Tolto Berlusconi, venuto Monti, restano la crisi e le batoste sulla pelle dei proletari. Come possiamo rispondere?

Testo della
presentazione alla Riunione Pubblica della CCI di febbraio 2012

In tutti i paesi
le imprese stanno licenziando massicciamente, la disoccupazione sta esplodendo
a livello mondiale. Sono all’ordine del giorno le notizie di chiusura di
aziende o di ridimensionamento del personale.

Ovunque nel
mondo assistiamo ad attacchi senza precedenti contro la classe operaia;
dappertutto governi di destra o di sinistra stanno imponendo manovre che
comportano tagli di bilancio brutali.

Il licenziamento
di 15.000 statali, la riduzione degli stipendi minimi del 20%, i tagli alle
pensioni superiori a 1200 euro e a quelle integrative, la vendita di beni pubblici
e il taglio della spesa sanitaria sono solo l’ultima tessera in Grecia di un
puzzle internazionale che si stringe sempre di più intorno agli strati sociali
più deboli.

E nonostante
tutto questo, dappertutto resta l’impossibilità per i giovani di poter contare
su una prospettiva che dia loro la possibilità di mettere su una famiglia,
avere dei figli, vivere la propria vita.

Tutto ciò sta
determinando un degrado crescente nelle condizioni di vita di milioni di
famiglie in tutto il mondo. Sempre più questa società regala precarietà e
miseria, non essendo in grado di assicurare a nessuno un futuro e una vita
degna di questo nome.

Dopo una lunga
campagna contro le banche, contri gli uomini della finanza, gli Stati e le
popolazioni spendaccione di qua o di là, ormai la borghesia comincia ad
ammettere che la crisi che stiamo vivendo è una crisi sistemica, come per dire
che è qualcosa che viene dall’alto, che non è colpa di nessuno e che pertanto
ce la dobbiamo tenere. Ma il suo acutizzarsi sta provocando problemi non solo
sul piano economico, ma anche politico, minando ulteriormente la coerenza della
classe politica borghese, favorendo un andare ognuno per proprio conto, quello
che noi riferiamo come decomposizione, provocando la caduta di governi di
destra e di sinistra, come in Spagna, in Grecia e in Italia (oltre a quello che
ha provocato nel nord Africa e in medio oriente), scuotendo fortemente anche
quelli statunitense e francese.

La borghesia italiana e la crisi

Da noi, la
gravità della crisi è diventata tale da costringere l’Europa a fare pressione
sull’Italia per un cambio di governo vista la perdita di credibilità sui
mercati finanziari del governo Berlusconi; cambio orchestrato dal capo dello
Stato che ha prima nominato Monti senatore a vita e poi gli ha conferito
l’incarico per formare un nuovo governo, come chiesto dall’Europa e dai mercati
finanziari.

Caso del tutto
inedito questo, visto che il governo Berlusconi non è mai stato sfiduciato dal
Parlamento ed era dunque legittimato a rimanere in carica nonostante le cose
andassero sempre peggio.

Tutto ciò, lo
ripetiamo, è proprio l’espressione della situazione di decomposizione in cui
versa la borghesia italiana, come abbiamo potuto constatare, nostro malgrado,
nelle ultime fasi del governo Berlusconi. Ormai questo governo aveva fatto il
suo tempo e una serie di settori della borghesia l’avevano ormai lasciato (tra
cui la stessa chiesa, la Confindustria e i sindacati ufficiali), tanto che lo
stesso Berlusconi è stato costretto a fare un passo indietro per non rischiare
di perdere il proprio consenso politico presso l’elettorato.

Ciò detto, c’è da
chiedersi in che misura l’intermezzo del governo Monti sarà capace di aiutare
l’apparato politico della borghesia a ritrovare una coerenza e un senso dello
Stato, tali da fargli reggere le redini del paese in momenti che saranno anche
più drammatici di quelli attuali. A giudicare da quello che succede, si può
dire che l’appoggio forzato di PD e PDL al governo Monti li mette in una
situazione di stallo, che certo non li favorisce, mentre dei due partiti che si
sono messi all’opposizione, IDV e Lega Nord, solo il primo sta recuperando
qualcosa mentre la Lega continua a perdere colpi ed è stata anche vicina ad una
spaccatura, pagando così il pedaggio di un appoggio forzato anche questo al
precedente governo Berlusconi.

E’ questo il
motivo per cui, anche se non possiamo certo escludere colpi di scena, la parte
più responsabile del capitale italiano ha interesse che il governo Monti duri fino
a fine legislatura, e non solo per promuovere gli interventi di economia per
“salvare” l’Italia, ma anche per permettere ai “politici” di recuperare una
credibilità. Da questo punto di vista il governo Monti si conferma per essere
un governo pienamente politico e non tecnico, un governo espressione degli
interessi della borghesia italiana e non solo il “governo dei banchieri”, come
da più parti si va dicendo.

Ma è veramente
credibile che con il governo Monti le cose si possano sanare? Che si possa
avere un “rilancio dell’economia italiana”, che sia possibile riottenere il
posto di lavoro perduto o trovarne uno nuovo, avere un salario decente, avere
una prospettiva migliore, che si possa avere un minimo di “giustizia sociale”?
A giudicare da quello che sta facendo il governo Monti, fase 1 e fase 2
comprese, il risultato non è soltanto deludente, ma assolutamente deprimente,
facendo svanire anche quelle deboli aspettative alimentate dai partiti di
sinistra che avevano per anni attribuito tutte le difficoltà economiche della
gente comune al governo Berlusconi. Ma la permanenza della crisi e le misure
prese da Monti stanno minando questa situazione di attesa e le critiche al
governo sono già presenti ed esplicite, nonostante che Monti sia là da soli
poci mesi. Questo potrebbe favorire una riflessione più di fondo all’interno
della classe. Peraltro ci si aspettava una maggiore equità delle misure, una
mazzata anche alle caste e ai privilegi, laddove Monti invece si è limitato ad attaccare
i soliti noti.

La risposta dei proletari alla crisi

Di fronte a
tutto questo, quale è la situazione della classe operaia e qual è lo stato d’animo
dei proletari?

Se si fa una
ricerca su internet si scopre un’Italia pervasa da lotte e da situazioni di
effervescenza sociale. Basti qui fare solo un rapidissimo cenno ad alcune delle
più note: i ferrovieri del binario 24 a Milano, i lavoratori della Esselunga di
Pioltello a Milano, quelli della FIAT di Termini Imerese, delle Ceramiche Ricchetti
di Mordano/Bologna,
della Jabil, ex Siemens Nokia a Cassina de’
Pecchi, Milano, la petroliera Marettimo Mednav, a Trapani, i precari della ricerca
dell’Ospedale Gaslini di Genova, e ci fermiamo qui, ma sono decine di migliaia
i proletari che stanno cercando di difendere il posto di lavoro ed il loro
futuro con le unghie e con i denti. A queste lotte va poi aggiunto tutto il
fermento che esiste nella società e che tocca tante altre figure di lavoratori
non necessariamente proletarie ma comunque portate alla fame dalla crisi
attuale, come tassisti, camionisti, pescatori, piccoli commercianti, partite
IVA, artigiani, contadini, allevatori, pastori, ecc. ecc.

Tuttavia queste
lotte non riescono ad avere un esito positivo anche perché non riescono ad
unirsi in un fronte unico. Perciò dobbiamo cominciare proprio da questo punto. Come
mai le manifestazioni di solidarietà e i momenti di incontro tra lavoratori in
lotta, che pure ci sono, non riescono a rompere l’isolamento dei proletari nel
proprio posto di lavoro, nella propria fabbrica, nella propria torre? Quali
sono i problemi che incontrano i proletari, quali sono gli ostacoli che hanno
di fronte?

Come abbiamo
detto in precedenti occasioni, il proletariato ha ancora da recuperare la
fiducia in sé stesso, deve ancora riconoscersi come classe, deve riallacciare
la sua storia a quella delle generazioni che l’hanno preceduto. Uno degli
elementi importanti che giocano da freno sulla classe operaia è in particolare
il sindacato e la logica sindacale. Infatti, che significa lotta sindacale?
Significa anzitutto dare la delega della propria lotta ad una squadra di
esperti che si incaricano per la classe di portare avanti la vertenza. E quando
la delegazione del sindacato tratta col padrone, ai lavoratori tocca aspettare
i risultati e sperare che questi siano i migliori possibili. In conclusione il
sindacato, ammesso (e non concesso) che riesca a fare un buon lavoro, in ogni
caso espropria la classe della sua iniziativa, della sua capacità di portare
avanti la lotta. Ma, ancora, che significa oggi lottare? E’ possibile ottenere
qualcosa stando chiusi nelle proprie fabbriche in 100, 500 o finanche in
10.000? O non è molto più efficace una lotta che, pur utilizzando la fabbrica
come punto di appoggio, si porti all’esterno alla ricerca di altri compagni di
lotta che, pur facendo parte di altre fabbriche, altri settori o che siano
addirittura senza lavoro, avvertano l’esigenza di unirsi alla lotta perché si
riconoscono alla fine negli stessi obiettivi? Nella misura in cui, come detto,
questa società ci sottopone ad attacchi sempre più massicci e generalizzati,
non è possibile pensare di poter resistere rimanendo divisi fabbrica per
fabbrica, città per città, paese per paese, ... E’ per questo che la logica
sindacale è perdente, perché è intrinsecamente votata alla trattativa locale,
settoriale e non parte invece dalla necessaria unità dei lavoratori, non intesi
come somma delle singole situazioni di lotta ma come unico soggetto agente che
lotta per un futuro diverso.

Per capire più
precisamente come passa la logica sindacale, vogliamo fare alcuni esempi
raccolti da una recente assemblea di avanguardie di lotta tenuta il 24 gennaio
alla stazione di Milano (e riportata sul forum Napolioltre[1])
dove erano presenti numerosi sindacalisti di base. Questa assemblea, pur nella
importanza che riveste come tentativo di andare oltre l’isolamento delle
singole lotte, mostra tutti i limiti presenti attualmente nella classe.

Occorre ancora
premettere che questa assemblea è stata tenuta per coordinare le varie azioni
di lotta presenti nella provincia di Milano, anzi, secondo i termini utilizzati
dagli stessi proletari intervenuti, per unire queste lotte. Questa premessa è
importante per capire come il processo di unificazione delle lotte non sia una
questione di slogan, ma di contenuti.

Il primo
elemento che vogliamo sollevare è il riferimento, fatto all’interno di questa
assemblea, alle “fabbriche di eccellenza
che, essendo tali, non dovrebbero mai essere chiuse. Il ferroviere che parlava,
facendo riferimento in particolare alla Jabil, decantava tutta la “professionalità, i macchinari così
all’avanguardia lasciati marcire, lasciati andare solo per motivi di profitto
”,
aggiungendo che anche nelle ferrovie “non
è possibile che un servizio come quello
(dei treni notte) (…) che era utile come l’acqua, il fuoco,
(…) che serviva il paese, sia stato tolto solo per una guerra commerciale per
il profitto …
”. Ora, al di là di quale sia stata la logica sindacale alla
Jabil o per la Compagnia dei treni notte, la questione è come si può sentire un
altro lavoratore che ascolti questo intervento e che appartenga ad una fabbrica
o un’impresa decotta, fatiscente? Che deve concludere? Che è giusto che la
fabbrica chiuda e che si perda il lavoro?

Un secondo
elemento, che ha caratterizzato una fetta significativa di episodi di lotta di
questi ultimi anni e che è stato recentemente riproposto dai ferrovieri dei treni notte è l’idea che si possa
stabilire un rapporto di forza con la controparte mandando un certo numero di
persone su una torre, una gru o altro con la minaccia di buttarsi giù in caso
di tentato sgombero. Questo tipo di lotta, che ha come punto di riferimento più
significativo la lotta dell’INSSE del 2008-2009[2],
lotta peraltro vittoriosa, ma solo perché la fabbrica, che non era
completamente decotta, ha trovato un acquirente che l’ha fatta ripartire, si
basa sulla logica secondo cui pochi individui si sacrificano e rischiano la
vita rimanendo giorno e notte in condizioni assolutamente precarie su qualche
cosa in alto mentre gli altri si danno da fare per propagandare questo atto di
sacrificio. Con tutto il rispetto per gli uni e per gli altri, quello che ci
pare è che la logica sia quella della ricerca del pietismo dei padroni che,
prima o poi, dovranno pur accorgersi della situazione e intervenire. E’ dunque
una lotta che parte, evidentemente, dall’idea che la controparte - il padrone,
lo Stato o chicchessia - possa essere sensibilizzato da queste occupazioni di
torri e di gru e quindi cedere alle richieste. C’è dunque dietro una
incomprensione della gravità del livello di crisi a cui siamo arrivati e che fa
sì che non è una questione di buona o cattiva volontà ma solo una valutazione
strettamente economica che spinge i padroni a prendere delle misure. Va ancora
notato che questo tipo di lotta porta necessariamente alla concorrenza tra
iniziative parallele dello stesso tipo. Non è un caso che ancora il lavoratore
delle ferrovie faccia riferimento con rammarico al fatto che, mentre loro se ne
stanno “pacifici, in un angolino, senza
dare fastidio a nessuno, da 44 giorni, altre categorie in tre giorni hanno
fatto un po’ di casino e sono stati ricevuti al tavolo ministeriale
”. Concludendo
in maniera piccata che “probabilmente in
Italia funziona così: più fai casino, più fai l’arrogante, più vieni ricevuto
.”

Per fortuna,
almeno questo secondo aspetto, ha ricevuto una forte critica già all’interno
della stessa assemblea. Ma il problema è che anche chi si batte per l’unità, lo
fa in maniera parziale, incompleta. Infatti si parla di mettere assieme le
lotte, di fare delle azioni comuni, di individuare degli obiettivi comuni e di
formulare una piattaforma comune. Ma al fondo la proposta è più che altro
quella di creare una federazione di lotte piuttosto che di promuovere un’unica
lotta. Di conseguenza il marciare assieme è visto essenzialmente nell’ottica
che ogni singola lotta possa guadagnare visibilità dall’appoggio ricevuto dalle
altre lotte e non che la lotta degli altri sia vista come la propria lotta.
Questa debolezza viene poi accentuata dal fatto che i vari sindacati presenti
veicolano i contatti con altre fabbriche in lotta preferenzialmente in funzione
delle proprie influenze sindacali nelle altre aziende, finendo così per
competere tra vari tipi di “coordinamenti”, quello del Si Cobas, quello dello
Slai-Cobas, ecc. ecc.

Queste
debolezze, presenti nella classe ed alimentate dalle pratiche del sindacalismo
di base, sono in grande misura responsabili delle attuali difficoltà a lottare.
Nel loro insieme queste difficoltà, al di là di tutti i passi avanti fatti dal
proletariato in questo periodo, fanno riferimento ad un elemento maggiore di
debolezza che presenta il proletariato in questa fase che è lo smarrimento
della propria identità di classe, cioè lo spirito di fratellanza, la
consapevolezza di appartenere alla stessa classe perché sottoposti allo stesso
sfruttamento, la comprensione della necessità di sostenersi reciprocamente
nella lotta perché la solidarietà è una fondamentale arma di lotta.

Beninteso,
questa non è una debolezza del solo proletariato italiano, ma di tutta la
classe a livello internazionale. Ma il superamento di questa debolezza si può
avere soltanto nella lotta, ed in particolare nei momenti di lotta aperta, di
massa, di piazza, perché è lì che i proletari misurano la forza di essere una classe
unità, la potenzialità di portare avanti la stessa lotta, la forza di mettere a
confronto delle esperienze diverse. Da questo punto di vista il fallimento
della manifestazione del 15 ottobre scorso a Roma, fallimento provocato in
buona misura dalle operazioni di provocazione della polizia, ha impedito che il
proletariato in Italia potesse avere un momento importante di raggruppamento e
di contatto in piazza e che potesse da lì sviluppare delle possibili ulteriori
potenzialità di lotta. Così come la debolezza del movimento degli indignati in
Italia ha mancato di fornire quello scenario di assemblee di piazza,
capannelli, commissioni, collegamenti tra posti di lavoro, che viceversa si è
presentato in altri paesi, non permettendo alle lotte evocate in precedenza di
poter fare riferimento a questa dinamica più ampia e di uscire di conseguenza
dal chiuso della loro lotta.

Ma i tempi che
viviamo sono di un carattere particolare e non è strettamente necessario che le
cose si vivano in casa propria per essere conosciute e riconosciute. Oggi,
tramite i social network, soprattutto la giovane generazione viene a conoscenza
in tempo reale di quello che succede e l’effetto contagio che ha avuto la
primavera maghrebina prima, Puerta del
sol
dopo fino alle varie occupy,
mostrano che la situazione si sta riscaldando significativamente a livello
internazionale. Per cui, se in questa presentazione abbiamo particolarmente
insistito sulle debolezze che presenta in questo momento la classe in Italia,
non é per rimanere su queste difficoltà ma per tradurle in armi di lotta per il
futuro.

11 febbraio 2012                                        CCI


[2] Vedi a
questo riguardo il processo verbale della discussione tra una delegazione
operaia della Tekel (Turchia) e una dell’INNSE di Lambrate postata
all’indirizzo: http://napolioltre.forumfree.it/?t=49613307.

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