Sulla situazione al sud del Cile dopo il terremoto

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Il 3 marzo scorso abbiamo ricevuto sul nostro sito in lingua spagnola un commento relativo alla situazione degli abitanti dei quartieri operai e popolari dell’agglomerato di Concepción, in seguito al sisma di fine febbraio. Contrariamente a quanto propagandato dai media a livello internazionale che hanno denigrato il comportamento delle popolazioni locali attribuendo loro dei «saccheggi scandalosi», questo testo restituisce la realtà dei fatti mettendo avanti lo spirito autenticamente proletario di solidarietà e di mutua assistenza che ha animato gli operai nella ridistribuzione dei beni, opponendosi all’azione predatrice delle bande armate contro le quali la popolazione operaia ha tentato di assumere e di organizzare la sua propria difesa.

L’autorganizzazione dei proletari di fronte alla catastrofe, ai lumpen-capitalisti e all’incapacità dello Stato

(Da parte di un compagno anonimo)

Sarebbe auspicabile che nella misura in cui voi [CCI] avete questo mezzo di diffusione [il nostro sito Internet], rendiate conto di ciò che si sta passando a Concepción e nei suoi dintorni[1], come pure in altre regioni del Cile che sono state pesantemente toccate dal sisma. Si sa che fin dal primo momento, la gente ha messo in pratica il buono senso più ovvio rendendosi ai depositi di derrate alimentari per prendere tutto ciò di cui avevano bisogno. Ciò è così logico, così razionale, necessario ed inevitabile, che appare assurdo farne la critica. La gente ha creato un'organizzazione spontanea (soprattutto a Concepción) per distribuire il latte, i pannolini per bambini e l'acqua, in funzione delle necessità di ciascuno, tenendo conto, fra l'altro, del numero di bambini per famiglia. La necessità di prendere i prodotti disponibili appariva così ovvia, e così potente la determinazione del popolo a mettere in pratica il suo diritto a sopravvivere, che finanche i poliziotti hanno aiutato la gente a portare via i prodotti alimentari dal supermercato Leader a Concepción, per esempio. E quando si è provato ad impedire che la gente facesse la sola cosa ragionevole, gli impianti in questione sono stati semplicemente incendiati, per la semplice e logica ragione che fa sì che se tonnellate di prodotti alimentari finiranno per marcire anziché essere logicamente consumate, è meglio che questi prodotti alimentari siano bruciati, evitando così il pericolo di focolai supplementari d'infezione. Questi “saccheggi” hanno permesso a migliaia di persone di sostentarsi per qualche tempo, al buio, senza acqua potabile e senza la minima speranza che arrivasse un aiuto qualunque.

Ma, dopo alcune ore, la situazione è cambiata completamente. In tutto l'agglomerato di Concepción delle bande ben armate che viaggiavano in auto di buona qualità, hanno cominciato a saccheggiare non solo i piccoli negozi, ma anche degli appartamenti particolari e gruppi di case interi. Il loro obiettivo era di accaparrarsi di quel poco di beni che la gente avrebbe potuto recuperare nei supermercati, così come gli attrezzi domestici, il denaro e tutto ciò che queste bande potevano trovare. In alcune zone di Concepción, queste bande hanno prima saccheggiato le case e poi le hanno incendiate, scappando subito dopo. Gli abitanti, che si sono trovati all'inizio senza la minima difesa, hanno cominciato ad organizzarsi per potersi difendere, facendo delle ronde di sorveglianza, creando delle barricate per proteggere gli accessi ai quartieri ed in alcune zone mettendo in comune i viveri per assicurare l'alimentazione di tutti gli abitanti. Con questo breve richiamo dei fatti che si sono verificati nei giorni scorsi, non pretendo “di completare” le informazioni fornite da altri mezzi. Vorrei soltanto richiamare l'attenzione su tutto ciò che questa situazione critica contiene da un punto di vista anticapitalista. Lo slancio spontaneo della gente per appropriarsi di tutto ciò che è necessario alla loro sussistenza, la loro tendenza al dialogo, alla ripartizione, a cercare accordi e ad agire insieme, è stata presente dall'inizio di questa catastrofe. Tutti abbiamo potuto vedere intorno a noi questa tendenza comunitaria naturale sotto forme differenti. In mezzo all'orrore vissuto da migliaia di lavoratori e dalle loro famiglie, questo slancio per la vita in comune è emerso come una luce di speranza in mezzo alle tenebre, ricordandoci che non è mai troppo tardi per ridiventare noi stessi.

Di fronte a questa tendenza organica, naturale, comunista, che ha animato il popolo durante queste ore di spavento, lo Stato è impallidito e si è mostrato per ciò che è: un mostro freddo ed impotente. Inoltre l'interruzione brutale del ciclo demenziale di produzione e di consumo, ha lasciato il padronato alla mercé degli eventi, ad attendere, acquattato, che l'ordine fosse ristabilito. Così la situazione ha aperto una vera breccia nella società, attraverso la quale potrebbero scaturire le fonti di un mondo nuovo che è già nei cuori della gente meno agiata. Diventava dunque urgente e necessario ristabilire ad ogni costo il vecchio ordine di rapina, di abuso e di accaparramento. Ma questo non è stato fatto a partire dalle alte sfere, ma a partire dal terreno stesso della società di classe: coloro che si sono incaricati di rimettere le cose al loro posto, in altre parole, di imporre con la forza i rapporti di terrore che permettono l'esistenza dell'appropriazione privata capitalista, sono state le mafie dei narcotrafficanti radicati come delle metastasi nelle zone popolari, degli arrivisti tra i più arrivisti, dei figli della classe operaia alleati con dei borghesi al prezzo dell’avvelenamento dei loro fratelli, del commercio sessuale delle loro sorelle, dell’avidità consumatrice dei loro propri figli. Dei mafiosi, altrimenti detti dei capitalisti allo stato puro, dei predatori del popolo, ben sistemati nei loro veicoli 4x4 ed armati di fucili, disposti ad intimidire ed a spogliare i loro propri vicini o gli abitanti di altri quartieri per cercare di monopolizzare il mercato nero ed ottenere denaro facile, in altre parole per ottenere potere. Che questi individui siano alleati naturali dello Stato e della classe padronale è dimostrato dal fatto che le loro indegne malefatte siano state utilizzate dai mass media per creare il panico in una popolazione già demoralizzata, giustificando così la militarizzazione del paese. Quale altro scenario potrebbe essere più propizio ai nostri padroni politici e padronali, che vedono in questa crisi catastrofica soltanto una buona occasione per fare lauti affari e ulteriori profitti spremendo ancor più una forza-lavoro dominata dal timore e dalla disperazione?

Da parte degli avversari di quest'ordine sociale, è un nonsenso tessere degli elogi ai saccheggi senza precisare il contenuto sociale di tali azioni. Non c’è proprio paragone tra una massa di gente più o meno organizzata, ma almeno con un obiettivo in comune, che prende e distribuisce prodotti di prima necessità per sopravvivere e delle bande armate che rapinano la popolazione per arricchirsi. Il sisma di sabato 27 non si è limitato a colpire molto duramente la classe operaia e a distruggere le infrastrutture esistenti. Ha anche seriamente rovesciato i rapporti sociali in questo paese. In alcune ore, la lotta di classe è emersa con tutta la sua forza davanti ai nostri occhi, troppo abituati forse alle immagini della televisione per potere cogliere bene l'essenziale degli avvenimenti. La lotta di classe è qui, nei nostri quartieri ridotti in rovine nella penombra, crepitando e scricchiolando sotto i nostri passi, sul suolo stesso della società, dove si affrontano in uno scontro mortale due tipi di esseri umani che si trovano infine l’uno di fronte all’altro: da un lato, le donne e gli uomini dallo spirito collettivo che si cercano per aiutarsi e condividere; dall'altro gli antisociali che li saccheggiano e gli sparano contro per cominciare così la loro propria accumulazione primitiva di capitale. Qui, ci siamo noi, gli esseri invisibili ed anonimi di sempre, presi dalle nostre vite di sfruttati, dei nostri vicini e dei nostri genitori, ma pronti a stabilire dei legami con tutti quelli che condividono la stessa alienazione. Là ci sono loro, poco numerosi ma pronti a spogliarci con la forza di quel poco o quasi niente che possiamo dividerci. Da un lato il proletariato, dall'altro, il capitale. È così semplice. In molti quartieri di questo territorio devastato, in queste ore di prima mattina, la gente comincia ad organizzare la propria difesa di fronte a queste orde armate. A quest'ora ha cominciato a prendere una forma materiale la coscienza di classe di quelli che si sono visti costretti, brutalmente ed in un batter d’occhio, a capire che le loro vite gli appartengono e che nessuno verrà loro in aiuto.

Messaggio ricevuto il 3 marzo 2010.



[1] Il sisma ha avuto luogo il 27 febbraio 2010 in piena notte, con una magnitudo di 8,8. Ha provocato la morte di circa 500 persone, ma lo tsunami che l’ha seguito ha accumulato ancora più morti. Sono state toccate molte città del Cile, tra cui la capitale Santiago. Ma è nel secondo agglomerato del paese, quello di Concepción (900.000 abitanti in tutto l’agglomerato), che le morti e i danni sono stati più gravi [NdT].

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