Come affrontare gli aspetti dell’economia in una società comunista?

Pubblichiamo qui di seguito un
nostro contributo al dibattito che si è sviluppato sul nostro forum[1]
in lingua spagnola a proposito dei criteri che dovrebbero essere alla base
dell’economia in una futura società comunista.

Il calcolo economico nel comunismo

Il compagno Graccus
ha postato sul nostro forum un commento che contiene un link ad un sito dove viene
posta la questione del calcolo economico nel comunismo:

http://icorsoc.blogspot.com.es/2012/07/debate-sobre-el-calculo-economico-en-el.html

Su questo
sito c’è un punto di partenza giusto: “Innanzitutto
dobbiamo fare una serie di considerazioni: la confusione e la mistificazione storica
intorno al termine ‘socialismo’. Evidentemente non consideriamo tali le società
di Capitalismo di Stato (Collettivismo di Stato secondo altri, in ogni caso società
di sfruttamento) che a questo si rivendicavano (URSS, Paesi dell’Est, Cina...)”
.

Qualsiasi
discussione sulla società futura deve avere come premessa che in URSS, Cina,
Cuba o Corea del Nord, non c’è mai stato comunismo né nulla che gli
assomigliasse, ciò che impera in questi paesi - in URSS fino al suo crollo - è
una forma particolare della tendenza generale verso il Capitalismo di Stato.

Il compagno
sottolinea che “la realizzazione della
società socialista-comunista presuppone il superamento dello sfruttamento e
della legge del valore; vale a dire del sistema del lavoro salariato, con la
conseguente abolizione non solo del mercato ma anche del denaro e l’acquisizione
dei beni in funzione del loro valore d’uso”
. E anche su questo siamo d’accordo.
La società comunista è una società senza Stato, senza sfruttamento e senza
confini, è basato sulla comunità umana globale, cioè l’umanità unificata che ha
abolito la divisione in classi sociali. La produzione è concepita a scala
mondiale e non secondo le leggi della concorrenza tra nazioni o tra aziende; il
suo obiettivo è la piena soddisfazione dei bisogni umani e il pieno sviluppo
naturale. Cioè è orientata alla produzione di valori d’uso e non di valori di
scambio (merci).

Il compagno
sottolinea che “l’economia socialista pienamente
sviluppata (non si tratta di un ritorno al comunismo primitivo) dove partire
dal livello di sviluppo delle forze produttive apportato dal capitalismo.
Quindi, una ‘associazione di produttori liberi’ non può evitare calcoli
relativi a problemi quali le necessità, le forze produttive disponibili, la
corretta assegnazione delle risorse”
. Questo è globalmente vero, come anche
il fatto che “l’economia socialista non può
prescindere dalla pianificazione e il calcolo, superando anche ogni sfruttamento
e ogni legame burocratico. E se si assume che il socialismo può essere solo una
società instaurata a livello mondiale, la complessità della rete di produzione aumenta”
.

Il compagno interviene
in questo dibattito sul calcolo economico nel socialismo con il seguente
obiettivo: “Questo dibattito è di
assoluta necessità come punto di partenza per qualsiasi movimento che pretenda
di trasformare veramente la società (ovviamente al meglio, poiché l’alternativa
contraria purtroppo non si può escludere). Perché senza un costante rinnovamento
teorico e un apprendimento della realtà oggettiva non è possibile una teoria
rivoluzionaria e senza teoria rivoluzionaria non c’è rivoluzione. È questo
enorme deficit teorico che attualmente permette alle classi dominanti di
applicare misure brutali nonostante le mobilitazioni di massa che, senza volerne
escluderne i meriti (15-M, lotte in Grecia, Occupy Wall Street) non sono
sufficienti quanto meno a far retrocedere di poco la determinazione dei ‘pesci
grossi’”
.

Siamo
pienamente d’accordo con il compagno sulla necessità di dotarsi di una solida
base programmatica e della cultura del dibattito, condividiamo il suo interesse
per la teoria e gli sviluppi scientifici e siamo d’accordo che entrambi sono di
vitale importanza per un avanzamento reale delle lotte proletarie verso una
prospettiva rivoluzionaria.

Il compagno
propone di iniziare un primo approccio al dibattito a partire dal seguente testo
riportato da Wikipedia:

http://es.wikipedia.org/wiki/Debate_sobre_el_c%C3%A1lculo_econ%C3%B3mico_en_el_socialismo

Purtroppo
questo testo non apporta la benché minima chiarezza, anzi proprio il contrario:
la sua tesi e i suoi calcoli si basano sull’identificazione tra il capitalismo
di Stato e il “socialismo”. Come illustrazione, vediamone due passaggi:

• il testo
inizia così: “La funzione del calcolo
economico in un’economia nazionale che coinvolge un numero molto elevato di
individui è stata interpretata in modi diversi da economisti pro-capitalismo di
diverso tipo ed economisti socialisti di diverso tipo”
. L’approccio
nazionale è proprio del capitalismo e non ha nulla a che fare con il comunismo che
o sarà mondiale o non sarà.

• Il testo
cita anche tre modelli possibili di dibattito sul calcolo economico: “capitalismo
di mercato”, “socialismo pianificato” e “socialismo di mercato”. In altri
termini, si tratta di un calcolo economico che si situa completamente sul
terreno del funzionamento dell’economia capitalistica, seppure con etichette
diverse: quella degli USA sarebbe un’economia “liberale”, l’ex-URSS sarebbe “economia
pianificata”, mentre la Cina “socialismo di mercato”. Vuota retorica per
nascondere che sono tutte capitalistiche!

Il testo di Wikipedia
fa riferimento a Oskar Lange, un economista stalinista, quindi è più che
giustificata la risposta che un altro compagno, Comunero, dà sempre sul nostro
forum (http://es.internationalism.org/node/3501#comment-1828):

“Vorrei fare una puntualizzazione
sull’articolo a cui si fa riferimento: quando Lange parla di socialismo si sta riferendo
al capitalismo di Stato (basta vedere il fatto che prende come esempio della
superiorità del socialismo rispetto al capitalismo le “conquiste” dell’URSS
degli anni trenta), lo stesso dà ad intendere in ogni descrizione che fa del
suo ‘socialismo’ e quando cita Kautsky parlando dell’impossibilità di
raggiungere la seconda fase del comunismo.

Lange utilizza un tipo di analisi
che non tiene conto del processo di produzione e respinge espressamente l’analisi
marxista, come ad esempio l’esistenza della legge del valore.

In definitiva credo che la verbosità
di questo tipo di “economisti” dovrebbe essere lasciata da parte in una discussione
di questo genere, soprattutto quando questi “economisti” non riconoscono l’esistenza
delle classi né le sue implicazioni politiche”
.

Il dibattito della Sinistra comunista
negli anni trenta

A nostro
parere il dibattito non dovrebbe essere incentrato sul terreno del calcolo
economico della riproduzione del capitalismo (senza entrare nel merito della validità
scientifica, in molti casi discutibile, delle teorie relative).

Nella
società comunista sarà necessario un calcolo economico? È evidente che l’umanità
ricorrerà a metodi scientifici di pianificazione, organizzazione e
distribuzione della produzione. Quali saranno questi metodi? Su quali unità di
misura ci si baserà?

Suggeriamo
di analizzare criticamente il contributo dei Comunisti dei Consigli Olandesi,
in particolare del GIK - Gruppo di Comunisti Internazionali. Questo gruppo nel
1930 scrisse il testo Principi
fondamentali della produzione e della distribuzione comunista
, conosciuto
come “Grund-prinzipien”, dove si difende l’idea che la misura del tempo di
lavoro costituisce la base per il calcolo della produzione e di un’equa
distribuzione dei beni di consumo.

Questa posizione
suscitò un dibattito al quale parteciparono Bilan
- organo della Sinistra comunista italiana[2]
- e Pannekoek[3].

Lo studio di
questo dibattito è raccolto nel nostro libro La Sinistra olandese: contributo ad una storia del movimento
rivoluzionario
. Questo libro è disponibile al momento solo in inglese e
francese, per questo ne riassumiamo qui i tratti essenziali esponendo in
successione la posizione del GIK, di Pannekoek e la nostra[4]

La posizione del GIK

Il GIK parte
da una visione economicistica: “Considerando
che la lotta di classe del proletariato è essenzialmente di natura economica
(...) Il dominio del proletariato sulle forze produttive nella rivoluzione è la
questione primaria. La dittatura del proletariato, attraverso il
‘consiliarismo’, è una dittatura economica prima ancora che politica”
[5].

Secondo i “Grund-prinzipien”
la causa della sconfitta della rivoluzione in Russia nel 1917 è stata la negligenza
o la sottovalutazione del terreno economico: “La Russia ha cercato per quanto riguarda l’industria di edificare la
vita economica secondo i principi comunisti ed in questo ha fallito
completamente”
[6].

Le lezioni che
invece trae la Sinistra comunista dalla Rivoluzione russa non vengono considerate
valide dal GIK. La più importante, cioè il fallimento dell’estensione della
rivoluzione a livello mondiale, viene scartata in un sol colpo: “Né l’assenza di rivoluzione mondiale né l’inadeguatezza
della singola azienda agricola rurale alla gestione statale possono essere considerate
responsabili del fallimento della rivoluzione russa nel dominio economico”
[7].
La stessa sottovalutazione si manifesta rispetto al ruolo negativo dello Stato
che nasce dopo la rivoluzione: “Sembra
che non ci sia problema con l’esistenza di uno Stato (o semi-Stato) nel periodo
di transizione verso il comunismo. La sua stessa esistenza, la sua caratterizzazione
(Stato “proletariato” o “male” che eredita il proletariato) non si pone mai.
Questi problemi sono praticamente scomparsi”
[8].

Per il GIK
tutto si riduce al controllo dell’economia da parte del proletariato: “Si tratta soprattutto del fatto che i
produttori controllino e distribuiscano il prodotto sociale in modo egualitario
ad ognuno e mediante un’autorità esercitata dal basso (...) La soluzione
secondo il GIK risiede nel calcolo del costo di produzione misurato in tempo di
lavoro delle imprese in relazione alla quantità di beni sociali creati.
Certamente, secondo la produttività delle rispettive imprese, per lo stesso
prodotto la quantità di lavoro necessario per la sua produzione non è uguale. Ma
per risolvere il problema basta calcolare il tempo di lavoro sociale medio di
produzione per ogni prodotto. La quantità di lavoro delle imprese più produttive
che superano la media sociale verrebbe versata a un Fondo Comune,
questo si
incaricherebbe di collocarla, al livello medio, alle imprese meno produttive.
Questo servirebbe, contemporaneamente, a introdurre il progresso
tecnologico necessario per lo sviluppo della produttività delle aziende di un
determinato ramo, in modo da ridurre il tempo medio di produzione”
[9].

Secondo il
GIK questo sistema porrebbe fine al predominio della legge del valore sull’economia:
“I prodotti non circolerebbero secondo il
loro valore di scambio, soggetti al modello universale del denaro. D’altra
parte, con la costituzione di un centro di contabilità e statistica “neutrale”,
non separato dai Consigli, ma indipendente da qualsiasi gruppo di persone o
qualsiasi istanza di carattere centrale, la nuova società sfuggirebbe al
pericolo della formazione di una burocrazia parassitaria che si appropria di
una parte del prodotto sociale”
[10].

La risposta di Pannekoek

Pannekoek, legato
come il GIK al Comunismo dei Consigli, condivide con questo una stessa visione
economicistica, perché per lui “La tradizione
significa dominio dell’economia da parte della politica. Quello che i
lavoratori devono portare avanti è il dominio sulla politica da parte
dell’economia”
[11].
Tuttavia, non condivide completamente le tesi dei “Grund-prinzipien” e infatti si
rifiutò di scrivere una prefazione alla pubblicazione di questo libro. Anni dopo,
nel 1946, nella sua opera I Consigli
Operai
cerca di definire la propria posizione.

Questa
condivide con il GIK la tendenza a vedere tutto ridotto all’aspetto economico: “Nel nuovo sistema di produzione, il dato
fondamentale è il numero di ore di lavoro, sia se espresso inizialmente in
unità monetaria o nella sua forma reale”
, per trarre la conclusione che “la contabilità generale, che riguarda e
abbraccia le amministrazioni delle diverse imprese le riunirà tutte in una
tabella del processo economico della società. L’organizzazione sociale della
produzione ha come base una buona gestione mediante statistiche e dati
contabili. Il processo di produzione è sotto gli occhi di tutti sotto forma di
un’immagine numerica semplice e intellegibile”
[12].

Come il GIK,
Pannekoek ignora il difficile problema della persistenza dello Stato dopo la
rivoluzione, lasciando intendere che il tutto si risolverebbe con un
decentramento del potere statale in una molteplicità di poteri costituiti da “comunità
operaie di fabbrica”: “Tutto il potere
appartiene ai lavoratori stessi. Laddove sia necessario l’esercizio del potere -
contro disordini o attacchi all’ordine esistente – il potere emana dalle
comunità operaie nelle fabbriche e rimane sotto il loro controllo”
[13].

Ora, rispetto
alla visione del GIK, la posizione di Pannekoek è molto più realistica. Per il GIK
la presa del potere del proletariato in un paese permette “di mettersi a costruire
il comunismo” immediatamente, dando per scontato che è già scomparsa l’influenza
dei rapporti capitalistici di produzione sul “territorio liberato”. Invece per Pannekoek
“All’inizio del periodo di transizione,
quando si tratta di risollevare un’economia in rovina, il problema essenziale è
mettere in piedi l’apparato produttivo e garantire l’esistenza immediata della
popolazione. È molto probabile che in queste condizioni si continui a ripartire
in modo uniforme i prodotti alimentari, come si fa in tempo di guerra o
carestia. Ma è più probabile che in questa fase di ricostruzione, dove tutte le
forze disponibili devono essere impiegate a fondo e dove i nuovi principi
morali del lavoro in comune prendono forma in modo graduale, il diritto al
consumo è vincolato all’adempimento di un lavoro. Il vecchio detto popolare che
chi non lavora non mangia esprime un sentimento istintivo di giustizia”
[14].

Quello che Pannekoek
ricorda è che il comunismo non potrà sorgere immediatamente dopo la presa del
potere del proletariato in un paese. Sostenere un’idea simile porta
inevitabilmente al concetto stalinista del “socialismo in un paese”, il che,
qualsiasi sia l’etichetta che si dà la società che si trasforma, conduce
necessariamente al ritorno all’ovile del capitalismo. Ma è necessario andare
oltre: dopo il rovesciamento del potere borghese in tutti i paesi si apre un periodo di transizione dove, per porre le
basi del comunismo, il proletariato deve condurre una dura lotta contro i resti
della legge del valore capitalista, contro i residui della divisione in classi
sociali e contro la conseguenza di tutto il passato che è la persistenza dello Stato.

Su questa
linea, Pannekoek critica anche la pretesa del GIK che il pagare a ciascun
lavoratore secondo le sue ore di lavoro costituisca un’equa distribuzione del
consumo. Come diciamo nel nostro libro, Pannekoek “Nel rifiutare un “uguale diritto” nella distribuzione del consumo, è
più vicino alla posizione di Marx nella sua
Critica del programma di Ghota.
Questa mostrava, infatti, che una
distribuzione uguale basata sull’orario di lavoro portava necessariamente a nuove
disuguaglianze, perché i produttori differiscono uno dall’altro sia per
capacità di lavoro che per condizioni fisiche e famigliari”
[15].

La nostra posizione

La nostra
posizione[16]
cerca di seguire le linee di analisi tracciate da Bilan. La riflessione su come potrà essere la futura società
comunista ha due punti di origine:

• la
comprensione profonda delle contraddizioni che portano al fallimento del
capitalismo, così come la natura e la dinamica della classe rivoluzionaria, il
proletariato;

• l’analisi
critica delle esperienze storiche vissute dal proletariato nei suoi tentativi
rivoluzionari: la Comune di Parigi, la Rivoluzione russa e l’ondata
rivoluzionaria mondiale del 1917-23.

Da questo
punto di partenza, il nostro libro sottolinea le nostre divergenze con il GIK.
In primo luogo, “Il GIK pensa che sia immediatamente
possibile, dopo la presa del potere da parte dei Consigli operai in un dato
paese, la costruzione del comunismo nella sua forma più evoluta. Esso parte da
una situazione ideale, dove il proletariato vittorioso si impadronisce
dell’apparato produttivo di paesi altamente sviluppati che non hanno subito le
devastazioni di una guerra civile”
[17].

Ignorare la
realtà significa condannarsi ad essere prigioniera di questa. Il  tentativo rivoluzionario mondiale del 1917-23,
si scontrò, soprattutto in Russia, con le conseguenze terribili della Prima
guerra mondiale e quasi senza tregua con gli effetti ancora più traumatici di
una brutale guerra civile (1918-21) guidata da Gran Bretagna, USA, Francia e
Giappone. Nella nostra epoca, stiamo verificando come interi continenti, vedi
l’Africa, siano stati ormai abbandonati nell’abisso dalla crisi capitalista, crisi
che ora sta spazzando via come uno tsunami le economie considerate “privilegiate”.
Per non parlare delle guerre imperialiste, dei disastri ambientali e della barbarie
morale dilagante che, come un altro tsunami ancora più pericoloso per i suoi
effetti profondi, riguarda tutta l’umanità! È serio pensare che in tali
condizioni si possa impostare la costruzione immediata del comunismo? Peggio
ancora sarebbe pretendere di isolarsi dal mondo, rinchiudersi nel paese “conquistato”
e mettersi a costruire solo qui, il “comunismo”.

In secondo
luogo, “Il GIK dà una forma automatica e
quasi naturale all’edificazione della società comunista. Questa non sarebbe il
risultato di un lungo processo contraddittorio di lotta di classe per il
dominio del semi-Stato contro le forze conservatrici, ma il frutto di uno
sviluppo lineare e armonioso, praticamente matematico”
[18].
Nella transizione dal capitalismo al comunismo, la lotta di classe continua:
contro i resti della borghesia sconfitta e soprattutto contro il semi-Stato.
Quest’ultimo infatti è un’arma a doppio taglio: mentre è essenziale per
eliminare i resti della borghesia sconfitta e integrare gli strati sociali non
sfruttatori, è contemporaneamente il luogo di concentramento di tutte le forze
che vogliono mantenere lo status quo, che tentano di espropriare il
proletariato della sua autorganizzazione e così chiudere il percorso verso il
comunismo.

Ma nello
specifico, analizzando la tesi del calcolo del tempo di lavoro come misura di
organizzazione della produzione e della distribuzione, si vede che questa
presenta un difetto scientifico importante: questo è un sistema che “reintroduce la legge del valore, dando un
valore contabile e non sociale al tempo di lavoro necessario per la produzione.
Il GIK si contrappone a Marx per il quale il metro di valutazione nella società
comunista non è il tempo di lavoro ma il tempo disponibile, quello del tempo
libero disponibile”
[19].
Attraverso una lunga lotta, nel periodo di transizione che segue alla
distruzione dello Stato capitalista in tutti i paesi, si vanno costruendo le
basi per recuperare quello che il capitalismo portava in germe, ma che dopo un
secolo di decadenza gli è impossibile sviluppare: la società dell’abbondanza,
uno dei fondamenti del comunismo. Nel comunismo, “la vera ricchezza sarà la piena potenza produttiva di tutti gli
individui, il metro di valutazione non sarà più il tempo di lavoro, ma il tempo
a disposizione. Adottare il tempo di lavoro come misura della ricchezza vuol
dire basare la società sulla povertà; è volere che il tempo libero non esista
più che in e per opposizione al tempo di lavoro; è ridurre tutto il tempo esclusivamente
al tempo di lavoro”
[20].

Da dove iniziare?

Come abbiamo
detto all’inizio è molto valido l’interesse a voler capire come sarà la società
comunista per la quale lottiamo. Ebbene, dall’analisi del dibattito circa i
Grund-prinzipien si evince la chiara lezione che il punto di partenza devono
essere le questioni politiche: estensione mondiale della rivoluzione, mantenere
e sviluppare l’autorganizzazione del proletariato, rafforzare l’iniziativa e l’attività
autonoma delle masse operaie, lotta feroce contro il semi-Stato fino alla sua
completa estinzione.

Questa
preminenza della politica include necessariamente delle priorità vitali sul
terreno economico: la sistematica riduzione dell’orario di lavoro, il miglioramento
permanente delle condizioni di lavoro e di vita (alimentazione, salute,
cultura, istruzione, sicurezza e igiene sul lavoro, ecc.), in modo che il
proletariato possa godere della migliore situazione materiale possibile per
sviluppare la sua autorganizzazione, la sua autonomia politica, la sua
coscienza, la sua capacità di avanzare verso il comunismo.

“Di tutti gli strumenti di produzione,
la maggiore forza produttiva è la stessa classe rivoluzionaria”
dice Marx ne La miseria della filosofia[21].
L’autorganizzazione, lo sviluppo della coscienza, la solidarietà e la fiducia
reciproca in continuo sviluppo, l’iniziativa e la creatività delle masse
lavoratrici, la capacità di integrare con pazienza e spirito costruttivo gli
strati sociali non sfruttatori, tutto questo è il motore della marcia verso il
comunismo. Lo slogan “L’emancipazione dei
lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi”
, formulato dalla Prima Internazionale
(1864-76) non è retorico, esprime l’essenza della rivoluzione comunista. Ma questa
capacità della classe operaia necessita del rafforzamento, seppur lento e
graduale, delle sue condizioni di vita. Non si può pensare e agire insieme se i
lavoratori e le loro famiglie sono soggetti a un lavoro estenuante, alla
necessità di cercare disperatamente lavoro, cibo e quello che serve per vivere!

L’esperienza
del 1918-20 in Russia è molto istruttiva a questo proposito: le fabbriche chiudevano
in massa, il razionamento era feroce, lo sfruttamento dei lavoratori aumentò,
la classe operaia fu sottomessa alla militarizzazione e al taylorismo... Quello
che fu chiamato, creando ancora più confusione, “comunismo di guerra” contribuì
fatalmente all’indebolimento politico e sociale del proletariato e alla morte
dei Soviet dei lavoratori[22].

Quando
Pannekoek parla del primato dell’economia sulla politica applica alla
rivoluzione proletaria lo schema seguito dalle rivoluzioni borghesi. Nel lungo
periodo che va dalla metà del XV secolo fino alla fine del XVIII secolo, la
borghesia sviluppò rispetto al feudalesimo un potere economico enorme, era la
classe dominante della società in molti paesi europei dal punto di vista
economico. Da questa posizione poté realizzare lo “scacco matto” al potere
feudale attraverso rivoluzioni nazionali in paesi come la Gran Bretagna, nel
1640, o la Francia, nel 1789.

Oltre ad
essere mondiale, e mai nazionale, la rivoluzione proletaria segue lo schema
inverso: lotta politica per porre le basi di una società dove non ci sarà la produzione
mercantile, il lavoro salariato e lo sfruttamento. “Solo in un contesto in cui non esistono più classi né antagonismo di
classe, le evoluzioni sociali smetteranno di essere rivoluzioni politiche”
,
allora “la classe operaia sostituirà, nel
corso del suo sviluppo, la vecchia società civile con un’associazione che
escluderà le classi e il loro antagonismo; non ci sarà un potere politico
propriamente detto, poiché il potere politico è precisamente la concretizzazione
ufficiale dell’antagonismo nella società civile”
[23].


[2] Bilan, fondato nel 1933, fu l’organo della Sinistra comunista
italiana. Vedi il nostro libro La
Sinistra comunista italiana
1927-1952
che può essere richiesto al nostro indirizzo mail o postale.

[3] Antón Pannekoek (1873-1960) è stato un importante militante proletariato
che partecipò attivamente al movimento della Sinistra comunista internazionale.

[4] Il libro può essere acquistato sul nostro sito.

[5] Edizione francese del libro La
Sinistra olandese: contributo a una storia del movimento rivoluzionario,

capitolo VII, paragrafo I, pagina 182.

[6] Idem, capitolo VII; paragrafo 4, pagina 195.

[7] Idem, pagina 196.

[8] Idem, pagina 195.

[9] Idem, pagina 196.

[10] Idem.

[11] Idem, pagina 194.

[12] Idem, pagina 198.

[13] Idem. Notiamo che se ci sono “attacchi contro l’ordine costituito” è perché
persistono dei conflitti di classe che rendono necessario lo Stato proprio per reprimere
i tentativi di restaurare il capitalismo.

[14] Idem pagina 199.

[15] Idem.

[16] Per maggiori elementi sui problemi
economici del periodo di transizione dal capitalismo al comunismo vedi i numeri
127, 130, 132 e 134 della nostra Rivista
Internazionale
, in inglese, francese e spagnolo sul nostro sito.

[17] La Sinistra olandese, op. cit., pagina 196.

[18] Idem, pagina 197.

[19] Idem.

[20] Marx, Grundisse, tomo II.

[21] Capitolo II: La metafisica
dell’economia politica
.

[22] Vedi a questo
proposito l
a nostra
critica al FOR (Fomento Obrero Revolucionario) sul comunismo di guerra e le collettività
del 1936 in Spagna, entrambe espressioni, secondo questo gruppo, di “relazioni
non-capitaliste”: “Le confusioni del FOR sull’Ottobre 1917 e la Spagna 1936”, Rivista Internazionale n.25, disponibile
in inglese e francese sul nostro sito.

[23] Marx, op. cit., capitolo II: La
metafisica dell’economia politica

Patrimonio della Sinistra Comunista: 

Questioni teoriche: