Rosa Luxemburg ed i limiti dell'espansione del capitalismo

L’attacco dei revisionisti contro il
marxismo si è svolto attorno alla teoria dell'inevitabilità del declino del capitalismo
per la quale le contraddizioni insolubili esistenti nei rapporti di produzione
capitalista costituiranno un ostacolo insuperabile allo sviluppo delle forze
produttive. Il revisionismo di Eduard Bernstein che Rosa Luxemburg rigettò con
lucidità nel suo opuscolo Riforma sociale
o Rivoluzione
, si basava in grande parte su osservazioni empiriche derivanti
dal periodo di espansione e di prosperità senza precedente che le nazioni
capitaliste più potenti avevano conosciuto durante gli ultimi decenni del
diciannovesimo secolo. Egli non pretendeva affatto basare la critica della
visione "catastrofica" di Marx su un'investigazione teorica approfondita
delle teorie economiche di quest'ultimo. Per molti  aspetti, gli argomenti di Bernstein sono
simili a quelli sviluppati da molti esperti borghesi più tardi, durante il boom
economico del dopoguerra e, di nuovo, durante la fase di "crescita"
ben più precaria dei primi anni del ventunesimo secolo. In breve: il
capitalismo funziona ancora, dunque funzionerà sempre.

Ma altri economisti dell'epoca, che non
si erano ancora completamente allontanati dal movimento operaio, cercarono di
fondare la loro strategia riformista su un passaggio "marxista".  Ricordiamo Il Russo Tugan-Baranowsky che
pubblicò, nel 1901, un libro intitolato
Studies in the
Theory and History of Commercial Crises in England
. Sulla scia dei
lavori di Struve e di Bulgakov di alcuni anni prima, Tugan-Baranowski faceva
parte di coloro che si chiamavano "i marxisti legali" ed il suo studio
si inseriva nella risposta di questi ultimi alla corrente dei populisti russi
che volevano dimostrare che il capitalismo si sarebbe dovuto scontrare con difficoltà
insormontabili per stabilirsi in Russia; una di queste difficoltà consisteva
nell'insufficienza di mercati per smerciare la sua produzione. Come Bulgakov, Tugan
tentò di utilizzare gli schemi della riproduzione allargata di Marx, nel Volume
II del Capitale, per provare che non
esisteva un problema fondamentale per la realizzazione del plusvalore nel
sistema capitalista; a quest’ultimo, come "sistema chiuso", era
possibile accumulare indefinitamente ed in modo armonioso. Rosa Luxemburg
riassunse così questo tentativo: "Sicuramente,
i marxisti russi "legali" hanno superato i loro avversari, i
"populisti", ma hanno strafatto. Tutti e tre, Struve, Bulgakov,
Tugan-Baranowsky hanno, nell'ardore della lotta, provato più di quanto
occorresse. Si trattava di sapere se il capitalismo in generale ed il
capitalismo russo in particolare erano suscettibili di sviluppo ed i tre
marxisti citati hanno dimostrato così bene questa capacità che hanno provato
anche attraverso le loro teorie la possibilità della durata eterna del capitalismo"
[1].

La tesi di Tugan provocò una risposta
immediata da parte di coloro che continuavano a difendere la teoria marxista
delle crisi, in particolare del portavoce de "l'ortodossia marxista",
Karl Kautsky che, riprendendo le conclusioni di Marx, sostenne che non potendo
né i capitalisti né gli operai consumare l'insieme del plusvalore prodotto dal
sistema, quest’ultimo era allora continuamente spinto a conquistare nuovi
mercati all'infuori di sé:

"I
capitalisti e gli operai da loro sfruttati costituiscono un mercato per i mezzi
di consumo prodotti dall'industria, mercato che si ingrandisce con l'incremento
della ricchezza dei primi ed il numero dei secondi, meno velocemente tuttavia
dell'accumulazione del capitale e della produttività del lavoro, e che non
basta da solo ad assorbire i mezzi di consumo prodotti dalla grande industria
capitalista. L'industria deve cercare sbocchi supplementari all'esterno della
sua sfera nelle professioni e nelle nazioni che non producono ancora secondo il
modo capitalista. Li trova e li allarga continuamente, ma troppo lentamente.
Perché questi sbocchi supplementari non posseggono, e di molto, l'elasticità e
la capacità d'estensione della produzione capitalista.

Dal
momento in cui la produzione capitalista si è sviluppata in grande industria,
come già accadeva in Inghilterra nel diciannovesimo secolo, essa ha avuto la
facoltà di avanzare a grandi salti, così da superare l'estensione del mercato
in poco tempo. Così ogni periodo di prosperità che segue un'estensione brusca
del mercato è condannato ad una vita breve, la crisi pone un termine
inevitabile. Tale è in poche parole la teoria delle crisi adottate
generalmente, per quanto si conosce, dai "marxisti ortodossi" e
fondata da Marx"
.
Kautsky (Neue Zeit n°5, 1902) citato da RL nella Critica delle critiche[2].

Pressappoco nella stessa epoca,
pubblicando The Theoretical System of
Karl Marx
[3], un
membro dell'ala sinistra dell'American Socialist Party, Luis Budin, partecipava
al dibattito con un'analisi simile ed anche più avanzata, e la pubblicava.

Mentre Kautsky, come viene sottolineato da
Rosa Luxemburg ne L'accumulazione del
capitale
e nella Critica delle
critiche
(1915), aveva posto il problema della crisi in termini di
"sottoconsumo", e nel quadro piuttosto impreciso della velocità relativa
all'accumulazione ed all'espansione del mercato[4],
Budin in modo più esatto la situava nel carattere unico del modo di produzione
capitalista e nelle sue contraddizioni che lo portavano al fenomeno di sovrapproduzione:

"Nei
vecchi sistemi schiavista e feudale, un problema come la sovrapproduzione non è
mai esistito avendo la produzione per scopo il solo consumo familiare, il solo
problema che semmai poteva presentarsi era: quale parte della produzione sarà attribuita
allo schiavo o al servo della gleba e quanto andrà al proprietario di schiavi o
al signore feudale. Una volta che le rispettive parti delle due classi erano definite,
ciascuna procedeva al consumo da parte sua senza incontrare un nuovo problema.
In altri termini, la questione cadeva sempre sul modo di dividere i prodotti ed
il problema della sovrapproduzione non si poneva perché i prodotti non dovevano
essere venduti sul mercato ma consumati dalle persone direttamente coinvolte
dalla loro produzione, o da padrone o da schiavo.... per la nostra industria
capitalista moderna le cose funzionano in maniera diversa. Sicuramente tutta la
produzione, ad eccezione della parte che va agli operai, va come in passato al
padrone, oggi al capitalista. Ma il problema non si risolve, per il fatto che
il capitalista non produce per sé ma per il mercato. Non vuole accaparrarsi i
beni che producono gli operai ma vuole venderli e, se non li vende, per lui
questi non hanno assolutamente alcun valore. Nelle mani del capitalista, le
merci vendibili sono la sua fortuna, il suo capitale, ma quando diventano
invendibili, tutta la fortuna contenuta nei suoi depositi di merci si liquefa appena
queste non sono monetizzate.

Allora
chi va ad acquistare le merci dai nostri capitalisti che hanno introdotto
nuove  macchine nella loro produzione per
cui  la loro produzione aumenta
notevolmente? Evidentemente altri capitalisti possono volere questi prodotti
ma, quando si considera la produzione della società nel suo insieme, che cosa ne
fa la classe capitalista della produzione aumentata che gli operai non possono
consumare? I capitalisti non possono utilizzarla conservando ciascuno la
propria produzione, né scambiandosela tra loro. E ciò per una ragione molto
semplice, perché la classe capitalista non può da sola utilizzare tutto il sovraprodotto
che gli operai producono e di cui essa si appropria in quanto profitti di produzione.
Ciò è già escluso dalle stesse premesse della produzione capitalista a grande
scala e dall'accumulazione del capitale. La produzione capitalista a grande
scala implica l'esistenza di vaste quantità di lavoro cristallizzato sotto
forma di ferrovie, di battelli a vapore, di fabbriche, di macchine e di altri
prodotti manifatturieri che non sono stati consumati dai capitalisti e che
rappresentano la loro parte o profitto della produzione degli anni precedenti.
Come è stato stabilito già precedentemente, tutte le grandi fortune dei nostri
re, principi e baroni capitalisti moderni ed altri grandi dignitari
dell'industria, con o senza titoli, consistono in attrezzi sotto una forma o
un'altra, e cioè sotto una  forma non
consumabile. È questa parte dei profitti capitalisti che i capitalisti
"hanno economizzato" e dunque non consumata. Se i capitalisti
consumassero tutto il loro profitto, non ci sarebbero capitalisti nel senso
moderno della parola, non ci sarebbe accumulazione di capitale. Affinché il
capitale possa accumularsi, i capitalisti non devono in nessuna circostanza
consumare tutto il loro profitto. Il capitalista che lo fa, smette di essere un
capitalista e perisce nella concorrenza con i suoi pari capitalisti. In altri
termini, il capitalismo moderno presuppone l'abitudine di economizzare dei
capitalisti, vale a dire che questa parte dei profitti dei capitalisti individuali
non deve essere consumata ma posta da parte per aumentare il capitale esistente....
non può dunque consumare tutta la sua parte del prodotto manifatturiero. È
evidente dunque che né l'operaio, né il capitalista possono consumare l'insieme
del prodotto aumentato della manifattura. Chi l’acquisterà allora?
" (tradotto dall’inglese
da noi).

Budin tenta poi di spiegare il modo con
cui il capitalismo tratta questo problema. Luxemburg ne cita un lungo passaggio
in una nota de L'accumulazione del
capitale
e lo presenta come "una brillante critica" al libro di
Tugan[5]:

"Il
sovrapprodotto" creato nei paesi capitalisti non ha ostacolato - tranne
alcune eccezioni che menzioneremo dopo - il corso della produzione perché la
produzione è stata ripartita in modo più  razionale nelle differenti sfere o perché la
produzione di cotonato ha ceduto il posto ad una produzione di macchine, ma
perché, essendosi alcuni paesi trasformati più velocemente che altri in paesi
capitalisti, e che ancora oggi alcuni paesi restano sottosviluppati dal punto
di vista capitalista, i paesi capitalisti hanno a loro disposizione un reale mondo
esterno in cui hanno potuto esportare quei prodotti che loro stessi non possono
consumare, indipendentemente dalla natura di questi prodotti: siano essi cotonati
o siderurgici. Ciò non significa affatto che la sostituzione dei cotonati con i
prodotti dell'industria siderurgica, in quanto prodotti essenziali dei paesi
capitalisti più importanti, sarebbe priva di significato. Al contrario, essa
riveste un ruolo importante, ma il suo significato è tutt’altro che quello
attribuitogli da Tugan-Baranowsky. Essa annuncia l'inizio della fine del
capitalismo. Fino a che i paesi capitalisti hanno esportato merci per il consumo,
c'era ancora speranza per il capitalismo di questi paesi. Non si trattava
ancora di sapere qual’era la capacità di assorbimento del mondo esterno non
capitalista per le merci prodotte nei paesi capitalisti e quanto tempo avrebbe
potuto persistere ancora. L'incremento della fabbricazione di macchine
nell'esportazione dei principali paesi capitalisti a spese dei beni di consumo
indica che i territori che, un tempo, si trovavano lontano dal capitalismo e,
per questa ragione, servivano da luogo di smercio per i suoi sovrapprodotti,
sono oggi trascinati nell'ingranaggio del capitalismo e mostra ancora che il
loro capitalismo si sviluppa e che loro stessi producono i loro beni di consumo.
Oggi, allo stadio iniziale del loro sviluppo capitalista, hanno ancora bisogno
di macchine prodotte secondo il modo capitalista. Ma più presto di quanto si pensi,
non ne avranno più bisogno. Produrranno da sé i loro prodotti siderurgici, come
producono da ora i loro cotonati ed i loro principali beni di consumo. Smetteranno
allora non solo di essere un luogo di assorbimento per il sovrapprodotto dei
paesi capitalisti propriamente detti, ma loro stessi avranno un sovrapprodoto
che solo difficilmente potranno smerciare"
. (Die Neue
Zeit, 25 anno, 1 vol, Mathematische Formeln gegen Karl Marx, citato da
Luxemburg in una nota del capitolo 23 de L'accumulazione
del capitale
)[6].

Budin va dunque più lontano di Kautsky
ed insiste sul fatto che il vicino completamento della conquista del globo da
parte del capitalismo significa anche "l'inizio della fine del capitalismo".

Rosa
Luxemburg esamina il problema dell’accumulazione

Nel tempo in cui questo dibattito ebbe
luogo, Rosa Luxemburg insegnava alla scuola del Partito a Berlino. Esponendo a
grandi linee l'evoluzione storica del capitalismo come sistema mondiale, fu portata
a ritornare in maniera più approfondita ai lavori di Marx, e ciò sia per la sua
integrità come professore e  come militante
(aborriva ripetere continuamente idee note presentandole soltanto sotto una nuova
forma, e considerava che era dovere di ogni marxista sviluppare ed arricchire
la teoria marxista), che per la necessità urgente di comprendere le prospettive
che il capitalismo mondiale doveva affrontare. Riesaminando Marx, aveva scoperto
molti elementi su cui basare il suo punto di vista secondo cui il problema di
sovrapproduzione in relazione al mercato costituisce una chiave per comprendere
la natura transitoria del modo di produzione capitalista (vedere "Le
contraddizioni mortali della società borghese" nel n.139 della Révue Internationale). Rosa era
perfettamente consapevole che gli schemi della riproduzione allargata di Marx
nel Volume II del Capitale erano concepiti dal loro autore come un modello teorico
puramente astratto, utilizzato per studiare la questione dell'accumulazione
che, per chiarezza dell’argomento, prendeva per ipotesi una società composta
solo da  capitalisti e da operai. A lei, tuttavia,
sembrava che da ciò conseguiva l'idea che il capitalismo potesse accumulare in modo
armonioso in un sistema chiuso, disponendo della totalità del plusvalore prodotto
attraverso l'interazione reciproca dei due rami principali della produzione (il
settore dei beni di produzione e quello dei beni di consumo). Ciò apparve a
Rosa Luxemburg in contraddizione con altri passi di Marx (nel Volume III del Capitale per esempio) che insistono sulla
necessità di un'espansione continua del mercato e, nello stesso tempo,
stabiliscono un limite inerente a questa espansione. Se il capitalismo fosse
capace di autoregolarsi, potrebbe avere squilibri provvisori tra i rami della
produzione ma non avrebbe avuto la tendenza a produrre una massa di beni non
assorbibili, da crisi di sovrapproduzione insolubile; se la tendenza del
capitalismo all'accumulazione semplicemente per se stessa generasse costantemente
l'aumento della domanda necessaria per realizzare l'insieme del plusvalore, allora
come avrebbero argomentato i marxisti, contro i revisionisti, che il
capitalismo era destinato ad entrare in una fase di crisi catastrofica che avrebbe
offerto le basi obiettive della rivoluzione socialista?

A questa domanda, la Luxemburg rispose
che era necessario riporre l'ascesa del capitalismo nel suo vero contesto
storico. Non si poteva cogliere l’insieme della storia dell'accumulazione
capitalistica se non come un processo costante di interazione con le economie
non capitaliste che le erano intorno. Le più primitive comunità che vivevano di
caccia e di raccolta, e che non avevano ancora prodotto un'eccedenza sociale e
commerciabile, per il capitalismo non avevano utilità e dovevano essere spazzate
via attraverso politiche di distruzione diretta e genocidio (anche le risorse
umane di queste comunità avevano la tendenza ad essere inutilizzabili per il
lavoro di schiavo). Ma le economie che avevano sviluppato un'eccedenza
commercializzabile e dove la produzione di merci in particolare era già sviluppata
nel loro seno (come nelle grandi civiltà di India e Cina), fornivano non solo
materie prime ma enormi sbocchi per la produzione delle metropoli
capitalistiche, permettendo al capitalismo dei paesi centrali di superare l’ingorgo
periodico delle merci (questo processo è descritto in modo eloquente ne  Il
Manifesto Comunista
). Ma come sottolinea anche Il Manifesto, anche quando le potenze capitaliste costituite
tentarono di restringere lo sviluppo capitalista delle loro colonie, queste
regioni del mondo diventarono ineluttabilmente parti integranti del mondo borghese,
rovinando le economie precapitaliste e convertendole alle delizie del lavoro
salariato - spostando così il problema della domanda addizionale richiesta per
l'accumulazione ad un altro livello. Così, come lo stesso Marx l'aveva annunciato,
più il capitalismo tendeva a diventare universale, più era destinato a
crollare: "L'universalità verso cui
tende senza tregua il capitale incontra dei limiti immanenti alla sua natura che,
ad un certo stadio del suo sviluppo, lo fanno apparire come il più grande
ostacolo a questa tendenza e lo spingono alla sua autodistruzione"
. (Grundrisse)[7].

Questo passo permise a Rosa Luxemburg di
comprendere il problema dell'imperialismo. Il
Capitale
aveva solo iniziato a trattare la questione dell'imperialismo e
dei suoi fondamenti economici, questione che, all'epoca in cui il libro fu
scritto, non era diventata ancora il centro delle preoccupazioni dei marxisti.
Al momento, quest’ultimi erano confrontati non solo all'imperialismo come una
spinta per la conquista del mondo non capitalista ma, anche, come un acuirsi
delle rivalità imperialiste tra le principali nazioni capitaliste per il
dominio del mercato mondiale. L'imperialismo era una scelta, una comodità per
il capitale mondiale, come lo intendevano molti dei suoi critici liberali e
riformisti, o era una necessità inerente all'accumulazione capitalista ad un
certo stadio della sua maturità? Là ancora, le implicazioni erano vaste perché
se l'imperialismo era solamente un'opzione supplementare per il capitale, si
poteva argomentare allora in favore di politiche più ragionevoli e pacifiche.
Luxemburg concluse tuttavia che l'imperialismo era una necessità per il
capitale - un mezzo per prolungare il suo regno che in tal modo lo trascinava
inesorabilmente verso la sua rovina.

"L'imperialismo
è l'espressione politica del processo d'accumulazione capitalista che si
manifesta attraverso la concorrenza tra i capitalismi nazionali intorno agli
ultimi territori non capitalisti ancora liberi del mondo. Geograficamente,
questo campo ancora oggi rappresenta grande parte del globo. Tuttavia, il campo
di espansione offerto all'imperialismo appare come molto piccolo comparato
all'alto livello raggiunto dallo sviluppo delle forze produttive capitaliste;
bisogna tenere conto in effetti della enorme massa di capitale già accumulata
nei vecchi paesi capitalisti e che lotta per smerciare il suo sovrapprodotto e
per capitalizzare il suo plusvalore, e, inoltre, della rapidità con cui i paesi
precapitalisti si trasformano in paesi capitalisti. Sulla scena internazionale,
dunque, il capitale deve procedere attraverso metodi appropriati. Con l'elevato
grado di evoluzione raggiunto dai paesi capitalisti e l'esasperazione della
concorrenza dei paesi capitalisti per la conquista dei territori non capitalisti,
la spinta imperialistica, sia nella sua aggressione contro il mondo non
capitalista che nei conflitti più acuti tra i paesi capitalisti concorrenti,
aumenta di energia e di violenza. Ma più aumentano la violenza e l'energia con
cui il capitale procede alla distruzione delle civiltà non capitaliste, più
restringe la sua base di accumulazione. L'imperialismo è al tempo stesso un
metodo storico per prolungare i giorni del capitale ed il mezzo il più sicuro e
più veloce di mettervi obiettivamente un termine. Ciò non significa che il
punto finale abbia bisogno di essere raggiunto alla lettera. La sola tendenza
verso questo scopo dell'evoluzione capitalista si manifesta già attraverso dei
fenomeni che fanno della fase finale del capitalismo un periodo di
catastrofi"
[8].

La conclusione essenziale de L'accumulazione del capitale era dunque
che il capitalismo entrava in "un periodo di catastrofi".
È importante notare che essa non considerava - come spesso viene riportato in
modo erroneo - che il capitalismo era sul punto di perire. Stabilisce molto
chiaramente che il campo non capitalista "rappresenta
[geograficamente] ancora oggi grande parte del globo"
e che le
economie non capitaliste esistevano non solo nelle colonie ma in grandi parti
della stessa Europa[9]. E'
certo che la scala di queste zone economiche in termine di valore andava
diminuendo relativamente alla capacità crescente del capitale a generare nuovi
valori. Ma il mondo aveva ancora molta strada da percorrere prima di diventare
un sistema di capitalismo puro come immaginato negli schemi della riproduzione
di Marx:

"Se
lo si comprende bene, lo schema marxista dell'accumulazione è per la sua
insolubilità anche il pronostico esatto del crollo economico inevitabile del
capitalismo, risultato finale del processo di espansione imperialistica,
l'espansione che si dà per scopo particolare di realizzare ciò che era l'ipotesi
di partenza di Marx: il dominio esclusivo e generale del capitale.

Questo
termine finale può essere mai raggiunto nella realtà? Si tratta a dire il vero
di una finzione teorica, per la ragione precisa che
l'accumulazione del capitale non è solamente
un processo economico ma un processo politico"
[10].

Per Rosa Luxemburg, un mondo unicamente
costituito da capitalisti e da operai era “una
finzione teorica
” ma più ci si avvicinerebbe a questo punto, più il
processo di accumulazione diventerebbe difficile e disastroso, scatenando delle
calamità che non sarebbero “semplicemente” economiche, ma anche militari e
politiche. La guerra mondiale che esplose dopo poco tempo la pubblicazione de L'accumulazione, costituiva una chiara
conferma di questo pronostico. Per Rosa Luxemburg, non c'è un crollo puramente
economico del capitalismo ed ancora meno un legame automatico, garantito, tra
il crollo capitalista e la rivoluzione socialista. Ciò che annunciava nel suo
lavoro teorico era precisamente ciò che avrebbe confermato la storia
catastrofica del secolo seguente: la manifestazione crescente del declino del
capitalismo come modo di produzione, mettendo l'umanità di fronte
all'alternativa socialismo o barbarie, e chiamando specificamente la classe
operaia a sviluppare l’organizzazione e la coscienza necessaria al capovolgimento
del sistema ed alla sua sostituzione attraverso un ordine sociale superiore.

Una
tempesta di critiche

Rosa Luxemburg pensava che la sua tesi
non sarebbe stata soggetta a controversia, precisamente perché l'aveva basata
fermamente sugli scritti di Marx e dei sostenitori del suo metodo. Tuttavia, fu
accolta da un diluvio di critiche - non solo da parte dei revisionisti e dei
riformisti ma, anche, da parte di rivoluzionari come Pannekoek e Lenin che, in
questo dibattito, si trovò non solo affianco ai marxisti legali della Russia ma
anche agli austro-marxisti che facevano parte del campo semi-riformistico nella
socialdemocrazia:

"Ho
letto il nuovo libro di Rosa
L'accumulazione del capitale. Si ingarbuglia in modo sconveniente. Ha distorto
Marx. Sono molto contento che Pannekoek, Eckstein e O. Bauer l’abbiano condannata
tutti di comune accordo ed espresso contro di lei ciò che avevo detto nel 1899
contro i Narodinikis"
[11].

Questo accordo si fece sull'idea che
Luxemburg aveva semplicemente letto male Marx ed inventato un problema che non
esisteva: gli schemi della riproduzione allargata mostrano che il capitalismo in
effetti può accumulare senza nessuno limite interno in un mondo puramente
composto di operai e di capitalisti. I calcoli di Marx sono giusti dopo tutto,
ciò deve dunque essere vero. Bauer era un poco più sfumato: riconosceva che l'accumulazione
non poteva avere luogo solo se fosse alimentata da una domanda effettiva
crescente, ma dava una risposta semplice: la popolazione aumenta, ci sono
dunque più operai, e dunque un aumento della domanda - soluzione che ritornava
al punto di partenza del problema poiché questi nuovi operai non potevano che
consumare solo il capitale variabile che era dato loro dai capitalisti. La
questione essenziale - che  quasi tutti i
critici di Luxemburg sostengono fino ai nostri giorni - è che gli schemi della
riproduzione mostrano in effetti che non esiste problema insolubile di
realizzazione per il capitalismo.

Luxemburg era molto cosciente che gli
argomenti sviluppati da Kautsky (o da 
Budin, ma quest'ultimo era evidentemente una figura ben meno conosciuta
del movimento operaio) per difendere in fondo la stessa tesi non avevano provocato
la stessa indignazione:

"Rimane
il fatto che Kautsky ha confutato nel 1902, nel lavoro di Tugan-Baranowsky,
esattamente gli stessi argomenti che gli "esperti" di oggi oppongono
alla mia teoria dell'accumulazione, e che gli "esperti" ufficiali del
marxismo attaccano nel mio libro come una deviazione della fede ortodossa ciò
che è solamente lo sviluppo esatto, applicato al problema dell'accumulazione,
delle tesi sostenute da Kautsky quattordici anni fa contro il revisionista
Tugan-Baranowsky e che chiama "la teoria delle crisi generalmente adottate
dai marxisti ortodossi"
[12].

Perché una tale indignazione? È facile
da comprendere venendo dai riformisti e dai revisionisti che si preoccupavano
innanzitutto di rigettare la possibilità di un crollo del sistema capitalista.
Da parte dei rivoluzionari, è più difficile da capire. Possiamo segnalare
certamente il fatto - ed è molto significativo del carattere isterico delle reazioni
- che Kautsky non aveva cercato il legame tra i suoi argomenti e gli schemi
della riproduzione[13]
e non era apparso, per questo, come un "critico" di Marx. Forse
questo conservatorismo è al cuore di molte critiche portate a Rosa Luxemburg:
la visione secondo la quale Il Capitale
è una specie di bibbia che fornisce tutte le risposte per comprendere
l'ascendenza ed il declino del modo di produzione capitalista - un sistema
chiuso, in effetti! Luxemburg difendeva al contrario con vigore il fatto che i marxisti
dovevano considerare Il Capitale per
ciò che era - un'opera geniale ma incompiuta, in particolare i suoi Volumi II
ed III; e che, ad ogni modo, non poteva includere tutti gli sviluppi ulteriori
dell'evoluzione del sistema capitalista.

Nel mezzo di tutte queste risposte
scandalizzate, ci fu tuttavia almeno una difesa molto chiara della Luxemburg,
scritta al momento dei sollevamenti della guerra e della rivoluzione: “Rosa
Luxemburg, marxista”, da parte dell’ungherese Georg Lukàcs che era, in quel
momento, un rappresentante dell’ala sinistra del movimento comunista. L’articolo
di Lukàcs, pubblicato nella libro Storia
e coscienza di classe
(1922), comincia col sottolineare la principale
considerazione metodologica nella discussione della teoria di Luxemburg.
Difende l'idea che ciò che distingue fondamentalmente la visione proletaria
dalla visione borghese del mondo è il fatto che, mentre la borghesia è condannata
dalla sua posizione sociale ad esaminare la società dal punto di vista di
un'unità atomizzata, in concorrenza, il proletariato soltanto può sviluppare
una visione della realtà come totalità: "
Quello che distingue in modo decisivo il marxismo dalla scienza borghese non è
la predominanza dei motivi economici nella spiegazione della storia, ma il punto
di vista della totalità. Il dominio, determinante ed in tutti i campi, del
tutto sulle parti, costituisce l'essenza del metodo che Marx ha chiesto in
prestito a Hegel e che ha trasformato in modo originale per farne il fondamento
di una scienza interamente nuova. La separazione capitalista tra il produttore
ed i processi di insieme della produzione, il frazionamento del processo del
lavoro in parti che lasciano da parte il carattere umano del lavoratore,
l'atomizzazione della società in individui che producono diritto davanti ad
essi senza piano, senza concertarsi, ecc., tutto ciò doveva avere
necessariamente anche un'influenza profonda sul pensiero, la scienza e la
filosofia del capitalismo. E ciò che c'è di fondamentalmente rivoluzionario
nella scienza proletaria, non è solamente che essa oppone alla società borghese
dei contenuti rivoluzionari, ma è,
innanzitutto, l'essenza rivoluzionaria del metodo stesso. Il
regno della categoria della totalità è il portatore del principio
rivoluzionario nella scienza".

Prosegue dimostrando che l'assenza di
questo metodo proletario aveva impedito ai critici della Luxemburg di afferrare
il problema che essa aveva sollevato ne L'Accumulazione
del capitale
:

"I
dibattiti condotti da Bauer, Eckstein, ecc., non si aggiravano intorno alla
questione se la soluzione del problema dell’accumulazione del capitale proposta
da Rosa Luxemburg fosse materialmente corretta o falsa. Si discuteva invece se
vi fosse qui, in generale, un problema. Ciò che veniva contestato con estrema
violenza era proprio la presenza di un effettivo problema. Dal punto di vista
metodologico dell’economia volgare ciò è del tutto comprensibile, anzi
necessario. Infatti, se da un lato la questione dell’accumulazione viene
trattata come questione particolare dell’economia politica, e se dall’altro la
si considera dal punto di vista del capitalista singolo, non sussiste allora di
fatto alcun problema.

Questo
rifiuto del problema nella sua interezza è strettamente dipendente dal fatto
che i critici di Rosa Luxemburg non si sono soffermati sul capitolo decisivo di
tutto il libro ("Le condizioni storiche dell'accumulazione") e, coerentemente
con loro stessi, hanno posto la questione sotto la seguente forma: le formule
di Marx che derivano dall’aver assunto, in un isolamento determinato da ragioni
metodologiche, una società composta unicamente da capitalisti e proletari, sono
giuste? E  come possono essere
interpretate in maniera migliore? Che questa assunzione sia in Marx stesso
soltanto di natura metodologica, servendo ad afferrare più chiaramente il
problema prima di passare ad una impostazione più comprensiva, alla posizione
del problema della totalità della società, tutto ciò è stato del tutto
trascurato da questi critici. Essi hanno trascurato che Marx ha compiuto questo
passo del primo volume del Capitale e, a proposito della cosiddetta
accumulazione originaria; essi hanno - coscientemente o no – taciuto il fatto
che l’intero Capitale, proprio su questo problema, è un frammento che si interrompe
nello stesso punto in cui esso deve essere messo sul tappeto; che quindi Rosa
Luxemburg non ha fatto altro che portare sino alle sue ultime conseguenze ed
integrare il frammento di Marx nel suo senso e nel suo spirito.

Eppure
essi si sono comportati in modo del tutto coerente. Infatti, dal punto di vista
del capitalista singolo, dal punto di vista dell’economia volgare questo
problema non deve di fatto essere posto. Dal punto di vista del capitalista
singolo, la realtà appare come un mondo dominato dalle leggi eterne della natura
alle quali egli deve adattare la propria attività. La realizzazione del plusvalore,
l’accumulazione si compie per lui (naturalmente non sempre, ma molto spesso)
nella forma di uno scambio con altri capitalisti singoli. E l’intero problema
dell’accumulazione è dunque soltanto quello di una forma delle molteplici
trasformazioni subite dalle formule D-M-D e M-D-M nel corso della produzione,
della circolazione, ecc. Così, esso diventa per l’economia volgare , un
problema scientifico-particolare di dettaglio, che non ha quasi nessun legame
con il destino del capitalismo nel suo complesso, un problema la cui soluzione
è sufficientemente garantita dalla giustezza delle “formule” di Marx, che
dovranno al massimo – secondo Otto Bauer – essere perfezionate in modo da
renderle “aggiornate”. Come a suo tempo gli allievi di Ricardo non compresero
la problematica marxista, così Bauer e soci non hanno capito che per principio
con queste formule non si coglierà mai la realtà economica, dal momento che il
loro presupposto è una astrazione da questa realtà complessiva (considerazione
della società come se consistesse soltanto di capitalisti e di proletari); le
formule perciò possono servire solo per chiarire il problema, come punto di
avvio verso una sua corretta impostazione
[14].

Un passaggio dei Grundrisse, che Lukàcs
non conosceva ancora, conferma questo passo: l'idea che la classe operaia
costituisce un mercato sufficiente per i capitalisti è un'illusione tipica
della visione ristretta della borghesia:

"Qui
noi non abbiamo ancora da considerare il rapporto di un capitalista dato con gli
operai degli altri capitalisti. Questo rapporto fa rivelare solamente
l'illusione di ogni capitalista, ma non cambia niente al rapporto fondamentale
capitale-lavoro. Sapendo che non si trova nei confronti del suo operaio nella
situazione del produttore di fronte al consumatore, ogni capitalista cerca di
limitarne al massimo il consumo, diversamente detto capacità di scambio, il
salario . Si augura, naturalmente, che gli operai degli altri capitalisti
consumino al massimo la sua merce; ma il rapporto di ogni capitalista con i
suoi operai è il rapporto generale del capitale con il lavoro. È precisamente
di là che nasce l'illusione che,  ad
eccezione dei propri operai, tutta la classe operaia costituisce per lui i consumatori
e clienti, non operai, ma dispensatori di denaro. Si dimentica che, secondo
Malthus, "l'esistenza stessa di un profitto su qualsiasi merce presuppone
una domanda esterna a quella dell'operaio che l'ha prodotta", e che di
conseguenza "la domanda dell'operaio stesso non può essere mai una domanda
adeguata". Dato che una produzione mette in movimento un'altra e che essa
si crea così dei consumatori presso  gli
operai di un terzo capitale, ogni capitale ha l'impressione che la domanda
della classe operaia, come è posta dalla stessa produzione, è una "domanda
adeguata". Questa domanda posta dalla stessa produzione l'incita e deve
incitarla a superare i limiti proporzionali in cui essa dovrebbe produrre
rispetto agli operai; d'altra parte, se la "domanda esterna a quella dei
loro stessi operai" sparisce o si assottigli, la crisi esplode"
[15].

Mettendo in discussione la lettera di
Marx, Luxemburg ha mostrato più di ogni altro che era fedele al suo spirito; ma
ci sono bene altri scritti di Marx che potrebbero essere citati per difendere
l'importanza centrale del problema che essa sollevò.


[1] L’accumulazione del capitale,
capitolo 24.

[3] Apparso per la prima volta sotto
forma di libro pubblicato da Charles Kerr (Chicago) nel 1915, questo studio si
basa su una serie di articoli pubblicati, da maggio 1905 all'ottobre 1906,
nella rivista Internazionale Socialist Review.

[4] Citazione di
Rosa Luxemburg: "Non teniamo conto
dell'ambiguità dei termini di Kautsky, che chiama questa teoria una spiegazione
delle crisi "per sottoconsumo"; ora una tale spiegazione è oggetto
degli scherni di Marx nel secondo libro del Capitale. Facciamo anche astrazione
per il fatto che Kautsky si interessa solamente al problema delle crisi senza
vedere, sembra, che l'accumulazione capitalista, al di fuori anche delle variazioni
della congiuntura, costituisce di per sé un problema. Infine non insistiamo sul
carattere vago delle affermazioni di Kautsky - il consumo dei capitalisti e
degli operai non cresce abbastanza rapidamente" per l'accumulo,
quest'ultimo  ha bisogno di un
"mercato supplementare" dunque - che non cerca di afferrare con più
precisione il meccanismo dell'accumulo"
. (Critica delle critiche).

È interessante notare che tanti critici
di Rosa Luxemburg - ivi compreso quelli che erano "marxisti" - l'accusano
di sotto-consomismo, mentre essa rigetta esplicitamente questa nozione! È
evidentemente completamente esatto che Marx argomenta in più occasioni che
"la ragione estrema di tutte le crisi reali è sempre la povertà ed il
consumo restretto delle masse" (Il Capitale, Volume III, capitolo 30), ma
Marx si prende cura di precisare che non si riferisce "al potere di consumo assoluto", ma
al "potere di consumo che ha per
base delle condizioni di ripartizione antagoniste che riducono il consumo della
grande massa della società ad un minimo variabile in limiti più o meno stretti.
È, inoltre, limitato dal desiderio di accumulare, la tendenza ad aumentare il
capitale ed a produrre del plusvalore su una scala più estesa.
" (Il
Capitale, Volume III, capitolo 15). In altri termini, le crisi non risultano
dalla reticenza della società a consumare fintanto che è fisicamente possibile,
né per il fatto che i salari sarebbero troppo "bassi" - cosa che
bisogna precisare a causa delle numerose mistificazioni su questo argomento emanato
in particolare dall'ala sinistra del capitale. Se fosse vero, si potrebbero
eliminare allora le crisi aumentando i salari e ed è precisamente questo che
Marx ridicolizza nel Volume II del Capitale. Il problema risiede piuttosto
nell'esistenza di "condizioni di ripartizione antagoniste", vale a
dire nel rapporto dello stesso lavoro salariato che deve sempre permettere un
"plusvalore" in più di ciò che il capitalista paga agli operai.

[5] La principale critica di
Luxemburg a Budin portava sull'idea apparentemente visionaria secondo la quale
le spese di armamento costituivano una forma di spreco o di spese sconsiderate;
questo punto di vista andava contro quello di Luxemburg su "il
militarismo, campo di azione del capitale", elaborato in un capitolo dallo
stesso nome ne L'accumulazione del capitale. Ma il militarismo non poteva
essere campo di accumulazione del capitale che in un'epoca in cui esistevano
delle possibilità reali che la guerra - le conquiste coloniali per essere precisi
- aprivano nuovi mercati sostanziali per l'espansione capitalista. Col
restringimento di questi sbocchi, il militarismo diventa veramente un puro
spreco per il capitalismo globale: anche se l'economia di guerra sembra fornire
una "soluzione" alla crisi di sovrapproduzione facendo girare
l'apparato economico (in modo più evidente nella Germania di Hitler per esempio
e durante la Seconda Guerra mondiale), essa costituisce in realtà un'immensa
distruzione di valore.

[7] Pubblicati in italiano dalla
Nuova Italia, Firenze, nel 1974, con il titolo “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” parte
II: "Il capitale", "Mercato mondiale e sistema di bisogni.”

[8] L’Accumulazione
del capitale, III, 31: “Il protezionismo e l’accumulazione”.

[9]In realtà in tutti i paesi capitalisti, ed
anche in quelli in cui la grande industria è molto sviluppata, esistono,
accanto alle imprese capitaliste, numerose imprese industriali ed agricole di
carattere artigianale e contadino, dove regna un'economia commerciale semplice.
Accanto ai vecchi paesi capitalisti esistono, nella stessa Europa, dei paesi in
cui la produzione contadina ed artigianale domina ancora oggi l'economia, per esempio
la Russia, i paesi balcanici, la Scandinavia, la Spagna. Infine, accanto
all'Europa capitalista ed al Nordamerica, esistono immensi continenti dove la
produzione capitalista si è installata solamente in certi punti poco numerosi
ed isolati, mentre peraltro i territori di questi continenti presentano tutte
le strutture economiche possibili, dal comunismo primitivo fino alla società
feudale, contadina ed artigianale.
” (Critica delle critiche, I).

Vedere l'articolo “La
sovrapproduzione cronica, un ostacolo insuperabile dell'accumulazione
capitalista” per un contributo alla comprensione del ruolo giocato dai mercati
extra-capitalisti nel periodo di decadenza capitalista (in francese, ICC on
line).

[11] Nella Genesi del Capitale di Marx,
(The making of Marx's Capital, Pluto Press, 1977),  Roman Rosdolsky diventa un'eccellente critico
dell'errore commesso da Lenin schierandosi con i legalisti russi e con i
riformisti austriaci contro Luxemburg (p. 472 edizione in inglese). Benché lui
stesso abbia delle critiche da portare a Luxemburg, insiste sul fatto che il
marxismo è necessariamente una teoria "del crollo" e sottolinea la
tendenza alla sovrapproduzione identificata da Marx come la questione chiave
per comprenderla. In effetti, le sue critiche a Luxemburg sono abbastanza
difficili da decifrare. Insiste sul fatto che il principale errore di Luxemburg
risiedeva nel fatto che non comprendeva che gli schemi della riproduzione erano
semplicemente una "esercitazione metodologica" e, pertanto, tutta
l'argomentazione di Luxemburg contro la sua critica porta precisamente sul
fatto che questo schema può essere utilizzato solamente come una esercitazione
e non come una descrizione reale dell'evoluzione storica del capitale, né come
una prova matematica della possibilità di un accumulazione illimitata. (p.490,
edizione inglese).

[12] Critica delle critiche, I.

[13] Più tardi,
Kautsky si allineò lui stesso sulla posizione degli austro-marxisti: "Nella sua opera maggiore, critica molto
"l'ipotesi" di Luxemburg secondo la quale il capitalismo deve crollare
per ragioni economiche; afferma che Luxemburg "è in contraddizione con
Marx che ha dimostrato il contrario nel secondo Volume del Capitale, e cioè
negli schemi della riproduzione
". (Rosdolsky, op cit., citando Kautsky
ne La concezione materialista della storia, tradotto da noi dall'inglese).

[14] In Storia e coscienza di classe,
Sugarco Edizioni, 1974, pagine 40-41.

[15] Grundrisse o Lineamenti fondamentali della
critica dell’economia politica,
Ed. La Nuova Italia, Tomo II, "II. Il
Capitale". Marx spiega anche in altri punti che l'idea secondo la quale
gli stessi  capitalisti possono costituire
il mercato per la riproduzione allargata, è basata su un'incomprensione della natura
del capitalismo:  "Il capitale insegue, in effetti, non la soddisfazione dei bisogni,
ma l'ottenimento di un profitto, ed il suo metodo consiste nel regolare la
massa dei prodotti secondo la scala della produzione e non quest'ultima secondo
i prodotti che dovrebbero essere ottenuti; c'è dunque conflitto continuo tra il
consumo compresso e la produzione per riuscire a raggiungere il limite
assegnato a quest'ultima, e siccome il capitale consiste in merci, la sua
sovrapproduzione si riduce ad una sovrapproduzione di merci. Un fenomeno
bizzarro è che gli stessi economisti che negano la possibilità di una
sovrapproduzione di merci ammettono che il capitale possa esistere in eccesso.
Tuttavia quando dicono che non c'è sovrapproduzione universale, ma
semplicemente una sproporzione tra i diversi rami di produzione, affermano che
in regime capitalista la proporzionalità dei diversi rami di produzione risulta
continuamente dalla loro sproporzione; perché per essi la coesione della
produzione tutta intera si impone ai produttori come una legge cieca, che essi
non possono volere, né controllare. Questo ragionamento implica, inoltre, che i
paesi dove il regime capitalista non è sviluppato consumano e producono nella
stessa misura delle nazioni capitaliste. Dire che la sovrapproduzione è
solamente relativa è perfettamente esatto. Ma tutto il sistema capitalista di
produzione è solamente un sistema relativo i cui limiti sono assoluti solamente
quanto si considera il sistema in sé. Come è possibile che talvolta degli
oggetti che indubbiamente mancano alla massa del popolo non facciano l'oggetto
di nessuna domanda del mercato, e come è che bisogna cercare allo stesso
tempo  degli ordini lontano, rivolgersi
ai mercati stranieri per potere pagare agli operai del paese la media dei mezzi
di esistenza indispensabili? Unicamente perché in regime capitalista il  prodotto in eccesso riveste una forma tale che
colui che la possiede non può metterlo a disposizione del consumatore se non quando
si riconverte per lui in capitale. Infine,
quando si dice che i capitalisti non hanno che da scambiare tra loro e
consumare loro stessi le loro merci, si perde di vista il carattere essenziale
della produzione capitalista, il cui scopo è la messa in valore del capitale e
non il consumo
. Riassumendo
tutte le obiezioni che vengono opposte ai fenomeni così evidenti della
sovrapproduzione (fenomeni che si svolgono malgrado queste obiezioni), si torna
a dire che i limiti che si attribuiscono alla produzione capitalista non essendo
dei limiti inerenti alla produzione in generale, non sono neanche dei limiti di
questa produzione specifica che si chiama capitalista. Ragionando così si
dimentica che la contraddizione che caratterizza il modo capitalista di
produzione, risiede soprattutto nella sua tendenza a sviluppare in maniera assoluta
le forze produttive, senza preoccuparsi delle condizioni di produzione al
centro delle quali si muove e può muoversi il capitale."

Il Capitale, Volume
III, capitolo 15: "lo sviluppo delle contraddizioni immanenti della
legge", 3 parte. –
evidenziato
da noi.

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Questioni teoriche: