Prima Guerra mondiale, conferenza di Zimmerwald: le correnti centriste nelle organizzazioni politiche del proletariato

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L'articolo che segue è un contributo del compagno MC scritto in occasione del dibattito interno sviluppatosi negli anni 1980 per combattere certe posizioni centriste verso il consiliarismo che si erano sviluppate in seno alla CCI. MC è la firma di Marc Chirik (1907-1990), ex-militante della Gauche communiste (Sinistra comunista) e principale membro fondatore della CCI (vedere la Rivista Internazionale nn. 61 e 62[1]).

Può sembrare strano che un testo il cui titolo fa riferimento alla Conferenza di Zimmerwald tenutasi a settembre 1915 contro la guerra imperialista sia stato scritto nel contesto di un dibattito interno alla CCI sulla questione del consiliarismo. In realtà, come il lettore potrà constatare, questo dibattito è arrivato ad  affrontare questioni più generali già poste cent’anni fa e che ancora oggi conservano tutta la loro attualità. 

Abbiamo reso conto di questo dibattito sul centrismo verso il consiliarismo nei numeri da 40 a 44 della Rivista Internazionale (1985/86). In particolare, rinviamo il lettore al n°42 della Rivista dove l'articolo "Gli scivolamenti centristi verso il consiliarismo" offre la presentazione delle origini e dell'evoluzione di tale dibattito, presentazione riassunta qui di seguito affinché siano meglio comprensibili certi aspetti della polemica di MC.

All'epoca del V congresso della CCI, e soprattutto in seguito a questo, in seno all'organizzazione si era sviluppata una serie di confusioni nell'analisi della situazione internazionale, ed in  particolare una posizione che, sulla questione della presa di coscienza del proletariato, riprendeva le posizioni consiliariste. Queste posizioni erano difese principalmente dai compagni della sezione in Spagna (nominata "AP" nel testo di MC) dal nome della pubblicazione di questa sezione, Acción Proletaria.

"I compagni che si sono identificati con queste analisi pensano di essere in accordo con le concezioni classiche del marxismo (e dunque della CCI) sul problema della coscienza di classe. In particolare, essi non hanno rigettato per niente in modo esplicito la necessità di un'organizzazione dei rivoluzionari nello sviluppo di quest'ultima. Ma, di fatto, sono stati indotti a far loro una visione consiliarista:

- facendo della coscienza un unico elemento determinato e mai determinante della lotta di classe; 

- considerando che 'il solo ed unico crogiolo della coscienza di classe, è la lotta di massa ed aperta', ciò che non lascia alcun posto alle organizzazioni rivoluzionarie; 

- negando ogni possibilità per queste di perseguire un lavoro di sviluppo e di approfondimento della coscienza di classe nei momenti di riflusso della lotta.

La maggiore ed unica differenza tra questa visione ed il consiliarismo è che quest'ultimo alla fine del suo percorso arriverà a rigettare esplicitamente la necessità delle organizzazioni comuniste, mentre i nostri compagni non si sono spinti fino a questo punto". 

Uno dei temi maggiori di questo percorso, è stato il rigetto della nozione di "maturazione sotterranea della coscienza" che, nei fatti, esclude la possibilità per le organizzazioni rivoluzionarie di sviluppare ed approfondire la coscienza comunista all'infuori delle lotte aperte della classe operaia.

Appena apprese questo punto di vista dai documenti che lo esprimevano, il nostro compagno MC scrisse un contributo per combatterlo. Nel gennaio 1984, la riunione plenaria dell'organo centrale della CCI adottò una risoluzione che prese posizione sulle analisi erronee espresse precedentemente, in particolare sulle concezioni consiliariste:

"Quando fu adottata questa risoluzione, i compagni della CCI che avevano sviluppato la tesi della 'non maturazione sotterranea' con tutte le sue implicazioni consiliariste si resero conto del loro errore. Perciò si pronunciarono fermamente in favore di questa risoluzione ed in particolare sul suo punto 7 che aveva come funzione specifica il rigetto delle analisi che loro avevano elaborato precedentemente. Tuttavia, da parte di altri compagni sorsero dei disaccordi proprio sul punto 7 che li condussero o a rigettarlo in blocco, o a votarlo 'con riserva' rigettando alcune delle sue formulazioni. Si vide dunque apparire nell'organizzazione un atteggiamento che, senza sostenere apertamente le tesi consiliariste, che la risoluzione condannava, agiva da scudo, da ombrello a queste tesi rifiutandone la condanna o attenuandone la portata. Di fronte a questo atteggiamento, l'organo centrale della CCI fu costretto ad adottare nel marzo '84 una risoluzione che ricordava le caratteristiche:

a) dell'opportunismo in quanto manifestazione della penetrazione dell'ideologia borghese nelle organizzazioni proletarie e che si esprime particolarmente per:

            - un rigetto o un'occultazione dei principi rivoluzionari e del quadro generale delle analisi marxiste; 

            - una mancanza di fermezza nella difesa di questi principi;

b) del centrismo in quanto forma particolare dell'opportunismo caratterizzato da:

- una fobia rispetto alle posizioni sincere, taglienti, intransigenti, che si spingono fino in fondo nelle loro implicazioni;

- l'adozione sistematica di posizioni intermedie tra posizioni opposte;

- una tendenza alla conciliazione tra queste posizioni;

- la ricerca di un ruolo d’arbitraggio tra queste;

- la ricerca dell'unità dell'organizzazione ad ogni costo ivi compreso quello della confusione, di concessioni sui principi, della mancanza di rigore, di coerenza e di continuità nelle analisi.' (…)

E la risoluzione concluse "che al momento in seno alla CCI esiste una tendenza al centrismo - e cioè alla conciliazione ed alla mancanza di fermezza - riguardo al consiliarismo". (Rivista Internazionale n.42, "Gli scivolamenti centristi verso il consiliarismo"). 

Di fronte a quest'analisi, un certo numero di "riservisti", piuttosto che prendere in considerazione in modo serio e rigoroso le analisi dell'organizzazione, preferì, adottando di fatto un comportamento tipicamente centrista, evitare le vere questioni dedicandosi a tutta una serie di contorsioni tanto spettacolari quanto penose. Il testo di McIntosh, al quale risponde il contributo di MC che pubblichiamo di seguito, è un'illustrazione flagrante di questo gioco di prestigio nel tentativo di difendere una tesi molto semplice (ed inedita): non può esistere un centrismo verso il consiliarismo nella CCI perché il centrismo non può esistere nel periodo di decadenza del capitalismo.

"Trattando nel suo articolo solo il problema del centrismo in generale e nella storia del movimento operaio senza riferirsi mai al modo con cui è stata posta la domanda nella CCI, evitò di portare a conoscenza del lettore il fatto che questa scoperta (di cui è l'autore) della non esistenza del centrismo nel periodo di decadenza fu ben accetta ai compagni "riservisti", che, all'epoca del voto della risoluzione di gennaio '84, si erano astenuti o avevano espresso alcune "riserve". La tesi di McIntosh alla quale si erano uniti all'epoca della costituzione della "tendenza", permise loro di ritrovare delle forze contro l'analisi della CCI sugli slittamenti centristi verso il consiliarismo di cui erano vittime, sfinendosi vanamente nel tentativo di dimostrare (uno dopo l'altro o simultaneamente) che "il centrismo è la borghesia", "esiste un pericolo di centrismo nelle organizzazioni rivoluzionarie ma non nella CCI", "il pericolo centrista esiste nella CCI ma non a riguardo del consiliarismo" (Rivista Internazionale n.43, "Il rigetto della nozione di "centrismo: la porta aperta all’abbandono delle posizioni di classe").

Così, come detto sopra, sebbene il dibattito del 1985 abbia avuto origine sulla questione del consiliarismo in quanto corrente e visione politica, si è poi allargato alla questione più generale del centrismo in quanto espressione del modo attraverso cui le organizzazioni della classe operaia subiscono l'influenza dell'ideologia dominante della società borghese. Come sottolinea MC nel seguente articolo, il centrismo in quanto tale non può sparire finché esiste la società di classe.

L'interesse di questo articolo pubblicato oggi all'esterno consiste innanzitutto nel fatto che esso riporta alla storia della Prima Guerra mondiale (questione che affrontiamo sotto differenti aspetti nella Revue Internationale dal 2014) ed in particolare sul ruolo dei rivoluzionari e sullo sviluppo della coscienza nella classe operaia e nella sua avanguardia di fronte a questo avvenimento. La conferenza di Zimmerwald, tenutasi 100 anni fa a settembre, fa parte della nostra storia, ma illustra anche in modo molto significativo le difficoltà e le esitazioni dei partecipanti a rompere non solo con i partiti traditori della Seconda Internazionale ma anche con tutta l'ideologia conciliatrice e pacifista con cui si sperava mettere fine alla guerra senza lanciarsi nella lotta esplicitamente rivoluzionaria contro la società capitalista che l'aveva generata. Ecco come Lenin presentava la questione nel 1917: 

"Tre tendenze si sono delineate in tutti i paesi, in seno al movimento socialista ed internazionale, da oltre due anni di  guerra ... Queste sono:

1) I social-sciovinisti, socialisti a parole, sciovinisti nei fatti (...) Questi sono i nostri avversari di classe. Sono passati alla borghesia (...).

2) La seconda tendenza e quella detta del "centro" che esita tra i social-sciovinisti ed i veri internazionalisti (...) Il 'centro', è il regno dell’espressione piccolo-borghese piena di buone intenzioni, dell'internazionalismo a parole, dell'opportunismo pusillanime e nei fatti della compiacenza per i social-sciovinisti. Il fondo della questione è che il 'centro' non è convinto della necessità di una rivoluzione contro il suo governo, non persegue una lotta rivoluzionaria intransigente, inventa per sottrarvisi le più false e banali vie di fuga, sebbene a risonanza archeo-'marxiste' (...) Il principale leader e rappresentante del 'centro' è Karl Kautsky che godeva nella 2a Internazionale (1889-1914) della più alta autorità e che dall'agosto 1914 offre l'esempio di un rinnegamento completo del marxismo, di un'accidia inaudita, di penose esitazioni e tradimenti.

3) La terza tendenza è quella dei veri internazionalisti che rappresenta il meglio de 'la sinistra di Zimmerwald'. Tuttavia, sarebbe più corretto dire, nel contesto di Zimmerwald, che la destra è rappresentata non dai "social-sciovinisti", per riprendere il termine di Lenin, ma da Kautsky ed amici - tutti quelli che formeranno più tardi la destra dell'USPD - mentre la sinistra è costituita dai bolscevichi ed il centro da Trotsky e dal gruppo Spartakus di Rosa Luxemburg. Il processo che conduce verso la rivoluzione in Russia ed in Germania è segnato proprio dal fatto che una grande parte del "centro" viene guadagnata alle posizioni bolsceviche.

In seguito, il termine centrismo non sarà utilizzato allo stesso modo da tutte le correnti politiche. Per i bordighisti, per esempio, Stalin e gli stalinisti negli anni 1930 erano comunque ritenuti "centristi", essendo considerata la politica di Stalin come "centro" tra le Sinistre dell'Internazionale (ciò che oggi si chiama la Sinistra comunista intorno a Bordiga e Pannekoek in particolare) e la Destra di Bukharin. Bilan ha mantenuto questa denominazione fino alla Seconda Guerra mondiale. Per la CCI, facendo suo il passo di Lenin, il termine centrista designa l'oscillazione tra la sinistra (rivoluzionaria) e la destra (opportunista, ma ancora appartenente al campo proletario): dunque lo stalinismo col suo programma del "socialismo in un solo paese" non è né centrista né opportunista, ma fa parte del campo nemico - del capitalismo. Come precisa l'articolo seguente, "il centrismo" non rappresenta una corrente politica su delle posizioni specifiche, piuttosto una tendenza permanente in seno alle organizzazioni politiche della classe operaia, nel cercare un "giusto campo" tra le posizioni rivoluzionarie intransigenti e quelle che rappresentano una forma di conciliazione verso la classe dominante. 

Il centrismo visto da (MIC) McIntosh

Nel mio articolo "Il centrismo e la nostra tendenza informale" apparso sul precedente numero del Bollettino interno internazionale (116), ho cercato di dimostrare l'inconsistenza delle affermazioni di McIntosh concernente la definizione del centrismo nella 2a Internazionale.

Abbiamo potuto assistere alla confusione generata da McIntosh:

- identificando il centrismo al riformismo;

- riducendo il centrismo ad una base sociale che sarebbe costituita da "funzionari e permanenti dell'apparato della socialdemocrazia e sindacati" (la burocrazia);

- sostenendo che la "sua base politica" è data dall'esistenza di un "programma preciso" fisso;

- proclamando che l'esistenza del centrismo è legata esclusivamente ad un periodo determinato del capitalismo, il periodo ascendente; 

- ignorando completamente la persistenza nel proletariato della mentalità e di idee borghesi e piccolo-borghesi (l'immaturità della coscienza), di cui quest’ultimo fa grande fatica a liberarsi;

- trascurando la costante penetrazione dell'ideologia borghese e piccolo-borghese in seno alla classe operaia; 

- eludendo totalmente il problema di un processo possibile di degenerazione di un'organizzazione proletaria. 

Ricordiamo questi punti, non semplicemente per riassumere l'articolo precedente ma anche perché molti di questi punti ci saranno necessari per smontare la nuova teoria di McIntosh sulla non esistenza del centrismo nel movimento operaio nel periodo di decadenza del capitalismo. (…)

Il centrismo nel periodo di decadenza

McIntosh basa la sua affermazione che non possa esistere una  corrente centrista nel periodo di decadenza sul fatto che con il cambiamento di periodo lo spazio occupato una volta (nel periodo ascendente) dal centrismo è oramai occupato dal capitalismo, in particolare dal capitalismo di Stato. Ciò è solo parzialmente vero. È vero per certe posizioni politiche difese una volta dal centrismo, ma è falso per quanto concerne "lo spazio" che separa il programma comunista del proletariato dall'ideologia borghese. Questo spazio (che rappresenta un terreno per il centrismo) determinato dall'immaturità (o dalla maturità) della coscienza di classe e dalla forza di penetrazione dell'ideologia borghese e piccolo-borghese nel suo seno, può tendere a restringersi, ma non sparire finché esistono le classi e, soprattutto, finché la borghesia resta la classe dominante della società. Ciò è valido  anche dopo la vittoria della rivoluzione, perché, finché possiamo parlare del proletariato come classe, vuole dire che esistono anche altre classi nella società e dunque l'influenza della loro ideologia sulla classe operaia. Tutta la teoria marxista sul periodo di transizione è fondata sul fatto che, contrariamente alle altre rivoluzioni nella storia, la rivoluzione proletaria non chiude il periodo di transizione ma lo apre. Solo gli anarchici, ed in parte i consiliaristi, pensano che con la rivoluzione si salta, direttamente a piedi uniti, dal capitalismo al comunismo. Per i marxisti la rivoluzione non è che la condizione preliminare che dà la possibilità di realizzare il programma comunista della trasformazione sociale in una società senza classi. Questo programma comunista è difeso dalla minoranza rivoluzionaria organizzata in partito politico contro le posizioni delle altre correnti ed organizzazioni politiche che si trovano nella classe e che sono sul campo di classe, e ciò, prima, durante e dopo la vittoria della rivoluzione.

A meno di considerare che tutta la classe sia già comunista cosciente o lo diventi di colpo con la rivoluzione, ciò che renderebbe superflua, se non nociva, l'esistenza di ogni organizzazione politica nella classe (se non, al massimo, un'organizzazione con una funzione rigorosamente pedagogica, come sostiene il consiliarismo di Pannekoek) o decretare che la classe non può avere nel suo seno che un partito unico (come sostengono i bordighisti arrabbiati) dobbiamo, lo si voglia o no, riconoscere l'inevitabile esistenza nel proletariato, accanto all'organizzazione del partito comunista, di organizzazioni politiche confuse, più o meno coerenti, che veicolano idee piccolo-borghesi e che fanno certe concessioni politiche ad ideologie estranee alla classe. Dire ciò significa riconoscere l'esistenza in seno alla classe, in tutti i periodi, di tendenze centriste, E ciò perché il centrismo non è nient'altro che la persistenza nella classe di correnti politiche con programmi confusi, incongrui, incoerenti, che veicolano posizioni derivanti da ideologie piccolo-borghesi facendo a quest’ultime concessioni che oscillano tra queste ideologie e la coscienza storica del proletariato e che tentano continuamente di conciliarle.

Per il fatto che il centrismo non può essere definito in base ad un "programma preciso" (che non può avere), noi possiamo comprendere la sua esistenza permanente con la capacità di adattarsi ad ogni particolare situazione, di cambiare posizione in base alle circostanze del rapporto di forze esistente tra le classi. 

Se parlare di centrismo in generale è un non senso, in astratto di una "base sociale" propria o di un "programma specifico preciso" ma che bisogna collocarlo rispetto ad altre correnti politiche più stabili (all'occorrenza, nel dibattito attuale, rispetto al consiliarismo), dobbiamo invece parlare di una costanza del comportamento politico che lo caratterizza: l’oscillare, l’evitare di prendere una posizione chiara e conseguente. (…)

Prendiamo un (…) esempio concreto (…) che definisce il comportamento centrista: McIntosh talvolta si riferisce nel suo testo alla polemica Kautsky-Rosa Luxemburg del 1910. Come è cominciata questa polemica? È cominciata da un articolo, scritto da Rosa contro la politica e la pratica opportunista della direzione del partito socialdemocratico, che oppone a quest’ultima la politica rivoluzionaria dello sciopero di massa. Kautsky, in qualità di direttore della Neue Zeit, organo teorico della socialdemocrazia, si rifiuta di pubblicare quest'articolo con il pretesto che, pure condividendo l'idea generale dello sciopero di massa, considera in quel preciso momento questa politica inadeguata, e ciò richiederebbe necessariamente una sua risposta ed una discussione tra due membri della tendenza marxista radicale di fronte alla destra del partito, cosa che lui considera completamente spiacevole. Davanti a questo rifiuto, Rosa pubblica il suo articolo nel Dortmunder Arbeiter Zeitung e ciò obbliga Kautsky a rispondere ed ad imbarcarsi nella polemica che conosciamo.

Quando a settembre ho annunciato, nel SI , la mia intenzione di scrivere un articolo che mettesse in luce il percorso consiliarista dei testi di AP, la compagna JA ha cominciato a chiedere delle spiegazioni sul contenuto e l'argomentazione di quest’articolo. Date queste spiegazioni, la compagna JA ha trovato l’articolo inopportuno e ha suggerito di aspettare che il SI si mettesse innanzitutto d’accordo. In altre parole a "correggerlo" prima di pubblicarlo, in modo tale che il SI nel suo insieme potesse firmarlo. Davanti a questo tipo di correzione, in cui si trattava di smussare gli angoli ed imbrogliare le carte, ho preferito pubblicarlo a mio nome. Una volta pubblicato, JA ha trovato quest’articolo assolutamente deplorevole per il fatto che avrebbe determinato agitazione nell'organizzazione. Fortunatamente JA non era la direttrice (del Bollettino interno) come lo era Kautsky [per la Neue Zeit] e non aveva il suo potere, altrimenti l'articolo non sarebbe mai stato pubblicato. Pertanto a distanza di 75 anni e di cambiamento di periodo (ascendente e decadente, ed ora stiamo in quest’ultimo) il centrismo pur cambiando faccia e posizione ha conservato lo stesso spirito e lo stesso atteggiamento: evitare di sollevare certi dibattiti per "non turbare" l'organizzazione.

In uno dei miei primi articoli polemici contro i riservisti ho detto che il periodo di decadenza è per eccellenza il periodo di manifestazione del centrismo. Un semplice colpo d'occhio sulla storia di questi 70 anni ci farà constatare immediatamente che in nessun altro periodo nella storia del movimento operaio il centrismo si  è manifestato con tanta forza, con tante varianti e come non sia stato altrettanto devastante quanto in questo periodo di decadenza del capitalismo. Non possiamo essere  che  in assoluto accordo con la giusta definizione data da Bilan: che un'Internazionale non tradisce come tale ma muore, sparisce, smette di esistere e che sono i partiti divenuti "nazionali" a passare ciascuno dal lato della propria borghesia nazionale. Così, è fin dall'indomani del 4 agosto 1914, quando i partiti socialisti dei paesi belligeranti firmarono il loro tradimento votando i crediti di guerra, che cominciò a svilupparsi, in ogni paese, accanto alle piccole minoranze rimaste fedeli all'internazionalismo, un'opposizione sempre più numerosa, in seno ai partiti socialisti ed ai sindacati, contro la guerra e la politica di difesa nazionale. In Russia abbiamo i menscevichi internazionalisti di Martov e il gruppo di Trotsky. In Germania lo sviluppo dell'opposizione alla guerra la fa espellere dal partito SD per dare nascita all'USPD, in Francia abbiamo il gruppo sindacalista-rivoluzionario La Vie ouvrière (La Vita operaia) di Monatte, Rosmer e Merrheim, la maggioranza del partito socialista d'Italia e della Svizzera, ecc., ecc. Tutto ciò costituisce una corrente variegata pacifista-centrista incoerente che oppone alla guerra il nome della pace e non quello del disfattismo rivoluzionario e della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Fu questa corrente centrista che organizzò la conferenza socialista contro la guerra a Zimmerwald nel 1915 (dove la sinistra rivoluzionaria intransigente rappresentava una piccola minoranza ridotta ai Bolscevichi russi, i tribunisti olandesi ed i radicali di Brema in Germania) e quella di Kienthal nel 1916 ancora largamente dominata dalla corrente centrista, dove infine gli Spartakisti di Rosa e di Liebknecht raggiunsero la sinistra rivoluzionaria. Questa corrente centrista non pose in alcun modo la questione della rottura immediata con i partiti socialisti diventati partiti social-sciovinisti e anche guerrafondai, ma il problema del loro raddrizzamento in un'ottica di unità organizzativa.

La rivoluzione, iniziata a febbraio 17 in Russia trova un partito bolscevico (e dei soviet di operai e soldati che sostengono il governo Kerenski-Milioukov nella sua quasi totalità) in una posizione di sostegno condizionato al governo borghese di Kerenski. L'entusiasmo generale produsse nella classe operaia nel mondo intero, in seguito alla vittoria della rivoluzione d'Ottobre, un avanzamento che comunque non supererà di molto lo sviluppo di un'immensa corrente fondamentalmente centrista. I partiti ed i gruppi che costituiranno ed aderiranno all'Internazionale Comunista erano in grande maggioranza dei partiti ancora profondamente contrassegnati dal centrismo. Fin dal 1920 si noteranno i primi segni d'affanno della prima ondata rivoluzionaria che decrescerà rapidamente. Ciò si manifesterà sul piano politico con uno scivolamento centrista già molto visibile al 2° Congresso dell'IC, con la presa di posizioni ambigue ed erronee su questioni importanti come quella del sindacalismo, del parlamentarismo, dell'indipendenza e dell'auto-determinazione nazionale. Di anno in anno, l'IC ed i partiti comunisti che la costituiscono subiranno ad un ritmo accelerato un arretramento verso posizioni centriste e la degenerazione; le tendenze rivoluzionario-intransigenti, diventate velocemente minoritarie nei partiti comunisti, saranno a turno espulse da questi partiti e loro stesse subiranno l'impatto della cancrena centrista come accadde con differenti opposizioni generate dall'IC, in particolare l'opposizione di sinistra di Trotsky, che alla fine varcheranno le frontiere di classe con la guerra di Spagna e la 2a Guerra mondiale in nome dell'antifascismo e della difesa dello Stato operaio degenerato in Russia. Ogni piccola minoranza che restò fermamente sul campo di classe e del comunismo, come la Gauche Communiste Internationale (Sinistra Comunista Internazionale) e la Sinistra olandese subirà comunque il contraccolpo di questo periodo nero anche all'indomani della guerra, alcuni come i bordighisti si sclerotizzeranno gravemente in una regressione politica, altri, come la sinistra olandese, si decomporranno in un consiliarismo completamente degenerato. Bisogna aspettare la fine degli anni 60, con l'annuncio della crisi aperta e di una ripresa della lotta classe, per assistere alla ricomparsa di piccoli gruppi rivoluzionari che, cercando di liberarsi dall'immensa confusione del 68, cominceranno  faticosamente a riannodarsi col filo storico del marxismo-rivoluzionario.

(…) Bisogna essere veramente colpiti da cecità universitaria per non vedere questa realtà. Bisogna ignorare completamente la storia del movimento operaio di questi 70 anni, dal 1914, per affermare perentoriamente, come ha fatto McIntosh, che il centrismo non esiste e non potrebbe esistere nel periodo di decadenza.

La magniloquente fraseologia radicale, le finte indignazioni, non potrebbe reggere nemmeno per un momento ad un argomento serio. 

Certo è più comodo fare la politica dello struzzo, chiudendo gli occhi per non vedere la realtà ed i suoi pericoli, per poterli più facilmente negare. In tal modo ci si rassicura senza sforzi e ci si risparmiano molte  riflessioni complesse. Questo non è il metodo di Marx che scriveva "I comunisti non vengono a consolare la classe operaia; ma per renderla ancora più miserabile nel renderla cosciente della sua miseria". McIntosh segue la prima via negando puramente e semplicemente, per la sua tranquillità e contro ogni evidenza, l'esistenza del centrismo nel periodo di decadenza. Per i marxisti quali noi dobbiamo essere si tratta di seguire l'altra via: aprire bene gli occhi per riconoscere la realtà, comprenderla e comprenderla nella sua dinamica e complessità. Tocca a noi spiegare possibilmente il perché il periodo di decadenza è innegabilmente anche un periodo che vede lo sviluppo di tendenze centriste.

Il periodo di decadenza del capitalismo ed il proletariato 

(…) Il periodo di decadenza è l'entrata in una crisi storica, permanente, oggettiva, del sistema capitalista, che pone così il dilemma storico: la sua autodistruzione, e con lui la distruzione di tutta la società, o la distruzione di questo sistema per fare posto ad una nuova società senza classi, la società comunista. L'unica classe in grado di realizzare questo grandioso progetto di salvezza per l'umanità è il proletariato il cui interesse a liberarsi dallo sfruttamento lo spinge in una lotta a morte contro questo sistema di schiavismo salariale capitalista e che, d'altra parte, non può emanciparsi se non emancipando tutta l'umanità.

Contrariamente: 

- alla teoria che è la lotta operaia che determina la crisi del sistema economico del capitalismo (GLAT); 

- alla teoria che ignora la crisi permanente storica e riconosce solamente crisi congiunturali e cicliche che offrono la possibilità della rivoluzione e, in mancanza della sua vittoria, permette un nuovo ciclo di sviluppo del capitalismo, anche all'infinito (A. Bordiga); 

- alla teoria pedagogica per la quale la rivoluzione non è legata ad una questione di crisi del capitalismo ma dipende dall'intelligenza degli operai acquisita durante le loro lotte (Pannekoek);

noi affermiamo con Marx che una società non sparisce finché non ha esaurito tutte le possibilità di sviluppo che essa contiene. Affermiamo con Rosa Luxemburg che è la maturazione delle contraddizioni interne al capitale a determinare la sua crisi storica, condizione obiettiva della necessità della rivoluzione. Affermiamo con Lenin che non basta che il proletariato non voglia più essere sfruttato, ma occorre ancora che il capitalismo non possa più vivere come prima.

La decadenza è il crollo del sistema capitalista sotto il peso delle sue contraddizioni interne. La comprensione di questa teoria è indispensabile per comprendere le condizioni in cui quest’ultime si svolgono ed in cui si svolge la rivoluzione proletaria.

A questa entrata in decadenza del suo sistema economico, che la scienza economica borghese non poteva né prevedere né comprendere, il capitalismo - senza potere dominare questa evoluzione obiettiva - ha risposto attraverso un'estrema concentrazione di tutte le sue forze politiche, economiche e militari con il capitalismo di Stato, sia per fare fronte all'esacerbazione estrema delle tensioni inter-imperialistiche che, soprattutto, per far fronte alla minaccia dell'esplosione della rivoluzione proletaria della quale aveva appena preso conoscenza con lo scoppio della rivoluzione russa nel 1917. Se l'entrata in decadenza significa la maturità storica oggettiva della necessità della scomparsa del capitalismo, non è così per quanto riguarda   la maturazione della condizione soggettiva (la presa di coscienza per il proletariato) per poterla realizzare. Questa condizione è indispensabile perché, come dicevano Marx ed Engels: la storia non fa niente da sé stessa, sono gli uomini (le classi) che fanno la storia.

Al contrario, sappiamo che a differenza di tutte le rivoluzioni passate nella storia in cui la presa di coscienza delle classi che dovevano compierle ha giocato sempre un ruolo di secondo piano, per il fatto che si trattava solamente di un cambiamento di sistema di sfruttamento attraverso un altro sistema di sfruttamento, la rivoluzione socialista che segna la fine di ogni sfruttamento dell'uomo sull'uomo e di tutta la storia delle società di classi, esige e pone come condizione fondamentale l'azione cosciente della classe rivoluzionaria. Ora il proletariato non è solamente la classe a cui la storia impone la più grande esigenza mai posta ad alcun’altra classe né all'umanità, un compito che supera tutti i compiti che l'umanità abbia mai potuto affrontare, il salto dalla necessità alla libertà, ma anche quella che si trova davanti alle più grandi difficoltà. Ultima classe sfruttata, essa rappresenta tutte le classi sfruttate della storia di fronte a tutte le classi sfruttatrici rappresentate dal capitalismo.  

È la prima volta nella storia che una classe sfruttata è portata ad assumere la trasformazione sociale e, di più, una trasformazione che porta in sé il destino ed il divenire di tutta l'umanità. In questa lotta titanica, il proletariato inizialmente si presenta in uno stato di debolezza, stato inerente ad ogni classe sfruttata, aggravato dalla pressione su di lui esercitata dalle debolezze di tutte le generazioni morte delle classi sfruttate: mancanza di coscienza, mancanza di convinzione, mancanza di fiducia, che hanno paura di ciò che osano pensare ed intraprendere, abitudine millenaria di sottomissione alla forza ed all'ideologia delle classi dominanti. È per tale motivo che, contrariamente al percorso delle altre classi che procede di vittoria in vittoria, la lotta del proletariato è fatta di avanzamenti e di indietreggiamenti e che solo in seguito ad una lunga serie di sconfitte giunge alla sua vittoria finale.

(…) Questo susseguirsi di avanzamenti ed indietreggiamenti della lotta del proletariato, di cui Marx ha già parlato all'indomani degli avvenimenti rivoluzionari del 1848, non fa che accentuarsi ed accelerarsi nel periodo di decadenza, per la stessa barbarie di questo periodo che pone al proletariato la questione della rivoluzione in termini più concreti, più pratici, più drammatici, e ciò si traduce, al livello della presa di coscienza della classe anche in un movimento accelerato e turbolento come lo scatenarsi delle onde in un mare agitato.

Sono queste condizioni (una realtà che vede la maturità delle condizioni obiettive e l'immaturità delle condizioni soggettive) che determinando le turbolenze nella classe danno nascita ad una moltitudine di correnti politiche diversificate e contraddittorie, convergenti e divergenti. Queste evolvendosi e regredendo, vanno a produrre in particolare le differenti varietà del centrismo.

La lotta contro il capitalismo è allo stesso tempo una lotta ed una decantazione politica all'interno della stessa  classe nel suo sforzo verso la presa di coscienza, e questo processo è tanto più violento e tortuoso quanto più si svolge sotto il fuoco alimentato dal nemico di classe.

Le uniche armi che il proletariato possiede nella sua mortale lotta  contro il capitalismo e che possono assicurargli la vittoria sono: la coscienza e la sua organizzazione. È in questo senso, e solo in  questo, che deve essere compresa la frase di Marx: "Non si tratta di sapere che scopo questo o quel proletario, o anche l'intero proletariato, si raffigura momentaneamente, ma sapere ciò che il proletariato è e ciò che sarà obbligato a fare storicamente, in conformità a questo essere".

(…) I consiliaristi interpretano questa frase di Marx nel senso che è ogni lotta operaia che produce automaticamente la presa di coscienza della classe, negando la necessità di una lotta teorico-politica sostenuta all’interno della classe (esistenza necessaria dell'organizzazione politico-rivoluzionaria). I nostri riservisti sono deragliati nella stessa direzione, all'epoca dei dibattiti al BI plenario di gennaio 84 e del voto del punto 7 della risoluzione.

Oggi, (per sottrarsi a questo primo deragliamento), allineandosi sulla tesi aberrante di McIntosh dell'impossibilità dell'esistenza delle correnti centriste nella classe nel periodo di decadenza, non fanno che perseguire lo stesso scivolamento, si contentano semplicemente di rivoltare la stessa moneta dal lato dell’altra faccia.

Dire che in questo periodo [di decadenza del capitalismo] non potrebbe esistere, né prima, né durante, né dopo la rivoluzione alcun tipo di centrismo in seno alla classe, è o considerare da idealista la classe come uniformemente cosciente, assolutamente omogenea e totalmente comunista (rendendo inutile la stessa esistenza di un partito comunista, come fanno i consiliaristi coerenti) o decretare che nella classe possa esistere un unico partito, al di fuori del quale qualsiasi altra corrente è per definizione controrivoluzionaria e borghese, che, per una curiosa svolta, giunge alle peggiori manifestazioni della megalomania del bordighismo. 

Le due principali tendenze della corrente centrista

Come già visto, la corrente centrista non si presenta come una corrente omogenea con "un programma specifico preciso". È la meno stabile delle correnti politiche, la meno coerente, al suo interno è combattuta da un lato dall’influenza attrattiva del programma comunista e dall'altro dall’ ideologia piccolo-borghese. Ciò è dovuto a due fonti che allo stesso tempo la generano e, che intersecandosi tra loro, l'alimentano:

1) l'immaturità della classe nel suo processo di presa di coscienza; 

2) la costante penetrazione dell'ideologia piccolo-borghese in seno alla classe. 

Queste cause vanno e spingono le correnti centriste verso due direzioni diametralmente opposte. 

In linea di massima è il rapporto di forze esistente tra le classi, in precisi periodi, flusso o riflusso della lotta di classe, a decidere il senso evolutivo o regressivo delle organizzazioni centriste. (…) McIntosh vede, nella sua congenita miopia, solo la seconda causa ed ignora magistralmente la prima, così come ignora le pressioni contrarie che vengono esercitate sul centrismo. Conosce il centrismo solo come "astrazione" e non nella realtà del suo divenire. McIntosh riconosce il centrismo solo quando quest'ultimo si è integrato definitivamente nella borghesia, in altre parole  quando il centrismo ha cessato di essere centrismo. E proprio perché fino a quel momento non è stato in grado di riconoscerlo che lascia esplodere la sua furia e la sua indignazione.

È proprio ciò che spiega la natura dell’accanimento delle nostre minoranze sul cadavere della bestia feroce, che esse non hanno combattuto da viva e che oggi si guardano bene dal riconoscerla e dal combatterla.

Esaminiamo, dunque, il centrismo alimentato dalla prima causa, e cioè dall'immaturità alla presa di coscienza delle posizioni di classe. Prendiamo l'esempio dell'USPD, la bestia nera scoperta oggi dalle nostre minoranze e diventata il loro cavallo di battaglia.

La mitologia persiana racconta che il diavolo, stanco dei suoi insuccessi nel combattere il Bene e il Male, ha deciso, un bel giorno, di cambiare tattica procedendo diversamente, aggiungendo smisuratamente bene al Bene. Così quando Dio ha dato agli uomini il Bene dell'amore e del desiderio carnale, aumentando ed esasperando questo desiderio, il diavolo ha fatto sì che gli uomini si crogiolassero nella lussuria e lo stupro. Parimenti quando Dio ha dato come un bene il vino, il diavolo aumentando il piacere del vino ha creato l'alcolismo.

La nostra minoranza oggi fa esattamente la stessa cosa. Nell'incapacità di difendere il suo scivolamento centrista rispetto al consiliarismo, cambia tattica. "Voi dite centrismo, ma centrismo è  la borghesia! Pretendendo di combattere il centrismo voi non fate che abilitarlo, collocandolo e dandogli il marchio di classe. Così localizzandolo nella classe voi vi fate il suo difensore ed i suoi apologeti".

Abile tattica di inversione di ruolo, riuscita perfettamente al diavolo. Purtroppo i nostri appartenenti alla minoranza non sono diavoli e tra le loro mani questa astuta tattica non può avere vita lunga. Chi, quale compagno può credere seriamente a questa assurdità che la maggioranza del BI plenario di gennaio '84 che ha scoperto e messo in evidenza l'esistenza di uno scivolamento centrista verso il consiliarismo nel nostro seno e, da un anno, non fa che combatterlo, sarebbe in realtà il difensore e l'apologeta del centrismo di Kautsky di 70 anni fa? I nostri stessi appartenenti alla minoranza non lo pensano. Cercano piuttosto di confondere il dibattito sul presente divagando sul passato.

Per ritornare alla storia dell'USPD bisogna cominciare ricordando lo sviluppo dell'opposizione alla guerra nella socialdemocrazia. La 'sacra unione' controfirmata dal voto unanime (eccetto il voto di Rühle) della frazione parlamentare dei crediti di guerra in Germania, stupefece molti membri di questo partito al punto di paralizzarli. La sinistra che darà nascita a Spartakus era ridotta ad un tale livello che il piccolo appartamento di Rosa risulterà grande per riunirsi all'indomani del 4 agosto 1914.

La sinistra non solo è ridotta, ma è anche divisa in più gruppi:

- la "sinistra radicale" di Brema che, influenzata dai Bolscevichi, spinge per l'uscita immediata dalla socialdemocrazia; 

- quelli che sono raggruppati intorno a piccoli bollettini e riviste come quella di Borchardt (vicino alla "sinistra radicale"); 

- i delegati rivoluzionari (il più importante dei gruppi) che raccolgono i rappresentanti sindacali delle fabbriche metallurgiche di Berlino e che si trovavano politicamente tra il centro e Spartakus;

- il gruppo Spartakus; 

- e poi infine il centro che darà nascita all'USPD. 

Inoltre, ciascuno dei gruppi non rappresenterà un'entità omogenea ma conoscerà delle suddivisioni in molteplici tendenze che sovrapponendosi ed intrecciandosi, si avvicineranno e si allontaneranno continuamente. L'asse principale di queste divisioni resterà tuttavia sempre la regressione verso la destra e l'evoluzione verso la sinistra. Ciò ci dà già un'idea delle perturbazioni che si produrranno nella classe operaia in Germania fin dall'inizio della guerra (punto critico del periodo di decadenza) e che andranno accelerandosi durante quest'ultima. È impossibile nei limiti di questo articolo dare dettagli sullo sviluppo dei numerosi scioperi e manifestazioni contro la guerra in Germania. Nessun altro paese belligerante ha conosciuto un tale sviluppo, nemmeno la Russia. Possiamo accontentarci di dare solo alcuni punti di riferimento, tra altri la ripercussione politica di queste turbolenze sulla frazione più destrorsa della SD, la frazione parlamentare.

Il 4 agosto 1914, 94 su 95 deputati votarono i crediti di guerra. Un solo voto contrario, quello di Rühle; lo stesso Karl Liebknecht, sottoponendosi alla disciplina di partito, votò a favore. A dicembre 1914, in occasione di un nuovo voto ai crediti, Liebknecht ruppe  con la disciplina e votò contro.

A marzo 1915, nuovo voto di bilancio ivi compreso i crediti di guerra. "Solo Liebknecht e Rühle voteranno contro, dopo che trenta deputati, in testa Haase e Ledebour (due futuri dirigenti dell'USPD), ebbero lasciato la sala" (O.K Flechtheim, Il partito comunista tedesco sotto la Repubblica di Weimar, Maspero, p. 38). Il 21 dicembre 1915, nuovo voto di crediti al Reichstag, F. Geyer dichiarò in nome di venti deputati del gruppo SD: "Rifiutiamo i crediti". "All'epoca di questo voto venti deputati rifiutarono i crediti e ventidue altri lasciarono la sala" (Ibid.).

Il 6 gennaio 1916, la maggioranza social-sciovinista del gruppo parlamentare espulse Liebknecht dalle sue file. Rühle solidarizzerà con lui e venne anche lui espulso. Il 24 marzo 1916, Haase rigettò, in nome della minoranza del gruppo SD al Reichstag, il bilancio di emergenza dello Stato; la minoranza pubblicò la seguente dichiarazione: "Il gruppo parlamentare socialdemocratico per 58 voti contro 33 e 4 astensioni ci ha tolto oggi i diritti che conseguono dell'appartenenza al gruppo… ci vediamo costretti a raggrupparci in una Comunità di lavoro socialdemocratico".

Tra i firmatari di questa dichiarazione, troviamo i nomi della maggior parte dei futuri dirigenti dell'USPD in particolare quello di Bernstein. La scissione e l'esistenza oramai di due gruppi SD al Reichstag, uno social-sciovinista e l'altro contro la guerra, corrispondono, pressappoco, a ciò che accade nel partito SD nel suo insieme, con le sue divisioni e lotte di tendenze accanite, come tra la classe operaia.

A giugno 1915 venne organizzata un'azione comune di tutta l'opposizione contro il comitato centrale del partito. Venne diffuso  un testo sotto forma di volantino, firmato da centinaia di funzionari. In sintesi: "Esigiamo che il gruppo parlamentare e la direzione del partito denuncino infine l'Unione sacra ed impegnino su tutta la linea la lotta di classe sulla base del programma e delle decisioni del partito, la lotta socialista per la pace" (Op. citata).

Poco dopo apparve un Manifesto firmato da Bernstein, Haase e Kautsky intitolato "'L'imperativo dell'ora' in cui chiedevano che si mettesse fine alla politica del voto dei crediti" (Ibid.) 

A seguito dell'espulsione di Liebknecht dal gruppo parlamentare, "la direzione dell'organizzazione SD di Berlino approverà per 41 voti contro 17 la dichiarazione della minoranza del gruppo parlamentare. Una conferenza che raggruppava 320 funzionari dell'VIII distretto elettorale di Berlino approvò Ledebour" (Ibid.) 

Sul piano della lotta degli operai possiamo ricordare: 

- 1915, alcune manifestazioni contro la guerra a Berlino che raggrupparono non più di 1000 persone; 

- in occasione del 1° maggio 1916, Spartakus raggruppò in una manifestazione 10.000 operai delle fabbriche; 

- agosto 1916, in seguito all'arresto e la condanna di K. Liebknecht per la sua azione contro la guerra, 55.000 metallurgici di Berlino entrarono in sciopero. Ci furono scioperi anche in parecchie città di provincia.

Questo movimento contro la guerra e contro la politica social-sciovinista, continuerà, estendendosi durante tutta la durata della guerra e guadagnerà sempre più masse operaie, con al loro interno una piccola minoranza di rivoluzionari (essa stessa barcollante), ed una forte maggioranza di una corrente centrista esitante e che andava a radicalizzarsi. È così che alla Conferenza nazionale della SD, nel settembre 1916 alla quale parteciparono una minoranza centrista ed il gruppo Spartakus, 4 oratori dichiararono: "L'importante non è l'unità del partito ma l'unità nei principi. Bisogna chiamare le masse a guadagnare la lotta contro l'imperialismo e la guerra ed imporre la pace adoperando tutti i mezzi materiali di cui dispone il proletariato" (Ibid.).

Il 7 gennaio 1917 si tenne una conferenza nazionale che raggruppò tutte le correnti di opposizione alla guerra. Su 187 delegati, 35 rappresentavano il gruppo Spartakus. Una conferenza che adottò all'unanimità un Manifesto… scritto da Kautsky ed una risoluzione di Kurt Eisner. I due testi dicevano: "Ciò che chiede (l'opposizione) è una pace senza vincitori né vinti, una pace di riconciliazione senza violenza".

Come spiegare che Spartakus votò una tale risoluzione, perfettamente opportunista, pacifista, lui che, per bocca del suo rappresentante Ernst Meyer, "pose la questione dell'arresto dei versamenti di quote dell'appartenenza al partito?" 

Per McIntosh, nel suo semplicismo, una tale domanda non ha senso: essendo diventata borghese la maggioranza della socialdemocrazia, anche il centrismo è dunque borghese, e lo è anche Spartakus.

(…) Ma allora possiamo chiederci che ci facevano i Bolscevichi ed i Tribunisti olandesi nelle Conferenze di Zimmerwald e Kienthal, dove, pur proponendo la loro risoluzione di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, alla fine hanno votato il manifesto e risoluzione che erano per la pace senza annessione né contributo? Nella logica di McIntosh, le cose sono o tutte bianche o tutte nere da sempre e per sempre. Non vede il movimento e ancora meno vede in che direzione va. Meno male che McIntosh non è medico perché sarebbe un medico per cui un malato sarebbe a priori condannato e già visto come cadavere.

Bisogna insistere ancora sul fatto che ciò che non è già valido per la vita di un uomo è un’assurdità completa a livello di un movimento storico come quello del proletariato. Qui il passaggio dalla vita alla morte non si misura in secondi né in minuti ma in anni. C' è una differenza fra il momento in cui un partito operaio firma la sua fine e la sua morte effettiva. Ciò può essere difficile da comprendere per un parolaio radicale, ma è del tutto comprensibile per un marxista che non ha l'abitudine di lasciare la barca come fanno i topi appena questa comincia ad imbarcare acqua.  

I rivoluzionari sanno che cosa rappresenta storicamente un'organizzazione generata dalla stessa classe e, finché resta loro un alito di vita, lottano per salvarla, per conservarla alla classe. Una tale questione non esisteva, fino a qualche anno fa per la CWO, non esiste per un Guy Sabatier ed altri parolai per i quali l'Internazionale Comunista, il partito bolscevico sono stati sempre partiti borghesi. Non esiste neanche per McIntosh. I rivoluzionari possono sbagliarsi in un momento preciso ma per essi questa questione è estremamente importante. Per quale motivo? Perché i rivoluzionari non costituiscono una setta di ricercatori ma sono una parte di un corpo vivente quale è il movimento operaio, con i suoi momenti di alti e bassi.

La maggioranza social-sciovinista della SD comprendeva meglio di un McIntosh il pericolo che rappresentava questa corrente di opposizione all'Unione sacra ed alla guerra, infatti, all'occorrenza, effettuava massicce espulsioni. É proprio in seguito a queste espulsioni che l'8 aprile 1917 si costituì l'USPD. Solo dopo molte riserve ed esitazioni Spartakus diede la sua adesione a questo nuovo partito ponendo come condizione la rivendicazione di una "completa libertà di critica e d’azione indipendente". Più tardi, Liebknecht ha caratterizzato nel seguente modo i rapporti tra il gruppo Spartakus e gli USPD: "Abbiamo aderito all'USPD per spingerlo in avanti, averlo a portata della nostra influenza, strapparne i migliori elementi". Che questa strategia fu in quel momento valida, non ci sono dubbi, ma una cosa è chiara: una tale questione poteva porsi per Luxemburg e Liebknecht perché consideravano, a ragione, l'USPD come un movimento centrista nel proletariato e non come un partito della borghesia.

Non bisogna dimenticare che su 38 delegati che parteciparono a Zimmerwald, la delegazione tedesca fu costituita da dieci membri sotto la direzione di Ledebour e da 7 membri dell'opposizione centrista, 2 di Spartakus e 1 della sinistra di Brema e alla Conferenza di Kienthal ci furono, su 43 partecipanti, 7 delegati provenienti dalla Germania di cui 4 centristi, 2 di Spartakus e 1 della sinistra di Brema. Spartakus nell'USPD, conservava una completa indipendenza comportandosi più o meno come i Bolscevichi nelle Conferenze di Zimmerwald e Kienthal.

Non si può comprendere ciò che era l'USPD centrista senza localizzarlo nel contesto di un formidabile movimento di masse in lotta. Nell'aprile 1917 esplose uno sciopero di massa che coinvolse, solo a Berlino, 300.000 operai. Inoltre si verificò il primo ammutinamento di marinai. Nel gennaio 1918, in occasione delle trattative di pace di Brest-Litovsk, si ebbe un'ondata di scioperi stimata a 1 milione di operai. L'organizzazione dello sciopero era tra le mani dei delegati rivoluzionari molto vicini all'USPD (cosa non meno stupefacente è vedere Ebert e Scheidemann facenti parte del comitato di sciopero). Al momento della scissione, certi valutano gli aderenti alla SD a 248.000 e 100.000 all'USPD. Nel 1919 l'USPD contava nei grandi centri industriali circa un milione di aderenti. È impossibile riferire qui tutte le vicissitudini degli avvenimenti rivoluzionari nella Germania del 1918. Ricordiamo solamente che il 7 ottobre venne decisa la fusione tra Spartakus e la sinistra di Brema. Liebknecht che era stato appena liberato, entrò nell'organizzazione dei delegati rivoluzionari che si dedicò  alla preparazione di un sollevamento armato per il 9 novembre. Ma intanto il 30 ottobre scoppiava il sollevamento di Kiel. A ben vedere, l'inizio della rivoluzione in Germania ricorda quello di febbraio 1917, in particolare per ciò che riguarda l'immaturità del fattore soggettivo, l'immaturità della coscienza nella classe. Proprio come in Russia, i congressi dei consigli daranno la loro investitura a quei "rappresentanti" che sono stati i peggiori guerrafondai durante tutta la guerra; Ebert, Scheidemann, Landsberg a cui si aggiungono tre membri dell'USPD: Haase, Dittman e Barth. Questi ultimi che fanno parte della destra centrista, considerando l'accidia, la vigliaccheria, l'esitazione, che li caratterizzano, serviranno da cauzione "rivoluzionaria" ad Ebert-Scheidemann, per poco tempo (dal 20/12 al 29/12 del 1919), ma sufficiente a permetter loro di organizzare, con l'aiuto dei junkers prussiani e dei corpi franchi, i massacri controrivoluzionari.

La politica di semi-fiducia semi-diffidenza in questo governo che sarà quello della direzione dell'USPD, somiglia stranamente a quella del sostegno condizionale al governo di Kerensky da parte della direzione del partito bolscevico fino a maggio 1917, fino al trionfo delle Tesi di aprile di Lenin. La grande differenza, tuttavia, non risiedeva tanto nella fermezza del partito bolscevico sotto la direzione di Lenin e di Trotsky quanto nella forza, l'intelligenza di una classe esperta, quale fu la borghesia tedesca che seppe raccogliere tutte le sue forze contro il proletariato, rispetto  all'estrema senilità della borghesia russa.

Per ciò che riguarda l'USPD, questo fu dilaniato, come ogni corrente centrista, tra una tendenza di destra che cerca di reintegrarsi nel vecchio partito passato alla borghesia ed una tendenza sempre più forte alla ricerca di un terreno   rivoluzionario. L'USPD si trovò così a gennaio 1919 affianco a Spartakus nelle sanguinose giornate della controrivoluzione a Berlino, e nei differenti scontri nelle altre città, come  a Monaco, in Baviera.

L'USPD, come qualsiasi altra corrente centrista, non poteva reggere alle prove decisive della rivoluzione. Era condannato ad esplodere, ed esplose. 

Fin dal suo Secondo Congresso, 6 marzo 1919, le due tendenze si affrontarono su parecchie questioni (sindacalismo, parlamentarismo) ma soprattutto sull’adesione all'Internazionale Comunista. La maggioranza rigettò l'adesione. La minoranza andava, tuttavia, a rafforzarsi, sebbene alla Conferenza nazionale che si tenne in settembre, non riuscì ancora a conquistare la maggioranza. Al Congresso di Lipsia, il 30 novembre dello stesso anno, la minoranza vinse sulla questione del programma d'azione (adottato all'unanimità) il principio della dittatura dei soviet, e si decise di avviare delle trattative con l'IC. Nel mese di giugno 1920, una delegazione si recò a Mosca per iniziare queste trattative e per partecipare al Secondo Congresso dell'IC.

Il CE dell'IC aveva preparato su questo argomento un testo contenente, all'origine, 18 condizioni e che fu rafforzato con l'aggiunta di altre 3 condizioni. In tutto le 21 condizioni di adesione all'Internazionale Comunista. Dopo violente discussioni interne, fu attraverso una maggioranza di 237 voti contro 156 che il congresso straordinario d’ottobre 1920 si pronunciò infine per l'accettazione delle 21 condizioni e l'adesione all'IC.

McIntosh, e con lui JA, ad agosto 1984, hanno scoperto la critica fatta da sempre dalla sinistra dell'IC, l’aver lasciato le maglie della rete troppo larghe per l'adesione all'Internazionale. Ma la scoperta tardiva dei nostri appartenenti alla minoranza è, come sempre, solo una caricatura che volge all'assurdo. Nessun dubbio che le stesse 21 condizioni contenevano certe posizioni erronee, già viste all'epoca e criticate dalla stessa sinistra e non a partire solo dal 1984. Che cosa prova ciò? Che l'IC era borghese? O che l'IC era infiltrata da posizioni centriste su molte questioni e fin dal suo inizio? L'indignazione improvvisa dei nostri appartenenti alla minoranza nasconde con difficoltà la loro ignoranza della storia che sembrano scoprire oggi insieme all'assurdità della loro conclusione sul fatto che il centrismo non può esistere nel presente periodo della decadenza.

Pur essendo dei miopi, non riuscendo a vedere lontano nel tempo, potrebbero almeno comprendere questa breve storia della stessa CCI. Da dove venivano i gruppi che infine si sono raggruppati nella CCI? Del resto, i nostri appartenenti alla minoranza non hanno da osservare che loro stessi e la loro traiettoria politica. Da dove venivano dunque RI o WR, o la sezione del Belgio, gli USA, Spagna, Italia, e la Svezia??? Non sono provenuti da una palude confusionista, anarchicheggiante e contestataria???

Non ci saranno mai maglie abbastanza strette da darci la garanzia assoluta contro la penetrazione di elementi centristi o la loro apparizione all'interno. La storia della CCI - senza voler parlare della storia del movimento operaio - è là per dimostrare che il movimento rivoluzionario è un processo di decantazione incessante. Basta guardare i nostri appartenenti alla minoranza per rendersi conto della somma di confusioni che sono stati capaci di portare in un anno.

Ecco che McIntosh ha scoperto che il flusso della prima ondata rivoluzionaria ha trasportato anche degli Smeral, dei Cachin, dei Frossard e dei Serrati. McIntosh ha mai visto dalla finestra della sua università ciò che è un flusso rivoluzionario?

Per ciò che riguarda il PCF, McIntosh scrive anche la storia a suo modo dicendo per esempio che il partito aderisce all'IC raggruppato intorno a Cachin-Frossard. Non sa niente dell'esistenza del Comitato della 3a Internazionale raggruppato intorno a Loriot e Suvarin, in opposizione al Comitato di ricostruzione di Faure e Longuet? Frossard e Cachin zigzagavano tra questi due comitati, per riunirsi alla fine alla risoluzione del Comitato della 3a Internazionale per l'adesione all'IC. Al Congresso di Strasburgo nel febbraio 1920, la maggioranza è ancora contro l'adesione. Al Congresso di Tours, dicembre 1920, la mozione per l'adesione all'IC ottiene 3208 voti, la mozione di Longuet l'adesione con riserva 1022 e l'astensione (gruppo Blum-Renaudel) 397 voti.

Le maglie non erano sufficientemente strette? Certamente. Ma ciò non deve impedirci di comprendere cio che è un flusso ascendente della rivoluzione. Discutiamo sul fatto di capire se i partiti (bolscevico, Spartakus ed altri partiti socialisti) che hanno costituito o aderito all'IC erano dei partiti operai o dei partiti della borghesia. Non discutiamo sui loro errori ma sulla loro natura di classe, ed in questo i Mic-Mac di Intosh non sono di alcun  aiuto. Come McIntosh non sa vedere ciò che è una corrente in maturazione, che va dell'ideologia borghese verso la coscienza di classe, allo stesso modo non sa vedere che cosa la differenzia da una corrente che degenera, e cioè che va dalla posizione di classe verso l'ideologia borghese.

Nella sua visione di un mondo fisso, rigido, il senso del movimento non ha alcun interesse, né posto. È per tale motivo che lui non saprebbe comprendere ciò che vuole dire aiutare il primo che si avvicina criticandolo, o combattere senza pietà il secondo che si allontana. Ma soprattutto, non sa distinguere quando il processo degenerativo di un partito proletario è definitivamente concluso. Senza rifare tutta la storia del movimento operaio possiamo dargli un punto di riferimento: un partito è perso definitivamente per la classe operaia quando non emana più dal suo seno alcuna tendenza, alcun segno di vita proletaria. Ricordiamo il caso a partire dal 1921 dei partiti socialisti, e quello all'inizio degli anni 30 dei partiti comunisti. È con ragione che fino a quelle date si poteva parlare di loro con il termine di centrismo. 

E per finire, bisogna ritenere che la Nuova teoria di McIntosh, che vuole ignorare l'esistenza del centrismo in periodo di decadenza, ricorda fortemente quelle persone che, al posto di curarsi, scelgono di ignorare quella che chiamano una "malattia vergognosa". Non si combatte il centrismo negandolo, ignorandolo. Il centrismo, come ogni altra piaga che può colpire il movimento operaio, non può essere curato nascondendolo, ma esponendolo, come diceva Rosa Luxemburg, in piena luce. La nuova teoria di McIntosh si basa sul timore superstizioso del potere malefico delle parole: meno si parla di centrismo meglio si sta. Per noi, al contrario, è necessario conoscere e riconoscere il centrismo, sapere in quale periodo, di flusso o di riflusso, si trova e comprendere in che senso evolve. Superare e combattere il centrismo è in ultima analisi il problema della maturazione del fattore soggettivo, della presa di coscienza della classe.

MC (Dicembre 1984)

 


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