Adesso arriva il conto della crisi. Ma noi non lo paghiamo!

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Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Francia, Germania, Inghilterra, Italia … ovunque la stessa crisi, ovunque gli stessi attacchi. La borghesia mostra apertamente le sue intenzioni. Il suo freddo e disumano discorso si riassume in poche parole: “Se volete evitare il peggio, la catastrofe economica ed il fallimento, bisogna che stringiate la cinghia come non avete mai fatto finora!”. Certo, nell’immediato, non tutti gli Stati capitalisti si trovano nella stessa situazione di deficit incontrollabile, ma tutti sanno che sono irrimediabilmente trascinati in questa direzione. E tutti utilizzano questa realtà per difendere i loro sordidi interessi. Dove trovare il denaro per tentare di ridurre questi mostruosi deficit? Naturalmente nelle tasche già così fortemente tartassate dei proletari.

Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna: un antipasto di quello che toccherà a tutta la classe operaia

Il piano di austerità greco destinato a ridurre il deficit pubblico è di una brutalità estrema e di un cinismo inaudito. Il ministro delle finanze di questo paese ha dichiarato, senza batter ciglio, che “gli impiegati devono dar prova di patriottismo … e dare l’esempio. Dovrebbero accettare senza dire nulla, senza battersi, la riduzione dei salari, la soppressione delle indennità e ancora che le sostituzioni di coloro che vanno in pensione avvengano col contagocce, che il pensionamento venga prolungato oltre i 65 anni ed infine che ci si sia libertà di licenziare e gettare via i lavoratori come dei fazzolettini usati. Tutto ciò per difendere l’economia nazionale, quella del loro Stato sfruttatore, dei loro padroni e di altre sanguisughe. Quello che dicono ai proletari italiani, francesi, americani, ecc. è esattamente la stessa cosa, magari aggiungendo “Guardate la Grecia, i suoi abitanti sono costretti ad accettare sacrifici per salvare l’economia. Tutti voi dovrete fare lo stesso.

Dopo le famiglie americane, le banche, e le imprese, adesso sono gli stessi Stati a subire pienamente la crisi economica e ad essere minacciati di fallimento. Come risultato occorre orchestrare attacchi spietati, eliminando posti di lavoro, licenziando, facendo tagli a più non posso, insomma riducendo al minimo il livello di vita dei lavoratori e negando ogni futuro ai giovani. Negli Stati Uniti, il paese più potente del pianeta, dopo nemmeno due anni di crisi, secondo i dati ufficiali che sono sempre al ribasso, si contano più del 17% di disoccupati, 20 milioni di nuovi poveri e 35 milioni di persone che sopravvivono grazie a buoni pasto.

Tutta colpa degli speculatori e delle banche?

Sicuramente le banche e le istituzioni finanziarie non sono che degli avvoltoi. Ma questa politica del mondo finanziario non è la causa della crisi del capitalismo, ne è invece una delle conseguenze. La crisi finanziaria scoppiata nel 2007 è stata il prodotto di decine di anni di politica di indebitamento incoraggiata dagli stessi Stati che, dovendo far fronte ad una drastica riduzione dei mercati, hanno dovuto creare dei mercati artificiali indispensabili per vendere le loro merci.

Quando le persone e le imprese, strangolati dai debiti prodotti con tanta facilità, non sono stati più capaci di pagare, le banche si sono ritrovate sull’orlo del crollo insieme a tutta l’economia capitalista. Gli Stati hanno dovuto allora addossarsi tutta una parte dei debiti del settore privato e fare piani di rilancio faraonici e costosi per tentare di limitare la recessione.

Adesso sono gli stessi Stati a ritrovarsi indebitati fino al collo, incapaci di far fronte ai loro debiti (senza peraltro che il settore privato si sia salvato) e in una potenziale situazione di fallimento.

Certo uno Stato non è un’impresa, quando si trova con l’acqua alla gola può ancora sperare di riprendere fiato salassando ulteriormente i lavoratori, stampando altra carta moneta ed indebitandosi ulteriormente. Ma arriva un momento in cui i debiti (almeno gli interessi) devono essere rimborsati anche da uno Stato. Che è appunto quello che sta accadendo per lo Stato greco, portoghese ed anche spagnolo.

Adesso che sta crollando la Grecia, altri paesi come la Germania e la Francia si apprestano a farle ulteriori crediti per evitare l’effetto devastante che avrebbe sulle proprie economie un tracollo definitivo della Grecia. Ma attenzione, queste potenze possono forse riuscire a far recuperare puntualmente le casse greche, ma saranno poi incapaci di aiutare il Portogallo, la Spagna ed ancor meno l’Inghilterra ... Non avranno mai tanta liquidità. E questa politica, in ogni caso, può condurre solo ad un loro rapido indebolimento finanziario. Anche un paese come gli Stati Uniti, che tuttavia può appoggiarsi sul dominio internazionale del dollaro, vede aumentare senza sosta il suo deficit pubblico. La metà degli Stati americani è in fallimento. In California, il governo paga i suoi funzionari non più in dollari ma con una specie di “moneta locale”, buoni validi unicamente sul territorio californiano!

Nessuna politica economica può tirare fuori gli Stati dalla loro insolvenza. Per rinviare le scadenze possono solo ridurre di molto le “spese”. Ecco il senso dei piani adottati in Grecia, in Portogallo, in Spagna e domani inevitabilmente in tutti gli altri paesi. Non si tratta più di semplici piani di austerità come quelli che abbiamo pagato sulla nostra pelle dalla fine degli anni 1960. Adesso si chiede di far pagare molto cara alla classe operaia la sopravvivenza del capitalismo.

Con quale stato di spirito i lavoratori affrontano questa nuova ondata di attacchi?

Il discorso della borghesia di “accettare di stringere la cinghia perché domani andrà meglio” ormai non fa più presa sui lavoratori. Ma questo non si è tradotto, almeno finora, in una crescita della mobilitazione. Letteralmente stordita dalla valanga di attacchi, la classe lavoratrice resta incerta, titubante, riuscendo a reagire solo con singole lotte puntuali.

I lavoratori, i disoccupati, i giovani precari sono sottoposti ad un ricatto odioso ma efficace: “se non siete contenti, ce ne sono tanti altri pronti a rimpiazzarvi”. Inoltre, i padroni ed i governi si fanno scudo di un argomento che sembra “decisivo”: “Non è mica colpa nostra se la disoccupazione aumenta o se venite licenziati: è colpa della crisi”. Si sviluppa di conseguenza un sentimento d’impotenza. I proletari non si trovano di fronte semplicemente un padrone malvagio, ma un capitalismo internazionale in disfacimento. Ogni lotta è nei fatti una rimessa in causa dell’intero sistema. Ogni lotta pone, fondamentalmente, la questione di una alternativa a questo sistema economico. Per entrare in sciopero oggi occorre non soltanto avere il coraggio di affrontare le minacce di licenziamento e il ricatto padronale, ma anche e soprattutto credere che la classe operaia sia una forza capace di proporre qualche altra cosa. Tutto questo rende difficile una risposta agli attacchi anche perché ci si rende conto che fare una giornata di sciopero, fare la manifestazione di mezza giornata come vogliono e fanno i sindacati, non serve a risolvere i problemi.

La situazione è difficile, ma ricca di potenzialità di lotta

Anche se queste difficoltà pesano ancora fortemente sulla classe operaia, la situazione non è bloccata.

Ci sono segni di un cambiamento nello stato di spirito della classe operaia:

- l’esasperazione e la collera si approfondiscono e si generalizzano tra i proletari, alimentate da una indignazione profonda per il fatto che, a fronte dell’immensa maggioranza della popolazione che subisce tutte le ingiustizie e la miseria, vi è una classe dominante che fa uno sfoggio indecente e arrogante di potenza e di ricchezza, con comportamenti che ricordano sempre più le depravazioni dei nobili romani durante la decadenza dell’impero romano;

- si diffonde l’idea che “le banche ci hanno spinto in un pantano da cui non si può uscire”. Questa idea, anche se non coglie il fondo del problema, riesce tuttavia a catalizzare la collera contro il sistema. Il cosiddetto “scandalo delle banche” ha ricoperto di fango l’insieme del sistema ispirando un crescente sentimento di rigetto da parte dei lavoratori;

- diventa man mano più evidente che il maggiore responsabile del peggioramento della propria esistenza è lo Stato in prima persona e che le sue forze politiche, di destra o di sinistra che siano, sono tutte impegnate a portare avanti le stesse politiche di tagli sulla pelle dei lavoratori.

Ci sono importanti episodi di lotta in molti paesi che hanno coinvolto un gran numero di lavoratori, disoccupati e giovani proletari, con momenti significativi di solidarietà ed estensioni fra proletari di settori, nazionalità ed etnie diverse:

- In Algeria disoccupati, senza tetto e operai del settore pubblico e privato hanno lottato per i salari, contro i licenziamenti, in difesa delle pensioni in diverse città;

- in Turchia, a dicembre e gennaio scorsi, la lotta degli operai della Tekel ha unito nella stessa lotta operai turchi e curdi, ha cercato con tenacia di estendere la lotta ad altri settori e si è opposta con determinazione al sabotaggio dei sindacati;

- in Francia dall’inizio dell’anno si susseguono fermate di lavoro, manifestazioni e scioperi sia nel settore pubblico che in quello privato: insegnamento, ospedali, raffinerie, controllori di volo, magazzini IKEA, Philips, ecc;

- in Spagna, a Vigo, i lavoratori dei cantieri navali e i disoccupati hanno manifestato assieme, raggruppando altri lavoratori fino ad ottenere il fermo di tutto il settore navale. Nella lotta gli operai spagnoli hanno solidarizzato con i lavoratori immigrati chiamati a rimpiazzare i licenziati. L’anno scorso la stessa solidarietà è stata espressa dagli operai della raffineria di Lindsey, in Gran Bretagna, verso gli immigrati italiani e polacchi che la compagnia aveva chiamato al posto loro per pagare salari più bassi e durante le manifestazioni c’era uno striscione che diceva “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”.

- in Grecia, rispetto alla quale ci parlano solo di scontri tra “anarchici” e polizia, gli scioperi hanno raggiunto il 90% di adesione ed esiste una grande diffidenza verso i sindacati che fanno di tutto per tenere a bada la rabbia dei proletari e tenere separati i momenti di lotta.

L’Italia non fa alcuna eccezione in questo quadro. La difficoltà crescente della borghesia a coinvolgere la gente nella farsa elettorale, i segni di combattività diffusi nei vari posti di lavoro di cui nessun giornale o televisione parla e le lotte invece di cui sono costretti a parlare come quelle alla INNSE, alla Fiat, alla Eutelia, ecc. mostrano, nell’insieme, che anche qui la prospettiva unica che resta è lottare.

Di fronte ad una crisi di dimensioni internazionali l’unica risposta possibile è che i lavoratori trovino una dimensione di lotta la più ampia possibile, uscendo definitivamente dalla logica che sia possibile salvaguardare zone protette dalla crisi escludendo gli immigrati, ad esempio. Viceversa tutte le lotte di questa fase stanno dimostrando che queste riescono ad acquistare forza proprio quando riescono a superare i falsi steccati che pone la borghesia e a creare l’unità della lotta fra immigrati e residenti (Vigo, Spagna), tra turchi e curdi (Tekel in Turchia), ecc. La prospettiva della classe operaia è ancora una volta l’INTERNAZIONALISMO.

Corrente Comunista Internazionale 1 maggio 2010

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