Testo di orientamento, 2001: La fiducia e la solidarietà nella lotta del proletariato, 1a parte

Pubblichiamo larghi estratti di un testo di orientamento messo in discussione all’interno della CCI durante l’estate 2001 ed adottato dalla conferenza straordinaria della nostra organizzazione tenutasi a fine marzo del 2002. Questo testo fa riferimento alle difficoltà organizzative incontrate dalla CCI durante l’ultimo periodo, difficoltà di cui abbiamo reso conto nel nostro articolo “La lotta per la difesa dei principi organizzativi” della Rivista Internazionale n°110 (in lingua inglese, francese e spagnola) e nella nostra stampa territoriale. Non avendo qui lo spazio per tornare su ciò che è detto in questi articoli, incoraggiamo il lettore a riferirsi ad essi per una migliore comprensione delle questioni affrontate. Abbiamo tuttavia corredato questo testo di un certo numero di note per facilitarne la lettura ed abbiamo anche riformulato certi passaggi che, se comprensibili per i militanti della CCI grazie alle sue discussioni interne, rischiavano di non esserlo per un lettore esterno.

____________________________________________________

Non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere

Non ridere, non piangere, né maledire ma comprendere” (“L’etica”, Spinoza)

I dibatti attuali nella CCI sulla solidarietà e sulla fiducia sono cominciati nel 1999 e nel 2000, in risposta ad una serie di debolezze su queste questioni centrali all’interno della nostra organizzazione. Dietro la mancanza concreta di espressioni di solidarietà nei confronti di compagni in difficoltà, è stata identificata una debolezza più profonda nello sviluppo di un atteggiamento permanente di solidarietà quotidiana tra i nostri militanti. Dietro il ripetersi di manifestazioni di immediatismo nell’analisi e nell’intervento all’interno della lotta di classe (in particolare il rifiuto di riconoscere tutta l’ampiezza del riflusso dopo il 1989) ed una tendenza marcata a consolarci attraverso delle “prove immediate” supposte confermare il corso storico, abbiamo messo in luce una mancanza fondamentale di fiducia nel proletariato e nel nostro stesso quadro di analisi. Dietro la degradazione del tessuto organizzativo che cominciava a concretizzarsi, in particolare nella sezione della CCI in Francia, siamo stati capaci di riconoscere una mancanza di fiducia tra differenti parti dell’organizzazione e nel nostro proprio modo di funzionamento.

Del resto, è il fatto che ci siamo trovati di fronte a diverse manifestazioni di mancanza di fiducia nelle nostre posizioni fondamentali, nella nostra analisi storica ed i nostri principi organizzativi, e tra compagni ed organi centrali, che ci ha obbligato ad andare al di là dei casi particolari e a porre queste questioni in maniera più generale e fondamentale, e dunque più teoriche e storiche.

Più in particolare, la riapparizione del clanismo[1] nel cuore stesso dell’organizzazione necessita l’approfondimento della nostra comprensione su queste questioni. Come è detto nella risoluzione di attività del 14° Congresso della CCI: “... la lotta degli anni ‘90 è stata necessariamente contro lo spirito di circolo ed i clan. Ma, come già detto all’epoca, i clan erano una falsa risposta ad un problema reale: quello della debolezza della fiducia e della solidarietà proletarie nella nostra organizzazione. È per tale motivo che l’abolizione dei clan esistenti non ha risolto in modo automatico il problema della creazione di uno spirito di partito e di una vera fraternità al nostro interno che possono essere il risultato solo di uno sforzo profondamente cosciente.

Mentre avevamo insistito, all’epoca, sul fatto che la lotta contro lo spirito di circolo è permanente, è rimasta l’idea secondo la quale, come fu il caso all’epoca della Prima e della Seconda Internazionale, questo problema restava legato principalmente ad una fase di immaturità che sarebbe stata superata.

In realtà, il pericolo dello spirito di circolo e del clanismo oggi è ben più permanente ed insidioso che all'epoca della lotta di Marx contro Bakunin, o di Lenin contro il menscevismo. In effetti, esiste un parallelo tra le difficoltà attuali della classe nel suo insieme a ritrovare la sua identità di classe ed i riflessi elementari di solidarietà con gli altri operai, e quelle dell’organizzazione rivoluzionaria a mantenere uno spirito di partito nel funzionamento quotidiano.

In questo senso, ponendo le questioni della fiducia e della solidarietà come questioni centrali del periodo, l’organizzazione ha ripreso la lotta del 1993, aggiungendovi una dimensione “in positivo”, ed andando dunque più in profondità per armarsi contro l’intrusione di scivolamenti organizzativi piccolo-borghesi”.

In questo senso, il dibattito attuale riguarda direttamente non solo la difesa ma anche la sopravvivenza stessa dell'organizzazione. Ma proprio per questa ragione, è essenziale sviluppare al massimo tutte le implicazioni teoriche e storiche di queste questioni. Così, rispetto ai problemi organizzativi ai quali siamo confrontati oggi, esistono due approcci fondamentali. La messa a nudo delle debolezze organizzative e delle incomprensioni che hanno permesso il risorgere del clanismo e l’analisi concreta dello sviluppo di questa dinamica sono il compito del rapporto che presenterà la Commissione di investigazione[2]. Il compito di questo Testo di Orientamento, invece, è essenzialmente quello di fornire un quadro teorico che permetta una comprensione storica più profonda ed una risoluzione di questi problemi.

In effetti, è essenziale comprendere che la battaglia per lo spirito di partito comporta necessariamente una dimensione teorica. È proprio la povertà del dibattito che c’è stata finora su fiducia e solidarietà che ha costituito un fattore determinante per lo sviluppo del clanismo. Il fatto stesso che questo Testo di Orientamento sia scritto non all’inizio ma oltre un anno dopo l’apertura di questo dibattito, manifesta le difficoltà che l’organizzazione ha avuto per riuscire ad avere un controllo su queste questioni. Ma la prova migliore di queste debolezze è il fatto che il dibattito sulla fiducia e la solidarietà è stato accompagnato da un deterioramento senza precedenti dei legami di fiducia e di solidarietà tra i compagni!

In realtà, noi siamo qui confrontati a delle questioni fondamentali del marxismo, che sono alla base stessa della nostra comprensione della natura della rivoluzione proletaria, che fanno parte integrante della piattaforma e degli statuti della CCI. In questo senso, la povertà del dibattito ci ricorda che il pericolo di atrofia teorica e di sclerosi è sempre presente per un’organizzazione rivoluzionaria.

La tesi centrale di questo Testo di Orientamento è che la difficoltà a sviluppare, nella CCI, una fiducia ed una solidarietà più profondamente radicate ha costituito un problema fondamentale durante tutta la storia dell’organizzazione. Questa debolezza è a sua volta il risultato delle caratteristiche essenziali del periodo storico che si è aperto nel 1968. È una debolezza non solo della CCI, ma di tutta la generazione proletaria coinvolta. Come riportato nella risoluzione del 14° Congresso: “È un dibattito che deve mobilitare la riflessione in profondità dell’insieme della CCI, perché contiene la capacità potenziale di approfondire non solo la nostra comprensione della costruzione di un’organizzazione che abbia una vita veramente proletaria, ma anche del periodo storico nel quale viviamo.

In questo senso, le questioni in gioco vanno ben oltre la questione organizzativa in quanto tale. In particolare, la questione della fiducia tocca tutti gli aspetti della vita del proletariato e del lavoro dei rivoluzionari - così come la mancanza di fiducia nella classe si manifesta anche attraverso l’abbandono delle acquisizioni programmatiche e teoriche.

1. Gli effetti della controrivoluzione sulla fiducia in sé e le tradizioni di solidarietà delle generazioni contemporanee del proletariato

a) Nella storia del movimento marxista non troviamo un solo testo scritto sulla fiducia o sulla solidarietà. D’altronde, queste questioni sono al centro stesso di molti contributi fondamentali del marxismo, da “L’ideologia tedesca” e “Il Manifesto del Partito comunista” fino a “Riforma sociale o rivoluzione? e “Stato e rivoluzione”. L’assenza di una discussione specifica su queste questioni nel movimento operaio del passato non è segno del loro carattere secondario. Tutto al contrario. Queste questioni erano così fondamentali ed evidenti che non venivano mai poste in quanto tali, ma sempre in risposta ad altri problemi sollevati.

Se oggi siamo obbligati a dedicare un dibattito specifico ed uno studio teorico a queste questioni è perché esse hanno perso il loro carattere di “evidenza”.

È la controrivoluzione iniziata negli anni 20 e la rottura della continuità organica delle organizzazioni politiche proletarie che hanno prodotto questo effetto. Per questa ragione, per quanto riguarda l’accumulo di fiducia e di solidarietà vivente all’interno del movimento operaio, è necessario distinguere due fasi nella storia del proletariato. Nella prima fase, che va dagli inizi della sua autoaffermazione come classe autonoma fino all’ondata rivoluzionaria del 1917-23, la classe operaia è stata capace, malgrado una serie di sconfitte spesso sanguinose, di sviluppare in maniera più o meno continua la fiducia in sé stessa e la sua unità politica e sociale. Le manifestazioni più importanti di questa capacità sono state, oltre alle stesse lotte operaie, lo sviluppo di una visione socialista, di una capacità teorica di un’organizzazione politica rivoluzionaria. Questo processo di accumulazione, opera di decenni e di generazioni, è stato interrotto e anche rovesciato dalla controrivoluzione. Solo delle minuscole minoranze rivoluzionarie sono state capaci di mantenere la loro fiducia nel proletariato durante i decenni che sono seguiti. Il risorgere storico della classe operaia nel 1968, mettendo fine alla controrivoluzione, ha cominciato a rovesciare di nuovo questa tendenza. Tuttavia, le nuove espressioni di fiducia in sé e di solidarietà di classe manifestate da questa nuova generazione proletaria non sconfitta sono rimaste in gran parte legate a delle lotte immediate. Non si basavano ancora, come nel periodo precedente alla controrivoluzione, su una visione socialista ed una formazione politica, su una teoria di classe e sulla trasmissione, da una generazione all’altra, di un’esperienza e di una comprensione accumulate. In altri termini, la fiducia in sé storica del proletariato e la sua tradizione di unità attiva e di lotta collettiva appartengono agli aspetti della sua lotta che hanno più sofferto della rottura della continuità organica. Allo stesso modo, esse fanno parte degli aspetti più difficili da ristabilire, poiché dipendono, più di molti altri, da una continuità politica e sociale vivente. Ciò a sua volta determina una particolare vulnerabilità delle nuove generazioni della classe e delle sue minoranze rivoluzionarie.

Innanzitutto, è la controrivoluzione stalinista che ha contribuito a sabotare la fiducia del proletariato nella sua missione storica, nella teoria marxista e nelle sue minoranze rivoluzionarie. Il risultato è che il proletariato, dopo il 1968, tende più delle generazioni non sconfitte del passato a soffrire del peso dell’immediatismo, di un’assenza di visione a lungo termine. Rubandogli gran parte del suo passato, la controrivoluzione e la borghesia di oggi privano il proletariato di una visione chiara del suo futuro senza la quale la classe non può sviluppare una fiducia più profonda nella propria forza.

Ciò che distingue il proletariato da tutte le altre classi nella storia è il fatto che, fin dalla sua prima apparizione come forza sociale indipendente, ha portato avanti un progetto di società futura, basato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione; come prima classe della storia il cui sfruttamento è basato sulla separazione radicale dei produttori dai mezzi di produzione e sulla sostituzione del lavoro individuale attraverso il lavoro socializzato, la sua lotta di liberazione si caratterizza per il fatto che la lotta contro gli effetti dello sfruttamento (che è comune a tutte le classi sfruttate), è sempre stato legato allo sviluppo di una visione del superamento di questo sfruttamento. Prima classe nella storia che produce in maniera collettiva, il proletariato è chiamato a rifondare la società su una base collettiva cosciente. Poiché è incapace, in quanto classe senza proprietà, di conquistare un potere qualsiasi all’interno alla società attuale, il significato storico della sua lotta di classe contro lo sfruttamento deve rivelare, a sé stesso e dunque alla società nel suo insieme, il segreto della sua propria esistenza come affossatore dello sfruttamento e dell’anarchia capitalista.

Per questa ragione, la classe operaia è la prima classe la cui fiducia nel proprio ruolo storico è inseparabile dalla soluzione che essa apporta alla crisi della società capitalista.

Questa posizione unica del proletariato in quanto unica classe della storia ad essere al tempo stesso sfruttata e rivoluzionaria comporta due conseguenze importanti:

  • che la fiducia in sé stessa è anzitutto una fiducia nel futuro ed è dunque, ad un livello significativo, fondata su un processo storico;
  • che esso sviluppa nella sua lotta quotidiana un principio che corrisponde al compito storico che deve compiere - il principio della solidarietà di classe, espressione della sua unità.

In questo senso, la dialettica della rivoluzione proletaria è essenzialmente quella del rapporto tra lo scopo ed il movimento, tra la lotta contro lo sfruttamento e la lotta per il comunismo. L’immaturità naturale dei primi passi de “l’infanzia” della classe sulla scena storica si caratterizza per un parallelismo tra lo sviluppo di lotte operaie e quello della teoria del comunismo. L’interconnessione tra questi due poli all’inizio non è stata compresa dagli stessi partecipanti. Ciò si è riflesso, da un lato, nel carattere spesso cieco ed istintivo delle lotte operaie, e dall’altro, nell’utopismo del progetto socialista.

È la maturazione storica del proletariato che ha permesso a questi due elementi di congiungersi, cosa che si è concretizzata nelle rivoluzioni del 1848-49 e soprattutto attraverso la nascita del marxismo, la comprensione scientifica del movimento storico e dello scopo della classe.

Due decenni dopo, la Comune di Parigi, prodotto di questa maturazione, ha rivelato l’essenza della fiducia del proletariato nel suo proprio ruolo: l’aspirazione a prendere la direzione della società per trasformarla secondo la sua propria visione politica.

Che c’è all’origine di questa stupefacente fiducia in sé stessa da parte di una classe oppressa e spossessata, una classe che concentra tutta la miseria dell’umanità nei suoi ranghi e che si è rivelata dal 1871? Come per tutte le classi sfruttate, la lotta del proletariato comporta un aspetto spontaneo. Il proletariato non può che reagire alle costrizioni e agli attacchi che gli impone la classe dominante. Ma, contrariamente alle lotte di tutte le altre classi sfruttate, quella del proletariato ha anzitutto un carattere cosciente. I progressi della sua lotta sono fondamentalmente il prodotto del suo processo di maturazione politica. Il proletariato di Parigi era una classe educata politicamente che era passata per diverse scuole di socialismo, dal blanquismo al proudhonismo. È questa formazione politica durante i decenni precedenti che spiega, in grande misura, la capacità della classe a sfidare l’ordine dominante in tale modo, così come spiega le debolezze di questo movimento. Il 1871 è stato, allo stesso tempo, anche il risultato dello sviluppo di una tradizione cosciente di solidarietà internazionale che ha caratterizzato tutte le principali lotte degli anni 1860 in Europa occidentale.

In altri termini, la Comune è stata il prodotto di una maturazione sotterranea, caratterizzata in particolare da una più grande fiducia nella missione storica della classe e da una pratica più evoluta della solidarietà di classe. Una maturazione il cui punto culminante era la Prima internazionale.

Con l’entrata del capitalismo nel suo periodo di decadenza, il ruolo centrale della fiducia e della solidarietà si accentua, poiché la questione della rivoluzione proletaria si porta all’ordine del giorno della storia. Da un lato, il carattere spontaneo della lotta operaia è più sviluppato vista l’impossibilità della preparazione organizzativa delle lotte attraverso i partiti di massa e dei sindacati[3]. Dall’altro, la preparazione politica di queste lotte, attraverso il rafforzamento della fiducia e della solidarietà, diventa ancora più importante. I settori più avanzati del proletariato russo che, nel 1905, furono i primi a scoprire l’arma dello sciopero di massa e dei consigli operai, sono passati per la scuola di marxismo attraverso una serie di fasi: quella della lotta contro il terrorismo, la formazione di circoli politici, i primi scioperi e manifestazioni politiche, la lotta per la formazione del partito di classe e le prime esperienze di agitazione di massa. Rosa Luxemburg, che fu la prima a comprendere il ruolo della spontaneità all’epoca dello sciopero di massa, insisté sul fatto che, senza una tale scuola di socialismo, gli avvenimenti de1905 non sarebbero mai stati possibili.

Ma è l’ondata rivoluzionaria del 1917-23 e soprattutto la Rivoluzione di Ottobre che hanno rivelato chiaramente la natura delle questioni della fiducia e della solidarietà. La quintessenza della crisi storica era contenuta nella questione dell’insurrezione. Per la prima volta in tutta la storia dell’umanità, una classe sociale era nelle condizioni di cambiare in modo deliberato e cosciente il corso gli avvenimenti mondiali. I bolscevichi sono ritornati alla concezione di Engels su “l’arte dell'insurrezione”. Lenin ha dichiarato che la rivoluzione era una scienza. Trotskij parlava de “l’algebra della rivoluzione”. Attraverso lo studio della realtà sociale, attraverso la costruzione di un partito di classe in grado di superare l’esame della storia, attraverso la preparazione paziente e vigile del momento in cui le condizioni oggettive e soggettive per la rivoluzione saranno riunite, ed attraverso l’audacia rivoluzionaria necessaria per afferrare l’occasione, il proletariato e la sua avanguardia cominciarono, in un trionfo di coscienza e di organizzazione, a superare l’alienazione che condanna la società ad essere la vittima impotente di forze cieche. Allo stesso tempo, la decisione cosciente di prendere il potere in Russia e dunque di assumere tutte le prove di un tale atto nell’interesse della rivoluzione mondiale, ha costituito la più alta espressione della solidarietà di classe. È una nuova qualità nell’ascesa dell’umanità, l’inizio del salto dal regno della necessità al regno della libertà. Ed è l’essenza della fiducia del proletariato in sé stesso e della solidarietà al suo interno.

b) Uno dei più vecchi principi della strategia militare è la necessità di destabilizzare la fiducia e l’unità dell’esercito nemico. Allo stesso modo, la borghesia ha sempre compreso la necessità di combattere queste qualità nel proletariato. In particolare, con il crescere del movimento operaio durante la seconda metà del XIX secolo, la necessità di combattere l’idea della solidarietà operaia è diventata sempre più centrale nella visione del mondo della classe capitalista, come testimoniato dall’ascesa dell’ideologia del Darwinismo sociale, la filosofia di Nietzsche, il “socialismo” elitario del Fabianismo, ecc. Tuttavia, fino all’entrata del suo sistema in decadenza, la borghesia era incapace di trovare i mezzi per rovesciare l’avanzata di questi principi all’interno della classe operaia. In particolare, la repressione feroce che ha imposto al proletariato di Parigi nel 1848 e nel 1871, ed al movimento operaio in Germania sotto le leggi anti socialiste, pur provocando degli indietreggiamenti momentanei nel progresso del socialismo, non è riuscita a destabilizzare né la fiducia storica della classe operaia, né le sue tradizioni di solidarietà.

Gli avvenimenti della Prima guerra mondiale hanno rivelato che è il tradimento dei principi proletari attraverso parti della stessa classe operaia, soprattutto attraverso parti delle organizzazioni politiche della classe, a distruggere questi principi “dall'interno”. La liquidazione di questi principi all’interno della Socialdemocrazia era cominciata già all’inizio del XX secolo col dibattito sul “revisionismo”. Il carattere distruttore, pernicioso, di questo dibattito non si è rivelato solamente attraverso la penetrazione di posizioni borghesi e l’abbandono progressivo del marxismo, ma innanzitutto attraverso l’ipocrisia che esso ha introdotto nella vita dell’organizzazione. Benché, formalmente, sia stata adottata la posizione della Sinistra, il risultato principale di questo dibattito è stato in realtà di isolare completamente la Sinistra - soprattutto nel partito tedesco. Le campagne ufficiose di denigrazione di quella che era stata all’avanguardia della lotta contro il revisionismo, Rosa Luxemburg, descritta nei corridoi dei congressi del partito come un elemento estraneo e finanche come un’assetata di sangue, preparavano già il terreno al suo assassinio nel 1919.

In effetti, il principio fondamentale della controrivoluzione che è cominciata negli anni 20, è stato la demolizione dell’idea stessa di fiducia e di solidarietà. Il disprezzabile principio del “capro espiatorio”, una barbarie del Medioevo, riappare nel capitalismo industriale con la caccia alle streghe da parte della Socialdemocrazia contro gli spartachisti e del fascismo contro gli ebrei, minoranze “diaboliche” che da sole sarebbero state capaci di impedire il ritorno nell’Europa del dopoguerra ad uno stato di pacifica armonia. Ma è soprattutto lo stalinismo, cioè il ferro di lancia dell’offensiva borghese, che ha sostituito i principi di fiducia e di solidarietà con quelli della diffidenza e della denuncia nei giovani partiti comunisti, che ha screditato lo scopo del comunismo ed i mezzi per giungervi.

Tuttavia, l'annichilimento di questi principi non ha avuto luogo dall’oggi al domani. Anche durante la seconda guerra mondiale, decine di migliaia di famiglie operaie mostravano ancora abbastanza solidarietà da rischiare la loro vita nascondendo coloro che erano perseguitati dallo Stato. E la lotta del proletariato olandese contro la deportazione degli ebrei sta là a ricordarci che la solidarietà della classe operaia costituisce la sola solidarietà reale con l’insieme dell'umanità. Ma questo fu l’ultimo movimento di sciopero del ventesimo secolo nel quale i comunisti di sinistra abbiano avuto un’influenza significativa[4].

Come sappiamo, questa controrivoluzione fu superata nel 1968 da una nuova generazione non sconfitta di operai che recuperarono di nuovo la fiducia per intraprendere l’estensione della loro lotta e la solidarietà di classe, porre di nuovo la questione della rivoluzione e produrre nuove minoranze rivoluzionarie. Tuttavia, traumatizzata dal tradimento di tutte le principali organizzazioni operaie del passato, questa nuova generazione ha adottato un atteggiamento di scetticismo verso la politica, verso il proprio passato, la sua teoria di classe e la sua missione storica. Ciò non la protegge dal sabotaggio delle forze politiche della sinistra del capitale e le impedisce al tempo stesso di riallacciarsi alle radici della fiducia in sé stessa e di fare rivivere in modo cosciente la sua grande tradizione di solidarietà. Anche le minoranze rivoluzionarie sono profondamente colpite. Per la prima volta si crea una situazione in cui, mentre le posizioni rivoluzionarie assumono un’eco crescente nella classe, le organizzazioni che le difendono non sono riconosciute, anche tra gli operai più combattivi, come appartenenti alla classe.

Malgrado l'impertinenza e la sicurezza arrogante di questa nuova generazione del dopo 1968, che è riuscita all’inizio a prendere la classe dominante di sorpresa, dietro il suo scetticismo nei confronti della politica risiede una profonda mancanza di fiducia in sé. Non si era mai visto prima un tale contrasto tra, da un lato, questa capacità ad impegnarsi in lotte di massa in grande parte autorganizzate e, dall’altro, l’assenza di questa sicurezza elementare che ha caratterizzato il proletariato dagli anni 1848-50 fino al 1917-18. Questa mancanza di fiducia in sé segna ugualmente in maniera profonda le organizzazioni della Sinistra comunista. E non solo le nuove organizzazioni, come la CCI o la CWO, ma anche un gruppo come il PCI bordighista che, dopo essere sopravvissuto alla controrivoluzione, è poi esploso all’inizio degli anni 80 a causa della sua impazienza ad essere riconosciuto dalla classe nel suo insieme. Come sappiamo, il bordighismo ed il consiliarismo hanno teorizzato, durante la controrivoluzione, questa perdita di fiducia in sé stabilendo una separazione tra i rivoluzionari e la classe nel suo insieme, chiamando una parte della classe a diffidare dell'altra[5]. Inoltre, sia l’idea bordighista de “l’invarianza” che l’idea consiliarista di un “nuovo movimento operaio” erano, teoricamente, su questa questione, delle false risposte alla controrivoluzione. Ma la stessa CCI, che ha rigettato tali teorizzazioni, non era tuttavia esente dai danni causati alla fiducia in sé stesso del proletariato ed al restringimento della base di questa fiducia.

Così possiamo vedere come, in questo periodo storico, sono legati tra loro tutta una serie di elementi: la mancanza di fiducia della classe in sé stessa, degli operai nei rivoluzionari e reciprocamente, la mancanza di fiducia delle organizzazioni politiche in sé stesse, nel loro ruolo storico, nella teoria marxista e nei principi organizzativi ereditati dal passato, e la mancanza di fiducia dell’insieme della classe nella natura storica a lungo termine della sua missione.

In realtà, questa debolezza politica ereditata dalla controrivoluzione costituisce uno dei principali fattori dell’entrata del capitalismo nella sua fase di decomposizione. Privato della sua esperienza storica, delle sue armi teoriche e della visione del suo ruolo storico, il proletariato manca della fiducia necessaria per sviluppare una prospettiva rivoluzionaria. Con la decomposizione, questa mancanza di fiducia, di prospettiva diventa il destino dell’insieme della società, imprigionando l’umanità nel presente[6]. Non è una coincidenza dunque se il periodo storico di decomposizione è stato inaugurato dal crollo delle principali vestigia della controrivoluzione, quelle dei regimi stalinisti. Il risultato di questo nuovo discredito degli obiettivi della classe e delle principali armi politiche del movimento proletario è che quest’ultimo deve far fronte ancora una volta ad una situazione senza precedenti storici: una generazione non sconfitta di operai che perde in gran parte la sua identità di classe. Per uscire da questa crisi, essa dovrà riapprendere la solidarietà di classe, sviluppare di nuovo una prospettiva storica, riscoprire nel fuoco della lotta di classe la possibilità e la necessità per i diversi settori della classe di avere fiducia gli uni negli altri. Il proletariato non è stato sconfitto. Ha dimenticato ma non perso le lezioni delle sue lotte. Ciò che ha perso è innanzitutto la sua fiducia in sé stesso.

È perciò che le questioni della fiducia e della solidarietà sono tra le principali chiavi di lettura della situazione di impasse storico in cui ci troviamo. Esse sono centrali per tutto il futuro dell’umanità, per il rafforzamento della lotta operaia negli anni futuri, per la costruzione dell’organizzazione marxista, per la riapparizione concreta di una prospettiva comunista in seno alla lotta di classe.

2. Gli effetti delle debolezze sulla fiducia e la solidarietà all’interno della CCI

a) Come dimostra il Testo di orientamento del 1993[7], tutte le crisi, le tendenze e le scissioni nella storia della CCI hanno le loro radici nella questione organizzativa. Anche quando esistevano importanti divergenze politiche, non c’era accordo su queste questioni tra i membri delle “tendenze”, e queste divergenze non giustificavano certo una scissione, di sicuro non il tipo di scissione irresponsabile e prematura che è diventata la regola generale all’interno della nostra organizzazione.

Come dimostra il Testo di orientamento del ‘93, tutte queste crisi avevano dunque per origine lo spirito di circolo ed in particolare il clanismo. Da ciò, possiamo concludere che attraverso tutta la storia della CCI, il clanismo ha sempre costituito la principale manifestazione della perdita di fiducia nel proletariato e la causa principale della messa in discussione dell’unità dell’organizzazione. Inoltre, come è stato spesso confermato dalla loro ulteriore evoluzione al di fuori della CCI, i clan hanno costituito i principali portatori del germe della degenerazione programmatica e teorica al nostro interno[8].

Questo fatto, messo in luce 8 anni fa, è tuttavia così stupefacente che merita una riflessione storica. Il 14° Congresso della CCI ha già cominciato questa riflessione, mostrando che nel movimento operaio del passato, il peso predominante dello spirito di circolo e del clanismo si è limitato essenzialmente agli inizi del movimento operaio, mentre la CCI è stata tormentata da questo problema per tutta la sua lunga esistenza. La verità, è che la CCI è la sola organizzazione nella storia del proletariato nella quale la penetrazione di un’ideologia estranea si é manifestata così regolarmente ed in modo predominante attraverso i problemi relativi alla organizzazione.

Questo problema senza precedenti deve essere compreso nel contesto storico degli ultimi tre decenni. La CCI si considera l’erede della più alta sintesi dell’eredità del movimento operaio e della Sinistra comunista in particolare. (...) Ma la storia mostra che la CCI ha assimilato la sua eredità programmatica ben più facilmente di quella organizzativa. Ciò è dovuto principalmente alla rottura della continuità organica causata dalla controrivoluzione. Innanzitutto perché è più facile assimilare le posizioni politiche attraverso lo studio di testi del passato che comprendere le questioni organizzative che sono molto più una tradizione vivente, dipendenti, per essere trasmesse, dal legame tra le generazioni. In secondo luogo perché, come già detto, il colpo portato dalla controrivoluzione alla fiducia in sé della classe ha colpito principalmente la sua fiducia nella sua missione storica e nelle sue organizzazioni politiche. Così, mentre la validità delle nostre posizioni programmatiche è stata spesso confermata in modo spettacolare dalla realtà (e dal 1989, questa validità è confermata anche da nuovi gruppi emergenti), la nostra costruzione organizzativa non ha avuto lo stesso clamoroso successo. Nel 1989, fine del periodo del dopoguerra, la CCI non aveva compiuto alcun passo decisivo in termini di crescita numerica, nella diffusione della sua stampa, a livello di impatto nella lotta di classe né di riconoscimento dell’organizzazione da parte della classe nel suo insieme. Era dunque una situazione storica paradossale. Da un lato, la fine della controrivoluzione e l’apertura di un nuovo corso storico hanno favorito lo sviluppo delle nostre posizioni: la nuova generazione non sconfitta era più o meno apertamente diffidente verso la sinistra del capitale, le elezioni borghesi, il sacrificio per la nazione, ecc. Ma, dall’altro, la nostra militanza comunista era forse meno rispettata - da un punto di vista generale - che all’epoca di Bilan. Questa situazione storica ha portato a dei dubbi profondamente radicati nei confronti del ruolo storico dell’organizzazione. Questi dubbi sono talvolta affiorati a livello politico generale attraverso lo sviluppo di concezioni apertamente consiliariste, moderniste o anarchiche, capitolazioni più o meno aperte all’ideologia dominante. Ma soprattutto, si sono espresse in modo più vergognoso al livello organizzativo.

A questo dobbiamo aggiungere che nella storia della lotta della CCI per lo spirito di partito, sebbene ci siano delle somiglianze con delle organizzazioni del passato – l’eredità dei principi di funzionamento dei nostri predecessori ed il loro ancoraggio attraverso una serie di lotte organizzative - vi sono anche delle grandi differenze. La CCI è la prima organizzazione che forgia lo spirito di partito non in condizioni di illegalità, ma in un’atmosfera impregnata di illusioni democratiche. Su questa questione, la borghesia ha imparato dalla storia: la migliore arma della liquidazione organizzativa non è la repressione ma lo sviluppo di un’atmosfera di diffidenza. Ciò che è vero per l’insieme della classe lo è anche per i rivoluzionari: è il tradimento dei principi dall'interno che distrugge la fiducia proletaria.

Il risultato è che la CCI non è stata mai capace di sviluppare il tipo di solidarietà vivente che nel passato si è sempre forgiato nella clandestinità e che costituisce una delle principali componenti dello spirito di partito. Inoltre, il democraticismo costituisce il concime ideale per la cultura del clanismo poiché è l’antitesi vivente del principio proletario secondo cui ciascuno dà il meglio delle sue capacità alla causa comune; favorisce inoltre l’individualismo, l'informalismo e l’oblio dei principi. Non dobbiamo dimenticare che i partiti della Seconda internazionale furono in larga parte distrutti dal democraticismo, e che anche il trionfo dello stalinismo è stato democraticamente legittimato, come l'ha sottolineato la Sinistra italiana (…).

b) È evidente che il peso di tutti questi fattori negativi si è moltiplicato con l'apertura del periodo di decomposizione. Non ripeteremo ciò che la CCI ha già detto a questo argomento. Ciò che è importante qui è che, come risultato del fatto che la decomposizione tende a erodere le basi sociali, culturali, politiche, ideologiche della comunità umana, in particolare intaccando la fiducia e la solidarietà, c’è una tendenza spontanea nella società attuale a raggrupparsi in clan, cricche e bande. Questi raggruppamenti, quando non sono basati su degli interessi commerciali o altri interessi materiali, hanno spesso un carattere puramente irrazionale, basato su delle lealtà personali all’interno del gruppo ed un odio spesso insensato verso dei nemici, reali o immaginari. In realtà, questo fenomeno costituisce in parte un ritorno, nel contesto attuale, a delle forme ataviche completamente pervertite di fiducia e di solidarietà, riflettendo la perdita di fiducia nelle strutture sociali esistenti, ed un tentativo di trovare sicurezza di fronte all’anarchia crescente della società. Va da sé che questi raggruppamenti, lungi dal rappresentare una risposta alla barbarie della decomposizione, ne sono essi stessi un’espressione. È significativo che oggi, anche le due principali classi ne siano colpite. In effetti, per il momento, solo i settori più forti della borghesia sembrano essere più o meno capaci di resistere al loro sviluppo. Per il proletariato, il livello raggiunto da questo fenomeno nella sua vita quotidiana è espresso innanzitutto dal danno causato alla sua identità di classe e dalla necessità che ne risulta di riappropriarsi della sua propria solidarietà di classe.

Come è stato detto al 14° Congresso della CCl: a causa della decomposizione, la lotta contro il clanismo non è alle nostre spalle ma davanti a noi.

c) Il clanismo ha costituito dunque la principale espressione della perdita di fiducia nel proletariato nella storia della CCI. Ma la forma che esso prende è la sfiducia aperta non verso l’organizzazione, ma verso una sua parte. Tuttavia il significato della sua esistenza è, in realtà, la messa in discussione dell’unità dell’organizzazione e dei suoi principi di funzionamento. È per questo che il clanismo, sebbene possa prendere origine da una preoccupazione corretta, e con una fiducia più o meno intatta, sviluppa necessariamente della diffidenza verso tutti quelli che non sono dalla sua parte, degenerando in paranoia aperta. In generale, quelli che sono vittime di questa dinamica sono completamente incoscienti di questa realtà. Ciò non vuole dire che un clan non abbia una certa coscienza di ciò che fa. Ma è una falsa coscienza che serve solo a ingannare se stessi e gli altri.

Il Testo d’orientamento del ‘93 spiegava già le ragioni di questa vulnerabilità che ha, nel passato, colpito militanti come Martov, Plekhanov o Trotskij: il peso particolare del soggettivismo nelle questioni organizzative. (...)

Nel movimento operaio, il clanismo ha avuto quasi sempre per origine la difficoltà di diverse personalità a lavorare insieme. In altri termini, rappresenta una sconfitta di fronte alla prima tappa di costruzione di una comunità. È per questo che gli atteggiamenti clanici appaiono spesso in momenti in cui arrivano nuovi membri, o quando si formalizzano e si sviluppano strutture organizzative. Nella Prima Internazionale, è stata l’incapacità dell’ultimo arrivato, Bakunin, a “trovare il suo posto” nell’organizzazione a cristallizzare dei risentimenti preesistenti verso Marx. Nel 1903, al contrario, è la preoccupazione di preservare lo statuto della “vecchia guardia” che ha prodotto quello che, nella storia, è diventato il menscevismo. Evidentemente ciò non ha impedito ad un nuovo venuto come Lenin di difendere lo spirito di partito, o ad un nuovo venuto che aveva provocato il maggiore risentimento nei suoi confronti – come Trotskij - di mettersi a fianco di coloro che avevano avuto paura di lui[9].

Proprio perché supera l'individualismo, lo spirito di partito è capace di rispettare la personalità e l’individualità di ciascuno dei suoi membri. L’arte della costruzione dell’organizzazione non fa a ameno di prendere in considerazione tutte queste differenti personalità in modo da armonizzarle al massimo e permettere a ciascuna di dare il meglio di sé alla collettività. Il clanismo si cristallizza al contrario proprio attorno ad una diffidenza nei confronti di personalità e al loro differente peso. È per questo che è così difficile identificare una dinamica clanica all’inizio. Anche se molti compagni avvertono il problema, la realtà del clanismo è così sordida e ridicola che occorre del coraggio per dichiarare che “Il Re é nudo”. Che imbarazzo!

Come è stato sottolineato da Plekhanov, nel rapporto tra la coscienza e le emozioni, sono queste ultime a giocare un ruolo conservatore. Ma ciò non vuol dire che il marxismo condivida il disprezzo del razionalismo borghese verso il loro ruolo. Ci sono delle emozioni che servono ed altre che recano danno alla causa del proletariato. Ed è certo che la missione storica di quest’ultimo non può riuscire senza uno sviluppo gigantesco di passione rivoluzionaria, una volontà incrollabile di vincere, uno sviluppo inaudito di solidarietà, di disinteresse e di eroismo senza i quali la prova della lotta per il potere e della guerra civile non potrebbe mai essere sopportata. E senza la cultura cosciente dei tratti sociali ed individuali della vera umanità, una società nuova non può essere fondata. Queste qualità non sono delle precondizioni. Come diceva Marx, devono essere forgiate durante la lotta.

3. Il ruolo della fiducia e della solidarietà nell’ascesa dell'umanità

Contrariamente all’atteggiamento della borghesia rivoluzionaria per la quale il punto di partenza del suo radicalismo era il rigetto del passato, il proletariato ha sempre basato, in modo cosciente, la sua prospettiva rivoluzionaria su tutte le acquisizioni della storia dell’umanità che l’ha preceduto. Fondamentalmente, il proletariato è capace di sviluppare una tale visione storica perché la sua rivoluzione non difende nessun interesse particolare in opposizione a quelli dell’insieme dell’umanità. Dunque, il punto di vista del marxismo è sempre stato, per quel che riguarda tutte le questioni teoriche poste da questa missione, di prendere come punto di partenza tutte le acquisizioni che gli sono state trasmesse. Per noi, non solo la coscienza del proletariato, ma anche quella dell’umanità nel suo insieme, è qualche cosa che si accumula e si trasmette attraverso la storia. Tale era la visione di Marx ed Engels riguardante la filosofia tedesca classica, l'economia politica inglese o il socialismo utopico francese.

Allo stesso modo, dobbiamo comprendere che la fiducia e la solidarietà proletarie costituiscono delle concretizzazioni specifiche dell’evoluzione generale di queste qualità nella storia umana. Su queste due questioni, il compito della classe operaia è di andare al di là di ciò che è stato già realizzato. Ma per farlo, la classe deve basarsi su ciò che è già stato compiuto.

Le questioni poste qui sono di un’importanza storica fondamentale. Senza una solidarietà di base minima, la società umana diventa impossibile. E senza un minimo di fiducia reciproca, nessuno progresso sociale è possibile. Nella storia, la rottura di questi principi ha sempre condotto ad una barbarie senza limiti.

a) La solidarietà è un’attività pratica di sostegno reciproco tra gli esseri umani nella lotta per l’esistenza. È un’espressione concreta della natura sociale dell’umanità. Contrariamente agli impulsi come la carità o il sacrificarsi, che presuppongono l’esistenza di un conflitto di interessi, la base materiale della solidarietà è una comunità di interessi. È per questo che la solidarietà non è un ideale utopico, ma una forza materiale vecchia quanto la stessa umanità. Ma questo principio, rappresentando il mezzo più efficace ma anche collettivo nella difesa dei propri “sordidi” interessi materiali, può dar luogo agli atti più disinteressati, compreso il sacrificio della propria vita. Questo fatto, che l’utilitarismo borghese non è stato mai capace di spiegare, risulta dalla semplice realtà secondo la quale a partire dal momento in cui esistono degli interessi comuni, le parti sono sottomesse ... al bene comune. La solidarietà è dunque il superamento non dell’“l’egoismo”, ma dell’individualismo e del particolarismo nell’interesse dell’insieme. È per questo che la solidarietà è sempre una forza attiva, caratterizzata dall’iniziativa, e non dall’atteggiamento di aspettare la solidarietà degli altri. Là dove regna il principio borghese del calcolo dei vantaggi e degli svantaggi, non c’è solidarietà possibile.

Benché nella storia dell’umanità, la solidarietà tra i membri della società sia stata anzitutto un riflesso istintivo, più la società umana diventa complessa e conflittuale, più alto è il livello di coscienza necessario al suo sviluppo. In questo senso, la solidarietà di classe del proletariato costituisce la forma più alta di solidarietà umana fino a questo momento.

Tuttavia, l’estensione della solidarietà non dipende solo dalla coscienza in generale, ma anche dalla cultura delle emozioni sociali. Per svilupparsi, la solidarietà richiede un quadro culturale ed organizzativo che favorisca la sua espressione. Dato un tale quadro all’interno di un raggruppamento sociale, è possibile sviluppare delle abitudini, delle tradizioni e delle regole “non scritte” di solidarietà che possono trasmettersi da una generazione all’altra. In questo senso, la solidarietà non ha solamente un impatto immediato ma anche storico.

Ma a dispetto di tali tradizioni, la solidarietà ha sempre un carattere volontario. È per questo che l’idea che lo Stato sarebbe l’incarnazione della solidarietà, come è stato propagandato in particolare dalla Socialdemocrazia e dallo stalinismo, è una delle più grandi menzogne della storia. La solidarietà non può mai essere imposta contro la volontà. Essa è possibile solo se coloro che esprimono la solidarietà e quelli che la ricevono sono tutti convinti della sua necessità. La solidarietà è il cemento che tiene assieme un gruppo sociale, che trasforma un gruppo di individui in una sola forza unita.

b) Come la solidarietà, la fiducia è un’espressione del carattere sociale dell’umanità. Come tale, anch’essa presuppone una comunità di interessi. Per cui essa non può esistere che in relazione con altri esseri umani, con degli scopi e delle attività condivise. Da ciò conseguono i suoi due aspetti principali: la fiducia reciproca dei partecipanti e la fiducia nello scopo condiviso. Le basi principali della fiducia sociale sono dunque sempre un massimo di chiarezza e di unità.

Tuttavia, la differenza essenziale tra il lavoro umano e le attività animali, tra il lavoro dell’architetto e la costruzione di un alveare, come dice Marx, risiede nella premeditazione di questo lavoro sulla base di un piano[10]. È per tale motivo che la fiducia è sempre legata al futuro, a qualche cosa che nel presente esiste solo sotto forma di un’idea o di una teoria. Allo stesso tempo, è per questo che la fiducia reciproca è sempre concreta, basata sulle capacità di una comunità a compiere un compito dato.

Così, contrariamente alla solidarietà che è un'attività che esiste solo nel presente, la fiducia è anzitutto un’attività diretta verso il futuro. È questo che le dà il suo carattere particolarmente enigmatico, difficile da definire o da identificare, difficile da sviluppare o da mantenere. Non c’è quasi nessuna altra area della vita umana nei confronti della quale c’è tanto inganno ed auto-inganno. In effetti la fiducia è basata sull’esperienza, l’apprendimento attraverso dei tentennamenti, per stabilire degli scopi realistici e sviluppare dei mezzi appropriati. Ma poiché il suo compito è di rendere possibile la nascita di ciò che non esiste ancora, non perde mai il suo aspetto “teorico”. Nessuna delle grandi realizzazioni dell’umanità sarebbe stata mai possibile senza questa capacità di perseverare in un compito realistico ma difficile in assenza di successo immediato. È l’estensione del raggio della coscienza che permette una crescita della fiducia, mentre l’azione delle forze cieche ed incoscienti nella natura, nella società e nell'individuo tende a distruggere questa fiducia. Non è tanto l’esistenza di pericoli che mina la fiducia umana, ma piuttosto l’incapacità a comprenderli. Ma poiché la vita ci espone costantemente ai nuovi pericoli, la fiducia è una qualità particolarmente fragile, che richiede anni per svilupparsi ma che può essere distrutta dall’oggi al domani.

Come la solidarietà, la fiducia non può né essere decretata, né essere imposta, ma richiede una struttura ed un’atmosfera adeguate per il suo sviluppo. Ciò che rende così difficili le questioni della solidarietà e della fiducia è che esse non hanno a che fare solo con la testa ma anche col cuore. È necessario “sentirsi fiduciosi”. L’assenza di fiducia implica a sua volta il regno della paura, dell’incertezza, dell’esitazione e la paralisi delle forze collettive coscienti.

c) Mentre l’ideologia borghese si sente oggi rafforzata dalla pretesa “morte del comunismo” nella sua convinzione che è l’eliminazione dei deboli nella lotta competitiva per la sopravvivenza ad assicurare la perfezione della società, in realtà sono proprio queste forze collettive e coscienti che costituiscono la base dell’ascesa della specie umana.

Già i predecessori dell’umanità appartenevano a queste specie animali altamente sviluppate a cui gli istinti sociali davano un vantaggio decisivo nella lotta per la sopravvivenza. Queste specie portavano già i segni rudimentali della forza collettiva: i deboli erano protetti e la forza di ogni membro individuale diventava la forza di tutti. Questi aspetti sono stati cruciali nella nascita della specie umana la cui prole resta senza difesa per molto più tempo che qualunque altra specie. Con lo sviluppo della società umana e delle forze produttive, questa dipendenza dell’individuo verso la società non ha mai smesso di crescere; gli istinti sociali (che Darwin chiama “altruistici”) che esistevano già nel mondo animale, prendono un carattere sempre più cosciente. Il disinteresse, il coraggio, la lealtà, la devozione alla comunità, la disciplina e l’onestà sono glorificate nelle prime espressioni culturali della società, le prime espressioni di una solidarietà veramente umana.

Ma l’uomo è soprattutto la sola specie che utilizza gli attrezzi che ha fabbricato. È questo modo di acquisire dei mezzi di sussistenza che dirige l’attività umana verso il futuro.

Nell’animale, l’azione segue in modo immediato. Esso cerca la sua preda o il suo cibo ed immediatamente, balza, acchiappa, mangia, o fa ciò che è necessario per afferrare, e questo è ereditato come istinto.... Tra l’impressione e l’azione dell’uomo, invece, una lunga catena di pensieri e di considerazioni passa per la sua testa. Da dove nasce questa differenza? Non è difficile vedere che essa è strettamente legata all’uso di strumenti. Come i pensieri nascono tra le impressioni dell’uomo e le sue azioni, lo strumento nasce tra l’uomo e ciò che quest'ultimo cerca di ottenere. Inoltre, come lo strumento si trova tra l’uomo e gli oggetti esterni, il pensiero deve nascere tra l’impressione e la realizzazione. Prende uno strumento, dunque la sua mente deve fare anch’essa lo stesso percorso, non seguire la prima impressione.[11]

Imparare a “non seguire la prima impressione”, è una buona descrizione del salto dal mondo animale al genere umano, dal regno dell’istinto a quello della coscienza, dalla prigione immediatista del presente all’attività orientata verso il futuro. Ogni sviluppo importante nella prima società umana si è accompagnato con un rafforzamento di questo aspetto. Ancora, con l'apparizione delle società agricole sedentarie, i vecchi non sono più uccisi ma amati teneramente come coloro che possono trasmettere l’esperienza.

In quello che chiamiamo comunismo primitivo, questa fiducia embrionale nella potenza della coscienza per dominare le forze della natura era estremamente tenue mentre era potente la forza della solidarietà in seno ad ogni gruppo. Ma fino all’apparizione delle classi, della proprietà privata e dello Stato, queste due forze, per quanto impari siano state, si rafforzavano reciprocamente.

La società di classe fa esplodere questa unità, accelerando la lotta per il dominio sulla natura, ma sostituendo la solidarietà sociale con la lotta di classe all’interno di una stessa società. Sarebbe falso credere che questo principio sociale generale sia stato sostituito dalla solidarietà di classe. Nella storia delle società di classe, il proletariato è la sola classe capace di una reale solidarietà. Mentre le classi dominanti sono sempre state delle classi sfruttatrici per le quali la solidarietà non va mai oltre l’opportunità del momento, il carattere necessariamente reazionario delle classi sfruttate del passato significava che la loro solidarietà aveva necessariamente un carattere furtivo, utopico come “la comunità dei beni” dei primi cristiani e delle sette del Medio Evo. La principale espressione della solidarietà sociale all’interno della società di classe prima dell’avvento del capitalismo è quella che derivava dalle vestigia dell’economia naturale, ivi compresi i diritti ed i doveri che legavano ancora le classi opposte tra loro. Tutto ciò fu distrutto alla fine dalla produzione di merci e dalla sua generalizzazione sotto il capitalismo.

“Se, nella società attuale, gli istinti sociali hanno ancora conservato una certa forza, è solo grazie al fatto che la produzione generalizzata di merce costituisce ancora un fenomeno nuovo, appena vecchio di un secolo, e che nella misura in cui il comunismo democratico primitivo sparisce e che (...) smette dunque di essere la fonte di istinti sociali, una nuova fonte e ben più forte sorge, la lotta di classe delle classi ascendenti popolari e sfruttate”.

Con lo sviluppo delle forze produttive, la fiducia della società nella sua capacità di dominare le forze della natura è cresciuta in maniera accelerata. Il capitalismo è stato il periodo che ha dato, di gran lunga, il principale contributo in questo senso, con un picco nel XIX secolo, il secolo del progresso e dell’ottimismo. Ma, allo stesso tempo, mettendo gli uomini l’uno contro l’altro nello scontro della concorrenza ed acuendo la lotta di classe ad un livello mai raggiunto, ha minato ad un livello senza precedenti un altro pilastro della fiducia in sé della Società, quello dell’unità sociale. Inoltre, per liberare l’umanità dalle forze cieche della natura, l’ha sottomessa al dominio delle nuove forze cieche in seno alla stessa società: quelle scatenate dalla produzione di merci le cui leggi operano al di fuori del controllo o anche della comprensione – “alle spalle” - della società. Ciò ha portato a sua volta al 20° secolo, il più tragico della storia, che ha spinto una grande parte dell'umanità in una disperazione indicibile.

Nella sua lotta per il comunismo, la classe operaia si basa non solo sullo sviluppo delle forze produttive generate dal capitalismo, ma fonda anche una parte della sua fiducia nell’avvenire sulle realizzazioni scientifiche e le visioni teoriche apportate in precedenza dall’umanità. Allo stesso modo, l’eredità della classe nella sua lotta per una solidarietà effettiva integra tutta l’esperienza dell’umanità fino ai nostri giorni nella creazione di legami sociali, l’unità di scopo, i legami di amicizia, gli atteggiamenti di rispetto e di attenzione per i compagni di lotta, ecc.



[1] Per ulteriori elementi sull’analisi fatta dalla CCI sulle questioni della trasformazione dello spirito di circolo in clanismo, sui clan esistiti nella nostra organizzazione e sulla nostra lotta condotta a partire dal 1993 contro queste debolezze, vedere il nostro testo “La questione del funzionamento dell’organizzazione nella CCI” ed il nostro articolo “La battaglia per la difesa dei principi organizzativi” rispettivamente nei numeri 109 e 110 della Rivista Intenazionale (in lingua inglese, francese e spagnola).

[2] Si tratta della Commissione di investigazione nominata dal 14° congresso della CCI. Vedere a questo proposito il nostro articolo della Rivista Intenazionale n°110 (in lingua inglese, francese e spagnola).

[3] Su questo argomento, vedi il nostro articolo “La lotta del proletariato nella decadenza del capitalismo” nella Rivista Intenazionale n°23 (in lingua inglese, francese e spagnola). In questo articolo, mettiamo in evidenza le ragioni per cui, contrariamente alle lotte del XIX secolo, quelle del XX secolo non potevano appoggiarsi su un’organizzazione prestabilita della classe.

[4] A febbraio del 1941, le misure antisemite delle autorità di occupazione tedesca provocarono una mobilitazione di massa degli operai olandesi. Scoppiato ad Amsterdam il 25 febbraio, lo sciopero si estese all’indomani in numerose città, in particolare a L’Aia, Rotterdam, Groningen, Utrecht, Hilversum, Haarlem e fino in Belgio, prima di essere represso selvaggiamente dalle autorità, in particolare dalle SS. Vedi a questo riguardo il nostro libro su “La Sinistra olandese”, pagina 247.

[5] La concezione consiliarista sulla questione del partito sviluppata dalla Sinistra comunista olandese e la concezione bordighista, un avatar della Sinistra italiana, all’inizio sembrano radicalmente opposte: la seconda ritiene che il ruolo del partito comunista sia quello di prendere il potere ed esercitare la dittatura in nome del proletariato, anche opponendosi all’insieme della classe, mentre la prima ritiene che ogni partito, compreso un partito comunista, costituisca un pericolo per la classe essendo necessariamente destinato ad usurpare il potere a detrimento degli interessi della rivoluzione. In realtà, le due concezioni si congiungono in quanto stabiliscono entrambe una separazione, o finanche un’opposizione, tra il partito e la classe e manifestano una mancanza di fiducia di base verso quest’ultima. Per i bordighisti, l’insieme della classe non ha la capacità di esercitare la dittatura ed è per tale motivo che spetta al partito di prendere in carico questo compito. Malgrado le apparenze, il consiliarismo non manifesta una fiducia maggiore verso il proletariato poiché considera che quest’ultimo sia destinato a lasciarsi privare del suo potere da un partito dal momento che questo dovesse sorgere.

[6] Sulla nostra analisi della decomposizione, vedi in particolare “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo” nella Rivista Internazionale n°14 (in lingua italiana).

[7] Testo pubblicato nella Rivista Internazionale n°109 (in lingua inglese, francese o spagnola) sotto il titolo “La questione del funzionamento dell’organizzazione nella CCI”.

[8] È così perché “In una dinamica di clan, i percorsi comuni non partono da un reale accordo politico ma da legami di amicizia, di fedeltà, dalla convergenza di interessi personali specifici o da frustrazioni condivise. (…) Quando una tale dinamica appare, i membri o i simpatizzati del clan non si determinano più, nei loro comportamenti o nelle decisioni che prendono, in funzione di una scelta cosciente o ragionata basata sugli interessi generali dell’organizzazione, ma in funzione del punto di vista e degli interessi del clan, che tendono a porsi in contraddizione con quelli del resto dell’organizzazione”. (“La questione del funzionamento dell’organizzazione nella CCI”, Revue Internationale n°109, pp29-30). Dal momento che dei militanti adottano un tale atteggiamento, sono portati a voltare la schiena ad un pensiero rigoroso, al marxismo, finendo per farsi i portatori di una tendenza alla degenerazione teorica e programmatica. Per citare solo un esempio, ricordiamo che il raggruppamento clanico che era apparso nella CCI nel 1984 e che avrebbe formato la “Frazione Esterna della CCI”, ha finito per rimettere totalmente in causa la nostra piattaforma, di cui si presentava peraltro come il migliore difensore, e per rigettare l’analisi della decadenza del capitalismo che era il patrimonio dell’Internazionale Comunista e della Sinistra comunista.

[9] Quando, nell’autunno 1902, arriva in Europa occidentale dopo la sua evasione dalla Siberia, Trotskij viene preceduto da una reputazione di redattore di elevato talento (uno degli pseudonimi che gli sono stati dati è "Pero", la penna). In poco tempo diventa un collaboratore di primo piano dell'Iskra, giornale pubblicato da Lenin e Plekhanov. Nel marzo 1903, Lenin scrive a Plekhanov per proporgli di cooptare Trotsky nella redazione dell'Iskra, ma cozza contro il suo rifiuto: in realtà, Plekhanov teme che il talento di questo giovane militante, di soli 23 anni, possa mettere in ombra il suo prestigio. È una delle prime manifestazioni della deriva di colui che era stato il principale artefice della penetrazione del marxismo in Russia e che, dopo avere raggiunto i menscevichi, finirà la sua carriera come socialsciovinista al servizio della borghesia.

[10] “Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell’idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo tempo stesso, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà. E questa subordinazione non è un atto singolo e isolato. Oltre lo sforzo degli organi che lavorano, è necessaria per tutta la durata del lavoro, la volontà conforme allo scopo, che si estrinseca come attenzione (…)”. Il Capitale, libro I, Tomo I, III sezione, cap.5.

[11] Pannekoek: Marxism and Darwinism.