La rivoluzione proletaria è l’unica soluzione realistica alla barbarie del mondo attuale

Sempre
più si fa avanti tra la gente la convinzione che il mondo
in cui viviamo sta andando verso la barbarie. Guerra, terrorismo,
crisi economica, inquinamento, fame, malattie, crimini, droga –
sembra quasi che siano arrivati i cavalieri dell’Apocalisse.
La borghesia, i suoi mezzi di comunicazione e soprattutto i suoi
politici, chiacchierano ancora di pace, di ripresa economica e di
riforme. Ma le loro promesse sono sempre meno credibili. Il
problema per molte persone non sta nel capire che questo mondo è
sofferente, anche mortalmente malato. Il problema è
comprendere la causa della malattia e trovarne la cura. Questo non
è sorprendente perché al problema ci sono moltissime
false spiegazioni.

Non ci
sono speranze nelle false spiegazioni

Di fronte a
un mondo che sprofonda rapidamente nel caos, milioni di persone si
sono rivolte alla religione – all’islamismo, al
cristianesimo, ai numerosi culti New Age – per recuperare
qualche speranza. Molti vedono lo stato catastrofico del mondo
come il realizzarsi di vecchie profezie. Ma questo volo
all’interno di arcaiche mitologie è esso stesso
l’espressione di un sistema sociale decadente. E tutte le
ideologie apocalittiche hanno un aspetto in comune: ridurre il
genere umano in un passivo giocattolo nelle mani delle forze
divine, opponendosi così ad ogni comprensione razionale del
disordine attuale e di conseguenza a ogni soluzione basata
sull’azione umana cosciente.

Molti
attribuiscono la responsabilità dei problemi del mondo a
singoli capi. Le dimostrazioni di massa contro la visita di Bush
in Gran Bretagna sono state largamente animate dalla forte
ostilità verso i singoli governanti della Casa Bianca e di
Downing Street oltre che alle cricche intorno a loro, come se dei
leader diversi o delle compagini governative diverse avessero
potuto seguire una strategia sostanzialmente diversa per gli
imperialismi USA e inglese. Questa in realtà non è
che l’immagine speculare dell’incolpare Bin Laden o
Saddam di tutto il terrorismo e dell’insicurezza nel mondo.

Ma forse la
più falsa di tutte le false spiegazioni è la moda
attuale per l’«anti-capitalismo»,
l’«anti-globalizzazione» e la «mondializzazione
alternativa», rappresentata dallo smisurato Social Forum
Europeo recentemente tenuto a Parigi. Uno strano «anticapitalismo»
questo, che accetta fondi enormi dallo Stato (per esempio, oltre
due milioni di euro sono stati dati al Forum dalle amministrazioni
locali di Parigi e delle regioni circostanti); che predica non la
fine del mercato ma un «mercato onesto»; che non vuole
che gli stati nazionali vengano aboliti ma che siano rafforzati
contro il «potere globalizzante delle multinazionali»;
che dichiara che il «mondo alternativo» verrà
fuori non da quello che Marx chiamò il becchino del
capitalismo, cioè la classe operaia internazionale, ma
dalla massa amorfa di «cittadini» che reclamano i loro
«diritti democratici».

Ognuna di
queste spiegazioni serve gli interessi dell’attuale sistema
sociale, perché ognuna di esse distoglie e blocca ogni
ricerca genuina delle cause che sono alla base del degrado della
civiltà attuale. La classe che governa questo sistema, la
borghesia, farà tutto quello che è in suo potere per
nascondere questa verità: che la forma attuale di
organizzazione sociale, l’ordine capitalista che domina
l’intero pianeta, è divenuto non solo un ostacolo per
l’ulteriore sviluppo sociale, economico e culturale, ma
anche una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità.

Per la
rivoluzione dei lavoratori

Queste false
ideologie non solo bloccano ogni comprensione della causa, ma
ostacolano anche la soluzione dei problemi: la rivoluzione della
classe operaia, una classe che ha la capacità di
distruggere questo capitalismo produttore di morte e stabilire una
nuova società basata su relazioni di solidarietà. Il
capitalismo è diviso in un disordine caotico di unità
nazionali che difendono i loro interessi particolari con ogni
mezzo militare – la rivoluzione della classe operaia
internazionale fornisce la base per un’unica comunità
umana. Il capitalismo è un’economia inevitabilmente
attraversata da crisi votata alla produzione per il profitto della
borghesia, laddove la classe operaia può stabilire
un’organizzazione della produzione impostata per rispondere
ai bisogni umani. Il capitalismo dedica le sue energie al
raffinamento e al rafforzamento della sua macchina repressiva
statale, mentre il rovesciamento del capitalismo apre la
possibilità per l’uomo “di organizzare le
sue forze politiche e sociali
”, come Marx affermò.

Poiché
l’attuale organizzazione della società è del
tutto contro i reali interessi della gran parte dell’umanità
e va a beneficio solo di una infima minoranza di sfruttatori che
la governano, essa non può essere riformata. Può
essere solo rimpiazzata da una rivoluzione che porta avanti lo
stesso programma in tutti i paesi: la distruzione dello stato
capitalista; l’affermazione del potere politico dei consigli
operai; l’abolizione della proprietà privata e della
produzione finalizzata alla vendita e al profitto.

Il passaggio
difficile è rompere con tutte le abitudini, l’etica e
le ideologie che sono quotidianamente pompate nel nostro cervello
dall’ordine esistente. Ed ancora avere la chiarezza teorica
per vedere la bancarotta degli attuali rapporti sociali e la
fiducia politica di centinaia di milioni di anonimi lavoratori di
assumere il completo controllo della gestione della società.

Quelli che si
oppongono alla rivoluzione, da destra a sinistra, denunciano
questa prospettiva, al meglio, come un’idea utopica e
irrealistica, al peggio, come l’apportatrice di nuove e
anche più terribili forme di caos e tirannia.

Ma non è
un’utopia – ovvero uno schema astratto proveniente dal
nulla, il semplice sogno di intellettuali isolati. E’ invece
la logica conclusione della lotta di una forza sociale molto
concreta – la classe operaia – contro lo sfruttamento.
E a dispetto di tutte le proclamazioni del contrario, a dispetto
di tutte le sue difficoltà reali, quella lotta oggi sta
sempre più alzando la testa. 

La ripresa della
lotta di classe, avvenuta alla fine degli anni ’60, ha
prodotto venti anni di ondate di lotte operaie. Poi, dalla fine
degli anni ’80, vi è stata una offensiva della
propaganda borghese tendente a demoralizzare i lavoratori con la
propaganda sulla “fine della lotta di classe
basata sul crollo del regime sovietico identificato falsamente
come un regime comunista. Ma la recente rottura di movimenti a
grande scala contro gli attacchi allo stato sociale in Europa, il
ritorno di scioperi spontanei in Gran Bretagna, in Italia e in
altri paesi, confermano ancora una volta che la classe operaia
continua a reagire alla crisi del sistema, di cui è la
principale vittima. Per quanto limitati possano sembrare, le lotte
difensive di oggi contengono il potenziale per lo sviluppo di
lotte più di massa, più coscienti e più
politiche in cui la prospettiva della rivoluzione non è più
vista come un’utopia, ma come l’unica risposta
realistica della classe operaia alla deriva del capitalismo verso
la guerra e la barbarie.

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