Lo sviluppo del movimento, da febbraio a ottobre '17

All’avanguardia di questo movimento
internazionale che fermerà la guerra ed aprirà la possibilità della rivoluzione
mondiale, fin dal 1915 troviamo gli scioperi economici degli operai russi che
vengono duramente repressi. Tuttavia il movimento cresce: il 9 gennaio 1916,
l’anniversario dell’inizio della rivoluzione del 1905 viene celebrato con
grossi scioperi operai. Nuovi scioperi scoppiano durante tutto l’anno
accompagnati da riunioni, discussioni, rivendicazioni, scontri con la polizia.

“Verso la fine del1916 il costo della vita
aumenta a salti. All’inflazione ed alla disorganizzazione dei trasporti si
aggiunge una vera e propria penuria di merci. In quel periodo, il consumo si è
ridotto della metà. La curva del movimento operaio delinea una brusca ascesa. A
partire dall’ottobre, la lotta entra in una fase decisiva, che unisce insieme
tutte le gamme svariate di malcontento: Pietrogrado prende la rincorsa per il
grande salto di febbraio. Nelle fabbriche i comizi dilagano. Argomenti
trattati: i rifornimenti alimentari, l’alto costo della vita, la guerra, il
governo. Vengono distribuiti i volantini dei bolscevichi. Si proclamano
scioperi politici. All’uscita dalle fabbriche si svolgono manifestazioni improvvisate.
Capita che gli operai di certe aziende fraternizzano con i soldati. Scoppia un
violento sciopero di protesta contro il processo ai marinai rivoluzionari della
flotta del Baltico. (… ) Gli spiriti sono sovraeccitati, i metallurgici si sono
messi in prima fila, gli operai hanno sempre di più la sensazione che non c'è
possibilità di ritirata. In ogni fabbrica si costituisce un nuovo nucleo
d’azione, perlopiù raccolto attorno ai bolscevichi. Gli scioperi e i comizi si
succedono senza interruzione nel corso delle due prime settimane di febbraio.
L’8 febbraio, alla Poutilov i poliziotti vengono accolti da ‘una grandine di
ferraglie e di scarti’. Il 14, giorno di apertura della Duma, ci sono circa
90.000 scioperanti a Pietrogrado. Molte fabbriche chiudono anche a Mosca. Il
16, le autorità decidono di introdurre a Pietrogrado le tessere del pane.
Questa novità accresce il nervosismo. Il 19, vicino ai negozi di rifornimento,
si formano dei gruppi, composti soprattutto da donne, e tutti esigono pane. L’indomani,
in certi quartieri della città, vengono saccheggiati i forni. Sono i lampi che
preannunciano l’insurrezione destinata a scoppiare qualche giorno dopo.”
(1).

Un movimento di massa

Sono queste le
tappe successive di un processo sociale che appare oggi utopico a molti operai:
quelle della trasformazione dei lavoratori da una massa sottomessa e divisa, in
una classe unita che agisce come un solo uomo e diventa pronta a lanciarsi
nella lotta rivoluzionaria, come dimostrato dai 5 giorni, dal 22 al 27 febbraio,
del 1917.

“Sin dal mattino gli operai si presentano
nelle fabbriche e, invece di mettersi al lavoro, tengono comizi, e
successivamente si dirigono verso il centro della città. Nuovi quartieri, nuovi
settori della popolazione vengono trascinati nel movimento. La parola d’ordine
“P
ane” è lasciata
cadere o è soffocata da altre: “
Abbasso l’autocrazia! Abbasso la guerra!”. Continuano le manifestazioni sulla prospettiva Nevsky (…).

Sotto le insegne della “giornata della
donna”, si scatenò il 23 febbraio un’insurrezione a lungo maturata, a lungo
contenuta, delle masse operaie di Pietrogrado. La prima fase fu lo sciopero,
che in tre giorni si estese al punto di divenire quasi generale. Questo solo
fatto bastava ad infondere fiducia alla massa ed a spingerla in avanti. Lo
sciopero, assumendo un carattere offensivo sempre più accentuato, si combinò
con manifestazioni che misero di fronte le folle rivoluzionarie e le truppe.
(...) la massa non vuol più battere in ritirata, resiste con ottimistico furore
e non abbandona il campo neppure dopo aver subito cariche omicide. (...) ‘
Non sparate sui
vostri fratelli e sulle vostre sorelle!’
gridano gli operai e le operaie. E non solo questo: ‘Marciate con
noi!’.
Così, nelle
strade, sulle piazze, dinanzi ai ponti, alle porte delle caserme, si svolgeva
una lotta incessante, ora drammatica, ora impercettibile, ma sempre accanita,
per la conquista dei soldati.
(...) Gli operai non cedono affatto, non ripiegano
e intendono raggiungere il loro scopo anche sotto le pallottole. Accanto a
loro, le operaie, madri e sorelle, spose e compagne. E poi non è forse giunta
l’ora di cui spesso si era parlato bassa voce, negli angoli nascosti: ‘Se ci
mettessimo tutti insieme?’”
(2).

Le classi dirigenti non arrivano a crederci,
pensano che si tratti di una rivolta che sparirà con una buona punizione.
L’insuccesso strepitoso delle azioni terroristiche di piccoli corpi scelti
comandati dai colonnelli della gendarmeria mette in evidenza le vere radici del
movimento: “La rivoluzione, ai comandanti d’armata, intraprendenti a parole,
sembra indifendibile (...); sembra che basti alzare la sciabola su tutto questo
caos perché tutto si disperda immediatamente senza lasciare traccia.
Ma
è un’illusione ottica grossolana. Il caos esiste solo in apparenza. In profondità
si produce una irresistibile cristallizzazione delle masse intorno a nuovi
assi”
(3).

Una volta rotte le
prime catene, gli operai non vogliono arretrare più e, per non avanzare alla
cieca, riprendono l’esperienza del 1905 creando i soviet, organizzazioni
unitarie dell’insieme della classe in lotta. I soviet vengono subito
accaparrati dai partiti menscevico e socialista-rivoluzionario, vecchi partiti
operai passati al campo borghese con la loro partecipazione alla guerra, e
permettono la formazione di un governo provvisorio composto dalle “grandi personalità” russe di sempre: Miliukov,
Rodzianov, Kerenski.

La prima ossessione di questo
governo è convincere gli operai a “ritornare alla normalità”, ad “abbandonare
i loro sogni”
, diventare la massa sottomessa, passiva, atomizzata di cui la
borghesia ha bisogno per mantenere i suoi affari e continuare la guerra. Gli
operai non cedono. Vogliono vivere e sviluppare la nuova politica: quella che
loro stessi esercitano, unendo in un legame inseparabile la lotta per i loro
interessi immediati e la lotta per l’interesse generale. Così, di fronte alla
resistenza dei borghesi, dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari per i
quali “ciò che importa, è lavorare e non rivendicare, perché, adesso,
abbiamo la libertà politica”,
gli operai rivendicano la giornata di 8 ore
per avere la “libertà” di riunirsi, di discutere, di leggere, di stare
tra loro: “Un’ondata di sciopero ricomincia dopo la caduta dell’assolutismo.
In ogni fabbrica o laboratorio, senza aspettare gli accordi firmati
dall’alto,si presentano rivendicazioni sui salari e la giornata di lavoro. I
conflitti si aggravano di giorno in giorno e si complicano in un’atmosfera di
lotta
(4).

Il 18 aprile, Miliukov, ministro liberale del
partito Cadetto del governo provvisorio, pubblica una nota provocatrice che
riafferma l’impegno della Russia con gli alleati nella continuazione della
guerra imperialista. Gli operai ed i soldati rispondono immediatamente: sorgono
manifestazioni spontanee, si tengono assemblee di massa nei quartieri, nei
reggimenti, nelle fabbriche: “L’agitazione che si era sviluppata nella città
non arretrava. Folle di persone si riunirono. Le riunioni continuavano. Si
discuteva nelle strade. Nei tram, i viaggiatori si dividevano tra sostenitori ed
avversari di Miliukov... L’agitazione non si limitava a Pietrogrado. A Mosca,
gli operai che abbandonavano le macchine ed i soldati che uscivano dalle
caserme invadevano le strade con le loro rumorose proteste”
(5).

Il 20 aprile, una gigantesca manifestazione
impone le dimissioni di Miliukov. La borghesia deve arretrare nei suoi piani di
guerra. Maggio registra una frenetica attività di organizzazione. Ci sono meno
manifestazioni e meno scioperi; ciò non esprime un riflusso del movimento, ma
piuttosto un avanzamento ed uno sviluppo perché gli operai si dedicano ad un
aspetto della lotta fino ad allora poco considerato: la propria organizzazione
di massa. I soviet si estendono in tutti gli angoli della Russia, ed intorno ad
essi appare una moltitudine di organismi di massa: comitati di fabbrica,
comitati di contadini, soviet di quartiere, comitati di soldati. Attraverso
questi le masse si raggruppano, discutono, pensano e decidono. Al loro contatto
i gruppi di lavoratori più in ritardo si svegliano: “I servi, trattati come
animali e a mala pena pagati, si emancipavano. Poiché allora un paio di
scarpe costava più di cento rubli e le paghe erano di circa 35 rubli al mese,
si rifiutavano di consumare le scarpe per fare la coda. (…) Anche i vetturini
avevano il loro sindacato ed erano rappresentati al Soviet
di
Pietrogrado. I garzoni di hotel e ristoranti si erano organizzati e rifiutavano
le mance”.
(6)

Gli operai ed i soldati cominciano a
stancarsi delle eterne promesse del governo provvisorio e dell’appoggio datogli
dai socialisti menscevichi e dai socialisti-rivoluzionari. Vedono come
aumentano le difficoltà di approvvigionamento, la disoccupazione, la fame.
Vedono che, di fronte alla guerra ed alla questione contadina, quelli in alto
offrono solo discorsi ampollosi. Sono stanchi della politica borghese e
cominciano ad intravedere le possibili conseguenze ultime della loro propria
politica: la rivendicazione di tutto il potere ai soviet si trasforma in
aspirazione di larghe masse operaie (7).

Giugno è un mese di
intensa agitazione politica che culmina con le manifestazioni armate degli
operai e dei soldati di Pietrogrado il 4 e 5 luglio: “Il primo posto spetta
agli operai di fabbrica (…). Dove i dirigenti esitano o si oppongono, i
giovani operai costringono il membro di servizio del comitato di fabbrica a
suonare la sirena per far arrestare il lavoro.(…) Tutte le fabbriche
scioperavano e si tenevano delle assemblee. Si eleggevano dirigenti della
manifestazione e i delegati che avrebbero presentato le rivendicazioni al
Comitato esecutivo”
(8).

Tuttavia, le
giornate di luglio si chiudono con un amaro insuccesso per i lavoratori. La
situazione non è ancora matura per la presa del potere perché: i soldati non
sono pienamente solidali con gli operai, i contadini sono pieni di illusioni
sui socialisti-rivoluzionari e il movimento in provincia è in ritardo rispetto
alla capitale.

Nei mesi successivi di agosto e settembre,
amareggiati dalla sconfitta e dalla violenza della repressione borghese, gli
operai sono spinti a risolvere praticamente questi ostacoli, non seguendo un
piano d’azione prestabilito, ma in un “oceano di iniziative”, nelle
lotte e le discussioni nei soviet dove si materializza la presa di coscienza
del movimento. Le azioni degli operai e quelle dei soldati si fondono
completamente: “Appare un fenomeno di osmosi, specialmente a Pietrogrado. Quando
l’agitazione si impossessa del quartiere di Viborg, i reggimenti della capitale
entrano in effervescenza, e viceversa. Gli operai ed i soldati imparano ad
uscire in strada per manifestare i loro sentimenti. La strada appartiene a
loro. Nessuna forza, nessun potere, può impedire loro in quel momento di
difendere le proprie rivendicazioni o di cantare a pieno polmone inni
rivoluzionari.
(9).

Con la sconfitta di luglio, la borghesia
crede di farla finita con questo incubo. Per ciò, dividendo il compito tra il
blocco “democratico” di Kerenski e quello apertamente reazionario di
Kornilov, capo dell’esercito, organizza il colpo di Stato di quest’ultimo.
Kornilov mette assieme reggimenti di cosacchi, di caucasi ecc., che sembrano
ancora fedeli al potere borghese, e tenta di lanciarli contro Pietrogrado.

Ma il tentativo
fallisce clamorosamente. La reazione degli operai e dei soldati, la loro ferma
organizzazione nel Comitato di difesa della rivoluzione - che, sotto il
controllo del soviet di Pietrogrado, si trasformerà più tardi in Comitato
militare rivoluzionario, organo dell’insurrezione di ottobre - fanno si che le
truppe di Kornilov, o restano immobilizzate e si arrendono, o disertano per
unirsi agli operai ed ai soldati, il che succede quasi sempre.

“Il complotto era diretto da gente abituata a
non far nulla, incapace di far nulla senza gli strati inferiori, senza la forza
operaia, senza la carne da cannone, senza attendenti, domestici,furieri,
autisti, facchini, cuochi, lavandaie, deviatori, telegrafisti, palafrenieri,
cocchieri. E tutte queste piccole ruote umane, impercettibili, innumerevoli,
indispensabili, erano dalla parte dei soviet e contro Kornilov. (...) L’ideale
dell’educazione militare è che il soldato agisca senza la sorveglianza dei
capi, ma come se fosse sotto i loro occhi. I soldati ed i marinai russi del
1917, che non eseguivano gli ordini ufficiali neppure sotto gli occhi dei
comandanti, afferravano al volo, avidamente, gli ordini della rivoluzione e,
ancor più spesso, li eseguivano di loro iniziativa, prima ancora di averli
ricevuti. (…)

Per esse (le masse) si trattava, non di proteggere il Governo,
ma di difendere la rivoluzione:e tanto più era decisa e intrepida la loro
lotta. La resistenza all’ammutinamento sorgeva dai binari ferroviari, dalle
pietre, dall’aria stessa. I ferrovieri della stazione di Luga, dove era giunto
Krymov, si rifiutavano ostinatamente di far partire i treni che trasportavano
truppe, e addicevano la mancanza di locomotive. I reparti cosacchi si trovavano
a loro volta accerchiati da soldati armati facenti parte della guarnigione di
Luga che contava ventimila uomini. Scontri non ce ne furono, ma accadde
qualcosa di assai più pericoloso: ci fu il contatto, lo scambio di idee, la
reciproca comprensione”
(10).

Un movimento cosciente

I borghesi
concepiscono le rivoluzioni operaie come un atto di pazzia collettiva, un caos
spaventoso che finisce in modo orrendo. L’ideologia borghese non può ammettere
che gli sfruttati possano agire per proprio conto. Azione collettiva e
solidale, azione cosciente della maggioranza lavoratrice, sono nozioni che il
pensiero borghese considera come un’utopia contro natura (le cose “naturali”
per la borghesia sono la guerra di tutti contro tutti e la manipolazione di
grandi masse umane da parte di un’élite).

“In tutte le rivoluzioni precedenti, sulle
barricate si battevano operai, piccoli artigiani, un certo numero di studenti;
i soldati facevano la loro parte; dopo la borghesia facoltosa, che aveva
osservato gli scontri di barricata standosene prudentemente alla finestra,
raccoglieva il potere. Ma la rivoluzione del febbraio 1917 differiva delle
rivoluzioni precedenti per il carattere sociale incomparabilmente più elevato e
per l’alto livello di politicizzazione della classe rivoluzionaria, per
un’ostile diffidenza degli insorti nei riguardi della borghesia liberale e,
quindi, per la creazione, nel momento stesso della vittoria, di un nuovo organo
di potere rivoluzionario: un soviet che si basava sulla forza armata delle
masse”
(11).

Questa natura totalmente nuova della
rivoluzione d’ottobre corrisponde all’essere stesso del proletariato, classe
sfruttata e rivoluzionaria allo stesso tempo, che può liberarsi solo se agisce
in maniera collettiva e cosciente.

La rivoluzione russa non è il semplice
prodotto passivo di condizioni oggettive eccezionali. È anche il prodotto di
una presa di coscienza collettiva. Sotto forma di lezioni, di riflessioni, di
parole d’ordine, di ricordi, possiamo vedere i segni delle esperienze del
proletariato, della Comune di Parigi del 1871 e della rivoluzione del 1905, e
quelli delle battaglie politiche del movimento operaio, della Lega dei
comunisti, della 1a e 2a Internazionale, della sinistra
di Zimmerwald, degli spartachisti e del partito bolscevico. La rivoluzione
russa è certamente una risposta alla guerra, alla fame ed alla barbarie dello
zarismo moribondo, ma è una risposta cosciente, guidata dalla continuità
storica e mondiale del movimento proletario.

Ciò si manifesta
concretamente nell’enorme esperienza degli operai russi che avevano vissuto le
grandi lotte del 1898, 1902, la rivoluzione del 905 e le battaglie del 1912-14,
e che avevano anche fatto nascere il partito bolscevico, alla sinistra della 2a
Internazionale.

“Era necessario contare non con una qualsiasi
massa, ma con la massa degli operai di Pietrogrado e degli operai russi in
generale che avevano vissuto l’esperienza della rivoluzione del 1905, l’insurrezione
di Mosca del mese di dicembre dello stesso anno, ed era necessario che all’interno
di questa massa ci fossero operai che avessero riflettuto sull’esperienza del
1905, che avessero assimilato la prospettiva della rivoluzione, che avesseroriflettuto
una dozzina di volta sulla questione dell’esercito”
(12).

Più di 70 anni prima della rivoluzione del
1917, Marx ed Engels avevano scritto: “Questa rivoluzione non è dunque solo
necessaria in quanto unico mezzo per rovesciare la classe dominante, ma anche perché
solo una rivoluzione permetterà alla classe che rovescia l’altra di spazzare
via tutto il marciume del vecchio sistema che le è incollato addosso e di
diventare adatta a fondare la società su basi nuove”
(13).

La rivoluzione russa conferma pienamente
questa posizione: il movimento porta in sé gli strumenti per l’auto-educazione
delle masse. “Qui è la sua
forza. Ogni settimana apportava alle masse qualcosa di nuovo. Due mesi facevano
un epoca. Alla fine di febbraio: insurrezione. Alla fine di aprile:
manifestazione degli operai e dei soldati armati a Pietrogrado. All'inizio di
luglio: nuova manifestazione, con maggiore ampiezza e parole d’ordine più
risolute. Alla fine di agosto: il tentativo di colpo di Stato di Kornilov,
respinto dalle masse. Alla fine di ottobre: conquista del potere da parte dei
bolscevichi. Sotto questo ritmo degli avvenimenti di una regolarità
sorprendente si compivano profondi processi molecolari che saldavano in un solo
insieme politico gli elementi eterogenei della classe operaia”
(14).

“L’intera Russia imparava a leggere; leggeva
di politica, di economia, di storia, perché il popolo aveva bisogno di sapere.
(...) La sete d’istruzione, per tanto tempo frenata, diventò con la rivoluzione
un vero delirio. Dal solo Istituto Smolny uscivano ogni giorno, durante i primi
sei mesi, tonnellate di letteratura che con carri e vagoni andavano a saturare
il paese. La Russia assorbiva, insaziabile, come la sabbia calda assorbe l’acqua.
(…) E quale ruolo giocava la parola! I ‘torrenti di eloquenza’ di cui parla
Carlyle a proposito della Francia erano solamente inezie rispetto alle
conferenze, ai dibattiti, ai discorsi nei teatri, nei circoli, le scuole, i
club, le sale di riunioni dei Soviet, le sedi dei sindacati le caserme. Si
tenevano riunioni e comizi nelle trincee, sulle piazze dei villaggi, nelle
fabbriche. Quale ammirevole spettacolo i 40.000 operai della Poutilov  che ascoltavano oratori socialdemocratici,
socialisti-rivoluzionari, anarchici ed altri, così attenti a tutti ed
indifferenti per mesi alla lunghezza dei discorsi, a Pietrogrado ed in tutta la
Russia, ogni angolo di strada era una tribuna pubblica. Nei treni, nei tram,
dovunque nasceva all’improvviso la discussione. (…) In tutte le riunioni, la
proposta di limitare il tempo di parola era respinta regolarmente; ciascuno
poteva esprimere liberamente ciò che pensava..”
(15).

La “democrazia”
borghese parla molto di “libertà di
espressione”
quando l’esperienza ci dice che tutto in essa è
manipolazione, spettacolo e lavaggio del cervello: l’autentica libertà di
espressione è quella che conquistano le masse operaie nella loro azione
rivoluzionaria: In ogni fabbrica,
in ogni laboratorio, in ogni compagnia, in ogni caffè, in ogni cantone, anche nelle
borgate deserte, il pensiero rivoluzionario realizzava un lavoro silenzioso e
molecolare. Ovunque sorgevano degli interpreti degli avvenimenti, degli operai
a cui si poteva chiedere la verità su ciò che era accaduto e da cui si potevano
aspettare le necessarie parole d’ordine. Il loro istinto di classe si trovava
accresciuto dal criterio politico e, sebbene non sviluppavano tutte le loro
idee in modo conseguente, il loro pensiero spingeva invariabilmente in una
stessa direzione. Questi elementi di esperienza, di critica, di iniziativa, di
abnegazione, si sviluppavano nelle masse e costituivano la meccanica interna,
inaccessibile allo sguardo superficiale, e tuttavia decisiva, del movimento
rivoluzionario come processo cosciente

(16).

Questa riflessione, questa presa di
coscienza, mette a nudo “tutta l’ingiustizia materiale e morale inflitta ai
lavoratori, lo sfruttamento disumano, i salari di miseria, il lavoro spossante,
le devastazioni sulla salute, i sistemi raffinati di sanzione, ed il disprezzo
e 1’offesa alla loro dignità umana da parte dei capitalisti e dei padroni,
quest’insieme di condizioni di lavoro rovinoso e vergognoso che è imposto loro
e che rappresa il destino quotidiano del proletariato sotto il giogo del
capitalismo”
(17).

Anche per tale motivo, la rivoluzione Russa
presenta un’unità permanente, inseparabile, tra la lotta politica e la lotta
economica: “Ogni ondata d’azione politica lascia dietro di sé un terreno
fertile da cui nascono subito mille nuovi germogli: le rivendicazioni
economiche. E viceversa, la guerra economica incessante che gli operai fanno
al capitale tiene sveglia l’energia combattiva anche nei momenti di tregua
politica, costituisce in qualche modo un serbatoio permanente di energia da
dove la lotta politica trae sempre delle forze fresche: allo stesso tempo il
lavoro infaticabile di azione rivendicativa innesca ora qui, ora là, acuti
conflitti da cui esplodono bruscamente battaglie politiche
(18). Questo sviluppo della
coscienza ha portato gli operai in giugno-luglio alla convinzione che essi non
devono consumare le loro energie disperdendosi in mille conflitti economici
parziali, ma devono concentrare le forze nella lotta politica rivoluzionaria.
Ciò non significa rigettare la lotta rivendicativa ma, al contrario, assumerne
le conseguenze politiche: “I soldati e gli operai ritenevano che dalla
soluzione data al problema del potere, il paese sarebbe governato dalla
borghesia o dai soviet, dipendevano tutti gli altri problemi: salari, prezzo
del pane, obbligo di farsi uccidere al fronte per le ragioni ignote”
(19). Questa presa di coscienza
delle masse operaie culmina con l’insurrezione di ottobre di cui Trotsky
descrive così l’atmosfera preesistente: "”Le masse sentivano il
bisogno di tenersi unite, ciascuno voleva controllare sé stesso attraverso gli
altri e tutti, con un’attenzione ed una tensione estrema, osservavano come un identico
pensiero maturasse nelle coscienze, sia pure con diverse sfumature e
caratteristiche. Folle innumerevoli frequentavano i circhi e gli altri luoghi
di riunione dove parlavano i bolscevichi più popolari, con gli ultimi argomenti
e gli ultimi appelli. (…) Ma in quest’ultima fase prima della rivoluzione,
incomparabilmente più efficace era l’agitazione molecolare condotta da anonimi
operai, marinai e soldati che conquistavano simpatizzanti uno dietro l’altro, eliminando
gli ultimi dubbi, vincendo le ultime esitazioni. Mesi di vita politica febbrile
avevano creato innumerevoli quadri di base, avevano educato centinaia e
migliaia di autodidatti che si erano abituati a seguire la politica dal basso e
non dall’alto. (...) Ormai la massa non tollerava più nel suo ambiente gli
esitanti, i dubbiosi, i neutrali. Cercava di prendere tutti, di attirarli, di
convincerli, di conquistarli. Le fabbriche come i reggimenti, inviavano
delegati al fronte. Le trincee si legavano agli operai e ai contadini delle più
immediate retrovie. Nelle città di questo settore avevano luogo assemblee, consultazioni,
conferenze innumerevoli, in cui i soldati combinavano la loro azione con quella
degli operai e dei contadini”
(20).

“Mentre la società ufficiale - questa
sovrastruttura a numerosi piani che le classi dirigenti costituiscono, coi loro
strati distinti, i loro gruppi, i loro partiti e le loro cricche - viveva
giorno per giorno nella sua inerzia ed il suo automatismo, alimentandosi di resti
di idee consumate, sorda alle fatali esigenze dell’evoluzione, sedotta dai
fantasmi, non prevedendo niente, nelle masse operaie si avverava un processo
spontaneo e profondo, non solo di odio crescente contro i dirigenti, ma di
giudizio critico sulla loro impotenza, di accumulo di esperienza e di coscienza
creatrice che si confermò nel sollevamento rivoluzionario e nella sua vittoria
” (21).

Il proletariato, unica classe rivoluzionaria

Mentre la politica borghese è sempre al
profitto di una minoranza della società che costituisce la classe dominante, la
politica del proletariato non insegue un beneficio particolare ma quello di
tutta l'umanità. “La classe sfruttata ed oppressa (il proletariato) non può
più liberarsi della classe che lo sfrutta e l’opprime (la borghesia) senza
liberare, contemporaneamente e per sempre, la società intera dallo
sfruttamento, dall’oppressione e dalla lotta di classe”
(22).

La lotta rivoluzionaria del proletariato
costituisce l’unica speranza di liberazione per tutte le masse sfruttate. Come
la rivoluzione russa ha evidenziato, gli operai poterono guadagnare alla loro
causa i soldati, in maggioranza contadini in uniforme, e tutta la popolazione
contadina in generale. Il proletariato confermava così che la rivoluzione non è
solo una risposta in difesa dei suoi interessi, ma anche l’unico sbocco
possibile per farla finita con la guerra ed i rapporti sociali dell’oppressione
capitalista e dello sfruttamento in generale.

La volontà operaia di dare una prospettiva
alle altre classi oppresse è stata sfruttata abilmente dai partiti menscevico e
socialista-rivoluzionario che pretendevano, in nome dell’alleanza con i
contadini ed i soldati, che il proletariato rinunciasse alla sua lotta autonoma
di classe e alla rivoluzione socialista. A prima vista questa posizione può
sembrare la più “logica”: se vogliamo conquistare le altre classi, bisogna
piegarsi alle loro rivendicazioni, bisogna cercare il minimo comune
denominatore intorno al quale tutti possono unirsi.

Tuttavia, “Le classi medie, i piccoli
fabbricanti, i commercianti al dettaglio, gli artigiani, i contadini,
combattono tutti la borghesia perché è una minaccia per la loro esistenza in
quanto classi medie.
Non sono rivoluzionarie dunque, ma conservatrici,
anzi sono reazionarie: cercano di far girare alla rovescia la ruota della
storia”
(23).

In un’alleanza interclassista, il
proletariato ha tutto da perdere: non guadagna le altre classi oppresse ma le
spinge nelle braccia del capitale ed indebolisce la sua unità e la sua
coscienza in modo decisivo: non difende le sue rivendicazioni ma le diluisce e
le nega; non avanza sulla strada del socialismo, ma si impantana ed annega
nella palude del capitalismo decadente. In realtà non aiuta gli strati
piccolo-borghesi e contadini. Contribuisce piuttosto al loro sacrificio sull’altare
degli interessi del capitale, perché le rivendicazioni “popolari” sono la
maschera che utilizza la borghesia per far passare sottobanco i propri
interessi. Nel “popolo” non sono gli interessi delle “classi lavoratrici” ad
essere rappresentati, ma l’interesse sfruttatore, nazionale e imperialista
dell’insieme della borghesia. “L’alleanza tra i menscevichi e i socialrivoluzionari
significava, in quelle condizioni, non una collaborazione del proletariato con
i contadini, ma una coalizione di partiti che avevano rotto col proletariato e
coni contadini per far blocco con le classi possidenti”
(24).

Se il proletariato vuole guadagnare alla sua
causa gli strati non-sfruttatori, deve affermare in modo chiaro ed eclatante le
proprie rivendicazioni, il proprio essere, la sua autonomia di classe. Deve
guadagnare gli altri strati non-sfruttatori in ciò che questi possono avere di
rivoluzionario. “Se sono rivoluzionari, è in considerazione del loro
passaggio imminente al proletariato: difendono allora i loro interessi futuri e
non i loro interessi attuali, abbandonano il loro punto di vista per
condividere quello del proletariato”
(25
). Mettendo al centro
della lotta la fine della guerra
imperialista; cercando di dare una prospettiva risolutiva al problema agrario (26); creando i soviet come
organizzazione di tutti gli sfruttati; e, soprattutto, ponendo l’alternativa di
una nuova società di fronte alla bancarotta ed al caos della società
capitalista, il proletariato in Russia si pose oggettivamente all’avanguardia
di tutte le classi sfruttate e seppe dar loro una prospettiva alla quale unirsi
e per la quale lottare.

L’affermazione autonoma del
proletariato non lo isola dagli altri strati oppressi. Al contrario gli
permette di isolare lo Stato borghese da quest’ultimi. Di fronte all’impatto
sui soldati ed i contadini della campagna della borghesia russa su “l’egoismo”
degli operai che rivendicavano la giornata di 8 ore, questi ultimi “compresero
il pericolo e si difesero abilmente. Allo scopo bastava loro raccontare la
verità, citare i dati dei profitti di guerra, mostrare ai soldati le fabbriche
e i reparti in cui si sentiva il rumore delle macchine, le fiamme infernali dei
forni, fronte permanente su cui i lavoratori subivano perdite innumerevoli. Per
iniziativa degli operai, cominciarono, da parte dei distaccamenti della
guarnigione, visite regolari nelle fabbriche, soprattutto in quelle che
lavoravano per la difesa. Il soldato guardava ed ascoltava, l’operaio mostrava
e spiegava. Le visite si concludevano con una solenne fraternizzazione”
(27).

“L’esercito era irrimediabilmente malato. Valeva
ancora qualche cosa per dire la sua parola nella rivoluzione. Ma per la guerra,
non esisteva già più”
(28).

Questa “malattia incurabile”
dell’esercito era il prodotto della lotta autonoma della classe operaia. Allo
stesso modo, il proletariato ha affrontato con risolutezza il problema agrario
che il capitalismo decadente è incapace di risolvere, e soprattutto aggrava:
uscivano tutti i giorni dalle città industriali legioni di agitatori, di delegazioni
di fabbrica, di soviet per discutere con i contadini, per incoraggiarli alla
lotta, per organizzare gli operai agricoli e gli agricoltori poveri. I soviet
ed i comitati di fabbrica adottarono numerose risoluzioni in cui dichiaravano
la loro solidarietà ai contadini e proponevano misure concrete di soluzione del
problema agrario: “La conferenza dei comitati di fabbrica e delle officine
dedica la sua attenzione alla questione agraria ed elabora, sulla base di un
rapporto di Trotsky, un manifesto ai contadini: il proletariato ha coscienza di
sé non solo come classe particolare, ma come dirigente del popolo”
(29).

I soviet

Mentre la politica della borghesia concepisce
la maggioranza come una massa da manipolare affinché voti ciò che è già preparato
dai poteri dello Stato, la politica operaia si pone come l’opera libera e
cosciente della grande maggioranza per i propri interessi.

“I soviet, consigli di deputati o delegati di
assemblee, apparvero spontaneamente per la prima volta durante il grande “sciopero
di massa” del 1905. Erano l’emanazione diretta delle migliaia di assemblee di
lavoratori, nelle fabbriche e nei quartieri, che si moltiplicavano nella più
importante esplosione di vita operaia mai vista fino allora nella storia. Come
se riprendessero la lotta là dove i loro antenati della Comune di Parigi l’avevano
lasciata, gli operai russi generalizzavano nella pratica la forma di
organizzazione che i comunardi avevano abbozzato: assemblee sovrane,
centralizzazione attraverso delegati eleggibili e revocabili”
(30).

A partire dal rovesciamento dello zarismo da
parte degli operai si costituirono velocemente a Pietrogrado, a Mosca, a
Jarkov, a Helsinfors, in tutte le città industriali Soviet dei delegati operai
ai quali si unirono i delegati dei soldati ed, in seguito, dei contadini.
Intorno ai soviet il proletariato e le masse sfruttate costituirono una rete
infinita di organizzazioni di lotta, basate sulle assemblee, sulla libera
discussione e decisione di tutti gli sfruttati: soviet di quartiere, consigli
di fabbrica, comitati di soldati, comitati contadini... “Coprendo tutto il
territorio russo, la rete dei consigli locali di deputati degli operai e dei soldati
costituiva in qualche modo l’ossatura della rivoluzione”
(31).

La “democrazia
borghese riduce la “partecipazione
delle masse all’elezione ogni 4 anni di qualcuno che fa quello di cui ha
bisogno la borghesia; di fronte a ciò, i soviet costituiscono la partecipazione
permanente, diretta, delle masse operaie che discutono in gigantesche assemblee
generali e decidono su ogni questione che tocca la società. I delegati sono
eletti e revocabili ogni momento ed essi assistono al Congresso con mandati
definiti.

La “democrazia
borghese concepisce la “partecipazione”
come la farsa dell’individuo libero che decide solo nell’urna. In effetti
questo è la consacrazione dell’atomizzazione, dell’individualismo, del tutti
contro tutti, il camuffamento della divisione in classi, il che favorisce la
classe minoritaria e sfruttatrice. Al contrario, i soviet si basano sulla
discussione e la decisione collettiva, ciascuno può sentire lo spirito e la
forza dell’insieme e su questa base sviluppare tutte le sue capacità rafforzando
a sua volta il collettivo. I soviet partono dall’organizzazione autonoma della
classe lavoratrice per lottare in vista dell’abolizione delle classi.

Gli operai, i soldati e i contadini
consideravano i soviet la propria organizzazione.

"Non solo
gli operai e i soldati delle formidabili guarnigioni delle retrovie, ma anche
il popolo variopinto delle città, gli artigiani,i piccoli commercianti, i
piccoli funzionari, i cocchieri, i portieri, i domestici di tutti i tipi si tenevano
lontano dal governo provvisorio e dai suoi uffici, cercavano un potere più
vicino a loro, più accessibile. In numero sempre maggiore si presentavano al
palazzo di Tauride delegati provenienti dalle campagne. Le masse affluivano nei
soviet come sotto gli archi di trionfo della rivoluzione. Tutto ciò che era al
di fuori dei soviet, restava in qualche modo tagliato fuori dalla rivoluzione e
sembrava appartenere ad un altro mondo. Era proprio così: al di fuori dei
soviet restava il mondo dei possidenti…”
(32).

Niente poteva essere fatto in Russia senza i
soviet: le delegazioni delle squadre del Baltico e del Mare Nero, dichiararono
fin dal 16 marzo che avrebbero ubbidito solo agli ordini del governo
provvisorio che fossero in accordo con le decisioni dei soviet. Il 172°
reggimento è ancora più esplicito: “L’esercito e la popolazione devono sottoporsi
solo alle decisioni del Soviet.
Gli ordini del governo che
contravvengono alle decisioni dei soviet non sono da eseguire”
(33).

Guchkov, grande capitalista e ministro del
governo provvisorio dichiarava: “Purtroppo il governo non dispone di un potere
effettivo, le truppe, le ferrovie, la posta, il telegrafo, tutto è in mano ai
Soviet e si può affermare che il governo provvisorio esiste solo nella misura
in cui il soviet lo permette”
(34).

La classe operaia,
come classe che aspira alla trasformazione rivoluzionaria e cosciente del
mondo, necessita di un organo che le permetta di esprimere tutte le sue
capacità, tutte le sue tendenze, tutti i suoi pensieri: un organo estremamente
dinamico che sintetizzi ad ogni momento l’evoluzione e l’avanzamento delle
masse; un organo che non cada nel conservatorismo e la burocrazia che le
permetta di respingere e di combattere ogni tentativo di confiscare il potere
diretto della maggioranza. Un organo di lavoro dove le cose si decidono
velocemente e in modo vivente, sebbene al tempo stesso in modo consapevole e
collettivo, in modo che tutti si sentano coinvolti nella loro applicazione.

I
soviet
“Non accettavano
affatto la teoria della divisione dei poteri e intervenivano nella direzione
dell’esercito, nei conflitti economici, nelle questioni dei rifornimenti
alimentari e dei trasporti, e persino nelle faccende giudiziarie. Sotto la
pressione degli operai decretavano la giornata delle otto ore, eliminavano gli
amministratori troppo reazionari, destituivano i più insopportabili commissari
del governo provvisorio, procedevano ad arresti e a perquisizioni,proibivano i
giornali ostili”
(35).

Abbiamo visto come
la classe operaia è stata capace di unirsi, di esprimere ogni sua energia
creatrice, di agire in modo organizzata e cosciente, e, in fin dei conti, di
elevarsi di fronte alla società come la classe rivoluzionaria che ha la missione
di instaurare la nuova società, senza classi e senza Stato. Ma, per fare ciò,
la classe operaia doveva distruggere il potere della classe nemica: lo Stato
borghese incarnato dal governo provvisorio ed imporre il proprio potere: il
potere dei soviet.

(dalla Révue Internationale n°71)

1. Trotsky, Storia della rivoluzione russa,
cap. “Il proletariato ed i contadini”, ed.
Mondadori

2. Trotsky, ibid., cap. “Dal 23 al 27 febbraio 1917”.

3. Trotsky, ibid.

4. Ana
M.Pankratova, I consigli di fabbrica nella Russia del 1917.

5. Trotsky, Storia della rivoluzione russa

6. John Reed, I 10 giorni che sconvolsero il mondo.

7. Questa
rivendicazione fu respinta dallo stesso partito bolscevico come utopica,
astratta, ecc. quando, due mesi prima, veniva sostenuta da Lenin nelle sue “Tesi
di aprile”.

8. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. “Le giornate di
luglio”.

9. Tradotto dallo spagnolo: G. Soria, I 300 giorni della
rivoluzione russa.

10. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. “La borghesia
si misura con la democrazia…”

11. Trotsky, ibid.,
cap.
“Il paradosso della
rivoluzione di febbraio”.

12. Trotsky, ibid.

13. Marx-Engels, L’idéologia tedesca, cap. 1, “Feuerbach”.

14. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. “Raggruppamento
nelle masse”.

15. John Reed, I 10 giorni che sconvolsero il mondo.

16. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. “Raggruppamento
nelle masse”.

17. Rosa Luxemburg, Nell'ora rivoluzionaria,
2a parte.

18. Rosa-Luxemburg, Sciopero di massa,
partito e sindacati

19. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. “Le giornate di
luglio, preparazione ed inizio”.

20. Trotsky, ibid., cap. “L’uscita dal pre-parlamento”.

21. Trotsky, ibid., cap. “Chi diresse l’insurrezione di febbraio?”.

22. Engels, Prefazione del 1883 al Manifesto comunista.

23. Marx-Engels, Il manifesto comunista.

24. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. “Il comitato
esecutivo”.

25. Marx-Engels, Il manifesto comunista.

26. Non si tratta nell’ambito di quest’articolo di discutere se la
soluzione che i bolscevichi ed i soviet hanno alla fine dato alla questione
agraria - la ripartizione delle terre - fu giusta o meno. Rosa Luxemburg l’ha
criticata e l’esperienza ha dimostrato che non lo fu. Ma ciò non può nascondere
l’essenziale e cioè che il proletariato ed i bolscevichi hanno posto seriamente
la necessità di una soluzione dal punto di vista del potere del proletariato e
dal punto di vista della lotta per la rivoluzione socialista.

27. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, cap. Il comitato
esecutivo”.

28. Trotsky, ibid., cap. “L’esercito e la guerra”.

29. Trotsky, ibid., cap. “L'uscita dal pre-parlamento”.

30. Révolutione Internationale, n°190 “Il proletariato dovrà imporre la sua dittatura per condurre l’umanità
all’emancipazione”.

31. O. Anweiler, I soviet in Russia.

32. Trotsky, Storia della rivoluzione russa,
cap. “Il nuovo potere”.

33. Trotsky, ibid.

34. Trotsky, ibid.

35. Trotsky, ibid., cap. “La prima coalizione”.

Storia del movimento operaio: 

Patrimonio della Sinistra Comunista: