Decadenza del capitalismo: l’era delle catastrofi

Anche se i rivoluzionari di oggi non condividono tutti l'analisi dell’entrata del capitalismo nella sua fase di declino con lo scoppio della prima guerra mondiale, non era così per coloro che dovettero reagire a questa Guerra e che parteciparono ai sollevamenti rivoluzionari che seguirono: come viene mostrato in questo articolo, la maggior parte dei marxisti allora condividevano questo punto di vista. Anzi, per loro la comprensione che si era entrati in un nuovo periodo storico era essenziale per rilanciare il programma comunista e le tattiche che ne derivavano.

Nel precedente articolo di questa serie abbiamo visto che Rosa Luxemburg, attraverso la sua analisi dei processi fondamentali alla base della espansione imperialista, aveva previsto che le calamità che le regioni precapitaliste del globo subivano sarebbero ritornate nel cuore stesso del sistema, nella borghese Europa. E come sottolineava ne La crisi della socialdemocrazia tedesca (Juniusbroshure), scritta in prigione nel 1915, lo scoppio della guerra mondiale nel 1914 non era solo una catastrofe per la distruzione e la miseria che faceva cadere sulla classe operaia dei due campi in guerra, ma anche che essa era stata resa possibile dal più grande atto di tradimento della storia del movimento operaio: la decisione della maggioranza dei partiti socialdemocratici, fino ad allora fari dell’internazionalismo, educati alla visione marxista del mondo, di sostenere lo sforzo di guerra delle classi dominanti dei loro rispettivi paesi, di ratificare il massacro reciproco del proletariato europeo, a dispetto delle sonanti dichiarazioni di opposizione alla guerra che essi avevao adottato nelle numerose riunioni della Seconda Internazionale e dei suoi partiti costituenti nel corso degli anni precedenti.

Questo costituì la morte dell’Internazionale, scoppiata in diversi partiti nazionali le cui maggior parti, spesso i loro organi dirigenti, agirono come agenti reclutatori nell’interesse della loro borghesia: perciò furono designati come i «socialsciovinisti» o i «socialpatrioti»; essi trascinarono con sè la maggioranza dei sindacati. In questa terribile sconfitta un’altra parte importante della socialdemocrazia, i «centristi», si impantanò in ogni sorta di confusioni, incapace di rompere definitivamente con i socialpatrioti, attaccandosi ad assurde illusioni sulla possibilità di accordi di pace e, come nel caso di Kautsky, l’antico «papa del marxismo», voltando molto spesso le spalle alla lotta di classe in nome del fatto che l’Internazionale non poteva essere che uno strumento di pace, non di guerra. Durante questa epoca traumatizzante solo una minoranza mantenne con fermezza i principi che tutta l’Internazionale aveva sottoscritto alla vigilia della guerra – innanzitutto il rifiuto di fermare la lotta di classe per il fatto che essa metteva in pericolo lo sforzo di guerra della propria borghesia e, per estensione, la volontà di usare la crisi sociale causata dalla guerra come mezzo per affrettare la caduta del sistema capitalista. Ma di fronte allo stato di spirito da isteria nazionalista che dominava all’inizio della guerra, la «atmosfera da progrom» di cui parla Luxemburg nel suo opuscolo, anche i miglior militanti della sinistra rivoluzionaria si trovarono in preda ai dubbi e alle difficoltà. Quando Lenin prese conoscenza della edizione del Vorwarts, giornale della SPD, che annunciava che il partito aveva votato i crediti di guerra al Reichstag, pensò che si trattava di un falso architettato dalla polizia politica. Al parlamento tedesco l’antimilitarista Liebknecht votò all’inizio i crediti di guerra per disciplina di partito. Il seguente estratto di una lettera di Rosa Luxemburg mostra a qual punto lei sentiva che l’opposizione di sinistra nella socialdemocrazia fosse ridotta a una piccola raccolta di individui:

«Vorrei agire con la massima energia contro quello che succede al gruppo parlamentare. Disgraziatamente non trovo molta gente disposta ad aiutarmi. (…) Non si può mai raggiungere Karl (Liebknecht) perchè corre da tutti i lati come una nuvola nel cielo; Franz (Mehring) mostra poca attenzione per ogni azione diversa dalla letteratura, la reazione di tua madre (Clara Zetkin) è isterica e assolutamente disperata. Ma a dispetto di tutto questo, ho intenzione di cercare di vedere cosa si può fare.» (Lettera a Konstantin Zetkin, fine 1914)[1].

Tra gli anarchici c’era altrettanta confusione o il tradimento aperto. Il venerabile anarchico Kropotkin chiamò alla difesa della civilizzazione francese contro il militarismo tedesco (quelli che seguirono il suo esempio furono chiamati ‘gli anarchici delle trincee’), e il richiamo del patriottismo si rivelò particolarmente forte nella CGT in Francia. Ma la corrente anarchica, proprio a causa del suo carattere eterogeneo, non fu  sconvolta fino alle sue fondamenta come avvenne  per il “partito marxista”. Numerosi gruppi e militanti anarchici continuarono a difendere le stesse posizioni internazionaliste di prima[2].

L’imperialismo: il capitalismo in declino

Naturalmente i gruppi della vecchia sinistra della socialdemocrazia dovettero dedicarsi al compito di riorganizzazione e di raggruppamento per portare avanti il fondamentale lavoro di propaganda e di agitazione a dispetto della frenesia nazionalista e della repressione statale. Ma quello che occorreva soprattutto era una revisione teorica, uno sforzo rigoroso per capire come la guerra aveva potuto spazzare via dei principi difesi da tanto tempo dal movimento. Tanto più che era necessario strappare il velo «socialista» dietro cui i traditori  nascondevano il loro patriottismo, utilizzando le parole di Marx ed Engels, selezionandole con cura e, soprattutto, estraendole dal loro contesto storico, per giustificare la loro posizione di difesa nazionale – soprattutto in Germania dove c’era stata una lunga tradizione della corrente marxista che sosteneva i movimenti nazionali contro la minaccia reazionaria costituita dallo zarismo russo.

La necessità di una rivisitazione teorica completa è stata simboleggiata da Lenin che all’inizio della guerra passava ‘calmamente’ il suo tempo a leggere Hegel in biblioteca. In un articolo pubblicato recentemente in The Commune, Kevin Anderson del Marxist Humanist Committee (Comitato marxista umanista) americano sostiene che lo studio di Hegel portò Lenin alla conclusione che la maggioranza della Seconda Internazionale, compreso il suo mentore Plekanov (e per estensione lui stesso) non avevano rotto con il materialismo volgare, e che la loro ignoranza di Hegel li aveva portati ad avere poca padronanza della vera dialettic della storia[3]. Ed uno dei principi dialettici impliciti di Hegel è che ciò che era razionale in un’epoca, diventa irrazionale in un’altra. Ed è certo questo il metodo che Lenin utilizzò per rispondere ai socialsciovinisti – Plekanov in particolare – che cercavano di giustificare la guerra riferendosi agli scritti di Marx ed Engels:

I socialsciovinisti russi, con Plekanov alla testa, si richiamano alla tattica di Marx nella guerra del 1870; i tedeschi sul tipo di Lensch, di David e soci, si richiamano alla dichiarazione di Engels del 1891 sull'obbligo per i socialisti tedeschi di difendere la patria in caso di guerra contro la Russia e la Francia unite; infine, i socialsciovinisti tipo Kautsky, che desiderano conciliare e legalizzare lo sciovinismo internazionale, si richiamano al fatto che Marx ed Engels, pur condannando le guerre, si posero nondimeno, continuamente dal 1854-1855 fino al 1870-1871 e 1876-1877, dalla parte di un determinato Stato belligerante, una volta che la guerra era scoppiata.

Tutte queste citazioni rappresentano di per sé una ripugnante deformazione a profitto della borghesia e degli opportunisti, delle teorie di Marx ed Engels, precisamente come gli scritti degli anarchici Guillaume e soci rappresentano una deformazione delle teorie di Marx ed Engels, fatta per giustificare l'anarchismo. La guerra del 1870-1871, finché Napoleone III non fu vinto, era storicamente progressiva per la Germania; perché Napoleone, insieme allo zar, oppresse per lunghi anni la Germania, mantenendovi il frazionamento feudale. Ma non appena la guerra finì con la rapina a danno della Francia (annessione dell'Alsazia-Lorena), Marx ed Engels condannarono decisamente i tedeschi. Inoltre, al’inizio di quella guerra, Marx ed Engels avevano approvato il rifiuto di Bebel e di Liebknecht di votare per i crediti di guerra, e avevano consigliato i socialdemocratici a non fondersi con la borghesia e a difendere gli interessi di classe indipendenti del proletariato. Trasferire il giudizio dato su quella guerra, borghese-progressista e di liberazione nazionale, alla attuale guerra imperialista, è farsi beffa della verità. Lo stesso si deve dire, ed a maggior ragione, della guerra del 1854-1855 e di tutte le guerre del XIX secolo, quando non c'erano l'imperialismo attuale le condizioni obiettive già mature del socialismo, partiti socialisti di massa in tutti i paesi belligeranti, quando cioè mancavano precisamente quelle condizioni dalle quali il manifesto di Basilea aveva dedotto la tattica della " rivoluzione proletaria" in rapporto alla guerra fra le grandi potenze.

Chi si richiama adesso all'atteggiamento di Marx verso le guerre del periodo progressivo della borghesia e dimentica le parole di Marx: "gli operai non hanno patria" - parole che si riferiscono precisamente all'epoca della borghesia reazionaria, superata, all'epoca della rivoluzione socialista - deforma spudoratamente Marx e sostituisce al punto di vista socialista il punto di vista borghese”. (Il socialismo e la guerra, 1915)[4].

E’ qui sta la questione chiave: il capitalismo era diventato un sistema reazionario come Marx aveva previsto. La guerra ne era una prova e questo implicava una rivalutazione completa di tutte le antiche tattiche del movimento, una comprensione chiara delle caratteristiche del capitalismo nella sua crisi di senilità e quindi delle nuove condizioni a cui la lotta di classe era confrontata. Per le frazioni di sinistra questa analisi fondamentale della evoluzione del capitalismo era universale. Rosa Luxemburg, nella Brochure di Junius, sulla base di una rivisitazione approfondita del fenomeno dell’imperialismo nel corso del periodo che aveva portato alla guerra, riprese quanto era stato annunciato da Engels: l’umanità era confrontata alla scelta socialismo o barbarie; e lei dichiarava che questa non era più una prospettiva, ma una realtà immediata: «questa guerra è la barbarie». Nello stesso documento Luxemburg sosteneva che nell’epoca dell’imperialismo sviluppato la vecchia tattica di sostegno a certi movimenti di liberazione nazionale aveva perso ogni contenuto progressista: «Nell’epoca in cui l’imperialismo si è scatenato non ci possono più essere delle guerre nazionali. Gli interessi nazionali non sono che una mistificazione che ha per scopo di mettere le masse lavoratrici al servizio del loro nemico mortale: l’imperialismo.»[5]

Trotsky, che scriveva sul Nashe Slovo, evolveva in una direzione parallela, difendendo che la guerra era il segno che lo Stato nazionale era diventato lui stesso un ostacolo ad ogni ulteriore progresso umano: «Lo Stato nazionale è superato come quadro per lo sviluppo delle forze produttive, come base per la lotta di classe e, in particolare, come forma statale della dittatura del proletariato. (Nashe Slovo, 4 febbraio 1916, tradotto dall’inglese da noi).

In un’opera più conosciuta, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Lenin – come Luxemburg – riconosceva che il sanguinoso conflito tra le grandi potenze mondiali esprimeva il fatto che queste potenze si erano ormai divise tutto il pianeta e che, di conseguenza, la torta imperialista non poteva che essere ridivisa attraverso dei violenti regolamenti di conti tra gli orchi capitalisti: «… il tratto caratteristico del periodo considerato è la divisione definitiva del globo, definitiva non nel senso che una nuova divisione sia impossibile, - nuove divisioni essendo invece possibili ed inevitabili - , ma nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalisti è finita con la conquista dei territori non occupati del nostro pianeta. Per la prima volta il mondo si trova interamente ripartito, al punto che in futuro non potrà che aversi una nuova ripartizione, cioè il passaggio da un possessre all’altro, e non l’impossessamento di territori senza padrone[6].»

Nello stesso libro Lenin caratterizza lo «stadio supremo» del capitalismo come quello del «parassitismo e del declino» o del «capitalismo moribondo». Parassitario perchè – in particolare nel caso della gran Bretagna -  egli vedeva una tendenza al fatto che il contributo delle nazioni industrializzate alla produzione della ricchezza globale fosse rimpiazzato da una dipendenza crescente dal capitale finanziario e dai superprofitti estratti dalle colonie (un punto di vista che si può sicuramente criticare ma che conteneva un elemento di intuizione, come testimonia oggi lo sviluppo della speculazione finanziaria e l’avanzamento della disindustrializzazione in certe nazioni fra le più potenti). Il declino (che non significava, per Lenin, una stagnazione assoluta della crescita) per il fatto che la tendenza del capitalismo ad abolire la libera concorrenza a profitto del monopolio significava il bisogno crescente che la società borghese cedesse il posto a un modo di produzione superiore.

L’imperialismo di Lenin soffre di un certo numero di debolezze. La sua definizione dell’imperialismo è più una descrizione di certe sue manifestazioni più evidenti (‘le cinque caratteristiche’ tanto spesso citate dai gauchiste per provare che questa o quella nazione, o blocco di nazioni, non sono imperialiste) che una analisi delle radici del fenomeno nel processo di accumulazione come aveva fatto Rosa Luxemburg. La sua visione di un centro capitalista vivente in maniera parassitaria dei superprofitti estratti dalle colonie (con cui si corrompeva anche una parte della classe operaia, la «aristocrazia operaia», condotta così a sostenere i progetti imperialisti della borghesia) apriva una breccia per la penetrazione dell’ideologia nazionalista sotto forma di sostegno ai movimenti di «liberazione nazionale» nelle colonie. In più, la fase monopolistica (nel senso di giganteschi cartelli privati) aveva già nel corso della guerra ceduto il posto ad una espressione «superiore» del declino capitalista: l’enorme crescita del capitalismo di Stato.

Su quest’ultima questione il contributo più importante fu certamente quello di Bukarin, che fu uno dei primi a dimostrare che all’epoca dello “Stato imperialista”, la totalità della vita politica, economica e sociale è stata assorbita dall’apparato statale, soprattutto allo scopo di gestire la guerra con gli imperialismi rivali:

"Contrariamente a quello che era nel periodo del capitalismo industriale, lo Stato imperialista si caratterizza per uno straordinario accrescimento della complessità delle sue funzioni e per una brusca incursione nella vita economica della società. Esso rivela una tendenza a prendere in carico l’insieme della sfera produttiva e l’insieme della sfera della circolazione delle merci. I tipi intermedi di imprese miste saranno costituiti da una pura regolamentazione da parte dello Stato poichè è in questa maniera che si può sviluppare la centralizzazione. Tutti i membri delle classi dominanti (o più esattamente della classe dominante giacchè il capitalismo finanziario elimina gradualmente i differenti sottogruppi delle classi dominanti, unendoli nella sola banda del capitalismo finanziario) diventano azionari o partner di una gigantesca impresa di Stato. Assicurando innanzitutto la preservazione e la difesa dello sfruttamento, lo stato si trasforma una una organizzazione sfruttatrice unica centralizzata che si confronta direttamente con il proletariato, oggetto di questo sfruttamento. Poichè i prezzi del mercato cono determinati dallo Stato, questo assicura agli operai una razione sufficiente alla preservazione della loro forza lavoro. Una burocrazia gerarchizzata assolve alla funzione di organizzazione in pieno accordo con le autorità militari il cui ruolo e potenza crescono senza interruzione. L’economia nazionale è assorbita dallo Stato che è organizzato in maniera militare e dispone di un esercito e di una marina immensi e disciplinati. Nella loro lotta gli operai devono confrontarsi con tutta la potenza di questo mostruoso apparato, perchè ogni loro iniziativa di scontrerà direttamente con lo Stato: la lotta economica e la lotta politica smetteranno di essere due categorie separate e la rivolta contro lo sfruttamento significherà una rivolta diretta contro l’organizzazione statale della borghesia.» (‘Verso una teoria dello Stato imperialista’, 1915, tradotto dall’inglese da noi).

Il capitalismo di Stato totalitario e l’economia di guerra si sarebbero rivelate le caratteristiche fondamentale del secolo entrante. Data l’onnipresenza di questo mostro capitalista Bukarin concludeva a giusta ragione che, ormai, ogni lotta operaia significativa non aveva altra scelta che confrontarsi con lo Stato e che la sola via per il proletariato di andare avanti era «far esplodere» l’insieme dell’apparato, cioè distruggere lo stato borghese e rimpiazzarlo con i suoi propri organi di potere. Questo significava il rigetto definitivo di ogni potesi sulla possibilità di conquistare pacificamente lo Stato esistente, cosa che Marx ed Engels non avevano interamente escluso, anche dopo l’esperienza della Comune, e che era diventata progressivamente la posizione ortodossa della Seconda Internazionale. Pannekoek aveva sviluppato questa posizione già nel 1912 e quando Bukarin la riprese, Lenin all’inizio lo accusò con forza di cadere nell’anarchismo. Ma mentre preparava la sua risposta, e stimolato dalla necessità di capire la rivoluzione che stava avvenendo in  Russia, Lenin fu ancora una volta vinto dalla dialettica e arrivò alla conclusione che Pannekoek e Bukarin avevano avuto ragione – una conclusione espressa in Stato e rivoluzione, scritto alla viglia dell’insurrezione d’Ottobre.

Nel libro di Bukarin, L’imperialismo e l’economia mondiale (1917), c’è anche un tentativo per situare il corso verso l’espansione imperialista nelle contraddizioni economiche identificate da Marx; egli sottolinea la pressione esercitata dalla caduta del tasso di profitto ma riconosce ugualmente la necessità di una estensione costante del mercato. Come Luxemburg e Lenin, lo scopo di Bukarin è di dimostrare che proprio per il fatto che il processo di ‘mondializzazione’ imperialista aveva creato un’economia mondiale unificata, il capitalismo aveva compiuto la sua missione storica e non poteva ormai che entrare in declino. Cosa del tutto coerente con la prospettiva sottolineata da Marx quando scriveva che “il compito proprio della società borghese è la costruzione del mercato mondiale, almeno nelle sue grandi linee, e di una produzione fondata su questa base” (Lettera di Marx ad Engels, 9 ottobre 1858).

Così, contro i socialsciovinisti e i centristi che volevano tornare allo statu quo di prima della guerra, che snaturavano il marxismo per giustificare il loro sostegno all’uno o all’altro dei campi in guerra, i marxisti autentici affermarono unanimemente che non c’era più un capitalismo progressista e che il suo rovesciamento rivoluzionario era ormai storicamente all’ordine del giorno.

L’epoca della rivoluzione proletaria

La fondamentale questione del periodo storico si pose di nuovo in Russia nel 1917, punto culminante di un’ondata internazionale crescente di resistenza del proletariato alla guerra. Dal momento che la classe operaia russa, organizzata in soviet, si rendeva progressivamente conto del fatto che essersi sbarazzata dello zarismo non aveva risolto nessuno dei suoi problemi fondamentali, le frazioni di destra e i centristi della socialdemocrazia svilupparono una grossa campagna contro l’appello dei Bolscevichi alla rivoluzione proletaria e a che i soviet regolassero i loro conti non solo con i vecchi elementi zaristi, ma anche con tutta la borghesia russa, che considerava la rivoluzione di febbraio come la propria rivoluzione. In questo la borghesia russa era sostenuta dai Menscevichi che riprendevano gli scritti di Marx per dimostrare che il socialismo non poteva essere costruito che sulla base di un sistema capitalista pienamente sviluppato: siccome la Russia era troppo arretrata essa non poteva andare oltre la fase di una rivoluzione borghese democratica e i Bolscevichi erano degli avventurieri che cercavano di giocare alla cavallina con la storia. La risposta data da Lenin nelle Tesi di aprile era ancora una volta coerente con la sua lettura di Hegel che aveva già sottolineato la necessità di considerare il movimento della storia come un tutto. Essa rifletteva anche il suo profondo impegno internazionalista. E’ certamente giusto dire che le condizioni di una rivoluzione devono maturare storicamente, ma l’avvento di una nuova epoca storica non si giudica guardando questo o quel paese preso separatamente. Il capitalismo, come la teoria dell’imperialismo dimostrava, era un sistema globale e quindi il  suo declino e la necessità del suo rovesciamento maturavano anch’essi su una scala globale: lo scoppio della guerra imperialista mondiale lo provava ampiamente. Non c’era una rivoluzione russa isolata : l’insurrezione proletaria in Russia non poteva essere che il primo passo verso una rivoluzione internazionale o, come si espresse Lenin nel suo discorso, che fece l’effetto di una bomba, indirizzato agli operai e ai soldati che era accorsi ad accoglierlo al suo ritorno dall’esilio alla Stazione Finlandia di S. Pietroburgo: «Cari compagni, soldati, marinai e operai, sono felice di salutare in voi la rivoluzione russa vittoriosa, di salutarvi come l’avanguardia dell’esercito proletario mondiale… Non è lontana l’ora in cui, secondo l’appello del nostro compagno Karl Liebknecht, i popoli rivolgeranno e loro armi contro i capitalisti sfruttatori…La rivoluzione russa compiuta da voi ha aperto una nuov epoca. Viva la rivoluzione socialsita mondiale!...»

Questa comprensione che il capitalismo avva allo stesso tempo realizzato le condizioni necessarie all’avvento del socialismo ed era entrato nella sua crisi storica di senilità – due facce della stessa medaglia – è contenuta anche in una nota frase della Piattaforma dell’Internazionale scritta al momento del suo PrimoCongresso nel 1919: «Una nuova epoca è nata. L’epoca della disgregazione del capitalismo e del suo crollo. L’epoca della rivoluzione comunista del proletariato.»

Quando la sinistra rivoluzionaria internazionalista si riunì nel Primo Congresso dell’IC, il movimento rivoluzionaria scatenato dalla rivoluzione d’Ottobre era al suo punto più alto. Benchè il sollevamento ‘spartachista’ di gennaio a Berlino fosse stato sconfitto e Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht fossero stati selvaggiamente assassinati, si era appena formata la repubblica dei soviet in Ungheria, e scioperi di massa scuotevano l’Europa e parti degli Stati Uniti e dell’America del sud. L’entusiasmo rivoluzionario dell’epoca si ritrova nei testi fondamentali adottati dal Congresso. In accordo con il discorso di Rosa Luxemburg al Congresso di fondazione del KPD, l’alba di una nuova epoca significava che la vecchia distinzione fra il programma minimo e il programma massimo non era più valido, e di conseguenza il compito di organizzarsi in seno al capitalismo attraverso l’attività sindacale e con la partecipazione al parlamento al fine di guadagnare delle riforme significative  aveva perso storicamente la sua ragion d’essere. La crisi storica del sistema capitalista mondiale, espressa non solo dalla guerra imperialista mondiale, ma anche dal caos economico e sociale che essa aveva lascito nella sua scia, significava che la lotta diretta per il potere organizzato in soviet era ora all’ordine del giorno in maniera realista ed urgente, e qusto programma era valido per tutti i paesi, compresi quelli coloniali e semicoloniali. In più, l’adozione di questo nuovo programma massimo non poteva essere messo in pratica se con con una rottura completa con le organizzazioni che avevano rappresentato la classe operaia nel corso dell’epoca precedente e che avevano tradito i suoi interessi quando avevano dovuto passare il test della storia – il test della guerra e della rivoluzione, nel 1914 e nel 1917. I riformisti della socialdemocrazia e la burocrazia sindacale erano ormai definiti come i lacchè del capitale e non più come l’ala destra del movimento operaio. Il dibattito al primo Congresso mostra che la giovane Internazionale era aperta alle conclusioni più audaci tirate dall’esperienza diretta della lotta rivoluzionaria. Benchè l’esperienza russa avesse seguito un cammino un po’ differente, i Bolscevichi ascoltavano con serietà la testimonianza dei delegati della Germania, della Svizzera, della Finlandia, degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri paesi, che sostenevano che i sindacati non erano più semplicemente inutili, ma erano diventati un ostacolo controrivoluzionario diretto – degli ingranaggi dell’apparato statale – e che gli operai si organizzavano sempre più spesso al di fuori e contro di essi attraverso la forma organizzativa dei consigli nelle fabbriche e nelle strade. E poichè la lotta di classe si basava appunto sui luoghi di lavoro e nelle strade, questi centri viventi della lotta e della coscienza di classe apparivano, nei documenti ufficiali dell’IC, in flagrante contrasto con il guscio vuoto del parlamento, strumento anch’esso che era non solo inutile per la lotta per la rivoluzione proletaria ma anche uno strumento diretto della classe dominante, utilizzato per sabotare i consigli operai, come si era dimostrato sia nella Russia del 1917 che nella Germania nel 1918. Infine il Manifesto dell’IC era molto vicino alla posizione, sviluppata dalla Luxemburg, secondo cui le lotte nazionali erano superate e le nuove nazioni nascenti erano diventate delle semplici pedine degli interessi imperialisti rivali. In quel momento queste conclusioni rivoluzionarie ‘estreme’ sembravano alla maggioranza discendere logicamente dall’apertura del nuovo periodo[7].

I dibattiti al Terzo Congresso

Quando la storia si accelera, come avvenne a partire dal 1914, ci possono essere i cambiamenti più drammatici nel corso di un anno o due. Nel momento in cui l’IC si riuniva per il suo terzo Congresso, nel giugno-luglio del 1921, la speranza di una estensione immediata della rivoluzione, tanto forte al momento del Primo Congresso, aveva subito dei duri colpi. La Russia aveva attraversato tre anni di estenuante guerra civile e, anche se i Rossi avevano vinto militarmente i Bianchi, il prezzo pagato fu politicamente mortale : un gran numero degli operai più avanzati erano morti, lo Stato ‘rivoluzionario’ si era burocratizzato al punto che i soviet ne avevano perso il controllo. I rigori del ‘Comunismo di guerra’ e gli eccessi distruttori del terrore rosso avevano finito per suscitare una rivolta aperta nella classe operaia: a marzo scioperi di massa scoppiarono a S. Pietroburgo, seguiti dal sollevamento armato dei marinai e degli operai di Kronstadt, che facevano appello per la rinascita dei soviet e per la fine della militarizzazione del lavoro e delle azioni repressive della Ceca. Ma la direzione bolscevica, impastoiata nello Stato, non vide in questo movimento che un’espressione della controrivoluzione bianca e la represse in maniera impietosa e sanguinosa. Tutto questo era l’espressione dell’isolamento crescente del bastione russo. La sconfitta faceva seguito a quella delle repubbliche sovietiche di Ungheria e Baviera, alla sconfitta degli scioperi generali di Winnipeg, Seattle, Red Clydeside, a quella delle occupazioni delle fabbriche in Italia, del sollevamento della Ruhr in Germania e di molti altri movimenti di massa.

Sempre più consapevoli del loro isolamento, il partito aggrappato al potere in Russia e altri partiti comunisti in altri paesi cominciarono a fare ricorso a misure disperate per estendere la rivoluzione, come la marcia dell’Armata Rossa sulla Polonia e l’Azione di marzo in Germania nel 1921 – due tentativi falliti di forzare il corso della rivoluzione senza sviluppo massiccio della coscienza di classe e dell’organizzazione necessarie per una vera presa del potere da parte della classe operaia. Nel frattempo il sistema capitalista, benché dissanguato dalla guerra e in preda ad ulteriori sintomi di una profonda crisi economica, riuscì a trovare un equilibrio sul piano economico e sociale, in parte grazie al nuovo ruolo giocato dagli Stati Uniti come forza motrice industriale e bancaria del mondo.

All’interno dell’Internazionale Comunissta il Secondo Congresso del 1920 aveva già sentito l’impatto delle precedenti sconfitte. Ne fu simbolo la publicazione da parte di Lenin dell’opuscolo L’estremismo, malattia infantile del comunismo, che fu distribuito al Congresso[8]. Invece di aprirsi all’esperienza viva del proletarato mondiale, l’esperienza bolscevica – o una versione particolare di questa – veniva ora presentata come un modelllo universale. I Bolscevichi avevano avuto un certo successo alla Duma dopo il 1905, per cui la tattica del ‘parlamentarismo rivoluzionario’ veniva presentato come una tattica valida universalmente; i sindacati si erano formati di recente in Russia e non avevano perduto ogni segno di vita proletaria…, per cui i comunisti di tutti i paesi dovevano fare tutto il possibile per restare nei sindacati rivoluzionari e cercare di conquistarli eliminando i burocrati corrotti. A fianco di questa codificazione delle tattiche sindacale e parlamentare, in totale opposizione alle correnti comuniste di sinistra che le rigettavano, venne l’appello a costruire dei partiti comunisti di massa, incorporando in gran parte organizzazioni come l’USPD in Germania e il Partito Socialista in Italia.

L’anno 1921 mostrò altre manifestazion di scivolamento verso l’opportunismo, del sacrificio dei principi e degli obiettivi a lungo termine a profitto di successi a breve termine e della crescita numerica. Al posto di una chiara denuncia dei partiti socialdemocratici come agenti della borghesia, si usava ora il sofisma della ‘lettera aperta’ a questi partiti, con lo scopo di ‘forzare i dirigenti a battersi’ o, se non lo facevano, a smascherarsi di fronte ai loro membri operai. In breve l’adozione di una politica di manovre in cui le masse devono in qualche maniera essere ingannate per sviluppare la loro coscienza. Queste tattiche furono rapidamente seguite dalla proclamazione di quella del «fronte unico» e dallo slogan ancor più privo di principi del «governo operaio», una sorta di coalizione parlamentare tra i socialdemocratici e i comunisti. Dietro tutta questa corsa all’influenza ad ogni costo si trovava il bisogno dello Stato ‘sovietico’ di far fronte ad un mondo capitalista ostile, di trovare un modus vivendi con il capitalismo mondiale, al prezzo di un ritorno alla pratica della diplomazia segreta che era stata chiaramente condannata dal potere sovietico nel 1917 (nel 1922 lo Stato ‘sovietico’ firmava un accordo segreto con la Germania, fornendole anche delle armi che sarebbero servite ad uccidere gli operai comunisti un anno dopo). Tutto questo indicava l’accelerazione di una traiettoria che si allontanava dalla lotta per la rivoluzione e si orientava verso la incorporazione nello statu quo capitalista – non ancora definitiva, ma che indicava il cammino della degenerazione che sarebbe culminata con la vittoria della controrivoluzione stalinista.

Ciò non voleva dire che ogni chiarezza o ogni dibattito serio sul periodo storico fossero spariti. Al contrario, i ‘comunisti di sinistra’, reagendo a questo corso opportunista, andavano rafforzando ancora più solidamente i loro argomenti sul punto di vista che il capitalismo era entrato in un nuovo periodo: il programma del KAPD del 1920 cominciava con la proclamazione che il capitalismo era nella sua crisi storica e che ciò metteva il proletariato di fronte alla scelta ‘socialismo o barbarie’[9]; lo stesso anno gli argomenti della sinistra italiana contro il parlamentarismo partono dalle premesse secondo cui le campagne per le elezioni parlamentari avevano avuto la loro validità nel passato, ma l’avvento una nuova epoca rendeva non più valida questa antica pratica. Ma anche tra le voci ‘ufficiali’ dell’Internazionale c’era sempre un tentativo autentico di capire le caratteristiche e le conseguenze del nuovo periodo.

Il Rapporto e le Tesi sulla situazione mondiale presentati da Trotsky al terzo Congresso nel 1921 offrivano un’analisi molto lucida dei meccanismi a cui aveva fatto ricorso un malandato capitalismo per assicurare la sua sopravvivenza nel nuovo periodo – innanzitutto la fuga nel credito e nel capitale fittizio. Analizzando i primi segni di una ripresa nel dopo guerra, il rapporto di Trotsky sulla crisi economica mondiale e i nuovi compiti dell’Internazionale Comunista pone le questioni in questa maniera: “Come è avvenuta la ripresa, e come può essere spiegata? In primo luogo con delle cause economiche: le relazioni internazionali sono state riannodate, anche se in proporzioni ristrette, e dovunque vediamo una richiesta di merci le più varie; poi si spiega con delle cause politiche e finanziarie: i governi europei avevano avuto paura della crisi che si poteva produrre dopo la guerra e avevano preso le loro misure per far durare questa ripresa artificiale che era stata provocata dalla guerra. I governi hanno continuato a mettere in circolazione della moneta in gran quantità, hanno lanciato nuovi prestiti, tassatole rendite, i salari e il prezzo del pane; riuscivano così a coprire una parte dei salari degli operai smobilitati attingendo a fondi nazionali, e creavano una attività economica artificiale nel paese. In questa maniera, per tutto questo tempo, il capitale fittizio continuava crescere, soprattutto nei paesi in cui l’industria diminuiva.

Tutta la vita del capitalismo a partire da questa epoca non fa che confermare questa diagnosi di un sistema che non poteva mantenersi a galla se non violando le proprie leggi economiche. Questi testi cercavano anche di approfondire l’idea che senza una rivoluzione proletaria il capitalismo avrebbe certamente scatenato nuove guerre ancora più distruttive (anche se le previsioni di un imminente confronto tra l’antica potenza britannica e la nascente potenza americana erano lungi dall’essere giuste, anche se non senza fondamento). Ma la chiarificazione più importante contenuta in questo documento e in altri era la conclusione che l’avvento del nuovo periodo non significava che il declino, la crisi economica aperta e la rivoluzione sarebbero state simultanee – una ambiguità che si può trovare nella formulazione di orgine dell’IC nel 1919, ‘Una nuova epoca è nata’, che poteva essere interpretata nel senso che il capitalismo era entrato simultaneamente in una crisi economica ‘fnale’ e in una fase ininterrotta di conflitti rivoluzionari. Questo avanzamento nella comprensione è forse espresso più chiaramente nel testo di Trotsky “Gli insegnamenti del Terzo Congresso dell’IC”, scritto nel luglio 1921. Il testo cominciava così: “Le classi hanno le loro origini nel processo di produzione. Esse sono capaci di vivere fin quando esse giocano il ruolo necessario nell’organizzazione comune del lavoro. Le classi perdono senso se le loro condizioni di esistenza sono in contradizione con lo svluppo della produzione, cioè con lo sviluppo dell’economia. E’ in questa situazione che la borghesia si trova attualmente. Questo non significa che la classe che ha perduto le sue radici e che è diventata parassitaria deve morire immediatamente. Benchè le fondamenta della dominazione di classe posino sull’economia, le classi si mantengono grazie agli apparati e agli organi dello Stato politico: esercito, polizia, partiti, tribunali, stampa, ecc. Con l’aiuto di questi organismi la classe dominante può trascinare nella sua caduta il paese e la nazione che essa domina…La rappresentazione puramente meccanica della rivoluzione proletaria avente come punto di partenza la rovina costante della società capitalista spingeva qualche gruppo di compagni alla falsa teoria dell’iniziativa delle minoranze capace di far crollare con la propria arditezza “i muri della passività comune del proletariato” e degli attacchi incessanti dell’avanguardia del proletariato come nuovo metodo di combattimento nelle lotte e dell’uso dei metodi delle rivolte armate. Inutile dire che questa sorta di teoria della tattica non ha niente a che fare con il marxismo.

Così, l’apertura del declino non escludeva delle riprese a livello economico, nè degli arretramenti del proletariato. Evidentemente nessuno poteva vedere a qual punto le sconfitte del 1919-21 fossero già state decisive, ma esisteva un bisogno bruciante di chiarificare cosa fare ora, in una nuova epoca ma non in un momento immediato di rivoluzione. Un testo a parte, le Tesi sulla tattica, adottato dal Congresso, metteva giustamente avanti la necessità che i partiti comunisti prendessero parte alle lotte difensive al fine di sviluppare la fiducia e la coscienza della classe operaia e questo, insieme al riconoscimento che declino e rivoluzione non erano sinonimi, costituiva un rigetto necessario della “teoria dell’offensiva” che aveva ispirato la conduzione semi-golpista dell’Azione di marzo. Questa teoria – secondo cui le condizioni oggettive erano mature, il partito comunista doveva condurre un’offensiva insurrezionale più o meno permanente per spingere le masse all’azione – era difesa principalmente dalla sinistra del partito comunista tedesco, da Bela Kun e altri e non, come è spesso detto in maniera errata, dalla Sinistra comunista in senso stretto, anche se il KAPD e degli elementi a lui vicino non erano sempre chiari su questa questione[10].

A questo proposito gli interventi delle delegazioni del KAPD al Terzo Congresso sono molto istruttivi. Contraddicendo l’etichetta di ‘settario’ che gli era affibbiata nelle tesi sulla tattica, l’atteggiamento del KAPD al Congresso fu un modello della maniera responsabile con cui una minoranza deve comportarsi in una organizzazione proletaria. Benchè disponesse di un tempo estremamente ristretto per i suoi interventi e avesse dovuto sopportare le interruzioni e i sarcasmi dei sostenitori della linea ufficiale, il KAPD si considerava come partecipante a pieno titolo allo svolgimento del Congresso e i suoi delegati erano estremamente disposti a sottolineare i punti d’accordo quando ne avevano; essi non erano interessati a mettere avanti le loro divergenze per esaltarle, come è caratteristica dell’atteggiamento settario[11]. Per esempio, nella discussione sulla situazione mondiale, un certo numero di delegati del KAPD condividevano molti punti dell’analisi di Trotsky, in particolare l’idea secondo sui il capitalismo era sul punto di ricostruirsi sul piano economico e di riprendere il controllo sul piano sociale: così Seeman sottolineò la capacità della borghesia internazionale di mettere temporaneamente da parte le sue rivalità interimperialiste al fine di far fronte al pericolo proletario, in particolare in Germania.

L’implicazione di questo – in particolare del fatto che il rapporto di Trotsky e le Tesi sulla situazione mondiale erano in gran parte orientati per rigettare la “teoria dell’offensiva” e i suoi partigiani – è che il KAPD non difendeva che non ci sarebbe potuta essere stabilizzazione del capitale né che la lotta dovesse essere offensiva in qualsiasi momento. Ed espresse questo punto di vista in numerosi interventi.

Sachs, nella sua risposta alla presentazione di Trotsky sulla situazione economica mondiale, si espresse così: «Abbiamo visto eri in dettaglio come il compagno Trotsky – e tuti quelli che sono qui saranno, penso, d’accordo con lui – si rappresenti i rapporti tra, da un lato, le piccole crisi e i piccoli periodi di ripresa ciclici e momentanei e, dall’altro lato,  il problema dello sviluppo e del declino del capitalismo, visto su grandi periodi storici. Saremo tutti d’accordo che la grande curva che andava verso l’alto ora va irresistibilmente verso il basso, e che all’interno di questa grande curva, sia nel suo tratto scendente che in quello discendente, ci siano delle oscillazioni.» (La sinistra tedesca)[12].

Insomma, quale che siano le ambiguità che siano esistite nella visione del KAPD sulla « crisi mortale », esso non considerava che l’apertura della decadenza significava uno sprofondamento improvviso e definitivo della vita economica del capitalismo.

Analogamente, l’intervento di Hempel sulla tattica dell’Internazionale mostra chiaramente che l’accusa di « settario » portata al KAPD, per il suo supposto rifiuto di lotte difensive e il suo preteso appello all’offensiva in qualsiasi momento, era falsa : « Ora la questione delle azioni parziali. Noi diciamo che non respingamo nessuna azione parziale. Noi diciamo : ogni azione, ogni lotta, perchè questa è un’azione, deve essere prevista, spinta in avanti. Non si può dire : respingiamo questa o quella lotta. La lotta che nasce dalle necessità economiche della classe operaia, questa lotta deve essere spinta avanti con ogni mezzo. Proprio in un paese come la Germania, l’Inghilterra e tutti gli altri paesi di democrazia borghese che hanno subito per quaranta o cinquanta anni una democrazia borghese e i suoi effetti, la classe operaia deve essere innanzitutto abituata alle lotte. Le parole d’ordine devono corrispondere alle azioni parziali. Facciamo un esempio: in una impresa, in diverse imprese scoppia uno sciopero che comprende una certa zona. Là la parola d’ordine non potrebbe essere ‘lottare per la dittatura del proletariato’. Sarebbe un’assurdità. Le parole d’ordine devono essere adattate ai rapporti di forza e a quello che ci si può attendere in una data situazione.» (Ibidem)

Ma dietro molti di questi interventi c’era l’insistenza del KAPD sul fatto che l’IC non andava abbastanza lontano nella sua comprensione che un nuovo periodo nella vita del capitalismo e quindi della lotta di classe si era aperto. Sachs, per esempio, dopo aver espresso il suo accordo con Trotsky sulla possibilità di riprese temporanee, sostenne che : « quello che non è stato espresso in queste Tesi,… è giustamente il carattere fondamentalmente differente di questa epoca di declino rispetto alla precedente epoca di ascesa del capitalismo considerato nella sua totalità » (ibidem) e che questo aveva delle implicazioni nella maniera in cui ormai il capitalismo sopravviveva : « il capitale ricostruisce il suo potere distruggendo l’economia » (ibidem), un punto di vista visionario sulla maniera con cui il capitalismo sarebbe continuato come sistema nel secolo che si era aperto. Hempel, nella discussione sulla tattica, espone le implicazioni del nuovo periodo per quello che riguardava le posizioi politiche che i comunisti devono difendere, in particolare sulla questione sindacale e parlamentare. Contrariamente agli anarchici, a cui il KAPD è spesso assimilato, Hempel insiste sul fatto che l’utilizzazione del parlamento e dei sindacati era stato giusto nel periodo precedente: «…se si va con la memoria ai compiti che aveva il vecchio movimento operaio o, per meglio dire, il movimento operaio prima dell’epoca di questa irruzione della rivoluzione diretta, vediamo che esso aveva, da un lato, grazie alle organizzazioni politiche della classe operaia,i partiti,il compito  di inviare dei delegati al parlamentoe nelle istituzioni che la borghesia e la burocrazia avevano lasciato aperte alla rappresentanza della classe operaia.Questo era uno dei compiti. Così fu fatto e all’epoca era giusto. Dal loro canto le organizzazioni economiche della classe operaia dovevano preoccuparsi di migliorare la situazione del proletariato all’interno del capitalismo, di spingere alla lotta e di negoziare quando la lotta difermava… questi erano i compiti delle organizzazioni operaie prima della guerra. Ma la rivoluzione arrivò ed altri compiti divennero attuali. Le organzzazioni operaie non potevano adattarsi alla lotta per degli aumenti salariali e sentirsi soddisfatte ; e nemmeno potettero più porsi – come loro compito principale – quello di essere rappresentati in parlamento e strappare dei miglioramenti per la classe operaia.» (ibidem), e ancora «continamente sperimentiamo il fatto che tutte le organizzazioni di lavoratori che prendono questa strada, a dispetto di tutti i loro discorsi rivoluzionari,vengono meno nelle lotte decisive» (ibidem), è per questo che la classe operaia aveva bisogno di creare delle nuove organizzazioni capaci di esprimere la necessità dell’autorganizzazione del proletariato e il confronto diretto con lo Stato e il capitale ; questo era valido tanto per le piccole lotte difensive che le lotte di massa più ampie.

In un altro momento Bergmann definisce i sindacati come degli ingranaggi dello Stato e mostra che è quindi illusorio volerli riconquistare : « Noi siamo profondamente convinti che bisogna sbarazzarsi dei vecchi sindacati. Non perchè abbiamo sete di distruzione, ma perchè noi vediamo che queste organizzazioni sono diventate, nel senso peggiore del termine, degli organi dello Stato capitalista per reprimere la rivoluzione. » (ibidem). Con la stessa vena Sachs criticò la regressione verso la nozione di partito di massa e la tattica della lettera aperta ai partiti socialdemocratici – queste erano delle regressioni verso delle pratiche socialdemocratiche e forme di organizzazione superate o, peggio, verso gli stessi partiti socialdemocratici passati al nemico.

* * *

In generale, la storia è scritta dai vincitori, o almeno da quelli che sembrano tali. Negli anni che seguirono il Terzo Congresso i partiti comunisti ufficiali rimasero delle organizzazioni capaci di attirare la lealtà di milioni di operai, mentre il KAPD esplose rapidamente in molte componenti, di cui poche mantennero la chiarezza espressa dai suoi rappresentanti a Mosca nel 1921. Allora dei veri tratti settari emersero in primo piano, in particolare nella decisione affrettata della tendenza di Essen del KAPD, organizzata intorno a Gorter, di fondare una ‘quarta internazionale’ (La KAI, Internazionale Comunista Operaia) mentre ciò che era necessario in una fase di arretramento della rivoluzione era lo sviluppo di na frazione internazionale che combattesse la degenerazione della Terza Internazionale. Questo abbandono prematuro dell’Internazionale comunista si accompagnò logicamente con una svolta nell’analisi della rivoluzione d’Ottobre, sempre più considerata come una rivoluzione borghese. Il punto di vista della tendenza Schroder nella KAI, che considerava che all’epoca della ‘crisi mortale’ le lotte per i salari fossero opportuniste, era ugualmente settario ; altre correnti cominciarono a mettere in questione la possibilità stessadi un partito politico del proletariato, dando nascita a quello che è diventato noto con il nome di « consiliarismo ». Ma queste manifestazioni di un indebolimento e di una frammentazione più generale dell’avanguardia rivoluzionaria erano il prodotto della sconfitta e della controrivoluzione che si aggravavano ; allo stesso tempo il mantenimento, durante questo periodo, dei partiti comunisti come organizzazioni di massa influenti era anch’esso il prodotto della controrivoluzione borghese, ma con questa terribile particolarità che questi partiti si erano messi alla testa di questa controrivoluzione, a fianco dei boia fascisti e democratici. Dall’altro lato, le posizioni più chiare del KAPD e della sinistra italiana, prodotto dei momenti più alti della rivoluzione e solidamente ancorati alla teoria della decadenza del capitalismo, non sparirono, in gran parte grazie al lavoro paziente di piccoli gruppi rivoluzionari, spesso estremamente isolati ; quando le nebbie della controrivoluzione cominciarono a dissiparsi, queste posizioni trovarono una nuova via con l’emergere di una nuova generazione di rivoluzionari e rimasero delle acquisizioni fondamentali su cui il futuro partito della rivoluzione dovrà basarsi.

Gerrard



[1] Citato in J.P. Nettl, “La vie et l'œuvre de Rosa Luxemburg”, Ed. Maspero, Francia, Tomo II, p.593.

[2] Sarebbe interessante fare ulteriori ricerche sui tentativi attuali all’interno del movimento anarchico di analizzare il significato della guerra.

[5] Capitolo annesso: Tesi sui compiti della socialdemocrazia.

[7] Per ulteriori elementi sulla discussione durante il primo Condere l’articolo della Révue internationale n°123 "La théorie de la décadence au cœur du matérialisme historique – De Marx à la Gauche communiste (2)"

[8] Segnaliamo che questa lettera non restò senza risposta o critiche, in particolare quella di Gorter.

[9] "La crisi economica mondiale, con i suoi effetti economici e sociali mostruosi, e la cui visione d’insieme dà l’impressione di un unico campo di rovine, non significa che una cosa: il crepuscolo degli dei dell’ordine borghese-capitalista è cominciato. Oggi non abbiamo di fronte una delle crisi economiche cicliche, proprie del modo di produzione capitalista; si tratta della crisi del capitalismo in quanto tale; convulsioni dell’insieme dell’organismo sociale, scoppio for-midabile di antagonismi di classe di un’acutezza mai vista, miseria generale per vaste masse popolari, tutto ciò è un fatidico avvertimento alla società borghese. Appare sempre più chiaramente che l’opposizione tra sfruttati e sfruttatori cresce sempre di più, che la contraddizione fra capitale e lavoro, di cui prendono sempre più coscienza anche gli strati di lavoratori finora piùpassivi, non può essere risolta. Il capitalismo ha fatto l’esperienza del suo falllimento definitivo; si è da solo ridotto al niente nella guerra di brigantaggio imperialista, ha creato un caos, il cui insopportabile prosieguo pone il proletariato davanti all’alternativa storica : caduta nella barbarie o costruzione di un mondo socialista."

[10] Per esempio, il paragrafo introduttivo del programma del KAPD, citato sopra, può facilmente essere letto come la descrizione della crisi finale del capitalismo e, rispetto al pericolo di golpismo, certe attività del KAPD durante l’Azione di Marzo sono certamente cadute in questa tendenza, come per esempio l’alleanza con il VKPD nell’utilizzazione dei suoi membi dsoccupati per cercare di trascinare letteralmente con la forza gli operai allo sciopero generale, e nei suoi rapporti ambigui con le forza armate ‘indipendenti’ create da Max Hoelz e altri. Si può anche vedere l’intervento di Hempel al Terzo Congresso che riconosce che l’Azione di Marzo non avrebbe potuto rovesciare il capitalismo, ma insiste comunque sulla necessità di lanciare slogan di rovesciamento del governo – una posizione che sembra mancare di coerenza, visto che per il KAPD non era possibile difendere nessun tipo di governo ‘operaio’ senza la dittatura del proletariato.

[11] L’atteggiamento di Hempel verso gli anarchici e i sindacalisti rivoluzionari era anch’esso privo di spirito settario, e sottolineava la necessità di lavorare con tutte le espressioni autenticamente rivoluzionarie di questa corrente.

[12] Edito da Invariance, La vecchia talpa, 1973.