1919: il programma della dittatura del proletariato

Il periodo 1918-20,
fase “eroica” dell’ondata rivoluzionaria iniziata con l’insurrezione di Ottobre
in Russia, è anche stato il periodo durante il quale i partiti comunisti
dell’epoca hanno formulato il loro programma di rovesciamento del capitalismo e
di transizione verso il comunismo.

Nella Revue Internationale n° 93, noi abbiamo
esaminato il programma del KPD – il partito comunista tedesco – appena
costituitosi. Abbiamo visto che esso consisteva essenzialmente in una serie di
misure pratiche destinate a guidare la lotta del proletariato in Germania dallo
stadio della rivolta spontanea alla conquista cosciente del potere politico.
Nella Revue Internationale n° 94,
abbiamo  pubblicato la piattaforma dell’Internazionale
Comunista – adottata al congresso di fondazione come base del raggruppamento
internazionale delle forze comuniste e come primo abbozzo dei compiti
rivoluzionari ai quali erano confrontati gli operai di tutti i paesi.

Quasi
contemporaneamente, il Partito Comunista di Russia (PCR) – il partito
bolscevico – pubblicava il suo nuovo programma. Esso era strettamente legato a
quello dell’IC e aveva infatti lo stesso redattore, Nicolas Boukharin. Malgrado
ciò, questa separazione tra la piattaforma dell’IC ed i programmi dei partiti
nazionali (almeno per quelli che lo avevano) rifletteva il persistere di
concezioni federaliste ereditate dall’epoca della socialdemocrazia; e come
Bordiga sottolineò più tardi, l’incapacità del “partito mondiale” a sottomettere le sue sezioni nazionali alle
priorità della rivoluzione internazionale avrebbe avuto delle serie
implicazioni di fronte al riflusso della ondata rivoluzionaria e all’isolamento
e degenerazione della rivoluzione in Russia.

E’ istruttivo fare uno
studio specifico del programma del PCR e confrontarlo con quelli che si è
esaminati prima. Il programma del KPD era il prodotto di un partito confrontato
con il compito di condurre le masse alla presa del potere; la piattaforma
dell’IC era piuttosto considerata come un punto di riferimento per i partiti
che si volevano raggruppare nell’Internazionale che come un dettagliato
programma d’azione. E’ nei fatti una delle piccole ironie della storia che l’IC
non abbia adottato un programma formale ed unificato che al suo sesto
Congresso, nel 1928. Boukharin ne era ancora una volta l’autore, ma , questa
volta, il programma era anche il segno del suicidio dell’Internazionale poiché
faceva propria l’infame teoria del socialismo in un solo paese e cessava dunque
di esistere come organo del proletariato internazionalista.

Il programma del PCR
invece è stato redatto dopo il rovesciamento del regime borghese in Russia e
costituiva innanzitutto una presentazione dettagliata e puntuale degli scopi e
dei metodi del nuovo potere dei soviet. Era dunque un programma per la
dittatura del proletariato ed, in questo senso, esso costituisce una
indicazione unica del livello di chiarezza programmatica raggiunto dal
movimento comunista in quel momento. Se noi non esiteremo ad indicare le parti
del programma che l’esperienza pratica doveva mettere in discussione o
rigettare in modo definitivo, mostreremo anche che, nella maggior parte delle
sue linee essenziali, questo documento resta un punto di riferimento
profondamente valido per la rivoluzione proletaria del futuro.

Il programma del PCR è
stato adottato all’8° Congresso del partito nel marzo 1919: la necessità di una
sostanziale revisione del vecchio programma del 1908 si era manifestata
perlomeno dal 1917, quando i bolscevichi avevano abbandonato la prospettiva
della “dittatura democratica” per
adottare quella della conquista proletaria del potere e della rivoluzione
socialista mondiale. All’epoca dell’8° Congresso, vi erano molti disaccordi in
seno al partito circa il potere dei soviet ed il suo sviluppo. Così il
programma esprime, in un certo senso, un compromesso tra le differenti correnti
in seno al partito, da quelle che ritenevano che il processo rivoluzionario non
andava troppo veloce in Russia a quelle che si rendevano conto della messa in
discussione di alcuni principi fondamentali.

All’adozione del
programma  subito seguì la pubblicazione
di L’ABC del comunismo redatto da
Bukarin e Préobrajensky, considerevole opera di spiegazione e divulgazione
dello stesso. Questo libro è costruito intorno ai punti di programma ma costituisce
più di un suo semplice commento. Nei fatti, è diventato esso stesso un
classico, una sintesi della teoria marxista e del suo sviluppo dopo Il manifesto comunista fino alla rivoluzione
russa, redatto in uno stile accessibile e vivace che ne ha fatto un manuale di
educazione politica sia per i membri del partito che per le larghe masse degli
operai che sostenevano e facevano vivere la rivoluzione. Se questo articolo si
concentra sul programma del PCR piuttosto che su L’ABC del comunismo, è perché un esame dettagliato di questo ultimo
non può essere fatto in un solo articolo e non per minimizzarne l’importanza
che resta ancora oggi.

Ciò vale, e forse
ancor più, per i numerosi decreti emanati dal potere dei soviet durante le
prime fasi della rivoluzione e fino alla costituzione del 1918 che definisce la
struttura ed il funzionamento del nuovo potere. Anche questi documenti meritano
di essere studiati come parte integrante del “programma della dittatura del proletariato”, tanto più perché,
come scrive Trotsky nella sua autobiografia, “durante questa fase, i decreti erano nei fatti più  propaganda che vere misure amministrative.
Lenin era assillato dal dire al popolo che cosa era il nuovo potere, quello che
sarebbe stato dopo e come bisognava procedere per raggiungere i suoi scopi” (La
mia vita)
. Questi decreti non trattavano solo di questioni economiche e
politiche cruciali – quali la struttura dello Stato e dell’esercito, la lotta
contro la controrivoluzione, l’espropriazione della borghesia ed il controllo operaio
sull’industria, la conclusione di una pace separata con la Germania, ecc. -, ma
anche di numerose questioni sociali come il matrimonio ed il divorzio,
l’educazione, la religione, ecc. Sempre secondo i termini di Trotsky, questi
decreti “saranno conservati per sempre
nella storia quali proclami di un nuovo mondo. Non solo i sociologi e gli
storici, ma i futuri legislatori si ispireranno ad essi molte volte.”

Ma proprio a causa del
loro gigantesco obiettivo, noi non possiamo analizzarli in questo articolo che
si concentrerà sul programma bolscevico del 1919 per il fatto che esso ci
fornisce la posizione più sintetica e più concisa degli scopi generali perseguiti
dal nuovo potere e dal partito che li ha fatti propri.

L’epoca della
rivoluzione proletaria

Come la piattaforma
della IC, il programma comincia situandosi nella nuova “era della rivoluzione comunista proletaria mondiale”,
caratterizzata da un lato dallo sviluppo dell’imperialismo, la lotta feroce tra
le grandi potenze capitaliste per il dominio mondiale e dunque per lo scoppio
della guerra imperialista mondiale (espressione concreta del crollo del
capitalismo) e dall’altro dal sollevamento internazionale della classe operaia
contro gli orrori del capitalismo in declino, un sollevamento che ha preso una
forma tangibile nella rivoluzione di Ottobre in Russia e nello sviluppo della
rivoluzione in tutti i paesi centrali del capitalismo, in particolare in  Germania e nell’ Austria-Ungheria. Il
programma stesso non si sofferma sulle contraddizioni economiche del
capitalismo che avevano portato al suo crollo; esse sono esaminate in L’ABC del comunismo, anche se questo
ultimo non formula una teoria coerente e definitiva sulle origini della
decadenza del capitalismo. Inoltre ed in contrasto sorprendente con la
piattaforma dell’IC, il programma non utilizza il concetto di capitalismo di
Stato per descrivere l’organizzazione interna del regime borghese nel nuovo
periodo. Ma anche questo concetto  è
elaborato in L’ABC del comunismo ed
in altri contributi teorici di Boukharin. Per finire, come la piattaforma
dell’IC, il programma del PCR è assolutamente chiaro quando insiste
sull’impossibilità per la classe operaia di realizzare la rivoluzione “senza ispirarsi al principio della rottura
delle relazioni e dello sviluppo di una lotta impietosa contro questa
perversione borghese del socialismo che è dominante nei partiti
socialdemocratici e socialisti ufficiali.”

Affermando la sua
appartenenza alla nuova Internazionale comunista, il programma tratta poi dei
compiti pratici della dittatura del proletariato “quali sono applicati in Russia, paese la cui particolarità più
notevole è il predominare numerico di strati piccolo borghesi della
popolazione.”

I sottotitoli che
seguono in questo articolo corrispondono all’ordine ed ai titoli delle parti
del programma del PCR.

Politica generale

Il primo compito di
ogni rivoluzione proletaria (rivoluzione di una classe che non ha alcun
impianto economico nella vecchia società) è di consolidare il suo potere
politico; in quest’ottica, la Piattaforma
dell’Internazionale comunista
e le Tesi
sulla democrazia borghese e la dittatura del proletariato
che
l’accompagnano, così come le parti “pratiche” del programma del PCR cominciano
con l’affermare la superiorità del sistema dei soviet sulla democrazia
borghese. Contrariamente all’ipocrisia di quest’ultima sulla sedicente
partecipazione di tutti alla democrazia, il sistema dei soviet la cui base si
colloca soprattutto nei posti di lavoro piuttosto che nelle unità territoriali,
afferma apertamente il suo carattere di classe. Contrariamente ai parlamenti
borghesi, i soviet, con il loro principio di mobilitazione permanente
attraverso delle assemblee di massa e quello della revocabilità immediata di
tutti i delegati, forniscono anche i mezzi all’immensa maggioranza della
popolazione sfruttata ed oppressa di esercitare un controllo reale sugli organi
di potere dello Stato, di partecipare direttamente alla trasformazione
economica e sociale, indipendentemente dalla razza, dalla religione e dal
sesso. Nello stesso tempo, poiché la gran parte della popolazione russa era
composta da contadini – ed il marxismo non riconosceva che una sola classe
rivoluzionaria nella società capitalista – il programma afferma anche il ruolo
dirigente del “proletariato industriale
urbano”
e sottolinea che “la nostra
costituzione in soviet riflette ciò, assegnando alcuni diritti preferenziali al
proletariato industriale, invece che alle masse piccolo-borghesi, disunite al
confronto, nelle campagne.”
  In
particolare come spiega Victor Serge nel suo libro L’anno I della rivoluzione russa: “Il congresso panrusso dei soviet consiste nei rappresentanti dei
soviet locali: le città sono rappresentate da un deputato ogni 25.000 abitanti
e le campagne da un deputato ogni 125.000. Questo articolo formalizza il dominio
del proletariato sui contadini.”

Bisogna ricordarsi che
il programma è quello di un partito e che un vero partito comunista non può mai
essere soddisfatto di una situazione finché lo scopo ultimo del comunismo non
sia stato raggiunto, momento nel quale non ci sarà più bisogno che esista un
partito come organo politico distinto. E’ perciò che questa parte del programma
insiste notevolmente sulla necessità per il partito di lottare per una
partecipazione crescente delle masse alla vita dei soviet, per sviluppare il
loro livello culturale e politico, per combattere il nazional-sciovinismo ed i
pregiudizi contro le donne che ancora esistono nel proletariato e nelle classi
oppresse. Vale la pena di notare che, in questo programma, non esiste
teorizzazione della dittatura del partito (ciò verrà dopo), anche se la
questione di sapere se è il partito che deve o no detenere il potere è sempre
restata ambigua per i bolscevichi come per l’insieme del movimento
rivoluzionario dell’epoca. Mentre invece il programma esprime una reale
coscienza delle condizioni difficili nelle quali si trovava il bastione russo
all’epoca (arretratezza culturale, guerra civile) e che avevano già creato un
reale pericolo di burocratizzazione nel potere sovietico, per cui vengono messe
in atto una serie di misure per combattere questo pericolo:

  1. “Ogni membro di
    un soviet deve farsi carico di un preciso lavoro in un servizio
    amministrativo.
  2. “Vi deve essere
    una rotazione permanente tra coloro che sono impegnati in tali compiti, in
    modo che ogni membro acquisisca a sua volta esperienza in ogni ramo
    dell’amministrazione.

Poco a poco, l’insieme della popolazione lavoratrice dovrà
essere spinta ad entrare nel giro dei compiti amministrativi.”

Nei fatti queste
misure erano largamente insufficienti visto che il programma sottovalutava le
vere difficoltà poste dall’accerchiamento imperialista e dalla guerra civile:
lo stato d’assedio, la fame, la triste realtà della guerra civile condotta con
la più estrema ferocia, la dispersione degli strati più avanzati del
proletariato sul fronte, i complotti della controrivoluzione e il
corrispondente terrore rosso; tutto ciò erodeva la vita dei soviet e degli
altri organi della democrazia proletaria che erano sempre più schiacciati sotto
il peso crescente di un apparato burocratico. All’epoca in cui il programma è
stato scritto, il coinvolgimento degli operai, anche i più avanzati, nei
compiti d’amministrazione dello Stato aveva per risultato di allontanarli dalla
vita della classe e di trasformarli in burocrati. Al posto della tendenza al
deperimento dello Stato difeso da Lenin nello “Stato e rivoluzione”, sono i
soviet che cominciavano a deperire, il che isolava il partito alla testa di un
apparto di Stato e lo tagliava sempre più dall’autoattività delle masse. In
tali circostanze, il partito, lungi dall’agire rigettando radicalmente le situazioni
di statu quo, tendeva a fondersi con lo Stato e a diventare così un organo di
conservazione sociale. (Per un ulteriore approfondimeto sulle condizioni con le
quali si confrontava il bastione proletario, leggere “L’isolamento suona la campana a morte della rivoluzione” in Revue Internationale n° 75)

Questa negazione
rapida e tragica della visione radicale che Lenin aveva difeso nel 1917 – una
situazione che era già in stadio avanzato al momento in cui fu adottato il
programma del PCR – è spesso utilizzata dai nemici della rivoluzione per provare
che una tale visione era quantomeno utopica, se non una semplice soperchieria
con lo scopo di guadagnare il sostegno delle masse e di spingere i bolscevichi
al potere. Per i comunisti, tuttavia, è solo una prova che se il socialismo in
un solo paese è impossibile, ciò è altrettanto vero per la democrazia proletaria
che costituisce la precondizione politica alla creazione del socialismo. E se
esistono delle importanti debolezze in questa parte del programma ed in altre,
queste si trovano nei passaggi che sottintendono che sarebbe sufficiente
applicare i principi della Comune, della democrazia proletaria, al caso della
Russia per arrivare alla scomparsa dello Stato, senza che sia stabilito
chiaramente e senza ambiguità che ciò non può essere che il risultato di una
rivoluzione internazionale vittoriosa.

Il problema delle
nazionalità

Mentre su molte
questioni, non meno importanti della democrazia proletaria, il programma del
PCR era innanzitutto confrontato con le difficoltà di attuazione nelle
condizioni di guerra civile, sul problema della nazionalità esso era sbagliato
in partenza. Corretto nel suo primo punto “l’importanza
primordiale della (…) politica di unire i proletari ed i semiproletari delle
diverse nazionalità in una lotta rivoluzionaria comune per il rovesciamento
della borghesia”
e nel suo riconoscimento della necessità di superare i
sentimenti di diffidenza generati da lunghi anni di oppressione nazionale, il
programma adotta lo slogan che Lenin aveva difeso fin dall’epoca della II
Internazionale: il “diritto delle nazioni
a disporre di sé stesse”
come il miglior metodo per dissipare questa
diffidenza e applicabile anche (ed in particolare) dal potere dei soviet. Su
questo punto, l’autore del programma, Boukharin, ha fatto un passo indietro
significativo rispetto alla posizione che lui stesso insieme a Piatakov ed
altri avevano difeso durante la guerra imperialista: lo slogan di
autodeterminazione nazionale è “prima di
tutto utopico (non può essere realizzato nei limiti del capitalismo) e nocivo
in quanto slogan che diffonde delle illusioni.“ (Lettera al comitato centrale
del partito bolscevico
, novembre 1915). E come lo ha dimostrato Rosa
Luxemburg nel suo opuscolo La rivoluzione
russa
, la politica dei bolscevichi di permettere alle “nazioni soggette” di separarsi dal potere sovietico non ha fatto
che rendere i proletari di queste nuove nazioni borghesi “autodeterminate”
sudditi della rapacità delle proprie classi dominanti e tutto ciò in linea
con  i piani e le manovre delle grandi potenze
imperialiste. Gli stessi risultati disastrosi sono stati ottenuti nei paesi “coloniali” come la Turchia, l’Iran o la
Cina dove il potere sovietico pensava di poter allearsi con la borghesia
“rivoluzionaria”. Nel 19° secolo, Marx ed Engels avevano effettivamente
sostenuto alcune lotte per l’indipendenza nazionale, ma solo perché, in quel
periodo, il capitalismo aveva un ruolo progressivo da giocare rispetto alle
vecchie vestigia feudali o dispotiche del periodo precedente. Mai nella storia,
l’”autodeterminazione nazionale” ha
significato una cosa diversa dall’autodeterminazione della borghesia.
Nell’epoca della rivoluzione proletaria, quando l’insieme della borghesia costituisce
un ostacolo reazionario al progredire dell’umanità, l’adottare questa politica
doveva rilevarsi estremamente nocivo alle necessità della rivoluzione proletaria
(vedere il nostro opuscolo Nazione o
classe
e l’articolo sulla questione nazionale nella Revue internationale n° 67). Il solo ed unico mezzo di lottare
contro le divisioni nazionali che esistevano in seno alla classe operaia, era
di lavorare allo sviluppo della lotta  di
classe internazionale.

Gli affari militari

E’ senza dubbio un
fattore importante nel programma il fatto che esso è stato scritto in pieno
infuriare della guerra civile. Il programma afferma alcuni principi di base: la
necessità della distruzione del vecchio esercito borghese e che la nuova Armata
rossa sia uno strumento di difesa della dittatura del proletariato. Sono messe
in atto alcune misure per assicurarsi che il nuovo esercito serva veramente i
bisogni del proletariato: esso deve essere “esclusivamente
composto da proletari e da strati semiproletari come i contadini”
;
l’arruolamento e l’istruzione dell’esercito devono essere “effettuati su una base di solidarietà di classe e di una istruzione
socialista”
; a tale scopo “vi devono
essere dei commissari politici accreditati scelti fra i comunisti di fiducia e
totalmente disinteressati per cooperare con lo stato maggiore militare”
;
nel frattempo una nuova categoria di ufficiali, composta da operai e da
contadini con una coscienza di classe, deve essere preparata a giocare un ruolo
dirigente nell’esercito; al fine di impedire la separazione tra l’esercito ed
il proletariato, bisogna che vi sia “l’associazione
più stretta possibile tra le unità militari e le fabbriche, le officine, i sindacati
e le organizzazioni dei contadini poveri”
, mentre il periodo di leva deve
essere ridotto al minimo. L’utilizzo di esperti militari provenienti dal
vecchio regime deve essere accettato a condizioni che tali elementi siano
strettamente sorvegliati dagli organi della classe operaia. Le prescrizioni di
questo tipo esprimono una coscienza più o meno intuitiva del fatto che l’Armata
rossa era particolarmente vulnerabile e poteva sfuggire facilmente al controllo
politico della classe operaia; ma poiché era la prima Armata rossa ed il primo
Stato sovietico della storia, questa coscienza era inevitabilmente limitata sia
a livello teorico sia a livello pratico.

L’ultimo paragrafo di
questa parte pone alcuni problemi, in particolare quando si dice che “la rivendicazione dell’elezione degli
ufficiali che aveva una grande importanza come questione di principio rispetto
all’esercito borghese … cessa di avere un significato come questione di
principio per l’esercito di classe degli operai e dei contadini. Una combinazione
possibile di elezione e di nomina dall’alto può costituire un espediente pratico
per l’esercito di classe rivoluzionario.”

Se è vero che
l’elezione ed il prendere collettivamente le decisioni possono incontrare dei
limiti in ambito militare – in particolare sul campo di battaglia – il
paragrafo sembra sottovalutare il livello al quale il nuovo esercito rifletteva
esso stesso la burocratizzazione dello Stato riattivando molte delle vecchie
norme di subordinazione. Nei fatti, era già sorta nel partito una “Opposizione
militare” legata al gruppo Centralismo democratico, ed era stata
particolarmente virulenta all’8° Congresso nella sua critica della tendenza a
deviare dai “principi della Comune”
nell’organizzazione dell’esercito. Questi principi sono importanti non solo sul
terreno “pratico” ma soprattutto perché essi creano le migliori condizioni
perché la vita politica del proletariato sia infusa nell’esercito. Ma durante
il periodo di guerra civile, era proprio l’opposto che tendeva a crearsi:
l’imposizione di metodi militari “normali” aiutava a creare un clima favorevole
alla militarizzazione dell’insieme del potere sovietico. Il capo dell’Armata
rossa, Trotsky, si trovò sempre più associato ad un tale modo di fare nel
periodo 1920-21.

 

Il problema centrale
di cui ci occupiamo qui è quello dello Stato nel periodo di transizione.
L’Armata rossa – come la forza speciale di sicurezza, la Ceca, che non è
affatto menzionata nel programma – è un organo di Stato per eccellenza; così,
benché potesse essere utilizzata per salvaguardare le acquisizioni della
rivoluzione, tuttavia essa non può essere considerata come un organismo
proletario e comunista. Anche se fosse stata quasi esclusivamente composta da
proletari,  non avrebbe potuto che
costituire una retroguardia rispetto alla vita collettiva della classe. Era
dunque particolarmente preoccupante che l’Armata rossa come altre istituzioni
statali sfuggisse sempre più al controllo politico globale dei consigli operai;
mentre nello stesso tempo, la dispersione delle Guardie rosse create nelle
fabbriche privava la classe dei mezzi di una autodifesa diretta contro il
pericolo della degenerazione interna. Ma sono queste delle lezioni che non
potevano essere comprese che alla scuola spesso impietosa dell’esperienza rivoluzionaria.

La giustizia
proletaria

Questa parte del
programma completa quella sulla politica generale. La distruzione del vecchio
Stato borghese implica anche il rimpiazzo dei vecchi tribunali borghesi con un
nuovo apparato giudiziario nel quale i giudici siano eletti tra gli operai ed i
giurati presi nella massa della popolazione lavoratrice; il nuovo sistema
giudiziario doveva essere semplificato e reso più accessibile alla popolazione
rispetto al vecchio labirinto delle Corti alte e basse. I metodi penali
dovevano essere liberati da ogni atteggiamento di rivalsa e diventare
costruttivi ed educativi. Lo scopo a lungo termine era che “il sistema penale dovrà in ultima istanza essere trasformato in un
sistema di misure a carattere educativo”
in una società senza classe e
senza Stato. L’ABC del comunismo
sottolinea tuttavia che i bisogni urgenti della guerra civile richiedevano che
i nuovi tribunali popolari fossero completati dai tribunali rivoluzionari per
trattare non solo dei crimini sociali “ordinari”
ma delle attività della controrivoluzione. La giustizia sommaria pronunciata da
questi ultimi tribunali era il prodotto di una necessità urgente, benché
fossero stati commessi degli abusi  e vi
era certamente il pericolo che l’introduzione di metodi più umani fosse
rimandata indefinitamente. Così la pena di morte, abolita in uno dei primi decreti
del potere sovietico nel 1917, fu immediatamente ripristinata nella battaglia
contro il terrore bianco.

L’educazione

Come per le proposte
di riforma penale, gli sforzi del potere sovietico per riformare il sistema
educativo furono molto assoggettati ai bisogni della guerra civile. Inoltre,
data l’estrema arretratezza delle condizioni sociali in Russia dove
l’analfabetismo era largamente diffuso, molti cambiamenti proposti non andavano
più in là dal permettere alla popolazione russa di raggiungere un livello di
educazione già raggiunto in alcune delle democrazie borghesi più avanzate. E’
così per l’appello alla scolarizzazione obbligatoria mista e libera per tutti i
ragazzi fino ai 17 anni; per la creazione di circoli e giardini di infanzia per
liberare le donne dal peso dei compiti domestici; per la soppressione
dell’influenza religiosa nelle scuole; per la creazione di vantaggi
extrascolastici quali l’educazione per adulti, le biblioteche, i cinema, ecc..

Tuttavia, lo scopo a
lungo termine era “la trasformazione
della scuola in modo che da organo di mantenimento del dominio di classe della
borghesia essa diventi un organo dell’abolizione completa della divisione della
società in classi, un organo di rigenerazione comunista della società.”

In questo senso “la scuola unica del lavoro” costituiva
un concetto che è più completamente elaborato in L’ABC del comunismo. La sua funzione era vista come l’inizio del
superamento della divisione tra le scuole elementari, medie e superiori, tra i
sessi, tra le scuole pubbliche e quelle private. Anche qui era riconosciuto che
tali scuole erano un ideale per ogni educatore avanzato, ma come scuola unica
del lavoro essa era vista come un fattore cruciale dell’abolizione comunista
della vecchia divisione del lavoro. Si sperava che fin dai primi momenti della
vita di un fanciullo non vi sarebbe stata separazione rigida tra l’educazione
mentale ed il lavoro produttivo in modo che “nella
società comunista non ci siano corporazioni chiuse, gruppi di specialisti
ossificati. Il più brillante uomo di scienza deve essere qualificato anche nel
lavoro manuale. (…) Le prime attività di un fanciullo prendono la forma del
gioco; il gioco deve gradualmente trasformarsi in lavoro, attraverso passaggi impercettibili,
in maniera che il bambino apprenda fin dalla più giovane età a considerare il
lavoro non come una necessità sgradevole o una punizione ma come un’espressione
naturale e spontanea delle sue facoltà. Il lavoro deve essere un bisogno, come
quello di mangiare e bere.”

Questi principi
fondamentali resteranno certamente validi in una rivoluzione futura.
Contrariamente ad alcune tendenze del pensiero anarchico, la scuola non può
essere abolita in una notte, ma la sua caratteristica di strumento di
imposizione della disciplina e della ideologia borghese, dovrà certamente
essere duramente attaccato, non solo nel contenuto di ciò che viene insegnato (L’ABC insiste molto sulla necessità di
instillare nella scuola una visione proletaria in tutti i campi
dell’educazione), ma anche nel metodo dell’insegnamento (il principio della democrazia
diretta dovrà, finché possibile, rimpiazzare le antiche gerarchie in seno alla
scuola). Ugualmente, il divario tra il lavoro manuale ed intellettuale, il
lavoro ed il gioco dovranno essere trattati fin dall’inizio. Nella rivoluzione
russa vi sono state innumerevoli esperienze in questa direzione; benché
oscurate dalla guerra civile, alcune di esse sono continuate per tutti gli anni
‘20. Nei fatti uno dei segni della vittoria della controrivoluzione è stato che
le scuole sono divenute nuovamente degli strumenti di imposizione della
ideologia e della gerarchia borghesi, anche se questo era dissimulato sotto la
copertura del “marxismo” staliniano.

La religione

L’inclusione di un
punto particolare sulla religione nel programma del partito era, in un certo
senso, l’espressione della arretratezza delle condizioni materiali e culturali
della Russia, che obbligava il nuovo potere a “completare” alcuni compiti non
realizzati dal vecchio regime, in particolare la separazione tra Chiesa e Stato
e la fine delle sovvenzioni statali alle istituzioni religiose. Tuttavia,
questa parte spiega ugualmente che il partito non può esser soddisfatto di
misure “che la democrazia borghese
includeva nel suo programma, ma non ha realizzato per le molteplici alleanze
che in realtà esistono tra capitale e propaganda religiosa”
. Vi erano dei
fini a più lungo termine ispirati dal riconoscimento che solo la realizzazione
degli scopi e la piena coscienza in tutte le attività economiche e sociali delle
masse possono condurre alla scomparsa completa delle illusioni religiose. In
altri termini l’alienazione religiosa non può essere eliminata senza la
cancellazione dell’alienazione sociale e ciò non è possibile che in una società
completamente comunista. Ciò non voleva dire che i comunisti dovevano adottare
un atteggiamento passivo verso le illusioni religiose esistenti nelle masse;
essi dovevano combatterle attivamente sulla base di una concezione scientifica
del mondo. Ma era prima di tutto un lavoro di propaganda; l’idea di cercare una
soppressione con la forza della religione era estranea ai bolscevichi -
un’altra caratteristica del regime staliniano che ha potuto osare, nella sua arroganza
controrivoluzionaria, di pretendere di aver realizzato il socialismo e di aver
dunque estirpato le radici sociali della religione. Al contrario, pur
conducendo una propaganda militante ateista, era necessario che i comunisti ed
il nuovo potere rivoluzionario “evitino
tutto ciò che poteva ferire i sentimenti dei credenti, perché un tale metodo
avrebbe solo portato al rafforzamento del fanatismo religioso.”
E’ questo
un modo di fare ben lontano da quello degli anarchici basato sulla provocazione
diretta e gli insulti.

Queste prescrizioni
fondamentali non hanno perso il loro valore oggi. La speranza, talvolta
espressa dallo stesso Marx nei suoi primi scritti, che la religione sia già
morta per il proletariato, non si è ancora concretizzata. Non solo il
persistere della arretratezza economica e sociale in molte parti del mondo, ma
anche la decadenza e la decomposizione della società borghese, la sua tendenza
a regredire verso delle forme estremamente reazionarie di pensiero e di credo, hanno
permesso che la religione e le sue diverse espressioni restino una potente
forza di controllo sociale. Di conseguenza i comunisti sono sempre confrontati
con la necessità di lottare contro i “pregiudizi
religiosi delle masse”
.

Gli affari economici

La rivoluzione
proletaria comincia necessariamente come una rivoluzione politica perché non
avendo dei mezzi di produzione o di proprietà sociale propri, la classe operaia
ha bisogno della leva del potere politico per iniziare la trasformazione economica
e sociale che condurrà ad una società comunista. I bolscevichi erano
estremamente chiari sul fatto che questa trasformazione non poteva essere
conclusa se non a livello globale, benché, come l’abbiamo notato, il programma
del PCR, compresa questa parte, contenga un certo numero di formulazioni ambigue
che parlano della realizzazione del comunismo completo come di una sorta di
sviluppo progressivo all’interno del “potere
dei soviet”
, senza dire chiaramente se ciò si riferisce al potere sovietico
esistente in Russia o alla repubblica mondiale dei consigli. Nell’insieme,
tuttavia, le misure economiche difese nel programma sono relativamente modeste
e realiste. Un potere rivoluzionario non poteva certamente evitare di porsi il
problema “economico” fin dall’inizio, perché è proprio il caos economico
provocato dalla caduta del capitalismo che costringe il proletariato ad
intervenire per assicurare una società con un minimo di sopravvivenza. Era il
caso della Russia dove la rivendicazione del “pane” ha costituito uno dei
principali fattori di mobilitazione rivoluzionaria. Tuttavia, ogni idea secondo
la quale la classe operaia, assumendo il potere, potrebbe riorganizzare con
calma e pacificamente la vita economica è stata immediatamente battuta sul
nascere dalla velocità e brutalità dell’accerchiamento imperialista e dalla
controrivoluzione bianca che, subito dopo la prima guerra mondiale, hanno “lasciato in eredità una situazione
completamente caotica”
al proletariato vittorioso. In queste condizioni, i
primi fini del potere sovietico nella sfera economica erano così definiti:

  • la realizzazione della espropriazione della classe
    dominante, la presa nelle proprie mani dei principali mezzi di produzione
    da parte del potere sovietico;
  • la centralizzazione di tutte le attività economiche in
    tutte le regioni sotto la direzione del soviet (comprese quelle negli “altri” paesi) secondo un piano
    comune; lo scopo di questo piano era di assicurare “l’accrescimento universale delle forze produttive nel paese”
    – non per il bene del “paese” ma per assicurare “una rapida crescita della quantità di beni di cui la popolazione
    aveva un urgente bisogno”
    ;
  • l’integrazione graduale della produzione urbana di
    basso livello (artigiani, ecc.) nel settore socialista attraverso lo
    sviluppo delle cooperative e di altre forme più collettive;
  • la massima utilizzazione di ogni forza di lavoro
    disponibile per “la mobilitazione
    generale attraverso il potere dei soviet di tutti i membri della
    popolazione che sono fisicamente e mentalmente adatti al lavoro”
    ;
  • l’incoraggiamento verso una nuova disciplina del
    lavoro basata su di un senso collettivo delle responsabilità e sulla solidarietà;
  • l’ottimizzazione dei benefici della ricerca
    scientifica e della tecnologia, compreso l’utilizzo degli specialisti
    ereditati dal vecchio regime.

Queste linee generali
restano fondamentalmente valide sia come prime tappe del potere proletario che
cerca di produrre ciò che è necessario alla sopravvivenza in una data regione
sia come inizi reali di una costruzione socialista attraverso la repubblica
mondiale dei consigli. Il problema principale ancora una volta si situa nel
conflitto acuto tra gli scopi generali e le condizioni immediate. Il progetto
di elevare il potere di consumo delle masse fu immediatamente controbilanciato
dai bisogni della guerra civile che trasformò la Russia in una caricatura di economia
di guerra. Il caos creato dalla guerra civile era tale che “lo sviluppo delle forze produttive nel paese” non si realizzò. Al
contrario, le forze produttive della Russia, notevolmente ridotte dalla guerra
mondiale, furono ulteriormente ridotte a causa della guerra civile e dalla
necessità di nutrire e vestire l’Armata rossa nella sua lotta contro la
controrivoluzione. Il fatto che questa economia di guerra fosse altamente
centralizzata e, in condizioni di caos finanziario, avesse nei fatto perso ogni
forma monetaria, ha portato a ciò che si definisce “comunismo di guerra” ma in nulla cambia il fatto che le necessità
militari avevano il sopravvento sugli scopi ed i metodi reali della rivoluzione
proletaria. Al fine di mantenere il suo dominio politico collettivo, la classe
operaia ha bisogno di assicurare almeno i bisogni materiali fondamentali della
vita ed, in particolare, avere il tempo e l’energia di impegnarsi nella vita
politica. Ma, noi l’abbiamo già visto, invece, durante la guerra civile la
classe operaia era stata ridotta nella miseria assoluta, i suoi migliori
elementi erano stati dispersi sul fronte o ingoiati dalla crescente burocrazia
del “soviet”, soggetti ad un vero processo di “declassamento”, mentre altri
fuggivano nelle campagne o tentavano di sopravvivere con piccoli traffici o
furti; quelli che restavano nelle fabbriche ancora in produzione erano
costretti a delle giornate di lavoro sempre più lunghe, spesso sotto l’occhio
vigile di truppe dell’Armata rossa. E’ volontariamente che il proletariato
russo ha fatto questi sacrifici, ma poiché essi non erano compensati
dall’estendersi della rivoluzione dovevano avere degli effetti a lungo termine
profondamente deleteri, prima di tutto 
indebolendo la capacità del proletariato a difendere e mantenere la sua
dittatura sulla società.

Il programma del PCR,
come abbiamo visto, riconosceva il pericolo della burocratizzazione crescente
durante questo periodo e difendeva una serie di misure per combatterla. Ma
mentre la parte “politica” del programma è sempre stata legata alla difesa dei
soviet come mezzo migliore per mantenere la democrazia proletaria, la parte sui
problemi economici insiste sul ruolo dei sindacati, sia nell’organizzazione
dell’economia sia nella difesa dei lavoratori contro gli eccessi della
burocratizzazione: “La partecipazione dei
sindacati alla conduzione della vita economica e il coinvolgimento attraverso
loro delle grandi masse della popolazione in questo lavoro sembrano
contemporaneamente essere il nostro principale apporto alla campagna contro la
burocratizzazione del potere sovietico. Ciò faciliterà anche il realizzarsi di
un controllo effettivo sui risultati della produzione.”

Che il proletariato,
come classe politica dominate, abbia anche bisogno di esercitare un controllo
sul processo di produzione, è un assioma e – senza dimenticare che i compiti
politici non possono essere subordinati ai compiti economici, anche nel periodo
della guerra civile – ciò resta vero in tutte le fasi del periodo di
transizione. Degli operai che non possono “dirigere” le fabbriche, saranno
probabilmente incapaci di prendere il controllo politico della società tutta
intera. Ma ciò che è falso qui, è l’idea che i sindacati possano essere lo
strumento di questo compito. Al contrario, per loro stessa natura i sindacati
erano molto più suscettibili al virus della burocratizzazione, e non è per caso
che l’apparato sindacale è divenuto l’organo di uno Stato sempre più
burocratico in seno alle fabbriche, abolendo o assorbendo i comitati di
fabbrica che si erano costituiti durante il grande slancio rivoluzionario del
1917 e che erano dunque un’espressione molto più diretta della vita della
classe e una migliore base per resistere alla burocrazia e ridare linfa al sistema
sovietico nel suo insieme. Ma i comitati di fabbrica non sono affatto
menzionati nel programma. E’ certamente vero che questi comitati hanno spesso
sofferto di false concezioni localiste e sindacaliste, secondo le quali ogni
fabbrica era vista come la proprietà privata degli operai che vi lavoravano:
durante i giorni disperati della guerra civile, tali idee avevano raggiunto il
loro apice nella pratica dei lavoratori di scambiare i loro “propri” prodotti
con del cibo del carbone. Ma la risposta a questi errori non era l’assorbimento
di questi comitati nei sindacati e nello Stato; era assicurare che essi
funzionassero come organi della centralizzazione proletaria, legandosi molto
più strettamente ai soviet operai – una possibilità evidente dato che la stessa
assemblea di fabbrica eleggeva i delegati ai soviet della città e anche il
proprio comitato di fabbrica. A queste osservazioni bisogna aggiungere ciò: le
difficoltà che avevano i bolscevichi a comprendere che i sindacati erano
obsoleti come organi della classe (un fatto confermato dallo stesse emergere della
forma sovietica) dovevano anche avere delle gravi conseguenze
nell’Internazionale, in particolare dopo il 1920 quando l’influenza dei
comunisti russi fu decisiva nell’impedire che l’IC adottasse una posizione
chiara e senza ambiguità sui sindacati.

L’agricoltura

L’impostazione
fondamentale sulla questione contadina nel programma era già stata sottolineata
da Engels per la Germania. Mentre le proprietà terriere capitaliste di grossa
estensione potevano essere normalmente socializzate molto rapidamente da parte
del potere proletario, non sarebbe stato possibile costringere i piccoli
agricoltori ad allacciarsi a questo settore. Era quindi necessario  convincerli gradualmente, prima di tutto grazie
alla capacità del proletariato a dimostrare nella pratica la superiorità dei
metodi socialisti.

In un paese come la
Russia dove i rapporti precapitalisti erano ancora dominanti nella maggior
parte delle campagne e dove l’espropriazione dei grandi poderi durante la
rivoluzione aveva avuto per risultato la loro parcellizzazione  da parte dei contadini, ciò è ancora più
vero. La politica del partito non poteva dunque essere che, da un lato,
incoraggiare la lotta di classe tra i contadini poveri semi-proletari ed i
contadini ricchi ed i capitalisti rurali, favorendo la creazione di organismi
speciali per i contadini poveri e  gli
operai agricoli che potevano costituire il principale supporto all’estensione e
all’approfondimento della rivoluzione nelle campagne; e, dall’altro lato,
stabilire un modus vivendi con i contadini piccoli proprietari, aiutandoli materialmente
con semi, fertilizzanti, tecnologia, ecc., in modo da accrescere il loro
rendimento e contemporaneamente favorire delle cooperative e delle comuni come
tappe transitorie verso la collettivizzazione reale. “Il partito ha il compito di staccare i contadini medi da quelli
ricchi, riportarli al fianco della classe operaia avendo un’attenzione
particolare ai loro bisogni. Cerca di superare la loro arretratezza culturale
con misure di carattere ideologico, evitando accuratamente ogni atteggiamento
coercitivo. In tutte le occasioni in cui gli interessi vitali dei contadini
sono toccati, il partito cerca di arrivare ad un accordo pratico con loro,
facendo delle concessioni che favoriscano la costruzione socialista.”
Vista
la terribile penuria in Russia subito dopo l’insurrezione, il proletariato non
era in grado di offrire gran cosa a questi strati al livello del miglioramento
materiale e nei fatti, sotto il comunismo di guerra, furono fatti molti abusi
contro i contadini con la requisizione del grano per nutrire l’esercito e le
città affamate. Ma si era ancora molto lontani dalla collettivizzazione
staliniana forzata degli anni 30 che era basata sull’affermazione mostruosa che
l’espropriazione violenta della piccola borghesia significasse la realizzazione
del socialismo (mentre rispondeva ai bisogni dell’economia di guerra
capitalista).

La distribuzione

“Nella sfera della distribuzione il compito del potere
sovietico oggi è continuare a rimpiazzare il commercio con una distribuzione
orientata dei beni, con un sistema di distribuzione organizzato dallo Stato su
scala nazionale. L’obiettivo è realizzare l’organizzazione dell’insieme della
popolazione in una rete integrale di comuni di consumatori che saranno capaci,
con la più grande rapidità, determinazione, economia e un minimo di lavoro di
distribuire tutti i beni necessari, pur centralizzando strettamente l’insieme
dell’apparato di distribuzione.”
Le associazioni cooperative esistenti, definite come
“piccolo borghesi”, dovevano essere il più possibile trasformate in “comuni di consumatori dirette da proletari
e da semi-proletari”
.

Questo passaggio
traduce tutta la grandezza ma anche i limiti della rivoluzione russa. La
socializzazione della distribuzione è una parte integrante del programma
rivoluzionario e questa parte mostra a che punto essa era presa sul serio dai
bolscevichi. Ma il vero progresso che essi avevano compiuto in questo senso è
stato ampiamente esagerato durante il – e nei fatti a causa del – periodo di
comunismo di guerra. Il comunismo di guerra non era in realtà niente altro che
la collettivizzazione della miseria ed è stato ampiamente imposto dall’apparato
di Stato che già sfuggiva dalle mani degli operai. La fragilità del suo fondamento
doveva essere provata sin dalla fine della guerra civile interna, quando si
ebbe un ritorno rapido e generale all’impresa privata ed al commercio (che
erano comunque stati floridi sotto la forma di mercato nero durante il
comunismo di guerra). E’ certo vero che, appena il proletariato andrà a collettivizzare
dei larghi settori dell’apparato produttivo dopo l’insurrezione in una regione
del mondo, esso dovrà anche farlo per molti aspetti della distribuzione. Ma
mentre queste misure possono avere una certa continuità con le politiche
costruttive di una rivoluzione mondiale vittoriosa, esse tuttavia non devono
essere identificate con queste ultime. La collettivizzazione reale della distribuzione
dipende dalla capacità del nuovo ordine sociale di “produrre dei beni” in modo più efficace del capitalismo (anche se
gli stessi beni si differenziano sostanzialmente). La penuria materiale e la
povertà fanno da sfondo a nuovi rap
porti di tipo mercantile; l’abbondanza materiale è la
sola base solida per lo sviluppo della distribuzione collettivizzata e per una
società che “scrive sulla sua bandiera:
da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.”
(Marx,
Critica del Programma di Gotha, 1875)

La moneta e le
banche

Per il danaro non è
diverso che per la distribuzione di cui costituisce il veicolo “normale” sotto
il capitalismo: data l’impossibilità di installare immediatamente il comunismo
integrale, ancor meno nei limiti di un solo paese, il proletariato non può che
prendere una serie di misure che tendono verso una società senza denaro. Tuttavia,
le illusioni del comunismo di guerra – durante il quale il crollo dell’economia
era confuso con la ricostruzione comunista – diedero un tono troppo ottimista a
questa parte ed ad altre che vi sono legate. Ugualmente troppo ottimista è la
nozione che la semplice nazionalizzazione delle banche e la loro fusione in una
banca di Stato unica avrebbero costituito la prima tappa verso la sparizione delle
banche e la loro conversione in organo centrale di contabilità della società
comunista. E’ dubbio che degli organi così centrali tra quelli con cui opera il
capitale possano essere presi in questo modo, anche se la presa fisica delle
banche sarà certamente necessaria come uno dei primi colpi rivoluzionari per
paralizzare il braccio del capitale.

Le finanze

“Durante l’epoca in cui la socializzazione dei mezzi di produzione
confiscati ai capitalisti è cominciata, il potere dello Stato cessa di essere
un apparato parassitario rispetto al processo produttivo. Comincia allora la
sua trasformazione in un’organizzazione avente la funzione di amministrare la
vita economica del paese. In questa misura il bilancio dello Stato sarà un
bilancio dell’insieme dell’economia nazionale.”

Di nuovo le
intenzioni sono lodevoli, ma l’amara esperienza doveva mostrare che nelle
condizioni della rivoluzione isolata o stagnante, anche il nuovo Stato-comune
diventa sempre più parassitario e si nutre a spese della rivoluzione e della
classe operaia; ed anche nelle migliori condizioni non si può più supporre che
il semplice fatto di centralizzare le finanze nelle mani dello Stato porti
“naturalmente” un’economia che, per il passato, ha funzionato sulla base del
profitto, ad diventare un’economia che funzioni sulla base dei bisogni.

La questione degli
alloggi

Questa parte sul
programma è più radicata alle necessità e possibilità immediate. Un potere
proletario vittorioso non può evitare di prendere delle misure rapide per
alleviare la mancanza di alloggi e la sovrappopolazione, come ha fatto il
potere dei soviet nel 1917, quando ha “completamente
espropriato tutte le case appartenenti ai proprietari capitalisti e le ha
affidate ai soviet cittadini. Esso ha effettuato dei trasferimenti massicci di
operai dalle periferie alle residenze borghesi. Ha affidato le migliori tra
queste residenze alle organizzazioni proletarie, occupandosi della manutenzione
di queste case pagate dallo Stato; ha dato mobili a famiglie proletarie, ecc.”
Ma
anche qui, gli scopi più costruttivi del programma – la soppressione delle
baracche e la fornitura di alloggi decenti per tutti – sono stati in gran parte
non realizzati in un paese devastato dalla guerra. E quando il regime
staliniano lanciò più tardi dei piani massicci per l’alloggio, il risultato da
incubo di questi piani (gli infami immobili-caserme operaie dell’ex blocco
dell’Est) non portò certo una soluzione del “problema
degli alloggi”
.

Evidentemente la
soluzione a lungo termine della questione delle abitazioni risiede in una
trasformazione totale del circondario rurale ed urbano – nell’abolizione
dell’opposizione tra la città e la campagna, la riduzione del gigantismo urbano
e la distribuzione razionale della popolazione mondiale sulla terra. E’ chiaro
che tali trasformazioni grandiose non possono essere condotte a termine prima
della sconfitta definitiva della borghesia.

La protezione del
lavoro e l’assicurazione sociale

Le misure immediate realizzate qui, date le condizioni estreme dello
sfruttamento che prevalgono in Russia, sono semplicemente l’applicazione delle
rivendicazioni minime per le quali il movimento operaio ha lottato da molto
tempo: giornata di 8 ore, sussidi di invalidità e di disoccupazione, congedi
pagati e congedi maternità, ecc. E come dice lo stesso programma, molte delle
conquiste dovettero essere sospese o modificate a causa dei bisogni della
guerra civile. Tuttavia, il documento impegna il partito a lottare non solo per
queste “rivendicazioni immediate”, ma anche per altre più radicali – in
particolare la riduzione della giornata di lavoro a 6 ore in modo che potesse
essere dedicato più tempo a corsi di formazione, non solo su tempi legati al
lavoro, ma anche e soprattutto nell’amministrazione dello Stato. Ciò era
cruciale perché, come abbiamo visto prima, una classe operaia esaurita dal
lavoro quotidiano non avrà il tempo o l’energia per l’attività politica ed il
funzionamento dello Stato.

L’igiene pubblica

Anche qui si
trattava di lottare per delle “riforme” che erano reclamate da molto tempo,
date le terribili condizioni di esistenza che conosceva il proletariato russo
(malattie legate al fatto di abitare in tuguri, igiene non controllata e
mancanza di sicurezza sul lavoro, ecc.). Così, “il Partito comunista considera i seguenti punti come dei compiti immediati:

  1. il
    proseguimento vigoroso delle misure sanitarie estese nell’interesse degli
    operai, quali.
    1. Il
      miglioramento delle condizioni igieniche in tutti i luoghi pubblici, la
      protezione della terra, dell’acqua e dell’aria;
    2. L’organizzazione
      di cantine comunali e di approvvigionamento di cibo in modo generale su
      di una base scientifica ed igienica;
    3. Misure per
      impedire l’estensione delle malattie a carattere contagioso;
    4. Una
      legislazione sanitaria;
  2. Una campagna
    contro le malattie sociali (tubercolosi, malattie veneree, alcoolismo);
  3. L’apporto
    gratuito di consigli e trattamenti medici per l’insieme della
    popolazione.”

Molti di questi
punti, apparentemente elementari, devono ancora essere realizzati in molte
delle regioni della terra. Se si può dire qualcosa, è che la vastità del
problema si è considerevolmente sviluppata. Per cominciare, la borghesia, di
fronte allo sviluppo della crisi, elimina dappertutto le prestazioni mediche
che avevano cominciato ad essere considerate “normali” nei paesi capitalisti
avanzati. In secondo luogo, l’aggravarsi della decadenza del capitalismo ha
largamente amplificato alcuni problemi, soprattutto con la distruzione
“progressiva” dell’ambiente. Mentre il programma del PCR non fa che menzionare
brevemente la necessità di “protezione
della terra, dell’acqua e dell’aria”
, ogni programma futuro dovrà
riconoscere quale enorme compito questo rappresenti dopo decenni di sistematico
avvelenamento della “terra, dell’acqua e
dell’aria”
.

CDW