Movimenti sociali, guerre imperialiste… una sola alternativa: socialismo o barbarie

Da
un lato, l’ascesa delle tensioni imperialiste e guerriere che si esprimono in
Siria e nel Sahel anche se in misura minore. Dall’altro, un’ascesa della
collera sociale che è esplosa quasi simultaneamente in Turchia ed in Brasile,
due paesi sotto regimi pretesi alquanto differenti. L’alternativa posta dal
capitalismo non potrebbe essere espressa più chiaramente: guerra imperialista o
lotta di classe, desolazione o solidarietà, … barbarie o socialismo!

 

In
Siria, per esempio, la guerra ed i massacri a cui sono esposte le popolazioni
(più di 100.000 morti in quindici mesi) illustrano tutto l’orrore e la barbarie
di un sistema agonizzante. Traducono la situazione drammatica in cui sono
immersi milioni di proletari, coinvolti nello scatenamento di scontri tra
cricche borghesi sostenute da ogni grande potenza. Presi in ostaggio, non
possono costituire una forza sufficiente per potere giocare anche minimamente
un loro ruolo particolare ed a maggior ragione liberare la loro prospettiva.
Purtroppo, il corollario di questa situazione è che, come in una parte
crescente del Medio Oriente o dell’Africa, la gioventù sfruttata, ritrovandosi
arruolata massicciamente in uno o l’altro dei campi opposti, è ridotta a carne
da cannone.

All’opposto,
in Turchia come in Brasile[1],
centinaia di migliaia di proletari sofferenti, attualmente si organizzano e
lottano. Sono capaci di suscitare un immenso slancio di solidarietà e di
protesta. In prima linea, le giovani generazioni si richiamano e si ispirano
fortemente ai movimenti degli Indignati in Spagna, pur dovendo affrontare una
repressione feroce sia da un governo islamico retrogrado che da un potere
tenuto dalla sinistra. Una sinistra che si vanta di essere la più “radicale” e “progressista”,
una variante del famoso “socialismo del XXI secolo” in voga in America latina,
e che pretende fare del Brasile un modello di paese emergente tale da tirare fuori
la maggioranza della popolazione dalla sua immensa povertà. Anche se in
Brasile, il rifiuto dell’aumento del biglietto dei trasporti pubblici è servito
da detonatore/unificatore del movimento, questo non si è ridotto a
rivendicazioni strettamente economiche. Alla stessa stregua del governo
francese che cercando di imporre il CPE (Contratto di primo impiego) ha dovuto
fare retromarcia di fronte alla mobilitazione dei giovani proletari nel 2006, l’indietreggiamento
spettacolare del governo brasiliano, costretto dalla pressione a rinunciare a
questo attacco, non è bastato ad arginare la mobilitazione perché quest’ultima è
espressione di un profondo malcontento. L’esempio della Turchia è ancora più
edificante. Vi si trova, oltre una continuità con la lotta degli operai della
Tekel nel 2008, che aveva già dimostrato in modo ancora embrionale tutto un
potenziale di combattività e di solidarietà al di là delle stesse divisioni
inter-etniche alimentate dalla borghesia, il rigetto di una gogna e un’oppressione
culturale ed ideologica insopportabile, in particolare tra le nuove generazioni
di proletari all’avanguardia del movimento. I valori morali oscurantisti ed
autoritari incarnati dal governo pro-islamico di Erdogan, i suoi atteggiamenti
provocatori che provocano radicalizzazione ed estensione del movimento di fronte
alla repressione, rafforzano la potente inspirazione alla dignità. A dispetto
del peso della violenza e della decomposizione sociale, più che verso la
Primavera araba facilmente recuperata dai religiosi, la protesta dei giovani
proletari in Turchia, impregnata questi ultimi mesi da un contesto di lotte
operaie importanti nei grandi centri industriali del paese ed influenzata dalla
sua esperienza laica dopo Mustapha Kemal Atatürk, si iscrive, malgrado tutte le
debolezze che esprime, in una dinamica profonda ed in linea con il movimento
degli Indignati, degli Occupy e di Maggio 1968. Vi attinge le sue più vive
risorse, di fronte ad un mondo di miseria, di oppressione ideologica e di
sfruttamento, proprio come il movimento sociale in Brasile che si è egualmente
e nettamente smarcato dalla religione di Stato e dalla sacra unione nazionale
intorno al “Dio calcio” (prendendo di mira le spese esorbitanti dello Stato per
i preparativi della Coppa del Mondo). Questa intensa agitazione, questo rombo
fremente venuto dalle viscere della società imputridita traduce una stessa aspirazione,
una stessa speranza. Essa è portata dalle giovani generazioni combattive, figli
di proletari meno segnati rispetto ai loro padri dal peso delle sconfitte,
dallo stalinismo ed in generale dalla controrivoluzione. Reagiscono e chiamano
così agli assembramenti di massa o alle mobilitazioni attraverso portatili e social
network, come Twitter. Dal profondo delle favelas a nord di Rio, alle
gigantesche manifestazioni in tutte le grandi città brasiliane, fino a piazza
Taksim ed alle assemblee aperte al dibattito pubblico nei parchi di Istanbul o
presso gli studenti cileni, aspirano ad un altro tipo di rapporti sociali, dove
non si è più disprezzati né trattati come bestie da soma.

Questi
movimenti annunciano un nuovo periodo per il futuro, quello di una scossa in
profondità che risuona come mezzo e promessa per sfuggire alla rassegnazione ed
alla logica di concorrenza propria del capitalismo. Essi si pongono sullo
stesso terreno dei paesi del centro storico del capitalismo dove, pur essendo
presente lo stesso degrado delle condizioni di esistenza, la classe operaia non
riesce ancora a prendere la strada di lotte massicce, in grande parte perché confrontata
ad una borghesia molto esperta ed organizzata. Ma fin da ora è verso questa
classe operaia dei paesi centrali, in particolare d’Europa, che si portano gli
sguardi delle mobilitazioni attuali, perché essa rappresenta la parte del
proletariato mondiale più concentrata, più esperta e la più rotta alle trappole
ed alle più sofisticate mistificazioni tese dal nemico, come la democrazia o la
libertà sindacale. I metodi di lotta che questa è potenzialmente capace di riproporre,
come le assemblee generali di massa ed autonome, sono vere armi per l’insieme
del proletariato internazionale. Dalla loro avvio dipenderà l’avvenire dell’umanità
intera.

Wim,
26 giugno


[1] Per la Turchia vedi “Movimento
sociale in Turchia: il rimedio contro il terrore di Stato non è la democrazia”,
per il Brasile “Manifestazioni contro l’aumento del prezzo dei trasporti in
Brasile: la repressione poliziesca provoca la collera della gioventù”.