché quest'ultima ha permesso di giustificare un'accelerazione terribile dello sfruttamento ed un aggravamento senza precedenti delle condizioni di lavoro. I centri di produzione capitalista sono sempre stati delle carceri, oggi chiaramente sono degli inferni dove gli operai sono più che mai condannati ad arrostire per poi essere gettati nella spazzatura. "Marcia o crepa"!, ecco l'immutabile motto di questa società di sfruttamento e di miseria.

Al Technocentre di Renault-Billancourt per esempio, il "contratto 2009" deciso dall'impresa esige dai salariati, quadri, tecnici, operai alla catena, ritmi di lavoro infernali, con la minaccia di licenziamenti secchi se gli "obiettivi" non sono rispettati. Tutto è buono per ridurre i costi di produzione. Così, un progetto battezzato "nuovi ambienti naturali di lavoro", adottato all'unisono dai sindacati CFDT, CGC, CFTC e FO, ha ideato il telelavoro legato ad una nuova classificazione di compiti, da cui dipende lo stipendio, che raddoppia in funzione dei risultati di ogni salariato e del "modo" con cui li ha ottenuti. Si tratta in effetti di una vera militarizzazione la cui pressione su ciascuno è enorme e per certi portatrice di disastri psicologici.

All’EDF-GDF, è la concorrenza tra i CDD e gli impiegati in CDI che è la regola, con la direzione che chiede agli impiegati "fissi" di allinearsi sul ritmo di lavoro richiesto a quelli che sperano di essere assunti e che "danno dunque il meglio di sé stessi".

Ma al di là di queste imprese particolari, gli esempi dell’aggravamento delle condizioni di sfruttamento dovunque, in tutti i settori, sono innumerevoli. Le pressioni delle direzioni e dei piccoli capi per costringere gli operai ad accettare di rendersi disponibili si trasformano in vero assillo, con l’utilizzazione sempre più generalizzata di metodi disprezzabili come la minaccia aperta della disoccupazione o “la messa a riposo” per fare pressione sui ricalcitranti. È il regno della paura, la regola è ancora dividere per regnare meglio, che mette certi impiegati all’indice ed in quarantena, a costo di spingerli al suicidio, per spaventare meglio gli altri e renderli più docili. In certe imprese, l’insulto quotidiano, quasi la minaccia fisica, sono arrivati ad essere la pratica corrente dell’inquadramento.

Secondo l’Inserm, 12.000 persone si suicidano ogni anno in Francia, sui 160.000 tentativi nell’insieme della popolazione. Tra questi, da 300 a 400 lo fanno sul loro posto di lavoro, senza escludere che numerosi altri suicidi “fuori dal lavoro” sono legati direttamente alle condizioni di lavoro e più generalmente alla loro ripercussione immediata sulle condizioni di vita. Fino a poco fa, gli studi effettuati dagli specialisti dei rischi suicidi si rivolgevano essenzialmente verso le “popolazioni a rischio”, principalmente i tossicodipendenti, gli omosessuali, i disoccupati o ancora gli adolescenti. Il fenomeno di sfinimento professionale descritto da uno psicanalista americano, o “burn out” (1), apparso alla fine degli anni 1970 ed all’inizio degli anni 1980, non è più una curiosità di ricercatore, è una realtà endemica.

Mentre, grazie alle reti di circoli medico-sociali che permettono una individuazione del rischio più precoce nella popolazione, non c'è aumento globale del suicidio, il numero di suicidi al lavoro e di quelli legati direttamente alle condizioni di lavoro è in costante aumento. Così, l’undicesima giornata nazionale per la prevenzione del suicidio, che ha avuto luogo all’inizio di febbraio 2007, si è interessata particolarmente a questo “fenomeno nuovo” apparso ufficialmente circa una ventina di anni fa, e “in aumento da dieci anni ed in crescita regolare da quattro a cinque anni”, secondo il vicepresidente del Consiglio economico e sociale, Christian Larose.

Altro fatto “nuovo”: mentre fino a dieci anni fa, solo certe professioni erano particolarmente toccate, come gli agricoltori ed i salariati agricoli che capitolavano sotto i debiti, oggi tutte le categorie professionali sono coinvolte, con un’esposizione più frequente per i quadri, gli insegnanti, il personale della sanità, le guardie carcerarie, i poliziotti, o ancora i pompieri, ed i salariati del settore privato, cioè la maggior parte dei salariati di Francia.

Questa ondata di suicidi legati al lavoro non è una specificità francese, lungi da ciò. Se è difficile potere ottenere delle stime precise, si sa per esempio che in Europa, il 28% delle persone confessano che il loro lavoro è fonte di grave stress. In Cina, il numero di suicidi è esploso letteralmente con l’industrializzazione selvaggia e le condizioni di vita disumane degli operai. Così, 250.000 persone tra i 18 ed i 35 anni si sono suicidate nel 2006, e cioè una parte rappresentativa delle forze vive in seno alla classe operaia cinese.

La borghesia prova certamente a servirsi di questo “malessere sociale” per demoralizzare la classe operaia: vuole farci credere che la disperazione e la concorrenza fanno parte della “natura umana” e che la classe operaia non può accettare questa situazione che come una fatalità. I rivoluzionari, invece, devono sostenere che è la barbarie del capitalismo ad essere la responsabile dei suicidi. Il fatto che i proletari siano oggi costretti a darsi la morte a causa delle condizioni di lavoro è una protesta esasperata contro la ferocia delle loro condizioni di sfruttamento. Tuttavia, non dobbiamo vedere nella miseria solo miseria: le condizioni di sfruttamento e la concorrenza che il proletariato conosce oggi nel mondo non hanno come sola prospettiva la disperazione individuale, i suicidi o le depressioni. Perché il degrado vertiginoso delle condizioni di vita dei proletari porta con sé la rivolta collettiva e lo sviluppo della solidarietà in seno alla classe sfruttata. L’avvenire non è nella concorrenza tra i lavoratori ma nella loro unione crescente contro la miseria e lo sfruttamento. L’avvenire è nelle lotte operaie sempre più aperte, massicce e solidali.

Così, nel Manifesto Comunista del 1848, Marx ed Engels scrivevano: “Talvolta gli operai trionfano; ma è un trionfo effimero. Il risultato vero delle loro lotte più che il successo immediato è l’unione crescente dei lavoratori. (...) Questa unione crescente del proletariato in classe (…) è distrutta di nuovo continuamente dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro. Così essa rinasce sempre ogni giorno più forte, più ferma, più potente".

Mulan, 28 aprile, (da Révolution Internationale n.379)

1. Fenomeno depressivo grave: “incendio interiore”, in riferimento ad un fuoco nato dall’interno e che non lascia che il vuoto.

Questioni teoriche: