Manifesto altermondialista di ATTAC: il mito del capitalismo dal volto umano

Dopo i molteplici forum sociali organizzati dagli altermondialisti in questi ultimi anni per affermare contro l’ideologia neoliberista “che un altro mondo è possibile”, l’associazione leader ATTAC ha prodotto un manifesto in vista delle elezioni in Francia. All’immagine dei sette peccati capitali della religione cattolica, ATTAC ha identificato i sette pilastri del neo-liberismo che bisogna abbattere per costruire un mondo democratico, solidale ed ecologico”. Questo manifesto, forte di un centinaio di proposte, vuole essere uno “stimolo al dibattito pubblico”, un aiuto tra gli altri, alle scelte che devono fare i cittadini”.

Il manifesto comincia col ricordare che fin dalla sua fondazione nel 1998, ATTAC ha identificato le politiche neoliberiste condotte ovunque nel mondo, particolarmente in Europa ed in Francia (qualunque siano i governi) come la causa principale dell’aumento delle disuguaglianze, dello smembramento delle società a causa della disoccupazione e la precarietà, dell’insicurezza sociale, della proliferazione dei conflitti militari, ecc.. Questo neo-liberismo che data dall'inizio degli anni 1980 sarebbe la causa essenziale di tutte le calamità vissute dall’umanità perché i suoi metodi sono ben noti: mercificazione generalizzata, libertà d’azione dei padronati e degli investitori, estensione all'insieme del pianeta del terreno di caccia delle imprese transnazionali”. In altre parole, se si arriva a cacciare i predatori, quelli che detengono il capitale, si potrebbe arrivare ad una mondializzazione solidale contro il libero scambio e la libera circolazione dei capitali”. Per attuare questo ATTAC propone una moltitudine di misure per regolare il commercio mondiale. Mettere l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) sotto il controllo dell'ONU, riformare il FMI, la banca mondiale, creare un’organizzazione mondiale dell’ambiente, controllare i cambi, tassare la circolazione dei capitali, controllare gli scambi di merci in modo equo, riabilitare le imposte dirette, ridurre le disuguaglianze con una misura “rivoluzionaria” che sarebbe fissare un limite massimo di scarto tra la differenza dei redditi dei gestori delle imprese e quelli dei salariati meno rimunerati”. Contro la logica del profitto ed il regno della concorrenza, contro le politiche governative al servizio dei proprietari del capitale, il manifesto di ATTAC difende la necessità di preservare “beni pubblici mondiali e servizi pubblici” ed “oppone un principio fondatore di un nuovo mondo: i diritti degli esseri umani ed i diritti dei popoli, i diritti sociali, ecologici, economici, culturali, politici”. In altre parole, per il manifesto degli altermondialisti, non c'è crisi economica, ma semplicemente una cattiva politica che sta dalla parte dei profitti e che pensa solamente al potere del denaro. Se ci fosse un controllo da parte dei cittadini, che regola, riforma, tassa e se gli Stati conducessero buone politiche pubbliche e mettessero in atto i principi fondamentali della democrazia, allora tutto dovrebbe andare per il meglio.

ATTAC si sazia di parole per, in fin dei conti, sostenere un ruolo di prim’ordine nella conservazione di questo mondo facendo credere agli sfruttati che è possibile battersi per un capitalismo più “egualitario”, più “umano” e che un capitalismo senza profitto… è possibile!

Il profitto è il motore dello sfruttamento capitalista

Contrariamente ai deliri dei nostri cavalieri altermondialisti, accaniti oppositori del neo-liberismo, lo sfruttamento capitalista ed il processo di mercificazione per estrarre sempre più profitto non sono cominciati con il 1980. Il marxismo da oltre centocinquanta anni ha affermato che la corsa al profitto costituisce l’essenza stessa di questo sistema. Rosa Luxemburg sottolineava all’inizio dell’ultimo secolo e in continuità con il lavoro di Marx sul capitale: “Il modo di produzione capitalistico è dominato dall’interesse al profitto. Per ogni capitalista la produzione ha senso e scopo solo se gli permette, anno per anno, di riempirsi le tasche di un ‘utile netto’, del profitto… Ma la legge fondamentale della produzione capitalistica, che la distingue da ogni altra forma economica basata sullo sfruttamento, è non soltanto il profitto in moneta sonante, ma un profitto sempre crescente" (Un’Anticritica). Non c'è dunque niente di nuovo sotto il sole capitalista, contrariamente a ciò che vorrebbe fare credere ATTAC per meglio fare passare la sua putrida merce ideologica secondo la quale il capitalismo sarebbe riformabile. Bisogna essere chiari ed affermare che nessun cambiamento di politica economica potrà mai rimettere in causa lo sfruttamento capitalista e le malefatte crescenti che questo provoca su tutto il pianeta.

Ancora Rosa Luxemburg: “Il sistema di produzione capitalistico ha la particolarità che per esso il consumo umano, che nelle precedenti forme economiche era lo scopo, diventa solo mezzo, ai servizi del fine vero e proprio: l'accumulo di profitto capitalistico. L’autosviluppo del capitale appare principio e fine, scopo assoluto e senso di tutta la produzione…Lo scopo fondamentale di ogni forma sociale di produzione: il sostentamento della società attraverso il lavoro, la soddisfazione dei suoi bisogni, appare qui soltanto completamente posta a testa in giù, in quanto diventano legge su tutta la superficie della terra la produzione non per amore degli uomini ma del profitto, e regola il sottoconsumo, la costante incertezza del consumo e, periodicamente, il diretto non-consumo dell'enorme maggioranza degli uomini”. (Rosa Luxemburg, Introduzione all'economia politica).

È questa legge ferrea, questa logica immutabile che determina la natura del capitalismo. Di conseguenza chiedere ai capitalisti ed ai loro rispettivi Stati di ridistribuire equamente i profitti significa semplicemente chieder loro di suicidarsi!

Non deve sorprendere quindi vedere le imprese e gli Stati nazionali adottare comportamenti sempre più feroci e da predatori, in una concorrenza sempre più accanita tra le nazioni per soddisfare il loro crescente bisogno di profitto. ATTAC “denuncia” questo come “neo-liberismo”, mentre si tratta né più né meno del normale funzionamento del modo di produzione capitalista. L’avidità è tanto più forte quanto più si aggrava irrimediabilmente la crisi economica che rende sempre più incerte le condizioni dell’accumulazione del capitale, il che spiega lo sfruttamento ogni giorno più forsennato a cui i proletari nel mondo sono sottoposti.

Lo Stato esiste solo per difendere il capitalismo

Constatando l’aggravamento delle condizioni di vita e di lavoro è diventato la regola generale, ATTAC non manca né di proposte, né di soluzioni. Solo che nell’enumerazione di questi numerosi mezzi di cui bisognerebbe dotarsi per “cambiare il mondo”, in realtà non si trova che un elenco di misure a sostegno dello Stato. Misure, certo rivestite di sproloqui egualitari alla moda altermondialista, ma che, a parte un pio desiderio e le pacche amichevoli per il proletariato, non sono che una richiesta di più Stato. ATTAC vuole farci dimenticare che è lo Stato a reggere l’economia capitalista e ad essere il garante della macchina capitalista per realizzare profitto. ATTAC difende lo Stato come il non plus ultra per la lotta contro il profitto e per migliorare le sorti della popolazione e degli operai, mentre è proprio questo il principale artefice ed il direttore d'orchestra dei principali attacchi agli operai. Lo Stato non è un organo neutro al di sopra delle classi, o il garante della giustizia sociale. Al contrario, come scriveva già nel 19° secolo Engels “da sempre, lo scopo essenziale di quest'organismo è stato mantenere e garantire, attraverso la violenza armata, l’assoggettamento economico della maggioranza lavoratrice da parte della minoranza fortunata” (Lettera a Ph. Von Patten 18 aprile 1883, Editions 10/18).

ATTAC fustiga con lo stesso vigore le transnazionali (l’equivalente moderno di quelle multinazionali tanto screditate dalla “sinistra” negli anni 70 ed 80) ed il settore privato che si approprierebbero a proprio esclusivo beneficio della produzione a scapito del benessere della popolazione. Ostentando questi spaventapasseri ATTAC cerca di farci credere che il ruolo dello Stato sarebbe solo quello di ripartire equamente le ricchezze della nazione. Lo Stato sarebbe in qualche modo il garante del comunismo! Ma queste transnazionali non rappresentano esclusivamente gli interessi di capitali e di borghesi privati, non sono “senza nazionalità”. Il più delle volte si tratta di grandi imprese affiliate agli Stati più potenti, quando non sono veri e propri strumenti al servizio degli interessi commerciali, politici e militari di questi stessi Stati. Possono anche esserci delle divergenze tra gli Stati ed alcune di queste grandi imprese, ma questo non mette in discussione il fatto che esse devono agire in coerenza e nel senso della difesa dell’interesse nazionale e dello Stato dei paesi da cui dipendono. È lo Stato che regolamenta i prezzi, le convenzioni collettive, i tassi di esportazione, di produzione, ecc. E' lui che, attraverso la politica fiscale, monetaria, di credito, ecc., detta le condizioni del “libero mercato”, sia ai settori finanziari che produttivi. E’ ancora lo Stato e le sue più “rispettabili” istituzioni  che per gestire l’agonia del sistema capitalista si trasformano in veri croupier di un’economia da casinò. Fin dalla fine degli anni 60, con la riapparizione della crisi economica, è lo Stato il responsabile dei grandi piani di licenziamenti nella siderurgia, nelle miniere, nei cantieri navali, nel settore dell’auto, operati in nome della ristrutturazione industriale, e l'emorragia continua oggi nell’aeronautica, l’automobile, le telecomunicazioni, ecc. E’ lo Stato che ha soppresso migliaia di impieghi nelle poste, nei trasporti negli ospedali, e continua nella funzione pubblica, nella scuola, ecc. E’ lui che riduce continuamente le pensioni sociali, favorisce la crescita della povertà, della precarietà, opera tagli nei bilanci sociali (alloggi, pensioni, salute, educazione). È lo Stato il principale responsabile dell’indigenza di migliaia di operai che si ritrovano senza una casa, a sopravvivere nelle strade. Volere opporre, come fa ATTAC, la gestione in salsa “liberale” che bisognerebbe “superare”, all’autoritarismo degli anni 70 ed al suo Stato “assistenziale”, significa inventare di sana pianta una realtà menzognera e volere cancellare la relazione indissolubile che esiste tra lo Stato ed il settore privato.

Le proposte “alternative” di questo manifesto altermondialista non rappresentano alcun pericolo per la classe dominante, perché esse non escono dal contesto della società capitalista. Costituiscono invece una cortina di fumo che nasconde l’unica prospettiva capace di mettere fine alla barbarie ed alla miseria: il capovolgimento del capitalismo moribondo attraverso la rivoluzione proletaria.

La rivoluzione proletaria, unica soluzione al fallimento capitalista

“Un altro mondo è possibile”, ripete ATTAC, ma quale mondo? Un mondo di “cittadini” e di “democrazia”, un mondo di “diritti degli esseri umani”, dei “popoli”, dei “lavoratori”, ecc. La storia dell’inferno capitalista è lastricata di buone intenzioni di questo tipo che hanno la funzione mascherare la realtà di questo mondo e far sperare che lo si potrebbe “cambiare”... ma senza toccare il sistema capitalista né distruggerlo. Come le nostre evolute borghesie che, tramite l’ONU e l’UNICEF, con una mano pubblicano una tonnellate di carte per i diritti dei bambini, delle donne nel mondo, ecc., e con l'altra bombardano, decimano, schiacciano, inquinano questo stesso mondo, ATTAC getta polvere negli occhi. È per questo ed unicamente per questo che esiste. A suo tempo, negli anni 80, Bernard Tapie decretò “il diritto al lavoro e l’interdizione della disoccupazione”. Il saltimbanco aveva fatto ridere davanti all’inanità del suo proposito. ATTAC di rivalsa, con un programma al fondo altrettanto sterile e senza prospettiva, si prende e pretende di essere presa più sul serio. I suoi ripetuti appelli alla “democrazia” sono la prova più tangibile di questa volontà di essere messa nel contesto delle organizzazioni “responsabili” agli occhi della borghesia. Tuttavia, poiché vuole arraffare un ampio consenso ed dare prova di questi suoi presunti valori “rivoluzionari”, ATTAC non esita ad impossessarsi di Marx per sabotare meglio il pensiero marxista. Così, ciliegia sulla torta avariata dell’altermondialismo, abbiamo questa frase del manifesto di ATTAC che dice: “si tratta di esplorare delle vie molteplici, dei campi disparati per rimettere fondamentalmente in causa il modello neoliberale attraverso un movimento reale che abolisce lo Stato di cose presenti” (sottolineato da noi). Questo è solamente un cattivo plagio, un’impostura che distorce quanto detto da Marx ne L’ideologia tedesca: “il comunismo non è un stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti" (sottolineato da noi).

Ecco ciò che ben riassume cosa è ATTAC e la finalità del suo manifesto: falsificare la realtà del capitalismo moribondo ed illudere i giovani e gli operai che si pongono delle questioni su questa società, trascinandoli in un vicolo cieco e confondendo al massimo la loro coscienza sulla reale posta in gioco della situazione attuale.

Donald, 21 marzo 2007

(da Rèvolution Internationale n. 378)