Africa nera, Algeria, Medio Oriente. Le grandi potenze principali responsabili dei massacri

“Più ancora che nel campo economico, il caos
caratteristico del periodo di decomposizione rivela i suoi effetti in quello
delle relazioni politiche tra gli Stati. Al momento del crollo del blocco
dell'Est che portava alla scomparsa del sistema di alleanze uscito dalla
seconda guerra mondiale, la CCI aveva messo in evidenza:

·    che questa situazione metteva all'ordine del
giorno, senza che ciò fosse immediatamente realizzabile, la ricostituzione di
nuovi blocchi, uno diretto dagli Stati Uniti e l'altro dalla Germania;

·        

che, nell'immediato, ciò sarebbe sfociato in uno
svilupparsi di scontri aperti che “l'ordine di Yalta” era riuscito fino a quel
momento a mantenere in un quadro “accettabile” per i due grandi gendarmi del
mondo. (…).

In un primo tempo, la tendenza alla
costituzione di un nuovo blocco intorno alla Germania, nella dinamica di
riunificazione di questo paese, ha compiuto dei passi significativi. Ma molto
rapidamente, la tendenza al “ciascuno per sé” ha preso il sopravvento sulla
tendenza alla ricostituzione di alleanze stabili fondamento di futuri blocchi
imperialisti, il che ha contribuito a moltiplicare ed aggravare gli scontri
militari.”
 (Risoluzione
sulla situazione internazionale, in questo stesso numero)

E' così che la CCI, al momento del
suo 12° Congresso, definiva la sua visione della situazione mondiale sul piano
imperialista, visione ampiamente confermata in questi ultimi mesi. La crescente
instabilità del mondo imperialista è stata espressa in particolare attraverso
un moltiplicarsi di conflitti sanguinosi in tutto il pianeta. Questo aggravarsi
della barbarie capitalista è soprattutto opera delle grandi potenze che non
smettono di prometterci un mondo di “pace e di prosperità”, ma le cui rivalità
sempre più acute ed aperte stanno costando all'umanità sempre più caro in
termini di morte, povertà e terrore.

Poiché “dalla fine della
divisione del mondo in due blocchi, gli USA sono stati confrontati ad una
continua contestazione della loro autorità da parte dei loro precedenti
alleati”
(Ibid.),  essi hanno dovuto
sviluppare nell'ultimo periodo una “massiccia controffensiva” contro
questi ultimi ed i loro interessi imperialisti, in particolare nella
ex-Jugoslavia ed in Africa. Malgrado ciò, i vecchi alleati continuano a sfidare
gli Stati Uniti fin dentro le sue riserve di caccia, come l'America latina ed
il Medio Oriente.

Noi non possiamo trattare qui di
tutte le parti del mondo che subiscono gli effetti della tendenza “al ciascuno
per sé” e dell'acuirsi delle rivalità imperialiste tra le grandi potenze. Non
accenneremo dunque che a poche situazioni che illustrano perfettamente questa
analisi e che hanno conosciuto, in questi ultimi tempi, degli sviluppi
significativi.

Africa
nera: gli interessi francesi sotto il fuoco

Nella risoluzione citata prima
abbiamo affermato anche che la prima potenza mondiale “è riuscita ad
infliggere al paese che l'aveva sfidata più apertamente, la Francia, un
serissimo smacco in quella che costituiva il suo avamposto, l'Africa.”
 L'evidenza dei fatti in quel momento ci autorizzava
a dire che: “Dopo l'eliminazione dell'influenza francese in Ruanda, è ora lo
Zaire, principale roccaforte della Francia in questo continente, che è sul
punto di sfuggirle di mano con il crollo del regime di Mobutu sotto i colpi
della 'ribellione' di Kabila massicciamente sostenuta dal Ruanda e dall'Uganda,
cioè dagli Stati Uniti.”

Dopo, le orde di Kabila hanno
abbattuto Mobutu e la sua cricca e preso il potere a Kinshasa. In questa
vittoria ed in particolare nei mostruosi massacri delle popolazioni civili che
essa ha provocato, il ruolo diretto e attivo giocato dallo Stato americano, in
particolare attraverso i numerosi “consiglieri” che esso ha messo a
disposizione di Kabila, è oggi un segreto di pulcinella. Ieri era
l'imperialismo francese che armava e consigliava le bande Hutu, responsabili
dei massacri in Ruanda, per destabilizzare il regime pro-USA di Kigali; oggi è
Washington  che nei fatti fa lo stesso
contro gli interessi francesi con i ribelli tutti di Kabila.

Lo Zaire è così passato sotto la
protezione esclusiva degli Stati Uniti. La Francia, quanto a lei, ha perso un
baluardo essenziale, il che significa la sua esclusione completa dalla “regione
dei grandi laghi”.

Inoltre, questa situazione non ha
tardato a provocare una destabilizzazione a catena dei paesi vicini che sono
ancora sotto l'influenza francese. L'autorità e la credibilità del “padrino
francese” hanno nei fatti preso una sonora batosta nella regione e da ciò gli
Stati Uniti hanno cercato di tirare il massimo profitto. Così dopo qualche
settimana, il Congo-Brazzaville è sconvolto dalla guerra tra i due ultimi
presidenti che sono pur tuttavia tutte e due delle "creature" della
Francia. Le pressioni ed i numerosi sforzi di mediazione fatti da Parigi non
conoscono per il momento alcun successo. Nell'Africa Centrale, paese che è attualmente
sottomesso ad una situazione di caos sanguinoso, si manifesta questa stessa
impotenza. Così, malgrado i due interventi militari molto duri e la creazione
di una “forza africana d'intervento” sotto il suo controllo, l'imperialismo
francese non riesce sempre a mantenere l'ordine sul posto. Più grave ancora, il
presidente centroafricano Angé Patassé, un'altra “creatura” della Francia,
minaccia ora di ricorrere all'aiuto americano mostrando così la sua sfiducia
verso il suo padrino attuale. Questa perdita di credito tende ora a
generalizzarsi attraverso tutta l'Africa nera fino ad attaccare i più fedeli
alleati di Parigi. Più in generale, l'influenza francese si allenta sull'insieme
del continente come lo ha chiaramente dimostrato, per esempio, l'ultimo summit
della OUA dove le due “iniziative francesi” più significative sono state
respinte:

- una riguardava il riconoscimento
del nuovo potere di Kinshasa che Parigi voleva ritardare e porre sotto
condizione; sotto la pressione degli Stati Uniti e dei suoi alleati africani,
Kabila ha non solo ottenuto un riconoscimento immediato ma anche un sostegno
economico “per ricostruire il suo paese”;

- un'altra riguardava la nomina di
una nuova direzione alla testa dell'organismo africano; il “candidato” della
Francia, abbandonato dai suoi “amici” ha dovuto ritirare la sua candidatura
prima del voto.

L'imperialismo francese subisce
attualmente sul continente nero una serie di gravi rovesci sotto i colpi
dell'imperialismo
americano e si tratta per lui di
un declino storico, tutto a vantaggio di quest'ultimo, in quello che era, non
molto tempo fa, il bastione francese.

“E' una punizione particolarmente
severa che questa potenza
(gli Stati Uniti) è sul punto di infliggere
alla Francia e che si vuole esemplare verso tutti gli altri paesi che
vorrebbero imitarla nella sua politica di permanente sfida.”
(Ibid.)

Tuttavia, malgrado il suo declino,
l'imperialismo francese ha ancora degli argomenti da far valere, delle carte da
giocare per difendere i suoi interessi e sostenere l'offensiva, per il momento
vittoriosa, degli americani. E' proprio a questo scopo che ha attuato tutto uno
spiegamento strategico delle sue forze militari in Africa. Se su questo piano
(e su altri) Parigi non può rivaleggiare con Washington, ciò non significa
affatto che essa va ad incrociare le braccia; e, per lo meno, è sicuro, fin da
ora, che essa va a fare di tutto per mettere in difficoltà la politica e gli
interessi americani. Le popolazioni africane non hanno dunque ancora finito di
subire sulla propria pelle le rivalità tra i grandi gangster capitalisti.

Dietro i massacri in Algeria, gli
stessi sordidi interessi dei "grandi"

L'Algeria è un altro terreno che
subisce in pieno gli effetti della decomposizione del capitalismo mondiale e
sul quale si esercita l'antagonismo feroce tra i “grandi”. In effetti, sono
quasi cinque anni che questo paese è in preda ad un caos sempre più sanguinoso
e barbaro. I regolamenti di conti in serie, gli incessanti massacri in massa di
popolazioni civili, i molteplici attentati mortali perpetrati fin nel cuore
della capitale spingono questo paese nell'orrore e nel terrore quotidiano. Dal
1992, da quella che i media borghesi chiamano ipocritamente “la crisi
algerina”, non c'è dubbio che è stata superata la cifra di 100.000 morti. Se vi
è una popolazione (e dunque un proletariato) che è preso in ostaggio in una
guerra tra frazioni borghesi, è certo quello dell'Algeria. E' chiaro oggi che quelli
che compiono massacri quotidianamente, che sono i responsabili diretti della
morte di queste migliaia di uomini, di donne e di bambini e di vecchi, sono
delle bande armate al soldo dei differenti campi in lotta:

- quello degli islamici la cui frazione più dura e più
fanatica, il GIA,
recluta le sue forze tra una gioventù decomposta, senza lavoro e senza
prospettiva (a causa della situazione economica drammatica attuale dell'Algeria
che getta la maggioranza della popolazione nella disoccupazione, la miseria e
la fame) se non quella di darsi alla più profonda delinquenza. Al Wasat,
il giornale della borghesia saudita che esce a Londra, riconosce che “questa
gioventù ha inizialmente costituito un motore di cui il FIS si è servito per
contrastare tutti quelli che si mettevano sulla sua strada verso il potere”

ma che le è sempre più scappata di mano;

- lo
Stato algerino stesso, che appare agli occhi di tutto il mondo come implicato
direttamente nei numerosi massacri che esso ha imputato ai “terroristi islamici”.
Le testimonianze raccolte in particolare sulla carneficina (tra i 200 ed i 300
morti) che ha avuto luogo nella periferia algerina, a Rais, alla fine dello
scorso agosto, provano, se ve ne era bisogno, che il regime di Zeroual è
tutt'altro che innocente: “Il tutto è durato dalle 22.30 alle 2.30. Essi (i
massacratori) si sono presi tutto il tempo necessario. (…) Non è arrivato
alcun soccorso, pur essendo le forze di sicurezza tutte molto vicine. I primi
ad arrivare questa mattina sono stati i pompieri.”
(testimonianze citate
dal giornale Le Monde). E' chiaro oggi che una buona parte delle
carneficine perpetrate in Algeria sono opera o dei servizi di sicurezza dello
Stato o delle “milizie di autodifesa” armate e controllate da questo stesso
Stato. Queste milizie non sono incaricate, come vuole farlo credere il regime,
di vegliare sulla sicurezza dei villaggi”; esse sono per lo Stato un
mezzo di controllo sulla popolazione, un'arma formidabile per eliminare i suoi
oppositori ed imporre il proprio ordine con il terrore.

Di fronte a questa situazione di
terrore, l’opinione mondiale", cioè le grandi potenze occidentali
soprattutto, ha cominciato ad esprimere la sua “emozione”. Così, quando il
segretario generale dell'ONU Kofi Annan cerca di incoraggiare “la tolleranza
ed il dialogo”
e chiama ad “una soluzione urgente”, Washington, che
si dice “inorridita”, gli apporta immediatamente il suo sostegno. Lo
Stato francese, quanto a lui, pur manifestando la sua enorme compassione, si
vieta di fare “ingerenza negli affari algerini”. L'ipocrisia di cui
danno prova tutti questi “grandi democratici” è assolutamente stupefacente ma
essa riesce sempre meno a mascherare le loro responsabilità nell'orrore che
questo paese vive. Attraverso frazioni della borghesia algerina contrapposte,
sono la Francia e gli Stati Uniti che si contrastano dopo la scomparsa dei
grandi blocchi imperialisti. La posta in gioco di questa sporca rivalità è per
Parigi di conservare l'Algeria nella sua sfera di influenza e per Washington di
recuperarla a suo vantaggio o, per lo meno, di destabilizzare l'influenza della
sua rivale.

In questa battaglia, il primo
colpo è stato sferrato dall'imperialismo americano che ha sostenuto, sotto
banco, lo sviluppo della frazione integralista del FIS a tal punto che questa,
nel 1992, è arrivata sul punto di prendere il potere. Ed è un vero e proprio
colpo di stato da parte del regime al potere in Algeria, con il sostegno del
compare francese, che ha permesso di evitare il pericolo imminente sia per le
frazioni borghesi che sono al potere che per gli interessi francesi. Dopo, la
politica condotta dallo Stato algerino, in particolare con l'interdizione del
FIS, la caccia e la prigionia per i suoi dirigenti e militanti, ha permesso di
ridurre l'influenza di quest'ultimo nel paese. Ma se questa politica, su questo
piano, è stata nel complesso coronata dal successo, essa è d'altra parte
responsabile dell’attuale situazione di caos. E' essa che ha gettato delle
frazioni del FIS nell'illegalità, la guerriglia e le azioni terroriste. Oggi,
gli islamici sono screditati a causa in particolare delle loro numerose e abominevoli
atrocità. Si può dunque affermare che con il sostegno di Parigi il regime di
Zeroual ha per il momento raggiunto i suoi scopi ma anche che l'imperialismo francese
è riuscito globalmente a resistere all'offensiva della prima grande potenza
mondiale ed a preservare i suoi interessi in Algeria. Il prezzo di questo
“successo” lo pagano le popolazioni oggi e lo pagheranno ancora domani. In
effetti, quando recentemente gli Stati Uniti hanno parlato di apportare tutto
il loro sostegno “agli sforzi personali” di Kofi Annan, era per
affermare che non sono disposti a lasciare la presa: al che Chirac ha
immediatamente risposto denunciando, in anticipo, ogni politica “di ingerenza
negli affari algerini”
, lasciando intendere che difenderà con le unghie e
con i denti il suo bastione.

Medio
Oriente: le crescenti difficoltà della politica americana

Se gli imperialismi di secondo
rango, come la Francia, riescono male a conservare la loro autorità nelle
proprie zone di influenza tradizionali  e
vi  subiscono  anche 
degli arretramenti sotto i colpi degli Stati Uniti, pur tuttavia questi
ultimi non sono risparmiati dalle difficoltà nella loro politica, difficoltà
che si manifestano fin nei loro terreni di caccia come il Medio Oriente. Questa
zona sulla quale essi hanno, dopo la guerra del Golfo, un controllo quasi
esclusivo si trova in uno stato di instabilità crescente che rimette in
questione la “pax americana” e la loro autorità. Nella nostra risoluzione
citata prima, avevamo già sottolineato un certo numero di esempi che illustrano
la contestazione crescente del dominio americano da parte di un certo numero di
paesi vassalli di questa regione del mondo. In particolare, nell'autunno 1996,
le reazioni quasi unanimi di ostilità verso i bombardamenti dell'Iraq con
44 missili Cruise”
, reazioni alle quali si sono aggiunti dei fedelissimi
come l'Egitto e l'Arabia saudita. Un altro esempio significativo è stato quello
della “ascesa al potere in Israele, contro la volontà manifesta degli Stati
Uniti, della destra, che ha fatto di tutto per sabotare il processo di pace con
i palestinesi che costituiva uno dei migliori successi della diplomazia USA”
.
La situazione sviluppatasi dopo ha confermato in modo eclatante questa analisi.

Nello scorso marzo, il “processo
di pace” subiva un rinculo significativo con il blocco dei negoziati
israelo-palestinesi a causa della cinica politica di colonizzazione dei
territori occupati sviluppata dal governo Netanyahu. Dopo, la tensione non ha
smesso di crescere nella regione, fino a provocare in particolare durante
questa estate numerosi attentati suicidi mortali, attribuiti ad Hamas, in pieno
centro di Gerusalemme, il che ha dato l’occasione allo Stato ebreo di
accentuare la repressione contro le popolazioni palestinesi e di imporre un
“blocco dei territori liberi”. D'altra parte una serie di scorribande di
Tsahal, con il suo seguito di distruzione e di morti sono state sferrate contro
gli Hezbollah nel sud del Libano. Di fronte a questo rapido deteriorarsi della
situazione, la Casa Bianca ha dovuto velocemente spedire sul posto i suoi due
principali emissari, Dennis Ross e Madeleine Albright, senza grande successo.
Quest'ultima ha anche riconosciuto che non aveva trovato “il modo migliore
per rimettere in moto il processo di pace”
. Ed in effetti, malgrado le
forti pressioni di Washington, Netanyahu resta sordo e prosegue la sua politica
aggressiva contro i palestinesi mettendo in pericolo l'autorità di Arafat e
dunque la sua capacità a controllare i suoi. Quanto ai paesi arabi, sono sempre
più quelli che esprimono il loro cattivo umore rispetto alla politica americana;
essi l’accusano di sacrificare i loro interessi a profitto di quelli di
Israele. Tra quelli che sfidano l'autorità del padrino americano si trova la
Siria che, attualmente, sta sviluppando delle relazioni economiche e militari
con Teheran e si è anche permessa di riaprire le sue frontiere con l'Iraq.
D'altronde ciò che era inconcepibile fino a poco tempo fa si sta realizzando
oggi: l'Arabia Saudita, “la più fedele alleata” degli americani, ma anche il
paese che più si era opposto finora al “regime degli Ayatollah”, riannoda i
suoi legami con l'Iran. Questi nuovi comportamenti verso l'Iran e l'Iraq, due
dei principali bersagli della politica americana in questi ultimi anni, non
possono essere visti da Washington che come delle bravate, cioè delle sfide.

In questo contesto di acute
difficoltà per la loro rivale di oltre Atlantico, le borghesie europee si fanno
forti di gettare dell'olio sul fuoco. D'altronde la nostra risoluzione faceva
già notare questo aspetto, sottolineando che la contestazione della leadership
americana si conferma “più in generale, (attraverso) la perdita del
monopolio del controllo della situazione in Medio Oriente, zona cruciale in
assoluto, mostrata in particolare dal ritorno in forza della Francia che si è
imposta come copadrino del regolamento del conflitto tra Israele e Libano …”.

Così, durante l'estate si è vista l'Unione Europea scavalcare Dennis Ross e
creare delle difficoltà alla diplomazia americana; infatti il suo “inviato
speciale” proponeva la creazione di un “comitato di sicurezza permanente” per
permettere ad Israele e all'OLP di “collaborare in modo permanente e non ad
intermittenza”
. Più recentemente, il ministro degli affari esteri francese,
H. Vedrine, soffiava un po' più sul fuoco tacciando la politica di Netanyahu di
catastrofismo”, denunciando così implicitamente la politica americana.
Inoltre, egli affermava a gran voce che “il processo di pace” era “cancellato”
e che esso “non ha più prospettiva”. Si tratta qui perlomeno di un
incoraggiamento, rivolto ai palestinesi e a tutti i paesi arabi, a voltare le
spalle agli Stati Uniti e alla loro “pax americana”.

“E' perciò che i successi della
controffensiva attuale degli Stati Uniti non potrebbero essere considerati come
definitivi, come un superamento della crisi della loro leadership.”
E anche
se “la forza bruta, le manovre volte a destabilizzare i loro concorrenti
(come oggi lo Zaire), con tutto il loro seguito di conseguenze tragiche non ha
smesso di essere usato da questa potenza”
(ibid.), questi stessi
concorrenti non hanno finito ancora di mettere in piazza tutte le loro capacità
di nuocere alla politica egemonica della prima potenza mondiale.

Oggi, nessun imperialismo, anche
il più forte, è immune dagli effetti destabilizzanti delle manovre dei suoi
concorrenti. Le roccaforti, le riserve di caccia tendono a scomparire. Non vi
sono più sul pianeta delle zone “protette”. Più che mai il mondo è sottoposto
alla concorrenza sfrenata secondo la regola del “ciascuno per sé”. E tutto ciò
contribuisce ad allargare ed accentuare il sanguinoso caos nel quale affonda il
capitalismo.

Elfe, 20 settembre 1997

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