L’azienda Italia nella bufera economica mondiale

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Ripresa economica? La richiesta di Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, che venga inserita nelle prossime finanziarie una “ulteriore riduzione del costo del lavoro” rispetto a quella che gli industriali italiani hanno già ottenuto non è senza senso. «Dobbiamo riprendere il dialogo con il sindacato - ha detto Montezemolo - per affrontare i temi della flessibilità e della produttività. Togliamo tabù storici del nostro paese. Il Centro-sinistra o chi governerà deve dirci con chiarezza che tipo, che modello di relazioni industriali e di mercato del lavoro vuole» (1). Sul versante della produttività, ha aggiunto Montezemolo, tra il 2000 e il 2004, si è registrata in Italia una riduzione del 2,8 per cento, mentre l'Europa e gran parte dei paesi più industrializzati si sono mossi in netta controtendenza rispetto al nostro Paese. Stesso discorso anche per il costo del lavoro: tra il 2000 e il 2004 «è aumentato del 15,8%» a fronte di una dinamica opposta in altri paesi industrializzati e nelle economie emergenti. Come dice Montezemolo, negli altri paesi industrializzati c’è stato un grande aumento della produttività e una diminuzione del costo del lavoro. E lui non vuole essere da meno. Leggiamo sui giornali che la Ford taglia per circa 30.000 posti di lavoro, Deutsche Telekom altri 30.000 e sicuramente potremmo riempire la pagina di questo giornale con le varie richieste di tagli della forza lavoro. Il quadro dell’economia mondiale che abbiamo davanti non è quello di una ripresa dello sviluppo, cioè della possibilità di espandersi per tutti, ma di una lotta senza quartiere a chi riesce a togliere il terreno sotto ai piedi dell’avversario. Infatti la Ford, come la General Motors, deve far fronte alla concorrenza dei costruttori asiatici nel Nord America. In questo quadro dove si lotta per sopravvivere ci si può chiedere: La locomotiva Usa continua a correre? 

 

 

E' vero che gli Stati Uniti “continuano a correre”, a differenza dell’Europa dove la domanda interna rimane piuttosto fiacca, e non sembrano neanche marginalmente toccati dai segni di indebolimento della congiuntura internazionale, mantenendo un passo di crescita decisamente vivace. La dinamica media annua del Pil è stimata intorno al 3,6% nel 2005, a fronte del brillante 4,2% realizzato nel 2004, con probabilità di una modesta frenata nel corso del 2006. I consumi delle famiglie continuano a fornire il principale contributo al processo di “ripresa.” Già! I consumi delle famiglie fanno correre gli Usa! E da dove prendono i soldi le famiglie? Dai loro conti in banca, dai loro risparmi, oppure dai prestiti, dai mutui che le banche offrono a tassi agevolati? La pubblicità degli ipermercati, delle catene commerciali e delle stesse banche non fa che spingere all’acquisto di ogni tipo di merce, dall’elettronica alla casa dove tutto è rateizzato, altro che “qui si fa credito solo ai novantenni accompagnati dai genitori” come era scritto sui cartelli dei negozi tempo fa. Non c’è alternativa al sistema che deve smerciare il più possibile i suoi prodotti e può farlo solo ricorrendo al finanziamento del debito sperando nel rimborso futuro. Ma “osservatori più o meno blasonati e qualificati quasi quotidianamente si pronunciano sulla crescita del mercato immobiliare e sul fatto che sia inevitabilmente destinato a crollare. Secondo alcuni, il crollo dei prezzi delle case, a livello mondiale, potrebbe essere già cominciato. Nell'ultimo rapporto dell'International Monetary Fund di Washington, preparato dall'economista Marco Terrones, è scritto che nel 2006 potrebbe verificarsi un collasso dell'economia mondiale scatenato dall'aumento dei tassi di interesse e segnalato dal crollo dei prezzi delle case in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all'Europa al Canada».(3) Quindi la locomotiva americana, oltre che avere come principale base di sostegno il consumo delle proprie famiglie e non l’esportazione, corre con la prospettiva di un collasso dell’economia mondiale, altro che nuovo sviluppo dovuto alle economie emergenti asiatiche che prima o poi faranno la fine delle tigri, dei dragoni, della Russia e dell’Argentina. “Sul fronte dei conti con l'estero, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti, attualmente intorno al 6% del Pil, non dà segni di rientro e tende anzi a peggiorare. I flussi in uscita di dollari per l'acquisto di beni prodotti all'estero sono, infatti, molto superiori a quelli in entrata per la vendita dei beni esportati (con un rapporto quasi di 2 a 1).” Le prospettive dell’Italia Il fabbisogno statale e delle amministrazioni pubbliche è in sensibile crescita, il debito pubblico è in aumento, per la prima volta dopo la fase di ininterrotta discesa in atto dalla metà degli anni 90; ciò si verifica mentre i tassi d'interesse riprendono a salire. Questo significa una inversione di tendenza difficilmente controllabile. Gli obiettivi programmatici di contenimento del deficit pubblico, far scendere il rapporto con il Pil dal 4,3% al 3,8% entro il prossimo anno, si scontrano con i dati tendenziali dell'indebitamento netto in forte crescita. Cala l'avanzo primario, sale il debito: il saldo primario di bilancio, che si ottiene sottraendo al deficit la spesa per interessi sul debito, si è pressoché azzerato nel corso del 2005, dopo un decennio di valori positivi. Questo avanzo netto, oggi esauritosi, è l'indicatore della capacità dell'Italia di ripagare nel lungo termine l'ingente debito pubblico accumulato, riducendone in primo luogo il rapporto nei confronti del Pil, stimato oggi vicino al 110% dal 106-107%, il livello minimo toccato negli scorsi due anni. Con un saldo primario negativo, in altre parole, riparte il circolo vizioso del debito, in crescita rispetto al Pil e rimborsato a scadenza con il ricorso a nuovi debiti. Al palo anche le produzioni “made in Italy”. I settori punte di diamante della produzione italiana (industria delle calzature, apparecchi elettrici e di precisione, mezzi di trasporto, industria tessile) hanno accusato pesanti flessioni. Quali alternative? In un quadro talmente degradato dell’economia mondiale, le possibilità del capitalismo di continuare ad accumulare profitti si possono trovare solo in settori che non hanno nulla a che fare con lo sviluppo economico ma che procedono di pari passo con le economie “illegali”, cioè con settori che lo stesso capitalismo deve far finta di combattere: droga, prostituzione, schiavitù e lavoro nero, tratta degli immigrati, frodi alimentari, furti. E parlando di furti non si fa riferimento a bande di periferia che scippano o a rapinatori che assaltano banche; si fa riferimento ai banchieri, cioè ai proprietari o dirigenti delle stesse banche, ai borghesi delle multinazionali che non sapendo più come sopravvivere, cioè vedere crescere le proprie ricchezze, si danno al racket organizzato, a togliere le monetine dai conti correnti dei propri clienti, un poco al mese per non dare nell’occhio, a tresche finanziarie di spostamenti di capitali da una banca ad una finanziaria o viceversa, dall’Italia alla Svizzera o a Singapore. Non è stato solo il caso della Parmalat o della Cirio dell’anno scorso o dell’Endosa americana, non è solo il caso della Banca Popolare Italiana i cui dirigenti sono stati arrestati, è invece la norma del sistema oggi. È tutto il sistema capitalista che è marcio, chi più chi meno. Non c’è settore che non venga toccato, c’è chi acquista il grano contaminato da sostanze cancerogene dal Canada, chi fa truffe telefoniche modificando il collegamento a internet, chi si prepara all’assalto del TFR e dei fondi pensione e chi più ne ha ne metta. Tornando agli arresti eccellenti di un mese fa, dei dirigenti della Banca Popolare Italiana, ex Banca Popolare di Lodi: “sotto la guida di Fiorani la banca lodigiana ha rappresentato per anni l’epicentro di evidentissimi affari illeciti (..). Fiorani è accusato di aver diretto una stabile, radicata e articolata organizzazione in Italia e all’estero dedita alla spoliazione di Bpl e di Bpi e all’occultamento dei proventi del riciclaggio”. Tra l’altro “rubavano soldi ai correntisti morti”, e davano “soldi ai politici di livello nazionale”. (La Repubblica, 14 dicembre 2005). Siamo di fronte ad una nuova tangentopoli? Nient’affatto. Il dare soldi ai politici è il modo di esistere fisiologico della borghesia, i politici non sono altro che i rappresentanti legali degli interessi globali della borghesia. Se negli Usa è la legge che consente il finanziamento dei politici mentre in Italia è vietato, questo non esprime che un diverso senso del pudore da parte delle diverse borghesie. In questo contesto, Tangentopoli non è stata il tentativo di superare questa caratteristica della vita della borghesia quanto piuttosto l’espressione di una lotta interna alla borghesia italiana che ha usato il divieto di dare mazzette ai politici per eliminare dalla scena politica dei partiti legati agli interessi degli Usa, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, quando questi non erano più utili dopo la caduta del blocco sovietico. Ciò che è accaduto negli ultimi mesi, l’inchiesta sui “bad boys” cresciuti all’ombra di Fazio, fa parte invece del tentativo della borghesia di reagire alla decomposizione del suo sistema, decomposizione che porta allo sfacelo dell’organizzazione esistente, alla scomparsa di ogni forma di legalità. Questo gruppo definito da La Repubblica “bad boys” viene accusato di preparare un golpe finanziario! (14 dic. ’05 pag. 3). Infatti oltre alla scorretta scalata di Antonveneta ha tentato anche la scalata alla Bnl e alla Rcs che detiene il controllo del Corriere della Sera. L’intervento della magistratura è servito a fermare la discesa agli inferi per una estate, sicuramente arriveranno altri “boys” a cercare lo stesso bottino, perché in tempo di crisi storica del capitalismo questo è l’unico modo per accumulare capitali: non serve produrre merci, l’importante è saper rubare. 23 gennaio ’06        Oblomov 1. Tutti i riferimenti presenti nell’articolo, se non diversamente descritto, sono presi da “Il sole 24 ore” attraverso il sito web www.nordestimpresa.com. 2. Montezemolo, stranamente, dà la colpa non ai lavoratori ma al settore pubblico che chiede prezzi troppo alti e fa concorrenza ai privati. 3. Riportato su www.corriere.com, Corriere canadese on-line. Vedi anche Rivista Internazionale n°27. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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