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Trarre insegnamento dalle esperienze del passato (I)

Briciole di pane

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Fin dalla sua fondazione nel 1975, la CCI si è impegnata a difendere le proprie posizioni programmatiche e organizzative rimanendo saldamente ancorata alle conquiste della lotta storica della classe operaia. La nostra Rivista Internazionale contiene numerose serie di articoli che affrontano le principali esperienze della storia della nostra classe e delle sue organizzazioni. Nel corso degli anni ’80 e ’90, la CCI ha persino pubblicato diversi libri e opuscoli sulla storia della Sinistra comunista.  Questo approccio incarnava l’asse attorno al quale si è costituita la Corrente Comunista Internazionale: la continuità tra il movimento rivoluzionario così come si è sviluppato a partire dalla fine degli anni ’60 e quello del passato, segnando così l’unità storica della lotta proletaria al di là del terribile periodo di controrivoluzione iniziato alla fine degli anni ’20 e della rottura organica che ne è derivata con il movimento rivoluzionario del passato.

Mentre numerose correnti «moderniste» pretendevano di voler creare qualcosa di «nuovo» rifiutando questa continuità, la CCI ne ha sempre fatto un punto di forza; non per farne l’apologia o per santificarla, ma per esaminarla con spirito critico al fine di trarne gli insegnamenti più essenziali per armare teoricamente e politicamente la classe operaia in vista delle lotte future. La CCI non ha fatto altro che fare proprio il metodo già messo in atto dalla Sinistra comunista italiana quando si impegnò a trarre insegnamenti dall’ondata rivoluzionaria degli anni Venti e dalla formazione della Terza Internazionale. Come dichiarava esplicitamente fin dal primo numero della rivista Bilan: «certamente la nostra frazione si richiama a un lungo passato politico, a una profonda tradizione nel movimento italiano e internazionale, a un insieme di posizioni politiche fondamentali. Ma non intende avvalersi dei propri antecedenti politici per esigere l’adesione alle soluzioni che propone per la situazione attuale. Al contrario, invita tutti i rivoluzionari a sottoporre alla verifica degli eventi sia le posizioni politiche che difende attualmente, sia quelle contenute nei suoi documenti di base».

Ma la stessa Sinistra italiana non faceva altro che attingere alle fonti del metodo di analisi enunciato da Marx all’indomani dell’episodio rivoluzionario del 1848: «Le rivoluzioni proletarie, al contrario, come quelle del XIX secolo, si autocriticano costantemente, si interrompono incessantemente nel proprio cammino, tornano su ciò che sembrava acquisito, per ricominciare da capo, deridono crudelmente le mezze misure, le debolezze e le miserie dei loro primi tentativi, sembrano abbattere il proprio avversario solo per permettergli, una volta a terra, di attingere nuove forze e di rialzarsi di nuovo di fronte a loro, ancora più colossali, e non cessano ogni volta di indietreggiare spaventate di fronte all’enormità indeterminata dei propri fini, finché non si crea una situazione in cui ogni marcia indietro è diventata impossibile e dove le condizioni stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta!».

La costruzione del futuro partito di classe non potrà avvenire senza la capacità dei rivoluzionari di oggi di portare avanti l’instancabile compito di bilancio critico dell’esperienza delle organizzazioni del passato, «senza tabù né ostracismo», come proclamava la Sinistra italiana. Si tratta dell’unica via che permette di evitare di ripetere incessantemente gli stessi errori e di trasmettere così alle future generazioni di rivoluzionari il meglio di questa esperienza. Questo è l’obiettivo del presente articolo: esporre le principali lezioni tratte dalla CCI dalla storia del movimento operaio riguardo alla costruzione e alla difesa dell’organizzazione dei rivoluzionari. 

1. Quale metodo per la formazione dell’organizzazione?

Nell’estate del 1847 si tenne a Londra il congresso di fondazione della prima vera organizzazione comunista della storia: la Lega dei Comunisti. Questo episodio segnò un profondo cambiamento nella storia del movimento operaio. Il passaggio da un socialismo utopico a un approccio materialista alla trasformazione sociale. Fino ad allora, le prime organizzazioni del proletariato erano rimaste profondamente segnate dall’immaturità della classe operaia sia dal punto di vista numerico, sia politico, sia organizzativo. Una di queste, la Lega dei Giusti, fondata nel 1836 a Parigi da socialisti tedeschi in esilio, entrò in contatto con Marx ed Engels nel 1847. Questo avvicinamento fu il risultato di dibattiti e accese polemiche, animati da Marx ed Engels che, dal 1844, conducevano essi stessi un intenso lavoro di raggruppamento e di coordinamento delle principali forze comuniste a livello europeo. Grazie a questo lungo e paziente lavoro, finirono per conquistare alla loro causa una parte dell’ambiente socialista dell’epoca: «Nella primavera del 1847, Moll andò a trovare Marx a Bruxelles e poi venne a trovarmi a Parigi, per invitarci, a nome dei suoi compagni, ad aderire alla Lega. Erano, ci diceva, convinti dell’assoluta correttezza della nostra concezione, così come della necessità di sottrarre la Lega alle vecchie forme e tradizioni della cospirazione. […] Ciò che fino ad allora avevamo criticato nella Lega, i rappresentanti della Lega ne riconoscevano ora i lati difettosi e li abbandonavano. E noi stessi venivamo invitati a collaborare alla riorganizzazione. Potevamo rifiutare? Ovviamente no. Entrammo quindi a far parte della Lega».

Il primo compito a cui si dedicò la «frazione di Marx» all’interno della Lega fu quello di lavorare all’elaborazione di principi organizzativi e di uno statuto in grado di stabilire una chiara demarcazione tra il campo proletario e quello della borghesia. Del resto, il primo punto dello statuto formulava chiaramente l’idea essenziale del comunismo rivoluzionario: «Lo scopo della Lega è il rovesciamento della borghesia, il dominio del proletariato, l’abolizione della vecchia società borghese, basata sull’antagonismo di classe, e la fondazione di una nuova società senza classi né proprietà individuale.» Questi stessi statuti garantivano il principio dell’unità internazionale e dotavano la Lega di un quadro di funzionamento centralizzato con la nomina di un comitato centrale. Infine, ma non meno importante, questi statuti enunciavano un’idea fondamentale: quella della convinzione e del profondo impegno di ciascuno dei membri dell’organizzazione a rispettare e applicare tali principi e le decisioni prese collettivamente e in modo unitario in occasione di ogni congresso. È in questo contesto che la Lega dei Giusti fu ribattezzata «Lega dei comunisti».

Il secondo congresso, che si tenne alla fine di novembre del 1847, avrebbe permesso di compiere un nuovo passo avanti. Dopo lunghe discussioni e accesi dibattiti, Marx riuscì a conquistare la maggioranza dell’organizzazione alla concezione materialista della storia e quindi alla necessità di un nuovo programma: «quest’ultimo fu adottato nelle sue linee fondamentali, e il congresso incaricò specificatamente Marx di scrivere a nome della Lega dei Comunisti non una professione di fede, ma un manifesto, come aveva proposto Engels». Il Manifesto del Partito Comunista fu completato nel febbraio 1848. Sebbene non fosse in grado di influenzare il corso delle giornate rivoluzionarie della primavera e dell’estate del 1848 in Francia e in Germania, proclamava pubblicamente davanti al mondo il programma storico del proletariato. In questo modo, la Lega dei Comunisti si liberava delle tendenze settarie ereditate dal passato. L’elaborazione e la pubblicazione del Manifesto posero le basi per una prospettiva storica a lungo termine su cui le organizzazioni rivoluzionarie avrebbero potuto fare affidamento nei decenni successivi.

Quindici anni dopo, nel 1864, la questione dell’organizzazione fu il punto di partenza per la formazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la Prima Internazionale). Il compito del momento consisteva nel riunire, in un’unica organizzazione, correnti politiche del proletariato molto eterogenee (proudhoniani, lassaliani, blanquisti, sindacalisti…). Di fronte a questa situazione, gli elementi veramente proletari, con Marx alla loro guida, si schierarono a favore di un temporaneo rinvio del chiarimento teorico. Dopo aver redatto il Discorso inaugurale, Marx si dedicò quindi alla stesura dello Statuto che consentisse all’AIT di funzionare sulla base di principi organizzativi chiari e accettabili da tutti. L’unità internazionale di questa organizzazione, garantita dal suo carattere centralizzato attraverso un consiglio generale, consentiva all’AIT di chiarire, passo dopo passo, le divergenze politiche al fine di raggiungere una posizione unitaria. Il contributo più decisivo del marxismo alla fondazione dell’AIT risiede quindi chiaramente a livello organizzativo.

Nonostante i numerosi contributi e una maggiore omogeneità teorica e politica, la II Internazionale, fondata nel 1889, non sarà in grado di fare proprio questo metodo organizzativo. La sua struttura federalista, composta da partiti nazionali, costituiva un modello organizzativo antagonista alla centralizzazione internazionale, nonostante l’istituzione, avvenuta molto tardi, del Bureau Socialista Internazionale nel 1900 e l’adozione degli statuti dei congressi internazionali e delle modalità di funzionamento del BSI a partire dal 1907. 

Attingendo all’esperienza del partito bolscevico tra il 1903 e il 1917, nonché all’analisi critica della costituzione dell’Internazionale Comunista nel 1919, la Sinistra comunista italiana, sin dalla sua costituzione negli anni Venti, si è distinta in modo particolare dalle altre correnti politiche del movimento rivoluzionario dell’epoca per le sue posizioni sulla questione dell’organizzazione. Mentre l’Opposizione di Sinistra guidata da Trotsky tendeva a ridurre essenzialmente la costruzione del partito alla buona volontà dei militanti, la Sinistra italiana sosteneva invece che tale costruzione rimanesse «soggetta e determinata dalle condizioni della lotta di classe così come sono date contingentemente dallo sviluppo storico e dal rapporto di forze delle classi esistenti». Questi due approcci illustravano due metodi politici decisamente diversi. Il primo, segnato dal timbro dell’opportunismo, era animato dalla frenetica volontà di radunare immediatamente il maggior numero possibile di persone a scapito della precisione programmatica e di principio. Il secondo, incarnando la concezione marxista, raccomandava la più ampia discussione sui principi e sul programma al fine di stabilire una chiara definizione dei criteri di adesione senza la minima concessione alle visioni borghesi e piccolo-borghesi. Fu proprio quest’ultimo metodo che i bolscevichi avevano difeso in occasione del II Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) nel 1903 e durante tutto il periodo che precedette la costruzione del partito che avrebbe portato la classe operaia russa a prendere il potere nell’ottobre 1917. Al contrario, fu il primo a imporsi all’interno dell’Internazionale Comunista e a preparare il terreno per la sua degenerazione nell’opportunismo nel corso degli anni Venti. Nel 1946, la Sinistra comunista francese, in un articolo polemico sulla fondazione prematura del Partito comunista internazionalista d’Italia, riassumeva la questione in questi termini: «In sintesi, il metodo che servirà all’IC per “la costruzione” dei partiti comunisti sarà ovunque l’opposto del metodo che è servito e che ha dato prova di efficacia nell’edificazione del Partito bolscevico. Non sarà più la lotta ideologica attorno al programma, né la progressiva eliminazione delle posizioni opportunistiche – che, con il trionfo della Frazione rivoluzionaria coerente, servirà da base per la costruzione del Partito – ma sarà l’aggiunta di diverse tendenze, la loro fusione attorno a un programma volutamente lasciato incompiuto, a fungere da base. La selezione sarà abbandonata a favore della somma, i principi sacrificati a favore della massa numerica».

In sintesi, il principio guida che deve orientare la fondazione di un’organizzazione risiede, ovviamente, nell’elaborazione di un programma che l’organizzazione e i suoi militanti si impegnano ad assumere e difendere pienamente all’interno della classe operaia, ma anche, in modo fondamentale, in un quadro organizzativo basato su principi chiari, incarnati dallo Statuto.

2– La lotta per la difesa dei principi organizzativi

Le organizzazioni dei rivoluzionari, in quanto organi che incarnano costantemente l’antagonismo storico tra la classe operaia e la società borghese, costituiscono un vero e proprio «corpo estraneo» all’interno di quella stessa società. Di conseguenza, i militanti che si impegnano in un’organizzazione comunista devono assumersi la propria militanza rompendo radicalmente con i costumi della società borghese e di tutti i suoi strati sociali senza futuro (in particolare la piccola borghesia e il sottoproletariato). Ma questa «rottura» non è scontata, richiede una vigilanza e una lotta continua e ripetuta contro la pressione costante delle ideologie borghesi e piccolo-borghesi sull’organizzazione e sui suoi militanti.

La costruzione dell’organizzazione richiede quindi una lotta implacabile e determinata per la difesa dei principi e della morale proletaria. Due episodi della storia del movimento operaio hanno permesso di trarre insegnamenti particolarmente importanti su questo piano:

• La lotta contro l’Alleanza della Democrazia Socialista all’interno dell’AIT.

• Il secondo congresso del POSDR nel 1903.

Nonostante la lotta condotta per il «partito di Marx» a favore dell’unità e della centralizzazione, l’AIT rimaneva soggetta al peso di alcune debolezze derivanti dall’immaturità del proletariato dell’epoca, che non si era ancora completamente liberato dai retaggi del periodo precedente, in particolare dai movimenti settari e cospirativi. Tale debolezza era particolarmente marcata nei settori più arretrati del proletariato europeo, dove esso stava appena uscendo dall’artigianato e dal mondo contadino, come nei paesi latini. Nel 1868, Bakunin entrò a far parte dell’AIT e approfittò delle sue debolezze per cercare di sottometterla alle sue concezioni «anarchiche» e assumerne il controllo. Lo strumento di questa operazione fu l’Alleanza della democrazia socialista, fondata nel 1868, utilizzata per penetrare nelle file dell’organizzazione. In realtà, l’Alleanza era un’associazione al tempo stesso pubblica e segreta. Di per sé, l’esistenza all’interno dell’AIT di diverse correnti di pensiero non costituiva un problema. Al contrario, le manovre dell’Alleanza, che mirava a sostituirsi alla struttura ufficiale dell’Internazionale, a formare «un’Internazionale nell’Internazionale», rappresentavano un vero e proprio pericolo mortale per quest’ultima. L’Alleanza aveva tentato di assumere il controllo dell’Internazionale durante il Congresso di Basilea, nel settembre 1869, cercando di far approvare, contro la mozione proposta dal Consiglio generale, una mozione a favore dell’abolizione del diritto di successione.

Ma, avendo fallito, l’Alleanza iniziò a condurre una campagna contro la presunta «dittatura» del Consiglio generale, che voleva ridurre al ruolo di «un ufficio di corrispondenza e statistica» (secondo le parole degli anarchici), di una «cassetta delle lettere» (come rispondeva loro Marx). Apertamente ostile al principio di centralizzazione che esprimeva l’unità internazionale dell’AIT, l’Alleanza sosteneva il «federalismo», la completa «autonomia delle sezioni» e il carattere non vincolante delle decisioni dei congressi. In realtà, voleva poter fare ciò che voleva nelle sezioni di cui aveva assunto il controllo. Fu proprio questo pericolo che il congresso dell’Aia del 1872 dovette scongiurare. Esso fu teatro di una vera e propria lotta per smascherare l’Alleanza e sottrarre l’AIT al suo dominio. A seguito della relazione della commissione d’inchiesta, che permise di dimostrare la politica sinistrosa dell’Alleanza, il congresso decise di espellere Bakunin e J. Guillaume. Non fu invece richiesta alcuna misura nei confronti dei membri della delegazione spagnola che avevano fatto parte dell’Alleanza, ma che assicurarono di non farne più parte. Il congresso dell’Aia fu tuttavia il canto del cigno dell’AIT. Ben consapevoli della demoralizzazione provocata dalla terribile repressione della Comune nelle file del proletariato, Marx ed Engels proposero anche il trasferimento del Consiglio generale da Londra a New York, lontano dai conflitti che dividevano sempre più l’Internazionale. Questo espediente permise all’AIT di morire di morte naturale (confermata dalla conferenza di Filadelfia del 1876), senza che la sua reputazione venisse strumentalizzata e infangata dagli intriganti bakuniniani. La lotta tra la frazione proletaria dell’AIT e l’Alleanza viene spesso presentata come una disputa personale tra Marx e Bakunin, o ancora, secondo gli anarchici, come un’opposizione tra le versioni «autoritarie» e «libertarie» del socialismo. Queste spiegazioni nascondono il vero significato di questa lotta. In realtà, l’AIT fu la prima organizzazione a dover affrontare la minaccia del parassitismo politico. Si tratta cioè di una corrente che, pur fingendo di aderire e difendere il programma comunista, concentra tutti i propri sforzi nel denigrare e nelle manovre volte a indebolire, se non addirittura a distruggere, le organizzazioni del proletariato. Essendo riuscita a identificare e a condurre una lotta intransigente contro questo flagello, l’AIT ha fornito un contributo molto importante su cui la CCI ha potuto fare affidamento a partire dagli anni ’80, di fronte alla recrudescenza del pericolo parassitario.

Nel 1903, il secondo congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) sarebbe stato l’occasione di uno scontro simile tra i sostenitori di una concezione proletaria dell’organizzazione rivoluzionaria e i sostenitori di una concezione piccolo-borghese. La posta in gioco di quel congresso era l’unificazione dei diversi comitati, gruppi e circoli che si richiamavano alla socialdemocrazia sviluppatasi in Russia e in esilio. Sebbene nel corso delle discussioni emersero diverse divergenze, in particolare quella sulle diverse definizioni di membro del partito, la scissione tra menscevichi e bolscevichi avvenne su una questione apparentemente ben più banale: la composizione del comitato di redazione dell’Iskra, il giornale del POSDR. Fino al 1903, quest’ultimo era composto da sei militanti (Lenin, Martov, Plekhanov, Axelrod, Zasulič, Potresov). A seguito di una proposta di Lenin, il congresso decise di ridurre la squadra a tre membri (Lenin, Martov, Plekhanov). La reazione isterica di una parte dei congressisti, a cominciare da Martov, permise di rendersi conto del peso dello spirito di circolo all’interno del partito. Una delle ragioni alla base della fronda guidata da Martov risiedeva nell’attaccamento sentimentale di quest’ultimo ai suoi amici e compagni della vecchia Iskra. Ma anche sulla sua crescente e infondata diffidenza nei confronti delle vere motivazioni di Lenin, che consistevano nel dotarsi dei mezzi necessari per rispondere alle nuove esigenze dell’organizzazione. Tuttavia, il comportamento inaccettabile di Martov e dei suoi sostenitori proseguì anche dopo il congresso. Sebbene, dopo la partenza degli economisti e del Bund, si fossero ritrovati in minoranza alla fine del congresso, essi rifiutarono di sottomettersi alla decisione di quest’ultimo. Martov, per solidarietà con i suoi amici «estromessi», rifiutò di far parte del nuovo comitato e in seguito condusse una politica di boicottaggio di tutti gli organi centrali fintanto che questi rimanevano in minoranza. Lenin fu oggetto di una vera e propria campagna diffamatoria da parte dei menscevichi e di tutti coloro che li sostenevano nel movimento socialista internazionale, che lo accusavano di voler sostituire la vita «democratica» all’interno del partito con un organo centrale onnipotente. Così, la «frazione bolscevica» guidata da Lenin dovette assumersi il compito di costruire il partito, conducendo una lotta instancabile contro l’influenza del menscevismo.

Il congresso dell’Aia del 1872 e il II congresso del PSODR del 1903 sottolineano quanto la difesa dell’organizzazione e dei suoi principi di funzionamento sia sempre stata oggetto della massima vigilanza da parte dei marxisti rivoluzionari. In entrambi i casi, è proprio sulla questione organizzativa che si è verificata una decisa separazione tra la corrente proletaria e le correnti borghesi e piccolo-borghesi.

3 – La lotta instancabile contro l’opportunismo

Questi episodi furono due manifestazioni di un problema ben più ampio all’interno del movimento operaio: l’opportunismo e la sua variante, il centrismo. Due sono le cause alla base della comparsa di queste due tendenze nella classe operaia e nelle sue organizzazioni. Da un lato, la pressione esercitata dall’influenza delle ideologie borghesi e piccolo-borghesi, come abbiamo illustrato in precedenza. Dall’altro, il difficile processo di maturazione e sviluppo della coscienza di classe da parte del proletariato. L’opportunismo si esprime essenzialmente nella netta separazione tra l’obiettivo del movimento proletario, la rivoluzione, e i mezzi per raggiungerlo, finendo per contrapporli. Se la tendenza ad abbandonare le posizioni proletarie non viene fermata, può portare un’organizzazione a tradire la classe e a passare definitivamente nel campo della borghesia. L’opportunismo e il centrismo sono quindi pericoli permanenti che tutte le organizzazioni hanno dovuto affrontare. È soprattutto nella II Internazionale che questo problema si è posto in tutta la sua portata con la teorizzazione del revisionismo sviluppata da Eduard Bernstein all’interno del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD). Nel suo opuscolo pubblicato nel 1898 e intitolato «I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia», Bernstein invitava apertamente a mettere in discussione la necessità della rivoluzione proletaria come fase preliminare alla costruzione del socialismo: «In pratica», scriveva nel 1896 a Kautsky, «non siamo altro che un partito radicale; facciamo solo ciò che fanno tutti i partiti borghesi radicali, solo che lo nascondiamo dietro un linguaggio del tutto sproporzionato rispetto alle nostre azioni e ai nostri mezzi». Le posizioni teoriche di Bernstein minavano le fondamenta stesse del marxismo, in quanto negavano l’inevitabilità del declino del capitalismo e del suo crollo finale. Basandosi sulla prosperità che il capitalismo stava vivendo negli anni Novanta dell’Ottocento, unita alla sua rapida espansione colonialista in tutto il mondo, Bernstein sosteneva che quel sistema avesse superato la sua tendenza verso crisi autodistruttive. In tali condizioni, «lo scopo non era nulla, il movimento era tutto», l’antagonismo tra lo Stato e la classe operaia doveva poter essere superato. Bernstein proclamava apertamente che il principio fondamentale del Manifesto comunista, secondo cui i lavoratori non hanno patria, era «obsoleto». Esortava i lavoratori tedeschi a sostenere la politica coloniale dell’Imperatore in Africa e in Asia.

In realtà, il revisionismo di Bernstein non era affatto un’eccezione o un caso isolato. In Francia, il socialista Millerand entrò a far parte del governo Waldeck-Rousseau, al fianco del generale Gallifet, il carnefice della Comune di Parigi; una tendenza simile esisteva anche in Belgio. Nel Regno Unito, il movimento laburista britannico era completamente dominato dal riformismo e da un sindacalismo nazionalista ottuso. Di fatto, la tendenza ad abbandonare le posizioni proletarie si stava diffondendo sempre più nelle file dell’Internazionale. Questa esperienza «conferma l’impossibilità di mantenere al proletariato il proprio partito in un periodo prolungato di situazione non rivoluzionaria. La partecipazione finale dei partiti della Seconda Internazionale alla guerra imperialista del 1914 non ha fatto altro che rivelare la lunga corruzione dell’organizzazione. La permeabilità e la penetrabilità, sempre possibili, dell’organizzazione politica del proletariato da parte dell’ideologia della classe capitalista dominante, assumono, in periodi prolungati di stagnazione e di riflusso della lotta di classe, una portata tale che l’ideologia della borghesia finisce per sostituirsi a quella del proletariato, cosicché inevitabilmente il partito si svuota del suo contenuto di classe originario per diventare lo strumento di classe del nemico».

È in questo contesto che le minoranze di sinistra condussero una lotta accanita e intransigente nel periodo che precedette lo scoppio della prima guerra mondiale, al fine di difendere il carattere rivoluzionario dell’organizzazione e l’internazionalismo proletario: 

• All’interno dell’SPD, la minoranza raggruppata attorno a Rosa Luxemburg si oppose, per quasi due decenni, alla corrente revisionista e al centrismo incarnato da K. Kautsky.

• In Olanda, la corrente marxista dell’SDAP, raggruppata attorno alla rivista De Tribune, intraprese la lotta a partire dal 1907 contro la deriva riformista rappresentata dalla frazione parlamentare guidata da Troelstra.

• In Russia, all’indomani del II congresso del POSDR del 1903, la frazione bolscevica intraprese la lotta contro l’opportunismo, dapprima sulle questioni organizzative e poi su quelle tattiche.

• In Italia, solo più tardi, nel dicembre 1918, si costituì la frazione «astensionista» all’interno del Partito Socialista Italiano (PSI). Questa avrebbe poi costituito la spina dorsale su cui fu fondato il Partito Comunista d’Italia nel 1921.

Quali insegnamenti possiamo trarre da questa lotta?

• Innanzitutto, questi diversi gruppi ebbero la sincera volontà di difendere i principi rivoluzionari all’interno di un’organizzazione in fase di degenerazione. Ad eccezione delle scissioni premature da parte delle sinistre tedesca e olandese, essi portarono avanti la lotta fino in fondo, vale a dire finché esistette una vita proletaria e la possibilità di discutere all’interno del partito. Ciò testimoniava una forza di convinzione e un vero spirito di lotta. 

Ma questa lotta fu anche viziata da notevoli debolezze:

• un’attività politica dispersiva e il più delle volte ripiegata sul proprio partito, a scapito di un raggruppamento internazionale delle sinistre che consentisse un lavoro comune. Ciò valse in particolare per la sinistra dell’SPD, che si dimostrò incapace di organizzarsi come un corpo collettivo all’interno del partito, sottovalutando completamente il contatto con gli altri gruppi.

• Questa prima debolezza spiega in gran parte il fatto che tali gruppi si siano ridotti a una manciata di paesi (Germania, Russia, Olanda, Bulgaria, Italia), mentre in altri paesi (come la Francia, la Gran Bretagna o gli Stati Uniti) non esistevano o erano particolarmente deboli. Questa mancanza di unità internazionale delle minoranze di sinistra ha completamente disarmato la corrente marxista di fronte al fallimento della Seconda Internazionale e al tradimento della socialdemocrazia allo scoppio della Prima guerra mondiale.

• Ma la debolezza principale risiedeva nell’incapacità della maggior parte dei gruppi di cogliere in profondità il ruolo politico che dovevano assumere, ovvero un lavoro di frazione. Solo i bolscevichi furono in grado di comprendere il proprio compito in quel momento storico, ovvero svolgere un lavoro di ponte tra la Seconda Internazionale, che aveva fallito, e il nuovo partito che si doveva preparare.

4 – La necessità di una visione chiara del ruolo e della funzione dell’organizzazione

Come abbiamo ricordato nella parte introduttiva di questa serie, spetta alla frazione di sinistra del Partito Comunista d’Italia aver dimostrato:

• che l’esistenza del partito è determinata da un rapporto di forze tra le due classi principali della società a favore del proletariato;

• che tra due momenti dell’esistenza del Partito, la frazione costituisce un ponte organico tra il vecchio e il futuro Partito.

Pertanto, la capacità di un’organizzazione di assumere il ruolo per cui la classe l’ha fatta sorgere dipende in particolare dalla sua capacità di comprendere a fondo il periodo storico (in particolare le principali dinamiche dell’evoluzione della società capitalista) al fine di cogliere i compiti precisi che occorre assumere in un dato periodo.

Dopo il fallimento dei movimenti rivoluzionari del 1848, Marx ed Engels compresero che la lotta di classe avrebbe subito una profonda battuta d’arresto. Ne conclusero che non sussistevano più le condizioni per mantenere la Lega, nella sua forma e nella sua funzione, così come era esistita nel periodo precedente. Dovettero condurre una lotta determinata contro la tendenza Willich-Schapper che, fortemente improntata all’immediatismo e incapace di intravedere il periodo di arretramento e di reazione, voleva spingere l’organizzazione verso azioni avventuristiche. La scissione all’interno della Lega avvenne proprio su questa questione. «Nei primi anni, la corrente di Willich-Schapper sembrava aver ottenuto la vittoria non solo perché aveva conservato la maggioranza e mantenuto l’organizzazione della Lega, ma anche per tutte le manifestazioni rumorose e chiassose che suscitava […] mentre la frazione di Marx ed Engels sembrava essere ridotta al silenzio o non esistere affatto. Ma tredici anni dopo, […] in occasione della fondazione della Prima Internazionale, ritroviamo Marx, Engels e i loro compagni ai vertici del movimento, che assumono un ruolo preponderante nel lavoro di costituzione dei nuovi partiti del proletariato, mentre la corrente di Willich-Schapper sarà completamente svanita, senza lasciare alcuna traccia e il cui contributo teorico e pratico alla nuova organizzazione della classe sarà stato nullo».

Le diverse correnti che si opposero alla degenerazione opportunista all’interno dell’Internazionale comunista si trovarono ad affrontare la stessa sfida: comprendere a fondo i «compiti del momento». Spetta alla frazione di sinistra del Partito Comunista d’Italia (che si considerava innanzitutto una frazione dell’IC) il merito di aver saputo cogliere le conseguenze della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria sul ruolo dei rivoluzionari. Avendo compreso che la controrivoluzione (che si manifestava in particolare con la presa del potere da parte di Stalin nell’URSS e l’affermarsi nell’IC della tesi fraudolenta del «socialismo in un solo paese») allontanava momentaneamente la prospettiva della formazione di un nuovo partito, la Sinistra italiana si impegnò con determinazione in un vero e proprio lavoro di frazione. Ciò consisteva in particolare nell’effettuare un bilancio critico, «senza tabù né ostracismo», delle ragioni del fallimento dell’ondata rivoluzionaria e della degenerazione opportunista dell’IC. Proprio come la tendenza guidata da Marx ed Engels nella Lega dei Comunisti, l’approccio rigoroso e intransigente della Sinistra italiana sul piano della difesa dei principi le permise di dare un contributo solido e duraturo al movimento rivoluzionario. Ciò non le impedì tuttavia di vacillare a sua volta di fronte alle convulsioni imposte dalla situazione storica. Lo scoppio della guerra di Spagna nel 1936 avrebbe provocato una grave crisi all’interno della frazione dopo che una minoranza si era schierata a fianco del campo repubblicano in nome dell’antifascismo. 

In seguito, fu la stessa maggioranza che, facendo proprie le derive del suo principale teorico, Vercesi, analizzò la situazione come propizia alla rivoluzione (la sua rivista assunse il nome di «Ottobre» invece di «Bilan») e ignorò completamente la prospettiva della guerra mondiale. Di conseguenza, si ritrovò dispersa e incapace di sviluppare una vera e propria vita politica organizzata quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Solo una piccola minoranza di militanti nel sud della Francia mantenne le posizioni classiche della Frazione e proseguì il proprio lavoro politico in condizioni particolarmente difficili. Ma questa frazione ricostituita finì per sciogliersi nel 1945 quando la quasi totalità dei suoi membri, venuta a conoscenza della costituzione in Italia del Partito Comunista Internazionalista guidato da Onorato Damen, decise, senza nemmeno esaminarne le basi politiche, di aderire individualmente a tale organizzazione. Solo Marc Chirik si oppose a questa decisione, ritenendo che ciò mettesse in discussione l’intero percorso della Frazione italiana dalla fine degli anni ’20, così come era avvenuto in precedenza con la posizione della minoranza della Frazione che si era si era unita alle milizie antifasciste in Spagna e la deriva politica di Vercesi dopo il 1937. Solo il piccolo nucleo guidato da Marc Chirik, che in seguito avrebbe assunto il nome di «Sinistra Comunista di Francia» (1944-1952), rimase nella continuità della Frazione italiana, continuità che, in modo aperto o vergognoso, è stata respinta dai vari gruppi che si richiamano ad essa. Da parte sua, la GCF, basandosi saldamente sui risultati teorici e politici della Frazione italiana, sarà in grado di andare oltre e approfondirà il lavoro della Frazione su tutta una serie di questioni.

Non si può dire lo stesso della sinistra del Partito comunista di Germania che, dopo la sua espulsione nel 1920, formò il Partito comunista operaio tedesco (Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands, KAPD). La fondazione di questa organizzazione avvenne senza una vera e propria riflessione sul ruolo specifico che essa doveva assumere alla luce delle condizioni storiche e delle dinamiche opportunistiche dell’IC. Questa mancanza di chiarezza provocò una forte eterogeneità al suo interno e concezioni organizzative del tutto errate, quali la tendenza al colpo di stato e l’attivismo. Nel luglio 1921, dopo l’ultimatum rivolto dall’IC al KAPD di fondersi con il VKPD, la direzione del partito, con il sostegno di Gorter, adottò una risoluzione volta a tagliare i ponti con l’IC e che invocava la costituzione di una «Internazionale comunista operaia» (KAI): «I gruppi partecipanti sono pochi e rappresentano forze molto limitate: oltre alla tendenza di Essen, vi sono il KAPN, i comunisti di sinistra bulgari, il Communist Workers Party (CWP) di Sylvia Pankhurst, il KAP austriaco, definito “villaggio Potemkin” dal KAPD di Berlino. Alla fine, questa “Internazionale” residuale scomparirà con la scomparsa o il progressivo ritiro dei suoi componenti. Fu così che la tendenza di Essen subì molteplici scissioni e che il KAPN si disgregò, dapprima a causa della comparsa al suo interno di una corrente che si ricollegava alla tendenza di Berlino, ostile alla formazione della KAI, poi a causa di lotte intestine di natura più clanica che di principio». Mentre il riflusso dell’ondata rivoluzionaria era già in atto e nell’IC sussistevano frazioni di sinistra che avrebbero potuto essere raggruppate all’interno di un’unica corrente comunista di sinistra internazionale, la formazione artificiale di questa «nuova Internazionale» ebbe ripercussioni disastrose per il movimento rivoluzionario. La disgregazione della KAI e delle sue principali componenti, il KAPD e il KAPN, fece sprofondare migliaia di militanti nella passività e nel più totale disorientamento politico. Questo fallimento illustra in modo lampante che le organizzazioni che non sono in grado di stabilire una comprensione profonda del periodo e delle sue sfide rimangono indifese, senza una bussola, incapaci di apportare un contributo politico duraturo e coerente allo sviluppo della coscienza di classe e alla comprensione della costruzione dell’organizzazione dei rivoluzionari.

5 – La lotta di Lenin per la costruzione del partito bolscevico 

A – Un percorso consapevole e a lungo termine

Il ritardo con cui si formò l’Internazionale comunista, nel marzo 1919, più di un anno dopo lo scoppio della rivoluzione nell’ottobre 1917 e quasi due mesi dopo il fallimento dell’insurrezione in Germania nel gennaio 1919, costituì una grave debolezza dell’ultima ondata rivoluzionaria. Questa situazione di emergenza non permise all’IC di chiarire in anticipo tutte le implicazioni programmatiche e tattiche dell’ingresso del capitalismo nell’«era delle guerre e delle rivoluzioni». Inoltre, la formazione dei nuovi partiti comunisti nel pieno dei combattimenti rivoluzionari impedì la loro costruzione sulla base di una lotta politica schietta e intransigente, in grado di eliminare le correnti opportuniste e i residui dell’ideologia borghese. La lezione da trarne è che la costituzione del futuro partito non potrà avvenire in modo spontaneo ed empirico, ma dovrà essere preparata con pazienza, in modo che possa nascere prima dei primi assalti rivoluzionari. Più in generale, come affermava la CCI già nell’aprile 1975, nel primo numero della nostra Rivista Internazionale: «L’idea che un’organizzazione rivoluzionaria si costruisca volontariamente, consapevolmente, con premeditazione, lungi dall’essere un’idea volontaristica, è al contrario uno dei risultati concreti di ogni prassi marxista». La nostra organizzazione faceva qui propria la concezione difesa da Lenin nell’opuscolo Che fare? pubblicato nel 1902. A quel tempo, il movimento operaio in Russia era caratterizzato da una particolare forma di opportunismo noto con il nome di «economismo»: «Proprio come i seguaci di Bernstein, per i quali “Il movimento è tutto, lo scopo non è nulla”, anche gli economisti, come quelli riuniti attorno al giornale Rabočaja Mysl, veneravano il movimento immediato della classe; ma poiché in Russia non c’era una tribuna parlamentare da difendere, questo immediatismo si limitava essenzialmente alla lotta quotidiana nelle fabbriche. Per gli economisti, gli operai erano interessati principalmente ai bisogni materiali, ad avere il pane. Per questa corrente, l’orientamento politico si riduceva essenzialmente alla realizzazione di un regime parlamentare borghese ed era considerato principalmente come un compito di opposizione liberale. […] In questa visione estremamente ristretta e meccanicistica del movimento proletario, la coscienza di classe, se dovesse svilupparsi su scala mondiale, sarebbe comunque scaturita da un intensificarsi delle lotte economiche. E poiché era la fabbrica, o la località, a costituire il terreno principale di queste scaramucce immediate, la forma migliore per intervenire era quella del circolo locale. Era anche un modo per piegarsi ai fatti immediati, poiché il movimento socialista russo, durante i primi decenni della sua esistenza, era stato disperso in una pletora di circoli locali, amatoriali, spesso effimeri, con relazioni molto labili e legami tra loro molto vaghi». Lo scopo principale di «Che fare?» consisteva proprio nel dimostrare l’impasse che l’economismo rappresentava per il movimento operaio e per la costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria di lotta in Russia. Se Lenin enunciò in questo opuscolo diversi errori teorici, che del resto rettificò dopo l’esperienza dello sciopero di massa del 1905, il senso della sua polemica era profondamente giusto: «Negli ultimi anni, la domanda: “Che fare?” si pone con forza ai socialdemocratici russi. Non si tratta più di scegliere una strada (come avveniva alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta del XIX secolo), ma di determinare cosa dobbiamo fare concretamente su una strada già nota, e in che modo. Si tratta del sistema e del piano di attività pratica. Bisogna ammettere che questa questione, essenziale per un partito d’azione, […] è ancora senza soluzione e suscita ancora tra noi serie divergenze». In contrapposizione alla visione localista, immediatista e spontanea veicolata dall’economismo o dall’eclettismo del Rabočaja Dielo (così come dalla tendenza menscevica a partire dal II Congresso del 1903), Lenin si impegnò in una lotta di lungo respiro volta a far prevalere l’approccio consapevole e a lungo termine alla costruzione dell’organizzazione. Questo legame indissolubile tra coscienza e futuro tocca il nucleo più profondo di ciò che costituisce il proletariato in quanto essere storico che, «privo di qualsiasi potere economico all’interno della società, classe sfruttata nel processo produttivo, deve contare solo su sé stesso per liberarsi, possiede solo la sua solidarietà e la sua coscienza da opporre al capitalismo: due armi fondamentali che rispecchiano proprio le caratteristiche della società futura». Lo stesso vale per l’avanguardia rivoluzionaria. Solo il futuro come bussola può davvero permetterle di assumere la propria funzione e i propri compiti senza essere costantemente sballottata dagli eventi: «meno faremo affidamento sull’imprevisto, più avremo la possibilità di non essere mai colti alla sprovvista dalle “svolte storiche”», affermava Lenin. Proprio questo lavoro paziente, metodico e pianificato permise alla frazione bolscevica di forgiare il partito in grado di contribuire alla presa del potere da

parte della classe operaia nell’ottobre 1917.

B- Nessuna costruzione senza una profonda assimilazione dello spirito di partito

Ma la lotta organizzativa intrapresa da Lenin a partire dal 1902-1903 conteneva un’altra dimensione indissolubilmente legata a quella sviluppata poco prima. Mentre il POSDR era ancora un insieme di circoli e gruppi, Lenin deplorava la dispersione e la profonda mancanza di interesse di gran parte delle sue file nei confronti delle esigenze generali dell’organizzazione nel suo insieme. La sua determinazione a far prevalere lo spirito di partito sulle visioni ereditate dallo spirito di circolo si espresse in modo particolare nella concezione del militante che egli difese in occasione del II congresso del partito. A differenza della formulazione proposta da Martov, quella di Lenin si distingueva per il fatto che il militante doveva rispettare le decisioni del congresso e del partito e svolgere un ruolo attivo nella loro attuazione. In altre parole, agli occhi di Lenin, un militante è un

individuo appartenente a un corpo collettivo, la cui responsabilità è quella di difendere il tutto, di partecipare ai dibattiti, agli orientamenti, ai processi decisionali del tutto e all’applicazione di tali decisioni. Del resto, dopo il congresso del 1903, Lenin non smetterà mai di criticare aspramente i suoi compagni bolscevichi per i loro accordi platonici, ripetendo nelle lettere, nei testi e nelle risoluzioni, ancora e ancora, che ogni militante deve impegnarsi pienamente nell’intera lotta. Questo atteggiamento attivo a cui Lenin esortava ogni militante doveva manifestarsi in tutti gli ambiti della vita dell’organizzazione, come egli ricordò ancora nel 1905, pochi mesi prima del IV congresso del partito, che fu quello dell’unificazione tra bolscevichi e menscevichi: «Ci sarebbe stato un pericolo nel caso in cui persone che non sono socialdemocratiche avessero aderito in massa al partito. Allora il partito si sarebbe dissolto nella massa, avrebbe cessato di essere l’avanguardia consapevole della classe, si sarebbe trascinato al seguito. Sarebbe stato senza dubbio un periodo triste. Ed è indiscutibile che tale pericolo avrebbe potuto diventare estremamente grave se fossimo stati inclini alla demagogia, se i fondamenti dello spirito di partito (Programma, regole tattiche, esperienza organizzativa) fossero del tutto assenti, oppure se fossero stati deboli e incerti. Ma proprio non ci sono «se». È tutto qui. Tra noi, i bolscevichi, non c’è mai stata alcuna tendenza alla demagogia; al contrario, abbiamo sempre lottato apertamente, con fermezza e senza mezzi termini contro il minimo accenno di demagogia, esigendo dai membri un atteggiamento consapevole, insistendo sulla notevole importanza della filiazione nello sviluppo del partito, promuovendo la disciplina e la formazione di tutti i membri del partito all’interno di una delle sue organizzazioni. Abbiamo il nostro programma, saldamente definito, riconosciuto ufficialmente da tutti i socialdemocratici, e che non ha suscitato alcuna critica di fondo per quanto riguarda i suoi principi fondamentali (la critica di alcuni punti e formulazioni è perfettamente legittima e necessaria in ogni partito vivo). Abbiamo risoluzioni tattiche, elaborate metodicamente e con coerenza sia al II che al III congresso e grazie alla stampa socialdemocratica che esiste da molti anni. Abbiamo anche una certa esperienza in materia di organizzazione e un’organizzazione efficace che ha svolto un ruolo educativo e che ha sicuramente portato frutti che non si vedono immediatamente, ma che solo i ciechi o coloro che sono accecati potrebbero negare». Lontano dalla visione autoritaria e dittatoriale che la maggior parte degli accademici e dei pensatori della borghesia non smettono mai di attribuirgli, l’intera concezione organizzativa di Lenin si fonda sulla volontà di un’azione organizzata, basata sulla coscienza e sulla convinzione rivoluzionaria di ogni militante.

Conclusione

Al termine di questa prima parte, le principali lezioni che la CCI trae dall’esperienza dei movimenti rivoluzionari del passato sono quindi le seguenti:

• La costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria deriva da un processo consapevole che le consente di assumere il proprio ruolo nel lungo periodo.

• La sua formazione si basa su un programma, nonché su principi e su un quadro di funzionamento centralizzato a livello internazionale, chiaramente definiti.

• La difesa dell’organizzazione, di fronte a ogni forma di intrusione delle ideologie borghesi e piccolo-borghesi, costituisce una lotta implacabile e permanente.

• La capacità di un’organizzazione di assumere il ruolo per cui la classe l’ha fatta nascere non può basarsi su una minoranza di militanti. Al contrario, ciò richiede il coinvolgimento risoluto e convinto di tutti i militanti nell’insieme dei compiti politici.

• Per evitare di ripetere incessantemente gli stessi errori e poter trasmettere il meglio della propria esperienza, l’organizzazione deve impegnarsi costantemente a tracciare bilanci critici sulla propria vita politica e a trarne gli insegnamenti essenziali. Lo stesso vale per l’esame dell’esperienza del movimento operaio e delle sue organizzazioni unitarie.

La seconda parte di questa serie sarà proprio dedicata al bilancio tratto dalla CCI di cinque decenni di vita politica.


  1. Si tratta in particolare dei due libri sulla Sinistra comunista italiana e sulla Sinistra tedesco-olandese, nonché su quella russa, inglese e francese.
  2. Si tratta della rivista teorica della frazione di sinistra del Partito Comunista d’Italia, pubblicata tra il 1933 e il 1938.
  3. Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852.
  4. In questo articolo non è possibile spiegare in dettaglio la differenza tra il socialismo utopico e la visione materialista della storia sviluppata da Marx ed Engels. A tal proposito, si veda: «Le communisme n'est pas un bel idéal mais une nécessité matérielle [1° partie] »,  Revue Internationale n°68, 1° trimestre 1992, anche l’opera d'Engels "Socialismo Utopico e Socialismo Scientifico".
  5. Questi ultimi si erano già impegnati in un’iniziativa di organizzazione politica sotto forma di comitati di corrispondenza, con l’obiettivo di coordinare le forze militanti comuniste in Europa.
  6. F. Engels, «Qualche parola sulla storia della Lega dei comunisti», 1885.
  7. Ibidem 
  8. Così, fin dai suoi primi passi, il movimento operaio ha fatto proprio il principio della centralizzazione, che esprime l’unità fondamentale e indispensabile del proletariato a livello internazionale. Le critiche a questo principio da parte delle correnti anarchiche, che gli oppongono il federalismo, sono un indizio significativo della natura piccolo-borghese di tali correnti. Il centralismo proletario non ha ovviamente nulla a che vedere con il centralismo così come viene praticato dalla borghesia, in particolare nelle sue varianti staliniste, che rientra nel controllo totalitario dello Stato sulla società, un fenomeno che si è diffuso su larga scala nella fase di decadenza del capitalismo.
  9. Per ulteriori dettagli, si veda: «Gli statuti delle organizzazioni internazionali del proletariato», Revue Internationale n°5, 2° trimestre 1976.
  10. David Riazanov, Marx et Engels. Conferenze tenute durante il corso di marxismo presso l’Accademia Socialista nel 1922, Les Bons caractères, 2004.
  11. Si veda in particolare: «Centenaire de la fondation de l’Internationale Communiste - Quelles leçons tirer pour les combats du futur?», Revue Internationale n°162
  12. «À propos du 1er congrès du Parti communiste internationaliste d'Italie», Internationalisme n°7, 1946, in Revue Internationale n°162.
  13. Per ulteriori approfondimenti sulla lotta contro l’Alleanza all’interno dell’AIT, si veda:

    •              «La Prima Internazionale e la lotta contro il settarismo», Revue Internationale n°84, 1° trimestre 1996.

    •              «La lotta della prima internazionale contro ‘l’Alleanza’ di Bakunin», Revue Internationale n°85, 2° trimestre 1996.

  14. Responsabile principale della federazione giurassiana dell’AIT, che era sotto il controllo dell’Alleanza.
  15. "È giunto il momento, una volta per tutte, di porre fine alle lotte interne provocate quotidianamente nella nostra Associazione dalla presenza di questo corpo parassitario. Queste dispute servono solo a sprecare l’energia che dovrebbe essere impiegata per combattere il regime della borghesia. Paralizzando l’attività dell’Internazionale contro i nemici della classe operaia, l’Alleanza serve egregiamente la borghesia e i governi.” (Engels, “Il Consiglio generale a tutti i membri dell’Internazionale”, monito contro l’Alleanza di Bakunin).
  16. Vedi: «Costruzione dell'organizzazione dei rivoluzionari: tesi sul parassitismo», Revue Internationale n°94, 3° trimestre 1998.
  17. Questa proposta di Lenin derivava dal fatto che i tre militanti che non erano stati riconfermati nella redazione dell’Iskra non avevano ricoperto il ruolo di redattori nel periodo precedente. Tuttavia, il modo in cui Lenin presentò la sua proposta mirava a non ferire il loro orgoglio. In particolare, essa apriva la possibilità di reintegrare tali militanti nella redazione tramite cooptazione.
  18. Da qui il nome di «menscevichi» che significa «minoritari».
  19. La CCI ha pubblicato, in particolare nel corso degli anni ’80, diversi articoli dedicati all’opportunismo e al centrismo. Si può fare riferimento in particolare alla seconda parte del testo "Discussione: opportunismo e centrismo nella classe operaia e nelle sue organizzazioni " nella nostra Revue Internationale n° 43, nonché alla risoluzione adottata al nostro 6° congresso intitolata "L'opportunismo e il centrismo nel periodo di decadenza" nella Revue Internationale n° 44.
  20. «Sulla natura e la funzione del partito politico del proletariato», Internationalisme n°37, settembre 1948.
  21. Dopo l’espulsione dei «tribunisti» in occasione del congresso straordinario dell’SDAP nel 1909, la maggioranza del gruppo decise di fondare, in tutta fretta, un nuovo partito (il Partito Socialdemocratico). In Germania, dopo l’espulsione della sinistra dall’SPD nel 1917, la «sinistra radicale» rimase autonoma e, a differenza del gruppo Spartaco, rifiutò di integrarsi nell’USPD per poter proseguire un’attività di frazione al suo interno.
  22. «Le condizioni storiche della formazione del partito», Internationalisme, n°19, febbraio 1947.
  23. Vedere la critica della Sinistra comunista di Francia: «À propos du 1er congrès du Parti communiste internationaliste d'Italie», Internationalisme n°7, 1946, in Revue Internationale n°162.
  24. La “tendenza di Berlino”, maggioritaria all’interno del KAPD, rimase contraria alla costituzione di questa nuova internazionale.
  25. «Rapporto sul ruolo della CCI in quanto "Frazione" », Revue Internationale n°156.              
  26. «Storia del movimento operaio. 1903-1904: la nascita del bolscevismo (1a parte)», Revue Internationale n°116, 1° trimestre 2004.
  27. In particolare, quella della coscienza importata dall’esterno della classe operaia.
  28. «Da dove cominciare», Iskra n°4, maggio 1901, in Che fare?, Éditions Science marxiste, 2004
  29. Organisation communiste et conscience de classe, brochure della CCI.
  30. La riorganizzazione del partito
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