Lotta di classe in Italia: perché le lotte non riescono ad unirsi in un unico fronte contro il capitale?

L’estrema gravità della crisi economica internazionale, la particolare posizione di fragilità dell’Italia e le pressioni della borghesia a livello internazionale l’hanno avuta vinta alla fine sulle resistenze opposte da Berlusconi e dal suo governo a dimettersi. Questa transizione, che sulle prime ha suscitato finanche un certo entusiasmo in alcuni settori sociali (vedi i festeggiamenti sotto il Quirinale il giorno delle dimissioni), ha mostrato sulla distanza che, al di là delle buffonate di Berlusconi di cui nessuno sentirà la mancanza, dal punto di vista delle condizioni di vita la musica non solo rimane la stessa, ma che il nuovo governo Monti é capace di andare anche oltre negli attacchi, sfondando finanche quel presidio rinforzato da anni che sono le pensioni. In effetti, proprio perché Monti non è il leader di nessun partito, non è stato neanche eletto da nessun “popolo”, ma è stato chiamato a svolgere l’ufficio di “salvare l’Italia”, si può permettere di prendere le misure le più impopolari, come quelle che stiamo già patendo in queste settimane[1] senza che più nessuno, o quasi, osi dire niente[2]. Ma è sempre più diffusa la sensazione che tutto questo non serva a niente. Negli ultimi decenni - e più chiaramente ancora in questo ultimo scorcio di anni – il sistema capitalista mostra di non essere più capace di garantire un qualunque futuro alle giovani generazioni. Per cui sempre di più cresce la consapevolezza che non è più in gioco un singolo aumento, un singolo contratto annuale, un singolo sussidio di disoccupazione, ma che c’è da recuperare una dimensione nuova di società e che questo lo si può fare solo a livello unito, globale. Ma questa consapevolezza fa fatica a farsi avanti fino in fondo perché, come abbiamo detto tante volte, il proletariato ha ancora da recuperare la fiducia in sé stesso, deve ancora riconoscersi come classe, deve riallacciare la sua storia a quella delle generazioni che l’hanno preceduto.

Uno degli elementi importanti che giocano da freno sulla classe operaia è in particolare il sindacato e la logica sindacale. Infatti, che significa lotta sindacale? Significa anzitutto dare la delega della propria lotta ad una squadra di esperti che si incaricano per la classe di portare avanti la vertenza. E quando la delegazione del sindacato tratta col padrone, ai lavoratori tocca aspettare i risultati e sperare che questi siano i migliori possibili. In conclusione il sindacato, ammesso (e non concesso) che riesca a fare un buon lavoro, in ogni caso espropria la classe della sua iniziativa, della sua capacità di portare avanti la lotta. Ma, ancora, che significa oggi lottare? E’ possibile ottenere qualcosa stando chiusi nelle proprie fabbriche in 100, 500 o finanche in 10.000? O non è molto più efficace una lotta che, pur utilizzando la fabbrica come punto di appoggio, si porti all’esterno alla ricerca di altri compagni di lotta che, pur facendo parte di altre fabbriche, altri settori o che siano addirittura senza lavoro, avvertano l’esigenza di unirsi alla lotta perché si riconoscono alla fine negli stessi obiettivi? Nella misura in cui, come detto, questa società ci sottopone ad attacchi sempre più massicci e generalizzati, non è possibile pensare di poter resistere rimanendo divisi fabbrica per fabbrica, città per città, paese per paese, ... E’ per questo che la logica sindacale è perdente, perché è intrinsecamente votata alla trattativa locale, settoriale e non parte invece dalla necessaria unità dei lavoratori, non intesi come somma delle singole situazioni di lotta ma come unico soggetto agente che lotta per un futuro diverso.

Se si dà uno sguardo alla mappa della lotta di classe presente oggi in Italia, c’è da rimanere stupiti per il numero di lotte che si svolgono contemporaneamente in questo paese. La scintilla per far scoppiare una lotta, d’altra parte, con la situazione che c’è, non è difficile da trovare. Il problema però è che tipo di lotte si sviluppano in questo momento. In qualche modo è proprio l’esitazione presente nella classe a prendere in mano la situazione, ad accettare la sfida della storia, ad avere fiducia nella propria iniziativa che la spinge a dare la delega a dei rappresentanti sindacali. Non tanto ai grandi sindacati, la CGIL, la CISL e la UIL, che ormai da parecchi anni sostengono una “responsabile” politica di sostegno alle misure antioperaie dei vari governi, tant’è che la loro popolarità è calata notevolmente[3], ma a quelli che non si sono sporcati le mani firmando i vari protocolli di intesa con i governi di turno, ai vari sindacati cosiddetti di base, che dicono di battersi per una reale difesa degli interessi proletari, o al limite alla FIOM, che ha coperto un ruolo di maggiore combattività all’interno della CGIL. Ed effettivamente si vede che, quando la lotta diventa tesa, sul fronte di lotta dei sindacati ufficiali è presente solo la FIOM (che pur essendo un sindacato categoriale dei metalmeccanici, sta giocando negli ultimi tempi un ruolo da jolly anche in altri settori, come i disoccupati, gli studenti,…). Ma più di frequente il S.I.Cobas[4], la CUB[5], l’USB[6], lo SLAI Cobas[7], ecc.

Per capire più precisamente che vogliamo dire quando diciamo che la logica sindacale non è quella che risponde alle esigenze proletarie di questa fase storica, diamo un’occhiata più da vicino a quello che succede nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in genere, a cominciare da una di quelle che sta diventando il luogo simbolo della lotta in Italia negli ultimi mesi, l’Esselunga di Pioltello.

A Pioltello, Milano sono mesi che i 300 lavoratori della cooperativa SAFRA appaltata dalla Esselunga sono in agitazione, con un’accentuazione di scioperi continui dall’inizio di ottobre scorso[8]. I lavoratori, sostenuti dal SICobas, hanno dato vita ad un presidio permanente all’ingresso dello stabilimento sia per creare un punto di incontro e di solidarietà con gli esterni alla lotta, sia per portare avanti la tattica del blocco del traffico dei camion in entrata e in uscita. Nel caso specifico il blocco delle merci costituisce un’arma particolarmente importante perché significa bloccare il rifornimento dei punti vendita e quindi spegnere la fonte di entrate dell’impresa. La risposta padronale è stata particolarmente dura[9]: polizia permanente davanti alle fabbriche, con ripetuti interventi per forzare i picchetti operai e lettere di licenziamento a 15 degli operai più combattivi. In più, “a ben tre anni di distanza, stanno arrivando una serie di avvisi di garanzia per la mobilitazione dei lavoratori delle coop alla Bennet di Origgio, la lotta che ha dato il via alle agitazioni tuttora in corso nelle cooperative. Lavoratori, iscritti del SI Cobas (allora eravamo Slai Cobas), compagni del CSA Vittoria e del Coordinamento di Sostegno alle lotte delle Cooperative, sono raggiunti da avvisi di garanzia con accuse di "resistenza", "lesioni", ecc.[10]

Lo scenario, cambiando il nome dell’azienda e il luogo, è pressoché identico in centinaia di altri luoghi di lavoro, di cui ricordiamo solo alcuni dei più recenti o significativi:

- le Ceramiche Ricchetti di Mordano/Bologna, con 62 lavoratori in bilico[11],

- la ditta di trasporti CEVA di Cortemaggiore/Piacenza, dove coloro che sono impiegati come facchini da tempo lamentano mancanze contrattuali inaccettabili. “Le tredicesime e le quattordicesime vengono segnate come pagate nelle buste paga, ma in realtà quel denaro non ci viene versato” spiega Elmitwali, delegato Si Cobas tra i facchini “Chiediamo solo il rispetto dell’accordo sancito tra la cooperativa e il nostro sindacato[12];

- le Cooperative di trasporto di Bergamo, con 150 operai in sciopero, la stragrande maggioranza dei quali immigrati;

- la Elnagh di Trivolzio, Pavia, fabbrica di camper, dove c’è minaccia di chiusura e di licenziamento per i 130 lavoratori dell’azienda;

- ex-ILA di Porto Vesme, Carbonia Iglesias, che produceva profilati di alluminio, dove il 31 Dicembre scade per i 166 lavoratori il termine degli ammortizzatori sociali;

- Ferrovie dello Stato, con 800 lavoratori tra manutentori, impiegati, personale viaggiante, addetti alle pulizie che sono stati licenziati dall’inizio di dicembre, provocando così l’occupazione da parte di alcuni di questi di una delle torri della stazione di Milano centrale[13];

- Iribus di Valle Ufita, Avellino che chiude la produzione di autobus mettendo sulla strada 600 lavoratori;

- FIAT di Termini Imerese, che chiude anch’essa la produzione di auto mettendo in mobilità 640 lavoratori che, dopo 2 anni di cassa integrazione, se non riusciranno con le varie agevolazioni ad andare in pensione, saranno assunti da un’azienda balorda, la DR Motors, “minuscola casa automobilistica specializzata nel ricarrozzare, parzialmente, auto cinesi. Marchio dalle ridottissime quote di mercato, un mercato per di più in generale restrizione, per cui la capacità produttiva di Termini appare grandemente eccedente”.[14]

- Innova Service, azienda che gestisce le portinerie sull’area dell'ex Alfa Romeo di Arese, dove una cinquantina di operai licenziati hanno organizzato un presidio all’interno di un supermercato Iper in piazzale Accursio a Milano.

- la Jabil, ex Siemens Nokia, Cassina de’ Pecchi, Milano, con 325 licenziati, dove il padrone ha chiuso la fabbrica con una serrata e successivamente i lavoratori l’hanno occupata per evitarne lo smantellamento[15].

- precari della ricerca dell’Ospedale Gaslini di Genova, dove 200 lavoratori circa molti dei quali attendono la stabilizzazione del posto di lavoro da oltre 15 anni hanno dato luogo ad un presidio fuori l’ospedale;

- la petroliera Marettimo Mednav, a Trapani, presa all’arrembaggio da 58 operai del Cantiere Navale di Trapani dopo due mesi di presidio permanente davanti i cancelli del Cantiere, discussioni, assemblee, solidarietà, ecc. Adesso, “ogni sera intorno alle 23:00, gli operai all’arrembaggio della Marettimo Mednav ricordano alla cittadinanza trapanese la loro esistenza con un disperato TamTam tribale, che risuona per le vie limitrofe al porto, riecheggia sui balconi e sulle terrazze dei familiari e amici dei 58 operai prossimi alla mobilità”[16].

- le 29 operaie in cassa integrazione della Tacconi, Latina, che occupano da oltre 300 giorni lo stabilimento nella speranza che la loro ditta … fallisca per avere diritto ad un intervento dello Stato.[17]

Come si vede esiste un potenziale di lotta incredibile, con lotte a volte commoventi e sempre di grande valore. Ci sono decine di migliaia di proletari che sono riscaldati al colore rosso vivo sul piano della lotta, ma che esprimono la loro combattività nel chiuso del loro posto di lavoro. Infatti il minimo comune denominatore di tutte le lotte citate, e di tante altre non citate ma che esistono sul territorio, è la presenza di:

·        presidi agli ingressi dei posti di lavoro, per bloccare l’attività della fabbrica e per impedire ai “crumiri” di entrare;

·        una sorveglianza della fabbrica, che in caso di una sua chiusura diventa anche una sua occupazione con l’intento di impedire un suo eventuale smantellamento (come alla Elnagh di Trivolzio,…);

·        una solidarietà espressa da proletari e cittadini generici che portano soldi, alimenti e il proprio sostegno personale;

·        costituzione di casse di solidarietà per sostenere i proletari colpiti da licenziamenti o da decurtazioni per le numerose giornate di sciopero.

Anche se tutto questo esprime certamente un grande potenziale di lotta, il fatto che tutto ciò non vada oltre la dimensione della propria fabbrica - cosa favorita particolarmente dalla logica sindacale - diventa a lungo andare una trappola. Non è un caso se in tanti casi i lavoratori, intenti a fare settimane e mesi di lotte estenuanti ai cancelli delle proprie fabbriche o sui tetti o le ciminiere di una fabbrica, lamentino il fatto di rimanere inascoltati da altri proletari. Per evitare questo occorre ribaltare la logica della lotta, bisogna uscire dalla propria fabbrica mandando delle delegazioni in altre fabbriche, in altri posti di lavoro. La solidarietà è un’arma essenziale della lotta di classe, ma non è qualcosa che funziona a senso unico. La solidarietà significa un mutuo sostegno tra diversi settori della classe in lotta e tra gli stessi proletari. Perché dovrebbe vincere la lotta dei proletari di 100 aziende diverse, ognuna in lotta per conto proprio, e non piuttosto la lotta di tutte e 100 aziende messe assieme, con tutti i proletari che vi appartengono, indipendentemente da quali siano le loro condizioni di partenza?

Il futuro prossimo cui siamo confrontati dipende strettamente da questa alternativa. Se gli operai di fabbrica resteranno fermi nelle loro fabbriche mentre i giovani senza lavoro e senza speranze continueranno a scontrarsi nelle piazze contro il falso obiettivo della polizia, le cose stenteranno a maturare. Se invece gli uni e gli altri ritroveranno un percorso comune, a livello di assemblee, di manifestazioni, di delegazioni di massa inviate da un posto di lavoro ad un altro, allora la prospettiva che si apre sarà tutt’altra.

Ezechiele, 18 dicembre 2011



[1] Vedi l’articolo “Tolto Berlusconi resta la crisi e le sue batoste sulla pelle dei proletari” in questo stesso numero.

[2] L’opposizione della Lega serve solo a fare un poco di colore e a recuperare credibilità per un partito che si era molto screditato negli ultimi tempi appoggiando Berlusconi. La Lega è arrivata addirittura a recuperare la dimensione proletaria con la deputata leghista che interviene con indosso la tuta da operaia … ma con lo stipendio da deputata!

[3] Solo di recente, ed in seguito al cambio di governo, la triplice sindacale sembra aver cambiato politica tornando a fare opposizione “intransigente” contro la manovra del governo, e per di più unitaria e non più con le divisioni che hanno caratterizzato la fase precedente. Evidentemente le cose sono diventate così grosse – e il discredito così importante – che non era possibile rinviare ulteriormente un recupero di credibilità con un po’ di scioperi.

[4] Sindacato Intercategoriale dei CoBas, scissione dello SLAI Cobas.

[5] Confederazione Unitaria di Base

[6] Sorta nel 2010 dalla unificazione di Rdb-Cub, Sindacato dei Lavoratori e parte della Cub

[7] Sindacato Lavoratori Autonomi Intercategoriale Cobas

[9] E’ emblematico che il capo della Esselunga, Caprotti, si sia sempre dato arie da grande democratico, come si evince da questo video (http://www.youtube.com/watch?v=ZskBPlKmSyk&feature=related), dove arriva a parlare dell’azienda come di un monastero. Ma la sua è evidentemente tutta e solo immagine pubblicitaria, come sapientemente denunciato in questi altri imperdibili video: http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=CbcFLo41si4&feature=endscreen e http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=XGYw4PxjatM.

[10] S.I. COBAS NOTIZIE del 22/11/2011.