Decadenza del capitalismo: l’era delle catastrofi

Anche se i rivoluzionari
di oggi non condividono tutti l'analisi dell’entrata
del capitalismo nella sua fase di declino con lo scoppio della
prima guerra mondiale, non era
così per coloro che dovettero reagire a questa
Guerra e che parteciparono
ai sollevamenti rivoluzionari che
seguirono:
come viene mostrato in
questo articolo, la
maggior parte
dei marxisti
allora condividevano questo punto di
vista
. Anzi, per loro la comprensione che si era entrati in un nuovo periodo storico era essenziale per rilanciare il programma
comunista e le
tattiche
che ne derivavano.

Nel precedente articolo di questa serie abbiamo visto che Rosa Luxemburg,
attraverso la sua analisi dei processi fondamentali alla base della espansione
imperialista, aveva previsto che le calamità che le regioni precapitaliste del
globo subivano sarebbero ritornate nel cuore stesso del sistema, nella borghese
Europa. E come sottolineava ne La crisi
della socialdemocrazia tedesca (Juniusbroshure)
, scritta in prigione nel
1915, lo scoppio della guerra mondiale nel 1914 non era solo una catastrofe per
la distruzione e la miseria che faceva cadere sulla classe operaia dei due
campi in guerra, ma anche che essa era stata resa possibile dal più grande atto
di tradimento della storia del movimento operaio: la decisione della
maggioranza dei partiti socialdemocratici, fino ad allora fari
dell’internazionalismo, educati alla visione marxista del mondo, di sostenere
lo sforzo di guerra delle classi dominanti dei loro rispettivi paesi, di
ratificare il massacro reciproco del proletariato europeo, a dispetto delle
sonanti dichiarazioni di opposizione alla guerra che essi avevao adottato nelle
numerose riunioni della Seconda Internazionale e dei suoi partiti costituenti
nel corso degli anni precedenti.

Questo costituì la morte dell’Internazionale, scoppiata in diversi partiti
nazionali le cui maggior parti, spesso i loro organi dirigenti, agirono come
agenti reclutatori nell’interesse della loro borghesia: perciò furono designati
come i «socialsciovinisti» o i «socialpatrioti»; essi trascinarono con sè la
maggioranza dei sindacati. In questa terribile sconfitta un’altra parte
importante della socialdemocrazia, i «centristi», si impantanò in ogni sorta di
confusioni, incapace di rompere definitivamente con i socialpatrioti,
attaccandosi ad assurde illusioni sulla possibilità di accordi di pace e, come nel
caso di Kautsky, l’antico «papa del marxismo», voltando molto spesso le spalle
alla lotta di classe in nome del fatto che l’Internazionale non poteva essere
che uno strumento di pace, non di guerra. Durante questa epoca traumatizzante
solo una minoranza mantenne con fermezza i principi che tutta l’Internazionale
aveva sottoscritto alla vigilia della guerra – innanzitutto il rifiuto di
fermare la lotta di classe per il fatto che essa metteva in pericolo lo sforzo
di guerra della propria borghesia e, per estensione, la volontà di usare la
crisi sociale causata dalla guerra come mezzo per affrettare la caduta del sistema
capitalista. Ma di fronte allo stato di spirito da isteria nazionalista che
dominava all’inizio della guerra, la «atmosfera da progrom» di cui parla
Luxemburg nel suo opuscolo, anche i miglior militanti della sinistra
rivoluzionaria si trovarono in preda ai dubbi e alle difficoltà. Quando Lenin
prese conoscenza della edizione del Vorwarts,
giornale della SPD, che annunciava che il partito aveva votato i crediti di
guerra al Reichstag, pensò che si trattava di un falso architettato dalla
polizia politica. Al parlamento tedesco l’antimilitarista Liebknecht votò
all’inizio i crediti di guerra per disciplina di partito. Il seguente estratto
di una lettera di Rosa Luxemburg mostra a qual punto lei sentiva che
l’opposizione di sinistra nella socialdemocrazia fosse ridotta a una piccola
raccolta di individui:

«Vorrei agire con la massima energia contro quello che succede al gruppo
parlamentare. Disgraziatamente non trovo molta gente disposta ad aiutarmi. (…)
Non si può mai raggiungere Karl (Liebknecht) perchè corre da tutti i lati come
una nuvola nel cielo; Franz (Mehring) mostra poca attenzione per ogni azione
diversa dalla letteratura, la reazione di tua madre (Clara Zetkin) è isterica e
assolutamente disperata. Ma a dispetto di tutto questo, ho intenzione di
cercare di vedere cosa si può fare.
»
(Lettera a Konstantin Zetkin, fine 1914)

[1]

.

Tra gli anarchici c’era altrettanta
confusione o il tradimento aperto. Il venerabile anarchico Kropotkin chiamò
alla difesa della civilizzazione francese contro il militarismo tedesco (quelli
che seguirono il suo esempio furono chiamati ‘gli anarchici delle trincee’), e
il richiamo del patriottismo si rivelò particolarmente forte nella CGT in
Francia. Ma la corrente anarchica, proprio a causa del suo carattere
eterogeneo, non fu  sconvolta fino alle
sue fondamenta come avvenne  per il
“partito marxista”. Numerosi gruppi e militanti anarchici continuarono a
difendere le stesse posizioni internazionaliste di prima

[2]

.

L’imperialismo:
il capitalismo in declino

Naturalmente i gruppi della vecchia sinistra della socialdemocrazia
dovettero dedicarsi al compito di riorganizzazione e di raggruppamento per
portare avanti il fondamentale lavoro di propaganda e di agitazione a dispetto
della frenesia nazionalista e della repressione statale. Ma quello che
occorreva soprattutto era una revisione teorica, uno sforzo rigoroso per capire
come la guerra aveva potuto spazzare via dei principi difesi da tanto tempo dal
movimento. Tanto più che era necessario strappare il velo «socialista» dietro
cui i traditori  nascondevano il loro
patriottismo, utilizzando le parole di Marx ed Engels, selezionandole con cura
e, soprattutto, estraendole dal loro contesto storico, per giustificare la loro
posizione di difesa nazionale – soprattutto in Germania dove c’era stata una lunga
tradizione della corrente marxista che sosteneva i movimenti nazionali contro
la minaccia reazionaria costituita dallo zarismo russo.

La necessità di
una rivisitazione teorica completa è stata simboleggiata da Lenin che
all’inizio della guerra passava ‘calmamente’ il suo tempo a leggere Hegel in
biblioteca. In un articolo pubblicato recentemente in The Commune, Kevin Anderson del Marxist Humanist Committee
(Comitato marxista umanista) americano sostiene che lo studio di Hegel portò
Lenin alla conclusione che la maggioranza della Seconda Internazionale,
compreso il suo mentore Plekanov (e per estensione lui stesso) non avevano
rotto con il materialismo volgare, e che la loro ignoranza di Hegel li aveva
portati ad avere poca padronanza della vera dialettic della storia

[3]

.
Ed uno dei principi dialettici impliciti di Hegel è che ciò che era razionale
in un’epoca, diventa irrazionale in un’altra. Ed è certo questo il metodo che
Lenin utilizzò per rispondere ai socialsciovinisti – Plekanov in particolare –
che cercavano di giustificare la guerra riferendosi agli scritti di Marx ed
Engels:

I
socialsciovinisti russi, con Plekanov alla testa, si richiamano alla tattica di
Marx nella guerra del 1870; i tedeschi sul tipo di Lensch, di David e soci, si
richiamano alla dichiarazione di Engels del 1891 sull'obbligo per i socialisti
tedeschi di difendere la patria in caso di guerra contro la Russia e la Francia
unite; infine, i socialsciovinisti tipo Kautsky, che desiderano conciliare e
legalizzare lo sciovinismo internazionale, si richiamano al fatto che Marx ed
Engels, pur condannando le guerre, si posero nondimeno, continuamente dal
1854-1855 fino al 1870-1871 e 1876-1877, dalla parte di un determinato Stato
belligerante, una volta che la guerra era scoppiata.

Tutte queste
citazioni rappresentano di per sé una ripugnante deformazione a profitto della
borghesia e degli opportunisti, delle teorie di Marx ed Engels, precisamente
come gli scritti degli anarchici Guillaume e soci rappresentano una deformazione
delle teorie di Marx ed Engels, fatta per giustificare l'anarchismo. La guerra
del 1870-1871, finché Napoleone III non fu vinto, era storicamente progressiva
per la Germania; perché Napoleone, insieme allo zar, oppresse per lunghi anni
la Germania, mantenendovi il frazionamento feudale. Ma non appena la guerra
finì con la rapina a danno della Francia (annessione dell'Alsazia-Lorena), Marx
ed Engels condannarono decisamente i tedeschi. Inoltre, al’inizio di quella
guerra, Marx ed Engels avevano approvato il rifiuto di Bebel e di Liebknecht di
votare per i crediti di guerra, e avevano consigliato i socialdemocratici a non
fondersi con la borghesia e a difendere gli interessi di classe indipendenti
del proletariato. Trasferire il giudizio dato su quella guerra,
borghese-progressista e di liberazione nazionale, alla attuale guerra
imperialista, è farsi beffa della verità. Lo stesso si deve dire, ed a maggior
ragione, della guerra del 1854-1855 e di tutte le guerre del XIX secolo, quando
non c'erano l'imperialismo
attuale le condizioni
obiettive già mature del socialismo,
partiti socialisti di massa in tutti
i paesi
belligeranti, quando cioè mancavano precisamente quelle
condizioni dalle quali il manifesto di Basilea aveva dedotto la tattica della
" rivoluzione proletaria" in
rapporto
alla guerra fra le grandi potenze.

Chi si richiama
adesso all'atteggiamento di Marx verso le guerre del periodo progressivo della borghesia e dimentica le parole di
Marx: "gli operai non hanno patria" - parole che si riferiscono precisamente all'epoca della
borghesia reazionaria, superata, all'epoca della rivoluzione socialista -
deforma spudoratamente Marx e sostituisce al punto di vista socialista il punto
di vista borghese
”. (Il socialismo e la guerra, 1915)

[4]

.

E’ qui sta la questione chiave: il capitalismo era diventato un sistema
reazionario come Marx aveva previsto. La guerra ne era una prova e questo
implicava una rivalutazione completa di tutte le antiche tattiche del movimento,
una comprensione chiara delle caratteristiche del capitalismo nella sua crisi
di senilità e quindi delle nuove condizioni a cui la lotta di classe era
confrontata. Per le frazioni di sinistra questa analisi fondamentale della
evoluzione del capitalismo era universale. Rosa Luxemburg, nella Brochure di Junius, sulla base di una
rivisitazione approfondita del fenomeno dell’imperialismo nel corso del periodo
che aveva portato alla guerra, riprese quanto era stato annunciato da Engels:
l’umanità era confrontata alla scelta socialismo o barbarie; e lei dichiarava
che questa non era più una prospettiva, ma una realtà immediata: «questa guerra è la barbarie». Nello stesso documento Luxemburg sosteneva che
nell’epoca dell’imperialismo sviluppato la vecchia tattica di sostegno a certi
movimenti di liberazione nazionale aveva perso ogni contenuto progressista: «Nell’epoca in cui l’imperialismo si è
scatenato non ci possono più essere delle guerre nazionali. Gli interessi
nazionali non sono che una mistificazione che ha per scopo di mettere le masse
lavoratrici al servizio del loro nemico mortale: l’imperialismo.
»

[5]

Trotsky, che scriveva sul Nashe Slovo,
evolveva in una direzione parallela, difendendo che la guerra era il segno che
lo Stato nazionale era diventato lui stesso un ostacolo ad ogni ulteriore
progresso umano: «Lo Stato nazionale è
superato come quadro per lo sviluppo delle forze produttive, come base per la
lotta di classe e, in particolare, come forma statale della dittatura del
proletariato.
(Nashe Slovo, 4
febbraio 1916, tradotto dall’inglese da noi).

In un’opera più conosciuta, L’imperialismo
fase suprema del capitalismo
, Lenin – come Luxemburg – riconosceva che il
sanguinoso conflito tra le grandi potenze mondiali esprimeva il fatto che
queste potenze si erano ormai divise tutto il pianeta e che, di conseguenza, la
torta imperialista non poteva che essere ridivisa attraverso dei violenti
regolamenti di conti tra gli orchi capitalisti: «… il tratto caratteristico del periodo considerato è la divisione
definitiva del globo, definitiva non nel senso che una nuova divisione sia
impossibile, - nuove divisioni essendo invece possibili ed inevitabili - , ma
nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalisti è finita con la
conquista dei territori non occupati del nostro pianeta. Per la prima volta il
mondo si trova interamente ripartito, al punto che in futuro non potrà che
aversi una nuova ripartizione, cioè il passaggio da un possessre all’altro, e
non l’impossessamento di territori senza padrone

[6]

.»

Nello stesso libro Lenin caratterizza lo «stadio supremo» del capitalismo
come quello del «parassitismo e del declino» o del «capitalismo moribondo».
Parassitario perchè – in particolare nel caso della gran Bretagna -  egli vedeva una tendenza al fatto che il
contributo delle nazioni industrializzate alla produzione della ricchezza
globale fosse rimpiazzato da una dipendenza crescente dal capitale finanziario
e dai superprofitti estratti dalle colonie (un punto di vista che si può
sicuramente criticare ma che conteneva un elemento di intuizione, come testimonia
oggi lo sviluppo della speculazione finanziaria e l’avanzamento della
disindustrializzazione in certe nazioni fra le più potenti). Il declino (che
non significava, per Lenin, una stagnazione assoluta della crescita) per il
fatto che la tendenza del capitalismo ad abolire la libera concorrenza a
profitto del monopolio significava il bisogno crescente che la società borghese
cedesse il posto a un modo di produzione superiore.

L’imperialismo di Lenin soffre di un certo
numero di debolezze. La sua definizione dell’imperialismo è più una descrizione
di certe sue manifestazioni più evidenti (‘le cinque caratteristiche’ tanto
spesso citate dai gauchiste per provare che questa o quella nazione, o blocco
di nazioni, non sono imperialiste) che una analisi delle radici del fenomeno
nel processo di accumulazione come aveva fatto Rosa Luxemburg. La sua visione
di un centro capitalista vivente in maniera parassitaria dei superprofitti
estratti dalle colonie (con cui si corrompeva anche una parte della classe
operaia, la «aristocrazia operaia», condotta così a sostenere i progetti
imperialisti della borghesia) apriva una breccia per la penetrazione
dell’ideologia nazionalista sotto forma di sostegno ai movimenti di «liberazione
nazionale» nelle colonie. In più, la fase monopolistica (nel senso di
giganteschi cartelli privati) aveva già nel corso della guerra ceduto il posto
ad una espressione «superiore» del declino capitalista: l’enorme crescita del
capitalismo di Stato.

Su quest’ultima
questione il contributo più importante fu certamente quello di Bukarin, che fu
uno dei primi a dimostrare che all’epoca dello “Stato imperialista”, la
totalità della vita politica, economica e sociale è stata assorbita
dall’apparato statale, soprattutto allo scopo di gestire la guerra con gli
imperialismi rivali:

"Contrariamente a quello che era nel periodo del capitalismo
industriale, lo Stato imperialista si caratterizza per uno straordinario
accrescimento della complessità delle sue funzioni e per una brusca incursione nella
vita economica della società. Esso rivela una tendenza a prendere in carico
l’insieme della sfera produttiva e l’insieme della sfera della circolazione
delle merci. I tipi intermedi di imprese miste saranno costituiti da una pura
regolamentazione da parte dello Stato poichè è in questa maniera che si può
sviluppare la centralizzazione. Tutti i membri delle classi dominanti (o più
esattamente della classe dominante giacchè il capitalismo finanziario elimina
gradualmente i differenti sottogruppi delle classi dominanti, unendoli nella
sola banda del capitalismo finanziario) diventano azionari o partner di una gigantesca
impresa di Stato. Assicurando innanzitutto la preservazione e la difesa dello
sfruttamento, lo stato si trasforma una una organizzazione sfruttatrice unica
centralizzata che si confronta direttamente con il proletariato, oggetto di
questo sfruttamento. Poichè i prezzi del mercato cono determinati dallo Stato,
questo assicura agli operai una razione sufficiente alla preservazione della
loro forza lavoro. Una burocrazia gerarchizzata assolve alla funzione di
organizzazione in pieno accordo con le autorità militari il cui ruolo e potenza
crescono senza interruzione. L’economia nazionale è assorbita dallo Stato che è
organizzato in maniera militare e dispone di un esercito e di una marina
immensi e disciplinati. Nella loro lotta gli operai devono confrontarsi con
tutta la potenza di questo mostruoso apparato, perchè ogni loro iniziativa di
scontrerà direttamente con lo Stato: la lotta economica e la lotta politica
smetteranno di essere due categorie separate e la rivolta contro lo
sfruttamento significherà una rivolta diretta contro l’organizzazione statale
della borghesia.
» (‘Verso una
teoria dello Stato imperialista’, 1915, tradotto dall’inglese da noi).

Il capitalismo di Stato totalitario e l’economia di guerra si sarebbero
rivelate le caratteristiche fondamentale del secolo entrante. Data
l’onnipresenza di questo mostro capitalista Bukarin concludeva a giusta ragione
che, ormai, ogni lotta operaia significativa non aveva altra scelta che
confrontarsi con lo Stato e che la sola via per il proletariato di andare
avanti era «far esplodere» l’insieme dell’apparato, cioè distruggere lo stato
borghese e rimpiazzarlo con i suoi propri organi di potere. Questo significava
il rigetto definitivo di ogni potesi sulla possibilità di conquistare
pacificamente lo Stato esistente, cosa che Marx ed Engels non avevano
interamente escluso, anche dopo l’esperienza della Comune, e che era diventata
progressivamente la posizione ortodossa della Seconda Internazionale. Pannekoek
aveva sviluppato questa posizione già nel 1912 e quando Bukarin la riprese,
Lenin all’inizio lo accusò con forza di cadere nell’anarchismo. Ma mentre
preparava la sua risposta, e stimolato dalla necessità di capire la rivoluzione
che stava avvenendo in  Russia, Lenin fu
ancora una volta vinto dalla dialettica e arrivò alla conclusione che Pannekoek
e Bukarin avevano avuto ragione – una conclusione espressa in Stato e rivoluzione, scritto alla viglia
dell’insurrezione d’Ottobre.

Nel libro di
Bukarin, L’imperialismo e l’economia
mondiale
(1917), c’è anche un tentativo per situare il corso verso
l’espansione imperialista nelle contraddizioni economiche identificate da Marx;
egli sottolinea la pressione esercitata dalla caduta del tasso di profitto ma
riconosce ugualmente la necessità di una estensione costante del mercato. Come
Luxemburg e Lenin, lo scopo di Bukarin è di dimostrare che proprio per il fatto
che il processo di ‘mondializzazione’ imperialista aveva creato un’economia
mondiale unificata, il capitalismo aveva compiuto la sua missione storica e non
poteva ormai che entrare in declino. Cosa del tutto coerente con la prospettiva
sottolineata da Marx quando scriveva che “il
compito proprio della società borghese è la costruzione del mercato mondiale,
almeno nelle sue grandi linee, e di una produzione fondata su questa base

(Lettera di Marx ad Engels, 9 ottobre 1858).

Così, contro i
socialsciovinisti e i centristi che volevano tornare allo statu quo di prima
della guerra, che snaturavano il marxismo per giustificare il loro sostegno
all’uno o all’altro dei campi in guerra, i marxisti autentici affermarono
unanimemente che non c’era più un capitalismo progressista e che il suo rovesciamento
rivoluzionario era ormai storicamente all’ordine del giorno.

L’epoca della
rivoluzione proletaria

La fondamentale questione del periodo storico si pose di nuovo in Russia
nel 1917, punto culminante di un’ondata internazionale crescente di resistenza
del proletariato alla guerra. Dal momento che la classe operaia russa,
organizzata in soviet, si rendeva progressivamente conto del fatto che essersi
sbarazzata dello zarismo non aveva risolto nessuno dei suoi problemi
fondamentali, le frazioni di destra e i centristi della socialdemocrazia svilupparono
una grossa campagna contro l’appello dei Bolscevichi alla rivoluzione
proletaria e a che i soviet regolassero i loro conti non solo con i vecchi
elementi zaristi, ma anche con tutta la borghesia russa, che considerava la
rivoluzione di febbraio come la propria rivoluzione. In questo la borghesia
russa era sostenuta dai Menscevichi che riprendevano gli scritti di Marx per
dimostrare che il socialismo non poteva essere costruito che sulla base di un
sistema capitalista pienamente sviluppato: siccome la Russia era troppo
arretrata essa non poteva andare oltre la fase di una rivoluzione borghese
democratica e i Bolscevichi erano degli avventurieri che cercavano di giocare
alla cavallina con la storia. La risposta data da Lenin
nelle Tesi di aprile era ancora una
volta coerente con la sua lettura di Hegel che aveva già sottolineato la
necessità di considerare il movimento della storia come un tutto. Essa
rifletteva anche il suo profondo impegno internazionalista. E’ certamente
giusto dire che le condizioni di una rivoluzione devono maturare storicamente,
ma l’avvento di una nuova epoca storica non si giudica guardando questo o quel
paese preso separatamente. Il capitalismo, come la teoria dell’imperialismo
dimostrava, era un sistema globale e quindi il 
suo declino e la necessità del suo rovesciamento maturavano anch’essi su
una scala globale: lo scoppio della guerra imperialista mondiale lo provava
ampiamente. Non c’era una rivoluzione russa isolata : l’insurrezione
proletaria in Russia non poteva essere che il primo passo verso una rivoluzione
internazionale o, come si espresse Lenin nel suo discorso, che fece l’effetto
di una bomba, indirizzato agli operai e ai soldati che era accorsi ad
accoglierlo al suo ritorno dall’esilio alla Stazione Finlandia di S.
Pietroburgo: «Cari compagni, soldati, marinai
e operai, sono felice di salutare in voi la rivoluzione russa vittoriosa, di
salutarvi come l’avanguardia dell’esercito proletario mondiale… Non è lontana l’ora
in cui, secondo l’appello del nostro compagno Karl Liebknecht, i popoli
rivolgeranno e loro armi contro i capitalisti sfruttatori…La rivoluzione russa
compiuta da voi ha aperto una nuov epoca. Viva la rivoluzione socialsita mondiale!...
»

Questa comprensione che il capitalismo avva allo stesso tempo realizzato le
condizioni necessarie all’avvento del socialismo ed era entrato nella sua crisi
storica di senilità – due facce della stessa medaglia – è contenuta anche in
una nota frase della Piattaforma dell’Internazionale scritta al momento del suo
PrimoCongresso nel 1919: «Una nuova epoca
è nata. L’epoca della disgregazione del capitalismo e del suo crollo. L’epoca
della rivoluzione comunista del proletariato.
»

Quando la sinistra rivoluzionaria internazionalista si riunì nel Primo Congresso
dell’IC, il movimento rivoluzionaria scatenato dalla rivoluzione d’Ottobre era
al suo punto più alto. Benchè il sollevamento ‘spartachista’ di gennaio a
Berlino fosse stato sconfitto e Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht fossero stati
selvaggiamente assassinati, si era appena formata la repubblica dei soviet in
Ungheria, e scioperi di massa scuotevano l’Europa e parti degli Stati Uniti e
dell’America del sud. L’entusiasmo rivoluzionario dell’epoca si ritrova nei
testi fondamentali adottati dal Congresso. In accordo con il discorso di Rosa
Luxemburg al Congresso di fondazione del KPD, l’alba di una nuova epoca significava
che la vecchia distinzione fra il programma minimo e il programma massimo non
era più valido, e di conseguenza il compito di organizzarsi in seno al
capitalismo attraverso l’attività sindacale e con la partecipazione al
parlamento al fine di guadagnare delle riforme significative  aveva perso storicamente la sua ragion d’essere.
La crisi storica del sistema capitalista mondiale, espressa non solo dalla
guerra imperialista mondiale, ma anche dal caos economico e sociale che essa
aveva lascito nella sua scia, significava che la lotta diretta per il potere
organizzato in soviet era ora all’ordine del giorno in maniera realista ed urgente,
e qusto programma era valido per tutti i paesi, compresi quelli coloniali e
semicoloniali. In più, l’adozione di questo nuovo programma massimo non poteva
essere messo in pratica se con con una rottura completa con le organizzazioni
che avevano rappresentato la classe operaia nel corso dell’epoca precedente e
che avevano tradito i suoi interessi quando avevano dovuto passare il test
della storia – il test della guerra e della rivoluzione, nel 1914 e nel 1917. I
riformisti della socialdemocrazia e la burocrazia sindacale erano ormai definiti
come i lacchè del capitale e non più come l’ala destra del movimento operaio.
Il dibattito al primo Congresso mostra che la giovane Internazionale era aperta
alle conclusioni più audaci tirate dall’esperienza diretta della lotta
rivoluzionaria. Benchè l’esperienza russa avesse seguito un cammino un po’
differente, i Bolscevichi ascoltavano con serietà la testimonianza dei delegati
della Germania, della Svizzera, della Finlandia, degli Stati Uniti, della Gran
Bretagna e di altri paesi, che sostenevano che i sindacati non erano più
semplicemente inutili, ma erano diventati un ostacolo controrivoluzionario
diretto – degli ingranaggi dell’apparato statale – e che gli operai si organizzavano
sempre più spesso al di fuori e contro di essi attraverso la forma
organizzativa dei consigli nelle fabbriche e nelle strade. E poichè la lotta di
classe si basava appunto sui luoghi di lavoro e nelle strade, questi centri
viventi della lotta e della coscienza di classe apparivano, nei documenti
ufficiali dell’IC, in flagrante contrasto con il guscio vuoto del parlamento,
strumento anch’esso che era non solo inutile per la lotta per la rivoluzione
proletaria ma anche uno strumento diretto della classe dominante, utilizzato
per sabotare i consigli operai, come si era dimostrato sia nella Russia del 1917
che nella Germania nel 1918. Infine il Manifesto
dell’IC era molto vicino alla posizione, sviluppata dalla Luxemburg, secondo
cui le lotte nazionali erano superate e le nuove nazioni nascenti erano
diventate delle semplici pedine degli interessi imperialisti rivali. In quel
momento queste conclusioni rivoluzionarie ‘estreme’ sembravano alla maggioranza
discendere logicamente dall’apertura del nuovo periodo

[7]

.

I dibattiti al Terzo Congresso

Quando la storia si accelera, come avvenne a partire dal 1914, ci possono
essere i cambiamenti più drammatici nel corso di un anno o due. Nel momento in
cui l’IC si riuniva per il suo terzo Congresso, nel giugno-luglio del 1921, la
speranza di una estensione immediata della rivoluzione, tanto forte al momento
del Primo Congresso, aveva subito dei duri colpi. La Russia aveva attraversato
tre anni di estenuante guerra civile e, anche se i Rossi avevano vinto
militarmente i Bianchi, il prezzo pagato fu politicamente mortale : un
gran numero degli operai più avanzati erano morti, lo Stato ‘rivoluzionario’ si
era burocratizzato al punto che i soviet ne avevano perso il controllo. I
rigori del ‘Comunismo di guerra’ e gli eccessi distruttori del terrore rosso avevano
finito per suscitare una rivolta aperta nella classe operaia: a marzo scioperi
di massa scoppiarono a S. Pietroburgo, seguiti dal sollevamento armato dei
marinai e degli operai di Kronstadt, che facevano appello per la rinascita dei
soviet e per la fine della militarizzazione del lavoro e delle azioni
repressive della Ceca. Ma la direzione bolscevica, impastoiata nello Stato, non
vide in questo movimento che un’espressione della controrivoluzione bianca e la
represse in maniera impietosa e sanguinosa. Tutto questo era l’espressione
dell’isolamento crescente del bastione russo. La sconfitta faceva seguito a
quella delle repubbliche sovietiche di Ungheria e Baviera, alla sconfitta degli
scioperi generali di Winnipeg, Seattle, Red Clydeside, a quella delle
occupazioni delle fabbriche in Italia, del sollevamento della Ruhr in Germania
e di molti altri movimenti di massa.

Sempre più
consapevoli del loro isolamento, il partito aggrappato al potere in Russia e
altri partiti comunisti in altri paesi cominciarono a fare ricorso a misure
disperate per estendere la rivoluzione, come la marcia dell’Armata Rossa sulla
Polonia e l’Azione di marzo in Germania nel 1921 – due tentativi falliti di
forzare il corso della rivoluzione senza sviluppo massiccio della coscienza di
classe e dell’organizzazione necessarie per una vera presa del potere da parte
della classe operaia. Nel frattempo il sistema capitalista, benché dissanguato
dalla guerra e in preda ad ulteriori sintomi di una profonda crisi economica,
riuscì a trovare un equilibrio sul piano economico e sociale, in parte grazie
al nuovo ruolo giocato dagli Stati Uniti come forza motrice industriale e
bancaria del mondo.

All’interno dell’Internazionale Comunissta il Secondo Congresso del 1920
aveva già sentito l’impatto delle precedenti sconfitte. Ne fu simbolo la
publicazione da parte di Lenin dell’opuscolo L’estremismo, malattia infantile del comunismo, che fu distribuito
al Congresso

[8]

. Invece
di aprirsi all’esperienza viva del proletarato mondiale, l’esperienza bolscevica
– o una versione particolare di questa – veniva ora presentata come un modelllo
universale. I Bolscevichi avevano avuto un certo successo alla Duma dopo il
1905, per cui la tattica del ‘parlamentarismo rivoluzionario’ veniva presentato
come una tattica valida universalmente; i sindacati si erano formati di recente
in Russia e non avevano perduto ogni segno di vita proletaria…, per cui i
comunisti di tutti i paesi dovevano fare tutto il possibile per restare nei
sindacati rivoluzionari e cercare di conquistarli eliminando i burocrati
corrotti. A fianco di questa codificazione delle tattiche sindacale e
parlamentare, in totale opposizione alle correnti comuniste di sinistra che le
rigettavano, venne l’appello a costruire dei partiti comunisti di massa,
incorporando in gran parte organizzazioni come l’USPD in Germania e il Partito
Socialista in Italia.

L’anno 1921 mostrò altre manifestazion di scivolamento verso
l’opportunismo, del sacrificio dei principi e degli obiettivi a lungo termine a
profitto di successi a breve termine e della crescita numerica. Al posto di una
chiara denuncia dei partiti socialdemocratici come agenti della borghesia, si
usava ora il sofisma della ‘lettera aperta’ a questi partiti, con lo scopo di
‘forzare i dirigenti a battersi’ o, se non lo facevano, a smascherarsi di
fronte ai loro membri operai. In breve l’adozione di una politica di manovre in
cui le masse devono in qualche maniera essere ingannate per sviluppare la loro
coscienza. Queste tattiche furono rapidamente seguite dalla proclamazione di
quella del «fronte unico» e dallo slogan ancor più privo di principi del «governo
operaio», una sorta di coalizione parlamentare tra i socialdemocratici e i
comunisti. Dietro tutta questa corsa all’influenza ad ogni costo si trovava il
bisogno dello Stato ‘sovietico’ di far fronte ad un mondo capitalista ostile,
di trovare un modus vivendi con il capitalismo mondiale, al prezzo di un ritorno
alla pratica della diplomazia segreta che era stata chiaramente condannata dal
potere sovietico nel 1917 (nel 1922 lo Stato ‘sovietico’ firmava un accordo
segreto con la Germania, fornendole anche delle armi che sarebbero servite ad
uccidere gli operai comunisti un anno dopo). Tutto questo indicava
l’accelerazione di una traiettoria che si allontanava dalla lotta per la rivoluzione
e si orientava verso la incorporazione nello statu quo capitalista – non ancora
definitiva, ma che indicava il cammino della degenerazione che sarebbe
culminata con la vittoria della controrivoluzione stalinista.

Ciò non voleva
dire che ogni chiarezza o ogni dibattito serio sul periodo storico fossero
spariti. Al contrario, i ‘comunisti di sinistra’, reagendo a questo corso
opportunista, andavano rafforzando ancora più solidamente i loro argomenti sul
punto di vista che il capitalismo era entrato in un nuovo periodo: il programma
del KAPD del 1920 cominciava con la proclamazione che il capitalismo era nella
sua crisi storica e che ciò metteva il proletariato di fronte alla scelta
‘socialismo o barbarie’

[9]

;
lo stesso anno gli argomenti della sinistra italiana contro il parlamentarismo
partono dalle premesse secondo cui le campagne per le elezioni parlamentari
avevano avuto la loro validità nel passato, ma l’avvento una nuova epoca
rendeva non più valida questa antica pratica. Ma anche tra le voci ‘ufficiali’
dell’Internazionale c’era sempre un tentativo autentico di capire le
caratteristiche e le conseguenze del nuovo periodo.

Il Rapporto e le Tesi sulla situazione mondiale
presentati da Trotsky al terzo Congresso nel 1921 offrivano un’analisi molto
lucida dei meccanismi a cui aveva fatto ricorso un malandato capitalismo per
assicurare la sua sopravvivenza nel nuovo periodo – innanzitutto la fuga nel
credito e nel capitale fittizio. Analizzando i primi segni di una ripresa nel
dopo guerra, il rapporto di Trotsky sulla crisi economica mondiale e i nuovi
compiti dell’Internazionale Comunista pone le questioni in questa maniera: “Come è avvenuta la ripresa, e come può
essere spiegata? In primo luogo con delle cause economiche: le relazioni internazionali
sono state riannodate, anche se in proporzioni ristrette, e dovunque vediamo
una richiesta di merci le più varie; poi si spiega con delle cause politiche e
finanziarie: i governi europei avevano avuto paura della crisi che si poteva
produrre dopo la guerra e avevano preso le loro misure per far durare questa ripresa
artificiale che era stata provocata dalla guerra. I governi hanno continuato a
mettere in circolazione della moneta in gran quantità, hanno lanciato nuovi
prestiti, tassatole rendite, i salari e il prezzo del pane; riuscivano così a
coprire una parte dei salari degli operai smobilitati attingendo a fondi
nazionali, e creavano una attività economica artificiale nel paese. In questa
maniera, per tutto questo tempo, il capitale fittizio continuava crescere,
soprattutto nei paesi in cui l’industria diminuiva.

Tutta la vita del capitalismo a partire
da questa epoca non fa che confermare questa diagnosi di un sistema che non
poteva mantenersi a galla se non violando le proprie leggi economiche. Questi
testi cercavano anche di approfondire l’idea che senza una rivoluzione
proletaria il capitalismo avrebbe certamente scatenato nuove guerre ancora più
distruttive (anche se le previsioni di un imminente confronto tra l’antica potenza
britannica e la nascente potenza americana erano lungi dall’essere giuste,
anche se non senza fondamento). Ma la chiarificazione più importante contenuta
in questo documento e in altri era la conclusione che l’avvento del nuovo
periodo non significava che il declino, la crisi economica aperta e la
rivoluzione sarebbero state simultanee – una ambiguità che si può trovare nella
formulazione di orgine dell’IC nel 1919, ‘Una
nuova epoca è nata
’, che poteva essere interpretata nel senso che il
capitalismo era entrato simultaneamente in una crisi economica ‘fnale’ e in una
fase ininterrotta di conflitti rivoluzionari. Questo avanzamento nella
comprensione è forse espresso più chiaramente nel testo di Trotsky “Gli insegnamenti
del Terzo Congresso dell’IC”, scritto nel luglio 1921. Il testo cominciava
così: “Le classi hanno le loro origini
nel processo di produzione. Esse sono capaci di vivere fin quando esse giocano
il ruolo necessario nell’organizzazione comune del lavoro. Le classi perdono
senso se le loro condizioni di esistenza sono in contradizione con lo svluppo
della produzione, cioè con lo sviluppo dell’economia. E’ in questa situazione
che la borghesia si trova attualmente. Questo non significa che la classe che
ha perduto le sue radici e che è diventata parassitaria deve morire
immediatamente. Benchè le fondamenta della dominazione di classe posino
sull’economia, le classi si mantengono grazie agli apparati e agli organi dello
Stato politico: esercito, polizia, partiti, tribunali, stampa, ecc. Con l’aiuto
di questi organismi la classe dominante può trascinare nella sua caduta il
paese e la nazione che essa domina…La rappresentazione puramente meccanica
della rivoluzione proletaria avente come punto di partenza la rovina costante
della società capitalista spingeva qualche gruppo di compagni alla falsa teoria
dell’iniziativa delle minoranze capace di far crollare con la propria arditezza
“i muri della passività comune del proletariato” e degli attacchi incessanti
dell’avanguardia del proletariato come nuovo metodo di combattimento nelle
lotte e dell’uso dei metodi delle rivolte armate. Inutile dire che questa sorta
di teoria della tattica non ha niente a che fare con il marxismo.

Così, l’apertura
del declino non escludeva delle riprese a livello economico, nè degli
arretramenti del proletariato. Evidentemente nessuno poteva vedere a qual punto
le sconfitte del 1919-21 fossero già state decisive, ma esisteva un bisogno
bruciante di chiarificare cosa fare ora, in una nuova epoca ma non in un
momento immediato di rivoluzione. Un testo a parte, le Tesi sulla tattica, adottato dal Congresso, metteva giustamente
avanti la necessità che i partiti comunisti prendessero parte alle lotte
difensive al fine di sviluppare la fiducia e la coscienza della classe operaia
e questo, insieme al riconoscimento che declino e rivoluzione non erano
sinonimi, costituiva un rigetto necessario della “teoria dell’offensiva” che
aveva ispirato la conduzione semi-golpista dell’Azione di marzo. Questa teoria
– secondo cui le condizioni oggettive erano mature, il partito comunista doveva
condurre un’offensiva insurrezionale più o meno permanente per spingere le
masse all’azione – era difesa principalmente dalla sinistra del partito
comunista tedesco, da Bela Kun e altri e non, come è spesso detto in maniera errata,
dalla Sinistra comunista in senso stretto, anche se il KAPD e degli elementi a
lui vicino non erano sempre chiari su questa questione

[10]

.

A questo
proposito gli interventi delle delegazioni del KAPD al Terzo Congresso sono molto
istruttivi. Contraddicendo l’etichetta di ‘settario’ che gli era affibbiata
nelle tesi sulla tattica, l’atteggiamento del KAPD al Congresso fu un modello
della maniera responsabile con cui una minoranza deve comportarsi in una
organizzazione proletaria. Benchè disponesse di un tempo estremamente ristretto
per i suoi interventi e avesse dovuto sopportare le interruzioni e i sarcasmi
dei sostenitori della linea ufficiale, il KAPD si considerava come partecipante
a pieno titolo allo svolgimento del Congresso e i suoi delegati erano
estremamente disposti a sottolineare i punti d’accordo quando ne avevano; essi
non erano interessati a mettere avanti le loro divergenze per esaltarle, come è
caratteristica dell’atteggiamento settario

[11]

.
Per esempio, nella discussione sulla situazione mondiale, un certo numero di
delegati del KAPD condividevano molti punti dell’analisi di Trotsky, in
particolare l’idea secondo sui il capitalismo era sul punto di ricostruirsi sul
piano economico e di riprendere il controllo sul piano sociale: così Seeman
sottolineò la capacità della borghesia internazionale di mettere temporaneamente
da parte le sue rivalità interimperialiste al fine di far fronte al pericolo
proletario, in particolare in Germania.

L’implicazione
di questo – in particolare del fatto che il rapporto di Trotsky e le Tesi sulla
situazione mondiale erano in gran parte orientati per rigettare la “teoria
dell’offensiva” e i suoi partigiani – è che il KAPD non difendeva che non ci
sarebbe potuta essere stabilizzazione del capitale né che la lotta dovesse
essere offensiva in qualsiasi momento. Ed espresse questo punto di vista in
numerosi interventi.

Sachs, nella sua risposta alla presentazione di Trotsky sulla situazione
economica mondiale, si espresse così: «Abbiamo
visto eri in dettaglio come il compagno Trotsky – e tuti quelli che sono qui
saranno, penso, d’accordo con lui – si rappresenti i rapporti tra, da un lato,
le piccole crisi e i piccoli periodi di ripresa ciclici e momentanei e,
dall’altro lato,  il problema dello sviluppo
e del declino del capitalismo, visto su grandi periodi storici. Saremo tutti
d’accordo che la grande curva che andava verso l’alto ora va irresistibilmente
verso il basso, e che all’interno di questa grande curva, sia nel suo tratto
scendente che in quello discendente, ci siano delle oscillazioni.
» (La
sinistra tedesca)

[12]

.

Insomma, quale che siano le ambiguità che siano esistite nella visione del
KAPD sulla « crisi mortale », esso non considerava che l’apertura
della decadenza significava uno sprofondamento improvviso e definitivo della
vita economica del capitalismo.

Analogamente, l’intervento di Hempel sulla tattica dell’Internazionale
mostra chiaramente che l’accusa di « settario » portata al KAPD, per
il suo supposto rifiuto di lotte difensive e il suo preteso appello all’offensiva
in qualsiasi momento, era falsa : « Ora la questione delle azioni parziali. Noi diciamo che non respingamo
nessuna azione parziale. Noi diciamo : ogni azione, ogni lotta, perchè
questa è un’azione, deve essere prevista, spinta in avanti. Non si può
dire : respingiamo questa o quella lotta. La lotta che nasce dalle
necessità economiche della classe operaia, questa lotta deve essere spinta
avanti con ogni mezzo. Proprio in un paese come la Germania, l’Inghilterra e
tutti gli altri paesi di democrazia borghese che hanno subito per quaranta o
cinquanta anni una democrazia borghese e i suoi effetti, la classe operaia deve
essere innanzitutto abituata alle lotte. Le parole d’ordine devono
corrispondere alle azioni parziali. Facciamo un esempio: in una impresa, in
diverse imprese scoppia uno sciopero che comprende una certa zona. Là la parola
d’ordine non potrebbe essere ‘lottare per la dittatura del proletariato’.
Sarebbe un’assurdità. Le parole d’ordine devono essere adattate ai rapporti di
forza e a quello che ci si può attendere in una data situazione.
» (Ibidem)

Ma dietro molti di questi interventi c’era l’insistenza del KAPD sul fatto
che l’IC non andava abbastanza lontano nella sua comprensione che un nuovo periodo
nella vita del capitalismo e quindi della lotta di classe si era aperto. Sachs,
per esempio, dopo aver espresso il suo accordo con Trotsky sulla possibilità di
riprese temporanee, sostenne che : « quello che non è stato espresso in queste Tesi,… è giustamente il
carattere fondamentalmente differente di questa epoca di declino rispetto alla
precedente epoca di ascesa del capitalismo considerato nella sua totalità
 »
(ibidem) e che questo aveva delle implicazioni nella maniera in cui ormai il
capitalismo sopravviveva : « il
capitale ricostruisce il suo potere distruggendo l’economia »

(ibidem), un punto di vista visionario sulla maniera con cui il capitalismo
sarebbe continuato come sistema nel secolo che si era aperto. Hempel, nella
discussione sulla tattica, espone le implicazioni del nuovo periodo per quello
che riguardava le posizioi politiche che i comunisti devono difendere, in
particolare sulla questione sindacale e parlamentare. Contrariamente agli
anarchici, a cui il KAPD è spesso assimilato, Hempel insiste sul fatto che
l’utilizzazione del parlamento e dei sindacati era stato giusto nel periodo
precedente: «…se si va con la memoria ai
compiti che aveva il vecchio movimento operaio o, per meglio dire, il movimento
operaio prima dell’epoca di questa irruzione della rivoluzione diretta, vediamo
che esso aveva, da un lato, grazie alle organizzazioni politiche della classe
operaia,i partiti,il compito  di inviare
dei delegati al parlamentoe nelle istituzioni che la borghesia e la burocrazia
avevano lasciato aperte alla rappresentanza della classe operaia.Questo era uno
dei compiti. Così fu fatto e all’epoca era giusto. Dal loro canto le
organizzazioni economiche della classe operaia dovevano preoccuparsi di
migliorare la situazione del proletariato all’interno del capitalismo, di
spingere alla lotta e di negoziare quando la lotta difermava… questi erano i
compiti delle organizzazioni operaie prima della guerra. Ma la rivoluzione
arrivò ed altri compiti divennero attuali. Le organzzazioni operaie non potevano
adattarsi alla lotta per degli aumenti salariali e sentirsi soddisfatte ;
e nemmeno potettero più porsi – come loro compito principale – quello di essere
rappresentati in parlamento e strappare dei miglioramenti per la classe
operaia.
» (ibidem), e ancora «continamente
sperimentiamo il fatto che tutte le organizzazioni di lavoratori che prendono
questa strada, a dispetto di tutti i loro discorsi rivoluzionari,vengono meno
nelle lotte decisive
» (ibidem), è per questo che la classe operaia aveva
bisogno di creare delle nuove organizzazioni capaci di esprimere la necessità
dell’autorganizzazione del proletariato e il confronto diretto con lo Stato e
il capitale ; questo era valido tanto per le piccole lotte difensive che
le lotte di massa più ampie.

In un altro momento Bergmann definisce i sindacati come degli ingranaggi
dello Stato e mostra che è quindi illusorio volerli riconquistare : « Noi siamo profondamente convinti che bisogna
sbarazzarsi dei vecchi sindacati. Non perchè abbiamo sete di distruzione, ma
perchè noi vediamo che queste organizzazioni sono diventate, nel senso peggiore
del termine, degli organi dello Stato capitalista per reprimere la rivoluzione.
 »
(ibidem). Con la stessa vena Sachs criticò la regressione verso la nozione di
partito di massa e la tattica della lettera aperta ai partiti socialdemocratici
– queste erano delle regressioni verso delle pratiche socialdemocratiche e
forme di organizzazione superate o, peggio, verso gli stessi partiti
socialdemocratici passati al nemico.

* * *

In generale, la storia è scritta dai vincitori, o almeno da quelli che
sembrano tali. Negli anni che seguirono il Terzo Congresso i partiti comunisti
ufficiali rimasero delle organizzazioni capaci di attirare la lealtà di milioni
di operai, mentre il KAPD esplose rapidamente in molte componenti, di cui poche
mantennero la chiarezza espressa dai suoi rappresentanti a Mosca nel 1921.
Allora dei veri tratti settari emersero in primo piano, in particolare nella
decisione affrettata della tendenza di Essen del KAPD, organizzata intorno a Gorter,
di fondare una ‘quarta internazionale’ (La KAI, Internazionale Comunista
Operaia) mentre ciò che era necessario in una fase di arretramento della
rivoluzione era lo sviluppo di na frazione internazionale che combattesse la
degenerazione della Terza Internazionale. Questo abbandono prematuro
dell’Internazionale comunista si accompagnò logicamente con una svolta
nell’analisi della rivoluzione d’Ottobre, sempre più considerata come una
rivoluzione borghese. Il punto di vista della tendenza Schroder nella KAI, che
considerava che all’epoca della ‘crisi mortale’ le lotte per i salari fossero
opportuniste, era ugualmente settario ; altre correnti cominciarono a mettere
in questione la possibilità stessadi un partito politico del proletariato,
dando nascita a quello che è diventato noto con il nome di
« consiliarismo ». Ma queste manifestazioni di un indebolimento e di
una frammentazione più generale dell’avanguardia rivoluzionaria erano il
prodotto della sconfitta e della controrivoluzione che si aggravavano ;
allo stesso tempo il mantenimento, durante questo periodo, dei partiti
comunisti come organizzazioni di massa influenti era anch’esso il prodotto
della controrivoluzione borghese, ma con questa terribile particolarità che questi
partiti si erano messi alla testa di questa controrivoluzione, a fianco dei
boia fascisti e democratici. Dall’altro lato, le posizioni più chiare del KAPD
e della sinistra italiana, prodotto dei momenti più alti della rivoluzione e
solidamente ancorati alla teoria della decadenza del capitalismo, non
sparirono, in gran parte grazie al lavoro paziente di piccoli gruppi
rivoluzionari, spesso estremamente isolati ; quando le nebbie della controrivoluzione
cominciarono a dissiparsi, queste posizioni trovarono una nuova via con
l’emergere di una nuova generazione di rivoluzionari e rimasero delle
acquisizioni fondamentali su cui il futuro partito della rivoluzione dovrà basarsi.

Gerrard


[1]

Citato in J.P. Nettl, “La vie et l'œuvre de Rosa Luxemburg”, Ed. Maspero,
Francia, Tomo II, p.593.

[2]

Sarebbe interessante fare
ulteriori ricerche sui tentativi attuali all’interno del movimento anarchico di
analizzare il significato della guerra.

[5]

Capitolo annesso: Tesi sui
compiti della socialdemocrazia.

[7]

Per ulteriori elementi sulla
discussione durante il primo Condere l’articolo della Révue internationale n°123
"
La théorie de la décadence
au cœur du matérialisme historique – De Marx à la Gauche communiste (2)
"

[8]

Segnaliamo che questa lettera
non restò senza risposta o critiche, in particolare quella di Gorter.

[9]

"La crisi economica
mondiale, con i suoi effetti economici e sociali mostruosi, e la cui visione
d’insieme dà l’impressione di un unico campo di rovine, non significa che una
cosa: il crepuscolo degli dei dell’ordine borghese-capitalista è cominciato.
Oggi non abbiamo di fronte una delle crisi economiche cicliche, proprie del
modo di produzione capitalista; si tratta della crisi del capitalismo in quanto
tale; convulsioni dell’insieme dell’organismo sociale, scoppio for-midabile di
antagonismi di classe di un’acutezza mai vista, miseria generale per vaste
masse popolari, tutto ciò è un fatidico avvertimento alla società borghese. Appare
sempre più chiaramente che l’opposizione tra sfruttati e sfruttatori cresce
sempre di più, che la contraddizione fra capitale e lavoro, di cui prendono
sempre più coscienza anche gli strati di lavoratori finora piùpassivi, non può
essere risolta. Il capitalismo ha fatto l’esperienza del suo falllimento
definitivo; si è da solo ridotto al niente nella guerra di brigantaggio
imperialista, ha creato un caos, il cui insopportabile prosieguo pone il proletariato
davanti all’alternativa storica : caduta nella barbarie o costruzione di
un mondo socialista.
"

[10]

Per esempio, il paragrafo introduttivo del programma del
KAPD, citato sopra, può facilmente essere letto come la descrizione della crisi
finale del capitalismo e, rispetto al pericolo di golpismo, certe attività del
KAPD durante l’Azione di Marzo sono certamente cadute in questa tendenza, come
per esempio l’alleanza con il VKPD nell’utilizzazione dei suoi membi dsoccupati
per cercare di trascinare letteralmente con la forza gli operai allo sciopero
generale, e nei suoi rapporti ambigui con le forza armate ‘indipendenti’ create
da Max Hoelz e altri. Si può anche vedere l’intervento di Hempel al Terzo
Congresso che riconosce che l’Azione di Marzo non avrebbe potuto rovesciare il
capitalismo, ma insiste comunque sulla necessità di lanciare slogan di rovesciamento
del governo – una posizione che sembra mancare di coerenza, visto che per il
KAPD non era possibile difendere nessun tipo di governo ‘operaio’ senza la dittatura
del proletariato.

[11]

L’atteggiamento di Hempel verso
gli anarchici e i sindacalisti rivoluzionari era anch’esso privo di spirito
settario, e sottolineava la necessità di lavorare con tutte le espressioni
autenticamente rivoluzionarie di questa corrente.

[12]

Edito da Invariance, La vecchia
talpa, 1973.

Patrimonio della Sinistra Comunista: