Il "socialismo" alla Chavez: L'arte di ridistribuire la miseria

Durante il periplo che l’ha condotto in numerosi paesi nel 1985
(Brasile, Uruguay, Argentina, India, 
Qatar e Francia) il presidente Chavez ha mostrato non solo il suo
anti-americanismo, ma si è permesso anche di proclamare, di fronte agli uditori
conquistati alla sua causa, che non si sarebbe potuto sopprimere la povertà del
Terzo Mondo restando nel sistema capitalista della libera impresa, che per
riuscirvi sarebbe stato necessario inventare "il socialismo del XXI
secolo".

Andiamo a vedere come questa "invenzione" non
è affatto tale, che significa solamente un adattamento del capitalismo di Stato
alle condizioni di crisi più acuta e soprattutto a dei livelli importanti di
decomposizione dell'ordine capitalista. Questa situazione esige un
riadattamento tanto delle politiche economiche che dell'insieme dell'arsenale
ideologico che ogni borghesia nazionale deve sviluppare per ingannare e
sottomettere il proletariato. Tutte le borghesie nazionali, e più ancora quelle
dei paesi della periferia, non hanno altra prospettiva che quella di
ridistribuire la miseria. Il "neo-socialismo", proposto da Chavez ed
applaudito da tutti gli alter-mondialisti, lo dimostra perché è impossibile
sradicare la miseria senza rivoluzione comunista.

 

Il "progetto" chavista: un
progetto chiaramente borghese

 

Il progetto "chavista" trova le sue origini nel movimento
civico-militare-bolivariano sviluppato dagli ideologi della guerriglia degli
anni 60 che aveva rotto col Partito comunista del Venezuela, progetto che fu
ripreso negli anni 80 dal movimento MBR-200 (1); questo progetto mira allo
sviluppo di una vera "borghesia nazionalista", diametralmente opposta
alla borghesia "oligarchica" emersa dopo la sconfitta della dittatura
del generale Marcos Perez Jimenez nel 1958. Questo movimento si ispira al
modello capitalista di Stato di tipo stalinista (detto
"marxista-leninista" dalla sinistra) condito da un supposto
tropicalismo alla moda bolivaregna.

L'irresistibile ascesa di Chavez è fondamentalmente il frutto del
livello elevato di decomposizione che colpisce la borghesia venezuelana ed è
solo espressione della decomposizione del sistema capitalista nel suo insieme.
I settori della borghesia che avevano governato negli ultimi decenni
dell'ultimo secolo erano incollati al potere, protetti da un ambiente di
impunità e di corruzione. Avevano perso la capacità di mistificare con le
illusioni i settori più poveri della società: per potere affrontare la crisi
economica, hanno ridotto progressivamente i piani sociali per i più poveri
(grazie ai quali avevano potuto mantenere la "pace sociale"),
provocando l'esplosione della povertà mentre hanno applicato draconiane misure
di austerità contro la classe operaia, ed hanno causato anche un'impennata
della disoccupazione e la caduta del potere d'acquisto delle masse lavoratrici.

L'incapacità di questi settori della borghesia al potere a
gestire una situazione esplosiva fu messa in evidenza dalle sommosse della fame
nel 1989, quando migliaia di magazzini commerciali furono saccheggiati,
principalmente a Caracas, riuscendo solo ad infliggere una repressione
terribile (le cifre, anche se non ufficiali, parlano di più di diecimila
morti). Malgrado questo grido di allerta e di disperazione lanciata dai settori
impoveriti, la borghesia nazionale fu incapace di realizzare il minimo di riforme
necessarie nelle sue strutture di potere per contenere il malcontento sociale.

Questo contesto ha preparato il campo affinché si potesse
concretizzare il primo passo del progetto chavista, il tentativo di colpo di
stato del 1992 che, malgrado il suo insuccesso, ha permesso di portare un
perfetto sconosciuto, Chavez, in primo piano. Quest'ultimo si lanciò nell'arena
elettorale fin dalla sua liberazione nel 1994, facendo allora una critica devastante
delle frazioni della borghesia al potere. Forte di un potente carisma
personale, adattò poco a poco il progetto di "rivoluzione bolivariana"
degli anni 60 al nuovo periodo storico caratterizzato dalla scomparsa dei due
grandi blocchi imperialisti, attirando nelle sue fila milioni di poveri, illusi
che il suo accesso al potere li avrebbe strappati alla loro miseria.

Dopo il suo schiacciante trionfo alle elezioni del
1998, comincia un processo che domina la scena politica fino ai nostri giorni,
caratterizzato dallo scontro di due frazioni del capitale nazionale: da un
lato, la "vecchia" borghesia rappresentata dai partiti tradizionali
(principalmente AD, COPEI, qualche settore del MAS, etc.), dall'altro la
"nuova  borghesia" (i partiti
ed i gruppi di sinistra, estremisti militari, ecc.) che era stato escluso del
potere durante la seconda metà dell'ultimo secolo. In effetti, quando  chavisti e soci dicono che il governo
bolivaregno è quello degli "esclusi", non fanno riferimento
all'immensa massa crescente dei poveri che vivono in questo paese, ma a quei
settori della borghesia e della piccolo-borghesia che detengono oggi il potere
e che si dividono il bottino costituito dalle ricette dello Stato, attaccando
oggi con tutta la forza del loro rancore le altre frazioni della borghesia
nazionale. Come i loro predecessori "adecos" e "copeyanos"
(2), essi non hanno altre opzioni che quella di accentuare le condizioni di
sfruttamento dei lavoratori ed attaccare questa massa di poveri che pretendono
di difendere, generalizzando la miseria, ripartendo più "socialmente"
delle briciole tra i settori più impoveriti attraverso la sedicente
"Missions" (3) per tentare di mantenere la "pace sociale",
utilizzando certamente tutto uno sproloquio "rivoluzionario" basato
sulla demagogia ed il populismo.

 

Il chavismo : un movimento decomposto dalla
nascita

 

Sarebbe falso vedere il chavismo come un prodotto "made in
Venezuela", frutto delle caratteristiche puramente nazionali. Il
"fenomeno" chavista è il prodotto delle contraddizioni proprie del
sistema capitalista, della crisi che scuote il capitalismo a livello mondiale
dalla fine degli anni 60 e che esige da ogni borghesia nazionale l'attacco
permanente delle condizioni di vita delle masse lavoratrici e della popolazione
nel suo insieme. Ma è anche il risultato del periodo di decomposizione in cui
sprofonda il capitalismo da due decenni, decomposizione la cui espressione
maggiore è stata la scomparsa del sistema dei blocchi imperialisti dopo l'implosione
dell'ex blocco "socialista" nel 1989.

Nel caso particolare del Venezuela, l'apparizione del chavismo esprime
in modo caricaturale la decomposizione della borghesia nazionale che raggiunge
tali proporzioni che i suoi conflitti di interesse hanno creato le condizioni
affinché il governo cadesse tra le mani di settori della piccola borghesia
estremista che hanno chiaramente l'intenzione di mantenerselo ad ogni prezzo.
La frazione "chavista" della borghesia tenta di differenziarsi
"radicalmente" dall'ideologia democratica della "vecchia
oligarchia" adattando la virulenza della sinistra del capitale venezuelano
e dell’estremismo ai nuovi tempi della "fine della storia" (4).

La "democrazia partecipativa e protagonista" ha
permesso al chavismo di mobilitare la popolazione per adattare giuridicamente
il modello democratico borghese e controllare le istituzioni dello Stato
attraverso l'adozione di una nuova costituzione. L'aspetto
"innovativo" di questo modello borghese si trova nel fatto che
rafforza la "nuova borghesia" chavista su due piani:

- sul piano economico, il sedicente "sviluppo
endogeno" basato sul cooperativismo, la cogestione e l'autogestione, permette
di sviluppare politiche di capitalismo di Stato con l'attribuzione delle
risorse dello Stato alla nuova borghesia chavista ed ai settori del capitale
privato che sostengono il progetto;

- sul piano economico e sociale, l'attribuzione delle
risorse dello Stato attraverso organizzazioni come i Circoli bolivariani, le
Missioni, le milizie, ecc., permette al chavismo un controllo politico e
sociale del settore più miserabile rappresentato dalla maggioranza della
popolazione (in questo il chavismo non si distingue in niente dai regimi
stalinisti o fascisti). E questa attribuzione delle risorse permette soprattutto
al chavismo di distribuire delle briciole che legittimano tutti i discorsi
ideologici sulla "redistribuzione delle ricchezze" e
"l'egualitarismo" della sinistra; è questo che, aprirà la via al
"socialismo del XXI secolo", secondo il chavismo e l'insieme della
sinistra.

Ma questo "socialismo", prima di
"ridistribuire le ricchezze" (vecchia solfa borghese per giustificare
la sua dittatura di classe) propone in effetti la ridistribuzione della
miseria, "l'éguaglianza" della società dal basso, attraverso la
precarietà. Il lavoro delle Missioni permette in effetti di liberalizzare le
condizioni di lavoro, il che "flessibilizza" (cioè precarizza) la
forza lavoro attraverso le cooperative dove i lavoratori percepiscono già
stipendi inferiori al miserabile salario minimo senza beneficiare della più
piccola protezione sociale. Peraltro, tutti i rami di servizio o di produzione
di cui si occupano queste Missioni violando ogni forma di convenzioni
collettive,  sono il teatro di attacchi alle condizioni di lavoro dei
lavoratori, regolari vittime del ricatto di licenziamento se non accettano le condizioni
imposte dallo Stato.

Infine, nella misura in cui le Missioni hanno essenzialmente
come funzione politica il controllo sociale, ed essendo richiesto l'attivismo
"rivoluzionario" per potere racimolare le briciole distribuite dallo
Stato, si sta determinando la caduta libera della qualità dei servizi pubblici.
Nella misura in cui s'ingrandisce la copertura sociale delle Missioni, la
precarietà si estende anche all'insieme della classe operaia ed all'insieme
della società. Peraltro il cooperativismo, la cogestione e l'autogestione,
forme di organizzazione della produzione alla quale la sinistra e gli
estremisti attribuiscono una magica natura "anticapitalista", non eliminano
in niente lo sfruttamento dei lavoratori da parte del capitale, che sia privato
o statale: i rapporti di produzione di beni o di servizi propri a tutte le
forme di organizzazione della produzione capitalista sono mantenuti, ed i beni
e servizi prodotti dai lavoratori dovranno prima o poi essere sottomessi alle
leggi del mercato. In altri termini, è quest'ultimo che deciderà i prezzi e
dunque lo stipendio dei lavoratori.

Qui come altrove, la borghesia non ha altra scelta che
giocare con la miseria, e il chavismo si è rivelato essere un maestro in
materia. Tenta di imporre le sue ideologie all'insieme della società attraverso
il sangue ed il fuoco, creando un ambiente di terrore, di persecuzione, di
ricatto e di attacco permanente alle condizioni di vita dei lavoratori
attraverso la disoccupazione, gli stipendi di miseria, gli oneri sociali,
sviluppando un impoverimento che si traduce, nei fatti, in un aumento
significativo della povertà e della malnutrizione (5), della criminalità e
della prostituzione infantile e giovanile, mentre i nuovi ricchi chavisti si
ripartiscono il bottino delle risorse dello Stato assegnandosi trattamenti e
stipendi decine di volte superiori a quelli di un lavoratore, promovendo e
permettendo inoltre dei livelli di corruzione tale che i regimi precedenti
passano per esempi di bontà. E tutto questo in nome della sedicente
"superiorità morale" della sinistra del capitale che non è niente
altro che la morale ipocrita borghese elevata al suo parossismo.

In questo senso, non solo il chavismo è un puro prodotto
della decomposizione della borghesia venezuelana, ma è inoltre un fattore
acceleratore di questo deterioramento della classe borghese e della società
venezuelana nel suo insieme. Ed è precisamente questa putrefazione che gli estremisti
e la sinistra battezzano nel mondo intero "rivoluzione"! Quale
impudenza!

 

La sola rivoluzione
possibile è la rivoluzione proletaria

 

Il loro radicalismo piccolo-borghese spinge i settori
estremisti che compongono il chavismo a battezzare "rivoluzione" un fenomeno
che, come abbiamo visto, non è niente altro che una variante del capitalismo di
Stato: una "nuova" forma giuridica di amministrazione dello Stato
borghese per perseguire lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale nazionale.
Che Chavez ed i suoi discepoli ed adulatori lo chiamino "socialismo"
non è in sé un fenomeno nuovo: la sinistra e gli estremisti di ogni pelo non
hanno mai smesso, durante tutto il XX secolo, di qualificare
"socialista" il minimo governo in cui lo Stato assume il controllo
della vita economica, politica e sociale (come fu il caso per tutti quei paesi
in orbita russa che formavano il famoso "blocco socialista" e di cui
sopravvivono solo la Cina, la Corea del Nord e Cuba) in cui è eliminato, o
tende ad esserlo, il capitale privato e dove i mezzi di produzione passano
sotto controllo dello Stato e della burocrazia. Oggi, la sinistra del capitale,
in quanto forza protettrice degli interessi del capitale nazionale, innalza di
nuovo la bandiera di questo "socialismo", e cioè del capitalismo di
Stato, ma sotto i nuovi colori di movimenti anti-globalizzazione ed
alter-mondialisti, per tentare di dare un fondo ideologico alla sua parola
d'ordine: "Un altro mondo è possibile".

Questo "neo-socialismo" riprende così i temi populisti
ai quali ricorre la borghesia nei suoi momenti di crisi economica e politica.
La borghesia ricorre sempre in questi casi alla manipolazione dei settori più
poveri della popolazione e della piccola borghesia depauperata, per tentare di
controllare il malessere sociale generato dall'incremento della povertà e di
utilizzarli per mantenere il suo dominio di classe.

L'accrescimento degli indici di miseria non può più essere
nascosto ed è ineluttabile: malgrado le sfrontate manipolazioni delle cifre da
parte degli organismi dello Stato, l'istituto nazionale delle statistiche (INE)
indica che l'indice di povertà è aumentato del dieci per cento durante i sei
anni di governo chavista (6).

Tuttavia, tale aumento della miseria non è dovuto alla
cattiva gestione di Chavez, come i settori della borghesia all'opposizione
tentano di fare credere: è impossibile sradicare la miseria nel capitalismo,
perché questo modo di produzione richiede non solo un attacco permanente sui
salari e le condizioni di vita dei lavoratori ma anche che, con la sua entrata
in decadenza, crea una massa sempre più grande di proletari che sono buttati
per strada senza che esista per essi la minima possibilità di essere integrati
nell'apparato produttivo. La borghesia di fronte alla crisi non ha altra scelta
che rendere sempre più precarie le condizioni di vita del proletariato per
potere restare competitiva sul mercato mondiale e, certamente, poter mantenere
i privilegi di cui gode in quanto classe dominante.

Ma la borghesia chavista deve fare i conti con un fattore
che contrasta i suoi piani: l'approfondimento della crisi del capitalismo e
della decomposizione dell'insieme della borghesia. Malgrado i proventi
importanti tratti dall'aumento storico del prezzo del barile di petrolio su cui
conta la borghesia venezuelana, questi non sono tuttavia eterni e sono peraltro
insufficienti per rispondere al costo della "rivoluzione".
L'approfondimento della crisi non tarderà a fare cambiare discorso all'apparato
populista ed alle Missioni adottate dallo chavismo. Allora le masse si
manifesteranno di nuovo. Ma queste manifestazioni saranno condannate a finire
nei vicoli ciechi della rivolta sterile e dell'impotenza se la classe operaia
non ha la capacità di dare una prospettiva alle masse più povere verso la
distruzione ed il superamento del capitalismo. È dunque di grande importanza
che i lavoratori reagiscano con la lotta contro gli attacchi alle loro
condizioni di vita affrontando tutta questa ideologia bolivariana egualitaria.

 

P.,
01-04-05

 

1. Movimento bolivariano rivoluzionario-200,
formato in maggioranza dai militari che parteciparono con Chavez all'insurrezione
nel 1992.

2. Sostenitori dei "vecchi" partiti
dalla borghesia, Ad e COPEI.

3. Organizzazioni create e finanziate
dallo Stato che lavorano nei servizi pubblici come quello della salute,
dell'educazione, della distribuzione del cibo, ecc. Queste Missioni permettono
così di sviluppare il lavoro precario attraverso il cooperativismo. La rete
tessuta dalle Missioni permette anche ai partiti che sostengono il governo di
esercitare un reale controllo sociale, poiché è stato preteso un impegno in
favore della "rivoluzione bolivariana" per potere ricevere aiuti
dallo Stato.

4. Uno dei consiglieri di Chavez negli anni
90 era l'argentino Norberto Ceresole, che aveva immaginato un modello battezzato
"post-democrazia" che combinava un insieme di ideologie che vanno dal
fascismo al bolivarismo passando per lo stalinismo. Vediamo in questo le
origini, tipiche della decomposizione, del cocktail ideologico di Chavez.

5. Uno studio recente dell'istituto
venezuelano di ricerche scientifiche sostiene che un terzo dei bambini tra i 2
ed i 15 anni sondati negli Stati del centro del paese soffrono di anemia.
Questo livello terribile va fino al 71% dei bambini di meno di 2 anni in
uno di questi Stati. È bene ricordarsi che, negli anni 80, la percentuale era
vicina a quello dei paesi evoluti.

6. L'istituto nazionale di statistiche
segnalava che la povertà era passata dal 42,8 % nel 1999 al 53 % nel
2004. Un recente studio dell'impresa Datos segnala tuttavia che la povertà
tocca l' 81 % della popolazione, e cioè circa 21 milioni di persone (El Nacional, 31 marzo 2005).

Geografiche: 

Patrimonio della Sinistra Comunista: 

Correnti politiche e riferimenti: