Sull'imperialismo

Breve
presentazione del testo

Questo
articolo, pubblicato nell’autunno 1979 nel n°19 della nostra Rivista
Internazionale trimestrale nelle tre lingue francese, inglese e spagnolo,
appare oggi anche in lingua italiana. Si tratta di un testo per noi di grande
importanza perché dà un quadro a nostro avviso ampio e profondo della questione
dell’imperialismo. Il tempo intercorso dal momento in cui questo articolo è
stato scritto ci impone tuttavia di fare alcune precisazioni per guidare il
lettore nella comprensione del testo.

Anzitutto si
vedrà che lo scenario storico al quale l’articolo fa riferimento è quello
definito dall’immediato dopoguerra, con la divisione del mondo in due blocchi
imperialisti contrapposti che, come ormai tutti sappiamo, non è più lo scenario
attuale nella misura in cui tali blocchi sono venuti meno in seguito al crollo
del muro di Berlino. Ma, tenuto conto di ciò, l’analisi resta del tutto valida.

In secondo
luogo nell’articolo, a proposito della “spiegazione del modo con cui il
capitalismo decadente ha prolungato la sua esistenza in assenza di fatto di
questa sfera non capitalista”, si invita con la nota 7 il lettore a leggere il
nostro opuscolo La decadenza del capitalismo. Il lettore deve però sapere che,
nel frattempo, la nostra organizzazione ha sviluppato una discussione proprio su
questo punto relativo alla “ricostruzione” dell’economia dando luogo ad un dibattito
interno molto serrato da cui é scaturita una serie di articoli che noi
riportiamo nella stessa nota 7 citata prima. Per il resto pensiamo che l’articolo
conservi per intero la sua forza e la sua coerenza. Buona lettura.

Marxismo e
imperialismo

Con tutta la proliferazione di lotte di “liberazione
nazionale” per tutto il pianeta; con il numero crescente di guerre locali tra
Stati capitalisti; con l’accelerazione dei preparativi dei due grandi blocchi
imperialisti in vista di uno scontro finale - tutti fenomeni che esprimono la
decomposizione irreversibile dell’economia capitalista mondiale - diventa
sempre più importante per i rivoluzionari sviluppare una comprensione chiara
del significato dell’imperialismo. Da settanta anni a questa parte, i marxisti hanno
riconosciuto che viviamo nell’epoca della decadenza imperialista, e hanno
tentato di trarne tutte le conseguenze per la lotta di classe del proletariato.

Ma, particolarmente con la controrivoluzione che si è
abbattuta sul proletariato negli anni 20, il compito storico di definire e
comprendere l’imperialismo è stato duramente ostacolato dal trionfo pressoché totale
dell’ideologia borghese sotto tutte le sue forme. Così, il vero significato
della parola imperialismo è stato deformato e svuotato del suo contenuto. Il
lavoro di mistificazione è stato condotto su diversi fronti: dagli ideologi
borghesi tradizionali che proclamano che l’imperialismo si è concluso con la
trasformazione de “l’Impero” britannico in “Commonwealth” o con l’abbandono
delle loro colonie da parte delle grandi potenze; dalle legioni di sociologi,
economisti ed altri accademici che rivaleggiano a colpi di tonnellate di
letteratura illeggibile sul “terzo Mondo”, di “studi sullo sviluppo” o il
“risveglio nazionalista nelle colonie”, ecc.; e soprattutto dagli
pseudo-marxisti della sinistra del capitale che danno addosso ai crimini dell’imperialismo
americano pretendendo al tempo stesso che la Russia o la Cina siano delle potenze antimperialiste ed anche
anticapitaliste. Questa distinzione avvilente non ha risparmiato neanche il
movimento rivoluzionario. Alcuni rivoluzionari, colpiti dalle “scoperte” degli
accademici borghesi, hanno abbandonato ogni riferimento agli intrighi
imperialisti del capitalismo e considerano l’imperialismo come un fenomeno
antiquato, superato nella storia del capitalismo. Altri, nei loro sforzi di
resistenza alle trappole dell’ideologia borghese, non hanno fatto che
trasformare gli scritti dei marxisti antecedenti in sacra scrittura. È il caso
dei bordighisti per esempio che applicano meccanicamente “le cinque caratteristiche fondamentali dell’imperialismo” di Lenin
al mondo moderno ignorando tutta l’evoluzione che si è prodotta in questi
ultimi sessanta anni.

Ma i marxisti non possono né ignorare la tradizione
teorica a partire della quale si sono formati, né trasformarla in dogma. La
questione è assimilare in maniera critica i classici del marxismo e applicarne
i contributi più importanti ad un’analisi della realtà attuale. Lo scopo di
questo testo è mettere in luce il significato reale e contemporaneo della
formulazione elementare: l’imperialismo
domina l’intero pianeta nella nostra epoca
; di spiegare il contenuto
dell’affermazione espressa nella piattaforma della CCI: “l’imperialismo, politica alla quale è costretta ogni nazione per
sopravvivere, quale che sia la sua grandezza
”; di mostrare che, nel
capitalismo moderno, tutte le guerre hanno una natura imperialista, tranne una:
la guerra civile del proletariato contro la borghesia. Ma per questo, è
innanzitutto necessario ritornare ai primi dibattiti sull’imperialismo
all’interno del movimento operaio.

Marxismo
contro revisionismo

Nel periodo che ha condotto alla prima guerra
mondiale, la questione “teorica” dell’imperialismo ha costituito una frontiera
che ha separato l’ala rivoluzionaria, internazionalista della socialdemocrazia,
da tutti gli elementi riformisti e revisionisti del movimento operaio. Una
volta aperta la guerra, la posizione sull’imperialismo determinava da che lato
della barricata ci si trovava. Era una questione eminentemente pratica poiché è
da essa che dipendeva tutto l’atteggiamento verso la guerra imperialista e
verso le convulsioni rivoluzionarie che la guerra aveva provocato.

Esistevano dei punti nodali su questa questione su cui
tutti i marxisti rivoluzionari erano d’accordo. Questi punti restano la base di
ogni definizione marxista dell’imperialismo oggi.

1) I marxisti, secondo i quali l’imperialismo era
definito come un prodotto specifico della società capitalista, attaccavano
vigorosamente le ideologie borghesi più apertamente reazionarie che parlavano
dell’imperialismo come di un bisogno biologico, un’espressione del desiderio
dell’uomo di territori e di conquiste (questa sorta di teoria che rifiorisce
oggigiorno nella nozione di “imperativo territoriale” è sostenuta dagli zoologi
sociali del genere di Robert Ardrey e Desmond Monis). I marxisti si battevano
con altrettanta fermezza contro i temi razzisti relativi al “compito
civilizzatore dell’Uomo Bianco” e contro tutti gli amalgami confusi di tutte le
politiche di conquista e di annessione di ogni tipo di formazione sociale. Come
diceva Bucharin, questa:

(…) ultima “teoria” largamente diffusa
dell’imperialismo definisce questo come una politica di conquista in generale.
Da questo punto di vista, si può dire altrettanto dell’imperialismo di
Alessandro di Macedonia e dei conquistatori spagnoli, di Cartagine e di re
Giovanni III, dell’antica Roma e dell’America moderna, di Napoleone e di
Hindenburg.

Per quanto semplice possa essere questa teoria, ciò
non toglie che essa sia assolutamente falsa. È falsa perché “spiega” tutto, e
cioè proprio niente.

(…) È evidente che si può dire altrettanto della
guerra. La guerra è un mezzo di riproduzione di certi rapporti di produzione.
La guerra di conquista è un mezzo di riproduzione allargata di questi rapporti.
Ora, dare alla guerra la semplice definizione di guerra di conquista, è del
tutto insufficiente per la buona ragione che non è indicato l’essenziale, e
cioè, quali sono i rapporti di produzione che questa guerra consolida ed estende
e quale è la base che una “politica di rapina” data è chiamata ad allargare
”. (N. Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo).

Anche
se Lenin
diceva chepolitica coloniale e
imperialismo esistevano anche prima del più recente stadio del capitalismo, anzi
prima del capitalismo stesso. Roma fondata sulla schiavitù, condusse una
politica coloniale ed attuò l’imperialismo
, egli concordava con Bucharin
quando aggiungeva
:

Ma le considerazioni “generali” sull’imperialismo, che
dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali o
le releghino nel retroscena, degenerano in vuote banalità o in rodomontate …
”. (Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo,
in Opere Scelte, Editori Riuniti, pag. 633).

2) In secondo luogo i marxisti definivano
l’imperialismo come una necessità per il capitalismo, come il risultato diretto
del processo di accumulazione, delle leggi inerenti al capitale. Ad un certo
stadio dello sviluppo del capitale, era il solo mezzo che permetteva al sistema
di prolungare la sua esistenza. Era dunque irreversibile. Benché la spiegazione
dell’imperialismo come espressione dell’accumulazione del capitale sia più
chiara in certi marxisti che in altri (punto sul quale torneremo), tutti i
marxisti rigettavano le tesi di Hobson, Kautsky e di altri che consideravano l'imperialismo
come una semplice “politica” scelta dal capitalismo o piuttosto da frazioni
particolari del capitalismo. Queste tesi si accompagnavano logicamente all’idea
secondo la quale si poteva provare che l’imperialismo era una politica cattiva,
costosa e miope, e che si potevano almeno convincere i settori più illuminati
della borghesia del fatto che potevano trarre vantaggio da una politica
generosa, non imperialista. Tutto ciò apriva chiaramente la via ad ogni tipo di
ricette riformiste, pacifiste, miranti a rendere il capitalismo meno brutale e
meno aggressivo. Kautsky arrivò a sviluppare l’idea che il capitalismo evolvesse
gradatamente e pacificamente verso una fase di “ultra-imperialismo”, sfociando
in un solo grande trust senza antagonismi, in cui le guerre sarebbero state
solo un ricordo del passato. Contro questa visione utopistica (che trovò eco
durante il boom seguito alla II guerra mondiale presso Paul Cardan ed altri) i
marxisti insistevano sul fatto che, lungi dal rappresentare un superamento degli
antagonismi capitalisti, l’imperialismo esprimeva l’esasperazione degli
antagonismi al loro massimo livello. L’epoca imperialista era inevitabilmente
un’epoca di crisi mondiale, di dispotismo politico e di guerra mondiale;
confrontato a questa prospettiva catastrofica, il proletariato non poteva che rispondere
con la distruzione rivoluzionaria del capitalismo.

3) L’imperialismo era quindi considerato come una fase
specifica dell’esistenza del capitale. La sua fase ultima e finale. Sebbene si
possa parlare di imperialismo britannico e francese nella prima metà del
diciannovesimo secolo, la fase imperialista del capitale in quanto sistema
mondiale non comincia veramente che a partire dagli anni 1870, momento in cui
diversi capitali nazionali altamente centralizzati e concentrati cominciano ad
entrare in concorrenza per i possedimenti coloniali, le sfere di influenza ed
il dominio del mercato mondiale. Come ha detto Lenin:

Uno dei tratti essenziali dell'imperialismo è la
rivalità tra diverse grandi potenze all’inseguimento dell’egemonia
(Imperialismo, cap. 7). L’imperialismo è dunque
essenzialmente un rapporto di concorrenza tra gli Stati capitalisti ad un certo
stadio dell’evoluzione del capitale mondiale. Per andare più lontano, l’evoluzione
di questo rapporto può essa stessa essere divisa in due fasi distinte che sono
direttamente legate ai cambiamenti della situazione globale nella quale ha
luogo la competizione imperialista.

Il primo periodo dell’imperialismo si situa nell’ultimo
quarto del diciannovesimo secolo e fa seguito all’epoca delle guerre nazionali
attraverso le quali si era cementata la costituzione dei grandi Stati nazionali
e di cui la guerra franco-tedesca segna pressappoco il termine estremo. Se il
lungo periodo di depressione economica che seguì la crisi del 1873 portava già
in germe la decadenza del capitalismo, questo poté ancora utilizzare le corte
riprese che caratterizzavano questa depressione per, in qualche modo,
completare lo sfruttamento dei territori e dei popoli ritardatari. Il
capitalismo, alla ricerca arida e febbrile di materie prime e di acquirenti che
non fossero né capitalisti, né salariati, rubò, decimò ed assassinò le popolazioni
coloniali. Questa fu l’epoca della penetrazione e dell’estensione
dell'Inghilterra in Egitto ed in Africa del Sud, della Francia in Marocco, a
Tunisi e nel Tonchino, dell’Italia nell’Africa orientale, sulle frontiere dell’Abissinia,
della Russia zarista in Asia Centrale ed in Manciuria, della Germania in Africa
ed in Asia, degli USA nelle Filippine ed a Cuba, infine del Giappone sul
continente asiatico.

Ma una volta finita la spartizione tra questi grandi
raggruppamenti capitalisti di tutte le buone terre, di tutte le ricchezze
sfruttabili, di tutte le zone di influenza, in breve di tutti gli angoli del
mondo dove può essere rubato del lavoro che, trasformato in oro, andava ad
accumularsi nelle banche nazionali delle metropoli, allora termina anche la
missione progressiva del capitalismo... è certo che allora si sarebbe aperta la
crisi generale del capitalismo
(Il problema della guerra, 1935, JEHAN, un militante della sinistra
comunista in Belgio
).

La fase iniziale dell’imperialismo, pure dando un
assaggio della decadenza del capitalismo apportando miseria e massacri alle
popolazioni delle regioni coloniali, aveva ancora un aspetto progressivo perché
stabiliva il dominio del capitale a livello mondiale, condizione necessaria
alla rivoluzione comunista. Ma una volta conclusasi questa spartizione del
mondo, il capitalismo smette di essere un sistema progressivo, ed i flagelli
che aveva fatto subire ai popoli coloniali rimbalzano allora nel cuore del
sistema, come viene confermato dallo scoppio della prima guerra mondiale.

“L’attuale
imperialismo non è, come nello schema di Bauer, il primo atto dell’espansione
del capitale, ma solo l’ultimo capitolo del suo processo storico di espansione;
è il periodo della lotta generale e acutizzata di concorrenza fra gli stati capitalistici
per gli ultimi resti di ambiente non-capitalistico sopravvissuti nel mondo. La
catastrofe economica e politica è, in questa fase conclusiva, elemento di vita,
forma
normale di esistenza del capitale come lo fu
nell’“accumulazione primitiva” della sua fase iniziale.
Come la scoperta dell’America
e della via d’acqua per l’India fu non soltanto un’opera prometeica del genio
umano e della civiltà quale appare nella leggenda liberale, ma,
inseparabilmente, una serie di massacri perpetuati sui popoli primitivi del
Nuovo Mondo e di grandiosi commerci di schiavi coi popoli d’Africa e d’Asia,
così nella fase finale imperialistica l’espansione economica del capitale è
inseparabile dalla serie di conquiste coloniali e di guerre mondiali, che oggi
viviamo. Il segno caratteristico dell’imperialismo come estrema lotta di
concorrenza per la dominazione mondiale capitalistica non è soltanto la
particolare energia e multilateralità dell’espansione, ma – sintomo specifico
che il cerchio dell’evoluzione comincia a chiudersi! - il rifluire della lotta
decisiva per l’espansione dai territori che ne formano l’oggetto sui luoghi di
origine. L’imperialismo riconduce così la catastrofe, come forma specifica
della sua esistenza, dalla periferia dello sviluppo capitalistico al suo punto
di partenza. Dopo di aver gettato per quattro secoli in preda a ininterrotte
convulsioni e distruzioni in massa l’esistenza e la civiltà di tutti i popoli
non-capitalistici in Asia, Africa, America e Australia, l’espansione del
capitale precipita oggi gli stessi popoli civili d’Europa in una serie di
catastrofi, il cui risultato finale non può essere che il crollo della stessa
civiltà o il trapasso al modo di produzione socialistico
”. (Rosa Luxemburg, Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria
marxista. Una anticritica
, in “L'accumulazione del capitale”,
pagg.585-586,
Einaudi Editore).

Il capitalismo nella sua fase imperialista finale
entra nell’“era di guerre e di rivoluzioni”, come affermò
l’Internazionale Comunista, un’era in cui l’umanità è confrontata con l’alternativa:
socialismo o barbarie. Per la classe operaia quest’epoca significa l’erosione
di tutte le riforme conquistate nel diciannovesimo secolo ed un attacco
crescente al suo livello di vita attraverso le politiche di austerità e la
guerra. Politicamente, significa la distruzione, o il recupero da parte della
borghesia, delle sue organizzazioni precedenti e l’oppressione spietata da
parte dello Stato-Leviatano imperialista, Stato costretto dalla logica della
concorrenza imperialista e dalla decomposizione dell’edificio sociale a farsi
carico di tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica. E’ perciò
che, confrontata al disastro della I guerra mondiale, la sinistra
rivoluzionaria trae la conclusione che il capitalismo aveva concluso
definitivamente il suo ruolo storico e che il compito immediato della classe
operaia internazionale era trasformare la guerra imperialista in guerra civile,
di rovesciare il capitalismo attaccando la radice del male: il sistema
capitalista mondiale. Naturalmente ciò significava una rottura totale con i
traditori della Socialdemocrazia che, come Scheideman, Millerand ed altri,
erano diventati apertamente difensori sciovinisti della guerra imperialista, o
con i “Socialpacifisti” come Kautsky che continuavano a spargere l’illusione
che il capitalismo poteva esistere senza imperialismo, senza dittatura, terrore
o guerra.

Fin qui non potevano esserci disaccordi tra i
marxisti, ed in effetti questi punti di base erano sufficienti per il
raggruppamento dell’avanguardia rivoluzionaria nell’Internazionale Comunista.
Ma i disaccordi che esistevano allora e che esistono ancora oggi nel movimento
rivoluzionario emersero quando i marxisti tentarono di fare un’analisi più precisa
delle forze motrici dell’imperialismo e delle sue manifestazioni concrete e
quando tirarono le conseguenze politiche di questa analisi. Questi disaccordi
tendevano a corrispondere alle differenti teorie della crisi del capitalismo e
del declino storico del sistema, dato che l’imperialismo era un tentativo del
capitale di superare le sue contraddizioni mortali, ciò su cui tutti erano d’accordo.
Così Bucharin e Luxemburg, per esempio, che insistevano su delle contraddizioni
differenti nelle loro teorie delle crisi, spiegavano in maniera differente la
forza motrice dell’espansione imperialista. Questo dibattito fu complicato
ulteriormente dal fatto che gran parte del lavoro di Marx sulle questioni
economiche era stato scritto prima che l’imperialismo si fosse veramente
impiantato, e questo buco nel suo lavoro diede adito a differenti
interpretazioni sul modo con cui gli scritti di Marx potevano essere applicati
all’analisi dell’imperialismo. Non è possibile in questo testo ritornare su
tutti questi dibattiti sulla crisi e l’imperialismo la maggior parte dei quali
oggi non è stata ancora risolta; ciò che vogliamo fare è esaminare brevemente
le due grandi definizioni dell’imperialismo sviluppate all’epoca, la tesi di
Lenin/Bucharin e quella della Luxemburg, e vedere come si adattano le due definizioni
sia all’epoca in cui furono formulate che oggi. Così facendo, tenteremo di
precisare la nostra stessa concezione dell’imperialismo oggi.

La
concezione dell’imperialismo di Lenin

Per Lenin, i tratti caratteristici dell’imperialismo sono:

1) La concentrazione della produzione e del capitale,
che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con
funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale
industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di
un'oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquistata dall’esportazione
di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche
internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più
grandi potenze capitalistiche.”

(da Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo,
in Lenin, Opere Scelte, pagg. 638-639, Editori Riuniti).

Sebbene la definizione dell’imperialismo di Lenin
contenga un numero di indicazioni importanti, la sua principale debolezza è di
essere più una descrizione di certi effetti dell’imperialismo che un’analisi
delle radici dell’imperialismo nel processo di accumulazione. L’evoluzione
organica o intensiva del capitale verso delle unità sempre più concentrate e lo
sviluppo geografico o estensivo del campo di attività del capitale (la ricerca
di colonie, la divisione territoriale del globo) sono fondamentalmente delle
espressioni del suo processo interno di accumulazione. È la composizione
organica crescente del capitale, con l’abbassamento tendenziale del tasso di
profitto ed il restringimento del mercato interno che costringono il capitale a
cercare nuovi sbocchi redditizi per l’investimento di capitale e ad estendere
continuamente il mercato per le sue merci.

Ma benché la dinamica profonda dell’imperialismo non
cambi, le manifestazioni esteriori di questa dinamica subiscono delle modifiche
tali che numerosi aspetti della definizione di Lenin dell’imperialismo
risultano inadeguati oggi, ed anche al tempo in cui li aveva elaborati. Così, il
periodo in cui il capitale sembrava essere dominato da un’oligarchia del “capitale
finanziario” e da alcuni “raggruppamenti di monopoli internazionali” apriva già
la via ad una nuova fase durante la
I guerra mondiale; l’era del capitalismo di Stato, dell’economia
di guerra permanente. In un’epoca di rivalità interimperialiste permanenti sul
mercato mondiale, il capitale intero tende a concentrarsi intorno all’apparato
dello Stato che subordina e disciplina tutte le frazioni particolari del
capitale ai bisogni di sopravvivenza militare/economica. Il riconoscimento del
fatto che il capitalismo era entrato in una fase di lotte violente tra i “trust
capitalisti di Stato” nazionali era molto più chiaro in Bucharin che in Lenin
(vedi “L’economia mondiale e l’imperialismo”),
sebbene Bucharin sia ancora prigioniero del rapporto imperialismo-capitale
finanziario, il che fa sì che il suo “trust capitalista di Stato” sia in gran
parte presentato come uno strumento dell’oligarchia finanziaria, mentre lo
Stato è in realtà l’organo dirigente supremo nella nostra epoca. Inoltre, come
sottolineava Bilan:

Definire l’imperialismo come “prodotto del capitale
finanziario”, come fa Bucharin, significa stabilire una falsa filiazione e
soprattutto significa perdere di vista l’origine comune di questi due aspetti
del processo capitalista: la produzione di plusvalore
”, (Bilan, n°11, pag. 387).

L’incapacità di Lenin di comprendere il significato
del capitalismo di Stato avrà delle gravi conseguenze politiche in un certo
numero di campi: le illusioni sulla natura progressiva di certi aspetti del
capitalismo di Stato che sono stati applicati, con conseguenze disastrose, dai
bolscevichi nella rivoluzione russa; l’incapacità di vedere l’integrazione
delle vecchie organizzazioni operaie nello Stato, e la confusa teoria della
“aristocrazia operaia”, dei “partiti operaio-borghesi” e dei “sindacati
reazionari” ma distinti dalla macchina statale (il problema con queste
organizzazioni essendo limitato a qualche dirigente traditore che era stato
corrotto dai “superprofitti imperialisti” piuttosto che riconoscere che tutto
l’apparato era ormai diventato un apparato dello Stato). Le conclusioni
tattiche tirate da queste teorie erronee sono ben note: fronte unito, lavoro
sindacale, etc. Allo stesso modo, l’insistenza di Lenin sul fatto che i
possedimenti coloniali erano un tratto distintivo ed anche indispensabile dell’imperialismo
non ha retto alla prova del tempo. Malgrado la previsione che la perdita delle
colonie, provocata dalle rivolte nazionali in queste regioni, avrebbe scosso il
sistema imperialista fin nelle sue fondamenta, l’imperialismo si è adattato
completamente e facilmente alla “decolonizzazione”. La decolonizzazione non ha
fatto che esprimere il declino delle vecchie potenze imperialiste ed il trionfo
dei giganti imperialisti che non erano ostacolati da un gran numero di colonie
al momento della I guerra mondiale. E’ per tale motivo che gli Stati Uniti e l’URSS
poterono sviluppare una cinica politica “anticoloniale” per perseguire i loro
obiettivi imperialisti, appoggiandosi sui movimenti nazionali e trasformarli
immediatamente in guerre interimperialiste per “popoli” interposti.

La teoria dell'imperialismo di Lenin diventò la
posizione ufficiale dei bolscevichi e dell’Internazionale Comunista, in
particolare in connessione con la questione nazionale e coloniale, ed è qui che
le carenze teoriche avranno le conseguenze più serie. Se l’imperialismo è definito
essenzialmente da caratteristiche sovrastrutturali, diventa facile dividere il
mondo in nazioni imperialiste, che opprimono, e nazioni non imperialiste,
oppresse, ed anche per certe potenze imperialiste di “smettere” improvvisamente
di essere imperialiste, quando esse perdono una o più di queste
caratteristiche. Nello stesso tempo, si è sviluppata una tendenza ad annegare
le differenze di classe nelle “nazioni oppresse” ed a sostenere che il
proletariato - come campione nazionale di tutti gli oppressi - doveva radunare
le nazioni oppresse sotto la sua bandiera rivoluzionaria. Questa posizione si
applicava principalmente alle colonie, ma Lenin, nella sua critica a la “Juniusbrochure”,
difende l’idea che anche i paesi capitalisti sviluppati dell’Europa moderna
potrebbero, in certe circostanze, combattere una guerra legittima per l’indipendenza
nazionale. Durante la prima guerra mondiale questa idea ambigua non ebbe
conseguenze grazie alla valutazione corretta di Lenin secondo la quale il
contesto imperialista globale della guerra non permetteva al proletariato di
sostenere una politica di indipendenza nazionale di qualsivoglia belligerante.
Ma le debolezze di questa teoria furono dimostrate in maniera eclatante dopo la
guerra: innanzitutto, con il declino dell’ondata rivoluzionaria e l’isolamento
dello Stato russo. L’idea di un carattere “antimperialista” delle “nazioni
oppresse” fu smentita dai fatti in Finlandia, in Europa dell’est, in Persia, in
Turchia ed in Cina, dove i tentativi di condurre politiche di
“autodeterminazione nazionale” e di “fronti unici antimperialisti” non furono
in grado di impedire alle borghesie locali di allearsi con le potenze
imperialiste e di schiacciare ogni iniziativa in favore della rivoluzione
comunista.[1] La più grottesca
applicazione delle idee avanzate da Lenin nel suo “A proposito della Juniusbrochure” fu forse l’esperienza “nazional
bolscevica” in Germania nel 1923: secondo questo concetto senza fondamento, la Germania avrebbe
improvvisamente smesso di essere una potenza imperialista con la perdita delle
sue colonie ed il saccheggio che l’Intesa le aveva fatto subire. Un’alleanza
antimperialista con certi settori della borghesia tedesca era dunque all’ordine
del giorno. Certo, non c’è un legame diretto tra le debolezze teoriche di Lenin
e questi veri tradimenti. Tra l’uno e l’altro c’è tutto un processo di
degenerazione. Tuttavia è importante che i comunisti siano capaci di mostrare
come sono proprio gli errori dei rivoluzionari del passato che possono servire
ai partiti in degenerazione o controrivoluzionari per giustificare il loro
tradimento. Non è un caso che la controrivoluzione, sotto le sue forme
stalinista, maoista o trotskysta, abbia fatto ripetutamente riferimento alle
teorie di Lenin sull’imperialismo e sulla liberazione nazionale, per “provare”
che la Russia
o la Cina non
sono imperialiste (vedi il trucco tipico dei gauchisti: “dove sono i monopoli e
le oligarchie finanziarie in URSS?”); o anche per “provare” che numerose
cricche borghesi dei paesi sottosviluppati devono essere sostenute nella loro
lotta “antimperialista”. È vero che questi deformano e corrompono numerosi
aspetti della teoria di Lenin, ma i comunisti non devono avere paura di
ammettere che vi sono numerosi elementi nella concezione di Lenin che possono
essere ripresi più o meno “tal quali” da queste forze borghesi. Sono
precisamente questi elementi che dobbiamo essere capaci di criticare e di
superare.

L’imperialismo
e la caduta tendenziale del tasso di profitto

In Lenin è praticamente implicito che l’espansione
imperialista trova le sue radici nel processo di accumulazione, nella necessità
di superare la caduta tendenziale del tasso di profitto cercando della mano d’opera
a buon mercato e delle materie prime nelle regioni coloniali. Questo elemento è
più esplicitamente messo in evidenza da Bucharin, e forse non è un caso se
l’analisi più rigorosa dell’imperialismo da parte di Bukarin era, almeno all’inizio,
accompagnata da una posizione più chiara sulla questione nazionale (durante la
prima guerra mondiale ed i primi anni della rivoluzione russa, Bucharin ha
combattuto la posizione di Lenin sull’autodeterminazione nazionale. Più tardi
cambiò posizione e fu la posizione della Luxemburg sulla questione nazionale,
intimamente legata alla sua teoria dell’imperialismo,[2] - che mostrò una maggiore
coerenza). Sicuramente, la necessità di far fronte alla caduta tendenziale del
tasso di profitto fu un elemento primordiale dell’imperialismo, poiché l’imperialismo
comincia precisamente nello stadio in cui un gran numero di capitali nazionali
ad alta composizione organica arriva sul mercato mondiale. Non possiamo qui
trattare per esteso la questione[3], ma consideriamo che le
spiegazioni dell’imperialismo che fanno riferimento quasi esclusivamente alla
caduta tendenziale del tasso di profitto soffrono di due debolezze importanti.

1) Tali spiegazioni cercano di descrivere l’imperialismo
come prerogativa dei soli paesi altamente sviluppati, paesi a forte
composizione organica del capitale, obbligati ad esportare capitale per
superare la caduta tendenziale del tasso di profitto.

Questa idea ha raggiunto un livello
caricaturale con la CWO[4] che assimila l’imperialismo
all’indipendenza economica e politica, concludendo che oggi nel mondo ci sono solo
due potenze imperialiste, gli USA e l’URSS, poiché sono i soli paesi ad essere
veramente “indipendenti”, mentre gli altri paesi hanno solamente delle tendenze
imperialiste che non possono essere mai realizzate. Questa è la conseguenza
logica del vedere il problema dal punto di vista dei capitali individuali
piuttosto che del capitale globale. Come sottolineava Rosa Luxemburg:

La politica imperialista non è l’opera di uno o più
stati, é il prodotto di un determinato grado di maturità dello sviluppo mondiale
del capitale, un fenomeno naturalmente internazionale, una totalità indivisibile,
che è intelligibile solo nell’insieme dei suoi nessi e alla quale nessuno Stato
può singolarmente sottrarsi
”. (La crisi della Socialdemocrazia, “Juniusbroschure”, www.marxists.org/italiano/luxembur/1915/4/junius.htm).

Questo non vuole dire che la conclusione della CWO sia
la conseguenza inevitabile della spiegazione dell’imperialismo basata unicamente
sulla caduta tendenziale del tasso di profitto. Se si parte dal punto di vista
del capitale globale, diventa chiaro che se è il tasso di profitto dei paesi
più evoluti a determinare il tasso di profitto globale, le condotte
imperialiste dei paesi avanzati che ne conseguono hanno anche un’eco nei
capitali più deboli. Ma dal momento in cui si considera realmente il problema
dal punto di vista del capitale globale, appare evidente un’altra
contraddizione del ciclo dell’accumulazione: l’incapacità del capitale globale
a realizzare tutto il plusvalore all’interno dei propri rapporti di produzione.
Questo problema, posto dalla Luxemburg ne “L'accumulazione del Capitale”,
fu negato da Lenin, da Bucharin e dai loro successori, considerandolo come un
abbandono del marxismo. Non è tuttavia difficile mostrare che Marx era
preoccupato dallo stesso problema[5]:

Più la produzione
capitalista si sviluppa, più è costretta a produrre ad un livello che non ha
niente a che vedere con la domanda immediata, ma che dipende da un’espansione
costante del mercato mondiale. Ricardo ricorre all’affermazione ripresa da Say
secondo la quale i capitalisti non producono per ottenere profitto, plusvalore,
ma producono dei valori d’uso direttamente per il consumo - per il loro proprio
consumo. Non tiene conto del fatto che la merce deve essere convertita in
denaro. Il consumo degli operai non è sufficiente, poiché il profitto proviene
precisamente dal fatto che il consumo degli operai è inferiore al valore del
loro prodotto e che (il profitto) è tanto più grande quanto il consumo è
relativamente piccolo. Lo stesso consumo dei capitalisti è insufficiente
. (Teorie
sul plusvalore, II parte, cap. XVI “La teoria di Ricardo sul profitto” -
tradotto dall’inglese da noi)

Pertanto, ogni analisi seria dell’imperialismo deve
prendere in conto questa necessità di una “espansione costante del mercato
mondiale”. Una teoria che ignori questo problema è incapace di spiegare perché
è proprio dal momento in cui il mercato mondiale diventa incapace di continuare
la sua espansione - con l’integrazione dei settori più importanti dell’economia
precapitalista nell’economia capitalista mondiale agli inizi del ventesimo
secolo – che il capitalismo è gettato nella crisi permanente del suo periodo
imperialista finale. Può la simultaneità storica di questi due fenomeni essere
rigettata come una semplice coincidenza? Mentre tutte le analisi marxiste dell’imperialismo
hanno visto che la caccia alle materie prime ed alla forza lavoro, tutte e due
a buon mercato, sono state un aspetto centrale della conquista coloniale, solo
quella di Rosa Luxemburg comprende l’importanza decisiva dei mercati precapitalisti
delle colonie e delle semicolonie, poiché forniscono il terreno per una “espansione
costante del mercato mondiale” fino ai primi anni del XX secolo. Ed è
precisamente questo elemento che è la “variabile” nell’analisi. Il capitale può
sempre trovare forza lavoro non cara e materie prime a buon mercato nelle
regioni sottosviluppate: ciò è vero sia prima che dopo l’inglobamento delle
colonie e delle semicolonie nell’economia capitalista mondiale, sia nelle fase
ascendente del capitalismo che in quella decadente.

Ma, da una parte la domanda globale di queste regioni
smette di essere “extracapitalista” e dall’altra il grosso di questa domanda viene
integrato nei rapporti di produzione capitalista; il capitale globale non ha
dei nuovi sbocchi per la realizzazione di questa frazione del plusvalore
destinato all’accumulazione, ha perso la sua capacità di estendere
continuamente il mercato mondiale. Adesso le stesse “regioni coloniali” sono
produttrici di plusvalore, concorrenti delle metropoli. La forza lavoro e le
materie prime in queste regioni possono restare ancora a buon mercato, possono sopravvivere
delle aree di investimento proficuo, ma queste non possono più aiutare il
capitale mondiale a risolvere i problemi di realizzazione: sono diventate parti
integranti del problema. Questa incapacità ad estendere, in una certa misura, il
mercato mondiale, come richiesto dalla produttività del capitale, priva inoltre
la borghesia di una delle principali controtendenze alla caduta del tasso di
profitto: l’incremento della massa di profitto attraverso la produzione e la
vendita di una massa crescente di merci. Così vengono confermate le previsioni
del Manifesto Comunista:

I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per
poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. – Con quale mezzo la
borghesia supera la crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa
di forze produttive; dall’altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo
sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la
preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi
per prevenire le crisi stesse
”. (Marx, Il Manifesto del Partito Comunista, edizione Einaudi, pag. 108).

È la teoria dell'imperialismo di Rosa Luxemburg che è
la migliore continuazione del pensiero di Marx su questa questione.

La
concezione della Luxemburg sull’imperialismo e le sue critiche

L’imperialismo è l’espressione politica del processo
di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui
di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro. Dal punto di
vista geografico, questo ambiente abbraccia ancora oggi i più vasti territori
del mondo. Ma, in confronto all’enorme massa del capitale già accumulato degli
antichi paesi capitalistici, che lotta per trovare uno sbocco al suo
sovraprodotto e possibilità di capitalizzazione al suo plusvalore; in confronto
alla rapidità con cui civiltà precapitalistiche vengono trasformate in
capitalistiche; insomma, in confronto all’alto grado raggiunto dall’espansione
delle forze produttive del capitale, il campo che ancora resta al suo
allargamento sembra ormai ristretto. Di qui il procedere internazionale del
capitalismo sull’arena del mondo. Dati l’alto sviluppo e la sempre più accesa
concorrenza dei paesi capitalistici per la conquista di zone
non-capitalistiche, l’imperialismo cresce in energia e forza d’urto, sia nella
sua aggressività contro il mondo non-capitalistico, sia nell’inasprimento dei
contrasti fra i paesi capitalistici concorrenti. Ma con quanta maggiore
energia, potenza d’urto e sistematicità l’imperialismo opera all’erosione delle
civiltà non-capitalistiche, tanto più rapidamente toglie il terreno sotto i
piedi all’accumulazione del capitale. L’imperialismo è tanto un metodo storico
per prolungare l’esistenza del capitale, quanto il più sicuro mezzo per
affrettarne obiettivamente la fine. Ciò non significa che questo punto
terminale debba essere pedantescamente raggiunto. Le forme che danno alla fase
terminale del capitalismo il volto di un’era di catastrofi esprimono già di per
sé la tendenza dell’evoluzione capitalistica verso questo sbocco finale
”. (R. Luxemburg, L’accumulazione
del capitale
.
Capitolo 31, Einaudi
Editore, pag. 447).

Come possiamo vedere in questo passaggio, la definizione
luxemburghiana dell’imperialismo si concentra sulle basi del problema, cioè del
processo di accumulazione, ed in particolare sulla fase del processo che
riguarda la realizzazione, più che sugli sviluppi sovrastrutturali
dell'imperialismo. D’altra parte essa mostra che il corollario politico dell’espansione
imperialista è la militarizzazione della società ed il rafforzamento dello
Stato: la democrazia borghese in affanno e lo sviluppo di forme apertamente
dispotiche del dominio capitalista, la brutale degradazione del livello di vita
degli operai per mantenere ipertrofico il settore militare dell’economia.
Sebbene l'Accumulazione del Capitale
contenga idee contraddittorie sul militarismo visto come un “settore dell’accumulazione”,
la Luxemburg
aveva fondamentalmente ragione nel vedere l’economia di guerra come una
caratteristica indispensabile del capitalismo imperialista decadente. Ma l’analisi
fondamentale della forza motrice dell’imperialismo della Luxemburg è stata
oggetto di numerose critiche. La più importante fu scritta da Bucharin nel suo testo
L'imperialismo e l’Accumulazione del Capitale (1924). Il grosso dei suoi
argomenti contro la teoria della Luxemburg ha trovato recentemente un’eco nella
Communist Workers’ Organisation (vedere la loro rivista Revolutionary
Perspective n°6: l'Accumulazione delle
contraddizioni
). Risponderemo qui alle due critiche più importanti fatte da
Bucharin:

1) per Bucharin, la teoria della Luxemburg secondo la
quale il motore dell’imperialismo risiede nella ricerca di nuovi mercati, rende
l’epoca imperialista indifferenziata dagli altri periodi del capitale:

Il capitalismo commerciale ed il mercantilismo, il
capitalismo industriale ed il liberismo, il capitalismo finanziario e l’imperialismo
- tutte queste fasi dello sviluppo capitalista spariscono e si fondono nel
capitalismo in quanto tale
”.(Nicolai Bucharin, Imperialismo e accumulazione
del capitale
).

E per la
CWO:

“(...) e la sua analisi dell’imperialismo basata
sulla “saturazione dei mercati” è estremamente debole ed inadeguata. Se, come ammetteva
la Luxemburg,
... le metropoli capitaliste contenevano ancora delle enclave precapitaliste
(artigiani, contadini), perché il capitalismo avrebbe avuto bisogno di
estendersi all’esterno, lontano dalle metropoli capitaliste fin dall’inizio
della sua esistenza? Se cercava unicamente dei nuovi mercati, perché non ha prima
integrato questi strati nel rapporto capitale-lavoro salariato? In realtà la
spiegazione non è il bisogno di nuovi mercati, ma la ricerca di materie prime e
del massimo profitto. In secondo luogo, la teoria della Luxemburg implica che
l’imperialismo è una caratteristica permanente del capitalismo. Poiché il
capitalismo, per la
Luxemburg, ha sempre cercato di estendere il mercato per
accumulare, la sua teoria non può fare la distinzione tra l’espansione
originaria delle economie di commercio e di denaro all’alba del capitalismo in
Europa e la sua espansione imperialista ulteriore... il capitale mercantile era
necessario all’accumulazione originaria, ma è un fenomeno qualitativamente
differente nel modo con cui il capitalismo accumula una volta che si è
stabilito come modo di produzione dominante
(Revolutionary Perspective n°6, pag. 18-19).

In questo passaggio, la virulenza della CWO contro il “luxemburghismo”
supera anche l’aspra polemica di Bucharin. Prima di proseguire, bisogna
stabilire alcuni punti. Innanzitutto, la Luxemburg non ha mai detto che l’espansione
imperialista fosse dovuta unicamente alla ricerca di nuovi mercati: ha
descritto chiaramente la ricerca planetaria di mano d’opera e di materie prime
a buon mercato, come la stessa CWO nota alla stessa pagina del n°6 di
Revolutionary Perspective. In secondo luogo, è stupefacente che si presenti il
bisogno del capitalismo “di estendere i suoi mercati per accumulare” come una
scoperta della Luxemburg, quando questa è una posizione fondamentale difesa da
Marx contro Say e Ricardo, come abbiamo già visto. Lo stesso Bucharin non ha mai
negato che l’imperialismo fosse alla ricerca di nuovi mercati, anzi egli
considera questo fatto come una delle tre forze motrici dell’espansione imperialista:

Abbiamo messo a nudo tre moventi fondamentali
della politica di conquista degli Stati capitalisti moderni. Un’aumentata competizione
sul mercato della vendita, sul mercato delle materie prime e per la sfera di
investimento del capitale... Queste tre radici della politica del capitale
finanziario, tuttavia, rappresentano in sostanza soltanto tre aspetti di un
stesso fenomeno, che non é altro che il conflitto tra l’incremento delle forze
produttive ed i limiti “nazionali” dell’organizzazione della produzione
” (Nicolai Bucharin, L’economia
mondiale e l’imperialismo
)

Tuttavia, l’opposizione rimane: per Lenin, Bucharin ed
altri, sono le “esportazioni di capitali” e non quelle di “merci” che
distinguono la fase imperialista del capitale da quella precedente. E’ forse
vero che la teoria della Luxemburg ignora questa distinzione implicando che l’imperialismo
sia stato una caratteristica del capitale fin dall’inizio?

Se ci riferiamo ai passaggi della Luxemburg citati nel
testo, particolarmente alla lunga citazione dell’Anticritica, vediamo che la stessa Luxemburg faceva chiaramente una
distinzione tra la fase di accumulazione primitiva e quella imperialista, che viene
presentata senza dubbio come una fase determinata dello sviluppo del capitale. Sono
queste delle parole vuote o corrispondono alla sostanza della teoria della
Luxemburg?

Nei fatti non c’è contraddizione nell’analisi della
Luxemburg. L’imperialismo comincia per l’esattezza dopo gli anni 1870, quando
il capitalismo mondiale arriva ad una nuova significativa configurazione: il
periodo in cui la costituzione degli Stati nazionali d’Europa e del Nord
America è conclusa e dove, al posto di una Gran Bretagna “officina del mondo”,
abbiamo diverse “officine” capitaliste nazionali sviluppate in concorrenza per
il dominio del mercato mondiale - in concorrenza non solo per l’ottenimento dei
mercati interni degli altri, ma anche per il mercato coloniale. È questa
situazione che provoca la depressione degli anni 1870 – “embrione della
decadenza capitalista” proprio perché il declino del sistema è sinonimo della
divisione del mercato mondiale tra capitali concorrenti - con la trasformazione
del capitalismo in un “sistema chiuso” in cui il problema della realizzazione
diventa insolubile. Ma, certamente, negli anni 70 esisteva ancora la
possibilità di rompere il cerchio chiuso e ciò spiega in grande parte la corsa disperata
dell’espansione imperialista in questa epoca.

E’ vero, come ha sottolineato la CWO, che il capitale ha sempre
cercato dei mercati coloniali, ma questo non è un mistero: i capitalisti
cercheranno sempre delle zone di sfruttamento redditizie e delle buone vendite,
anche se i mercati disponibili “in casa propria” non sono totalmente saturi.
Sarebbe assurdo aspettarsi che il capitalismo segua un corso di sviluppo
regolare, come se i capitalisti si fossero incontrati per dire insieme: “innanzitutto
esauriamo tutti i settori precapitalisti in Europa, poi ci estenderemo all’Asia,
poi all’Africa, ecc..."

Tuttavia, dietro lo sviluppo caotico del capitalismo,
si può vedere una caratteristica ben determinata: il saccheggio delle colonie
da parte del capitalismo nascente; l’utilizzazione di questo saccheggio per
accelerare la rivoluzione industriale nella metropoli; poi, sulla base del
capitalismo industriale, una nuova spinta nelle regioni coloniali. Certamente
il primo periodo di espansione coloniale non era una risposta ad una
sovrapproduzione interna, ma corrispondeva alle necessità dell’accumulazione
primitiva. Possiamo cominciare a parlare di imperialismo solo quando l’espansione
coloniale non diventa una risposta alle contraddizioni di una produzione
capitalista pienamente sviluppata. In questo senso, possiamo collocare gli
inizi dell’imperialismo nell’epoca in cui le crisi commerciali della metà del
diciannovesimo secolo agiscono come stimolo dell’espansione del capitale
britannico verso le colonie e semi-colonie. Ma, come abbiamo detto, l’imperialismo
nel pieno senso del termine implica una relazione di concorrenza tra Stati
capitalisti; ed è quando il mercato delle metropoli viene diviso in modo
decisivo tra diversi giganti capitalisti che l’espansione imperialista diventa
una necessità inevitabile per il capitale. È questo che spiega la rapida
trasformazione della politica coloniale britannica nell’ultima parte del
diciannovesimo secolo. Prima della depressione degli anni 1870, prima della
crescita della concorrenza degli USA e della Germania, i capitalisti britannici
si chiedevano se le colonie esistenti valessero le spese che comportavano ed
erano esitanti ad impossessarsi di nuove colonie; in questa epoca invece si
convinsero della necessità per la Gran Bretagna di mantenere ed estendere la sua
politica coloniale. La corsa alle colonie della fine del XIX secolo non fu il
risultato di un’improvvisa ondata di follia da parte della borghesia o di una
ricerca orgogliosa di prestigio nazionale, ma una risposta ad una
contraddizione fondamentale del ciclo di accumulazione: la concentrazione
crescente del capitale e la spartizione del mercato nelle metropoli, che
aggravavano simultaneamente la caduta tendenziale del tasso di profitto ed il
fossato tra la produttività ed i mercati solvibili, vale a dire il problema
della realizzazione.

L’idea che l’orientamento verso l’apertura di nuovi
mercati fosse un elemento dell’espansione imperialista non è, contrariamente a
ciò che proclama la CWO
(RP n°6 pag.19), contraddetto dal fatto che il grosso del commercio mondiale in
questa epoca era costituito dal commercio delle metropoli capitaliste tra di
loro. Il fenomeno era stato sottolineato dalla stessa Luxemburg:

E se lo sviluppo internazionale del
capitalismo rende sempre più urgente e precaria la capitalizzazione del
plusvalore, la larga base del capitale costante e variabile diventa, come
massa, sempre più vasta in assoluto e in rapporto al plusvalore. Di qui il
fenomeno contraddittorio per cui gli antichi paesi capitalistici rappresentano
gli uni per gli altri dei mercati di sbocco sempre più grandi, sono sempre più
reciprocamente indispensabili, e tuttavia si combattono sempre più fra di loro
come concorrenti nei rapporti con paesi non-capitalistici
. (Rosa
Luxemburg, L’accumulazione del Capitale,
Einaudi Editore, Cap. 26, pag. 362).

I mercati “esterni” erano per il capitale globale uno
spazio di aria fresca in una prigione stretta e sovrappopolata. Più lo spazio
di aria fresca si restringe rispetto alla sovrappopolazione della prigione e
più i prigionieri vi si gettano disperatamente sopra.

Il fatto che durante questo periodo ci fu un netto
incremento di esportazioni di capitale non significa neanche che l’espansione
imperialista non abbia niente a che vedere con un problema di mercati. L’esportazione
di capitale verso le regioni coloniali era non solo necessaria perché
permetteva al capitalismo di produrre nelle zone dove la forza lavoro era a
buon mercato e dunque di aumentare il tasso di profitto, ma anche perché
estendeva il mercato mondiale:

a) perché l’esportazione di capitali include l’esportazione
di beni di produzione che  rappresentano anch’essi
merci che devono essere vendute;

b) perché l’esportazione di capitale - sia sotto forma
di capitale monetario per l’investimento che di beni di produzione - serviva ad
estendere l’insieme del mercato per la produzione capitalista impiantandola
nelle nuove regioni e portando sempre più acquirenti solvibili nella sua
orbita. L’esempio più evidente è la costruzione di ferrovie che sono servite ad
estendere la vendita delle merci capitaliste a milioni e milioni di nuovi
acquirenti.

Il problema del “mercato” può aiutare a spiegare una
delle caratteristiche più nette del modo con cui l’imperialismo ha esteso la
produzione capitalista attraverso il mondo: la “creazione” del sottosviluppo.
Perché gli imperialisti volevano un mercato sottomesso - un mercato di
acquirenti che non dovevano diventare dei concorrenti delle metropoli
diventando essi stessi produttori capitalisti. Ne consegue il fenomeno
contraddittorio per il quale l’imperialismo ha esportato il modo di produzione
capitalista ed ha distrutto sistematicamente le formazioni economiche precapitaliste,
pur frenando simultaneamente lo sviluppo del capitale indigeno, saccheggiando
spietatamente le economie coloniali, subordinando il loro sviluppo industriale
ai bisogni specifici dell’economia delle metropoli ed appoggiando gli elementi
più reazionari e più sottomessi delle classi dominanti indigene. E’ per tale
motivo che, contrariamente alle previsioni di Marx, il capitalismo non ha
creato un’immagine riflessa di sé nelle regioni coloniali. Nelle colonie e nelle
semi colonie, non dovevano nascere capitali nazionali indipendenti - pienamente
formati, con la loro rivoluzione borghese e la loro base industriale sana - ma
piuttosto delle caricature grossolane dei capitali delle metropoli, indebolite
dal peso delle vestigia in decomposizione dei modi di produzione anteriori,
scarsamente industrializzati per servire al tempo stesso gli interessi
stranieri, con borghesie deboli, nate vecchie, sia a livello economico che
politico. L’imperialismo aveva così creato il sottosviluppo e non sarebbe stato
mai più capace di abolirlo; allo stesso tempo, si assicurava che non si
sarebbero avute rivoluzioni borghesi nelle zone arretrate. In grande parte, le
ripercussioni profonde dello sviluppo imperialista, ripercussioni fin troppo
evidenti oggi nel “Terzo Mondo” che affonda nella barbarie, hanno le loro origini
nel tentativo imperialista di utilizzare le colonie e le semi-colonie per
risolvere i problemi dei mercati.

2) Secondo Bucharin, la definizione dell’imperialismo della
Luxemburg significa che l’imperialismo smette di esistere quando non vi è più traccia
di ambiente non capitalista da disputarsi:

“(...) Da questa definizione consegue che la
lotta per i territori GIA’ capitalisti non è imperialismo, il che è assurdo...
dalla stessa definizione consegue che nemmeno la lotta per dei territori che
sono già “occupati” è imperialismo. La falsità di questo aspetto della
definizione salta agli occhi da sola... Citiamo un esempio tipico che
permetterà di illustrare il carattere insostenibile della concezione
luxemburghiana dell’imperialismo. Pensiamo all’occupazione della Ruhr da parte
dei francesi (1923
).
Dal punto di vista della definizione di Rosa Luxemburg, qui non c’è nessun
imperialismo perché:

1) qui mancano gli “ultimi territori”

2) non esiste alcun “territorio non capitalista”

3) il territorio della Ruhr possedeva già prima dell’occupazione
un proprietario imperialista”.

(Da
Nicolai Bucharin,
Imperialismo e
Accumulazione del capitale
).

Quest’argomento è stato ripreso nella ingenua
questione posta dalla CWO alla II Conferenza Internazionale a Parigi[6]: “Dove sono i mercati precapitalisti
o di altra natura nella guerra tra Etiopia e Somalia per il deserto dell’Ogaden?”
Una tale questione tradisce una comprensione piuttosto debole di ciò che dice la Luxemburg, nonché una
pericolosa tendenza a vedere l’imperialismo non come “un fenomeno
internazionale per natura, un tutto inseparabile
” ma come “l'opera di un
paese o di un gruppo di paesi
”; in altri termini, una tendenza a vedere il
problema dal punto di vista parziale ed individuale dei capitali nazionali.

Se Bucharin si fosse preoccupato di citare di più
della sola prima frase del passaggio de L’accumulazione
del capitale
della Luxemburg, che noi abbiamo citato per intero,
avrebbe mostrato che per la
Luxemburg, l’esaurimento crescente della sfera non capitalista
non significava la fine dell’imperialismo, ma l’intensificazione degli
antagonismi imperialisti tra gli stessi Stati capitalisti. È questo che voleva
dire la Luxemburg
quando scriveva che: “l'imperialismo riconduce così la catastrofe, come
forma specifica della sua esistenza, dalla periferia dello sviluppo
capitalistico al suo punto di partenza.”
(“Anticritica”). Nella
fase finale dell’imperialismo, il capitale è immerso in un’orribile serie di
guerre dove ogni capitale o blocco di capitali, incapace di estendersi “pacificamente”
in delle zone nuove, è costretto ad impossessarsi dei mercati e dei territori
dei suoi rivali. La guerra diventa il modo di sopravvivenza di tutto il
sistema.

Certamente la Luxemburg pensava che la rivoluzione avrebbe
messo fine al capitalismo molto prima che la sfera non capitalista fosse
ridotto all’insignificante fattore qual è oggi. La spiegazione del modo con cui
il capitalismo decadente ha prolungato la sua esistenza in assenza di fatto di
questa sfera non capitalista non è argomento di questo testo[7]. Ma finché si considera l’imperialismo
come un “prodotto dell’evoluzione mondiale del capitalismo ad un dato
momento della sua maturazione
”, “un fenomeno internazionale per natura,
un tutt’uno inseparabile
”, possiamo vedere la validità della definizione
della Luxemburg. Essa necessita solamente di essere modificata nella misura in
cui oggi le politiche imperialiste di conquista e di dominio sono determinate
dalla quasi completa scomparsa di un mercato esterno, al posto di essere una lotta
diretta per le vestigia precapitaliste. È importante sottolineare un
cambiamento globale nell’evoluzione del capitalismo mondiale, l’esaurimento dei
mercati esterni, che spinge ogni frazione particolare del capitale a
comportarsi in modo imperialista.

Ritorniamo alle obiezioni di Bucharin: non è
necessario cercare dei “territori non capitalisti” in ogni conflitto
imperialista, perché è il capitale come un tutto, il capitale globale che
necessita di un mercato esterno per la sua espansione. Per il capitalista
individuale, i capitalisti e gli operai offrono un mercato perfettamente valido
per le sue merci: allo stesso modo, per un capitale nazionale, una nazione
capitalista rivale può essere utilizzata per assorbire il suo plusvalore. Tutti
i mercati che si disputano gli Stati imperialisti non sono sempre stati precapitalisti,
e lo sono sempre meno man mano che questi mercati si integrano nel capitale
mondiale. Ogni lotta interimperialista non è una lotta diretta per i mercati,
lungi da lì. Nella situazione attuale, la rivalità globale tra gli USA e l’URSS
è condizionata dall’impossibilità di estendere progressivamente il mercato
mondiale. Ma molto, e forse la maggior parte degli aspetti specifici delle
politiche estere degli USA e dell'URSS, sono dirette verso il consolidamento di
vantaggi strategico-militari sull’altro blocco. Per esempio, Israele non è un
mercato per gli USA come non lo è Cuba per l'URSS. Queste posizioni sono
mantenute principalmente per il loro valore strategico-politico, al prezzo di
considerevoli spese da parte dei loro sostenitori. A scala più piccola, il
saccheggio da parte del Vietnam dei campi di riso cambogiani non è che,
appunto, un saccheggio. La
Cambogia non costituisce pertanto un “mercato” per l’industria
vietnamita. Ma il Vietnam è costretto a saccheggiare i campi di riso cambogiani
perché la stagnazione industriale del suo settore agricolo non gli permette di
produrre sufficientemente per nutrire la popolazione vietnamita. E la sua
stagnazione industriale è determinata dal fatto che il mercato mondiale non può
estendersi, è già diviso, e non ammetterebbe dei nuovi arrivati. Una volta
ancora, queste domande trovano un senso solo partendo dal punto di vista
globale.

Conclusioni
politiche: l’imperialismo e l’impossibilità delle guerre nazionali

Le implicazioni politiche del dibattito teorico sull’imperialismo
sono sempre state centrate su una domanda: l’epoca dell’imperialismo ha reso
più probabile le guerre nazionali rivoluzionarie come affermava Lenin, o le ha
rese impossibili, come affermava la Luxemburg? Per noi la storia ha in modo
inconfutabile confermato l’affermazione della Luxemburg secondo la quale:

La tendenza generale della politica capitalista
attuale domina la politica degli Stati particolari come una legge cieca e
potente, proprio come le leggi della concorrenza economica determinano
rigorosamente le condizioni di produzione per ogni singolo imprenditore”,
(Juniusbrochure, pag. 178).

E di conseguenza:

Nell’epoca di questo imperialismo scatenato, non possiamo
più avere guerre nazionali. Gli interessi nazionali sono solamente una mistificazione
che ha lo scopo di mettere le masse popolari lavoratrici al servizio del loro
mortale nemico: l'imperialismo”
(Idem).

La prima citazione, in questa epoca, ha le seguenti
applicazioni concrete - che costituiscono entrambe una verifica della seconda
citazione:

a) Ogni nazione, ogni borghesia, è costretta ad
allinearsi dietro uno dei blocchi imperialisti dominanti, e dunque a
conformarsi e a piegarsi agli imperativi del capitalismo mondiale. Ancora una
volta, secondo le parole della Luxemburg:

le piccole nazioni, le cui classi dirigenti sono
burattini e complici dei loro compagni di classe dei grandi Stati, sono
solamente delle pedine nel gioco imperialista delle grandi potenze e proprio
come le masse operaie delle grandi potenze, sono utilizzate come strumenti
durante la guerra per essere sacrificate dopo la guerra agli interessi
capitalisti
”. (La crisi della Socialdemocrazia, JuniusBrochure,
pag. 221).

Contrariamente alla speranza di Lenin secondo cui le
rivolte delle “nazioni oppresse” avrebbero indebolito l’imperialismo, tutte le
lotte nazionali della nostra epoca sono state trasformate in guerre
imperialiste per l’irreversibile dominio delle grandi potenze; come riconosceva
lo stesso Lenin, l’imperialismo significa che il mondo intero è diviso tra
grandi Stati capitalisti: “in modo tale che nell’avvenire solo una
spartizione è possibile, e cioè che i territori possono passare solamente da un
“proprietario” ad un altro, al posto di passare dallo stadio di territorio
libero a quello di “proprietario”
. (L’imperialismo, fase suprema del
capitalismo
).

L’esperienza
dei ultimi 60 anni ha mostrato che ciò che Lenin applicava ai “territori” può
essere applicato anche a tutte le nazioni. Nessuna può scappare alla morsa
imperialista. E ciò è particolarmente evidente oggi dove il mondo è stato
diviso, dal 1945, in
2 blocchi imperialisti. Mentre la crisi si approfondisce ed i blocchi si
rinforzano, diventa chiaro che anche i giganti capitalisti come il Giappone e la Cina devono sottoporsi
umilmente ai diktat del loro padrone, gli USA. In una tale situazione, come
possono ancora esserci illusioni sulla possibilità di “indipendenza
nazionale" dei paesi cronicamente deboli quali sono le vecchie colonie?

b) Ogni nazione[8] è costretta a seguire una
politica imperialista nei confronti dei suoi concorrenti. Anche quando sia subordinata
ad un blocco dominante, ogni nazione è obbligata a tentare di sottometterne
altre più piccole alla sua egemonia. La Luxemburg ha notato questo fenomeno durante la
prima guerra mondiale, rispetto alla Serbia:

Senza alcun dubbio,
formalmente la Serbia
conduce una guerra di difesa nazionale.

Ma la sua monarchia e le sue classi dominanti sono piene di velleità
espansioniste come lo sono le classi dominanti di tutti gli Stati moderni... Così
la Serbia
avanza oggi verso le coste adriatiche dove conduce un vero conflitto
imperialista con l’Italia a spese degli albanesi
". (Juniusbrochure).

Lo stato di asfissia del mercato mondiale fa della
decadenza l’epoca della guerra di ognuno contro tutti. Lungi dal potere
sfuggire a questa realtà, le piccole nazioni sono costrette ad adattarsi completamente.
Il militarismo estremo dei capitali più arretrati, le frequenti guerre locali
tra gli Stati delle regioni sottosviluppate, sono le manifestazioni croniche
del fatto che oggi “nessuna nazione può fare a meno” di una politica
imperialista.

Secondo la
CWO, l’idea che
tutti i paesi sono imperialisti contraddice l’idea dei blocchi imperialisti
.
(Revolutionary Perspectives n°12.). Ma ciò è vero solo se si limita la
discussione a priori affermando che le uniche potenze “indipendenti” sono
imperialiste. E’ vero che ogni nazione deve inserirsi in uno o l’altro blocco
imperialista, ma lo fa solamente perché è il solo modo di difendere i propri
interessi imperialisti. I conflitti e le conflagrazioni all’interno di ogni
blocco non sono pertanto eliminati (e possono anche prendere la forma di guerre
aperte, come tra la Grecia
e la Turchia
nel 1974): questi sono subordinati solo a un conflitto superiore. I blocchi
imperialisti, come tutte le alleanze borghesi, non possono essere realmente uniti
o armoniosi. Vederli così, o almeno considerare le nazioni deboli di un blocco solamente
come pedine nelle mani delle potenze dominanti, rende impossibile comprendere
le contraddizioni reali ed i conflitti che sorgono in seno al blocco, e non
solo tra le stesse nazioni deboli, ma tra i bisogni delle nazioni più deboli e
quelli della potenza dominante. Il fatto che questi conflitti si regolano quasi
sempre a favore dello Stato dominante, non li rende meno reali. Parimenti,
ignorare le condotte imperialiste delle piccole nazioni rende praticamente
impossibile spiegare le guerre tra questi Stati. Il fatto che queste azioni
siano utilizzate invariabilmente per gli interessi dei blocchi non significa
che siano prodotte puramente dalle decisioni segrete di Mosca o di Washington. Esse
provengono da tensioni e difficoltà reali a livello locale, difficoltà che
danno inevitabilmente luogo a una risposta imperialista da parte degli Stati
locali. Non regge, per esempio, dire che le nazioni più piccole hanno solo
delle tendenze imperialiste quando si vede il Vietnam invadere la Cambogia, rovesciare il
suo governo, installare un regime che gli è sottomesso, saccheggiare la sua
economia e fare appelli per la formazione di una “Federazione Indocinese” sotto
l’egemonia vietnamita. Il Vietnam non ha solamente degli appetiti imperialisti,
perché li soddisfa concretamente ingoiando i suoi vicini.

Se rigettiamo l’idea che questa politica sia l’espressione
di uno Stato operaio che porta avanti una guerra rivoluzionaria, se non
consideriamo il clan dominante in Vietnam come il protagonista di una lotta
borghese storicamente progressiva per l’indipendenza nazionale, non vi è che
una sola parola per una politica e degli atti di questo tipo: imperialismo.

Guerra imperialista o rivoluzione proletaria

Se tutte le “lotte nazionali” servono gli interessi di
Stati imperialisti grandi o piccoli, allora è impossibile parlare di guerra di
difesa nazionale, di liberazione nazionale o di movimenti rivoluzionari
nazionali in questa epoca. È necessario rigettare ogni tentativo di
reintrodurre la posizione dell’Internazionale Comunista sulla questione
nazionale e coloniale. Così per esempio, il Nucleo Comunista Internazionalista[9] suggerisce che sarebbe possibile
applicare le tesi dell’IC alle regioni sottosviluppate se esistesse un vero
partito comunista:

(...) nelle zone extrametropolitane, la
missione di un partito comunista passa, obbligatoriamente, per il compimento di
compiti che non sono “i suoi” (in termini immediati), anche “democratico-borghesi”
(costituzione di uno Stato nazionale indipendente, unificazione territoriale ed
economica, riforma agraria, nazionalizzazione
”. (Note per un orientamento sulla questione
nazionale e coloniale
. Testi preparatori, vol.1, II Conferenza Internazionale,
Parigi Nov.78).

La preoccupazione del NCI è che il proletariato e la
sua avanguardia non possono essere indifferenti ai movimenti sociali delle
masse oppresse in queste regioni, devono prendere la testa delle loro rivolte, congiungerle
con la rivoluzione comunista mondiale: questo è perfettamente corretto. Ma per
fare ciò, il proletariato deve anche riconoscere che l’elemento “nazionale” non
viene dalle masse oppresse e sfruttate, ma dai loro oppressori e sfruttatori.
Fin dall’istante in cui queste rivolte sono trascinate in una lotta per scopi “nazionali”,
esse sono deviate nel campo della borghesia. Nel contesto attuale, il termine
nazionale implica imperialismo:

Da tempo l’imperialismo ha completamente sepolto il
vecchio programma borghese democratico: l’espansione al di là delle frontiere
nazionali, quel che siano le condizioni nazionali dei paesi annessi, è
diventata la piattaforma della borghesia di tutti i paesi. Certo la parola
nazione è rimasta, ma il suo contenuto reale e la sua funzione si sono
tramutati nel loro contrario. Essa serve solo a mascherare, bene o male, le
aspirazioni imperialiste, a meno che non sia utilizzata come grido di guerra,
nei conflitti imperialisti, solo ed estremo mezzo ideologico per captare l’adesione
delle masse popolari e far loro sostenere il ruolo di carne da cannone nelle guerre
imperialistiche
. (Juniusbrochure)

Questa verità è stata confermata da tutti i sedicenti
movimenti di “liberazione nazionale”, dal Vietnam all’Angola, dal Libano al
Nicaragua. Prima e dopo il loro accesso al potere, le forze borghesi di
liberazione nazionale agiscono invariabilmente come agenti dell’una o
dell’altra delle grandi potenze imperialiste. Dal momento in cui si
impossessano dello Stato, cominciano ad perseguire i loro scopi imperialisti.
Dunque, la questione non è dirigere la rivolta delle masse “oppresse” in un “momento”
della lotta nazionale democratica borghese, ma di condurle fuori dal campo
nazionale borghese, sul campo proletario della guerra di classe. Trasformare la
guerra imperialista in guerra civile
è
oggi la parola d’ordine del proletariato in tutte le parti del mondo
.

Il carattere imperialista attuale di tutte le frazioni
della borghesia e di tutti i loro progetti politici non può essere invertito,
neanche momentaneamente, neanche dal migliore partito comunista del mondo. È
una realtà storica profonda, basata su un’evoluzione sociale obiettivamente
determinata.

L’era delle guerre imperialiste e delle rivoluzioni
proletarie non oppone più Stati reazionari e Stati progressisti in guerre in
cui si forgi, con il concorso delle masse popolari, l’unità nazionale della
Borghesia, in cui si edifichi la base geografica e politica che serve da
trampolino alle forze produttive.

Non oppone più la Borghesia alle classi dominanti delle colonie
nelle guerre coloniali fornendo aria e spazio alle forze capitaliste di
produzione, già potentemente sviluppate.

Ma questa epoca oppone Stati imperialisti, entità
economiche che si dividono e si ridividono il mondo, incapaci tuttavia di
comprimere diversamente i contrasti di classe e le contraddizioni economiche se
non operando, attraverso la guerra, una gigantesca distruzione di forze
produttive inattive e di innumerevoli proletari rigettati dalla produzione.

Dal punto di vista
dell’esperienza storica, si può affermare che il carattere delle guerre che
scuotono periodicamente la società capitalista, così come la politica proletaria
corrispondente, devono essere determinati non dall’aspetto particolare e spesso
equivoco, sotto il quale queste guerre possono apparire, ma attraverso il loro
ambito storico generato dallo sviluppo economico e dal grado di maturità degli
antagonismi di classe
. (Il problema della guerra, 1935,
Jehan.
Sottolineato da noi).

Quando concludiamo che nel contesto storico attuale
tutte le guerre, tutte le politiche di conquista, tutte le relazioni concorrenti
tra Stati capitalisti hanno una natura imperialista, non siamo in
contraddizione con ciò che affermava a ragione Bucharin, e cioè che per
giudicare il carattere di una politica di guerra e di conquista bisogna partire
dalla questione: “Quali rapporti di produzione sono rafforzati o estesi
dalla guerra
”. Noi non indeboliamo la precisione del termine “imperialismo”
allargando il suo impiego. Perché, se i marxisti identificavano le guerre
nazionali a delle guerre al servizio di una funzione progressiva per l’estensione
dei rapporti di produzione in un’epoca in cui questi servivano ancora da base
per lo sviluppo delle forze produttive, essi opponevano le guerre di questo
tipo alle guerre imperialiste - guerre storicamente reazionarie in quanto
servono a mantenere i rapporti capitalisti quando questi sono diventati un
ostacolo ad ogni sviluppo ulteriore. Oggi, tutte le guerre della borghesia e
tutte le politiche estere mirano a preservare un modo di produzione decadente,
putrido: si possono dunque qualificare tutte a giusta ragione come
imperialiste. In effetti, uno dei tratti più caratteristici della decadenza del
capitalismo è che, mentre nella sua fase ascendente, “la guerra ha per
funzione di assicurare un allargamento del mercato, in vista di una più grande
produzione di mezzi di consumo, nella fase (decadente) la produzione è
essenzialmente imperniata sulla produzione di mezzi di distruzione, cioè orientata
verso la guerra. La decadenza della società capitalista trova la sua eclatante
espressione nel fatto che da guerre promotrici di sviluppo economico (periodo
ascendente), si passa al fatto che l’attività economica è limitata essenzialmente
alla guerra
. (Gauche Communiste de France, Rapporto sulla
situazione internazionale
, 1945).

Sebbene lo scopo della produzione capitalista resti la
produzione di plusvalore, la subordinazione crescente di tutta l’attività
economica alle necessità della guerra rappresenta una tendenza del capitale a
negarsi. La guerra imperialista nata dalla corsa ai profitti della borghesia
assume una dinamica durante la quale le leggi della redditività e dello scambio
sono scalzate sempre più. I calcoli dei profitti e delle perdite, i rapporti
normali di vendita e di acquisto sono lasciati ai margini della folle corsa del
capitale verso la sua autodistruzione. Oggi, la “soluzione” che offre il
capitale all’umanità, logica del suo auto-cannibalismo, è un olocausto nucleare
che potrebbe distruggere tutta la specie umana. Questa tendenza all’auto-negazione
del capitale nella guerra è corredata da una militarizzazione universale della
società: un processo che appare in tutta la sua ampiezza nel Terzo Mondo e nei
regimi stalinisti ma che, se la borghesia ha la via libera, diventerà presto anche
una realtà per gli operai delle “democrazie” occidentali. La subordinazione
totale della vita economica, politica e sociale ai bisogni della guerra: questa
è oggigiorno la terribile realtà dell’imperialismo in tutti i paesi. Più che
mai, la classe operaia mondiale si trova davanti all’alternativa posta da Rosa
Luxemburg nel 1915:

O il trionfo dell’imperialismo e la distruzione di
ogni cultura come nell’antica Roma, lo spopolamento, la desolazione, la
degenerazione, un immenso cimitero, o la vittoria del socialismo, cioè la lotta
cosciente del proletariato internazionale contro l’imperialismo
. (Junius
brochure)

C.D.Ward


[1] Per un’argomentazione più dettagliata vedi gli
articoli Nazione o Classe, i comunisti e
la questione nazionale
in Rivoluzione Internazionale n°7 e 8.

[2] Qui dobbiamo correggere una cattiva comprensione
della CWO quando rigetta l’idea che “la
visione della Luxemburg sulla questione nazionale ha per base la sua visione
economica: la prima precede la seconda di più di 10 anni
”.(Revolutionary
Perspective n°12). In tutta evidenza, la
CWO non è informata di questo passaggio scritto dalla
Luxemburg nel 1898 e pubblicato nella prima edizione di “Riforma o
Rivoluzione”:

Quando esaminiamo la situazione economica attuale,
dobbiamo ammettere certamente che non siamo entrati ancora nella fase di piena
maturità capitalista che è prevista dalla teoria di Marx delle crisi
periodiche. Il mercato mondiale è ancora in una fase di espansione. Dunque,
benché non siamo più allo stadio di queste improvvise apparizioni di nuove zone
di apertura all’economia che avevano luogo di tanto in tanto fino agli anni
1870, e con esse, delle prime crisi per così dire di “giovinezza” del capitalismo,
non siamo ancora a questo grado di sviluppo, di piena espansione del mercato
mondiale, che produrrà delle collisioni periodiche tra le forze produttive ed i
limiti del mercato o, in altri termini, le crisi reali di un capitalismo
pienamente sviluppato... Una volta che il mercato mondiale è più o meno
pienamente esteso, in modo tale che non possano più esserci aperture brutali di
mercati, la crescita incessante della produttività del lavoro prima o poi
produce queste collisioni periodiche tra le forze produttive ed i limiti del
mercato che diventano sempre più violente ed acute nel loro susseguirsi
”, (citato da
Sternberg in Capitalismo e Socialismo,
tradotto dall’inglese da noi).

[3] Vedi “Teorie
economiche e lotta per il socialismo
” Revue internationale n°16.

[4] Communist Workers’
Organisation che pubblica Revolutionary Perspectives: c/o 21 Durham St. Pelaw, Gateshead, 
Tyne and Wear, NE10 OXS, GB.

[5] Vedi Marxismo e
teorie delle crisi
, in Revue Internationale n°13.

[6] Conferenza dei Gruppi della Sinistra Comunista

[7] Vedi il
nostro opuscolo “La decadenza del capitalismo” ed ancora gli articoli di
dibattito interno alla CCI sul boom economico del dopoguerra: Le cause della prosperità seguita alla Seconda Guerra mondiale (dibattito
interno alla CCI)
, maggio 2008, pubblicato su ICConline, pagina
web in italiano; Débat interne au CCI: les causes de la prospérité consécutive à la
Seconde Guerre mondiale (II)
, Revue Internationale n°135, settembre 2008; Débat
interne au CCI : les causes de la prospérité consécutive à la Seconde Guerre
mondiale (III)
,  Revue Internationale
n°136, gennaio 2009; Débat interne au CCI : Les causes de la période de prospérité consécutive
à la Seconde Guerre mondiale (IV)
, Revue Internationale n°138, luglio 2009;
La surproduction chronique, une entrave incontournable à l’accumulation
capitaliste (débat interne au CCI, V)
, Revue Internationale n°141, dicembre
2009.

[8] Quando diciamo “ogni nazione è imperialista”, è
chiaro che facciamo una generalizzazione e che, come in ogni generalizzazione,
delle eccezioni possono essere trovate, degli esempi di questo o quello Stato
che non ha manifestamente commesso dei crimini imperialisti; ma, tali eccezioni
non smentiscono l’insieme. Né tanto meno si può schivare il problema con
domande stupide del tipo “Dov’è l’imperialismo delle Seychelles, di Monaco, di
Andorra”? Ciò che c’interessa, non sono i paradisi della finanza o altri
scherzi della storia, ma dei capitali nazionali che, sebbene non siano
indipendenti, hanno un’esistenza palpabile ed un’attività sul mercato mondiale!

[9] Che pubblica Partito e Classe: c/o P.Turco Stretta
Matteoti 6, 33043 Cividale, Italie.

Patrimonio della Sinistra Comunista: 

Questioni teoriche: