La catastrofe economica mondiale è inevitabile

In questi ultimi mesi si sono susseguiti, uno dopo l’altro, avvenimenti di grande portata che manifestano la gravità della situazione economica mondiale: incapacità della Grecia a far fronte ai suoi debiti; minacce analoghe per la Spagna e l’Italia; richiamo alla Francia per la sua estrema vulnerabilità di fronte ad un’eventuale cessazione di pagamento da parte della Grecia o dell’Italia; blocco alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti sul rialzo del tetto del debito dello Stato; perdita per questo paese della sua “tripla A” – valutazione massima che fin qui ha caratterizzato la garanzia di rimborso del suo debito; voci sempre più persistenti sul rischio di fallimento di alcune banche, le cui smentite non ingannano nessuno, considerando le massicce soppressioni di posti di lavoro già effettuate; prima conferma di queste voci con il fallimento della banca franco-belga Dexia. Ogni volta i dirigenti di questo mondo corrono ai ripari ma le falle che sembravano aver tappato si aprono di nuovo, qualche settimana o anche qualche giorno dopo. La loro impotenza a contenere la scalata della crisi non evidenzia tanto la loro incompetenza e la loro visione a breve termine, quanto piuttosto la dinamica attuale del capitalismo verso catastrofi che non possono essere evitate: fallimenti di istituti finanziari, fallimenti di Stati, caduta in una profonda recessione mondiale.

Conseguenze drammatiche per la classe operaia

Le misure di austerità prese dal 2010 sono implacabili e pongono sempre più la classe operaia - e gran parte del resto della popolazione – nell’incapacità di far fronte ai propri bisogni vitali. Enumerare tutte le misure di austerità che sono state attuate nella zona euro, o che sono in via di attuazione, porterebbe ad una lista lunghissima. Tuttavia è necessario menzionarne alcune che tendono a generalizzarsi e sono particolarmente significative rispetto alla sorte riservata a milioni di sfruttati. In Grecia, nel 2010 sono già state aumentate le tasse sui beni di consumo, l’età pensionabile è stata portata a 67 anni e gli stipendi dei funzionari pubblici sono stati ridotti brutalmente, a settembre 2011 è stato deciso di: mettere in cassa integrazione 30.000 impiegati del pubblico impiego con una diminuzione del 40% dello stipendio; ridurre del 20% l’importo delle pensioni che superano i 1.200 euro; tassare tutti i redditi superiori a 5.000 euro annui[1] In quasi tutti i paesi le tasse aumentano, l’età per la pensione viene innalzata e gli impieghi pubblici vengono soppressi a decine di migliaia. Ne risultano pesanti disfunzioni nei servizi pubblici, compresi quelli di vitale importanza. Ad esempio, in una città come Barcellona, sono state ridotte le ore di servizio delle sale operatorie e dei servizi di pronto intervento e sono stati eliminati in maniera massiccia i posti letto ospedalieri[2] a Madrid, 5.000 professori non di ruolo hanno perso il posto[3] e questo è stato compensato aumentando di 2 ore la settimana lavorativa ai professori di ruolo.

Le cifre della disoccupazione sono sempre più allarmanti: il 7,9% nel Regno Unito a fine agosto, il 10% in zona euro (il 20% in Spagna) a fine settembre[4] e 9,1% negli Stati Uniti nello stesso periodo. Per tutta l’estate i piani di licenziamento o di soppressione di posti di lavoro si sono susseguiti senza tregua: 6.500 presso Cisco, 6.000 alla Lockheed Martin, 10.000 all’HSBC, 30.000 alla Bank of America, e l’elenco non finisce qui. I redditi degli sfruttati crollano: secondo le cifre ufficiali, dall’inizio del 2011 in Grecia il salario reale è diminuito più del 10% in un anno, più del 4% in Spagna e, in misura minore, in Portogallo ed in Italia. Negli Stati Uniti 45,7 milioni di persone, ossia con un aumento del 12% in un anno[5], sopravvivono solo grazie al sistema di buoni pasto di 30 dollari a settimana rilasciati dall’Amministrazione.

Eppure, il peggio deve ancora venire.

Pertanto è sempre con più urgenza che si pone la necessità del capovolgimento del sistema capitalista prima che questo, nel suo crollo, trascini in rovina tutta l’umanità. I movimenti di protesta in reazione agli attacchi che sono iniziati nella primavera 2011 in un certo numero di paesi, qualunque siano le insufficienze o le debolezze che possono esprimere, costituiscono i primi passi di un’ampia risposta proletaria alla crisi del capitalismo (vedi su questo argomento l’articolo “Dall’indignazione alla preparazione delle battaglie di classe” in questo stesso numero della Rivista Internazionale).

Dal 2008 la borghesia non è riuscita ad arginare la tendenza alla recessione

All’inizio del 2010 poteva esserci l’illusione che gli Stati fossero riusciti a mettere il capitalismo al riparo da un prosieguo della recessione emersa nel 2008 ed all’inizio 2009 e che si era manifestata con una caduta vertiginosa della produzione. Per tale motivo, tutte le grandi banche centrali del mondo hanno fatto massicce iniezioni di moneta nell’economia. È in questa occasione che Ben Bernanke, il presidente della FED (all’origine del lancio dei piani di rilancio), venne soprannominato “Helicopter Ben” proprio perché sembrava annaffiare gli Stati Uniti di dollari da un elicottero. Tra il 2009 ed il 2010, secondo le cifre ufficiali, che notoriamente sono sempre sopravvalutate, il tasso di crescita è passato negli Stati Uniti dal 2,6% al +2,9% e nella zona euro dal 4,1% al +1,7%. I paesi emergenti, i cui tassi di crescita erano intanto diminuiti, sembrano ritrovare nel 2010 i valori antecedenti alla crisi finanziaria: il 10,4% in Cina, il 9% in India. Tutti gli Stati ed i loro media intonano allora la solfa della ripresa mentre in realtà la produzione dell’insieme dei paesi sviluppati non è mai riuscita a ritrovare i livelli del 2007. In altre parole, invece di ripresa, si può giusto parlare di un palliativo all’interno di un movimento di caduta della produzione. E questo palliativo è durato solo qualche trimestre:

- Nei paesi sviluppati, i tassi di crescita hanno ricominciato a cadere dalla metà del 2010. La crescita prevista negli Stati Uniti

per il 2011 è dello 0,8%. Ben Bernanke ha annunciato che la ripresa americana sta per “segnare il passo”. Peraltro, la crescita dei grandi paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito) è vicina allo zero e se i governi dei paesi del Sud Europa (Spagna, 0,6% nel 2011 dopo il - 0,1% nel 2010[6]; Italia, 0,7% nel 2011)[7] stanno ripetendoci in tutti i modi che il proprio paese “non è in recessione”, in realtà, tenuto conto dei piani di rigore che hanno subito e che dovranno ancora subire, la prospettiva che li aspetta non si allontana di molto da quella che attualmente conosce la Grecia, paese la cui caduta della produzione nel 2011 supererà il 5%.

- Per i paesi emergenti la situazione è lungi dall’essere brillante. Se hanno conosciuto dei tassi di crescita importanti nel 2010, l’anno 2011 si presenta molto meno favorevole. Il FMI aveva previsto che questi avrebbero conosciuto una crescita dell’8,4% annuale per il 2011[8], ma certi indici mostrano che l’attività in Cina sta rallentando[9]. Si prevede che la crescita del Brasile nel 2011 passerà dal 7,5% del 2010 al 3,7%[10]. Ed infine, i capitali stanno fuggendo dalla Russia[11]. In breve, contrariamente a ciò che da anni ci vanno ripetendo gli economisti e parecchi politici, i paesi emergenti non saranno la locomotiva che permetterà un ritorno della crescita mondiale. Al contrario, questi paesi soffriranno per primi la degradazione della situazione dei paesi sviluppati e vedranno una caduta delle loro esportazioni che fino ad ora hanno rappresentato il loro fattore di crescita.

Il FMI ha appena rivisto le sue previsioni che contavano su una crescita del 4% a livello mondiale per gli anni 2011 e 2012, segnalando, dopo aver precedentemente constatato che la crescita si era “indebolita considerevolmente”, “che non può essere esclusa”[12] una recessione per l’anno 2012. In altri termini, la borghesia sta prendendo coscienza fino a che punto l’attività economica va a contrarsi. Alla vista di una tale evoluzione non possiamo che domandarci: perché le banche centrali non hanno continuato ad annaffiare il mondo di moneta come hanno fatto alla fine dell’anno 2008 e nel 2009, aumentando così in modo considerevole la massa monetaria (è stata moltiplicata per 3 negli Stati Uniti e per 2 nella zona euro)? La ragione è che scaricare “moneta fasulla” sulle economie non risolve le contraddizioni del capitalismo. Il risultato più che un rilancio della produzione è l’inflazione e quest’ultima rasenta il 3% in zona euro, un poco di più negli Stati Uniti, il 4,5% nel Regno Unito, tra il 6% e 9% nei paesi emergenti.

L’emissione di carta moneta o elettronica permette che siano possibili nuovi prestiti … e che venga quindi aumentato l’indebitamento mondiale. Lo scenario non è nuovo, è proprio così che i grandi attori economici mondiali si sono indebitati ad un punto tale da non poter più adesso rimborsare il loro debito. In altri termini, oggi sono insolvibili e tra questi contiamo, niente meno, che gli Stati europei, lo Stato americano e l’insieme del sistema bancario.

Il cancro del debito pubblico

La zona euro

Gli Stati europei hanno sempre più difficoltà ad onorare il pagamento degli interessi del loro debito.

Se è nella zona euro che si sono manifestate per prime le insolvenze di pagamento di certi Stati è perché questi non avendo, come invece è per gli Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, la gestione dell’emissione della loro moneta, non hanno avuto la possibilità di stampare carta moneta per onorare con moneta fasulla le scadenze del loro debito. L’emissione di Euro è di competenza della Banca Centrale europea (BCE) che è sottoposta alla volontà dei grandi Stati europei, in particolare della Germania. E, come ognuno sa, moltiplicare la massa monetaria per due o per tre, mentre la produzione ristagna, non può che tradursi in uno sviluppo dell’inflazione. È per evitare ciò che la BCE ha sempre più espresso riluttanza ad assicurare il finanziamento degli Stati in difficoltà per non ritrovarsi, lei stessa, in una situazione di insolvenza.

È una delle ragioni essenziali per la quale i paesi della zona euro vivono, da un anno e mezzo, sotto la minaccia di mancato pagamento da parte dello Stato greco. In effetti, il problema che si pone alla zona euro non ha soluzione perché il suo rifiuto di finanziare il debito greco provocherebbe la cessazione di pagamento della Grecia e la sua uscita dalla zona euro. I creditori della Grecia, tra cui figurano alcuni Stati e banche europee importanti, incontrerebbero a loro volta delle difficoltà per far fronte ai propri impegni, e sarebbero loro stessi minacciati di fallimento. È l’esistenza stessa della zona Euro che si trova così messa in questione, mentre la sua esistenza è essenziale per i paesi esportatori situati a nord di questa, soprattutto la Germania.

È essenzialmente la Grecia che, da un anno e mezzo, ha polarizzato l’attenzione sulle questioni di insolvenza. Ma paesi come la Spagna e l’Italia si trovano in una situazione simile visto che non riusciranno mai prendere misure fiscali necessarie all’ammortamento di una parte del loro debito.

Un semplice sguardo sull’ampiezza del debito dell’Italia, la cui insolvenza a breve termine è molto probabile, mostra che la zona euro non potrà sostenere questo paese per permettergli di assumere i suoi impegni. Gli investitori credono sempre meno nelle sue capacità di rimborso ed è per tale motivo che si rifiutano di prestarle denaro se non a tassi molto elevati. La situazione della Spagna è abbastanza vicina a quella della Grecia.

Le prese di posizione dei governi e delle istanze della zona euro, in particolare del governo tedesco, traducono la loro incapacità a far fronte alla situazione creata dalla minaccia di fallimento di certi paesi. La maggior parte della borghesia della zona euro è cosciente che il problema non è più sapere se la Grecia è inadempiente: l’annuncio che le banche sarebbero intervenute per partecipare al salvataggio della Grecia relativo al 21% del suo debito è un riconoscimento di questa situazione, già confermato durante il vertice Merkel-Sarkozy del 9 ottobre dove è stato ammesso che ci sarebbe stato un default di pagamento della Grecia pari al 60% del suo debito.

Da allora il problema che si è posto alla borghesia è quello di trovare i mezzi per far sì che questo default provochi il minor danno possibile nella zona euro. Il che non è facile e rende la situazione particolarmente delicata provocando anche esitazioni e divisioni al suo interno. Infatti, i partiti politici al potere in Germania sono alquanto divisi sul fatto se bisogna aiutare finanziariamente la Grecia, come aiutarla e se è necessario aiutare anche gli altri Stati che si dirigono a grandi passi verso la stessa insolvenza che oggi riguarda questo paese. A titolo illustrativo, è notevole che il piano deciso il 21 luglio dalle autorità della zona euro per “salvare” la Grecia e che prevede un rafforzamento della capacità di prestito del Fondo europeo di Stabilità Finanziaria da 220 a 440 miliardi di euro (con l’evidente corollario di un aumento delle quote dei diversi Stati) sia stato rimesso in causa per settimane da una parte importante dei partiti al potere in Germania. E poi, alla fine è stato votato in massa dal Bundestag il 29 settembre! Allo stesso modo, fin da inizio agosto il governo tedesco si era opposto al fatto che la BCE ricomprasse titoli del debito sovrano dell’Italia e della Spagna. Considerando l’alto livello di degrado della situazione finanziaria di questi paesi, lo Stato tedesco ha alla fine accettato che a partire dal 7 agosto la BCE potesse ricomprare tali obbligazioni[13]. Tanto che tra il 7 agosto ed il 22 agosto, la BCE avrà ricomprato l’equivalente di 22 miliardi di debito sovrano di questi due paesi[14]! In effetti, queste contraddizioni ed indugi mostrano che anche una borghesia tanto importante internazionalmente come quella tedesca non sa quale politica portare avanti. In generale, l’Europa, spinta dalla Germania, ha scelto la via dell’austerità. Ciò non esclude di poter finanziare un minimo gli Stati e le banche attraverso l’istituzione del Fondo europeo di Solidarietà Finanziaria (che presuppone dunque anche l’aumento delle risorse finanziarie di questo organismo), né di autorizzare la BCE a creare sufficiente moneta per venire in aiuto ad uno Stato che non può più pagare più i suoi debiti, in modo che il fallimento non avvenga subito.

Certamente il problema non è della borghesia tedesca, ma di tutta la classe dominante perché è lei, nel suo insieme, che dalla fine degli anni 60 si è indebitata per evitare la sovrapproduzione, e ciò ad un punto tale che oggi è molto difficile non solo rimborsare le rate del debito alla scadenza ma anche onorare gli interessi di questo. Da qui il tentativo di fare risparmi adesso attraverso politiche di austerità draconiana che drenano tutti i redditi ma che, nello stesso tempo, non possono che provocare una diminuzione della domanda, accrescere la sovrapproduzione e accelerare la caduta nella depressione.

Gli Stati Uniti

Questo paese è stato confrontato allo stesso tipo di problema durante l’estate scorsa.

Il tetto del debito che era stato fissato nel 2008 a 14.294 miliardi di dollari, è stato raggiunto nel maggio 2011. Doveva essere innalzato affinché potesse consentire, come per i paesi della zona euro, di far fronte agli impegni, compresi quelli interni e cioè assicurare il funzionamento dello Stato. Anche se l’inverosimile arcaismo e la stupidità del Tea Party sono stati un fattore di aggravamento della crisi, questi non hanno costituito il fondo del problema che si è posto al Presidente ed al Congresso degli Stati Uniti. Il vero problema era proprio la scelta da fare di fronte all’alternativa che si poneva:

- o proseguire con la politica di indebitamento dello Stato federale, come chiedevano i democratici, cioè fondamentalmente chiedere alla FED di creare moneta con il rischio di provocare una caduta incontrollata del suo valore;

- o praticare una politica di austerità drastica come esigevano i repubblicani, in particolare attraverso la riduzione, su 10 anni, delle spese pubbliche da 4.000 a 8.000 miliardi di dollari. A titolo di paragone, il PIL degli Stati Uniti nel 2010 era di 14.624 miliardi di dollari, il che dà un’idea dell’ampiezza dei tagli di bilancio e dunque delle soppressioni di impieghi pubblici implicati in un tale piano.

Riassumendo, l’alternativa posta quest’estate negli Stati Uniti è stata la seguente: o correre il rischio di aprire la porta ad un’inflazione che poteva diventare galoppante, o praticare una politica d’austerità che non poteva che ridurre fortemente la domanda, provocando la caduta o anche la scomparsa dei profitti con, alla fin dei conti, la chiusura a catena di tutta una serie di imprese ed una caduta vertiginosa della produzione. Dal punto di vista degli interessi del capitale nazionale, sia la posizione dei Repubblicani che quella dei Democratici è legittima. Tormentate dalle contraddizioni che attaccano l’economia nazionale, le autorità americane di questo paese si sono ridotte a prendere delle mezze misure… contraddittorie ed incoerenti. Il Congresso si troverà dunque nuovamente confrontato alla necessità di realizzare migliaia di miliardi di dollari di risparmi di bilancio e contemporaneamente un nuovo piano di rilancio dell’impiego.

L’esito del conflitto tra repubblicani e democratici mostra che, contrariamente all’Europa, gli Stati Uniti hanno scelto l’aggravamento del debito poiché il tetto del debito federale è stato alzato a 2.100 miliardi di dollari fino al 2013 con, come contropartita, delle riduzioni di spese di bilancio di circa 2.500 miliardi nei prossimi dieci anni.

Ma, come per l’Europa, questa decisione mostra che lo Stato americano non sa quale politica condurre di fronte al vicolo cieco dell’indebitamento.

L’abbassamento in negativo dell’affidabilità del debito americano da parte dell’agenzia Standard and Poor's e le reazioni che esso ha provocato sono una dimostrazione di come la borghesia sappia perfettamente che è in un vicolo cieco e che non sa con quali mezzi uscirne. Contrariamente a ben altre decisioni delle agenzie di rating dall’inizio della crisi dei subprime, la decisione della Standard and Poor's di quest’estate appare coerente: l’agenzia mostra che non ci sono ricette sufficienti per compensare l’aumento dell’indebitamento accettato dal Congresso e che, quindi, la capacità degli Stati Uniti di rimborsare i propri debiti ha perso credibilità. In altri termini, per questa istituzione il compromesso che ha evitato una grave crisi politica negli Stati Uniti, aggravando l’indebitamento di questo paese, va ad aumentare l’insolvenza dello stesso Stato americano. La perdita di fiducia dei finanzieri del pianeta verso il dollaro che risulterà inevitabilmente dalla sentenza della Standard and Poor's abbasserà così il suo valore. Peraltro, se il voto dell’aumento del tetto del debito federale permette di evitare la paralisi all’amministrazione federale, i differenti Stati federati e le municipalità in fallimento non ne saranno risparmiati. Dal 4 luglio, lo Stato del Minnesota è in default e ha dovuto chiedere a 22.000 funzionari di restare a casa[15]. Un certo numero di città americane (tra le quali Central Falls e Harrisburg, capitale della Pennsylvania) sono nella stessa situazione; situazione che lo Stato della California - e non è il solo - sembra non potere evitare in un prossimo futuro.

Di fronte all’aggravamento della crisi dal 2007, tanto la politica economica della zona euro che quella degli Stati Uniti non hanno potuto evitare agli Stati di addossarsi i debiti che, all’origine, erano stati contratti dal settore privato. Questi nuovi debiti del settore pubblico non hanno fatto che accrescere il debito pubblico che, da parte sua, si sviluppava da decenni. Ne è risultato uno scadenzario di rimborsi ai quali gli Stati non possono far fronte. Negli Stati Uniti, come nella zona euro, questo si traduce in licenziamenti di massa nel settore pubblico, con l’abbassamento senza fine degli stipendi e l’aumento, anche senza fine, delle tasse.

La minaccia di un grave crisi bancaria

Nel 2008-2009, dopo il crollo di alcune banche come Bear Stearns e Northern Rock ed il fallimento puro e semplice di Lehman Brothers, gli Stati sono volati in soccorso di molte altre, ricapitalizzandole per evitare loro la stessa sorte. Come stanno oggi in salute degli istituti bancari? Di nuovo molto male. Innanzitutto, i libri dei conti bancari sono lontani dall’essersi liberati di tutta una serie di crediti irrecuperabili. Poi, molte banche sono esse stesse detentrici di una parte del debito di Stati oggi in difficoltà di pagamento. Il loro problema è che il valore del debito acquistato è notevolmente diminuito rispetto a prima.

La recente dichiarazione del FMI, che si basa sulla conoscenza delle difficoltà attuali delle banche europee e stipula che queste debbano aumentare i loro fondi di 200 miliardi, ha provocato di rinvio reazioni indispettite e dichiarazioni da parte di queste istituzioni secondo le quali per loro tutto andava bene. E questo mentre, nello stesso momento, tutto dimostrava il contrario:

- le banche americane non vogliono rifinanziare più in dollari le filiali americane delle banche europee e rimpatriano i fondi che avevano depositato in Europa;

- le banche europee effettuano sempre meno prestiti tra loro stesse perché sono sempre meno sicure di essere rimborsate e preferiscono porre, anche a tassi molto bassi, le loro liquidità alla BCE;

- conseguenza di questa mancanza di fiducia che si diffonde, i tassi dei prestiti tra banche continuano ad aumentare, anche se non hanno raggiunto ancora i livelli di fine 2008[16].

Il colmo è che, qualche settimana dopo che le banche avevano affermato il loro ottimo stato di salute, abbiamo assistito al fallimento ed alla liquidazione della banca franco-belga Dexia senza che nessun’altra banca sia stata interessata a correre in suo soccorso.

Aggiungiamo che le banche americane sono piazzate molto male per “far ruotare gli ingranaggi” di fronte alle loro consorelle europee: a causa delle difficoltà che incontrano, Bank of America ha appena soppresso il 10% dei suoi posti di lavoro e Goldman Sachs, la banca che è diventata il simbolo della speculazione mondiale, si appresta a licenziare 1.000 persone. E anch’esse preferiscono depositare le loro liquidità alla FED piuttosto che concedere prestiti ad altre banche americane.

La salute delle banche è essenziale per il capitalismo perché quest’ultimo non può funzionare senza un sistema bancario che l’approvvigiona in moneta. Ora, la tendenza alla quale assistiamo è quella che conduce al “Credit Crunch”, cioè una situazione nella quale le banche non vogliono più concedere prestiti appena c’è il minimo rischio di non rimborso. Alla fine ciò determina un blocco della circolazione del capitale, in altre parole il blocco dell’economia. Si comprende meglio, sotto quest’angolazione, perché il problema del rafforzamento dei fondi propri delle banche è diventato il primo punto all’ordine del giorno delle molteplici riunioni di vertice che hanno luogo al livello internazionale, anche prima della situazione della Grecia che, pertanto, resta sempre non risolta. In fondo, il problema delle banche mostra l’estrema gravità della situazione economica e di per sé illustra le difficoltà inestricabili alle quali il capitalismo deve far fronte.

Quando gli Stati Uniti hanno perso la qualifica AAA, il quotidiano economico francese Les Echos, l’8 agosto 2011, in prima pagina titolava: “L’America degradata, il mondo nell’ignoto”. Quando il primo media economico della borghesia francese esprime un tale disorientamento, una tale angoscia rispetto al futuro, non fa che esprimere il disorientamento della stessa borghesia. Dal 1945 il capitalismo occidentale (ed il capitalismo mondiale dopo il crollo dell’URSS) è basato sul fatto che la forza del capitale americano costituisce in ultima istanza il pegno estremo garantendo l’insieme dei dollari che assicurano in tutto il mondo la circolazione delle merci e dunque del capitale. Ora, l’immenso accumulo di debiti che la borghesia americana ha contratto per far fronte, dalla fine degli anni 60, al ritorno della crisi aperta del capitalismo, ha finito per costituire un fattore di accelerazione ed aggravamento di questa stessa crisi. Tutti quelli che detengono delle parti del debito americano, a cominciare dallo stesso Stato americano, hanno in realtà un bene… che vale sempre meno. La moneta nella quale viene valutato, non può a sua volta che indebolirsi così come… lo Stato americano.

La base della piramide sulla quale il mondo è costruito dal 1945 si disgrega. Nel 2007, all’epoca della crisi finanziaria, il sistema finanziario mondiale è stato salvato dalle banche centrali, cioè dagli Stati; adesso questi sono sull’orlo del fallimento ed è fuori questione che le banche possano andare a soccorrerli; da qualsiasi lato i capitalisti si girano, non esiste niente che possa permettere una reale ripresa economica. Infatti, una crescita anche molto debole presuppone l’emissione di nuovi debiti per creare una domanda che permetta di smerciare le merci; ora anche gli interessi dei debiti già contratti non sono più rimborsabili e gettano banche e Stati in bancarotta.

Come si è visto, decisioni date per irrevocabili sono rimesse in discussione dopo pochi giorni, certezze affermate sulla salute dell’economia o delle banche vengono smentite velocemente. In un tale contesto, gli Stati navigano sempre più a vista. È probabile, ma non certo proprio perché la borghesia è disorientata da una situazione inedita, che per far fronte all’immediato, per guadagnare un poco di tempo, questa continui ad annaffiare di moneta il capitale, sia esso finanziario, commerciale o industriale, anche se questo porta ad un’inflazione che è già cominciata, che continuerà a crescere e che diventerà incontrollabile. Ciò non impedirà il susseguirsi di licenziamenti, di abbassamenti di salari e di aumenti delle tasse; ma, in più, l’inflazione aggraverà ulteriormente la miseria della grande maggioranza degli sfruttati. Il giorno stesso in cui Les Echos titolava “L’America degradata, il mondo nell’ignoto”, un altro quotidiano economico francese, La tribune, titolava “Superati”, a proposito dei grandi del pianeta che hanno il potere di decidere, la cui foto era pure riportata la foto in prima pagina. Sì, quelli che ci hanno promesso monti e meraviglie, che poi ci hanno consolati quando era diventato evidente che di meraviglia c’era solo l’incubo che ci aspettava, adesso confessano che “sono superati”. E se “sono superati” è perché il loro sistema, il capitalismo, è definitivamente antiquato e sta trascinando la stragrande maggioranza della popolazione mondiale nella miseria più terribile.

Vitaz, 10-10-2011



[4] Statistiche Eurostat

[5] Le Monde, 7-8 agosto 2011

[8] FMI, prospettive dell’economia mondiale, luglio 2010

[9] Le Figaro, 3 ottobre 2011

[10] Les Echos, 9 agosto 2011

[13] Les Echos, agosto 2011

[14] Les Echos, 16 agosto 2011