La lotta dei lavoratori nel Dubai: un esempio di coraggio e solidarietà

A metà novembre, appena dopo che gli operai di Dubai erano tornati al lavoro dopo una massiccia e spontanea rivolta, la stampa e la televisione dedicavano le prime pagine alla storia del nipote del re di Dubai Abdallah, Al Walid Ibn Talal, il quale aveva appena acquistato un Airbus A380 per il proprio uso personale.

Non una sola parola sullo sciopero di massa! Non una sola parola sulla ribellione di centinaia di migliaia di operai super-sfruttati! Ancora una volta la borghesia crea un blackout sui mezzi di informazione internazionali.

Contro lo sfruttamento inumano della borghesia…

Negli ultimi cinque anni Dubai ha iniziato una immensa opera di costruzione, in cui enormi grattacieli, uno più incredibile dell’altro, spuntano come funghi. L’Emirato è uno dei simboli borghesi del “miracolo economico” del Medio Oriente. Ma dietro questa vetrina si nasconde una realtà diversa: la realtà non è quella mostrata a turisti ed affaristi, ma quella della classe operaia che ha versato lacrime e sangue per questi “sogni architettonici”.

Del poco più di un milione di abitanti dell’Emirato, più dell’80% sono lavoratori di origine straniera, la maggior parte indiani, ma anche pachistani, bengalesi e, recentemente, cinesi. Sembra che essi siano più economici degli operai arabi! Dal 24 luglio scorso questi vanno a lavorare nei cantieri praticamente per niente, percependo l’equivalente di 100-150 euro al mese. Costruiscono queste torri e questi palazzi prestigiosi, ma vivono in baracche di una stanza in mezzo al deserto. Vengono portati dall’alloggio al cantiere in carri bestiame che chiamano autobus. E oltretutto senza assistenza medica o contributi… e per prevenire ogni eventuale pericolosa resistenza i datori di lavoro trattengono i loro passaporti. Naturalmente non c’è nessuna considerazione per le famiglie dei lavoratori che sono rimaste nei paesi di origine, possono incontrarsi solo ogni due o tre anni data la difficoltà a trovare i soldi del viaggio.

Ma gli essere umani non puoi trattarli sempre così e farla franca.

… sciopero di massa del proletariato

Nell’estate del 2006, gli operai di Dubai avevano già dimostrato la loro capacità di lottare collettivamente con scioperi di massa. Ad onta della repressione che ne seguì, anche oggi hanno osato levarsi contro i propri sfruttatori e torturatori. E attraverso queste lotte hanno dimostrato il loro coraggio, lo straordinario spirito combattivo, unendosi per opporsi ad una vita di miseria e schiavitù. Hanno fronteggiato il potere costituito col rischio di venire travolti, proprio come i loro fratelli di classe in Egitto. Perché negli Emirati gli scioperi sono proibiti; la pena è immediata e consiste nel ritiro del permesso di lavoro e il bando a vita dai luoghi di lavoro.

Inoltre, dopo essere andati avanti per molti mesi senza essere pagati, “sabato 27 ottobre, più di 4.000 operai edili sono scesi in strada, hanno bloccato le vie di comunicazione con la zona industriale di Jebel Ali, e hanno lanciato pietre verso le macchine della polizia. Chiedevano più autobus per andare al lavoro, alloggi meno affollati e stipendi che permettessero una vita dignitosa”. (Courrier International, 2 Novembre 2007). Riconoscendosi in questo grande sciopero, migliaia di operai di altre imprese si sono uniti alla protesta.

La borghesia e il suo Stato hanno risposto con la violenza, come c’era da aspettarsi. Le squadre anti-sommossa hanno usato i cannoni ad acqua per disperdere i dimostranti e molti di loro sono stati portati via dalle le camionette della polizia. “Denunciando questo ‘comportamento barbaro’, il ministero del lavoro ha dato loro la scelta tra tornare al lavoro e l’abrogazione dei loro contratti, tra l’espulsione ed una diminuzione dei compensi” (http://www.lemaroc.org/economie/article_8622.html). A dispetto della repressione della polizia e delle minacce del governo, il vento di sciopero ha continuato a soffiare in altre tre zone di Dubai. Stando ai numeri della Associated Press del 5 Novembre, più di 400.000 operai erano in sciopero!

Le minacce di provvedimenti repressivi hanno avuto come giustificazione il fatto che qualche veicolo della polizia era stato danneggiato, cosa inaccettabile per l’ordine pubblico borghese! Ma chi è stato il responsabile della peggiore violenza? La risposta è chiara: quelli che rendono la vita di centinaia di migliaia di lavoratori un vero e proprio inferno.

Quale la prospettiva per queste lotte?

A Dubai il proletariato ha mostrato la propria forza e determinazione. La borghesia è stata costretta ad un temporaneo passo indietro mettendo da parte le tattiche puramente repressive. Quindi, all’annuncio dell’espulsione di quei 4.000 lavoratori asiatici che avevano iniziato il movimento, “è seguito un tono di riappacificazione il mercoledì seguente” (AFP). La dimensione di massa che ha assunto lo sciopero ha “smosso qualcosa nel governo di Dubai che ha ordinato ai propri ministri di rivedere gli stipendi ed attivare un salario minimo” … ciò ufficialmente, si intende. In realtà la borghesia continuerà i suoi attacchi. Le sanzioni contro i capi della protesta sembra che siano state mantenute, e non ci sono dubbi sul fatto che la borghesia non mollerà la presa su questi per provare a mantenere il feroce livello di sfruttamento imposto a Dubai.

Tuttavia la classe dominante ha dovuto prendere in considerazione la crescita della combattività tra queste sezioni della classe operaia, nonostante la mancanza di esperienza di lotta. E perciò sta raffinando le sue armi: oltre alla repressione, sta cercando di usare strumenti più ideologici. Il primo tentativo è stato piuttosto ridicolo ed inefficiente. Di fronte al moltiplicarsi delle tensioni negli ultimi due anni, “le autorità hanno creato una commissione nelle forze di polizia che ha il compito di accogliere le lamentele dei lavoratori, ed hanno anche istituito un numero gratuito a cui gli operai possono rivolgersi. La maggior parte accusano il mancato pagamento degli stipendi”. Fare le proprie lamentele direttamente alle forze di repressione potrebbe essere più che altro una provocazione! In modo più intelligente, ora gli sforzi del governo vanno verso la creazione di un sindacato tra le imprese al fine di controllare le future lotte dall’interno.

La questione non è tanto la prospettiva di lotta in uno specifico mini-stato come Dubai, ma il fatto che questa lotta è parte di un movimento più largo: la lotta internazionale della classe operaia. “Gli operai non hanno nazione” dicevano Marx ed Engels nel Manifesto del 1848. Le attuali lotte del proletariato sono parte della stessa catena di lotte contro lo sfruttamento capitalistico. Dall’India a Dubai, passando per l’Egitto, il Medio Oriente, il continente africano o l’America latina, i paesi europei e del nord America, la lotta proletaria è in crescita1. Lo sviluppo internazionale della lotta di classe rappresenta un grande incoraggiamento per i lavoratori ogni volta che un movimento insorge. In particolare, l’emergere di un massiccio movimento come quello a Dubai, in Egitto o in Bangladesh deve essere uno stimolo per i lavoratori dei paesi più avanzati, in quanto questi ultimi devono assumersi la precisa responsabilità di indicare la prospettiva della lotta contro tutto il sistema di sfruttamento, mettendo a disposizione la loro esperienza storica accumulata, mostrando in pratica come guidare la lotta e spiegando i motivi per cui non ci si può fidare della sinistra e dei sindacati.

La borghesia coi suoi mezzi di informazione fa tutto il possibile per soffocare le notizie della lotta di classe nel mondo al fine di prevenire la condivisione delle esperienze e lo sviluppo della coscienza. Le lotte a Dubai sono la prova che dappertutto la classe lavoratrice sta soffrendo gli effetti devastanti della crisi economica e che, in risposta, dappertutto sta armando le sue armi della coscienza e della solidarietà.

Map, 18 novembre 2007

1. Su queste lotte vedi i numerosi articoli pubblicati sul nostro sito web nelle diverse lingue.

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