1871: la prima rivoluzione proletaria della storia. Il comunismo: una società senza stato

Secondo l'erronea idea
"popolare" il comunismo sarebbe una società in cui tutto è diretto
dallo Stato. Non c'è portavoce della
borghesia, dai professori universitari ai giornalisti, che non propaghi
instancabilmente questa idea che è alla base dell'identificazione fra comunismo
e paesi stalinisti dell'Est.

Ma una menzogna anche ripetuta mille
volte rimane sempre una menzogna. Per Marx, per Engels e per tutti i
rivoluzionari che hanno seguito i loro passi, il comunismo è una società senza Stato, una società dove gli
essere umani dirigono la loro vita senza che ci sia una potenza coercitiva a
inquadrarli, senza governo, senza esercito, senza prigioni e senza frontiere.

Ma anche a questa versione del comunismo la borghesia ha la risposta pronta:
"Certo, certo, ma non è altro che un'utopia, un sogno irrealizzabile: la
società moderna è troppo complessa, troppo ramificata e gli esseri umani sono
troppo inaffidabili, violenti ed avidi di potere e privilegi". I
professori più raffinati (come ad esempio J. Talmon, autore del libro "Le origini della democrazia totalitaria")
sono lì pronti a spiegare che qualsiasi tentativo di creare una società senza
Stato non può che far nascere un mostruoso Stato-Leviatano, come quello apparso
in Russia sotto Stalin.

E tuttavia c'è qualcosa che non
quadra.... Se la visione di un comunismo senza Stato non è altro che un'utopia,
un sogno inoffensivo, perché mai i padroni dell'attuale Stato spendono tante
energie a ripetere la bugia per cui comunismo = controllo statale sulla
società? Vuoi vedere che la versione autentica del comunismo costituisce
veramente una sfida sovversiva all'ordine esistente e che questo è possibile
perché questa versione corrisponde alle necessità del movimento reale che è
necessariamente costretto a scontrarsi con lo Stato e con la società da lui
protetta?

Se il marxismo costituisce il punto di
vista teorico ed il metodo di lavoro di questo movimento, del movimento del
proletariato internazionale, allora è facile vedere perché tutte le varianti
dell'ideologia borghese, comprese quelle ad etichetta "marxista",
hanno sempre fatto carte false pur di seppellire la teoria marxista dello Stato
sotto immense discariche di immondizie intellettuali. Quando nel 1917 ha
scritto Stato e rivoluzione Lenin
parlava già di "riportare alla luce" la vera posizione marxista da
sotto gli strati di scorie riformiste. Oggi, dopo tutte le campagne di
propaganda sull'equazione capitalismo di Stato stalinista = comunismo, bisogna
scavare ancora di più. Ecco il perché di questo articolo centrato su
quell'avvenimento straordinario che fu la Comune di Parigi, prima rivoluzione
proletaria della storia che per la classe operaia è stata una fonte preziosa di
esperienza.

LA
I INTERNAZIONALE: ANCORA UNA VOLTA, LA LOTTA POLITICA

Nel 1864 Marx usciva da più di un
decennio di profonda immersione nel lavoro di ricerca teorica  per ritornare all'impegno politico pratico.
Nel decennio seguente l'essenziale delle sue energie sarà investito in due
questioni politiche essenziali: la formazione di un partito internazionale dei
lavoratori e la conquista del potere politico da parte del proletariato.

Dopo il lungo riflusso della lotta di
classe seguito alla disfatta delle grandi insurrezioni sociali del 1848, il
proletariato europeo cominciava a mostrare segni di ripresa a livello di
coscienza e combattività. Lo sviluppo del movimento di scioperi su
rivendicazioni sia economiche che politiche, la formazione di sindacati e
cooperative operaie, la mobilitazione operaia su questioni di politica
"estera", come il sostegno all'indipendenza della Polonia o alle
forze antischiaviste nella guerra civile americana, tutto questo aveva convinto
Marx che il periodo di disfatta volgeva ormai al termine. Per questo diede il
suo sostegno all'iniziativa dei sindacati inglesi e francesi di formare nel
settembre 1864 l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (1). Come dice Marx
stesso nel Rapporto del Consiglio
Generale dell'Internazionale al Congresso di Bruxelles del 1868: "Questa Associazione non è figlia nè di
una setta, nè di una teoria. Essa è il prodotto spontaneo del movimento
proletario, a sua volta creato dalle tendenze naturali ed incomprimibili della
società moderna"
(2). Il fato che le motivazioni di molti dei
fondatori dell'Internazionale avessero poco in comune con le idee di Marx (ad
esempio lo scopo principale dei sindacati inglesi era quello di utilizzare
l'Internazionale per arginare l'afflusso di crumiri da altri paesi durante gli
scioperi), non impedì dunque a quest'ultimo di giocarvi un ruolo decisivo;
membro del Consiglio Generale per quasi tutta la sua esistenza, ne ha scritto
molti dei documenti più importanti. L'Internazionale era allora il prodotto di
un movimento proletario ad un certo grado del suo sviluppo storico, in una fase
in cui stava ancora definendosi come una forza all'interno della società borghese.
In una tale situazione era possibile e necessario che la frazione marxista
lavorasse nell'Internazionale a fianco di altre tendenze della classe operaia,
partecipando alle sue attività immediate a livello delle lotte quotidiane degli
operai. Allo stesso tempo i marxisti si battevano per liberare l'organizzazione
dai pregiudizi borghesi e piccolo-borghesi ed impregnarla per quanto possibile
della chiarezza teorica e politica necessaria per poter agire da avanguardia
rivoluzionaria di una classe rivoluzionaria.

Non è questo il momento di fare la
cronistoria di tutte le lotte dottrinarie e pratiche affrontate dalla frazione
marxista all'interno dell'Internazionale. Basterà ricordare che esse erano
basate su principi già codificati nel Manifesto Comunista e ulteriormente
rinforzati dall'esperienza delle rivoluzioni del 1848:

  • "L'emancipazione
    dei lavoratori sarà opera dei lavoratori medesimi"
    (3), di
    qui la necessità di un'organizzazione "decisa
    dagli operai e per gli operai"
    (4), e la rottura con l'influenza
    dei liberali e dei riformisti borghesi; in breve, battersi per una
    politica ed una linea di azione indipendenti per il proletariato e questo
    anche in un periodo in cui le alleanze con le frazioni progressiste
    borghesi erano ancora possibili. All'interno dell'Internazionale la difesa
    di questi principi doveva portare alla rottura con Mazzini e con i suoi
    discepoli nazionalisti borghesi.
  • Di conseguenza "la
    classe operaia
    non può agire in
    tanto che classe che costituendosi in partito politico, distinto ed
    opposto a tutti i partiti formati dalle classi proprietarie"
    e
    dunque "questa costituzione
    della classe operaia in partito politico è indispensabile per assicurare
    il trionfo della rivoluzione sociale ed il suo scopo finale: l'abolizione
    delle classi"
    (5). Questa difesa di un partito di classe,
    un'organizzazione internazionale e centralizzata raggruppante i proletari
    più avanzati (6) è stata portata avanti contro tutti gli elementi
    anarchici, "anti-autoritari", federalisti, in particolare contro
    i seguaci di Proudhon e di Bakunin. Questi ultimi pensavano che ogni forma
    di centralizzazione fosse per definizione dittatoriale e che, comunque,
    l'Internazionale non avesse niente a che vedere con la politica, sia che
    si fosse in una fase di difesa che in una fase di attacco rivoluzionario.
    L'Indirizzo Inaugurale
    dell'Internazionale nel 1864 insisteva già sul fatto che la conquista del potere politico è
    divenuto il primo dovere della classe operaia"
    (7). La
    risoluzione del 1871 costituisce dunque un richiamo di questo principio
    fondamentale contro tutti quelli che credevano che si potesse fare una
    rivoluzione sociale senza che gli operai si prendessero la pena di formare
    un proprio partito e di battersi in quanto classe per il potere politico.

Nel periodo che va dal 1864 al 1871,
il dibattito sull'impegno in "politica" era in gran parte centrato
sulla questione se la classe operaia dovesse o no partecipare all'attività
politica in un ambito borghese
(appello per il suffragio universale, partecipazione dei partiti operai al
parlamento, lotta per i diritti democratici, etc.), con l'obiettivo di ottenere
riforme e rinforzare la sua posizione all'interno della società capitalista. I
bakuninisti ed i blanquisti (8), campioni dell'onnipotenza della volontà
rivoluzionaria, rifiutavano di analizzare le condizioni materiali concrete in
cui agiva il movimento operaio e rigettavano tali tattiche come una deviazione
dalla rivoluzione sociale. La frazione materialista di Marx dal canto suo
constatava che il capitalismo in quanto sistema mondiale non aveva ancora
creato tutte le condizioni per la trasformazione rivoluzionaria della società e
che, di conseguenza, la classe operaia era ancora obbligata a lottare per delle
riforme parziali, sia politiche che economiche. In questa lotta, non solo
migliorava la sua condizione materiale, ma si preparava ed organizzava per la
prova di forza rivoluzionaria che avrebbe inevitabilmente concluso la
traiettoria storica del capitalismo verso la crisi e la catastrofe.

Questo dibattito sarebbe proseguito
all'interno del movimento operaio nei decenni seguenti anche se in condizioni
diverse e con diversi protagonisti. Ma nel 1871 un evento straordinario doveva
far fare un salto di livello al dibattito sull'azione politica della classe
operaia. Quello fu l'anno della prima rivoluzione proletaria della storia,
l'anno della conquista effettiva del potere politico da parte della classe
operaia: quello fu l'anno della Comune di Parigi.

La
Comune e la concezione materialista della storia

"Ogni
passo del movimento reale vale più di una dozzina di programmi"
(9).

Il dramma e la tragedia della Comune
di Parigi sono stati brillantemente analizzati da Marx in La guerra civile in Francia, pubblicato nell'estate del 1871 come
Indirizzo Ufficiale dell'Internazionale. In questa polemica appassionata Marx
mostra come una guerra tra nazioni, la Francia e la Prussia, si è trasformata
in guerra tra classi: in seguito al disastroso crollo militare della Francia,
il governo Thiers, con sede a Versailles, aveva concluso una pace impopolare e
cercato di imporla a Parigi: Questo poteva solo essere fatto disarmando gli
operai raggruppati nella Guardia Nazionale. Il 18 marzo 1871 truppe inviate da
Versailles cercarono di impadronirsi dei cannoni della Guardia Nazionale: si
trattava della prima tappa di una repressione massiccia che doveva colpire la
classe operaia e le sue avanguardie rivoluzionarie. Ma gli operai di Parigi
risposero scendendo in massa per le strade ed inducendo alla fraternizzazione
le truppe di Versailles. Pochi giorni dopo fu proclamata la Comune.

Il nome di Comune era un ricordo della
Comune rivoluzionaria del 1793, organo dei sanculotti durante le fasi più
radicali della rivoluzione francese. Ma la seconda Comune aveva un significato
completamente differente: non era rivolta verso il passato, ma verso il futuro,
quello della rivoluzione comunista della classe operaia.

Marx durante l'assedio di Parigi aveva
messo in guardia contro una insurrezione che, nelle condizioni militari del
momento, sarebbe stata una "disperata
follia"
(10). Nonostante questo , non appena l'insurrezione si
verificò, Marx e l'Internazionale presero posizione ed espressero una
solidarietà incrollabile ai Comunardi -fra i quali i membri parigini
dell'Internazionale giocarono un ruolo d'avanguardia, anche se quasi nessuno
era di osservanza "marxista". Nessun altro atteggiamento era
possibile di fronte alle infami calunnie lanciate dalla borghesia mondiale
contro la Comune ed all'orribile vendetta che la classe dominante si prese su
chi aveva osato sfidare la sua sacrosanta "civiltà": dopo il massacro
di migliaia di combattenti sulle barricate, migliaia di altri, uomini, donne,
bambini, furono abbattuti come bestie per le strade, incarcerati in condizioni
disumane, deportati come forzati nelle colonie. Dai giorni della crocifissione
dei ribelli di Spartaco, le classi dominanti non si erano più offerte il
piacere di un simile bagno di sangue.

Ma al di là della questione elementare
della solidarietà proletaria, c'è un altro motivo che ha spinto Marx a dare una
enorme importanza alla Comune di Parigi. Anche se era storicamente
"prematura", nel senso che non erano ancora presenti tutte le
condizioni necessarie per la rivoluzione mondiale, la Comune è stata tuttavia
lei stessa un avvenimento di portata mondiale, una tappa indispensabile sulla
via di quella rivoluzione; è ancora oggi un tesoro di lezioni per il futuro,
per la chiarificazione del programma comunista. Prima della Comune la frazione
più avanzata della classe, i comunisti, avevano già compreso che la classe
operaia doveva prendere il potere come primo passo verso la costruzione di una
società senza classi. Ma nessuno sapeva in che forma il proletariato avrebbe
stabilito la sua dittatura, perché un simile passo in avanti teorico poteva
essere fatto solo basandosi sull'esperienza vivente della classe. L'esperienza
in questione è stata appunto la Comune di Parigi, provando nel modo più vivente
possibile che il programma comunista non è un dogma fisso e statico, ma evolve
in stretta relazione con la pratica storica della classe operaia: non
un'utopia, ma un grande esperimento scientifico il cui laboratorio è il
movimento reale della società. E' del resto noto che Engels, nelle successive
edizioni del Manifesto Comunista
scritto nel 1848, aggiunse all'introduzione un punto specifico per affermare
che l'esperienza della Comune aveva reso obsolete e superate le formulazioni
del testo che esprimevano l'idea di impadronirsi dell'apparato statale
esistente. Le conclusioni che Marx ed Engels hanno tirato dalla Comune sono, in
altri termini, una dimostrazione ed una giustificazione del metodo materialistico storico. Come ben
sintetizza Lenin in Stato e Rivoluzione:

"In
Marx non vi è un briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una
società "nuova". No, egli studia, come un processo di storia
naturale, la genesi della nuova
società che sorge dall'antica, le
forme di transizione tra l'una e l'altra
. Egli
si basa sui fatti, sull'esperienza del movimento proletario di massa e cerca di
trarne insegnamenti pratici. Egli "si mette alla scuola" della
Comune, come tutti i grandi pensatori rivoluzionari non esitavano a mettersi
alla scuola dei grandi movimenti della classe oppressa,..."
(11).

Il nostro scopo qui non è tracciare la
storia della Comune, i cui principali eventi sono descritti in La guerra civile in Francia ed in molti
altri lavori, alcuni dei quali scritti da rivoluzionari che, come Lissagaray,
si erano battuti sulle barricate. Quello che cercheremo di fare è di esaminare
che cosa precisamente Max ha imparato dalla Comune.

Marx
contro l'adorazione dello Stato

"Non
fu dunque una rivoluzione contro questa o quella forma di potere di Stato,
legittimista, costituzionale, repubblicano o imperiale. Fu una rivoluzione
contro lo Stato stesso, questo aborto soprannaturale della società; fu la
riappropriazione del popolo e per il popolo della propria vita sociale."
(12)

Le conclusioni che Marx ha tratto
dalla Comune di Parigi, non erano pertanto un prodotto automatico dell'esperienza diretta degli operai. Esse erano una
conferma ed un arricchimento di un elemento del pensiero di Marx che questi
aveva assunto costantemente da quando aveva rotto con l'hegelismo per evolvere
verso la causa proletaria.

Prima ancora di divenire chiaramente
comunista Marx aveva già cominciato a criticare l'idealizzazione hegeliana
dello Stato. Per Hegel il cui pensiero era nei fatti una mescolanza
contraddittoria di radicalismo, derivato dalla spinta della rivoluzione borghese,
ed il conservatorismo, ereditato dall'atmosfera opprimente dell'assolutismo
prussiano, lo Stato, ed in particolare lo Stato prussiano esistente, era
definito come l'incarnazione dello Spirito Assoluto, la forma perfetta
dell'esistenza sociale. Nella sua critica 
di Hegel,  Marx mostra al
contrario che lungi dall'essere il prodotto superiore e più nobile dell'essere
umano, il soggetto razionale dell'essere sociale, lo Stato, e soprattutto lo
Stato prussiano burocratico, era un aspetto dell'alienazione dell'uomo, della
sua perdita di controllo sui propri poteri sociali. Il pensiero di Hegel
partiva da una logica capovolta: "Hegel
parte dallo Stato e concepisce l'uomo come Stato soggettività; la democrazia
parte dall'uomo e concepisce lo Stato come l'uomo oggettività"
(13)

A quell'epoca il punto di vista di
Marx era quello della democrazia borghese radicale (molto radicale nei fatti
dato che, come abbiamo già dimostrato, la vera democrazia portava alla
scomparsa dello Stato), un punto di vista secondo il quale l'emancipazione
dell'umanità riguardava innanzitutto la sfera della politica. Ma ben presto,
incominciando a vedere le cose dal punto di vista della prospettiva operaia, fu
capace di capire che se lo Stato diventava estraneo alla società era perché
questo è il prodotto di una società fondata sulla proprietà privata ed i
privilegi di classe. Nei suoi scritti su La
legge contro i ladri di legno
, per esempio, egli incominciò ad assumere la
concezione secondo la quale lo Stato è il guardiano dell'ineguaglianza sociale,
di ristretti interessi di classe; in La
questione ebraica
iniziò a riconoscere che la reale emancipazione umana non
poteva essere ristretta alla sola dimensione politica, ma richiedeva una forma
di vita differente. Così fin dall'inizio del comunismo di Marx, questo ebbe
sempre la preoccupazione di demistificare lo Stato.

Come abbiamo visto negli articoli su
il Manifesto comunista, e le
rivoluzioni del 1848 (14), nella misura in cui il comunismo emergeva in quanto
corrente con una organizzazione ed un programma politico definito, egli
proseguiva nello stesso spirito. Il Manifesto
Comunista
, scritto alla vigilia dei grandi sollevamenti sociali del 1848,
vedeva come prospettiva non solo la presa del potere da parte del proletariato,
ma l'estinzione dello Stato una volta che le sue radici, cioè la società divisa
in classi, fossero state estirpate e soppresse. E le esperienze reali dei
movimenti del 1848 permisero alla minoranza rivoluzionaria organizzata nella
Lega comunista di fare molta luce sul cammino del proletariato verso il potere,
mettendo in evidenza la necessità, in ogni sollevamento proletario, che la
classe operaia conservi le sue proprie armi ed i suoi propri organi di classe,
e suggerendo anche (nel 18 Brumaio di
Luigi Bonaparte
) che il compito per il proletariato rivoluzionario non era
quello di perfezionare l'apparato dello Stato borghese, ma di distruggerlo.

In questo modo la frazione marxista
non interpreterà l'esperienza della Comune senza patrimonio teorico: le lezioni
della storia non sono "spontanee" nel senso in cui l'avanguardia
comunista le sviluppa sulla base di un quadro d'idee già esistenti. Ma queste
idee devono essere esse stesse costantemente riesaminate e testate alla luce
dell'esperienza della classe operaia ed è merito degli operai parigini l'aver
offerto una prova convincente che la classe operaia non può fare la rivoluzione
impadronendosi di un apparato la cui struttura ed il cui modo di funzionamento
sono adattati alla perpetuazione dello sfruttamento e dell'oppressione. Se il
primo passo della rivoluzione proletaria è la conquista del potere politico,
questo non può aversi senza la
distruzione violenta dello Stato borghese esistente.

L'armamento
degli operai

E' significativo il fatto che la
Comune sia sorta dal tentativo del governo di Versailles di disarmare gli
operai: ciò ha dimostrato che la borghesia non può tollerare un proletariato in
armi. Al contrario, il proletariato può arrivare al potere solo con le armi in
mano. La classe dominante più violenta ed impietosa della storia non permetterà
mai di essere privata del potere attraverso un voto, essa dovrà essere
costretta a farlo e la classe operaia non può difendere la sua rivoluzione
contro tutti i tentativi di rovesciarla, se non dotandosi di una propria forza
armata.

Nei fatti due delle critiche più
rigorose fatte da Marx alla Comune sono che questa non aveva sufficientemente
utilizzato la forza avendo manifestato una "paura superstiziosa"
difronte alla Banca di Francia invece di occuparla e di utilizzarla come
oggetto di patteggiamento, e che non si era lanciata all'offensiva contro
Versailles quando questa non aveva ancora le risorse per condurre l'attacco
controrivoluzionario del capitale.

Ma, malgrado queste debolezze, la
Comune fece un passo avanti storico decisivo quando, in uno dei suoi primi
decreti, decretò la dissoluzione dell'esercito esistente ed introdusse
l'armamento generale della popolazione nella Guardia Nazionale che fu realmente
trasformata in milizia popolare. Così facendo la Comune segnò il primo passo
verso lo smantellamento del vecchio apparato statale, che trova la sua più alta
espressione nell'esercito, in una forza armata che sorveglia la popolazione,
obbedisce solo ai livelli superiori dell'apparato statale e non è sottoposto a
nessun controllo dal basso.

Lo
smantellamento della democrazia ad opera della democrazia operaia

A fianco all'esercito, e nei fatti
strettamente interdipendente da questo, l'istituzione che concretizza più
chiaramente lo Stato come una escrescenza
parassitaria
divenuta estranea alla società, è la burocrazia, questo
insieme bizantino di funzionari permanenti che vedono lo Stato esclusivamente
come loro proprietà privata. Anche qui la Comune prese delle misure immediate
per liberarsi di questo parassita. Engels riassume molto succintamente queste
misure nella sua Introduzione alla guerra
civile in Francia
:

"Contro
questa trasformazione, inevitabile finora in tutti gli Stati, dello Stato e
degli organi dello Stato, da servitori della società in padroni della società,
la Comune applicò due mezzi infallibili. In primo luogo assegnò elettivamente
tutti gli impegni amministrativi, giudiziari, educativi, per suffragio generale
degli interessati e con diritto costante di revoca da parte di questi. In
secondo luogo, per tutti i servizi
, alti
e bassi, pagò solo lo stipendio che ricevono gli altri operai. Il più alto
assegno che pagava era di 6.000 franchi. In questo modo era posto un freno
sicuro alla caccia agli impieghi e al carrierismo...."
(15).

Anche Marx sottolineava che unendo le
funzioni esecutive e legislative, la Comune era un "corpo agente", "non
un organismo parlamentare"
(16). In altri termini, essa era una forma
superiore di democrazia rispetto al parlamento borghese: anche in giorni
migliori di quelli, la divisione tra il potere legislativo e l'esecutivo faceva
si che quest'ultimo tendeva a sfuggire al controllo del primo e generava una
burocrazia sempre maggiore. Questa tendenza è stata pienamente confermata
nell'epoca della decadenza del capitalismo nel corso della quale gli organi
esecutivi dello Stato hanno fatto del legislativo una semplice apparenza, una
facciata.

Ma senza dubbio la prova migliore del
fatto che la democrazia proletaria incarnata dalla Comune era più avanzata di
ogni altra forma che poteva esistere sotto la democrazia borghese, è il
principio dei delegati revocabili:

"Invece
di decidere ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante
dovesse  mal rappresentare il popolo nel
Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in
comuni..."
(17).

Le elezioni borghesi sono fondate sul
principio del cittadino atomizzato nella cabina elettorale, con un voto che non
gli consente alcun controllo reale sui suoi "rappresentati". La
concezione proletaria dei delegati eletti e revocabili, al contrario, non può
funzionare che sulla base di una mobilitazione permanente e collettiva degli
operai e degli oppressi. Secondo la tradizione delle sezioni rivoluzionarie
dalle quali è sorta la Comune del 1793 (senza menzionare gli
"agitatori" radicali eletti nei ranghi del Nuovo modello di esercito di Cromwell nella rivoluzione inglese), i
delegati al Consiglio della Comune erano eletti da assemblee pubbliche tenute
in ogni rione di Parigi. Formalmente parlando queste assemblee elettorali
avevano il potere di formulare i mandati dei loro delegati e di revocarli se
necessario. Nella pratica succedeva che la maggior parte del lavoro di
supervisione e di pressione sui delegati della Comune era realizzato dai
"Comitati di Vigilanza" e dai circoli rivoluzionari che sorgevano nei
quartieri operai e che erano i luoghi dove si concentrava una intensa vita di
dibattito politico, sia sulle questioni generali e teoriche alle quali erano
confrontati gli operai, sia sulle questioni immediate di sopravvivenza,
d'organizzazione e di difesa. La dichiarazione di principio del Club comunale
che si riuniva nella chiesa di Saint Nicolas des Champs, nel tredicesimo
"arrondissement", ci dà un'idea del livello di coscienza proletaria
raggiunto dai proletari parigini nei due mesi di esistenza della Comune:

"I
fini del Club Comunale sono i seguenti:

Combattere
i nemici dei nostri diritti comuni, delle nostre libertà e della Repubblica.

Difendere
i diritti del popolo, educarlo politicamente in modo che sia in grado di
auto-governarsi.

Ricordare
i principi ai nostri delegati se dovessero allontanarsene e sostenerli in tutti
i loro sforzi per salvare la Repubblica. Ma soprattutto sostenere la sovranità
del popolo che non deve mai rinunciare ai suoi diritti, a controllare l'azione
dei suoi delegati.

Popolo,
governa te stesso direttamente, attraverso delle riunioni politiche, attraverso
la tua stampa; fai sentire la pressione su quelli che ti rappresentano - essi
non possono andare troppo in là nella direzione rivoluzionaria...

Lunga
vita alla Comune!".

Dal
mezzo-Stato alla soppressione dello Stato

Fondata sulla mobilitazione permanente
del proletariato in armi, la Comune, come dice Engels, "non era più uno Stato in senso stretto" (18). Lenin in Stato e rivoluzione cita questa frase e
la sviluppa:

"La
Comune cessava di essere uno Stato
nella misura in cui essa non doveva più opprimere la maggioranza della
popolazione, ma una minoranza (gli sfruttatori); essa aveva spezzato la
macchina dello Stato borghese; invece di una forza particolare di oppressione, era la popolazione stessa che entrava
in campo. Tutto ciò non corrisponde più allo Stato nel senso proprio della
parola. Se la Comune si fosse consolidata, le tracce dello Stato si sarebbero
"estinte" da sé: la Comune non avrebbe avuto bisogno di "abolire"
le sue istituzioni: queste avrebbero cessato di funzionare a mano a mano che
non avrebbero avuto più nulla da fare"
(19).

In questo modo
l'"anti-statalismo" della classe operaia opera a due livelli, o
piuttosto in due tappe: prima la distruzione violenta dello Stato borghese; poi
la sua sostituzione con una nuova specie di potere politico che nella misura
del possibile evita gli "aspetti
peggiori"
i tutti gli Stati precedenti e che, in fin dei conti, rende
possibile al proletariato di sbarazzarsi completamente dello Stato.

Dalla
Comune al comunismo: la questione della trasformazione sociale

Il deperimento dello Stato è basato
sulla trasformazione dell'infrastruttura economica e sociale, sull'eliminazione
dei rapporti capitalisti di produzione e sul'evoluzione verso una comunità
umana senza classi. Come abbiamo già detto, le condizioni materiali di una tale
trasformazione non esistevano a livello mondiale nel 1871. In più la Comune fu
al potere per soli due mesi ed in una sola città assediata, anche se ha ispirato
tentativi rivoluzionari in altre città della Francia (Marsiglia, Lione, Tolosa,
Narbonne, etc.).

Quando gli storici borghesi cercano di
ridicolizzare le proclamazioni di Marx sulla natura rivoluzionaria della
Comune, mettono in evidenza che la maggior parte delle misure economiche e
sociali che essa ha preso erano ben poco socialiste: la separazione tra Chiesa
e Stato, per esempio, è perfettamente compatibile con il repubblicanesimo
borghese radicale. Anche le misure che avevano un impatto più specifico sul
proletariato, come l'abolizione del lavoro di notte nei panifici, il sostegno
alla formazione di sindacati, etc., erano concepite come una difesa degli
operai contro lo sfruttamento piuttosto che come la soppressione dello
sfruttamento stesso. Tutto questo ha portato alcuni "esperti" sulla
Comune a vederci più l'ultimo respiro della tradizione giacobina che il primo
vento della rivoluzione proletaria. D'altra parte, come ha notato Marx, si
scambia la Comune per "una
riproduzione dei Comuni medioevali, che prima precedettero questo stesso potere
statale e poi ne divennero il sostrato"
(20)

Tutte queste interpretazioni si basano
su di una totale incomprensione della natura della rivoluzione proletaria. Le
lezioni della Comune di Parigi sono fondamentalmente delle lezioni politiche,
delle lezioni sulle forme e le funzioni del potere proletario, per la semplice
ragione che la rivoluzione proletaria non può iniziare che come atto politico.
Mancando di ogni potere economico nel seno della vecchia società, il
proletariato non può ingaggiarsi in un processo di trasformazione sociale
finchè non ha preso le redini del potere politico, e ciò a livello mondiale. La
rivoluzione russa del 1917 è avvenuta in un periodo storico in cui il comunismo
a livello mondiale era possibile e fu vittoriosa a livello di un grande paese.
Ma anche qui, l'eredità fondamentale della rivoluzione russa è legata al
problema del potere politico della classe operaia. Aspettarsi che la Comune
potesse introdurre il comunismo in una sola città significa credere ai
miracoli. Come dice Marx:

"La
classe operaia non attendeva i miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle
e pronte da introdurre "par décret du peuple". Sa che per realizzare
la propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società
odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà
passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno
le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma
da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e
cadente società borghese"
(21).

Contro tutte le false interpretazioni
della Comune, Marx insisteva sul fatto che essa "fu essenzialmente un governo
della classe operaia
, il prodotto della lotta della classe dei produttori
contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella
quale si poteva compiere l'emancipazione economica del lavoro"
(22).

In questo passaggio Marx riconosce che
la Comune fu innanzitutto e soprattutto una forma politica e che era fuori
discussione che in una notte, sotto il suo dominio, si sarebbero realizzate
delle utopie. E tuttavia, allo stesso tempo, egli riconosce che una volta che
il proletariato ha preso le cose in mano, esso può e deve innescare, anzi
"liberare", una dinamica che porta alla "trasformazione economica del lavoro", malgrado tutti i limiti
obiettivi opposti a questa dinamica. E' per questo che la Comune, così come la
rivoluzione russa, contiene delle lezioni valide anche per la futura
trasformazione sociale.

Come esempio di questa dinamica, di
questa logica verso la trasformazione sociale, Marx ha ricordato
l'espropriazione delle fabbriche abbandonate dai capitalisti che erano fuggiti
dalla città e la loro presa in carico da parte delle cooperative operaie che
dovevano essere organizzate in una federazione unica. Per lui questo era una
espressione immediata del fine ultimo della Comune, l'espropriazione generale
degli espropriatori:

"Essa
voleva fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di
produzione, la terra ed il capitale, che ora sono essenzialmente mezzi di
asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro
libero ed associato. Ma questo è comunismo, "impossibile" comunismo!.
Ebbene, quelli tra i membri delle classi dominanti che sono abbastanza
intelligenti per comprendere la impossibilità
di perpetuare il sistema esistente -e sono molti- sono diventati gli
apostoli seccati e rumorosi della produzione cooperativa. Ma se la produzione
cooperativa non deve restare una finzione ed un inganno, se essa deve
subentrare al sistema capitalista; se delle associazioni cooperative unite
devono regolare la produzione nazionale secondo un piano comune, prendendola
così sotto il loro controllo e ponendo fine all'anarchia costante e alle
convulsioni periodiche che sono la sorte inevitabile della produzione
capitalista: che cosa sarebbe questo, o signori, se non comunismo,
"possibile" comunismo?"
(23).

La
classe operaia come avanguardia degli oppressi

La Comune ci ha lasciato importanti
elementi per comprendere i rapporti tra la classe operaia, una volta che ha
preso il potere, e gli altri strati non sfruttatori della società, in questo
caso la piccola-borghesia urbana ed i contadini. Agendo come avanguardia
determinata dell'insieme della popolazione sfruttata, la classe operaia ha
mostrato la sua capacità a conquistare la fiducia di questi strati, che sono
meno capaci di agire in quanto forza unita. E per mantenere questi strati a
fianco della rivoluzione, la Comune ha introdotto una serie di misure economiche
che alleggerivano i loro compiti materiali: l'abolizione di ogni tipo di debito
e di imposta, la trasformazione di quella che è l'incarnazione immediata
dell'oppressione per il contadino, "le
sue odierne sanguisughe
, il notaio,
l'avvocato, l'usciere e gli altri vampiri giudiziari, in agenti comunali
salariati eletti da lui
e davanti a
lui responsabili"
(24). Nel caso dei contadini, queste misure
restavano largamente ipotetiche perché l'autorità della Comune non si estendeva
ai distretti rurali. Ma gli operai di Parigi guadagnarono, in larga misura, il
sostegno della piccola borghesia urbana, in particolare attraverso
l'aggiornamento dell'obbligo dell'affitto e l'annullamento degli interessi.

Lo
Stato come "male necessario"

Le strutture elettorali della Comune
hanno anche permesso agli altri strati non sfruttatori di partecipare
politicamente al processo rivoluzionario. Ciò era inevitabile e necessario e si
sarebbe dovuto ripetere anche durante la rivoluzione russa. Ma allo stesso
tempo, visto retrospettivamente, possiamo dire che una delle indicazioni del
fatto che la Comune era una espressione "immatura" della dittatura
del proletariato, che era espressione di una classe che non aveva ancora
raggiunto il suo pieno sviluppo, sta nel fatto che gli operai non avevano
organizzazioni specifiche indipendenti all'interno di queste nè un peso
preponderante nei meccanismi elettorali. La Comune era eletta esclusivamente
sulla base di unità territoriali (i quartieri) che, anche se dominate dal proletariato,
non consentivano alla classe operaia di imporsi come una forza chiaramente
autonoma (in particolare poi se la Comune si estendeva alla maggioranza dei
contadini al di fuori di Parigi). E' per questo che i consigli operai del 1905
e del 1917-21, eletti dalle assemblee sui luoghi di lavoro e installati nei
principali centri industriali, costituirono una forma più avanzata della
dittatura del proletariato rispetto alla Comune. Possiamo anche arrivare ad
affermare che la Comune corrispondeva più allo Stato composto da tutti i
Soviet  (degli operai,  dei contadini,  dei cittadini), che nacque dalla rivoluzione
russa, che non all'organizzazione dei Consigli operai.

L'esperienza russa ha reso possibile
chiarire il rapporto tra gli organi specifici della classe, i Consigli operai,
e lo Stato sovietico nel suo insieme. In particolare essa ha mostrato che la
classe operaia non può identificarsi direttamente con quest'ultimo, ma che al
contrario essa deve esercitare una vigilanza costante e un controllo su questo Stato
attraverso le proprie organizzazioni di classe che vi partecipano senza esserne
inghiottite. Abbiamo già trattato questa questione in altri articoli, ma
pensiamo sia importante insistere sul fatto che lo stesso Marx ha intravisto
questo problema. La prima stesura de La
guerra civile in Francia
contiene il seguente passaggio:

"...La
Comune non è il movimento sociale della classe operaia e, di conseguenza, il
movimento rinnovatore di tutta l'umanità, ma soltanto lo strumento organico del
suo movimento reale. La Comune non sopprime la lotta delle classi, mediante la
quale la classe operaia si sforza di abolire, negandosi come tale, tutte le
classi e, di conseguenza, ogni dominazione di classe... ma essa crea il clima
più razionale nel quale questa lotta delle classi può svolgersi attraverso
varie fasi
nel modo più
razionale e più consono all'essere umano."
(25).

Si riscontra qui una chiara visione
del fatto che la dinamica reale della trasformazione comunista non viene da uno
Stato post-rivoluzionario poichè la funzione di questo, come per qualsiasi
altro Stato, è di contenere gli
antagonismi di classe, di impedirgli di dilaniare la società. Da cui il suo
aspetto conservatore rispetto al movimento sociale reale del proletariato.
Anche nella breve vita della Comune possiamo individuare delle tendenze in
questa direzione. La Storia della Comune
di Parigi
di Lissagaray contiene molte critiche delle esitazioni, delle
confusioni e, in certi casi, delle posizioni avanzate da alcuni delegati al
Consiglio della Comune, molte delle quali incarnavano, nei fatti, un
radicalismo piccolo-boghese obsoleto rimesso frequentemente in questione dalle
assemblee dei quartieri più proletari. Uno dei club rivoluzionari locali arriva
a dichiarare che bisognava dissolvere la Comune perché questa non era
abbastanza rivoluzionaria!

In un passaggio famoso, Engels si
immette nello stesso problema quando dice che lo Stato, il mezzo-Stato del
periodo di transizione verso il comunismo, "...è
un male che viene lasciato in eredità al proletariato riuscito vincitore nella
lotta per il dominio di classe, i cui lati peggiori il proletariato non potrà
fare a meno di amputare subito, nella misura del possibile, come fece la
Comune, finchè una generazione cresciuta in condizioni sociali nuove, libere,
non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale."

(26). Prova ulteriore che, per il marxismo, la potenza dello Stato è la misura
dell'asservimento dell'uomo.

Dalla
guerra nazionale alla guerra di classe

C'è un'altra lezione vitale della
Comune che non è legata al problema della dittatura del proletariato, ma ad una
questione particolarmente spinosa nella storia del movimento operaio: la
questione nazionale.

Come abbiamo già detto, Marx e la sua
tendenza nel seno della Prima Internazionale riconoscevano che il capitalismo
non aveva ancora raggiunto l'apogeo del suo sviluppo. Nei fatti il capitalismo
era ancora limitato dalle vestigia della società feudale e da altri resti
arcaici. Per questo motivo Marx ha sostenuto alcuni movimenti nazionali nella
misura in cui essi rappresentavano la democrazia borghese contro l'assolutismo
e tendevano all'unificazione nazionale contro la frammentazione feudale. Il
sostegno che l'Internazionale ha dato all'indipendenza della Polonia contro lo
Zarismo russo, all'unificazione italiana e tedesca, ai Nordisti in America
contro il Sud schiavista durante la Guerra Civile si basava su questa logica
materialista. Questa era anche la causa che mobilitava la simpatia e la
solidarietà attiva della classe operaia: in Gran Bretagna per esempio si
facevano delle riunioni per il sostegno all'indipendenza polacca, delle grandi
manifestazioni contro l'intervento britannico a fianco dei Sudisti in America,
anche se la mancanza di cotone derivante dalla guerra comportava reali
privazioni per gli operai tessili inglesi.

In questo contesto in cui la borghesia
non aveva completamente concluso i suoi compiti storici progressisti, il
problema delle guerre di difesa nazionale era ben reale ed i rivoluzionari
dovevano prendere in seria considerazione ogni guerra tra Stati; ed il problema
si pone con forza quando scoppia la guerra franco-prussiana. La politica
dell'Internazionale verso questa guerra è riassunta nel Primo Indirizzo del Consiglio Generale dell'AIT sulla guerra
franco-prussiana
. Nella sua essenza si trattava di una presa di posizione
di un internazionalismo proletario fondamentale contro le guerre
"dinastiche" della classe dominante. Essa citava un Manifesto
prodotto dalla sezione francese dell'Internazionale allo scoppio della guerra:

"Ancora
una volta col pretesto dell'equilibrio europeo e dell'onore nazionale, le
ambizioni politiche minacciano la pace nel mondo. Operai francesi, tedeschi e
spagnoli! Uniamo le nostre voci in un solo grido di condanna contro la
guerra!... La guerra per una questione di preponderanza o di dinastia non può
essere agli occhi degli operai che una assurdità criminale."
(27)

Tali sentimenti non erano limitati ad
una minoranza socialista: Marx rapporta, nel Primo Indirizzo, come gli operai internazionalisti francesi
perseguitavano gli sciovinisti pro-guerra nelle strade di Parigi.

Nello stesso tempo l'Internazionale
difendeva l'idea che "da parte della
Germania, la guerra è una guerra di difesa"
(28). Ma questo non voleva
dire intossicare gli operai di sciovinismo: in risposta alla presa di posizione
della sezione francese, i tedeschi affiliati all'Internazionale, pur accettando
tristemente che una guerra difensiva era un male inevitabile, dichiarano anche:
"...la guerra presente è
esclusivamente dinastica... Siamo lieti di stringere la mano fraterna offertaci
dagli operai di Francia... Memori del motto dell'Associazione Internazionale
dei Lavoratori: Proletari di tutti i
paesi, unitevi!
non dimentichiamo mai che gli operai di tutti i paesi sono nostri amici e i despoti di tutti i paesi sono nostri nemici"
(29).

Il primo Indirizzo metteva anche in guardia gli operai tedeschi contro il
pericolo della trasformazione della guerra in una guerra di aggressione da
parte tedesca e riconosceva anche la complicità di Bismarck nella guerra, ancor
prima delle rivelazioni sul telegramma d'Ems che ha provato fino a che punto
Bismarck aveva attirato Bonaparte ed il suo "Secondo Impero" nella
guerra. In ogni modo con la sconfitta dell'esercito francese a Sedan, la guerra
è diventata veramente una guerra di conquista per la Prussia. Parigi fu
assediata e la stessa Comune nacque sulla questione della difesa nazionale. Il
regime di Bonaparte fu sostituito da una Repubblica nel 1870, perché l'Impero
si era rivelato incapace di difendere Parigi; ora la stessa Repubblica provava
che preferiva consegnare la capitale alla Prussia piuttosto che farla cadere
nelle mani degli operai in armi.

Ma benchè all'inizio gli operai di
Parigi pensavano ancora nei termini di una specie di patriottismo difensivo, di
salvaguardia dell'onore nazionale da parte della stessa borghesia, il
sollevamento della Comune marca un momento storico decisivo. Di fronte alla
prospettiva di una rivoluzione operaia, le borghesie prussiana e francese
unirono le proprie forze per schiacciarla: l'esercito prussiano rilascia i suoi
prigionieri di guerra per gonfiare le truppe contro-rivoluzionarie francesi di
Thiers e permette a queste ultime di attraversare le sue linee per portare
l'assalto finale contro la Comune. Da questi avvenimenti Marx ha tirato una
conclusione di portata storica:

"Il
fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni l'esercito vincitore e
l'esercito vinto fraternizzino per massacrare in comune il proletariato, questo
fatto senza precedenti non indica, come pensa Bismarck, lo schiacciamento
finale di una nuova società al suo sorgere, ma la decomposizione completa della
società borghese. Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è
ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice
mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e
viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile.
Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme
nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti"
(30).

Da parte sua il proletariato
rivoluzionario di Parigi aveva già cominciato a fare un certo numero di passi
in avanti oltre la fase patriottica iniziale: di qui il decreto che permetteva
agli stranieri di partecipare alla Comune "perché
la bandiera della Comune è quella della repubblica universale"
, o
ancora la distruzione pubblica della colonna Vendome, simbolo della gloria
marziale della Francia...

La logica storica della Comune di
Parigi era quella di andare verso una Comune mondiale, anche se ciò non era
ancora possibile in quell'epoca. E' per questo che la sollevazione degli operai
di Parigi durante la guerra franco-tedesca, quali che siano le frasi
patriottiche che l'hanno accompagnata, era in realtà il segno precursore delle
insurrezioni del 1917-18 esplicitamente contro la guerra e dell'ondata
rivoluzionaria che le ha seguite.

Le conclusioni di Marx aprono così la
prospettiva del futuro. Poteva essere prematuro nel 1871 dire che la società
borghese era ridotta in polvere. Quest'anno ha potuto marcare la fine della
questione nazionale in Europa, come viene notato da Lenin ne L'imperialismo, fase suprema del Capitalismo;
ma continuava a porsi nelle colonie, mentre il capitalismo entrava nella sua
ultima fase di espansione. In un senso più profondo, la denuncia da parte di
Marx della mistificazione della guerra nazionale anticipava quella che sarebbe
diventata una realtà generale una volta che il capitalismo fosse entrato nella
sua fase di decadenza. D'ora in poi tutte le guerre sarebbero state delle
guerre imperialiste e -per quanto riguarda il proletariato- non si sarebbe
potuto più porre il problema in termini di difesa nazionale, a nessun titolo.

I sollevamenti del 1917-18 hanno anche
confermato ciò che aveva detto Marx sulla capacità della borghesia di
unificarsi di fronte alla minaccia proletaria: di fronte alla possibilità di
una rivoluzione mondiale degli operai, le borghesie d'Europa, che si erano
reciprocamente lacerate per quattro anni, scoprirono improvvisamente che
avevano tutto l'interesse a fare la pace al fine di far naufragare la sfida
proletaria contro il loro "ordine" basato sul sangue versato. Ancora
una volta, i vari governi del mondo furono "una sola cosa contro il proletariato".

                                                                       CDW

1. Il nome dell'Associazione Internazionale dei lavoratori,
in inglese suonava International Workingmen's Association invece che Worker's
Association. Il riferimento agli "uomini lavoratori" era
evidentemente un riflesso dell'immaturità del movimento della classe, dato che
il proletariato non ha nessun interesse ad istituire nei propri ranghi
divisioni sessuali. Come in tutte le grandi insurrezioni sociali, la Comune di
Parigi vide una straordinaria effervescenza fra le donne proletarie che non
solo misero bruscamente in questione il loro ruolo "tradizionale", ma
si mostrarono spesso tra i difensori più coraggiosi e radicali della Comune,
sia nei Club rivoluzionari che sulle barricate. Questa effervescenza fu
all'origine delle sezioni femminili dell'Internazionale, ciò che per l'epoca
era un passo avanti, anche se tali forme di organizzazione separata oggi non ha
più senso.

2. "Quarto rapporto annuale del Consiglio
Generale dell'A.I.T."
, in "Il Consiglio Generale della Prima
Internazionale", 1866-1868, Edizioni di Mosca, ed. francese, p. 281.

3. Prime righe
degli "Statuti Provvisori
dell'Associazione"
, in "Il Consiglio Generale della Prima
Internazionale", 1864-1866, Edizioni di Mosca, ed. francese, p.243.

4. Discorso a Londra per il 7° Anniversario
dell'Internazionale, 1871.

5. Risoluzione della Conferenza di Londra dell'Internazionale
sull'azione politica della classe operaia,
settembre 1871.

6. La
formulazione "costituzione del
proletariato in partito"
riflette un'ambiguità sul ruolo del partito
che era a sua volta un riflesso dei limiti storici di quel periodo.
L'Internazionale aveva in sé delle caratteristiche di organizzazione unitaria
(sindacato, etc.) della classe e non solo quelle della sua organizzazione
politica. Per tutto l'800 l'idea di un partito che o rappresentava la classe o
era la classe stessa nella sua forma organizzata, era profondamente radicata
nel movimento operaio. Queste confusioni non furono superate che nel nostro
secolo, quando - dopo dolorose esperienze - divenne chiaro che bisognava fare
una distinzione tra organizzazione politica ed organizzazioni unitarie.
Comunque già allora esisteva una chiarezza di fondo sul fatto che il partito
non è un'organizzazione che raggruppa tutta la classe, ma solo i suoi elementi
più avanzati. Una definizione simile si trova già nel Manifesto Comunista e la stessa Prima Internazionale si considerava
in termini analoghi quando affermava che il partito operaio era "la parte della classe operaia arrivata
alla coscienza dei suoi interessi comuni di classe"
("La questione militare prussiana ed il
Partito operaio tedesco"
, scritto da Engels nel 1865).

7. "Il
Consiglio Generale della Prima Internazionale", 1864-1866, Edizioni di
Mosca, ed. francese, p.241.

8. I blanquisti
(seguaci di Auguste Blanqui) condividevano con i bakuninisti il volontarismo e
l'impazienza, ma erano chiarissimi sul fatto che il proletariato doveva
stabilire la sua dittatura per creare una società comunista. E' per questo che
Marx, in certe occasioni importanti, ha potuto allearsi con i blanquisti contro
i bakuninisti sulla questione dell'azione politica della classe operaia.

9. Lettera di
Marx a Bracke, 1875.

10. Secondo Indirizzo del Consiglio Generale
dell'AIT sulla guerra franco-tedesca
, Londra, 9 settembre 1870.

11. Lenin, Opere
scelte, Editori Riuniti, p.887.

12. Marx, "La guerra civile in Francia" Primo
abbozzo di redazione, Edizione "La vecchia Talpa", Napoli, p. 216

13. Critica della
dottrina dello Stato di Hegel, 1843.

14. Vedi la
nostra Révue Internationale nn. 72 e
73.

15.
Edizione
Newton Compton, pag.67.

16. La guerra civile in Francia, Newton
Compton, p. 110

17. Ibidem, p.114

18. Lettera a
Bebel, 1875.

19. Lenin, Opere
scelte, Editori Riuniti, p. 901

20. La guerra civile in Francia, Newton
Compton, p. 115.

21. Ibidem,
p.118.

22. Ibidem, p.
115.

23. Ibidem, p.
117.

24. Ibidem, p.
120.

25. La guerra civile in Francia, Primo
abbozzo di redazione, Edizione "La vecchia talpa", Napoli, p.220

26. Introduzione a La guerra civile in Francia,
Engels 1891, Newton Compton, p.68.

27. Manifesto "Ai lavoratori di tutti i paesi" del
12 luglio 1870 citato nel Primo indirizzo
del Consiglio Generale sulla guerra franco-prussiana
, in La guerra civile in Francia, Newton
Compton, p.70.

28. Primo Indirizzo del Consiglio Generale sulla
guerra franco-prussiana
, ibidem, p.72.

29. Risoluzione adottata all'unanimità da una
assemblea di delegati, rappresentanti 50.000 operai sassoni a Chemnitz, citato
nel Primo Indirizzo..., ibidem, p.73.

30. La guerra civile in Francia, Newton
Compton, p.140.

Geografiche: 

Storia del movimento operaio: 

Patrimonio della Sinistra Comunista: 

Sviluppo della coscienza e dell' organizzazione proletaria: 

Questioni teoriche: