Chi può cambiare il mondo? (1a parte): È Il proletariato la classe rivoluzionaria

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da Révue Internationale n° 73, febbraio 2006

“Il comunismo è morto! Il capitalismo lo ha sconfitto perché è l’unico sistema che può funzionare! È inutile, e perfino pericoloso, voler sognare un’altra società!” È una campagna senza precedenti quella che la borghesia ha scatenato con il crollo del blocco dell’Est e dei cosiddetti regimi “comunisti”. Allo stesso tempo, e per ribadire il concetto, la propaganda borghese si è posta l’obiettivo, ancora una volta, di demoralizzare la classe operaia cercando di persuaderla che d’ora in poi non è più una forza nella società, che non conta più, o addirittura non esiste più. E, a tal fine, si è prodigata nel sottolineare il generale declino della combattività derivante dal disorientamento che gli avvenimenti eccezionali degli ultimi anni hanno provocato nelle file operaie. La ripresa della lotta di classe, che già si avvicina, smentirà nella pratica queste menzogne, ma la borghesia non smetterà, anche durante le grandi lotte operaie, di ribadire l’idea che queste lotte non possono in alcun modo porsi come obiettivo un rovesciamento del capitalismo, l'instaurazione di una società liberata dalle piaghe che questo sistema impone all’umanità. Così, contro tutte le menzogne borghesi, ma anche contro lo scetticismo di alcuni che si dicono combattenti della rivoluzione, l'affermazione del carattere rivoluzionario del proletariato resta una responsabilità dei comunisti. Ed è questo l'obiettivo di questo articolo.

Nelle campagne che abbiamo subito negli ultimi anni, uno dei temi principali è la “confutazione” del marxismo. Quest'ultimo, secondo gli ideologi al soldo della borghesia, sarebbe fallito. La sua attuazione e il suo fallimento nei paesi dell’Est costituirebbero un esempio di questo fallimento. Nella nostra Révue Internationale abbiamo evidenziato come lo stalinismo non avesse nulla a che fare con il comunismo immaginato da Marx e dall'intero movimento operaio[1]. Per quanto riguarda la capacità rivoluzionaria della classe operaia, il compito dei comunisti è riaffermare la posizione marxista su questa questione e, prima di tutto, ricordare che cosa intende il marxismo per classe rivoluzionaria.

Che cosa è una classe rivoluzionaria per il marxismo?

“La storia di tutte le società fino ai giorni nostri è la storia delle lotte di classe"[2]. È così che ha inizio uno dei testi più importanti del marxismo e del movimento operaio: il Manifesto Comunista. Questa tesi non è specifica del marxismo[3], ma uno dei contributi fondamentali della teoria comunista è quello di aver stabilito che lo scontro delle classi nella società capitalista ha come prospettiva ultima il rovesciamento della borghesia da parte del proletariato e l’instaurazione del potere di quest’ultimo sull’insieme della società, tesi che è sempre stata respinta, ovviamente, dai difensori del sistema capitalista. Tuttavia, se la borghesia del periodo ascendente di questo sistema ha potuto scoprire (in modo ovviamente incompleto e mistificato) un certo numero di leggi sociali[4], difficilmente potrà farlo oggi: la borghesia della decadenza capitalista è diventata totalmente incapace di generare tali pensatori. Per gli ideologi della classe dominante, la priorità fondamentale di tutti i loro sforzi di "pensiero" è dimostrare che la teoria marxista è errata (anche se alcuni pretendono di essersi rifatti a Marx per questo o quel contributo). La pietra angolare delle loro "teorie" è l'affermazione che la lotta di classe non ha alcun ruolo nella storia, quando non si tratta di negare, puramente e semplicemente, l'esistenza di tale lotta o, peggio ancora, l'esistenza delle classi sociali.

Non sono solo i difensori dichiarati della società borghese ad avanzare simili affermazioni. Da decenni si uniscono a loro alcuni “pensatori radicali”, che fanno carriera contestando l’ordine costituito. Il guru del gruppo Socialismo o Barbarie (e ispiratore del gruppo Solidarity in Gran Bretagna), Cornélius Castoriadis, nello stesso momento in cui prevedeva la sostituzione del capitalismo con un "terzo sistema", la "società burocratica", annunciava, quasi 40 anni fa, che l’antagonismo tra borghesia e proletariato, tra sfruttatori e sfruttati, era destinato a lasciare il posto all’antagonismo tra “dirigenti e governati”[5]. Altri "pensatori", più attuali, che hanno avuto il loro momento di gloria, come il professor Marcuse, hanno affermato che la classe operaia era stata "integrata" nella società capitalista e che le uniche forze che la contestavano si trovavano ora tra le categorie sociali emarginate come i neri negli Stati Uniti, gli studenti o anche i contadini nei paesi sottosviluppati. Così, le teorie sulla “fine della classe operaia”, che oggi cominciano a rifiorire, non hanno nemmeno l’interesse della novità: una delle caratteristiche del “pensiero” della borghesia decadente, e che esprime proprio la senilità di questa classe, è l'incapacità di produrre la minima idea nuova. L'unica cosa che è capace di fare è frugare nella pattumiera della storia per far emergere vecchi luoghi comuni che vengono ridipinti secondo il gusto attuale e presentati come la “scoperta del secolo”. 

Uno dei mezzi preferiti utilizzati oggi dalla borghesia per nascondere la realtà degli antagonismi di classe, e anche la realtà delle classi sociali, è costituito dagli “studi” sociologici. Supportati da molte statistiche, “dimostrano” che le vere divisioni sociali non hanno nulla a che fare con le differenze di classe ma con criteri legati al livello di istruzione, al luogo di residenza, alla fascia di età, all’origine etnica, e persino alla pratica religiosa[6]. A sostegno di questo tipo di asserzioni si prodigano a citare come esempio il fatto che il voto di un "cittadino" a favore della destra o della sinistra dipende meno dalla sua situazione economica rispetto ad altri criteri. Negli Stati Uniti, la Nuova Inghilterra, i neri e gli ebrei votano tradizionalmente democratico, in Francia i cattolici praticanti, gli alsaziani e i residenti di Lione votano tradizionalmente a destra. Evitano però di sottolineare che la maggioranza dei lavoratori americani non vota mai e che, durante gli scioperi, i lavoratori francesi che vanno in chiesa non necessariamente sono i meno combattivi. Più in generale, la “scienza” sociologica “dimentica” sempre di dare una dimensione storica alle sue affermazioni. Si rifiuta quindi di ricordare che gli stessi operai russi che si preparavano a lanciarsi nella prima rivoluzione proletaria del XX secolo, quella del 1905, avevano iniziato, il 9 gennaio (la “Domenica Rossa”) con una manifestazione guidata da un prete e chiedendo benevolenza allo Zar affinché alleviasse la loro miseria[7].

Quando gli “esperti” di sociologia si riferiscono alla storia è per affermare che le cose sono cambiate radicalmente rispetto al secolo scorso. A quel tempo, secondo loro, il marxismo e la teoria della lotta di classe potevano avere un significato perché le condizioni di lavoro e di vita dei salariati dell’industria erano davvero spaventose. Ma da allora i lavoratori si sono “imborghesiti” ed hanno avuto accesso alla “società dei consumi” al punto da “perdere la propria identità”. Ed anche i borghesi in cilindro e pancione hanno lasciato il posto ai “manager” stipendiati. In realtà, tutte queste considerazioni fondamentalmente vogliono solo oscurare il fatto che le strutture profonde della società non sono cambiate. In realtà, le condizioni che nel secolo scorso hanno dato alla classe operaia il suo carattere rivoluzionario sono ancora presenti. Il fatto che il tenore di vita dei lavoratori di oggi sia più elevato di quello dei loro fratelli di classe delle generazioni passate non modifica in alcun modo il loro posto nei rapporti di produzione che dominano la società capitalista. Le classi sociali continuano ad esistere e le loro lotte costituiscono ancora il motore fondamentale dello sviluppo storico.

È veramente un’ironia della storia che le ideologie ufficiali della borghesia pretendano, da un lato, che le classi non svolgono più alcun ruolo specifico (o che addirittura non esistano più) e, dall’altro, riconoscono che la situazione economica mondiale costituisce la questione essenziale, cruciale, che questa stessa borghesia deve affrontare. 

In realtà, l'importanza fondamentale delle classi nella società deriva proprio dal posto preponderante occupato dall'attività economica degli uomini. Una delle affermazioni fondamentali del materialismo storico è che, in ultima analisi, l’economia determina le altre sfere della società: rapporti giuridici, forme di governo, modi di pensare. Questa visione materialistica della storia mette ovviamente in crisi le filosofie che vedono negli avvenimenti storici o il puro frutto del caso, oppure l'espressione della volontà divina, oppure il semplice risultato di passioni o pensieri degli uomini. Ma, come già affermava Marx a suo tempo, “la crisi ha il compito di far entrare la dialettica nella testa della borghesia”. Il fatto, oggi evidente, di questa preponderanza dell'economia nella vita della società è alla base dell'importanza delle classi sociali, proprio perché queste sono determinate, a differenza delle altre categorie sociologiche, dal posto occupato nei confronti dei rapporti economici. Ciò è sempre stato vero da quando esistono le società classiste, ma è nel capitalismo che questa realtà viene espressa con maggiore chiarezza.

Nella società feudale, ad esempio, la differenziazione sociale era sancita dalle leggi. Esisteva una differenza giuridica fondamentale tra sfruttatori e sfruttati: i nobili godevano, per legge, di uno status ufficiale privilegiato (per esempio l’esenzione dal pagamento delle tasse, la percezione di un tributo pagato dai loro servi), mentre i contadini sfruttati erano legati alla loro terra ed erano tenuti a cedere una parte delle loro rendite al signore (o a lavorare gratuitamente la terra di quest'ultimo). In una società del genere, lo sfruttamento, se era facilmente misurabile (ad esempio sotto forma di tributo pagato dal servo), sembrava derivare dallo status giuridico. Di contro, nella società capitalista, l’abolizione dei privilegi, l’introduzione del suffragio universale, l’Uguaglianza e la Libertà proclamate dalle sue costituzioni, non consentono più che lo sfruttamento e la differenziazione di classe trovino riparo dietro le differenze di uno status giuridico. È il possesso o il non possesso dei mezzi di produzione[8], così come il loro modo di utilizzazione, che determina, essenzialmente, il posto nella società dei membri di quest'ultima e il loro accesso alla sua ricchezza, cioè all'appartenenza ad una classe sociale e all'esistenza di interessi comuni con altri membri della stessa classe. In generale, possedere mezzi di produzione e metterli in atto individualmente determina l'appartenenza alla piccola borghesia (artigiani, piccoli contadini, libere professioni, ecc.)[9]. Il fatto di essere privati dei mezzi di produzione e di essere costretti, per vivere, a vendere la propria forza lavoro a chi li possiede e che mettono a profitto di questo scambio l'accaparramento del plus-valore, determina l'appartenenza alla classe operaia. Infine, fanno parte della borghesia coloro che detengono (nel senso strettamente giuridico o nel senso globale del loro controllo, individuale o collettivo) i mezzi di produzione, la cui messa in opera richiede lavoro salariato e che vivono dello sfruttamento di quest'ultimo sotto forma di appropriazione del plusvalore da esso prodotto. In sostanza, questa differenziazione di classe è presente oggi come lo era nel secolo scorso. Pertanto gli interessi di ciascuna di queste diverse classi e i conflitti tra di esse sono rimasti. Ecco perché gli antagonismi tra le principali componenti della società, determinati da ciò che ne costituisce l'ossatura, l'economia, continuano ad essere al centro della vita sociale.

Detto ciò, anche se l’antagonismo tra sfruttatori e sfruttati costituisce uno dei principali motori della storia delle società, non è stato sempre lo stesso per ciascuna di esse. Nella società feudale, le lotte, spesso feroci e di grande vigore, tra servi e signori non hanno mai determinato uno sconvolgimento radicale della società. L’antagonismo di classe che determinò il rovesciamento dell’antico regime, l’abolizione dei privilegi della nobiltà, non fu quello che oppose la nobiltà alla classe da essa sfruttata, i contadini asserviti, ma lo scontro tra questa stessa nobiltà e un’altra classe sfruttatrice, la borghesia (rivoluzione inglese della metà del XVII secolo, rivoluzione francese della fine del XVIII). Anche la società schiavistica dell'antichità romana non fu abolita dalla classe degli schiavi (nonostante i combattimenti a volte formidabili che quest'ultimi condussero, come la rivolta di Spartaco e dei suoi nel 73 AC), ma proprio da quella dalla nobiltà che avrebbe dominato l’Occidente cristiano per più di un millennio.

In realtà, nelle società del passato, le classi rivoluzionarie non sono mai state classi sfruttate ma nuove classi sfruttatrici. Un fatto del genere, ovviamente, non era dovuto al caso. Il marxismo distingue le classi rivoluzionarie (che chiama anche classi “storiche”) dalle altre classi della società per il fatto che, a differenza di queste ultime, hanno la capacità di prendere la direzione della società. E finché lo sviluppo delle forze produttive non è arrivato ad essere sufficiente ad assicurare abbondanza di beni all’intera società, costringendola a mantenere disuguaglianze economiche e quindi rapporti di sfruttamento, solo una classe sfruttatrice era in grado di imporsi alla testa del corpo sociale. Il suo ruolo storico è stato quello di favorire l'emergere e lo sviluppo dei rapporti di produzione di cui era portatrice e che avevano la vocazione, soppiantando i vecchi rapporti di produzione divenuti obsoleti, di risolvere le contraddizioni ormai insormontabili generate dal mantenimento di questi ultimi.

Così la società schiavistica romana in decadenza era travagliata sia dal fatto che l'"approvvigionamento" di schiavi, basata sulla conquista di nuovi territori, si scontrava con la difficoltà per Roma di controllare confini sempre più remoti e con l'incapacità di ottenere dagli schiavi le capacità necessarie per l'attuazione di nuove tecniche agricole. In una situazione del genere, i rapporti feudali, dove gli sfruttati non avevano più uno status identico a quello del bestiame (come avveniva per gli schiavi)[10], dove essi erano strettamente interessati ad una maggiore produttività della terra che lavoravano perché dovevano guadagnarsi da vivere, si affermarono come i più idonei a far uscire la società dal marasma. Ecco perché questi rapporti si svilupparono, in particolare attraverso una crescente emancipazione degli schiavi (accelerata, in certi luoghi, dall'arrivo dei "barbari", alcuni dei quali, del resto, vivevano già in una forma di società feudale).

È per tale motivo che il marxismo (a partire dal Manifesto comunista) insiste sul ruolo eminentemente rivoluzionario svolto dalla borghesia nel corso della storia. Questa classe, sorta e sviluppatasi all'interno della società feudale, vide aumentare il suo potere nei confronti di una nobiltà e di una monarchia che dipendevano sempre più da essa, sia per l'approvvigionamento di beni di ogni genere (stoffe, mobili, spezie, armi), che per il finanziamento delle loro spese. Dal momento che con l'esaurimento delle possibilità di dissodamento ed estensione dei terreni coltivati ​​si era inaridita una delle fonti della dinamica dei rapporti feudali di produzione, con la costituzione dei grandi regni, il ruolo di protettore delle popolazioni, che era stato inizialmente la principale vocazione della nobiltà, perdeva la sua ragion d'essere; il controllo, da parte di questa classe, della società tendeva a diventare un ostacolo allo sviluppo di quest'ultima. E ciò fu amplificato dal fatto che tale sviluppo dipese sempre più dalla crescita del commercio, delle banche e dell'artigianato nelle città, che comportò notevoli progressi in termini di forze produttive.

Così, assumendo la guida del corpo sociale, prima nel campo economico, poi in quello politico, la borghesia ha liberato la società dagli ostacoli che l'avevano spinta nella stagnazione, essa ha creato le condizioni del più formidabile accrescimento di ricchezze che la storia umana abbia conosciuto. In tal modo, ha sostituito una forma di sfruttamento, la servitù, con un’altra forma di sfruttamento, il lavoro salariato. Per raggiungere questo obiettivo, essa ha dovuto, nel periodo che Marx chiama accumulazione primitiva, adottare misure di una barbarie che ben valevano quelle imposte agli schiavi, affinché i contadini fossero costretti a vendere la loro forza lavoro nelle città (vedi, a questo proposito, le mirabili pagine del Libro I del Capitale). E questa stessa barbarie non ha fatto altro che annunciare la barbarie con cui il capitale sfrutterà il proletariato (lavoro infantile, lavoro notturno delle donne e dei bambini, giornate lavorative fino a 18 ore, parcheggio dei lavoratori nei “fatiscenti alloggi-lavoro”, ecc.), prima che le loro lotte riuscissero a costringere i capitalisti ad attenuare la brutalità dei loro metodi.

Fin dalla sua apparizione, la classe operaia ha condotto delle rivolte contro lo sfruttamento. Queste rivolte sono state accompagnate dalla presentazione di un progetto di rovesciamento della società, di abolizione delle disuguaglianze e di messa in comune dei beni sociali. In questo non si differenziava fondamentalmente dalle classi sfruttate precedenti, in particolare dai servi della gleba, che in alcune delle loro rivolte si sono allineate anche ad un progetto di trasformazione sociale. Ciò avvenne in particolare durante la guerra dei contadini del XVI secolo, in Germania, dove gli sfruttati ebbero come portavoce Thomas Munzer che sosteneva una forma di comunismo[11]. Tuttavia, a differenza del progetto di trasformazione sociale delle altre classi sfruttate, quello del proletariato non è una semplice utopia irrealizzabile. Il sogno di una società egualitaria, senza padroni e senza sfruttamento, che potevano avere gli schiavi o i servi era solo una semplice chimera perché il grado di sviluppo economico raggiunto dalla società del loro tempo non consentiva l’abolizione dello sfruttamento. Di contro, il progetto comunista del proletariato è perfettamente realistico, non solo perché il capitalismo ha creato le premesse di una tale società, ma anche perché è l’unico progetto che può far uscire l’umanità dal marasma in cui è sprofondata.

Perché il proletariato è la classe rivoluzionaria del nostro tempo

Non appena il proletariato cominciò a proporre il proprio progetto, la borghesia non provò altro che disprezzo per quelle che considerava farneticazioni di profeti bisognosi di ascolto. Quando si prese la briga di andare oltre questo semplice disprezzo, l’unica cosa che seppe immaginare era che sarebbe accaduto ciò che era toccato agli sfruttati nelle epoche precedenti: avrebbero potuto solo sognare utopie impossibili. Ovviamente, la storia sembrava dare ragione alla borghesia ed essa sintetizzava la sua filosofia in questi termini: “ci sono sempre stati poveri e ricchi, ci saranno sempre. I poveri non guadagnano nulla ribellandosi: ciò che deve essere fatto è che i ricchi non abusino della loro ricchezza e si preoccupino di alleviare la miseria dei più poveri”. I sacerdoti e le dame protettrici divennero portavoce e praticanti di questa “filosofia”. Ciò che la borghesia si rifiutava di vedere era che il suo sistema economico e sociale, così come i suoi predecessori, non poteva essere eterno e che, allo stesso modo della schiavitù o del feudalesimo, era condannato a lasciare spazio ad un altro tipo di società. E come le caratteristiche del capitalismo avevano permesso di risolvere le contraddizioni che avevano distrutto la società feudale (come già avvenuto per quest'ultima nei confronti della società antica), le caratteristiche della società chiamate a risolvere le contraddizioni mortali che affliggono il capitalismo derivano dallo stesso tipo di necessità. È dunque partendo da queste contraddizioni che è possibile definire le caratteristiche della società futura.

Ovviamente, nell'ambito di questo articolo, non possiamo soffermarci dettagliatamente su queste contraddizioni. Per più di un secolo il marxismo ha lavorato sistematicamente su questo tema e la nostra stessa organizzazione vi ha dedicato numerosi testi[12]. Possiamo però riassumere a grandi linee l’origine di queste contraddizioni. Esse risiedono nelle caratteristiche essenziali del sistema capitalistico: è un modo di produzione che ha generalizzato lo scambio mercantile a tutti i beni prodotti mentre, nelle società del passato, solo una parte, spesso minima, di questi beni veniva trasformata in merci. Nel capitalismo questa colonizzazione dell’economia ha coinvolto anche la forza lavoro utilizzata dagli uomini nella loro attività produttiva. Privato dei mezzi di produzione, il produttore non ha altra possibilità, per sopravvivere, che vendere la sua forza lavoro a chi possiede questi mezzi di produzione: la classe capitalista, mentre nella società feudale per esempio, dove pure esisteva un’economia di mercato, questa era il frutto del lavoro dell’artigiano o del contadino che vendevano i loro prodotti. Ed è proprio questa generalizzazione della merce che sta alla base delle contraddizioni del capitalismo: l’aumento della sovrapproduzione trova le sue radici nel fatto che lo scopo di questo sistema non è produrre valori d’uso, ma valori di scambio che devono trovare acquirenti. È nell'incapacità della società di acquistare tutti i beni prodotti (anche se i bisogni sono ben lungi dall'essere soddisfatti) che risiede questa calamità che appare una vera assurdità: il capitalismo crolla non perché produce troppo poco, ma perché produce troppo[13].

La prima caratteristica del comunismo sarà quindi l’abolizione della merce, lo sviluppo della produzione di valori d’uso e non di valori di scambio.

Inoltre il marxismo, e in particolare Rosa Luxemburg, hanno evidenziato che all’origine della sovrapproduzione sta la necessità per il capitale, considerato nel suo insieme, di realizzare, attraverso la vendita al di fuori della propria sfera, la quota dei valori prodotti corrispondente al plusvalore estratto ai proletari e destinato alla sua accumulazione. Man mano che questa sfera extra capitalista si restringe, le convulsioni dell’economia non possono che assumere forme sempre più catastrofiche.

Pertanto, l’unico modo per superare le contraddizioni del capitalismo risiede nell’abolizione di tutte le forme di merce, e in particolare della forza lavoro-merce, vale a dire del lavoro salariato.

L’abolizione dello scambio mercatile presuppone che venga abolito anche ciò che ne costituisce la base: la proprietà privata. Anche se le ricchezze sociali vengono collettivizzate, la compravendita di queste ricchezze (che già esisteva, in forma embrionale, nella comunità primitiva) deve scomparire. Una tale appropriazione collettiva da parte della società della ricchezza che produce e, in primo luogo, dei mezzi di produzione, significa che non è più possibile per una parte di essa, per una classe sociale (anche sotto forma di burocrazia statale), avere i mezzi per sfruttarne un'altra. Pertanto, l’abolizione del lavoro salariato non può essere raggiunta sulla base dell’introduzione di un’altra forma di sfruttamento, ma solo attraverso l’abolizione dello sfruttamento in tutte le sue forme. E, a differenza del passato, non solo questo tipo di trasformazione che può salvare la società odierna non porta a nuovi rapporti di sfruttamento, ma ha realmente creato, grazie al il capitalismo, le premesse materiali di un’abbondanza che permette il superamento dello sfruttamento. Queste condizioni di abbondanza si rivelano anche con l’esistenza di crisi da sovrapproduzione (come osservato nel Manifesto Comunista).

Allora la domanda che ci si pone è: quale forza nella società è capace di operare questa trasformazione, di abolire la proprietà privata, di porre fine ad ogni forma di sfruttamento?

La prima caratteristica di questa classe è quella di essere sfruttata perché solo tale classe può essere interessata all'abolizione dello sfruttamento. Se nelle rivoluzioni del passato la classe rivoluzionaria non poteva in alcun modo essere una classe sfruttata, in quanto i nuovi rapporti di produzione erano necessariamente rapporti di sfruttamento, oggi è vero esattamente il contrario. Ai loro tempi, i socialisti utopisti (come Fourier, Saint-Simon, Owen)[14] avevano nutrito l’illusione che la rivoluzione potesse essere presa in carico da elementi della stessa borghesia. Speravano che all’interno della classe dominante ci fossero ricchi filantropi illuminati che, comprendendo la superiorità del comunismo sul capitalismo, fossero disposti a finanziare progetti per comunità ideali il cui esempio si sarebbe poi diffuso. Poiché la storia non è fatta dagli individui ma dalle classi, queste speranze furono deluse in pochi decenni. Anche se alcuni rari membri della borghesia aderirono alle idee generose degli utopisti[15], l’intera classe dominante, in quanto tale, si voltò ovviamente dall’altra parte, quando non si oppose a tali tentativi che miravano alla sua stessa scomparsa.

Detto ciò, il fatto di essere una classe sfruttata non è affatto sufficiente, come abbiamo visto, per essere una classe rivoluzionaria. Ad esempio, esiste ancora oggi nel mondo, e particolarmente nei paesi sottosviluppati, una moltitudine di contadini poveri che subiscono uno sfruttamento sotto forma di un prelievo sul frutto del loro lavoro che arricchisce una parte della classe dominante, sia direttamente, sia attraverso tasse, o attraverso gli interessi che pagano alle banche o agli usurai verso i quali sono debitori. È sulla constatazione della povertà, spesso insopportabile, di questi strati contadini che si basavano tutte le mistificazioni terzomondiste, maoiste, guevariste, ecc. Quando questi contadini furono indotti a prendere le armi, fu solo per utilizzarli come soldati di questa o quella cricca della borghesia che si affrettò, una volta al potere, a rafforzare ulteriormente lo sfruttamento, spesso in forme particolarmente atroci (vedi, ad esempio, l'avventura dei Khmer rossi in Cambogia, nella seconda metà degli anni '70). Il declino di queste mistificazioni (diffuse sia dagli stalinisti che dai trotskisti e anche da certi “pensatori radicali” come Marcuse) non è che la sanzione dell’evidente fallimento della cosiddetta “prospettiva rivoluzionaria” che i contadini poveri avrebbero rappresentato. In realtà, i contadini, sebbene siano sfruttati in molteplici modi e possano condurre lotte talvolta molto violente per limitare il loro sfruttamento, non possono mai porre come obiettivo di queste lotte l’abolizione della proprietà privata poiché essi stessi sono piccoli proprietari o, vivendo accanto ad essa, aspirano a diventare tali[16].

E, anche quando gli agricoltori si dotano di strutture collettive per aumentare il loro reddito attraverso il miglioramento della produttività o la commercializzazione dei loro prodotti, lo fanno, di regola, sotto forma di cooperative, che non mettono in discussione né la proprietà privata né lo scambio mercantile[17]. In sintesi, le classi e gli strati sociali che appaiono come vestigia del passato (agricoltori, artigiani, libere professioni, ecc.)[18]  e che esistono solo perché il capitalismo, anche se domina completamente l’economia mondiale, è incapace di trasformare tutti i produttori in salariati, non possono portare avanti un progetto rivoluzionario. Al contrario, l’unica prospettiva che possono sognare è quella di un ritorno a una mitica “età dell’oro” del passato: la dinamica delle loro lotte specifiche non può che essere reazionaria.

In realtà, nella misura in cui l'abolizione dello sfruttamento viene sostanzialmente fusa con l'abolizione del lavoro salariato, solo la classe che subisce questa specifica forma di sfruttamento, cioè il proletariato, è capace di realizzare un progetto rivoluzionario. Solo la classe sfruttata all'interno dei rapporti di produzione capitalistici, prodotto dello sviluppo di questi rapporti di produzione, è capace di darsi una prospettiva di superamento di questi ultimi.

Prodotto dello sviluppo della grande industria, di una socializzazione del processo produttivo quale l'umanità non ha mai conosciuto, il proletariato moderno non può sognare alcun ritorno al passato[19]. Ad esempio, se la redistribuzione o la condivisione di terra può essere una richiesta "realistica" dei contadini poveri, sarebbe assurdo che gli operai, che fabbricano in modo associato prodotti che incorporano pezzi, materie prime e tecnologie provenienti da tutto il mondo, proponessero di fare a pezzi la loro azienda per condividerla tra loro. Anche le illusioni sull'autogestione, cioè sulla proprietà comune dell'azienda da parte di coloro che vi lavorano (che costituisce una versione moderna della cooperativa operaia) cominciano ad aver fatto il loro tempo. Dopo molteplici esperienze, anche recenti (come la fabbrica LIP in Francia all’inizio degli anni ’70) che, in generale, si conclusero con uno scontro tra tutti i lavoratori e coloro che avevano nominato come gestori, la maggioranza dei lavoratori sa bene che, di fronte alla necessità di mantenere la competitività dell'azienda nel mercato capitalista, l'autogestione significa autosfruttamento. Il proletariato non può che guardare avanti quando si svilupperà la sua lotta storica: non verso la frammentazione della proprietà e della produzione capitalista, ma verso il completamento del processo di socializzazione che il capitalismo ha fatto avanzare in modo considerevole ma che non può, per sua natura, completare, anche quando i mezzi di produzione sono concentrati nelle mani di uno Stato nazionale (come avveniva nei regimi stalinisti).

Per realizzare questo compito, la forza potenziale del proletariato è considerevole.

Da un lato, nella società capitalista sviluppata, la maggior parte della ricchezza sociale è prodotta dal lavoro della classe operaia anche se, ancora oggi, essa costituisce una minoranza nella popolazione mondiale. Nei paesi industrializzati la quota del prodotto nazionale attribuibile ai lavoratori autonomi (contadini, artigiani, ecc.) è trascurabile. Questo vale anche nei paesi arretrati dove però la maggioranza della popolazione vive (o sopravvive) di lavoro della terra.

D’altra parte, per necessità, il capitale ha concentrato la classe operaia in gigantesche unità di produzione, che non hanno nulla a che fare con ciò che poteva esistere ai tempi di Marx. Inoltre, queste stesse unità produttive sono, in generale, concentrate nel cuore o in prossimità di città sempre più popolate. Questo raggruppamento della classe operaia, sia nei suoi luoghi di residenza che in quelli di lavoro, costituisce una forza senza precedenti purché sappia metterla a frutto, in particolare attraverso lo sviluppo della sua lotta collettiva e della sua solidarietà.

Infine, uno dei punti di forza essenziali del proletariato è la sua capacità di presa di coscienza. Tutte le classi, e particolarmente le classi rivoluzionarie, si sono date una forma di coscienza. Ma quest'ultima non poteva che essere mistificata, o perché il progetto proposto non poteva avere successo (come il caso della guerra dei contadini in Germania, per esempio), o perché la classe rivoluzionaria si è trovata costretta a mentire, a mascherare la realtà a coloro che voleva coinvolgere nella sua azione ma che avrebbe continuato a sfruttare (caso della rivoluzione borghese con le sue parole d’ordine “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”). Non avendo, come classe sfruttata e portatrice di un progetto rivoluzionario che abolirà ogni sfruttamento, motivo di nascondere né alle altre classi né a sé stesso gli obiettivi e gli scopi ultimi della sua azione, il proletariato può sviluppare, nel corso della sua lotta storica, una coscienza libera da ogni mistificazione. Di conseguenza, può raggiungere un livello di gran lunga superiore a quello che la classe nemica, la borghesia, non è stata mai in grado di raggiungere. Ed è proprio questa capacità di presa di coscienza che costituisce, con la sua organizzazione di classe, la forza determinante del proletariato.

Nella seconda parte di questo articolo vedremo come il proletariato di oggi conserva, nonostante tutte le campagne che ne evocano la "scomparsa" o la sua "integrazione", tutte le caratteristiche che ne fanno la classe rivoluzionaria del nostro tempo.

FM

“Un'altra conseguenza è che appare una classe che deve sopportare tutti gli oneri della società senza goderne i vantaggi; una classe che, espulsa dalla società, viene relegata con la forza nella più risoluta opposizione a tutte le altre classi; una classe che costituisce la maggioranza di tutti i membri della società e dalla quale emana la coscienza della necessità di una rivoluzione profonda, la coscienza comunista, che può naturalmente formarsi anche tra le altre classi grazie alla comprensione del ruolo di questa classe”

MARX, L'Ideologia Tedesca

 

[1] Vedere in particolare l’articolo “L’esperienza russa, proprietà privata e proprietà collettiva” nella Révue internationale n°61, 2° trimestre 1990, così come la nostra serie di articoli “Il comunismo non è un bell'ideale, ma una necessità materiale” (in francese o inglese). 

[2] Marx ed Engels tornarono successivamente su questa affermazione, precisando che essa era valida solo a partire dalla dissoluzione delle comunità primitive, la cui esistenza fu confermata da lavori etnologici nella seconda parte del XIX secolo, come quelli di Morgan sugli indiani d'America. 

[3] Anche alcuni “pensatori” borghesi (come il politico francese del XIX secolo Guizot, che fu capo del governo durante il regno di Luigi Filippo) arrivarono a un’idea del genere. 

[4] Ciò vale anche per gli economisti “classici”, come Smith o Ricardo, il cui lavoro è stato particolarmente utile per lo sviluppo della teoria marxista.

[5] Dobbiamo rendere a Cesare ciò che è di Cesare, e a Cornelio ciò che è suo: con grande perseveranza, le previsioni di quest’ultimo sono state smentite dai fatti: non aveva “previsto” che il capitalismo aveva superato le sue crisi economiche (vedere in particolare i suoi articoli su “La dinamica del capitalismo” all'inizio degli anni '60 in Socialisme ou Barbarie)? Non aveva forse annunciato al mondo nel 1981 (vedi il suo libro “Prima della guerra” di cui aspettiamo ancora la seconda parte annunciata per l’autunno 1981) che l’URSS aveva vinto definitivamente la “Guerra Fredda” “(“massiccio squilibrio a favore della Russia”, “situazione praticamente impossibile per gli americani da correggere”? Tali espressioni erano davvero benvenute in un momento in cui Reagan e la CIA cercavano di spaventarci a proposito de “L’Impero del Male”). Ciò non ha impedito ai media di continuare a chiedergli il suo parere da esperto sui grandi avvenimenti del nostro tempo: nonostante la sua collezione di gaffe, conserva la gratitudine della borghesia per le sue convinzioni e i suoi discorsi perentori contro il marxismo, convinzioni che sono proprio all'origine dei suoi fallimenti cronici.

[6] È vero che, in molti paesi, queste caratteristiche ricoprono parzialmente l’appartenenza di classe. Per esempio, in molti paesi del Terzo Mondo, in particolare in Africa, la classe dominante recluta la maggior parte dei suoi membri da questo o quel gruppo etnico: tuttavia, ciò non significa che tutti i membri di questo gruppo etnico siano sfruttatori, tutt'altro. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, i WASP (protestanti anglosassoni bianchi) sono proporzionalmente i più rappresentati nella borghesia: ciò non impedisce l’esistenza di una borghesia nera (Colin Powell, capo di Stato maggiore, è nero) né di una moltitudine di “piccoli bianchi” che lottano contro la povertà. 

[7] "Sovrano ,... siamo venuti a te per chiedere giustizia e protezione. (...) Ordina e giura di soddisfarli [i nostri bisogni principali], e tu renderai la Russia potente e gloriosa, imprimerai il tuo nome nei nostri cuori, nel cuore dei nostri figli e nipoti, per sempre". Ecco i termini in cui è stata indirizzata la petizione operaia allo Zar di tutte le Russie. Va precisato, tuttavia, che questa petizione affermava anche che: “Il limite della pazienza è stato raggiunto; per noi è giunto il momento terribile in cui la morte è meglio del prolungarsi di tormenti insopportabili. (...) Se rifiuterai di ascoltare la nostra supplica, moriremo qui, in questa piazza, davanti al tuo palazzo".

[8] Questo possesso non assume necessariamente, come abbiamo visto con lo sviluppo del capitalismo di Stato, e particolarmente nella sua versione stalinista, la forma di proprietà individuale, personale (e per esempio trasmissibile per via ereditaria). È sempre più collettivamente che la classe capitalista “possiede” (nel senso che ne dispone, li controlla, ne trae beneficio) i mezzi di produzione, anche quando questi ultimi sono controllati dallo Stato.

[9] La piccola borghesia non è una classe omogenea. Esistono molteplici varianti e non tutte dispongono di mezzi materiali di produzione. Così, ad esempio, gli attori cinematografici, gli scrittori, gli avvocati appartengono a questa categoria sociale senza disporre di strumenti specifici. I loro “mezzi di produzione” risiedono nella conoscenza o nel “talento” che usano nel loro lavoro. 

[10] Il servo non era la semplice “cosa” del signore. Collegato alla sua terra, era venduto con essa (cosa in comune con lo schiavo). Originariamente però esisteva un "contratto" tra il servo e il signore: quest'ultimo, che possedeva armi, gli assicurava protezione in cambio della lavorazione, da parte del servo, delle terre signorili (le corvées) o del versamento di una parte dei suoi raccolti.

[11] Vedere “Il comunismo non è un ideale..., I, Dal comunismo primitivo al socialismo utopico”, Révue Internationale n°68, 1° quadrimestre 1992.

[12] Vedere in particolare il nostro opuscolo su La decadenza del capitalismo.

[13] A questo proposito vedere nell’articolo “Il comunismo non è un bell’ideale…” nella Révue internationale n. 72, il modo in cui la crisi di sovrapproduzione esprime il fallimento del capitalismo.

[14] Vedere a questo proposito “Il comunismo non è un bell'ideale…” nella Révue internationale n°68

[15] Owen fu uno di loro che, inizialmente grande industriale tessile, fece diversi tentativi, sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, di creare comunità che finirono per disgregarsi davanti alle leggi capitaliste. Contribuì tuttavia alla nascita delle Trade Unions, i sindacati britannici. Gli utopisti francesi ebbero ancor meno successo nelle loro imprese. Per anni, Fourier attese ogni giorno nel suo ufficio, invano, che comparisse il mecenate che avrebbe finanziato la sua città ideale, e i tentativi di costruire “falansteri” da parte dei suoi discepoli (soprattutto negli Stati Uniti) si rivelarono dei disastrosi fallimenti economici. Quanto alle dottrine di Saint-Simon, se ebbero maggior successo, fu perché erano il credo di tutta una serie di uomini della borghesia, come i fratelli Pereire, fondatori di una banca, o Ferdinand de Lesseps, il costruttore del canale di Suez.

[16] Esiste un proletariato agricolo il cui unico mezzo di esistenza è vendere la propria forza lavoro ai proprietari della terra in cambio di un salario. Questa parte di contadini appartiene alla classe operaia e ne costituirà, al momento della rivoluzione, la sua testa di ponte nelle campagne. Tuttavia, vivendo il suo sfruttamento come conseguenza della "sfortuna" che lo ha privato dell'eredità della terra, o che gli ha assegnato un appezzamento troppo piccolo, l'operaio agricolo, che spesso è stagionale o sfruttato in un'azienda agricola di famiglia, tende, il più delle volte, ad aggrapparsi al sogno di possedere una proprietà e una migliore condivisione delle terre. Solo la lotta, in fase avanzata, del proletariato urbano gli permetterà di allontanarsi da queste chimere offrendogli come prospettiva la socializzazione della terra allo stesso modo degli altri mezzi di produzione.

[17] Ciò non impedisce che, durante il periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, il raggruppamento dei piccoli proprietari terrieri in cooperative potrebbe costituire un passo verso la socializzazione della terra, in particolare consentendo loro di superare l’individualismo derivante dal loro ambiente di lavoro. 

[18] Ciò che è vero per i contadini è ancora più vero per gli artigiani, il cui posto nella società è stato ridotto in modo ancora più radicale rispetto ai primi. Quanto alle libere professioni (medici privati, avvocati, ecc.), il loro status sociale e il loro reddito (che li fa guardare con invidia alla borghesia) non li incoraggiano in alcun modo a mettere in discussione l'ordine esistente. Quanto agli studenti, la cui stessa definizione indica che non hanno ancora posto nell'economia, il loro destino è quello di dividersi tra le diverse classi da cui provengono per origine familiare o alle quali sono destinati.

[19] Agli albori dello sviluppo della classe operaia, alcuni suoi settori, rimasti disoccupati a causa dell'introduzione di nuove macchine, avevano rivolto la loro rivolta contro queste macchine distruggendole. Questo tentativo di riportare indietro l'orologio (luddismo) era solo una forma embrionale della lotta operaia, che fu rapidamente superata dallo sviluppo economico e politico del proletariato.

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