Militarismo e decomposizione

Più volte la CCI ha insistito sull'importanza
della questione della guerra e del militarismo in tutto il periodo della
decadenza[1], sia
dal punto di vista della vita del capitalismo stesso che dal punto di vista del
proletariato.

Con la rapida successione nel corso degli
ultimi due anni di avvenimenti di consid
erevole importanza storica (crollo del
blocco dell'est, guerra del Golfo), con la constatazione dell'entrata del
capitalismo nella fase ultima della sua decadenza, la fase della decomposizione[2],
è importante che i rivoluzionari facciano
la maggiore chiarezza possibile sull'importanza del militarismo nelle nuove
condizioni del mondo d’oggi.

Il marxismo è un pensiero attivo

1) Contrariamente alla corrente
bordighista, la CCI non ha mai considerato il marxismo come una "dottrina
invariante", ma come un pensiero vivo per il quale ogni avvenimento
storico importante
è occasione di un arricchimento. In effetti
tali avvenimenti permettono o di confermare il quadro e le analisi sviluppate
anteriormente, o di rimettere in discussione alcune di esse, imponendo uno
sforzo di riflessione per riaggiustare degli schemi prima validi ma ormai
superati, oppure, apertamente, di elaborarne di nuovi, adatti a rendere conto
della nuova realt
à. Le organizzazioni ed i militanti rivoluzionari hanno la
responsabilità specifica e fondamentale di compiere questo lavoro di
riflessione, avendo cura, come fecero i nostri predecessori, di avanzare allo

stesso tempo con
prudenza e audacia:

  • appoggiandosi
    in modo risoluto sulle acquisizioni di base del marxismo;
  • esaminando
    la realt
    à senza paraocchi e svi-luppando il
    pensiero senza "alcun divieto o ostracismo" (Bilan).

In particolare, di fronte a tali
avvenimenti storici,
è importante che i rivoluzionari sappiano
disting
uere le analisi che sono diventate superate da quelle che restano
valide, per evitare un doppio pericolo: o sclerotizzarsi o “gettare il bambino
con l’acqua sporca”. Pi
ù precisamente, è necessario mettere bene in evidenza ciò
che in queste analisi
è essenziale, fondamentale, e conserva la sua
validità nelle diff
érenti circostanze storiche, rispetto a ciò
che
è
secondario e occasionale. In breve, bisogna saper fare la differenza tra i
fatti essenziali di una realtà e le sue diff
érenti manifestazioni particolari.

2) Da un anno la situazione mondiale ha
conosciuto sconvolgimenti notevoli che hanno modificato sensibilmente la
fisionomia del mondo quale era uscito dalla seconda guerra imperialista. La CCI
ha seguito con attenzione questi avvenimenti per capire il loro significato
storico e per esaminare in quale misura essi sconfessavano o confermavano il
quadro di analisi valido prima.

Per noi questi avvenimenti storici (crollo
dello stalinismo, scomparsa del blocco dell'est, smembramento del blocco
dell'ovest), se non potevano essere previsti nelle loro sp
écificità, si integravano perfettamente nel quadro
di analisi e di comprensione del periodo storico presente elaborato
anteriormente dalla CCI: la fase di decomposizione.

Le stesso vale par la guerra del Golfo
Persico. Ma l'importanza di questi avvenimenti d
à alla nostra organizzazione la
responsabilit
à di capire l'impatto e la ripercussioni delle caratteristiche
della fase di decomposizione sulla questione del militarismo e delle guerra, di
esaminare come questa questione si pone in questo nuovo p
ériodo storico.

Il militarismo nella decadenza del capitalismo

3) II militarismo e la guerra costituiscono
un dato fondamentale nella vita del capitalismo dall'entrata di questo sistema
nel suo p
ériodo di decadenza. Da quando il mercato mondiale è
stato
completamente costituito, all'inizio di questo secolo, da che il mondo
è stato divise in riserve di caccia
coloniali! e commerciali per le diff
érenti nazioni capitaliste avanzate,
l'intensificazione e lo scatenamento della concorrenza commerciale tra queste
nazioni non hanno potuto trovare altro sbocco che un aumento delle tensioni
militari, nella costituzione di arsenali sempre pi
ù imponenti e nella sottomissione crescente
della vita economica e sociale alle n
écessita della sfera militare. Nei fatti il
militarismo e la guerra imperialista costituiscono la manifestazione centrale
dell'entrata del capitalismo nella sua fase di decadenza (
è proprio lo scoppio della prima guerra
mondiale che segna l'inizio di questo p
eriodo), a un punto tale che per i
rivoluzio-nari di allora 1'imp
erialismo e il capitalismo decadente
diventano sinonimi. Non essendo 1'imperialismo una manifestazione particolare
del capitalismo ma il suo modo di vita per tutto il nuovo p
ériodo storico, non sono questi o quegli Stati ad essere imperialisti, ma tutti gli Stati, come diceva
Rosa Luxemburg. In realt
à, se 1'imperialismo, il militarismo e la
guerra si identificano a tal punto con il periodo di decadenza,
è perché quest'ultima corrisponde proprio al fatto
che i rapporti di produzione capitalisti sono diventati un freno all
o sviluppo delle forze produttive: il
carattere perfettamente irrazionale, sul piano economico globale, delle spese
militari e della guerra non fa che tradurre l'aberrazione che costituisce il
mantenere questi rapporti di produzione. In particolare, l'autodistruzione
permanente e crescente che risulta da questo modo di vita costituisce un
simbolo dell'agonia di questo sistema, rivela chiaramente che esso
è condannato dalla storia.


Capitalismo di Stato e blocchi imperialisti

4) II capitalismo, nella sua decadenza,
con-frontato ad una situazione in cui la guerra
è onnipresente nella vita della società, ha
sviluppato due fenomeni che costituiscono le maggiori caratteristiche di questo
p
eriodo:
il capitalismo di Stato e i blocchi imperialisti. Il capitalismo di Stato, la
cui prima significativa manifestazione data dalla prima guerra mondiale,
risponde alla n
ecessita per ogni paese, in vista del confronto con le altre
nazioni, di ottenere il minimo di disciplina al suo interno da parte dei diff
érenti settori della società, di ridurre al massimo gli scontri tra le
classi ma anche tra frazioni rivali della classe dominante, al fine di
mobilitare e controllare l'insieme del suo potenziale economico. Allo stesso
modo, la costituzione
dei
blocchi imperialisti corrisponde al bisogno di imporre una disciplina simile
tra le differenti borghesie nazionali per limitare i loro reciproci antagonismi
e di riunirle per lo scontro supr
emo tra i due campi militari. E man mano che
il capitalismo
è sprofondato nella sua decadenza e crisi storica, queste due
caratteristiche non hanno fatto che rin-forzarsi.

In particolare, il capitalismo di Stato
esteso a tutto un blocco imperialista, quale si
è sviluppato all'indomani della seconda
guerra mondiale, traduceva l'aggravarsi di questi due fenomeni. Tutto questo,
il capitalismo di stato e i blocchi imperialisti, e la congiunzione tra i due,
non porta a nessuna "pacificazione" dei rapporti tra diff
érenti settori dei capitale e ancor meno ad
un "rafforzamento" di questo. Al contrario, essi non sono che dei
mezzi che secerne la societ
à capitalista per tentare di resistere ad una
crescente tendenza al suo disfacimento[3].

L’imperialismo nella fase di decomposizione del
capitalismo

5) La decomposizione générale della società
costituisce la
fase ultima dei periodo di decadenza del capitalismo. In questo senso, in
questa fase non sono rimesse in causa le caratteristiche proprie dei periodo di
decadenza: la crisi storica dell'economia capitalista, il capitalismo di Stato,
il militarismo e l'imp
erialismo. Di più, nella misura in cui la decomposizione si
presenta come il culmine delle contraddizioni nelle quali si dibatte in modo
crescente il capitalismo dall'inizio della sua decadenza, le caratteristiche
proprie di questo periodo si trovano, nella fase ultima, ancora pi
ù accentuate:

  • risultando
    dall'affossamento inesorabile del capitalismo nella crisi, la
    decomposizione non fa che aggravarlo;
  • la
    tendenza al capitalismo di Stato non
    è per nulla rimessa in discussione dalla
    scomparsa di certe sue forme, le pi
    ù aberranti e parassite, come lo
    stalinismo oggi[4].

Lo stesso vale per il militarismo e l'imperialismo, come si è potuto già costatare negli anni '80, durante i quali
il fenomeno della decomposizione
è apparso e si è sviluppato. E la scomparsa della divisione
del mondo tra le due costellazioni imp
erialiste risultante dal crollo dei blocco
dell'est non pu
ò rimettere in discussione tale realtà. Infatti non è la costituzione dei blocchi imperialisti
che d
à origine
al militarismo e all'imp
erialismo. E' vero il contrario: la
costituzione dei blocchi non
è che la conseguenza estrema (che ad un
certo m
omento può diventare un'aggravante), una manifestazione
dell'infognamento del capitalismo decadente nel militarismo e la guerra. In un certo senso la
formazione dei blocchi rispetto all'imp
erialismo è come lo stalinismo rispetto al capitalismo
di Stato. Come la fine dello stalinismo non rimette in causa la tendenza
storica al capitalismo di Stato, la scomparsa attuale dei blocchi imperialisti
non implica la minima rimessa in causa d
ella presa dell'imperialismo sulla vita della società. La differenza fondamentale risiede nel
fatto che se la fine dello stalinismo corrisponde all'eliminazione di una forma
particolarmente aberrante del capitalismo di Stato, la fine dei blocchi non fa
che aprire la porta ad una forma ancora pi
ù barbara, aberrante e caotica dell'imperialismo.

6) Questa analisi era già stata elaborata dalla CCI al momento del crollo del blocco dell'est:

"Nel. periodo di decadenza del capitalismo, TUTTI
gli Stati sono imperialisti e prendono disposizioni per assumere questa realt
à: economia di guerra, armamenti, ecc. E'
perci
ò che 1'aggravamento delle convulsioni
dell'economia mondiale non potr
à che attizzare le lacerazioni tra i différenti Stati, anche e sempre più sul piano
militare. La differenza con il periodo appena terminato
è che questi scontri e antagonismi, che
prima erano contenuti e utilizzati dai due grandi blocchi imperialisti, adesso
passeranno in primo piano. La scomparsa
del gendarme imperialista russo, e quella
che sta per avvenire per il gendarme americano di fronte ai suoi partner di
ieri, aprono la porta allo scatenamento di tutta una serie di rivalit
à locali. Queste rivalità e questi scontri non possono, all'ora
attuale, degenerare in un conflitto mondiale (anche supponendo che il
proletariato non sia pi
ù capace di opporsi). Per contro, a causa
della scomparsa della disciplina imposta dai blocchi, questi conflitti
rischiano di crescere in num
ero e violenza, specie nei paesi dove il
proletariato
è più debole" (Febbraio 1990, vedi Rivista
Internazionale n.14)

"II peggioramento della crisi mondiale
dell'economia capitalista va necessariamente a pro-vocare un aumento delle
contraddizioni interne della classe borghese. Queste contraddizioni, come per
il passato, si manifesteranno sul piano degli antagonismi guerrieri: nel
capitalismo d
ecadente la guerra commerciale non può
che
sfociare nella fuga in avanti della guerra armata. In questo senso, le
illusioni pacifiste che potrebbero svilupparsi in seguito all
e
"più calde" relazioni tra l'URSS e gli
Stati Uniti devono essere combattute in modo risoluto: gli scontri militari tra
Stati non sono sul punto di scomparire. (...) Ciò che cambia rispetto al
passato
è che questi antagonismi militari non
prendono pi
ù all'ora attuale la forma di un confronto
tra i due blocchi imperialisti. .."
(“Risoluzione sulla situazione internazionale”, giugno '90, su
Revue Internationale n°63)

Questa analisi è stata ampiamente confermata dalla guerra
nel Golfo persico.

La guerra del Golfo: prima manifestazione della nuova
situazione mondiale

7) Questa guerra:

  • conferma,
    con l'avventura incontrollata dell’Iraq che ha fatto man bassa di un altro
    paese del suo ex-blocco di tutela, la scomparsa del blocco dell'ovest
    stesso;
  • rivela
    l'accentuazione della tendenza (propria della decadenza del capitalismo)
    per .tutti i paesi a utilizzare la forza delle armi per tentare di
    liberarsi della morsa nella quale la crisi li stringe in modo sempre pi
    ù
    stretto;
  • mette
    in evidenza, con l'allucinante spiegamento di mezzi militari degli Stati
    Uniti e dei suoi "alleati", il fatto che, in modo crescente,
    solo questa stessa forza militare sar
    à capace di mantenere un minimo di
    stabilit
    à in un mondo minacciato da un caos in
    aumento.

In questo senso, la guerra del Golfo non è, come afferma la maggior parte dei milieu
politico proletario, una "guerra per il prezzo del petrolio". E non
la si potrebbe ridurre neanche ad una "guerra per il controllo dei Medio
Oriente", anche se questa regione
è cosi importante. Inoltre, l'operazione
militare nel Golfo non cerca solo di prevenire il caos che si sviluppa nel
"Terzo Mondo". Naturalmente tutti questi elementi possono giocare un
ruolo. E' vero, infatti, che la maggioranza dei paesi occidentali
è interessata ad un petrolio a basso prezzo
(contrariamente all'URSS che, tuttavia, partecipa pienamente - relativamente ai
suoi ridotti mezzi - all'azione contro l’Iraq), ma non
è con i mezzi che sono stati impiegati (e
che hanno fatto salire il prezzo del petrolio ben al di l
à delle esigenze dell’Iraq) che si otterrà un tale abbassamento dei prezzi. E' vero
anche che il controllo dei campi petroliferi da parte degli Stati Uniti pr
esenta per questo paese un interesse
incon-testabile e rafforza la sua posizione di fronte ai rivali commerciali
(Europa dell'ovest e Giappone), ma perch
é questi stessi rivali li sostengono in
questa impresa? Allo stesso modo
è chiaro che l'URSS è interessata alla stabilizzazione di una
regione vicina alle sue province dell'Asia centrale e del Caucaso gi
à
particolarmente
agitate. Ma il caos che si sviluppa in URSS non int
eressa solo questo paese; i paesi
dell'Europa centrale e dell'Europa occidentale sono particolarmente interessati
a ciò che avviene nella zona dell'antico blocco dell'est. Pi
ù in generale, se i paesi avanzati si preoccupano
del caos che si sviluppa in certe regioni del "Terzo Mondo"
è
perché essi stessi si ritrovano fragili di fronte
a questo caos, a causa della nuova situazione nella quale si trova il mondo
oggi.

8) In realtà è fondamentalmente il caos regnante già in una buona parte del mondo e che
minaccia ora i grandi paesi sviluppati e i loro reciproci rapporti che
è alla base dell'operazione "Scudo nel
deserto" e dei suoi annessi. In effetti, con la scomparsa della divisione
del mondo tra i due blocchi imperialisti
è venuto meno uno dei fattori essenziali che
manteneva una certa coesione tra questi Stati. La tendenza specifica del nuovo p
eriodo è l'"ognuno per se" e,
eventualmente, per gli Stati pi
ù potenti, a porre la loro candidatura alla
"leadership" di un nuovo blocco. Ma nello stesso tempo, la borghesia
di questi paesi, misurando i pericoli che comporta una tale situazione, cerca
di reagire di fronte a questa tendenza. Con la nuova scalata nel caos g
enerale che comportava l'avventura irakena
(favorita di nascosto dall'atteggiamento "con­ciliante" manifestato
dagli Stati Uniti prima del 2 agosto nei riguardi dell'Iraq con il fine di
"dare l'esempio" in seguito), la "comunit
à internazionale", come la chiamano i
mass-media e che non si limita all'antico blocco dell'ovest visto che oggi ne
fa parte anche l'URSS, non aveva altre risorse che piazzarsi dietro l'autorit
à della prima potenza mondiale, e
particolarmente della sua forza militare, la sola capace di andare a fare la
polizia in qualsiasi parte del mondo. Ciò che mostra dunque la guerra del Golfo
è che,
di fronte alla tendenza al caos generalizzato proprio della fase di
decomposizione, e alla quale il crollo del blocco dell'est ha dato un colpo di
acceleratore considerevole, non c'
è altra uscita per il capitalismo, nel suo
tentativo di tenere assieme le differenti parti di un corpo che tende a
smembrarsi,  che l'imposizione del pugno
di ferro che costituisce la forza delle armi[5]. In
questo senso, i mezzi stessi che esso utilizza per tentare di contenere un caos
sempre pi
ù mortale sono un fattore di aggravamento considerevole della
barbarie guerriera nella quale
è caduto il capitalismo.

La ricostruzione di nuovi blocchi non è all’ordine del
giorno

9) Mentre la formazione dei blocchi si presenta storicamente come la conseguenza
dello sviluppo del militarismo e dell'imp
erialismo, l'acuirsi di questi due ultimi
nella fase attuale di vita del capitalismo costituisce, paradossalmente, un
freno alla riformazione di un nuovo sistema di blocchi che prendano il posto di
quelli che sono scomparsi. La storia (soprattutto quella del secondo
dopoguerra) ha messo in evidenza il fatto che la scomparsa di un blocco
imperialista (per esempio l'"Asse") mette all'ordine del giorno lo
smembramento dell'altro (gli “alleati") ma anche la ricostituzione di una
nuova coppia di blocchi antagonisti (Est ed Ovest). E' perciò che la presente situazione porta con se, sotto
l'impulso della crisi e dell'acuirsi delle tensioni militari, una tendenza
verso la riformazione di due nuovi blocchi imperialisti. Tuttavia, il fatto
stesso che la forza delle armi sia divenuta - come lo conferma la guerra del
Golfo- un fattore prepond
erante nel tentativo di limitare il caos
mondiale da parte dei paesi avanzati costituisce un freno considerevole a
questa tendenza. In effetti, questa stessa guerra ha sottolineato la sup
eriorità soverchiante (per non dire di più) della potenza militare degli Stati Uniti
nei confronti di quella degli altri paesi sviluppati: in realt
à, questa potenza militare, da sola, è
oggi almeno equivalente a quella di tutti gli altri
paesi del globo riuniti. E un tale squilibrio non
è colmabile subito, non esiste alcun paese
in grado, in tempi relativamente brevi, di opporre a quello degli USA un
potenziale militare che gli permetta di pretendere il posto guida di un blocco
che possa rivaleggiare con quello diretto da questa potenza. E su tempi pi
ù lunghi, la lista dei candidati a un tale
posto
è estremamente limitata.

10) In effetti, è fuori questione, per esempio, che il capo
del blocco appena affondato, l'URSS, possa un giorno riconquistare tale posto.
In realt
à, il fatto che questo paese abbia giocato tale ruolo nel passato
costituisce in se una sorta di aberrazione, un accidente della storia. L'URSS
per il suo considerevole arretramento su tutti i piani (economico, ma anche
politico e culturale), non disponeva di attributi che gli permettessero di
costituire "naturalmente" intorno a se un blocco imperialista[6]. Se
essa ha potuto accedere a tale rango,
è stato "grazie" a Hitler, che
l'ha fatta entrare nella guerra nel 1941, e degli "alleati" che, a
Yalta, l'hanno ricompensata per aver costituito un secondo fronte contro la
Germania e l'hanno rimborsata del tributo di 20 milioni di morti pagati dalla
sua popolazione sotto la forma della piena disposizione dei paesi dell'Europa
centrale che le sue truppe avevano occupato durante la ritirata tedesca[7].
D'altronde
è stato proprio perché non poteva tenere questo ruolo di testa
che l'URSS
è stata costretta, per conservare il suo impero, ad imporre al
suo apparato produttivo un'economia di guerra che l'ha completamente rovinata.
Il crollo spettacolare del blocco dell'Est, oltre che sanzionare il fallimento
di una forma di capitalismo di Stato particolarmente aberrante (per il fatto
che non proveniva da uno sviluppo "organico" del capitale, ma
risultava dall'eliminazione della borghesia classica da parte della rivoluzione
del 1917), non poteva che tradurre la rivincita della storia nei confronti di
questa aberrazione di partenza. E' per questa ragione che mai pi
ù l'URSS potrà giocare, malgrado i suoi arsenali
considerevoli, un ruolo di primo piano sulla scena internazionale. E ciò tanto
pi
ù
che la dinamica di smembramento del suo impero esterno non pu
ò
che proseguire al
suo interno, spogliandola in fin dei conti dei territori che essa aveva
colonizzato nel corso dei secoli passati. Per aver tentato di giocare un ruolo
di potenza mondiale che era al di sopra delle sue forze, la Russia
è condannata a ritornare al posto di terzo ordine che le apparteneva prima di
Pietro il Grande.

I due soli candidati potenziali al titolo
di capo blocco, il Giappone e la Germania, non hanno essi stessi la capacit
à, in tempi prevedibili, d'assumere un tale
ruolo. Da parte sua, il Giappone, malgrado la sua potenza industriale e il suo
dinamismo economico, non potr
à mai pretendere di raggiungere un tale
rango per la sua posizione geografica decentrata rispetto
alla regione che concentra la più forte densità industriale: l'Europa Occidentale. Quanto
alla Germania, il solo paese che potrebbe eventualmente tener un ruolo che le
è appartenuto già per il passato, la sua potenza .militare
attuale (non dispone neanche dell'arma atomica, il che
è tutto dire) non le permette di pensare di
rivaleggiare con gli Stati Uniti su questo terreno per molto tempo. E ci
ò tanto più che man mano che il capitalismo s'affossa
nella sua decadenza,
è sempre più indispensabile per il capo del blocco
disporre di una sup
ériorità militare massiccia sui suoi
vassalli per poter mantenere il suo rango.

Gli Stati Uniti: unico gendarme del mondo

11) All'inizio del periodo di decadenza, e fino ai primi anni
della seconda guerra mondiale, poteva esistere una certa "parit
à" tra differenti! partner di una coalizione
imperialista, bench
é il bisogno di un capo gruppo si sia sempre
fatto sentire. Per esempio, nella prima guerra mondiale, non esisteva, in
termini di potenza militare operativa, una fondamentale disparit
à tra i tre “vincitori”: Gran Bretagna,
Francia e USA. Questa
situazione era gi
à cambiata in modo molto importante nel corso della seconda
guerra, dove i "vincitori" erano posti sotto la dipendenza stretta
degli Stati Uniti che manifestavano una considerevole sup
ériorità sui loro "alleati". Essa
si accentuava ulteriormente durante il p
eriodo di "guerra fredda" (appena
terminato), dove ogni capo blocco, Stati Uniti e URSS, soprattutto per il
controllo degli armamenti nucleari pi
ù sofisticati, disponeva di una supériorità che soverchiava completamente
quella degli altri paesi del proprio blocco. Una tale tendenza si spiega con il
fatto che, con l'affossamento del capitalismo nella sua decadenza:

  • la
    posta in gioco e la dimensione dei conflitti tra blocchi richiedono un
    carattere sempre pi
    ù mondiale e générale (più gangster si devono controllare, più il "boss" deve essere
    potente);
  • gli
    armamenti richiedono investimenti sempre pi
    ù giganteschi (in particolare, solo le
    pi
    ù grandi nazioni potevano liberare le
    risorse necessarie alla costituzione di un arsenale nucleare compl
    eto e consacrare dei mezzi sufficienti alla ricerca sulle armi
    pi
    ù sofisticate);
  • e
    soprattutto, le tendenze centrifughe tra tutti gli stati, dovute
    all'inasprimento degli antagonismi nazionali, non possono che accentuarsi.

Questo ultimo fattore è come il capitalismo di Stato: più le différenti frazioni di una borghesia nazionale
tendono ad affrontarsi tra di loro, con 1'aggravamento della crisi che accresce
la loro concorrenza, e pi
ù lo Stato deve rinforzarsi per poter
esercitare la sua autorit
à su di esse. Allo stesso modo, più la crisi storica, e la sua forma aperta,
produ
ce
danni, pi
ù un capo blocco deve essere forte per contenere e controllare le
tendenze al sue smembramento tra le diff
érenti frazioni nazionali che lo compongono.
Ed
è
chiaro che nella fase ultima della decadenza, quella della
decomposizione, un tale fenomeno non può che
aggravarsi ancora fino a dimensioni consid
èrevoli.

E' per questo insieme di ragioni, e
soprattutto per l'ultima, che la ricostituzione di una nuova coppia di blocchi
imperialisti non solo non
è possibile prima di molti anni, ma può
benissimo non aver mai pi
ù luogo, intervenendo prima la rivoluzione o
la distruzione dell’umanit
à. Nel nuovo périodo storico in cui siamo entrati, e gli avvenimenti del Golfo lo
confermano, il mondo si pr
ésenta con un carattere di instabilità, dove
regna la tendenza al "ciascuno per se", dove le alleanze tra Stati
non avranno pi
ù il carattere di stabilità che caratterizzava i blocchi, ma
saranno dettati dalla n
écessità del momento. Un mondo di disordine
cruento, di caos sanguinoso nel quale il gendarme americano tenterà di far
regnare un minimo di ordine con l'uso sempre pi
ù massiccio e brutale della propria potenza
militare.

Verso il “superimperialismo”?

12) II fatto che nel prossimo periodo il
mondo non sia pi
ù diviso in blocchi imperialisti, che una sola potenza - gli USA
- eserciti la "leadership" mondiale, non significa per nulla che oggi
sia corretta la tesi del "super-imp
érialismo" (o
"ultraimperialismo") quale fu sviluppata da Kautsky nel corso della
prima guerra mondiale. Questa tesi era stata elaborata prima della guerra dalla
corrente opportunista che si sviluppava nella Socialdemocrazia. Essa trovava la
sua radice nella visione gradualista e riformista secondo cui le
con-traddizioni (tra classi e tra nazioni) nel seno della soci
étà capitalista erano destinate ad attenuarsi
sino a scomparire. La tesi di
Kautsky supponeva che i diff
érenti settori del capitale finanziario
internazionale fossero capaci di unificarsi per stabilire una dominazione
stabile e pacifica sull'insieme del mondo. Questa tesi, che si presentava come
"marxista", fu naturalmente combattuta da tutti i rivoluzionari, ed
in particolare da Lenin (vedi in particolare "L'imp
erialismo,
fase suprema del capitalismo
"), che mise in evidenza che un capitalismo senza
sfruttamento e concorrenza tra capitali non
è più capitalismo. E' chiaro che questa
posizione rivoluzionaria resta del tutto valida oggi.

Allo stesso modo, la nostra analisi non può
essere confusa con quella sviluppata da Chaulieu (Castoriadis), uno dei
principali animatori del vecchio gruppo francese "Socialisme ou barbarie", che aveva almeno il vantaggio di
essere esplicita nel rigetto del marxismo. Secondo questa analisi il mondo si
sarebbe incamminato verso un "Terzo sistema", non nell'armonia cara
ai riformisti, ma attraverso brutali convulsioni. Ogni guerra mondiale conduce
all'eliminazione di una grande potenza. La terza guerra mondiale era chiamata a non lasciare in piazza che un solo
blocco che avrebbe fatto
regnare il suo ordine su un mondo dove le crisi economiche sarebbero scomparse
e nel quale lo sfruttamento capitalista della forza lavoro sarebbe stato
rimpiazzato da una sorta di schiavit
ù, un regno dei "dominanti" sui
"dominati".

Il mondo d'oggi, dopo il crollo del blocco
dell'est e quale si pr
ésenta di fronte alla decomposizione, non
resta meno capitalista. Crisi economica insolubile e sempre pi
ù profonda, sfruttamento sempre più féroce della forza lavoro, dittatura della
legge del valore, inasprimento della concorrenza tra capitali e degli
antagonismi imperialisti tra nazioni, regno del militarismo senza freni,
distruzioni massicce e massacri
a catena: ecco la sola realt
à che esso può offrire. E come unica prospettiva la
distruzione dell'umanit
à.

Il proletariato di fronte alla guerra
imperialista

13) Più che mai dunque la questione della guerra
resta centrale nella vita del capitalismo e costituisce, di conseguenza, un elemento
fondamentale per la classe operaia. L'importanza di questa questione non
è evidentemente nuova. Essa era già centrale
sin dalla prima guerra mondiale (come messo in evidenza dai congressi
internazionali di Stoccarda nel 1907 e di Basilea nel 1912). Essa diventa
ancora pi
ù decisiva, evidentemente, nel corso del primo macello
imperialista, come messo in evidenza dall'azione di Lenin, di Rosa Luxemburg,
di Liebcnecht, nonch
é dalla rivoluzione in Russia e Germania.
Essa conserva tutta la sua acutezza tra le due guerre mondiali, in particolare
durante la guerra di Spagna, senza parlare, evidentemente, dell'importanza che
essa riveste nel corso del pi
ù grande olocausto di questo secolo, tra il
1939 e il 1945. Essa ha conservato infine tutta la sua importanza nel corso
delle diff
erenti guerre di "liberazione nazionale" dopo il 1945,
momenti dello scontro tra i due
blocchi imperialisti. Nei fatti, dopo l'inizio del secolo, la guerra è stata la questione pi
ù decisiva che abbia affrontato il
proletariato e le sue minoranze rivoluzionarie, molto prima della questione
sindacale o parlamentare, per esempio. E non poteva che essere cosi nella
misura in cui la guerra costituisce la forma pi
ù concentrata della barbarie del capitalismo
d
écadente,
quella che esprime la sua agonia e la minaccia che fa pesare sulla
sopravvivenza dell'umanit
à.

Nel periodo attuale in cui, più ancora che nei decenni passati, la
barbarie guerriera sar
à un dato permanente e onnipresente della situazione mondiale, implicando in modo
crescente i paesi sviluppati (nei soli limiti che potr
à fissarle il proletariato di questi paesi),
la questione della guerra
è ancora più essenziale per la classe operaia. E' noto
che la CCI ha messo in evidenza da molto tempo che, contrariamente al passato,
lo sviluppo di una prossima ondata rivoluzionaria non verrà fuori dalla guerra,
ma dall'aggravamento della crisi economica. Questa analisi resta del tutto
valida: le mobilitazioni operaie, i punti di partenza dei grandi scontri di
classe, proverranno dagli attacchi economici. Nello stesso modo, sul piano
della presa di coscienza, 1'aggravamento della crisi sar
à un fattore fondamentale rivelando il
fallimento storico del modo di produzione capitalista. Ma, proprio su questo
piano della presa di coscienza, la questione della guerra
è chiamata, ancora una volta, a giocare un
ruolo di prim'ordine:

  • mettendo
    in rilievo le conseguenze fondamentali di questo fallimento storico: la
    distruzione dell'umanit
    à;
  • costituendo
    la sola conseguenza obbiettiva della crisi, della decadenza e della
    decomposizione che il proletariato possa fin d'oro limitare (all'opposto
    delle altre manifestazioni della decomposizione) nella misura in cui nei
    paesi centrali esso non
    è schierato, all'ora attuale, dietro le
    bandiere nazion
    aliste.

L'impatto della guerra sulla coscienza di
classe

14) E' vero che la guerra può essere
utilizzata contro la classe operaia molto pi
ù facilmente che la stessa crisi e gli
attacchi economici perch
é:

  • può
    favorire lo sviluppo del pacifismo
  • può
    dare alla classe un sentimento di impotenza, permettendo alla borghesia di
    piazzare i suoi attacchi economici.

D'altronde è ciò che è successo finora con la guerra del Golfo.
Ma questo tipo di impatto non pu
ò che essere limitato nel tempo. Più a lungo termine:

  • con
    la permanenza della barbarie guerriera che mette in rilievo tutta la vanit
    à dei discorsi pacifisti,
  • con
    la messa in evidenza del fatto che la classe operaia
    è la principale vittima di questa
    barbarie, che
    è lei che ne paga i costi come carne da
    cannone e con uno sfruttamento maggiore,
  • con
    la ripresa della combattivit
    à di fronte agli attacchi economici
    sempre pi
    ù massicci e brutali,

la tendenza non potrà che rovesciarsi. E tocca evidentemente ai
rivoluzionari essere al primo posto di questa presa di coscienza: la loro
responsabilit
à sarà sempre più decisiva.

15) Nell'attuale situazione storica,
l'intervento dei comunisti all'interno della classe
è
determinato,
oltre che dall'aggravarsi considerevole della crisi economica e degli attacchi
che ne risultano contro l'insieme del proletariato, da:

  • l'importanza
    fondamentale della questione della guerra,
  • il
    ruolo d
    ecisivo dei rivoluzionari nella presa
    di coscienza da parte della classe della gravità della posta in gioco pr
    esente.

E’ importante dunque che questa questione
figuri in permanenza in primo piano nella propaganda dei rivoluzionari. E nei
periodi, come quelli attuali, in cui questa questione si trova nei primi piani
dell'attualit
à internazionale, è importante che essi mettano a profitto la
particolare sensibilizzazione degli op
erai a questo riguardo, dandovi una priorità ed una insistenza tutta particolare.

In particolare, le organizzazioni
rivoluzionarie avranno il dovere di vegliare e:

  • denunciare
    le manovre dei sindacati che fingono di chiamare p
    er delle lotte economiche per meglio
    far passare la politica di guerra (per esempio, nel nome d'una
    "giusta divisione" dei sacrifici tra op
    érai e padroni);
  • denunciare
    con forza l'ipocrisia ripugnante dei "gauchistes" che, in nome
    "dell'internazionalismo" e della "lotta contro
    l'imperialismo", chiamano nei fatti a sostenere uno dei campi
    imperialisti;
  • mostrare
    la vera natura d
    elle campagne pacifiste, che
    costituiscono un mezzo privilegiato per smobilitare la classe operaia
    nella sua lotta contro il capitalismo, trattenendola sul putrido terreno
    dell'interclassismo;
  • sottolineare
    tutta la gravita della posta in gioco pr
    ésente, soprattutto comprendendo
    pienamente tutte le implicazioni dei cambiamenti considerevoli che sta
    subendo il mondo, e particolarmente il periodo di caos nel quale
    è
    entrato.

CCI,
4 Ottobre 1990


[1] Vedi “Guerra,
militarismo e blocchi imperialisti” nella Revue
internationale
n°52 e n°53.

[2] Per 1'analisi
della CCI sulla questione della decomposizione, vedi Rivista Internazionale n°14.

[3] E' tuttavia importante
sottolineare una differenza notevole tra capitalismo di Stato e blocchi
imperialisti. Il primo non può essere rimesso in causa dai conflitti tra le
diverse frazioni della classe capitalista (altrimenti è la guerra civile, che
può caratterizzare certe zone arretrate del capitalismo, ma non i suoi settori
più avanzati): come regola générale è lo Stato, rappresentante dell'insieme del
capitale nazionale, che riesce ad imporre la sua autorità alle diverse
componenti di quest'ultimo. I blocchi imperialisti, invece, non presentano lo
stesso carattere di perennità. In primo luogo essi non si costituiscono che in
vista della guerra mondiale: in un periodo in cui questa non è momentanéamente
all'ordine del giorno (come nel corso degli anni '20), essi possono anche scomparire. In seconde luogo non
esiste, per ogni Stato, alcuna "predestinazione" definitiva per
questo o quel blocco: è a seconda delle circostanze che i blocchi si
costituiscono, in funzione di criteri economici, geografici, militari,
politici, ecc. Perciò la storia presenta numerosi esempi di Stati che hanno
cambiato blocco in seguito alla modifica di uno di questi fattori. Questa
differenza tra lo Stato capitalista e i blocchi non ha niente di misterioso.
Essa corrisponde al fatto che il livello più alto di unità al quale la
borghesia possa pervenire è quello della nazione, nella misura in cui lo Stato
nazionale è per eccellenza lo strumento della difesa dei suoi interessi
(mantenimento dell’”ordine”, commesse, politica monetaria, protezione doganale,
ecc.). E’ perciò che un’alleanza in seno a un blocco imperialista non è altro
che un conglomerato di interessi nazionali fondamentalmente antagonisti,
destinato a preservare questi interessi nazionali nella giungla internazionale.
Decidendo di allinearsi ad un blocco piuttosto che ad un altro, una borghesia
non ha altra preoccupazione che garantire i suoi interessi nazionali. In fin
dei conti anche se possiamo considerare il capitalismo come un’entità globale,
bisogna sempre ricordare che esso esiste, concretamente, sotto forma di
capitali concorrenti e rivali.

[4] In realtà è lo
stesso modo di produzione capitalista che, nella sua decadenza e ancor più
nella sua fase di decomposizione, costituisce un’aberrazione dal punto di vista
degli interessi dell’umanità. Ma in questa agonia barbara del capitalismo
alcune sue forme, come lo stalinismo, prendendo origine da circostanze storiche
particolari, comportano delle caratteristiche che le rendono ancora più
vulnerabili e le condannano a scomparire prima che sia l’insieme del sistema ad
essere distrutto dalla rivoluzione proletaria o in seguito alla distruzione
dell’umanità.

[5] In questo
senso, il modo in cui sarà garantito l’”ordine” del mondo nel nuovo periodo
tenderà sempre più a somigliare al modo in cui l’URSS manteneva l’ordine nel
suo vecchio blocco: con il terrore e la forza delle armi. Nel periodo di
decomposizione, e con l’aggravarsi delle convulsioni economiche del capitale in
agonia, sono le forme più brutali e barbare dei rapporti tra Stati che tenderanno
a diventare la regola per tutti i paesi del mondo.

[6] Nei fatti, le
ragioni per cui la Russia non poteva rappresentare una locomotiva per la
rivoluzione mondiale (è per questa ragione che i rivoluzionari come Lenin e
Trotsky aspettavano la rivoluzione in Germania perché essa prendesse a
rimorchio la rivoluzione russa), erano le stesse che ne facevano un candidato
del tutto inadatto al ruolo di testa di blocco.

[7] Un’altra
ragione per cui gli alleati hanno dato all’URSS una piena disponibilità dei
paesi dell’Europa centrale risiede nel fatto che essi contavano su questa
potenza per farne la “polizia” contro il proletariato di questa regione. La
storia ha

mostrato (a Varsavia, precisamente) come questa fiducia era meritata.

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